mercoledì 22 febbraio 2012

Anonymous attaccano il sito di Paola Binetti

Corriere della sera

«Colpiremo altri politici italiani». E la deputata dell'Udc risponde: «Potevate mandarmi una mail»


Il comunicato apparso sul sito di Lorenzo Ria

MILANO - Dopo l'attacco ai siti web della Cia, dell'Fbi, del ministero della Difesa siriano gli Anonymous si scagliano, in Italia, contro Paola Binetti, deputata Udc, e le "defacciano" il sito. Ma non solo. Il collettivo colpisce anche l'indirizzo web di Lorenzo Ria, sempre in quota Udc, e lancia una protesta dal titolo eloquente «Fuck Politicians February» (FPF) .

UN PARLAMENTO PULITO - Il messaggio è forte e chiaro. E gli Anonymous avviano una campagna contro i politici italiani. Anche il sito del senatore Pdl Maurizio Paniz era finito sotto attacco sabato. Oggi tocca a quello di Binetti, inaccessibile da mercoledì mattina. In home page compare un ampio messaggio di Anonymous che attacca la classe politica: FPF «è il nostro modo per dirvi che ci avete rotto», si legge nel messaggio degli hacker.

E di sottofondo la musica di Illuminati, l'inno degli Anonymous. Sul banco degli imputati finisce la classe dirigente: «Mentre il paese va a rotoli a discapito delle classi più svantaggiate voi continuate a perdere ottime occasioni per tacere, per smetterla di rubare e per piantarla di farvi sempre e soltanto gli affari vostri. Guardando la vicenda Lusi ci chiediamo veramente se non siete tutti uguali. Come potevano Rutelli/Bersani & Co non sapere nulla?

Come fanno 13 milioni di soldi nostri a sparire senza che nessuno se ne accorga? Vogliamo delle risposte, e le vogliamo subito. Vogliamo che qualcuno paghi- scrivono gli Anonymous-. Vogliamo che sia cambiata questa porcata di legge elettorale. Vogliamo che siano aboliti (come il popolo italiano aveva già deciso nel 1993) tutti i finanziamenti ai partiti». E ancora «vogliamo un parlamento pulito. No condannati. No pregiudicati. No puttane, nani, ballerini e mafiosi.

Vogliamo che il popolo inizi a contare davvero. Perchè tutte le firme che raccogliamo vengono tirate nel cesso? I politici, nostri dipendenti non dovrebbero impegnarsi affinchè la nostra voce sia sentita?! A quanto pare no, anzi non perdete occasione per chiamarci "sfigati", "mammoni" , "bamboccioni". Da oggi per tutto il mese sarà FPF e ne vedrete delle belle». In chiusura un attacco più diretto alla deputata: «Paola, salutaci gli amici dell'Opus Dei».

L'indirizzo web di Miss Padania

IL SITO DI MISS PADANIA- Diverso il messaggio postato, invece, sul sito di Miss Padania, anch'esso defacciato. Qui si legge un commento di Beppe Grillo, sottoscritto dal collettivo degli hacker: «La Lega non rappresenta un piemontese, così come un emiliano o un trentino. Li accomuna tutti in un racconto di fantasia confutabile da qualunque studente di quinta elementare e radicalizza uno scontro tra due Italie, il Nord e il Sud, su base economica, sugli "schei". La Padania è una balla, il Piemonte, il Veneto, la Toscana sono invece reali, sono Stati non Regioni, così come lo sono la Sicilia e la Sardegna. Prima se ne prenderà atto, prima ci libereremo dalla Lega e metteremo le basi per una Nuova Italia, finalmente in pace con sé stessa».

LA REPLICA DELLA BINETTI - Tra i politici presi di mira, Paola Binetti decide di rispondere agli hacker: «Nessun disturbo. Scrivetemi al mio indirizzo email, non mi sottraggo mai a rispondere a quesiti legittimi e posti con le giuste e buone maniere». La Binetti ringrazia poi gli Anonymous per aver inaugurato la loro campagna contro i politici proprio con l'attacco al suo sito. E poi l'affondo: «Anche io ho delle domande da fare a 'We are Anonymous'. In un momento in cui tanto si parla di libertà di stampa, di libertà di informazione e di democrazia, non sarebbe stato meglio chiedere la pubblicazione delle vostre rimostranze, piuttosto che irrompere in uno spazio dedicato ad altro?». E, in conclusione, l'accusa di contraddizione «che fa perdere valore al vostro messaggio. Il sito è uno degli strumenti con cui faccio informazione e diffondo i contenuti della buona politica in cui credo: basta dargli un'occhiata».

Marta Serafini
twitter: @martaserafini22 febbraio 2012 | 14:23

Lo scivolone di Saviano: spara sull’uomo sbagliato

di -

Lo scrittore aveva accusato di camorra il sindaco Magliocca, che si è fatto 11 mesi in cella da innocente


E adesso fate come Roberto Saviano: chiedetegli scusa. E vergognatevi. Undici mesi inchiodato all’infamante croce di sindaco amico dei boss, quando in realtà la camorra sosteneva altri politici.



Lo scrittore Roberto Saviano

Marchiato a fuoco dalle invettive giustizialiste dello scrittore di «Gomorra» che, però, di fronte all’evidente inconsistenza dei fatti da lui stesso raccontati, ha dovuto fare marcia indietro e ammettere l’errore. Arrestato e trattato come un appestato, con una carriera politica ridotta a brandelli e un’Amministrazione comunale sciolta per un’infiltrazione mafiosa che non esiste. Sottoposto a indagini condotte da un poliziotto, tale Di Lauro, che si è candidato, nel loro stesso paese, sotto le insegne comuniste e che mette in bella mostra su Facebook le foto di Che Guevara, gli appelli del fondatore dell Br Renato Curcio e le frasi contro il centrodestra, da Cosentino a Berlusconi.

Tutto questo, e tanto di più, è capitato a Giorgio Magliocca, primo cittadino Pdl di Pignataro Maggiore, un Comune del Casertano. Le carte giudiziarie e i verbali dei pentiti lo descrivevano come un delinquente matricolato dalla faccia pulita, almeno fino a un minuto prima che il gup De Gregorio demolisse con una assoluzione piena il castello di congetture della Procura antimafia di Napoli. Il pm aveva chiesto sette anni e mezzo di carcere, ma per il giudice l’ex primo cittadino Magliocca è innocente. Sono parole campate in aria quelle contenute nell’ordinanza di custodia cautelare che lo vogliono «asservito ai desiderata del clan camorristico locale, un sodalizio criminale agguerritissimo, protagonista di delitti efferati, la cui pericolosità resiste agli interventi giudiziari e grazie al quale il Magliocca ha potuto vincere ripetute competizioni elettorali». Anzi, tutta l’inchiesta è campata in aria.

E allora, uno dopo l’altro cadono i tasselli dell’accusa: non è vero che l’ex sindaco favorì i «picciotti» della cosca Ligato-Lubrano (collegata a Cosa Nostra) dandogli campo libero per devastare i beni confiscati che dovevano essere destinati a fini sociali. Non è vero che era in rapporti con il boss Raffaele Ligato che, addirittura, denunciò il sindaco alla stazione dei carabinieri perché si sentiva diffamato dai controlli dei vigili sul racket delle luminarie. E non è vero che Magliocca promise appalti e finanziamenti pubblici ai tagliagole casertani in occasione delle elezioni del 2002 e del 2006. È vero, invece, che chi lo accusava – tra cui il suo principale antagonista politico – ha mentito, denunciando di averlo visto a fantomatiche cene con padrini che, invece, marcivano in carcere, e indicandolo come candidato di un clan che, al contrario, appoggiava l’uomo del centrosinistra.

«Chi combatte la criminalità può essere ucciso in due modi: con le pallottole o con il fango», commenta oggi Magliocca. «Ho denunciato appalti assegnati ai parenti del boss stragista del clan dei casalesi, Giuseppe Setola, ho sempre agito per il rispetto delle regole e della legalità, soprattutto sul fronte del riutilizzo dei beni confiscati, e me l’hanno fatta pagare così, con la calunnia. Sono intristito che la mia vicenda giudiziaria sia stata strumentalizzata dal Pd per colpire l’onorevole Mario Landolfi e il sindaco di Roma Gianni Alemanno, con cui ho collaborato e che mi sono sempre stati vicini». L’ex sindaco era stato assolto, nel novembre scorso, anche dall’accusa di corruzione e voto di scambio e solo da qualche settimana aveva lasciato il carcere, dov’era entrato nel marzo 2011, per i domiciliari.

Nel 2003, l’eroe dell’antimafia di carta Saviano aveva dedicato a Magliocca, sul settimanale «Diario», uno sprezzante articolo in cui gli contestava gli stessi inesistenti reati che gli sono costati la galera, scrivendo addirittura che il padrino di Pignataro lo aveva redarguito, davanti a tutti, perché era venuto meno agli impegni presi. Messo alle strette dalla querela per diffamazione e dalle testimonianze degli investigatori, che smentivano la ricostruzione dello scrittore, nel 2009 la star di «Gomorra» aveva ripreso carta e penna per scrivergli una lettera di scuse (pubblicata a fianco) che si concludeva così: «A riprova della mancanza di qualsivoglia volontà offensiva nei Suoi confronti – aveva scritto Saviano – Le esprimo sin d’ora la mia disponibilità a prendere parte a un incontro sulla criminalità organizzata in Campania, da Lei organizzato, con la sola irretrattabile condizione che sul palco ci siano soltanto giornalisti».
Ora che Magliocca è stato assolto, Roberto Saviano ci faccia il favore: mantenga l’impegno.


«Avevo tempi stretti Non ho potuto verificare»


di - Gentile avvocato Magliocca,

in relazione all'articolo dal titolo «La Svizzera dei clan», pubblicato sul settimanale Diario, nel settembre 2003, ritengo doveroso precisare quanto segue, con specifico ed esclusivo riferimento all'episodio da me narrato nell'articolo e che l'ha vista involontariamente protagonista. Le informazioni che ho poi pubblicato mi erano state fornite da fonti locali attendibili, quando il periodico mi aveva incaricato di raccontare ai lettori la realtà locale, in particolare, per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul delicato tema dei rapporti tra camorra e poteri pubblici.

Non ho avuto modo, per i tempi stretti imposti dalle esigenze editoriali e per l'impossibilità di accedere ad altre fonti, di verificare la veridicità di quanto mi era stato riferito e non avevo ragione per dubitare della buona fede di chi mi aveva fornito quella informazione. Alla luce dei successivi accertamenti e di quanto emerso, nel corso della vicenda giudiziaria che ci vede contrapposti ho, infatti, verificato la sua assenza dal luogo in cui le Forze dell'ordine hanno proceduto allo sgombero della villa confiscata al Ligato, del fatto che lo stesso boss non ha mai proferito la frase riportata nell'articolo e, conseguentemente, dell'errore in cui sono stato indotto.

A riprova della mancanza di qualsivoglia volontà offensiva nei Suoi confronti, Le esprimo sin d'ora la mia disponibilità a prendere parte a un incontro sulla criminalità organizzata in Campania, da Lei organizzato, con la sola irretrattabile condizione che sul palco ci siano soltanto giornalisti. Sono certo che questa mia costituisca la migliore prova della mia buona fede e, nel contempo, valido strumento di conciliazione.




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Viaggio dentro la Foxconn, le telecamere entrano nella fabbrica cinese di Apple

Corriere della sera

L'inchiesta in onda su Abc svela i passi in avanti dopo i suicidi e gli incidenti. Ma tanti ancora i disagi dei lavoratori


MILANO - Un viaggio dentro l'iFactory. Per la prima volta le telecamere entrano dentro la Foxconn, il colosso cinese che fornisce i componenti per i prodotti, tra gli altri, della Apple, della Xbox Microsoft e della Playstation Sony. A svelare i segreti della fabbrica di Hong Kong, finita nell'occhio del ciclone soprattutto per una catena drammatica di suicidi tra gli operai, è un lungo reportage dal titolo A Trip to The iFactoryin onda nella notte di martedì durante il programma Nightline dell'emittente statunitense Abc.




LE AMMISSIONI - Così dopo l'inchiesta del New York Times e dopo che è stato reso noto un aumento del 25 per cento dei salari, ci si mette anche l'anchor dell'emittente statunitense Bill Weir a chiedere conto dei 18 suicidi, mostrando le immagini di una fabbrica all'avanguardia in cui vengono curati ossessivamente i dettagli, ma nella quale allo stesso tempo si fanno dormire i dipendenti in angusti dormitori e si costringono i lavoratori a turni di turni di 24 ore, sei giorni su sette, 12 ore per turno.

Ma non solo. In ballo ci sono anche le esplosioni mortali in cui hanno perso la vita 4 persone e ne sono rimaste ferite 77, a causa della polvere di alluminio utilizzata per fabbricare gli iPad. Ma arrivano anche le risposte: «Stiamo cercando di capire il perché di queste morti», spiega Louis Woo, ex executive dell'Apple ora consigliere del Ceo di Foxconn, Terry Gou. Che ammette: «Sicuramente molti suicidi hanno a che fare con il management, ma alcuni potrebbero anche essere spiegati con la condizione di migranti di molti operai per i quali diventa difficile stringere amicizie». E le scuse arrivano anche sugli incidenti: «Sicuramente il livello delle polveri di alluminio era troppo alto.

Ma abbiamo imparato dai nostri errori e apportato delle modifiche al processo produttivo». spiegato come la Apple abbia prestato sempre più attenzione al problema, con Steve Jobs prima e Tim Cook ora impegnati in prima persona nel garantire condizioni umane ai lavoratori, il servizio non manca di far notare come il colosso di Cupertino sia diventata la prima azienda dell'elettronica di consumo ad aderire alla Fair Labor Association, associazione indipendente che si occupa di vigilare sulle condizioni dei lavoratori ma che allo stesso tempo - sostengono i detrattori - vive in una situazione di conflitto d'interesse perché finanziata dalle stesse aziende che dovrebbe controllare.

LE TESTIMONIANZE - Poi i commenti dei lavoratori, molti minorenni. Tante le testimonianze raccolte off the record. «Rispetto a prima le condizioni di lavoro sono migliorate», spiega un ragazzo di 26 anni. «Ma il dormitorio è ancora terribile, non abbiamo nemmeno lo spazio per stendere i nostri abiti e c'è un continuo viavai». Come dire che tante cose ancora devono cambiare alla Foxconn.


Redazione Online
21 febbraio 2012 | 21:35

Radiologo cacciato di casa dalla moglie vive in un reparto del San Camillo

Corriere della sera


Separato dall'agosto 2011, abita da oltre sei mesi in una stanza dell' ospedale: lo stesso dove fu filmato un infartuato assistito per terra nel Pronto Soccorso. Rischia lo «sfratto»




Casa e ufficio: il letto del radiologo al San Camillo
ROMA - Le scarpe allineate in bagno assieme alle valigie, la moka in vista e qualche scodella. Nell’altra stanza il letto con le lenzuola linde allestito su una barella, sotto a una scrivania, sullo sfondo dei camici appesi. Camera e bagno, come in hotel. Non solo emergenze nei pronto soccorso per lettighe introvabili, malati curati a terra e fondi sempre più ridotti: per capire bene cosa succede negli ospedali bisognerebbe buttare un occhio anche nei reparti. Capita che all’occorrenza vengano usati anche come case, come alberghi, dove però non si paga la pigione, l’acqua e la corrente e magari è facile anche rimediare un pasto caldo. Lo sa bene un tecnico radiologo dell’ospedale San Camillo che una volta buttato fuori casa dalla moglie, invece, di rivolgersi a un affittacamere, a un parente, a un amico, o, alle strette, di piantare una tenda sotto a un ponte, ha scelto un ufficio del reparto ed è andato ad abitare là.

Casa e ufficio al San Camillo


UN TETTO SULLA TESTA - Letto, wc e armadietti a disposizione. Ottenendo così tre vantaggi, pare: casa e lavoro senza prendere il bus, un rifugio al caldo e un tetto sulla testa. La storia del signor G., cinquantenne separato, stimato dai colleghi, sarebbe potuta sembrare quasi incredibile se non fosse stato lui stesso in qualche modo a farla trapelare, a raccontarla, a denunciarla. E nero su bianco, tramite atti giudiziari. Per «impietosire» i magistrati, forse.


Pentole e catini nella stanza del radiologo (dalla relazione ai giudici)
L'APPELLO AL TRIBUNALE - Così infatti scrivevano l’estate scorsa i suoi avvocati al giudice del Tribunale di Roma che si stava occupando dei suoi rapporti controversi con la moglie: «Il signor G. è stato allontanato dalla casa familiare mediante lo spoglio della stessa e ad oggi vive provvisoriamente in una stanza dell’azienda ospedaliera Forlanini-San Camillo, dove lavora, costretto dallo stato di necessità causato dalla condotta della moglie». Il tecnico sottoscrive. L’atto viene depositato il 2 agosto 2011. E, a conclusione, riporta questa dicitura: «Si allega documentazione fotografica dell’ospedale San Camillo Forlanini dove il resistente dorme per stato di necessità». Seguono una serie di foto. Ma a livello giudiziario non succede nulla, sul fronte San Camillo si intende.


Valige in bagno nella «casa» del radiologo
IL CUD DEL SEPARATO - D’altra parte la causa in questione trattava di ordini di allontanamento da casa, delle basi di una separazione giudiziale e non di posti letto, o alloggi, in ospedale. Così, sei mesi dopo, a febbraio 2012 i difensori del tecnico del San Camillo rilanciano l’argomento: il 13 febbraio, per precisione, presentano una memoria alla dottoressa Salvio del tribunale civile di Roma e - insieme al Cud 2009-2010-2011, all’ultima busta paga e alla visura catastale dell’ex casa coniugale - riallegano «anche la documentazione fotografica dell’alloggio temporaneo del signor G. presso l’azienda ospedaliera San Camillo». Ancora là.

«ALLOGGIO TEMPORANEO» - Dall’agosto 2011 al febbraio 2012, sono passati oltre sei mesi e il tecnico vive ancora là, al San Camillo, e ancora parla di alloggio temporaneo. Quindi non c’era un errore nel primo atto. Evidentemente quelle foto non erano solo una messinscena. Il tecnico di radiologia, infatti, era tornato così sull’argomento e davanti ad altri magistrati seguendo la stessa linea (difensiva) e sempre in veste di vittima (della moglie) aveva ribadito qual era il suo alloggio, fotografandolo angolo per angolo. Una stanza in ospedale.


SOCCORSO SUL PAVIMENTO - Una stanza dello stesso ospedale, il San Camillo, uno degli centri di eccellenza di Roma, dove una settimana fa era stato soccorso su un materasso, sul pavimento, un uomo colpito da infarto - come documentato da un video di Corriere.it - perché le barelle sono poche e i posti letto nei reparti vengono sempre più sforbiciati. Ora però la situazione per il tecnico radiologo rischia di complicarsi: giorni fa qualcuno ha presentato un esposto ai Nas. Che potrebbero farlo sloggiare subito, magari creandogli anche grane sul lavoro. Il legale dell’ex moglie, avvocato Luana Capriotti, sul caso non si sbilancia: «Sfrattato? Si tratta, allo stato, di una separazione senza via di ritorno. E la casa è intestata alla signora».



Adelaide Pierucci
22 febbraio 2012 | 9:42



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Quei tre soldati italiani non sono morti di serie B

Corriere della sera

I tre militari uccisi in un incidente e l'ingiusta indifferenza



Ci si abitua a tutto, anche alla morte. Specialmente quando viene distillata a piccole dosi, derubricata a esercizio di contabilità, da registrare e poi mettere in archivio. Tre militari italiani deceduti a settembre per un incidente stradale, uno a gennaio per infarto. Infine le ultime vittime, lunedì scorso nella provincia di Herat, tre caporalmaggiori che hanno fatto una fine orribile, annegati in un metro d'acqua, prigionieri di un blindato poco adatto ai terreni accidentati dell'Afghanistan.

Non è certo il caso e l'intenzione di fare una classifica, nessuno può dare lezioni in materia. Ma il dramma dei nostri commilitoni, si chiamavano Francesco Currò, Francesco Messineo, Luca Valente, meritava maggiore condivisione. Certo, ci sono stati i messaggi istituzionali, i minuti di silenzio nei consigli regionali, e davanti all'irreparabile non è cosa semplice trovare la misura e le parole giuste.

Eppure, guardando al nutrito elenco dei soldati italiani

caduti in quella terra lontana dove si combatte una guerra a intensità neppure così bassa, e all'eco che ha avuto ognuna di queste tragedie, appare difficile negare l'esistenza di una divisione per classi. Come se ci fossero morti di prima categoria, quelli uccisi dalle bombe dei talebani, e altri meno degni di nota e del nostro cordoglio, solo perché vittime delle insidie di quel territorio.


Forse questa implicita cesura
è legata a un generale stato di assuefazione alle pessime notizie che arrivano da Herat e dintorni. Alla voglia di distogliere lo sguardo da un bilancio e da un prezzo da pagare che diventa sempre più pesante. Ma il dolore delle famiglie, di chi resta solo dopo aver perso un padre, un marito, un fratello, quello è uguale, le conseguenze dei lutti non fanno distinzioni tra attentati e fatalità.




I tre caporalmaggiori che oggi rientrano in patria per l'ultimo saluto non sono diversi dai loro colleghi uccisi dai terroristi. Le leggi dei media non transigono, lo sappiamo: una raffica di mitra o una bomba contano più di uno schianto in auto. Ma per l'Afghanistan andrebbe fatta una eccezione. Come gli altri, quei soldati stavano lavorando per il loro Paese, quindi per noi tutti, nel peggior posto possibile. Meritano anch'essi la nostra riconoscenza, e le famiglie hanno diritto a un trattamento uguale a quello ricevuto dai militari vittime di una azione violenta.





Non è retorica, almeno non vorrebbe esserlo. È qualcosa che invece riguarda da vicino la nostra umanità, la nostra eventuale voglia di non cedere al cinismo dilagante. Perché alla morte non ci si dovrebbe mai abituare, e prima di arrendersi, senza magari rendersene conto, bisognerebbe opporre qualche forma di resistenza. A cominciare dal ricordo di tre soldati italiani morti in Afghanistan per un incidente stradale.



22 febbraio 2012 | 7:50



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Naviglio, avvisi a una banda di rapinatori «Ladri, vi spariamo dalle case»

Corriere della sera


Cartelli e una busta con cartucce lungo la pista ciclabile che costeggia il canale, teatro di diverse aggressioni



MILANO - Tre cartelli scritti a mano e appesi al parapetto del Naviglio Grande in secca. «Ladri con queste cartucce vi spariamo dalle finestre di fronte se assalite chi passa di qui». Il messaggio è chiaro ed è rivolto al gruppo di giovani slavi che negli ultimi mesi hanno aggredito e rapinato una ventina di runner e ciclisti lungo la pista ciclabile dell'Alzaia tra Corsico e via Ludovico il Moro. Una sorta di inno alla giustizia fai da te accompagnato, in una cartellina trasparente formato A4, da tanto di cartuccia calibro 12 da caccia.

Naviglio, avvisi con cartucce

LA PISTA CICLABILE - Le vittime delle rapine e delle aggressioni (l'ultima due giorni fa), infatti, non sono solo ciclisti e runner di passaggio, ma anche i pensionati che attraverso la pista ciclabile (che in quel tratto è impossibile da percorrere per le auto delle forze dell'ordine) accedono agli orti che si trovano tra il Naviglio e i binari della ferrovia di San Cristoforo. Il sospetto è che l'autore dei cartelli - tre, posizionati in diversi punti - sia proprio un anziano che abita nella zona.

IL CARTELLO - Negli originali, infatti, la parola cartucce è scritta con un errore di grammatica («cartuccie») e le munizioni all'interno erano nuove, non semplici bossoli. Segno che l'autore ha una licenza che gli permette di acquistarle per uso sportivo. Le munizioni martedì sono state rimosse, i cartelli invece sono ancora lì. «È un segnale preoccupante - sottolinea Luca Gandolfi, consigliere provinciale -. Era prevedibile che, a fronte della mancanza di risposte concrete, i cittadini si organizzassero autonomamente».

LA POLIZIA - Il commissariato di Porta Genova e la polizia locale danno la caccia ai malviventi. Da settimane ci sono controlli e «servizi mirati» e gli inquirenti hanno individuato alcuni dei possibili autori dei colpi. I controlli proseguiranno ancora. Ma intanto c'è chi si organizza e viaggia in gruppo per evitare i rapinatori o si muove senza cellulare, lettore mp3 o contanti. Gli anziani degli orti si «difendono» invece con badile o martello nella borsa. Ma finora le contromisure sembrano servite a poco.


Cesare Giuzzi
22 febbraio 2012 | 9:34



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Per il 155esimo della nascita Google dedica un doodle a Hertz

di -

Il fisico tedesco fu il primo a dimostrare, con il dipolo hertziano, l'esistenza delle onde radio


Google ricorda il 155esimo anniversario della nascita di Heinrich Rudolf Hertz, con un doodle dedicato a lui che campeggia sulla home page del motore di ricerca.



Heinrich Rudolf Hertz
Heinrich Rudolf Hertz


Hertz, fisico tedesco, è stato il primo a riuscire a dimostrare l'esistenza delle onde elettromagnetiche con il dipolo hertziano, capace di emettere onde radio.

In sua memoria nel sistema internazionale la frequenza è misurata proprio in hertz. Hertz nacque ad Amburgo in una famiglia di origine ebraica, convertita al cristianesimo. Frequentò l'università di Berlino, mostrando un forte interesse tanto per le scienze quanto per le lingue straniere. Studio scienze e ingegneria a Dresda, Monaco e Berlino.

Dopo la laurea affiancò Helmholtz fino a ottenre la posizione di lettore di fisica teorica nell'università di Kiel. Continuò la sua carriera universitaria a Karlsruhe e proprio qui compiì la scoperta delle onde elettromagnetiche, che non a caso vennero anche denominate onde hertziane. I suoi risultati posero le basi per l'invenzione della radio.



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Caso Marrazzo, carabinieri rinviati a giudizio

Corriere della sera

I militari ricattarono l'allora governatore del Lazio con un video girato nell'abitazione del trans Natalie. Decade invece accusa di omicidio volontario per morte pusher Cafasso


ROMA - Cinque rinvii a giudizio, due condanne previo patteggiamento ed un proscioglimento. Queste le decisioni del gup di Roma Stefano Aprile per la vicenda del presunto ricatto ordito da alcuni carabinieri della compagnia Trionfale ai danni dell'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo. Processo fissato per il 31 maggio prossimo.

IL BLITZ - La vicenda riguarda il tentativo di ricatto ordito ai danni dell'allora Governatore del Lazio, Piero Marrazzo, sorpreso da alcuni carabinieri nell'abitazione del trans Natalie in via Gradoli il 3 luglio 2009. Per quel «blitz» in casa sono stati rinviati a giudizio tre carabinieri «infedeli» in servizio presso la compagnia Trionfale: Nicola Testini (quel giorno in ferie in Puglia), Carlo Tagliente e Luciano Simeone. Il militare Antonio Tamburrino risponderà della sola ricettazione del video, girato con un cellulare, che ritraeva Marrazzo nell'appartamento del viado. Anche la stessa Natali (al secondo Josè Vidal Silva) sarà processata per due episodi di spaccio di droga legati agli incontri con Marrazzo.

NO OMICIDIO VOLONTARIO - È caduta, invece, l'accusa di omicidio volontario pluriaggravato attribuita al solo Testini per la morte del pusher (già confidente dei carabinieri) Gianguerino Cafasso, deceduto tra l'11 e il 12 settembre 2009 in una stanza dello hotel Romulus: il fatto è stato qualificato dal gup come «morte come conseguenza di altro delitto» (cioè la cessione della droga da parte di Testini), e quindi come evento non voluto.

Redazione Roma Online
22 febbraio 2012 | 14:05

Canone, chi deve pagare e perché?

La Stampa


A CURA DI ALESSANDRA COMAZZI
torino

Dopo un confronto tra la Rai e il ministero dello Sviluppo Economico si è deciso di rinunciare a riscuotere un canone Rai per il possesso di pc, tablet e smartphone. Il progetto aveva scatenato polemiche e molte proteste in Rete. Ma che cos’è il canone Rai?
Secondo la legge si tratta di un’imposta sulla detenzione dell’apparecchio: significa che il canone deve essere pagato indipendentemente dall’uso del televisore o dalla scelta delle emittenti. Ecco l’origine delle ultime violente proteste contro il cosiddetto «canone speciale», riservato, come dice la Rai, «a chiunque detenga - fuori dall’ambito familiare (imprese, società, uffici) - uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezioni di trasmissioni radiotelevisive. Ciò in attesa di una più puntuale definizione del quadro normativoregolatorio».

Qual è il livello di evasione?
L'evasione del canone è altissima, ammonta ogni anno a 800 milioni di euro. Quasi un italiano su tre non lo paga. E secondo un’indagine del Codacons del 2011 non lo pagano quasi tutti gli esercizi pubblici (circa il 96% di bar, alberghi, ristoranti).

Quando è stato introdotto il canone?
Nel 1954: si pagavano 15 mila lire, gli abbonati erano 88 mila. L’anno successivo raddoppiarono, «subendo alla fine degli Anni 50 un incremento vertiginoso», come si legge nella «Garzantina» della tv.

Che effetto suscita il canone nel telespettatore?
Quello di un iniquo balzello. La obbligatorietà del canone fu norma generalmente rispettata fino all’arrivo della televisione commerciale, che cominciò a fornire palinsesti dall’alba al tramonto, guadagnando con le inserzioni pubblicitarie. E così, anche se gli spettatori perdono la loro caratteristica di spettatori e cominciano a essere considerati clienti, le reti commerciali vengono percepite come gratuite. La Rai prima raccoglie pubblicità e la fa confluire in «Carosello»; poi amplia sempre di più gli spazi per gli spot. Ma non sospende il pagamento del canone. Questo è da sempre mal digerito.

Il canone si paga solo in Italia?
Si paga in quasi tutta Europa, per le emittenti pubbliche. Il canone ialiano è uno dei più bassi in Europa. In testa, la Svizzera.

Si può non pagare facendo sigillare i canali Rai?
No, risponde l’Unione nazionale consumatori, che ha preparato un elenco di cose da sapere. Perché, essendo una tassa sul possesso del mezzo, il canone è dovuto per vedere gli altri canali e non è previsto uno sconto se non si guarda mai la Rai.

Si deve pagare il canone se non si ricevono i canali Rai perché non ci sono i ripetitori o per altri motivi tecnici?
Si, per il motivo precedente. La tassa si paga sull’apparecchio.

Si potrebbe non avere un televisore: come si dismette?
Sbarazzandosene. Oppure si deve chiederne il «suggellamento».

Come ci si sbarazza del televisore?
Bisogna buttarlo via e dare disdetta entro il 31 dicembre tramite raccomandata AR, allegando una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con firma autenticata nella quale si dichiara che l’apparecchio è stato gettato e non se ne possiedono altri. È necessario restituire anche il libretto di abbonamento.

Che cos’è il suggellamento?
C’è una cartolina nel libretto che fornisce le indicazioni. E sono molto complicate. Evase le procedure, mandato una raccomandata AR, spedito un vaglia postale di 5,16 euro al S.A.T. (fino a due anni fa si chiamava Urar tv), dovrebbero venire due funzionari dell’ufficio tecnico erariale a suggellare l’apparecchio entro un sacco di juta, ma generalmente pare non arrivino. Ci sono utenti che hanno chiesto il suggellamento da anni e ancora aspettano, e guardano la tv senza più pagare il canone.

Ma almeno si può vendere o regalare il televisore?
Si, in questo caso bisogna dare disdetta entro il 31 dicembre, inviando l’apposita cartolina che sta nel libretto di abbonamento, unitamente a una dichiarazione di ricevuta del nuovo possessore e a una fotocopia della sua carta di identità. Il libretto va restituito insieme alla disdetta.

Capita che arrivi una lettera con la quale la Rai sollecita a pagare il canone. Che fare?
Niente. La Rai manda la lettera a tutti coloro che risultano residenti nella città e non abbonati. Ci prova.

Le case di riposo devono pagare il canone di abbonamento speciale?
Sì. Sono tenute a corrisponderlo, esonerando così i propri ospiti dal pagamento di quello ordinario.



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Caso Bergamini, il Ris: "Il calciatore investito quando era già morto"

di -

Dopo 22 anni la perizia del Ris di Messina dà una svolta alle indagini: il calciatore del Cosenza deceduto il 18 novembre 1989, era già morto quando fu travolto dal camion




Dopo ventidue anni la svolta. Donato Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza deceduto il 18 novembre del 1989, era già morto quando veniva travolto dal camion.
È questo il risultato a cui sono giunti i carabinieri del Ris di Messina che oggi hanno depositato la perizia alla procura di Castrovillari.


Secondo le prime indiscrezioni trapelate dallo stretto riserbo della procura e degli investigatori, Bergamini sarebbe stato ucciso: non si sarebbe dunque suicidato buttandosi sotto le ruote di un camion. Una rivelazione che di fatto arriva a ribaltare la prima inchiesta che adesso è stata riaperta sulla base della documentazione presentata dalla famiglia del calciatore. Come aveva anticipato nei giorni scorsi la Gazzetta dello Sport, all'interno della perizia del Ris si affermerebbe che è impossibile che le scarpe, l’orologio e una catenina che il calciatore indossava al momento del decesso non abbiano subito danni nel trascinamento del corpo. Secondo la ricostruzione fatta sulla base delle testimonianze dell’allora fidanzata e del camionista, Bergamini si sarebbe infatti "tuffato a pesce" davanti al camion, venendo poi trascinato per una sessantina di metri. Il calciatore del Cosenza morì sulla statale 106 a Roseto Capo Spulico. A questo punto le indagini dovranno chiarire chi fu ad uccidere il calciatore e, soprattutto, il perché.



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Viva Amerigo Vespucci Uno che ha la colpa di non essere Colombo

di -

Il cinquecentenario polemico e la differenza tra Vespucci e Cristoforo Colombo




Mettiamo le mani avanti: se avesse senso parlare con i morti, quest’articolo potrebbe anche iniziare così: «Caro Amerigo Vespucci in certi casi ci si può accontentare di essere il numero due, quello che dopo Colombo ha dato di più per la scoperta del Nuovo Mondo.


E poi niente bronci. Alla fin fine, al continente hanno pure dato il tuo di nome. Non si chiama Columbia, si chiama America!». Però alla fine anche in questo cinquecentesimo dalla morte, Vespucci qualche ragione di lagnanza potrebbe avercela. Sì certo, oggi a Firenze ci saranno gigantesche celebrazioni con i convegni di prammatica - «Amerigo Vespucci, umanista, cosmografo, navigatore» - e anche una mostra itinerante che partirà da New York e farà il giro del mondo, senza contare i libri usciti in anticipo tra cui il bel saggio illustrato di Franco Cardini e Marina Montesano (Amerigo Vespucci, Le Lettere). Eppure, diciamocelo, verso questo banchiere fiorentino prestato alla navigazione e ai bestseller di viaggio, simpatia non ce n’è mai stata tanta. Insomma Colombo rischia, arriva prima, gli tocca la prigione, muore dimenticato...

E poi arriva messere Vespucci - con la penna agile, i Medici che lo proteggono e la scarsella sempre piena di fiorini - e soltanto perché scrive il Mondus Novus pubblicato a stampa a Firenze tra il 1502 e il 1503, si becca il privilegio di battezzare il continente... Un’ingiustizia! Ecco allora che il commento velenoso non manca mai: navigatore così così, ma buon raccontatore di avventure altrui. Oppure favorito dagli spagnoli in quanto spalleggiato dalla potenza bancaria fiorentina. E se non si arriva a tanto, si passa direttamente allo scippo. Più di uno storico ha fatto notare che con certezza la parola «America» compare per la prima volta nella carta disegnata da Martin Waldseemuller, nel 1507. Ma che non c’è nessuna garanzia che il cartografo tedesco si sia ispirato al fiorentino.

Nel 1497 era sbarcato nella Nuova Scozia (che con l’Asia aveva poco da spartire) anche Giovanni Caboto (e qui siamo già nella zona oblio totale appena chiuso il manuale di storia) e a finanziare la sua spedizione era stato il ricco mercante inglese Richard Amerik... Insomma dovremmo scrivere Amerika con la K... Va bene, allora spezziamola davvero una lancia a favore di questo Amerigo così poco simpatico. Sì, era ricco e potente, sua cugina acquisita era quella famosa Simonetta Cattaneo Vespucci che fece innamorare mezza Firenze, compresi Botticelli (suo il volto della Venere) Poliziano e last but not least Giuliano de Medici, che aveva aperto a tutta la famiglia le stanze del potere.

E però Amerigo prima a Siviglia e poi per mare, c’è andato davvero (i dubbi degli storici si concentrano sulla data del primo viaggio e sul fatto che le sue esplorazioni siano state tre o quattro). E in per di più in un’epoca in cui attraversare l’Atlantico era ancora un gioco mortale. Quanto ad aver intuito le potenzialità della stampa e di pubblicizzare le sue imprese: beh, il suo merito è proprio quello. In tempi in cui l’idea era ancora nascondere rotte e scoperte, questo arguto fiorentino giocò la carta del raccontare e del pubblicare, investendo in quella nuova invenzione che era l’Internet del tempo.

Ci mise la retorica, ma prima ci aveva messo la pellaccia: «Ciò che noi abbiamo sopportato per davvero in questa immensità del mare, i rischi di naufragio, le sofferenze fisiche innumerevoli... tutto ciò lo lascio alla comprensione di quanti lo lascio a chi ha esperienza di queste cose. Nel mezzo di queste tempeste così terribili del mare e del cielo, piacque all’altissimo mostrarci il continente, nuove terre e un mondo incognito». E se davvero la differenza tra Vespucci e gli altri è quella di aver osato scrivere Mundus Novus (qualcuno pur di levarlo a lui ha cercato di dare il merito al suo traduttore latino), pazienza. A volte dire una cosa conta. Colombo la sapeva e tacque? Non è colpa di Vespucci.


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Da Mani pulite a Mani sbiadite L’onestà è ancora un protocollo

Corriere della sera

I corsi e i ricorsi storici dopo il nuovo arresto di Mario Chiesa


Il 'mariuolo' Mario Chiesa da dove partì l'indagine che poi prese il nome di Mani PuliteIl 'mariuolo' Mario Chiesa da dove partì l'indagine che poi prese il nome di Mani Pulite

DI LUIGI FERRARELLA


Come bilancio delle 20 candeline di Mani pulite non fa una grinza: il riarresto nel 2012, per una tangente nell’urbanistica brianzola, di uno dei primi arrestati e condannati nel 1992 proprio per una mazzetta edilizia. Del resto la cavalcata della Mani pulite 1992-1994 non ha scongiurato che nei due successivi decenni tangenti e finanziamenti illeciti abbiano continuato a essere declinati nella più fantasiosa casistica: contanti imbottigliati in «magnum» di champagne per gli assessori, valigette di denaro direttamente in caserma, incarichi pubblici barattati con donne offerte come tangenti in carne e ossa, consulenze fittizie, case «a insaputa», e persino – beffa nella beffa per i tribunali – finte cause giudiziarie inscenate solo per poter vestire da transazioni le mazzette.

Dagli avvisi di garanzia che bastavano a far dimettere un ministro si è così via via scivolati alla «normalità» del fatto che chi patteggiò una pena in Mani pulite amministri oggi il più grande gruppo industriale pubblico, chi subì condanna definitiva per finanziamento illecito sia il leader di un partito, e pregiudicati che nemmeno potrebbero essere ammessi al concorso per guidare un tram siedano invece in Parlamento.

Da Mani pulite a Mani sbiadite: ma quand’è cominciato ad accadere? Molto prima delle dimissioni nel 1994 e del controverso passaggio in politica di Di Pietro. Prima anche dell’informazione di garanzia a Berlusconi, delle diatribe sulle tangenti rosse, dei suicidi e delle polemiche sulla custodia cautelare. Persino prima che l’acritica santificazione dei pm, troppo identificati con la loro attività giudiziaria, prestasse il fianco alle manovre per squalificare l’una screditando gli altri a colpi di denunce calunniose, inchieste ministeriali, procedimenti disciplinari e leggi taglia-unghie.

È invece appena 5 mesi dopo l’arresto, il 17 febbraio 1992, di Mario Chiesa che Mani pulite inizia già a soffocare: succede in luglio, quando cade nel vuoto e viene liquidata come visionaria la premonizione di un collega di Di Pietro entrato da poco nel pool ad affiancarlo. Troppo estesa la corruzione fatta intuire già dalle prime indagini, lo strumento giudiziario – prevede l’allora pm Gherardo Colombo – non riuscirà mai ad affrontarla, e la società, sovraccarica di aspettative enfatizzate ma senza sbocchi di rigenerazione, ne uscirà sfibrata: a meno che tutto il marcio venga portato a galla da chi, in cambio della certezza di non andare in carcere, si presenti a svelare gli illeciti, ammetta le proprie responsabilità, restituisca il bottino e abbandoni per un certo periodo la vita pubblica. E invece no. Come non detto. Proprio come quando l’idea nel settembre 1994 viene invano riproposta prima da Di Pietro al seminario di Cernobbio e poi da un gruppo di docenti universitari.

Quella del luglio 1992 è un’occasione perduta. Anche perché il meccanismo d’indagine del pool – e cioè la catena di montaggio tra arresti, confessioni, scarcerazioni e nuovi arresti –, sebbene massimizzi i vantaggi di un ritmo incalzante d’indagine, nel medio termine e sui grandi numeri finisce per scontare l’impossibilità di approfondimenti meno superficiali; e facilita le strategie difensive (specie nelle grandi imprese e nelle alte burocrazie) di avvocati che accompagnano i clienti a saziare i pm con golose ma minime porzioni di confessioni, quelle strettamente necessarie a proteggere tutto il resto. È paradossalmente così che dalle ceneri di arresti e sentenze rinasce il futuro potere di figure alla Bisignani, è così che Mani pulite non bonifica quelle intercapedini di segreto nelle quali i ricatti non disinnescati vaccineranno e rafforzeranno chi ha saputo tacere o semplicemente è stato fortunato a non essere estratto alla ruota delle confessioni.

La riprova sta negli esiti processuali dell’inchiesta milanese Mani pulite, per i quali non esiste alcuna statistica giudiziaria ufficiale ma si prova ad aggiornare, per quanto possibile, la ricerca «amanuense» qui compiuta nel 2000 a partire dai 3.200 indagati per i quali la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio. In 1.281, circa il 40%, hanno patteggiato la pena o sono stati condannati nei processi; i 498 assolti corrispondono al 15% degli imputati; le prescrizioni, conteggiate fino al 2003, sono state 730, intorno al 23%. Il fatto che ancora nel 2003 (dunque a già 9 anni dalle indagini) si fossero perse le tracce statistiche di altre 700 posizioni, trasmesse negli anni per competenza territoriale da Milano ad altre città, fa ormai legittimamente supporre che a maggior ragione nelle successive stagioni siano andate a ingrossare le statistiche della prescrizione, facendola lievitare al 43%.

Tradotto in sommaria sintesi: su 10 giudicati, 4 condannati, poco più di 4 prescritti e poco meno di 2 assolti. Ma la risposta giudiziaria inferiore alle aspettative – tacciata di indebite supplenze e invasioni di campo, e alla quale in mezza Italia spesso non hanno giovato le iniziative emulative di «dipietrini» con i difetti del pool originale senza i suoi pregi – forse è stata tale proprio perché è rimasta l’unica forma di reale contrasto al fenomeno della corruzione nella vita pubblica e nel tessuto economico.

La politica, invece di apprestare leggi incisive, ha preferito rappresentare strumentalmente la giurisdizione come luogo di contrapposizione ideologica, nel quale affibbiare appartenenze politiche ai magistrati che di volta in volta esercitano il controllo di legalità in direzioni sgradite e politicamente sensibili. Il mondo delle imprese, ciarliero nei convegni, nella pratica ha però poi balbettato solo «protocolli di legalità» all’acqua di rose, negli appalti pubblici limitandosi a contabilizzare la tangente in uno dei tanti costi d’impresa ribaltati poi sul consumatore-contribuente, e nei rapporti tra aziende continuando a tollerare abissi di collusione tuttora celati solo dalla permanente assenza della figura di reato di corruzione privata. E anche la cosiddetta «società civile» si è ben guardata dal praticare l’unica reale sanzione – cioè la perdita di reputazione – che in altri Paesi basta a emarginare comportamenti nemmeno ancora sanzionati dai tribunali.

Anzi, a «tradire» Mani pulite non è mancato pure «il popolo» di Mani pulite: quello che plaudiva alle manette finché scattavano solo ai polsi dei «potenti» distanti dai cittadini comuni, ma presto ritirò la delega ai magistrati, sino a farli di colpo sentire «lavoratori socialmente inutili», non appena cominciarono a bussare ai commercialisti dietro cui stavano gli evasori fiscali, ai medici truffatori della sanità pubblica, ai giudici venduti, ai colonnelli pagati dalle famiglie per esonerare i figli dal militare, ai vigili urbani prezzolati nei mercati, agli ispettori dell’Inps per le pensioni d’invalidità. Al punto da far davvero somigliare Mani pulite alla protagonista, mezzo secolo prima, di un racconto di Joseph Roth: «Nessuno aveva desiderato che restasse in vita e perciò era morta».


Luigi Ferrarella15 febbraio 2012 (modifica il 16 febbraio 2012)

Da Chiesa all’avviso a Berlusconi I segreti dell’inchiesta e di uno scoop

Corriere della sera

Protagonisti e retroscena dell'inchiesta che ha cambiato l'Italia


di GOFFREDO BUCCINI



Eravamo giovani, pensavamo che il bene stesse tutto di qua e il male tutto di là. Mani pulite la vedemmo così, dall’inizio e per molto tempo. Mario Chiesa l’avevano preso del resto come un magliaro, mentre cercava di buttare nel water una mazzetta da sette milioni d’allora, lirette: il cattivo ridotto a caricatura per punizione. In quei primi giorni girava una battuta tra noi, nella sala stampa del Palazzo di Giustizia: «Figuriamoci se parla!». Al tempo, non usava. Infatti l’ingegnere amico di Bettino Craxi, che si sognava sindaco di Milano ed era frattanto diventato signore e padrone della «Baggina», l’ospizio dei milanesi con un patrimonio immobiliare miliardario, se ne restò muto come un pesce nelle prime settimane a San Vittore. Aveva due insidiose spine nel fianco, è vero: Luca Magni, il piccolo imprenditore che, strangolato dalle tangenti, s’era rivolto al capitano dei carabinieri Roberto Zuliani per disperazione e l’aveva inguaiato; e Laura Sala, che di Chiesa era la moglie separata, e aveva cominciato a raccogliere per la causa civile carte bancarie che sarebbero poi diventate micidiali in mano agli investigatori.


Tutto sommato, però, il primo arrestato di Mani pulite aveva fondati motivi per essere fiducioso e per pensare che stavolta non fosse diversa dalle altre. Quando, sette anni prima, avevano portato in galera Antonio Natali, presidente della Metropolitana milanese e imbuto delle tangenti per i partiti di maggioranza e opposizione, Craxi in persona s’era mosso, da presidente del Consiglio, per fargli coraggio con una calorosa visitina in cella. Poi lo aveva fatto eleggere senatore, e allorché Saverio Borrelli aveva chiesto l’autorizzazione a procedere, il Senato gliel’aveva negata tra applausi da centro, destra e sinistra dell’emiciclo, raccontano i verbali della seduta. L’inchiesta Mani pulite poteva cominciare già nell’85, ma allora i partiti comandavano, gli imprenditori avevano il loro tornaconto, le ruberie finivano sotto la voce «costi della politica» e tutti facevano finta che fosse normale.

«Figuriamoci se parla!», ci dicevano quindi vecchie lenze della giudiziaria come Annibale Carenzo o Adriano Solazzo, al bar senza orpelli di via Freguglia che odorava di mensa aziendale, in un Palazzo di Giustizia che, come loro, ne aveva vissute tante ma era assolutamente marginale nella mappa del reale potere cittadino e mai aveva visto un politico finire e restare seriamente impigliato nella rete. Chiesa lo sapeva. E aspettava con calma che venisse qualcuno a liberarlo. Lo chiamavano «il Kennedy di Quarto Oggiaro» per via del ciuffo giovanilista. Dal Pio Albergo Trivulzio, la «Baggina» per la sua collocazione nella periferia grigia e dignitosa di Baggio, questo manager svelto di mano aveva distribuito case a prezzi stracciati ad amici e amici degli amici, giornalisti inclusi, e aveva tenuto la borsa aperta per le bustarelle socialiste del dopo-Natali. Ne sapeva insomma abbastanza per essere convinto di finire tra i salvati con un trattamento simile all’antico boss della Metro, che di Craxi era ritenuto da molti il papà politico.

Il 17 febbraio Ettore Botti, capocronista del Corriere, richiamò chi era di corta: al telefono di casa, perché i cellulari (giganteschi e pesanti, Fabio Poletti di Radio Popolare usava uno zaino per portare il suo, da campo...) ce li avrebbero «cuciti» addosso solo di lì a poco, quando l’inchiesta sarebbe diventata un lavoro senza pausa dalle nove di mattina alle due di notte. Ettore era un napoletano che aveva fatto strada a Milano: calvinista creativo, generoso e iracondo, detestava intrallazzi e intrallazzatori e s’era puntato già da un pezzo la fasulla icona della metropoli da bere che nascondeva party alla coca, modelle alla Terry Broome e tanta, tanta politica marcia. «Questo è uno grosso, ma chissà se parla», disse. Era già un passo avanti rispetto al «figuriamoci» di noi ingenui, Ettore aveva fiuto e talento. A Milano giravano del resto da anni barzellette sui socialisti ladri, e finivano per insozzare così la migliore tradizione d’una città governata per decenni da socialisti e socialdemocratici perbene, quelli come Bucalossi o Aniasi, che avevano fatto la Resistenza, creato una metropoli operosa e aperta, incoraggiato una cultura di cui Streheler e il Piccolo Teatro erano solo la manifestazione più visibile.

Prima che arrestassero Chiesa un ragazzo di bottega della cronaca giudiziaria poteva imparare molto sull’inossidabilità di certa politica, assistere allo smantellamento del processo per le tangenti Icomec, agli inutili sforzi del sostituto procuratore Francesco Greco per acciuffare ancora e sempre Natali, reso inattaccabile dal Parlamento. Si intuiva una corruzione «sistemica», come nel caso delle bustarelle all’assessorato per l’Edilizia privata, con l’ufficetto parallelo da cui Sergio Sommazzi velocizzava le pratiche dei grandi costruttori milanesi. Di gente come Silvano Larini si parlava a mezza voce, come di una fantomatica foto di Craxi col boss Epaminonda che tutti cercammo e nessuno trovò mai: nelle notti di Brera balordi e politici, fandonie e perdizioni si mischiavano in un cocktail fascinoso come una canzone della Vanoni. Il primo squarcio davvero imbarazzante, e subito richiuso, venne da un’inchiesta pittoresca, cui pochi crederono davvero.

A fine anni Ottanta, nel nucleo operativo dei carabinieri di via Moscova lavorava un tenente toscano con una faccia da bambino che gli faceva dimostrare persino meno della sua età. Si chiamava Sergio De Caprio, tutta Italia l’avrebbe conosciuto più tardi come il Capitano Ultimo capace di piantare una Beretta sulla faccia di Totò Riina. A Milano s’inventò la Crimor, la squadretta specializzata contro boss e picciotti, mettendo insieme gli avanzi delle altre sezioni, mattocchi come lui che nessuno voleva tra i piedi. Usavano nomi di battaglia come Aspide o Vichingo, si mimetizzavano per settimane vivendo come i sospetti che pedinavano, piazzavano cimici ovunque. Seguendo Tonino Carollo, rampollo ripulito del clan Fidanzati che assieme a un gruppo di immobiliaristi sognava di lottizzare terreni a sud di Milano, finirono per inciampare in Attilio Schemmari, potente assessore all’Urbanistica, e a sfiorare Paolo Pillitteri,

primo cittadino e cognato di Craxi, che quando entrava a San Siro si faceva precedere in tribuna vip da un portavoce capace di dire seriamente frasi come «fate largo, sta passando il sindaco». In Procura c’era una giovane pm, Ilda «la Rossa» Boccassini, che a volte superava per passione certi limiti e che, tanto per avviare l’interrogatorio della moglie d’un indagato, le chiese: «Signora, lo sa che suo marito ha un’amante?». L’inchiesta di Ilda e Ultimo la chiamammo Duomo Connection, senza molta fantasia, il grande intrigo di Pizza Connection era di pochi anni prima: costò il futuro politico a Schemmari (un altro che, come Chiesa, si sognava sindaco) ma arrivò meno lontano di quanto immaginassimo. Presero un po’ di colletti bianchi, qualche prestanome, Pillitteri fu lambito con cautela, nei giornali di Milano il Psi contava parecchio.

Questa era la città dove tutto incominciò. Tonino Di Pietro ha raccontato di recente a Marco Damilano che, prima delle vacanze di Natale del 1991, ci fu una riunione tra i rappresentanti degli imprenditori e i segretari amministrativi dei partiti nazionali. Le «migliori imprese», un centinaio, erano tutte coinvolte nel sistema, ha ricordato. Si stabilirono le percentuali, quella volta: 25 per cento alla Dc, 25 al Psi, 25 ai ministri in carica dei partiti minori, 25 al Pci-Pds non in forma di quattrini ma di quota lavoro per le cooperative. Un anno prima di pizzicare Chiesa, Tonino aveva descritto nel numero di maggio di Società Civile il sistema della dazione ambientale, dove salta il confine tra corruzione e concussione, e chi deve pagare non aspetta nemmeno la richiesta perché sa che in quell’ambiente così fan tutti. A Natale 1991, il sistema aveva ormai una sua contabilità condivisa. Ma i soldi stavano finendo, e con essi andava logorandosi il patto che tutto teneva.


In questa Milano, Di Pietro era l’archetipo dell’outsider furbo e deciso a salire in alto. Stava nella stanza 254 della Procura, esattamente all’altro capo del lunghissimo corridoio che si dipanava dagli uffici del procuratore Borrelli: un segno di marginalità, perché il peso dei sostituti si misurava con la prossimità al capo. Eppure Tonino ne faceva anche un tratto di indipendenza. Andava per le spicce. Quattro anni prima, indagando sulle patenti facili, aveva arrestato un centinaio di esaminatori e esaminandi, li aveva fatti portare in una caserma della stradale e li interrogava sbraitando, agitandosi, passando a grandi falcate da un terzo grado all’altro, con un innato senso scenico. Aveva messo in piedi anche lui una squadretta come quella di De Caprio. Ma i suoi moschettieri, raccolti in prevalenza tra poliziotti e vigili urbani, non sembravano pervasi dal sacro fuoco come i carabinieri di Ultimo.

Comunicavano un senso di trattativa. Come Tonino. Rocco Stragapede, il più fedele, ciabattava come Tonino, come Tonino ammiccava, lasciandoci passare infine con il sussiego d’un maggiordomo fidatissimo. Lui ci riceveva nella 254 coi piedi sulla scrivania, si tirava su i calzoni e si grattava le caviglie con voluttà: chiamava tutti noi, ragazzini borghesi dagli studi facili, «dottori», un po’ con rispetto e un po’ con ironia. Faceva il Bertoldo, stava sperimentando un personaggio, il figliolo di mamma Annina, il contadino di Montenero di Bisaccia emigrato al nord, laureato chissà come mentre faceva mille lavori e assurto infine alla gloria della toga: noi non sapevamo nemmeno dove fosse Montenero di Bisaccia. Se recalcitrava nel darci qualche notizia talvolta banale, lo punivamo storpiandogli il cognome tutti insieme, nei pezzi del giorno dopo: diventava per refuso Antonio Di Dietro, e allora borbottava senza prendersela più di tanto.

Eravamo tutti attorno ai trent’anni, la sala stampa non era ancora affollata dai colleghi delle tv, i vecchi marpioni della giudiziaria non credevano s’andasse lontano e lasciavano fare a noi ragazzini. In quei primi giorni d’inchiesta, la scoperta di una seconda cassaforte segreta di Chiesa ci apparve una notizia clamorosa e definitiva. Nemmeno Di Pietro immaginava fino in fondo dove si sarebbe arrivati. Borrelli, figlio d’arte (il padre Manlio era stato presidente di corte d’appello), napoletano raffinato e certo non inviso dapprincipio ai salotti politici della città, l’aveva sempre guardato dalla siderale distanza del corridoio, entomologo illustre che contempla una curiosa specie d’insetto: continuava a gravarlo di processetti per droga, finché una parola sbagliata cambiò il corso degli eventi come una valanga.

L’ingegnere della Baggina aveva resistito quando Di Pietro gli aveva scovato in Svizzera i conti Levissima e Fiuggi e, beffardo, aveva sibilato all’avvocato Diodà: «Riferisca al suo cliente che l’acqua minerale è finita». Crollò quando Craxi, sotto una pressione popolare inattesa che di lì a poco sarebbe sfociata nel terremoto elettorale del 5 aprile (crollo del pentapartito, primo boom della Lega), gli affibbiò il famoso epiteto di «mariuolo»: una mela marcia isolata, insomma. C’era un prefabbricato giallo al centro del cortile della procura: attorno carabinieri e poliziotti, dentro Tonino e il «mariuolo». Ogni tanto Nerio Diodà faceva capolino per prendere aria, e aveva una faccia diversa. Chiesa stava parlando, parlò per sette giorni. Quando smise di parlare, ci fu un attimo di sospensione, giusto il tempo di digerire il risultato elettorale. Poi, il 22 aprile, arrestarono otto imprenditori: avevano lavorato per il Pio Albergo Trivulzio, pagato il solito obolo all’ingordo ingegnere.

Entrarono a San Vittore, confessarono, uscirono. Noi stavamo nei giardinetti davanti al carcere, basiti, a prendere appunti, quando spuntò Vittorio D’Ajello, difensore di uno degli otto, un vecchio avvocato chiacchierone e affabile che ne aveva viste di cotte e di crude, e quasi strillò: «Andranno avanti per anni! Faranno centinaia di arresti!». Verso sera, Di Pietro si lasciò andare a una confessione con Paolo Colonnello, il cronista del Giorno, che tra noi gli era più vicino: «Potrei arrivare a Craxi…

ma bisogna andarci piano». Quella notte, chiusi i giornali, noi ragazzi della giudiziaria la tirammo lunga in una trattoria di via Moscova vicino al Corriere. Il pool dei giornalisti nacque così, quando capimmo che ci sarebbero stati da raccontare dieci avvisi di garanzia e cinque arresti al giorno, e bisognava controllare che le notizie fossero tutte vere e non inquinate, in un contesto dove già si vedevano all’opera i primi avvelenatori di pozzi: non vale la pena di evocare qui la corte dei miracoli di faccendieri, cialtroni, spie a mezzo servizio e finti giornalisti che già da quel ’92 hanno messo le loro mani sporche dentro e sopra Mani pulite, sarebbe un’altra storia.

E si è detto fin troppo su quel gruppetto di ragazzi che fummo; ma per il tempo che durò la nostra leale collaborazione tra cronisti di testate rivali – meno d’un anno – nessuna notizia fu occultata, ciascuna fu verificata almeno due volte, i colleghi dei giornali più deboli e quindi più esposti a pressioni politiche furono protetti dal fatto che tutti gli altri giornali avrebbero dato quella notizia e dunque capiredattori e direttori non avrebbero avuto motivo di censurare il loro lavoro.

Il salto di Mani pulite avvenne perché gli otto imprenditori denunciarono i cassieri segreti dei partiti, gli «elemosinieri», e mandarono in galera personaggi come Maurizio Prada della Dc o Sergio Radaelli del Psi: così il muro del silenzio si incrinò. Uno del calibro Prada, allora presidente dell’azienda municipale dei trasporti, dovette infatti vivere la faccenda come un tradimento e iniziò a raccontare le tangenti che le aziende a loro volta offrivano per primeggiare. Un’autentica reazione a catena, tipica del sistema messo a punto da Di Pietro: vai dentro, denunci i complici, diventi per loro inaffidabile, esci. Confessioni estorte? Indubbiamente sì, da un certo punto di vista. E tuttavia perfettamente legali. Roberto Mongini, presidente milanese della Dc, capace di emergere da San Vittore indossando una maglietta «Mani Pulite Team» che fece furore, ha di recente spiegato a Federico Ferrero come, se non fosse stata usata la carcerazione preventiva «con mano piuttosto pesante», è chiaro che avrebbe parlato il 10 per cento di chi ha invece confessato. Si potrà discutere altri vent’anni sull’accettabilità di una procedura del genere (sempre avallata da un gip, sempre dallo stesso gip, Italo Ghitti). Quasi tutte le grandi aziende finirono nei guai, la Fiat tra le prime: il Corriere di Ugo Stille, allora affidato di fatto al vicedirettore Giulio Anselmi, aveva Fiat nella proprietà ma tenne la barra dritta.

Sei giorni dopo la confessione degli otto, ventitré giorni dopo le elezioni politiche, Borrelli capì che Tonino non poteva restare solo, e gli affiancò due pm di cui aveva grande fiducia, Colombo e Davigo. Gherardo Colombo era un colto cattolico di sinistra che aveva guardato in faccia il drago, avendo scoperto col collega Turone gli elenchi della P2 e lavorato sui fondi neri dell’Iri. Piercamillo Davigo era un giurista affilato, incorruttibile, prodotto di una destra perbenista e militaresca. I nemici lo chiamavano Vichinsky, il procuratore delle purghe staliniane. A conoscerlo, lo si sarebbe detto più simile a Javert, il drammatico sbirro dei Miserabili. «Non ci sono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti», usava dire, ed era difficile capire fin dove scherzasse. Dietro di loro, il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, «zio Jerry», da molti sospettato di essere una quinta colonna del Pci che gli avrebbe pagato gli studi da ragazzo povero, in realtà giudice espertissimo dai tempi di piazza Fontana, amico di Galli e Alessandrini ammazzati dal terrorismo rosso. Il Primo maggio caddero sotto gli avvisi di garanzia il sindaco in carica e il suo predecessore, Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli. Si aprì ufficialmente la caccia a Craxi, che al bar del tribunale presero a chiamare «Cinghialone»: la 2021 dimensione umana degli indagati era già passata in un tritacarne e dimenticata. Anche da noi giornalisti.

Nato un metodo, molto controverso, nato il pool Mani pulite, l’Italia impazzì. «Liberaci dal male che ci perseguita», scrivono a Tonino da ogni parte dello Stivale. Nascono comitati, si fanno fiaccolate, manifestazioni di sostegno sotto Palazzo di Giustizia al grido di «Tonino non mollare!», si mescolano le facce di Sabina Guzzanti e Paolo Rossi a quelle degli ancora missini di Gianfranco Fini. Escono agiografie in cui si racconta seriamente che l’estate prima Di Pietro ha salvato una donna che stava affogando in mare, portandola al sicuro con poche maschie bracciate, acclamato «come un Dio» dagli altri bagnanti. Va a ruba il poster degli Intoccabili con le facce del pool in fotomontaggio, Borrelli e i suoi si concedono due passi in Galleria e l’evento diventa un bagno di folla. In capo a un anno le televisioni renderanno permanente questo show, con il bravo Andrea Pamparana a seguire i processi per il nuovo tg di Mentana e il surreale Paolo Brosio piantato da Fede davanti alle rotaie del tram ad annunciare la fine del mondo: tv berlusconiane, perché a lungo il Cavaliere tentò, se non di andar d’accordo coi pm, di farli suoi, come fuoriclasse stranieri che è meglio giochino nella tua squadra.

Mi capitò di scendere a Montenero di Bisaccia per la morte di mamma Annina, la madre di Di Pietro, e di portare da Milano in macchina con me Davigo e Colombo: fu come avere sui sedili il Gigi Riva dei mondiali messicani e il Mussolini della conquista d’Etiopia, alle stazioni di servizio la gente cercava di entrarmi nell’abitacolo dai finestrini. Molto, e molto di male, si può dire adesso di tanti voltagabbana che, dopo avere votato e omaggiato potenti e corrotti per decenni, si misero ad applaudire come tricoteuse coloro che stavano mozzandone la testa. E tuttavia nella garagista che dalle parti del tribunale ci implorava, «dite a Tonino che sto con lui», c’era anche altro, una voglia di cambiare genuina, poi andata persa.


Il discorso di Bettino Craxi alla Camera del 29 aprile 1993



Quella fu l’estate di Craxi, ancora a giugno candidato alla presidenza del Consiglio e affossato da una prima ondata di indiscrezioni sui verbali di Chiesa. Sentendo che il suo tempo stava per finire, Bettino pronunciò un memorabile discorso alla Camera sul sistema di finanziamento della politica che sapeva di chiamata in correità per tutti gli altri leader di partito (tranne un giovane Massimo D’Alema, nessuno fiatò). Poi, nel segno di quella duplicità tra uomo di Stato e nemico dei magistrati che lo stava perdendo, lasciò circolare voci insistenti sul suo «poker contro Di Pietro», un miscuglio di veleni e mezze notizie che riscaldarono molto il clima di quei mesi già roventi: apripista di un lungo elenco di rivelazioni vere o presunte, tutte volte a dimostrare che l’eroe nazionale era un mezzo eroe o, addirittura, un poco di buono. Dalla Mercedes facile ai cento milioni in prestito a costo zero, dai rapporti con D’Adamo e Gorrini all’abitudine che Pillitteri aveva di chiamarlo simpaticamente

«Ninì» quando non era ancora un pm spaccamontagne, dall’amicizia con il discusso ex capo della Mobile Eleuterio Rea fino all’ambiguo Chicchi Pacini Battaglia sulla cui intercettazione («sbancato» o «sbiancato» da Tonino?) si interrogheranno i posteri se ne avranno voglia, va rammentato che Di Pietro conosceva, sì, qualcuno tra quelli che arrestò e tuttavia l’arrestò ugualmente, e che è uscito pulito da una lunga serie di processi: anche se non ama ricordare che il proscioglimento a Brescia conteneva rilievi deontologici abbastanza insidiosi da porre in una luce meno romantica il suo successivo abbandono della magistratura, con la toga sfilata per l’ultima volta davanti alle telecamere, in diretta come tutto quello che avveniva ormai in tribunale, il 6 dicembre ’94.

Tuttavia, se in questa parte della vicenda non tutti gli angoli sono stati illuminati è anche colpa di noi giornalisti, di quegli stessi che seguirono l’inchiesta dalle prime battute. Giovani entusiasti com’eravamo, non ci demmo pena di guardare se in tanto fango ci fosse qualche fiorellino di verità. Manichei come chi trova in ogni atto giudiziario la conferma di ciò che ha sempre pensato, derubricammo alla voce «veleni» quanto di dissonante poteva emergere dal 22 23 passato di Di Pietro, perdendo così qualcosa della nostra funzione. Fu un grave errore, perché lasciammo per mesi il monopolio di questi filoni a un giornalismo di parte, preso in una logica di scontro tra fazioni, e dunque non consentimmo ai lettori indipendenti e moderati di formarsi sin da subito un’opinione in proposito.

Ma più grave, perché avveniva sotto i nostri occhi ogni giorno, fu non dare peso alla processione degli avvocati accompagnatori, quei legali che in barba alla loro deontologia salivano in procura non per difendere il cliente ma soltanto per farlo confessare in fretta ciò che i pm volevano: grave fu non interrogarci subito sull’archetipo di questa stravagante categoria forense, il mercuriale e quasi ignoto Geppino Lucibello, amico intimo di Di Pietro, diventato in un attimo e per lungo tempo l’avvocato che con più certezza garantiva all’indagato un veloce disbrigo della pratica e spesso gli evitava il fastidioso passaggio all’ufficio matricola del carcere milanese. Il 15 dicembre del ’92 si levarono infine grida di giubilo in sala stampa quando arrivò la notizia che a Craxi era stato consegnato il primo avviso di garanzia. Troppi erano, ormai da troppo, troppo vicini all’inchiesta.

Il primo a suicidarsi fu Renato Amorese, segretario socialista di Lodi: non un personaggio di primo piano, ma la dignità non presuppone appeal da copertina. «Mi hanno sputtanato», disse. Sergio Moroni, deputato socialista, s’ammazzo il 2 settembre, dopo avere mandato a Napolitano, allora presidente della Camera, una lettera terribile in cui s’interrogava su una politica da cambiare ma parlava anche di processo «sommario e violento» e di «decimazioni». Sua figlia Chiara, che ne ha ereditato la passione e siede in Parlamento, ha raccontato a Federico Ferrero che era insopportabile per lui «essere scaraventato nel calderone dei ladri». Poi si uccisero Gabriele Cagliari e Raul Gardini.

Il saggio recente di Ferrero cita uno studio di Nando Dalla Chiesa e colloca a 43 il numero delle vittime «per cui è accertata una morte cagionata dall’onta del coinvolgimento nel giro della corruzione e del finanziamento illecito». Molti anni dopo è doveroso riflettere su questo dato. In un’Italia che festeggiava, come liberata dall’invasore, l’azione dei pm che annunciavano di dovere «rovesciare il Paese come un calzino», c’era chi, abbandonato in un cono d’ombra con le proprie paure e i propri rimorsi, decideva di non poter sopravvivere in questo mondo sottosopra.

La sensazione di uno smottamento complessivo era tangibile. A dicembre del ’93, un anno dopo il primo avviso di garanzia a Craxi e un anno prima dell’addio di Di Pietro alla toga, Saverio Borrelli accettò di darmi una delle tre interviste che, in nemmeno dieci mesi, gli avrebbero attirato l’astio di una bella fetta di mondo politico o di ciò che ne sarebbe rimasto. Mancava poco alle nuove elezioni legislative, che si sarebbero poi tenute a marzo del ’94. I partiti tradizionali affogavano, Achille Occhetto pensava di avere tra le mani una «gioiosa macchina da guerra», sui muri delle grandi città erano apparsi manifesti misteriosi con bambini su sfondo azzurro che balbettavano teneramente uno slogan: «Fozza Itaia».

Alla domanda «non temete di influenzare pesantemente il voto?», Borrelli mi rispose: «Vorrei rilanciare la palla sull’altra sponda, a chi farà politica domani: prendete consapevolezza di questa situazione, dico io. Chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che ci arriviamo noi…». È difficile capire perché un magistrato introverso, che da ragazzo si sognava pianista e aveva indossato la toga solo cedendo al padre, uno che se n’era stato zitto fino ai sessant’anni e oltre, decidesse di colpo di uscire allo scoperto così clamorosamente.

Può darsi, come insinuano molti, che le luci della ribalta abbagliarono l’antico giurista secchione. Può darsi anche, però, che il procuratore sentì davvero come compito suo quello di esporsi per mettere al riparo i propri sostituti: la sua successiva uscita di scena, in punta di piedi, con il solo incarico di presidente dell’amato Conservatorio di Milano che poi gli sarebbe stato tolto dalla Gelmini senza troppi complimenti, farebbe propendere per questa seconda ipotesi. Alcuni eventi avevano infatti caricato sulle spalle dei magistrati milanesi un fardello pesante come mai. Nell’inchiesta erano entrati la Fininvest di Berlusconi e il Pci-Pds, e i fascicoli relativi avevano portato uno strascico ideologico inquinante. Il filone delle tangenti rosse venne affidato a Tiziana Parenti, detta Titti, che subito puntò sul tesoriere Pds Marcello Stefanini per le mazzette che sarebbero state versate dal gruppo Ferruzzi a Primo Greganti.

In galera, il «compagno G.» ruppe lo schema confessione-scarcerazione e non disse una parola sul suo partito, accreditando ulteriormente l’idea di una certa diversità comunista. Titti non aveva grande esperienza, pareva spaesata nella macchina ormai rodata del pool, dal suo buen retiro all’Elba accusò i colleghi più anziani di «isolarla»; il tifo della stampa di destra non l’aiutava di certo. L’avviso di garanzia a Stefanini fu il punto di non ritorno nella crisi dei suoi rapporti con D’Ambrosio, incaricato di sovrintendere a questo filone e da sempre sospettato di essere troppo tenero con Botteghe Oscure. Le accuse reciproche di avere voluto affossare o salvare gli ex comunisti accompagneranno entrambi: Titti avrà un seggio con Forza Italia e poi mollerà la politica, D’Ambrosio è attualmente un senatore del Partito democratico.

È ormai il tempo dei grandi latitanti. Il 7 febbraio del ’93 si consegnerà a Di Pietro, appena varcato il valico di Ventimiglia dopo mesi trascorsi in Polinesia, Silvano Larini, l’architetto amico di Craxi, l’uomo delle notti al Giamaica di Brera, detentore di uno dei segreti più resistenti della storia repubblicana: il mistero del conto Protezione, numero 633369 sull’Ubs di Lugano, spuntato per la prima volta oltre dieci anni addietro dalle carte della P2 di Licio Gelli. Il conto è sempre stato suo, spiega, ma Craxi, accompagnato da Claudio Martelli, durante una passeggiata tra corso di Porta Romana e piazza Missori, nell’autunno dell’80, gli chiese di prestarglielo per operazioni di finanziamento all’estero: i primi tre milioni e mezzo di dollari arrivarono il mese stesso, altrettanti furono accreditati a febbraio dell’anno successivo.

La via della latitanza l’aveva presa anche Giovanni Manzi. Meno picaresco dell’architetto, Manzi era presidente della società aeroportuale e soprattutto veniva considerato uno dei grandi collettori delle tangenti socialiste. A metà gennaio, pochi giorni prima della resa di Larini, Ettore Botti nel suo ufficio da capocronista del Corriere ebbe una dritta buona da Adriano Solazzo, il decano dei cronisti giudiziari, ormai pensionato ma sempre informatissimo: Manzi era stato visto qualche settimana addietro a Santo Domingo, puerto escondido dei fuggiaschi di mezzo mondo. Ettore volle mandare me, che avevo pochissima esperienza di estero. Il direttore Paolo Mieli mi mise accanto Alessandro Sallusti, a quel tempo formidabile collega dell’ufficio centrale. Sandro e io partimmo con l’incarico di trovare almeno una foto, una ricevuta, insomma una prova non taroccata del passaggio di Manzi nell’isola dove vero e falso s’acquistavano per un pugno di banconote.

Sbarcati in quella specie di lunapark del sesso gremito di italiani pieni di voglie, ci dividemmo andando dove vanno due cronisti che non sanno che pesci pigliare: Sandro in ambasciata, io nel giornale locale. Entrambi con una domanda cauta ma chiara: dove potrebbe sistemarsi un connazionale danaroso che desidera riservatezza? La sera ci ritrovammo in albergo con la medesima risposta: Casa de Campo, un resort di lusso con cinquecento ville, a un’ora e mezzo di macchina dalla capitale. Ci mettemmo una settimana, villa dopo villa, cancello dopo cancello, con un pacco di foto del «señor Giovanni» e un pacchetto di dollari da distribuire ai giardinieri. All’ultima villa, quella giusta, dietro un ennesimo cancello sbattuto in faccia, sentimmo parlare italiano. Restammo acquattati nell’erba davanti al muro di cinta per tutta la mattina.

Quando Manzi ci mandò fuori il suo gigantesco guardaspalle, Julio, cominciò la trattativa: avevamo ricostruito i suoi quattro indirizzi precedenti, Santo Domingo era un’isola cara ai socialisti, se voleva lasciar fuori chi l’aveva aiutato doveva incontrarci. La mattina 26 27 dopo «el señor Giovanni» si lasciò intervistare nel nostro albergo. I poliziotti non l’avevano trovato per mesi; due giornalisti qualsiasi, venuti da Milano, ci misero sette giorni. Fu uno scandalo, i dominicani non poterono più far finta di nulla: dovettero arrestarlo, rimpatriarlo. Manzi scese dall’aereo a Malpensa e trovò i carabinieri, noi trovammo Botti che «corrompendo» il personale di terra era venuto a prenderci sotto la scaletta dell’aereo per festeggiarci.

Quell’autunno gli italiani guardarono in diretta tv il disfacimento dell’Italia sino ad allora conosciuta. Il 28 ottobre Di Pietro portò in aula, per la tangente Enimont, Sergio Cusani: tutte le udienze furono trasmesse dalla Rai in una infinita soap opera che registrò ascolti clamorosi. Bocconiano, ex leader del Movimento studentesco, amico personale di Gardini, Cusani era accusato di avere mediato tra il patron della Ferruzzi e i politici. Non volendo tradire il rapporto con Gardini, morto nel frattempo suicida, rifiutò di collaborare coi pm e mantenne – tra i pochi – un atteggiamento di grande dignità, scegliendo il difensore più lontano per storia e attitudine dagli «avvocati accompagnatori »: Giuliano Spazzali, un passato in Soccorso Rosso, vero antagonista della cultura del pentimento catartico sottesa a Mani pulite.

Decidendo di processarlo da solo, Di Pietro volle trascinare alla sbarra in qualità di testimoni, e dunque con l’obbligo di rispondere e dire il vero, i principali leader dei partiti che finora erano sempre sfuggiti a un confronto diretto con lui grazie alle guarentigie parlamentari. Processualmente, zero. Mediaticamente, un cataclisma. Ne sortirono udienze memorabili. I milanesi facevano la fila nei corridoi del tribunale per trovare posto in aula. Tutti, tranne l’orgoglioso Craxi, uscirono con le ossa rotte. Il penoso farfugliamento di Arnaldo Forlani, incapace di controllare la propria salivazione davanti alle telecamere, resta forse l’immagine più imbarazzante di quel cambio di stagione. Di Pietro, esaltato dalle tv e da firme importanti come Gian Antonio Stella e Paolo Guzzanti infine apparse accanto a noi ragazzi a ritrarne il profilo, affinò il dipietrese, cominciando a usare scientificamente frasi come «che c’azzecca?», entrate poi nel lessico popolare. Quello, per lui, fu il vero diploma di laurea.

Quell’autunno gli italiani guardarono in diretta tv il disfacimento dell’Italia sino ad allora conosciuta. Il 28 ottobre Di Pietro portò in aula, per la tangente Enimont, Sergio Cusani: tutte le udienze furono trasmesse dalla Rai in una infinita soap opera che registrò ascolti clamorosi. Bocconiano, ex leader del Movimento studentesco, amico personale di Gardini, Cusani era accusato di avere mediato tra il patron della Ferruzzi e i politici. Non volendo tradire il rapporto con Gardini, morto nel frattempo suicida, rifiutò di collaborare coi pm e mantenne – tra i pochi – un atteggiamento di grande dignità, scegliendo il difensore più lontano per storia e attitudine dagli «avvocati accompagnatori »: Giuliano Spazzali, un passato in Soccorso Rosso, vero antagonista della cultura del pentimento catartico sottesa a Mani pulite.

Decidendo di processarlo da solo, Di Pietro volle trascinare alla sbarra in qualità di testimoni, e dunque con l’obbligo di rispondere e dire il vero, i principali leader dei partiti che finora erano sempre sfuggiti a un confronto diretto con lui grazie alle guarentigie parlamentari. Processualmente, zero. Mediaticamente, un cataclisma. Ne sortirono udienze memorabili. I milanesi facevano la fila nei corridoi del tribunale per trovare posto in aula. Tutti, tranne l’orgoglioso Craxi, uscirono con le ossa rotte. Il penoso farfugliamento di Arnaldo Forlani, incapace di controllare la propria salivazione davanti alle telecamere, resta forse l’immagine più imbarazzante di quel cambio di stagione. Di Pietro, esaltato dalle tv e da firme importanti come Gian Antonio Stella e Paolo Guzzanti infine apparse accanto a noi ragazzi a ritrarne il profilo, affinò il dipietrese, cominciando a usare scientificamente frasi come «che c’azzecca?», entrate poi nel lessico popolare. Quello, per lui, fu il vero diploma di laurea.

Era pronto all’ultimo grande salto, in politica. Il nuovo padrone dell’Italia, Silvio Berlusconi, uscito trionfatore dalle elezioni del 27 marzo 1994, pensò di offrirgli il trampolino del ministero degli Interni, invitandolo a parlarne a Roma, in via Cicerone, nello studio di Cesare Previti. Tonino ha raccontato di avere cortesemente rifiutato, avendo un lavoro da finire (quello di ripulire l’Italia, evidentemente). Io ho sempre saputo che fu fermato in corsa da Borrelli e da Davigo, altro oggetto dei desideri del nuovo centrodestra berlusconiano.

Il clima, tra politica e magistratura, era, se possibile, perfino peggiorato. In un’intervista agli inizi di maggio, Borrelli mi disse che, ove tutto fosse precipitato, loro avrebbero accettato un incarico di governo «se Scalfaro gliel’avesse chiesto». Gli diedero del golpista. In realtà la risposta venne dopo mie estenuanti insistenze e molte ipotetiche e subordinate, ma il titolo uscì secco: essendo il procuratore un galantuomo, non smentì una virgola. Ben più grave, dal punto di vista dei rapporti tra poteri dello Stato, il pronunciamento di Di Pietro e dei suoi colleghi a luglio, che affossò il decreto del neoministro Biondi sui limiti alla carcerazione preventiva: ancora e sempre in diretta tv, si minacciarono dimissioni di massa, forzando la mano al presidente Scalfaro che non firmò il decreto.

La pausa estiva non placò le acque. Tra governo e pm si andava allo scontro finale. Il 5 ottobre Borrelli si lasciò intervistare di nuovo e mi disse che sarebbero arrivati «a livelli altissimi». Si riferiva all’inchiesta su Telepiù, ma tutti lessero quella frase come un preavviso di garanzia a Berlusconi. Che il Cavaliere fosse ormai nel mirino era un segreto di Pulcinella. Quando successe ero a Roma, alla Camera: Paolo Mieli mi aveva fatto inviato e spedito a seguire anche la politica, era il 21 novembre. Gianluca Di Feo, il mio socio di quegli anni, da figlio di carabiniere qual era, capì che quel movimento di generali in procura non poteva spiegarsi, come gli dissero, con la festa della Virgo Fidelis, protettrice dell’Arma: sapeva che non erano quelli i giorni giusti. Si attivò così la macchina dei nostri controlli, in poche ore Gianluca ed io arrivammo all’invito a comparire che i pm di Milano avevano mandato a Berlusconi mentre presiedeva a Napoli una conferenza mondiale sulla criminalità.

Una storia molte volte raccontata, compreso l’abbraccio con Mieli prima di andare a scrivere, il suo scaramantico fondo di dimissioni pronto nel cassetto, la notte insonne che io e Gianluca passammo nel timore di avere preso un abbaglio. Molte volte ci chiesero chi fosse la nostra fonte. Gianluca e io siamo gli unici a conoscerne l’identità. Non l’abbiamo ovviamente mai rivelata allora, anche protetti da un direttore galantuomo come Mieli, non lo faremo certo adesso. Fece bene la Procura a mandare quell’atto al presidente del Consiglio mentre era impegnato su un palcoscenico mondiale? Penso di no. Dovevamo pubblicare la notizia noi, quando l’avemmo? Sono sicuro di sì.

Il resto non credo sia così importante in un Paese che vent’anni dopo ancora non ha riportato il proprio tasso di corruzione a livelli fisiologici. Pochi mesi fa, è tornata al disonore delle cronache l’autostrada Milano-Serravalle. Fu uno dei piatti forti dell’estate 1992. Bruno Binasco, un imprenditore ora indagato, lo era anche allora, sia pure come braccio destro di Marcellino Gavio, che nel frattempo è morto. Con qualche ragione, questo decano dell’intrallazzo racconta di avere conosciuto tutti i politici. Tutti. Mani pulite non ci ha salvato, forse perché dovevamo salvarci da soli. Dovremo farlo, prima o poi: per non restare ingabbiati altri vent’anni in un déjà vu collettivo peggiore di qualsiasi galera.



Goffredo Buccini15 febbraio 2012 (modifica il 16 febbraio 2012)