giovedì 23 febbraio 2012

I soldi non m'imbarazzano" Ma la Severino non dichiara la villa da 10 milioni di euro

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Tra i ministri è di gran lunga la più ricca: "Il guadagno non mi imbarazzo". Ma il Fatto scova una villa sull'Appia Antica che però il ministro si dimentica di dichiarare


"La voglia di trasparenza dei cittadini è legittima. Era dunque necessario soddisfarla. La trasparenza, però, non si deve trasformare in gossip". In una lunga intervista a Repubblica, il ministro della Giustizia Paola Severino assicura di non provare alcun imbarazzo per il suo reddito da 7 milioni di euro.




Il Guardasigilli Paola Severino
Il Guardasigilli Paola Severino



"Non mi imbarazzo - dice il Guardasigilli - perché guadagnare non è un peccato se lo si fa lecitamente, producendo altra ricchezza". Peccato che nella sua dichiarazione la Severino si sia scordata di annotare anche di "una splendida villa, tre piani con parco e piscina, immersa nel verde di una zona tra le più belle di Roma, poco distante dall'Appia Antica".

Una svista? Una dimenticanza? Oppure un'omissione? Lo scoop firmato da Vittorio Malagutti per il Fatto Quotidiano fa le pulci alla dichiarazione della Severino e porta alla luce l'esistenza di una villa intestata alla Sedibel, semplice società  le cui quote appartengono per il 90 per cento al Guardasigilli e per il restante 10 per cento alla figlia Eleonora Di Benedetto.

La villa, però, non compare nella dichiarazione del ministro alla voce "quote e azioni societarie". Eppure l'immobile sarebbe stimato intorno ai 10 milioni di euro. "La lussuosa dimora del ministro è iscritto nello stato patrimoniale della Sebibel per un valore di 7,5 milioni di euro - spiega il Fatto - questa però è una semplice valutazione contabile che risale al 2006, data dell'ultimo bilancio depositato".

Sul proprio reddito conseguito come avvocato, la titolare del dicastero di via Arenula precisa a Repubblica che si tratta di 7 milioni meno 4 milioni di tasse: "I sacrifici degli italiani 'per bene' si allevierebbero se tutti pagassero le tasse. Conosco bene i sacrifici di chi lavora. Vengo da una famiglia borghese dalla quale non ho però ereditato proprietà ma insegnamenti. A questi redditi sono arrivata solo dopo anni di duro lavoro".

La Severino ci tiene a far presente che con i suoi 4 milioni di tasse lo Stato potrebbe "costruire il padiglione di un ospedale o un edificio scolastico, oppure ampliare un carcere". Fino a tre mesi fa, prima di diventare ministro della Giustizia, la Severino gestiva un importantissimo studio legale. E, sempre prima di diventare Guardasigilli, la Severino era pure socio amministratore della Sedibel. Adesso il timone, come spiega il Fatto, è passato nella mani della figlia Eleonora. Il 90 per cento delle quote della società, però, sono rimaste alla madre.





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Buenos Aires, treno si schianta in stazione: almeno 49 morti e 600 feriti , 200 sono gravi

Corriere della sera

L'incidente durante l'ora di punta. Il convoglio non ha frenato



MILANO- È entrato in stazione alle 8.32. Come tutte le mattine. Poi al binario il macchinista non è riuscito a fermarsi. Terribile l'incidente ferroviario accaduto a Buenos Aires, dove un treno della linea urbana Sarmiento non è riuscito a frenare nella fase di ingresso nella stazione di Once, ed è quindi andato a cozzare violentemente contro i respingenti della banchina per poi deragliare. E il bilancio della sciagura continua a crescere, come confermato dalla polizia federale con almeno 49 morti e oltre 600 feriti, di cui circa 200 considerati «gravi». Le cifre le ha fornite il responsabile della Sanità della capitale argentina, Jorge Lemus. Ma le cifre sembrano destinate a salire. Decine di passeggeri sono ancora intrappolati nei convogli, trenta le persone rimaste bloccate solo nei primi tre vagoni e 19 i viaggiatori già tirati fuori dalle lamiere. Il tutto mentre gli uomini dei soccorsi sono ancora al lavoro per prestare aiuto ai feriti. Nel frattempo la stazione di Once è stata chiusa e l'androne di entrata è stato trasformato in un centro accoglienza per i feriti e i parenti dei passeggeri.


LA DINAMICA- Non è ancora chiara la ragione per cui i freni del treno non hanno funzionato. Il convoglio, che trasportava tra gli 800 e i mille viaggiatori e che era formato da 8 vagoni, è entrato in stazione e si è schiantato sulla banchina a circa 20 chilometri orari. I vagoni di coda hanno schiacciato tutti gli altri, in un sorta di effetto domino. Si tratta della seconda tragedia ferroviaria più grave di questo tipo mai avvenuta nel Paese. Probabilmente il treno non era dotato di un impianto freni moderno, né di una linea aerea che in caso di emergenza fa fermare il convoglio anche senza l'intervento del macchinista. Tutti gli ospedali della città di Buenos Aires sono stati allertati per l'emergenza e molti sono i cittadini che vagano per le corsie alla ricerca dei propri famigliari. Nessun italiano, secondo quanto riferito dalla Farnesina, sarebbe rimasto coinvolto nell'incidente.


LE ACCUSE - I dipendenti e i referenti sindacali delle linee Sarmiento puntano il dito contro la impresa concessionaria Tba (Trenes de Buenos Aires) per l'incidente di Once. L'accusa è di mancata manutenzione, di mancanza di capacità di previsione e di superficialità nella gestione di tutto il servizio. Nel mirino ci sono anche gli organi di controllo ufficiali. «La Commissione nazionale di regolazione dei trasporti e il Sottosegretariato per i trasporti sono responsabili di quello che è accaduto», ha spiegato Edgardo Reinoso, delegato della Sarmiento. «Da diversi mesi sono state presentate denunce da parte dei lavoratori: Tba non sta investendo un centesimo nel mantenimento dei servizi, e i convogli sono costretti a partire con più freni già compromessi di quanto non sia consentito».

LE PROTESTE - La circolazione ferroviaria nella stazione di Once è rimasta naturalmente interrotta o rallentata a lungo. Alle 17, alla chiusura degli uffici, non sono mancate però le proteste da parte dei pendolari che dovevano tornare a casa e dovevano attendere la ripresa del servizio. Un consistente gruppo di poliziotti è dovuto intervenire, e la manifestazione è così rientrata.

Redazione Online 22 febbraio 2012 (modifica il 23 febbraio 2012)

Ostie impastate con farina allucinogena Vecchiette sballate vedono i santi e inseguono il prete «Sei il demonio»

Prato, ecco il laboratorio degli schiavi cinesi

Corriere della sera

In un video della Guardia di Finanza un immenso stanzone dove si cuce, si dorme, si mangia e si tengono i bimbi


Sono tra le prime immagini dei laboratori clandestini gestiti dai cinesi in Italia. La città è Prato e il filmato mostra il risultato di un’indagine della Guardia di finanza tesa a stroncare il lavoro nero e l’attività illegale dei money transfer. A mostrarle sarà giovedì sera Sirene, il nuovo programma con Margherita Granbassi che andrà in onda su Rai Tre ogni giovedì alle 23,15. E che utilizzerà filmati inediti e servizi girati in esclusiva dalle forze dell’ordine. Le immagini più crude della fabbrica clandestina di Prato sono quelle che riguardano i bambini. La vita delle donne che cuciono, delle moderne schiave, si svolge tutta dentro uno stanzone, lì si dorme, si mangia, si lavora e lì si fanno vivere i figli. Che dormono tra le macchine e la sporcizia. Donne, bimbi e topi sono coinquilini. I finanzieri mostrano alle telecamere la colla che i padroni del laboratorio hanno steso sul ripiano di un frigorifero per tentare di immobilizzare i ratti. Anche in questo caso cibo ed escrementi sono contigui.


Edoardo Nesi, lo scrittore pratese premiato quest’anno con lo Strega, aveva raccontato con grande efficacia nel suo ultimo libro la cronaca di un blitz delle forze dell’ordine in un sottoscala. Ma la forza delle immagini aggiunge qualcosa in più e ci si domanda se nell’Italia culla dei diritti sindacali, per di più nella civilissima Toscana, si possa tollerare il risorgere dello schiavismo. Quello sfruttamento crudele e inumano - non va dimenticato – serve ad alimenta un perverso modello di business come quello creato dai cinesi nel distretto parallelo di Prato. E illegalità dopo illegalità si passa successivamente ai money trasfer e al denaro sporco e globalizzato.

Dario Di Vico
23 febbraio 2012 | 0:14

Il gigante e la formica: la Coca Cola fa chiudere il blog italiano Coca Colla

Corriere della sera

Il colosso di Atlanta diffida il team del sito. «Il nome potrebbe far nascere confusione nei consumatori»



La home page del blog CocaColla.it
 

MILANO - «Chiudete il sito e non registrate il marchio». A volte capita che il gigante decida di schiacciare il moscerino. E così la Coca Cola, colosso di Atlanta che produce una delle bevande più bevute al mondo, ha lanciato l'ultimatum. Destinatario del messaggio è CocaColla.it, blog italiano fondato da un gruppo di giovani che dal 2010 si occupa di arte, design, advertising, lifestyle e trend della rete.

LA LETTERA - Già da un po' di tempo il lavoro di questi ragazzi aveva riscosso successo nella blogosfera italiana. E non è un caso che di loro si sia è accorta anche la Coca-Cola Company. Scrive il team del sito in un comunicato stampa: «per mano del loro ufficio legale, ci hanno fatto recapitare due lettere di diffida, chiedendoci di ritirare le pratiche avviate per la registrazione del marchio e la cessione nei loro confronti del “nome a dominio” www.cocacolla.it. Non sono da ritenersi esenti i nostri profili social. Pena citazione a giudizio». La motivazione? «la registrazione e l’utilizzo del nome a dominio www.cocacolla.it determina l’insorgere di un grave rischio di confusione per i consumatori che possono essere indotti a ritenere che il segno e il dominio siano volti a contraddistinguere prodotti/servizi distribuiti, organizzati o sponsorizzati dalla Coca Cola». Che detto in parole povere significa: chiudere il sito, cedere il dominio e sospendere la pratica di registrazione del marchio per non dare troppo fastidio. Il tutto in soli 15 giorni.


Il team di Cocacolla.itIl team di Cocacolla.it

IL PRECEDENTE BOLIVIANO - Troppo rischioso infatti portare avanti un'azione legale del genere per il gruppo di lavoro di Coca Colla, che ha deciso di piegarsi alle richieste di Atlanta. «Sapevamo che qualcosa sarebbe potuto accadere e abbiamo deciso di cedere su consiglio di un avvocato», si legge ancora nel comunicato. Da sottolineare poi come tutta la vicenda abbia un precedente importante. Nel 2010 in Bolivia fu lanciata su mercato una bevanda chiamata proprio Coca Colla e per di più molto simile alla bevanda zuccherata prodotta dal gigante di Atlanta. Ma, in quel caso non si ebbero notizie di azioni legali da parte della Coca Cola company. Sia quel che sia, ora gli autori del blog italiano, in attesa di decidere come portare avanti il proprio progetto editoriale, hanno deciso di sensibilizzare l'opinione pubblica con varie iniziative, tra cui l'hashtag da lanciare su Twitter #supportcocacolla. Che ad Atlanta decidano di contestare anche quello? M.Ser.


22 febbraio 2012 | 21:20



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Il neutrino non è più veloce della luce»

Corriere della sera

Science Magazine: «Errore per il malfunzionamento di un cavo a fibra ottica». Il Cern: servono altre misurazioni


MILANO - Nonostante fossero già diventati proverbiali (e avessero gettato l'ex ministro Gelmini nella bufera, per l'ormai celebre «tunnel»), i neutrini non sarebbero più veloci della luce. I dati registrati a settembre dal rivelatore Opera, dell'esperimento Cngs (Cern Neutrino to Gran Sasso), e che mettevano in discussione la teoria della relatività di Einstein, sarebbero dovuti a un'anomalia nel funzionamento degli apparati per la misurazione.

GLI ERRORI - Secondo Science Magazine, che ha sentito fonti vicine all'esperimento, il risultato che i neutrini fossero più veloci di 60 nanosecondi rispetto alla luce è dovuto a una «cattiva connessione» fra un cavo a fibre ottiche che collega un computer con il ricevitore Gps utilizzato per misurare il tempo di percorrenza dei neutrini. Un secondo errore invece sarebbe legato alla cattiva calibrazione dell’orologio di riferimento per calcolare il tempo del viaggio della particella.


IL CERN - Il portavoce del Cern James Gillies conferma all'Associated Press che gli scienziati hanno trovato un problema nel sistema Gps usato per misurare il tempo di arrivo dei neutrini nel laboratorio sotterraneo in Italia. Ma aggiunge che solo ulteriori misure programmate entro quest'anno confermeranno se il problema ha introdotto un errore che ha fatto apparire i neutrini più veloci della luce.

IL TEAM ITALIANO - A scoprire l'anomalia negli strumenti di misura è stato il gruppo di ricerca italiano che lavorava al rivelatore Opera, ovvero gli stessi scienziati che cinque mesi fa, il 23 settembre 2011, avevano annunciato i risultati sulla velocità dei neutrini. Attesa per giovedì la loro dichiarazione ufficiale sugli ultimi avvenimenti.

LA RIVINCITA DELLA GELMINI - L'ex ministro Mariastella Gelmini che in una dichiarazione aveva parlato di un fantomatico e inesistente tunnel utilizzato per misurare la velocità dei neutrini, alla diffusione della notizia si è tolta un piccolo sassolino nella scarpa. E lo fa con un tweet autoironico: «Vicenda neutrini: avevo il sospetto di aver manifestato un entusiasmo eccessivo... Ora mi consolo: non ero solo io a sbagliare...».

Redazione Online
(ha collaborato Giovanni Caprara)22 febbraio 2012 (modifica il 23 febbraio 2012)

Il logo ricorda quello di un marchio noto: è contraffazione anche se l'etichetta riporta un nome diverso

La Stampa


L’indicazione di un segno distintivo posta sull’etichetta di un prodotto sul quale è impresso un logo simile a quello di un marchio noto inganna il pubblico ed è reato, come dice la Corte di Cassazione nella sentenza 42913/11.

Il caso

Il commerciante di intimo offre al pubblico anche magliette e slip prodotte - secondo quel che si legge sull'etichetta - da “Quintessenze”, marchio sconosciuto ai più. Quel che però attira lo sguardo è il disegno impresso di un coniglietto. Impossibile non pensare a Playboy. Del resto il logo è davvero molto simile, forse troppo. Così scatta la condanna per aver detenuto per la vendita dei prodotti con un marchio contraffatto. La pena inflitta è di 20 giorni di reclusione e 300 euro di multa. L'uomo ricorre in Cassazione. A suo dire, la reale provenienza della merce è palese essendo indicata dall’etichetta. Di conseguenza il suo comportamento non sarebbe tale da ingannare l'acquirente.

A voler concedere qualcosa si potrebbe configurare una mera imitazione del coniglietto, ma questa costituirebbe una fattispecie di reato diversa da quella per la quale è stato condannato. La Suprema Corte rigetta però il ricorso rilevando come l’applicazione del segno “Quintessence” sull’etichetta riguarda le modalità di fabbricazione e, anche se utile ad identificare la provenienza del prodotto, ha una assoluta irrilevanza ai fini commerciali. Sicuramente la presenza di un doppio marchio può determinare qualche sospetto circa l’originalità del prodotto, ma la tutela della buona fede offerta dalla norma penale «non è rivolta in favore di chi contrae con l’autore del reato, bensì nei confronti della generalità dei soggetti possibili destinatari dei prodotti effettivamente provenienti dalle imprese titolari dei marchi e, mediamente, nei confronti di queste che hanno interesse a mantenere certa la funzione del marchio come segno di particolare qualità e originalità della propria produzione».


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Vattani, il richiamo è definitivo

Corriere della sera

Il «console fascio-rock» non rappresenta più l'Italia a Osaka. Prosegue il procedimento disciplinare


Mario Vattani sul palco del concerto organizzato ad CasapoundMario Vattani sul palco del concerto organizzato ad Casapound

ROMA - Mario Vattani, il è stato richiamato definitivamente in Italia con decisione formalizzata il 22 febbraio dalla Farnesina e quindi non è più console generale a Osaka, carica da lui ricoperta dal luglio del 2011. Secondo fonti interne, Vattani dovrà ora sbrigare a Osaka le ultime formalità per il rientro. Il console era stato deferito lo scorso 30 dicembre. Nel frattempo, parallelamente alla decisione di richiamo, prosegue il procedimento disciplinare intrapreso nei suoi confronti per aver inneggiato alla bandiera nera con la band Sotto fascia semplice di cui è leader con il nome d'arte di Katanga.

Il diplomatico, figlio dell'ex segretario generale della Farnesina Umberto Vattani, è finito lo scorso dicembre al centro di forti polemiche per essere comparso in un video mentre inneggiava alla «bandiera nera»durante un concerto nel maggio scorso organizzato a Roma dal movimento die strema destra CasaPound. Vattani, già consulente del sindaco di Roma Alemanno (fin dai tempi in cui quest'ultimo era ministro dell'Agricoltura) era stato nominato console generale ad Osaka nel 25 luglio 2011.


DIFESA - Nella sua memoria difensiva, oltre a rivendicare un «eccellente stato di servizio», Vattani ha sostenuto di essere finito sotto esame per vicende da lui ritenute «estranee alla sua attività professionale».

IL MINISTRO TERZI - Sulla vicenda il ministro Giulio Terzi di Sant'Agata, aveva mantenuto uno stretto riserbo, salvo un secco commento: «L'apologia del fascismo non è compatibile con il ruolo di servizio allo Stato» neppure con «la tradizione della diplomazia italiana».
Redazione Roma online23 febbraio 2012 | 11:04

La strategia in Siria in mano alle spie

Corriere della sera

Gli agenti segreti americani si muovono su più fronti


Un drone da ricognizione Global HawkUn drone da ricognizione Global Hawk

WASHINGTON – In Siria è guerra di spie. In attesa che la diplomazia trovi il modo più efficace per aiutare gli insorti, sono gli agenti segreti a eseguire il lavoro sporco. Gli americani si muovono su più fronti. Il primo riguarda l’uso dei droni. Il Pentagono ha schierato i Global Hawk, che possono decollare da Sigonella (Sicilia) e dalla base turca di Incirlik. Non esclude incursioni del Sentinel, noto come la Bestia, un velivolo sofisticato identico a quello precipitato in Iran. I droni seguono i movimenti siriani, intercettano comunicazioni, procurano prove visive di quanto sta accadendo sul terreno. Al loro fianco - come segnala l’esperto David Cenciotti - gli U2, gli aerei spia veterani della guerra fredda. Il secondo fronte coinvolge la leadership di Damasco.

Gli 007, con l'aiuto delle loro «talpe», sono alla caccia di informazioni su alti gradi e personalità, magari alla ricerca di divisioni interne. La Cia si interessa poi al livello di efficienza dell’esercito siriano. Per ora tiene, anche se c’è qualche fessura. Non meno intensa è la ricerca di dati sulla presenza di Al Qaeda. L’intelligence statunitense è convinta che alcuni gravi attentati siano stati compiuti da jihadisti venuti dall’Iraq. In caso dovesse scattare il programma d’aiuto ai ribelli, Washington vuole evitare di armare gli estremisti. Ma forse è troppo tardi. Molte fonti ritengono che britannici, francesi e uomini del Qatar - utilizzando come avamposto Iskenderun (Turchia) - sono già impegnati nel favorire l’afflusso di volontari (libici in particolare) e di carichi di armi. Gli israeliani, per parte loro, impiegano agenti sul terreno, i droni e le postazioni per la guerra elettronica sul monte Hermon, sul Golan.


Un aereo spia americano U2, veterano della Guerra Fredda e ora impegnato in Siria

A Gerusalemme i guai di Bashar Assad sono come la manna dal cielo - perché Teheran rischia di perdere il miglior alleato - ma al tempo non sarebbero contenti di vedere il potere nelle mani dei Fratelli musulmani. Più appariscente il lavoro del Mit, il servizio turco. Ankara ospita molti disertori siriani e ha infiltrato uomini in diverse province. Notizie non confermate sostengono che alcune decine di agenti turchi o loro informatori sarebbero stati catturati dal Mukhabarat di Damasco. E ora sarebbero in corso negoziati sul loro destino. Missioni complicate, dove non mancano sorprese. Un funzionario dei servizi è stato arrestato dai suoi colleghi.

Lo hanno accusato di aver di aver rapito e consegnato alla Siria un alto ufficiale che aveva cercato asilo oltre confine. La Turchia, inoltre, tiene d’occhio i separatisti curdi del Pkk che hanno ripreso la collaborazione con la Siria. I guerriglieri possono agire da quinta colonna con attentati nelle principali città turche. Damasco non è comunque sola. E i suoi numerosi apparati di sicurezza si stanno rivelando letali. A cominciare dalla temuta intelligence dell’aviazione che, da sempre, si occupa poco di aerei e molto di intrighi. Dagli omicidi agli attentati all’estero. Uno scudo irrobustito dai consiglieri russi, presenti ovunque.

Ufficiali e sergenti schierati nelle installazioni militari come al fianco dei reparti che incalzano i ribelli. Gli uomini inviati da Mosca hanno messo a punto tecniche brutali in Cecenia e ora le esportano. Infine gli iraniani. I pasdaran assistono il regime per le intercettazioni, sono coinvolti nella repressione, collaborano alla sorveglianza degli esuli siriani in Turchia e in Libano, regione dalla quale arrivano rifornimenti per gli insorti. Secondo informazioni di fonte francese gli iraniani si occupano dell’addestramento degli ufficiali dell’Unità 101, reparto d’elite che insieme alla temuta Quarta Divisione rappresenta la punta di lancia di Bashar Assad. Guido Olimpio

Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
23 febbraio 2012 | 10:54


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Se toccano gli amici i giudici hanno torto

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Da Travaglio alla Gabanelli è un coro contro la condanna della Rai e di Formigli a risarcire Fiat. E Il Fatto sbeffeggia l'Ordine dei giornalisti se lo censura su Minzolini


C’è stata una levata di scudi per la sentenza di Torino che condanna la Rai e il giornalista, Corrado Formigli, a un risarcimento monstre in favore della Fiat. Sette milioni di euro per un servizio di Annozero sull’Alfa Romeo MiTo ritenuto offensivo per l’azienda e il suo gioiello.



Le reazioni non sono state eccessive, ma la decisione ha comunque suscitato sgomento. A restarci di peste, è stato ovviamente Formigli che, se pure coperto finanziariamente dalla Rai, si sente professionalmente chiamato in causa. «Una sentenza devastante - ha commentato -. Com’è pensabile che un giornalista possa essere gravato di una somma del genere?». Ha poi osservato che 308.700 euro sono il danno massimo risarcibile a un padre in caso di morte del figlio. Argomento che colpisce, perché tra un figlio e l’Alfa della sentenza non c’è paragone possibile. A stretto giro, gli ha dato manforte Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Fiom-Cgil: «Neanche le morti sul lavoro vengono risarcite così».

È poi intervenuta sul Corriere della Sera la giornalista Milena Gabanelli, titolare della rubrica di inchieste, «Report», su Raitre. Gabanelli fa un rilievo peperino: il trio di esperti utilizzato dal giudice per quantificare il danno - gli illustri docenti Francesco Profumo (attuale ministro), Federico Cheli e Salvatore Vicari - sono tutti legati in qualche modo alla Fiat e da essa remunerati. Ad adiuvandum, si può rilevare che la sentenza viene da Torino, la città della Fiat. A questo parterre di opinioni critiche, si è aggiunto come il cacio sui maccheroni, nel senso che amalgama e insapora, l’intervento di Marco Travaglio. Nell’editoriale sul Fatto, di cui è vicedirettore, in difesa del procuratore Gian Carlo Caselli, minacciato dai No Tav al punto di non poter nemmeno presentare un suo libro, Travaglio trova modo di dirsi contrario alla sentenza che condanna Formigli. La considera eccessiva, intimidatoria, eccetera.

Concordo con tutti. Trovo gli argomenti convincenti e la sentenza a capocchia. Quello che però non sopporto è che questi personaggi si sveglino sempre e soltanto quando accidenti pare a loro. Adesso, a parte Formigli che parla per fatto personale, ma gli altri - Travaglio in testa - felici come pasque se provvedimenti assurdi o violenze odiose colpiscono quelli che detestano, si indignano unicamente se la randellata finisce sulla capoccia di uno della loro cricca. È il sistema che è sbagliato, ragazzi. Se denunciate il difetto solo la volta che vi ferisce e non ogni volta che si commettono enormità in nome della legge, della libertà e altre scuse, rafforzate disparità e ingiustizie.

Prendiamo proprio Travaglio che del doppiopesismo è primatista. Ora fuma perché il suo amico Caselli, causa No Tav imbufaliti per gli arresti, non può liberamente presentare un suo libro. «Roba mai vista - scrive - nemmeno negli anni plumbei della Torino anni ’70 o della Palermo anni ’90». Sdegno fuori tempo massimo che conferma quanto dicevo: si sveglia solo se tirano il collo ai suoi polli. Finora non si era accorto che lo squadrismo di sinistra dilaga da lustri.

Gli ricordo che otto anni fa a Gianfry Fini (era però ancora berlusconiano) fu impedito di entrare in un’università per tenere una lectio; che a Como, dove Dell’Utri doveva presentare i presunti «Diari di Mussolini», alcuni ossessi della risma dei No Tav glielo impedirono con la forza; che, per analoghe minacce, Mario Giordano due anni fa dovette rinunciare alla presentazione di un libro sulla riforma Gelmini, quanto di più mite si possa immaginare. Infine, papa Ratzinger che, invitato a parlare nell’aula della Sapienza, fu ricacciato in Vaticano dai manipoli di Fisica. Altro che Caselli, Travaglio dormiente, visto quanto ti è passato invano sotto il naso?

Spulcio ancora il Fatto e mi ritrovo un articolo sulla causa di Minzolini alla Rai per tornare al Tg1. Be’, anche qui. Ora, i travaglieschi sperano che il giudice dia torto (e gli danno, via articolo, delle dritte) al Minzo. E, comunque, già mettono il lutto per il caso di vittoria. Quando invece a volere rientrare erano gli amichetti loro - Santoro, Ruffini, Busi, Ferrario - tutti a tifare come ossessi, scomodando i numi della libera stampa, del servizio pubblico, della democrazia, dell'antifascismo. Esilarante poi, nella stessa pagina, la protesta per una sanzione dell’Ordine dei giornalisti al direttore, a causa di un titolo (del 2010, in prima pagina) che annunciava un’indagine per concussione contro Minzolini e il Cav.

Non era concussione, ma rivelazione di segreto. Come spacciare un palpeggiamento per uno stupro. Da urlo. Il Fatto fa l’offeso e banalizza l’errore - che vuoi che sia? - immemore delle volte che ha messo in croce il Tg1 minzoliniano - non per castronerie come la sua - ma per qualche notizia annacquata o nascosta tra le pieghe del telegiornale. La solita storia della pagliuzza e la trave. Alcuni mesi fa, La Stampa ospitò un’intemerata dell’Avv. Prof. Federico Carlo Grosso che se la pigliava con Marina Berlusconi per un esposto in Cassazione contro la sentenza dei 564 milioni a De Benedetti, fondata - diceva - su un precedente truccato.

Il docente accusava Marina, chissà perché, di intimidire la Cassazione, cui spetta l’ultima parola sul risarcimento. Marina e questo giornale, in solitaria, denunciarono che Grosso era il legale di De Benedetti e che, perciò, il suo intervento era viziato da un grattacielico conflitto di interessi, pari a quello dei tre consulenti torinesi scoperto da Gabanelli. Che oggi si è fatta uscire il fiato per l’amico Formigli e che invece, nel caso Grosso-La Stampa, ha fatto come tutti spallucce, in omaggio alla guerra per bande e alla sua regola d’oro: due pesi e due misure.



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Cause Rai per 300 milioni Il cavallo di viale Mazzini azzoppato dalle denunce

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"Report" raccoglie il maggior numero di querele. Contenziosi anche per "Annozero" e "Chi l’ha visto?". Una richiesta danni per diffamazione anche alla "Prova del cuoco"


Roma - Circa 46 milioni di euro, accantonati per il contenzioso civile della Rai nell’ultimo anno: ecco la provvista dedicata all’eventuale risarcimento delle molte e spesso gigantesche cause che incombono sulla testa del cavallo morente di viale Mazzini (soldi pubblici).


Rai

Diciamo subito che la cifra messa da parte dalla tv di Stato è molto inferiore al petitum, cioè a quanto viene richiesto da aziende o privati che si sentono diffamati dalla Rai. Lì si arriva a cifre spaventose, che sfiorano (stima nostra) i 300milioni di euro. Oltre ai 5 milioni in ballo con la Fiat (che ne chiedeva 20) per un servizio di Annozero decisi dal tribunale di Torino ma già impugnati dai legali Rai, il grosso delle cause riguarda Report di Milena Gabanelli.

Il suo programma di inchieste ha il record di citazioni in tribunale (ma la Gabanelli è un drago anche in difesa, ne ha persa una sola in 15 anni, per 30mila euro), seguita dall’ex programma di Santoro (che per il giudice non c’entra nel caso Fiat, perché «non è esperto di autovetture» e non c’è «nesso psichico» col servizio di Formigli!), e quindi da cifre fisiologiche di contenzioso per Presa diretta di Iacona, Chi l’ha visto, Tg1 e il Tg3, e una causa (annunciata) persino per La prova del cuoco, per una frase della Clerici su un ristorante di Mondello («lì si mangia da schifo»).

Spiccioli in confronto alla montagna di euro chiesti alla Rai per Report. È stata la stessa Gabanelli a fornire un elenco completo delle cause che la riguardano, per un totale spaventoso di 246 milioni di euro richiesti dai presunti diffamati. Da Report, e quindi dalla Rai, chiedono più di 40 milioni di euro (per cinque diverse puntate) gli Angelucci, ramo sanità privata. Pretende 10 milioni di euro dalla Rai il «furbetto del quartierino» Stefano Ricucci, così come l’industriale delle carni Luigi Cremonini, fondatore della Cremonini Spa, che ne chiede 12 di milioni, come risarcimento per un servizio sempre della Gabanelli.

L’operatore telefonico Tre stima in 137 milioni di euro il risarcimento adeguato per una inchiesta di Report, mentre Wind si accontenta di 10 milioni, quanto chiedono sia Cesare Geronzi che il vicepresidente dell’Ansa Mario Ciancio Sanfilippo, il doppio di quanti, invece, ne voleva Ligresti (5 milioni), che però si è visto dare torto dal tribunale di Milano, condannato pure al rimborso delle spese sia della Gabanelli (10mila euro) che dell’autrice del servizio Giovanna Corsetti (7mila). E poi un’altra decina di cause, per 246 milioni totali che si accollerebbe interamente la Rai. Anche se l’ultimo contratto della Gabanelli ha una novità non da poco, un clausola di manleva solo parziale, per cui se il tribunale riconosce il dolo o la colpa grave con sentenza passata in giudicato, l’azienda può rivalersi sull’autore della diffamazione.

Una limitazione della libertà dei giornalisti o una tutela giusta per un’azienda pubblica? È un nodo su cui il Cda dell’epoca Masi e poi con la Lei ha dibattuto molto, trovando un compromesso con la «clausola parziale». Ed ora la direzione generale - dopo la mazzata Fiat-Annozero - è decisa a portare in Cda la proposta di estendere a tutti i giornalisti Rai la formula trovata per la Gabanelli (mutuata dal contratto nazionale dei dirigenti). Ma su che basi? Per via della natura particolare della Rai, che in recenti sentenze è stata riconosciuta come soggetto di diritto pubblico (non a caso è stato designato un magistrato della Corte dei conti apposta per il Cda Rai), e quindi - come ha osservato Feltri sul Giornale e come ci confermano in termini giuridici fonti di viale Mazzini - «un danno economico alla Rai potrebbe costituire la fattispecie di un danno erariale», perché i soldi della Rai sono soldi pubblici.

Resta da risolvere un problema non da poco: quale giornalista della Rai farebbe più un’inchiesta seria, se corresse il rischio di dover pagare di tasca sua l’eventuale causa civile? Si può davvero equiparare un’impresa editoriale, per quanto pubblica, ad un Comune o all’Anas? Al Cda Rai - attuale o venturo - l’ardua soluzione. Ma una risposta serve, perché le cause in Rai proprio non mancano, anche da dentro l’azienda. Il conduttore dell’«Italia sul Due» Milo Infante fa causa alla Rai per mobbing, perché si sente oscurato dalla Bianchetti. Il Comune di Portogruaro fa causa perché non arriva bene il digitale terrestre, e poi centinaia di cause di lavoro. Azzoppato dalla cause questo povero cavallo di viale Mazzini.



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Qualcosa di straordinario" in difesa delle balene

La Stampa


Una scena di "Qualcosa di straordinario"

Daniela Falchero

Il 24 febbraio esce nelle sale italiane Qualcosa di straordinario. Ambientata nel 1989, la commedia racconta la vicenda del reporter televisivo Adam Carlson (interpretato da John  Krasinki) che, trovandosi in Alaska per lavoro, scopre per caso una famiglia di balene grigie rimasta intrappolata dal ghiaccio. Ad aiutarlo nella non facile missione di liberarle sarà l’ex-fidanzata Rachel Kramer (Drew Barrymore), una volontaria di Greenpeace. L’impresa, oltre a essere l’occasione per rilanciare la loro storia d’amore e a offrire un’opportunità di successo al reporter, si trasformerà in un’avventura leggendaria che attirerà l’interesse internazionale dei media e dell’opinione pubblica, riuscendo persino a coinvolgere gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica nell’invio di una rompighiaccio.

La trama si basa su una storia vera, quella della campaigner di Greenpeace Cindy Lowry (Rachel Kramer nella finzione), che a metà degli anni Ottanta si batté con tutte le sue forze per salvare tre balene grigie intrappolate nei ghiacci della banchisa artica al largo dell'Alaska. In un’intervista rilasciata proprio a Greenpeace per commentare l’uscita del film Campbell Plowden, che nel 1988 era a capo della Campagna Balene di Greenpeace USA, ricorda quanto impegno si fosse reso necessario in quell’occasione: “Il presidente Reagan non era noto per il suo amore per l'Unione Sovietica e l'idea di chiedere al colosso comunista di inviare una o più delle loro navi in acque americane per contribuire al salvataggio delle balene sembrava assurda”. Tuttavia, l’operazione di salvataggio andò a buon fine grazie agli sforzi congiunti della Guardia Nazionale dell'Alaska, della comunità Inuit di Barrow, di Greenpeace, della compagnia petrolifera Veeco, dell'amministrazione Reagan e dell'URSS. Da qui si comprende perché il titolo originale del film sia Big Miracle

Qualcosa di straordinario è una commedia che offre l’occasione di portare all’attenzione del grande pubblico un tema molto serio e di costante attualità: la difesa delle balene dall’estinzione. Stando alle informazioni di Greenpeace, le balenottere azzurre in Antartide sono l'1 per cento della popolazione originaria. Alcune popolazioni di balene si stanno espandendo, si stima infatti che le balene grigie del Pacifico Orientale abbiano recuperato appieno la propria condizione originaria. Ma altre invece sono in condizioni gravi: si può affermare che le balene grigie del Pacifico Occidentale siano ormai sull'orlo dell'estinzione, contando solo più un centinaio di esemplari.

Responsabili di questo fenomeno sono più fattori. Intanto negli ultimi cinquant'anni l'impatto delle attività dell'uomo sugli ecosistemi marini è stato profondo:  il cambiamento climatico, l'inquinamento chimico e acustico, l’aumento del traffico marittimo sono tutte condizioni che hanno alterato l’habitat naturale degli oceani. A questi si deve aggiungere lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche: la pesca industriale riduce le risorse alimentari e parallelamente espone le balene al rischio delle catture accidentali.

Ultimo fattore, ma non meno importante, è la caccia. Nonostante dal 1986 sia in vigore una moratoria sulla caccia commerciale, l’organismo preposto alla tutela delle popolazioni di cetacei, ovvero la International Whaling Commission, non è ancora riuscito a bloccare l’attività delle nazioni baleniere. Norvegia, Islanda e Giappone continuano a praticarla. L’IWC consente un margine di tolleranza solo per la caccia a scopi scientifici ma le soglie previste, che contano poche unità e variano di anno in anno, non vengono mai rispettate. Il Giappone viola regolarmente il Santuario dell’Oceano Antartico (istituito nel 1994), uccidendo oltre 500 esemplari di balene all’anno. Dall’entrata in vigore della moratoria assoluta dell’IWC, si calcola che il numero totale di cetacei macellati da Giappone, Norvegia e Islanda si aggiri intorno alle 25.000 unità, ben oltre gli esemplari di cui è consentita l’uccisione per scopi scientifici.

A fine 2011 l’annuncio di Michihiko Kano, ministro della Pesca giapponese, della ripresa della caccia nel santuario dei grandi cetacei nell’Oceano Meridionale è stato accolto da una serie di polemiche a livello internazionale. Soprattutto perché per questa iniziativa sono stati stanziati dal governo giapponese 2,28 miliardi di yen in più (circa ventuno milioni di euro) rispetto ai sette milioni di euro che il programma di caccia baleniera già riceve. Inoltre, Kano ha annunciato anche l’intervento di navi da pattuglia dell’Agenzia della pesca per scoraggiare le manifestazioni degli ambientalisti, come quelle messe in atto da Sea Shepherd per esempio. Si stima infatti che negli ultimi tre anni la costante presenza della flotta di Sea Shepherd nel Santuario in Antartide abbia salvato in totale 1.867 balene dalla caccia illegale. A conseguenza delle loro azioni, nell’ultima stagione di caccia, le navi nipponiche hanno dovuto sospendere le attività fermandosi a un quinto della quota prefissata.

Ed è proprio di questi giorni la notizia diffusa dall’Environmental Investigation Agency che Amazon.com ha contribuito al commercio di carne di balena: 147 prodotti contenenti carne proveniente da balene, delfini ed altri cetacei, gran parte dei quali inclusi negli elenchi delle specie in via d’estinzione, sono stati messi  a disposizione degli utenti su Amazon.co.jp. Per rendere nota questa attività illegale di Amazon, l’EIA ha chiesto a tutti coloro che sono sensibili al tema di avviare una campagna di informazione condividendo sui social network un video realizzato ad hoc e la pagina web appositamente dedicata all’argomento, o inviando una e-mail di protesta indirizzata direttamente ai responsabili di Amazon.

Pertanto, l’uscita de Qualcosa di straordinario va davvero a toccare un tema caldo. Sebbene il film della Universal non abbia intenzione di approfondire tutti questi aspetti legati alla salvaguardia delle balene, attraverso il racconto di una storia vera suggerisce una riflessione che prima o poi si dovrà fare: la necessità di una cooperazione internazionale al di là degli interessi economici e politici delle nazioni per affrontare e risolvere le problematiche ambientali che sempre più affliggono il nostro Pianeta.



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Picchia i colleghi al bar del Parlamento, arrestato laburista britannico

Corriere della sera

Ancora incerte le cause della risa, forse l'abuso di alcol



Erick Joyce  (da http://ericjoyce.co.uk/)Erick Joyce (da http://ericjoyce.co.uk/)

MILANO - All'improvviso e senza un motivo apparente ha aggredito alcuni colleghi e li ha picchiati selvaggiamente in uno dei bar della Camera dei Comuni. Eric Joyce, parlamentare del partito laburista, è stato arrestato mercoledì sera dalla polizia britannica dopo aver scatenato una rissa all'interno dello Strangers' Bar, uno dei caffè nel Palazzo di Westminster. Il politico cinquantunenne, eletto nella circoscrizione scozzese di Falkirk, avrebbe preso a pugni diversi parlamentari conservatori e durante la rissa avrebbe colpito anche un collega laburista.

LA LITE - Non sono ancora chiare le cause della lite. Secondo quanto racconta il sito web Politicshome, il deputato, poco prima di passare all'azione, si sarebbe lamentato con i gestori del bar perché il locale «era pieno di parlamentari tories». Un altro testimone ha riferito che Joyce, che è un ex ufficiale militare, avrebbe prima spinto un collega conservatore, poi, infuriato, si sarebbe scagliato contro altri parlamentari colpendoli ripetutamente. La peggio sarebbe andata a Stuart Andrew, deputato di Pudsey, che è stato colpito da Joyce prima con una testata e poi con diversi pugni. La polizia britannica ha confermato che un uomo di 51 anni è stato arrestato, ma non ha voluto rivelare le sue generalità: «Siamo stati chiamati verso le 22.50 della scorsa notte per una rissa scatenata in un bar della Camera dei Comuni - ha dichiarato il portavoce di Scotland Yard -. Un uomo è stato arrestato con l'accusa di aggressione».

IL PROBLEMA DELL'ALCOL - Sebbene i reali motivi della rissa non siano stati rilevati, il Daily Telegraph punta il dito contro il vizio dell'alcol che affligge tanti parlamentari britannici e che in passato ha già causato diversi problemi a Joyce. Nel 2010 infatti, quando era ministro ombra per l’Irlanda del Nord, si rifiutò di effettuare l'alcol test dopo essere stato fermato dalla polizia. In quell'occasione dovette pagare 400 sterline, gli fu ritirata la patente per un anno e fu costretto a dimettersi dalla carica di ministro-ombra. Anche questa nuova bravata gli costerà cara: i laburisti l'hanno già sospeso dal partito e non si sa quando sarà rilasciato da Scotland Yard. Inoltre - come fanno notare diversi media britannici - il 2012 è cominciato davvero male per lo Strangers' Bar. Appena qualche settimana fa il famoso bar della Camera dei Comuni aveva conquistato le prime pagine dei giornali dopo essere stato accusato dalla parlamentare laburista di vendere la Top Totty, una birra sul cui logo compare l'immagine di una pin-up seminuda e che secondo la parlamentare offende l’immagine della donna. Velocemente ribattezzata «la bionda sessista», la birra è stata immediatamente ritirata dal locale.


Francesco Tortora
23 febbraio 2012 | 14:11




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C’erano dentro tutti, ma il Pci si salvò

di -

Il sistema-tangenti crollò perché era diventato insostenibile. Ma Mani pulite colpù solo una parte. E fu "guerra civile"

 

Dopo vent’anni la discussione su Mani pulite e Tangentopoli è stata di una povertà sconcertante, perché del tutto ripetitiva rispetto alle polemiche del passato. A nostro avviso di Tangentopoli oggi si deve parlare in termini storici e non puramente giuridici o etici.



Allora non si può nascondere l’assoluta evidenza: Tangentopoli era un «sistema» ed era parte del «sistema-Italia», non una sommatoria di corruzioni individuali. Il decollo della vita politica democratica in Italia, dal 1944 in poi, si è svolto in condizioni di assoluta drammaticità: prima la guerra civile fra fascisti e antifascisti, quindi la divisione del mondo in due blocchi che poteva sfociare anche in una nuova guerra mondiale. In Italia c’era il Partito comunista più forte dell’Occidente che dalle sue origini poteva giovarsi di enormi finanziamenti sovietici ai quali si aggiungevano quelli provenienti dalle società di import/export con l’Est, quelli derivanti dalle cooperative, quelli della rendita petroliera, quelli «straordinari» derivanti da imprese private in cambio di un sostegno negli appalti e in altre iniziative economiche (su quest’ultima voce esistono gli atti di una riunione presso la direzione Pci nel 1974 di cui hanno parlato Crainz e Galli della Loggia).

Per rispondere ai finanziamenti del Pci, alle origini la Dc fu finanziata dalla Cia e dalla Confindustria, poi dal sistema delle partecipazioni statali, dall’Iri e dall’Eni dove Enrico Mattei - d’intesa con Albertino Marcora - addirittura fondò una corrente, quella della sinistra di Base. A sua volta, fino a Craxi, il Psi venne finanziato dai suoi principali alleati a seconda delle fasi politiche fondamentali cioè dal Pci nella fase frontista e poi dalla Dc attraverso il sistema delle partecipazioni statali durante il centrosinistra. Fu Craxi che si impegnò, con tutti i rischi conseguenti, a dotare il Psi di un finanziamento autonomo con imprenditori privati e con settori delle partecipazioni statali (da un lato Eni, dall’altro l’Efim). Mentre Dc e Psi erano divisi in correnti per cui il finanziamento dei vari gruppi industriali finanziari poi riguardava sia i partiti, sia le loro correnti, il Pci si fondava sul centralismo democratico, prendeva i soldi come partito e aveva effettuato una qualche differenziazione di ruoli fra chi si occupava del finanziamento, come Greganti e come Zorzoli, e chi svolgeva l’attività politica. Piaccia o meno, la realtà è stata quella qui descritta in modo crudo; all’estero come in Italia l’attività politica richiedeva e richiede cifre molto rilevanti: manifesti, manifestazioni, migliaia di quadri a tempo pieno sul territorio, sedi, giornali, ecc.

Dagli anni ’80 in poi il calo della tensione politica ha prodotto anche operazioni rivolte all’arricchimento personale. In Italia c’era poi una triplice anomalia: uno scontro politico frontale per l’esistenza del più forte Partito comunista d’Occidente, un capitalismo privato strettamente implicato allo Stato, delle forze politiche molto strutturate e molto presenti in tutti i gangli della società, e molto costose. A mettere in crisi il sistema di Tangentopoli sono stati due elementi. Da un lato il crollo del comunismo nel 1989, dall’altro l’adesione dell’Italia a Maastricht, ad opera del governo Andreotti-De Michelis nel febbraio 1992. Orbene a quel punto il sistema di Tangentopoli, è diventato antieconomico per le imprese. Infatti, fino ad allora i grandi gruppi industriali-finanziari-editoriali italiani, in primo luogo la Fiat, non sapevano neanche dove stavano di casa il mercato e la libera concorrenza. Invece con Maastricht furono costretti a fare i conti con la concorrenza internazionale e il sistema basato sulle tangenti è risultato anti-economico.Ora quale è stata la «perversione» insita in Mani Pulite? La risposta è semplice. Tutti i partiti e tutti i gruppi economici erano coinvolti in Tangentopoli. Allora o il sistema veniva superato in modo concordato (ad esempio con la fine del finanziamento irregolare e con una amnistia), oppure la magistratura, come gli «angeli sterminatori» di Brummel, avrebbe dovuto colpire tutto e tutti, compreso il Pci-Pds.

Ora già l’amnistia del 1989 aveva sanato i reati commessi fino ad allora, compreso il finanziamento sovietico per il quale il Pci non è mai stato perseguito. Mani pulite ha concentrato i suoi colpi su quello che è accaduto dopo e lo ha fatto in modo assolutamente unilaterale sia dal punto di vista delle imprese, sia dal punto di vista dei partiti: ha colpito in modo totale il Psi, il Psdi, il Pli , il Pri e l’area di centrodestra della Dc, invece ha salvato sia la sinistra democristiana, sia il Pci nel suo complesso. Ciò è stato riconosciuto anche da Carlo De Benedetti: «In quell’operazione certamente il Pci è stato protetto perché sia Borrelli che D’Ambrosio volevano distruggere il sistema di potere, non tutti i partiti, non la politica» (in Marco De Milano, Eutanasia di un potere, pagina 291, Laterza). Basti pensare che è provato – lo ricorda Di Pietro stesso - che Gardini si recò in via delle Botteghe Oscure, avendo un appuntamento con Occhetto e D’Alema e portando con sé circa un miliardo. Per questo egli e Cusani furono anche condannati per corruzione, ma non fu possibile accertare chi, del Pci-Pds, fu il «corrotto».

Di conseguenza Mani Pulite si è risolta in una sorta di «guerra civile» nella quale i tradizionali partiti democratici e anticomunisti sono stati distrutti e in Italia, nel 1994, stava per avvenire il paradosso storico che proprio il partito post-comunista fosse li per lì per prendere il potere. L’operazione fu impedita dalla discesa in campo di Berlusconi. Non a caso, da allora, egli è diventato il bersaglio di tutte le procure d’Italia, del gruppo Repubblica-L’Espresso e dei partiti di sinistra. Va anche detto che, dopo il 1987, sia la Dc che il Psi non erano più quelli di una volta, per cui l’ operazione fu favorita dalla loro involuzione. Come abbiamo visto Tangentopoli era un sistema che coinvolgeva gruppi economici, partiti, sindacati (i palazzi d’oro) e correnti di partito in quanto tali. Adesso non c’è nulla di tutto ciò: vige una parcellizzazione della corruzione che coinvolge i singoli, gli alti burocrati, i manager di singole imprese, i singoli uomini politici. È un fenomeno che coinvolge tutto e tutti (per cui il Pd non può dare nessuna lezione) ma in forme del tutto decentrate e personalizzate.

È augurabile che anche questa versione della corruzione venga sconfitta perché essa toglie efficienza al sistema ed è contraria alla democrazia perché toglie credibilità ai partiti e alle istituzioni.
* Capogruppo alla Camera del Popolo della libertà




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Aids, scoperto un nuovo "timbro molecolare"

La Stampa

Apre le strada a nuove cure




modena

Bastarebbe un semplice contatto con il virus dell’immunodeficienza umana (Hiv) per “marchiare” le cellule del sangue, anche quelle chenon verranno mai infettate davvero. Questa sorta di carta d’identità negativa, che può avere effetti dannosi per i linfociti che dovrebbero combattere il virus, apre però le porte anche a nuove possibilità di cura.

La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori italiani, coordinati da Claudio Casoli del Centro di Ricerca Medica e Diagnostica Molecolare Gemiblab di Parma e dal prof.Andrea Cossarizza dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che hanno scoperto che l’Hiv è in grado di alterare la qualità e il comportamento di piccole molecole di Rna chiamate “micro-Rna”, o “miRNA”, non soltanto nelle cellule che sono state infettate dall’Hiv stesso, ma anche in quelle che sono state semplicemente a contatto con i suoi prodotti.

I miRNA sono molecole di RNA che costituiscono circa l’1% di tutti i trascritti genici e hanno dimensioni molecolari estremamente limitate. Per questo motivo fino a pochissimo tempo fa è stato molto difficile identificarle e studiarle. Oggi si sa che esistono circa un migliaio di miRNA, che non sono direttamente coinvolti nella sintesi delle proteine ma regolano numerose attività cellulari e hanno un ruolo di grande interesse in diverse patologie neoplastiche o degenerative.

Lo studio collaborativo sull’importanza dei miRNA nell’infezione da HIV è stato portato avanti da gruppi con diverse competenze (infettivologiche, biochimiche, immunologiche), al Gemiblab di Parma, nelle Università di Parma, Milano, Modena e Reggio Emilia, all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e all’Istituto San Raffaele di Milano.

I ricercatori hanno esaminato diversi gruppi di pazienti Hiv+, da quelli con infezione acuta a quei rarissimi pazienti il cui sistema immunitario controlla perfettamente il virus senza bisogno di farmaci, ai partner sieronegativi di pazienti Hiv+. Nei linfociti di questi pazienti il virus lascia appunto un “timbro molecolare”.

Il lavoro, in uscita sulla rivista internazionale Blood (giornale della American Society of Hematology), identifica una nuova strategia utilizzata dal virus per combattere la risposta immunitaria e apre nuove prospettive, in particolare per nuovi aspetti diagnostici e terapeutici dell’infezione da Hiv, compresi quelli vaccinali.



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Matteo, il disagio in una bottiglia «Resta solo la voglia di sognare»

Corriere della sera


Ai tempi di Facebook e degli sms, ritrovato nelle acque dell'Adda un foglio scritto a mano da un ragazzo



LODI - Quando hanno visto la bottiglietta di vetro che dondolava sul bagnasciuga lungo la riva dell'Adda, le Guardie ecologiche del Parco Adda Sud sono andate a raccoglierla. Pensavano fosse immondizia lasciata da qualche maleducato, invece tra le mani si sono trovati una richiesta di aiuto. Un messaggio in una bottiglia sigillata, scritto non da un naufrago abbandonato su un'isola deserta, ma da un giovane che si sente senza speranze. Il foglio, strappato da un quaderno a righe e firmato Matteo da Lodi, porta la data del gennaio di quest'anno e frase dopo frase disegna uno scenario di disillusione.

IL BIGLIETTO - «Non molto tempo fa ero sicuro delle mie scelte, certo di poter andare lontano, ma adesso la dura e fredda verità è venuta a galla. Quello che avevo immaginato e costruito mese dopo mese, anno dopo anno, si è dissolto come un castello di sabbia. E al suo posto è apparsa solo la paura. Quella di rendersi conto di aver sprecato la propria vita per costruire qualcosa che non esiste». Secondo Clara Bacchini, una dei due volontari che ha scoperto la bottiglia, in località Val Grassa, a scrivere il messaggio è un ragazzo giovane, forse ventenne. «La scrittura è da ragazzo, l'ha confermato un grafologo - spiega -. Questa storia mi ha colpito, forse perché anche se sono un po' più grande, anch'io in questi anni ho provato la tristezza di lavori che non mi davano soddisfazione».

IL LAVORO - Matteo da Lodi sottolinea lo stesso concetto. E scrive: «Non so quanti siano i giovani che come me hanno sacrificato tanto per lo studio e adesso si trovano a fare lavori neanche immaginati. Mi sento rassegnato e sconfitto dal nostro sistema, che purtroppo non lascia molta scelta a chi ha bisogno di farsi un futuro». Ma alla fine, come il naufrago della canzone dei Police, anche Matteo, giovane lodigiano sulla cui identità resta il mistero, ritrova la speranza: «Becchiamo le briciole che ci vengono lasciate e non abbiamo neanche le ali per volarcene via, ma c'è una cosa che nessuno potrà mai toglierci, la nostra voglia di sognare». Una lezione su cui riflettere, in questi tempi di crisi, di Facebook e di sms spesso inutili.


Caterina Belloni
23 febbraio 2012 | 11:52



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La ragazza intrappolata nel presente

La Stampa

Jess Lydon, 19 anni, ha contratto la sindrome di Susac: può ricordarsi solo le ultime ventiquattro ore
ANDREA MALAGUTI CORRISPONDENTE DA LONDRA


La ragazza che può ricordarsi solo le ultime ventiquattro ore della sua vita ha 19 anni, si chiama Jess Lydon e abita a Walsgrave, nella contea di West Midlands, nella pancia del Regno Unito. Tutto quello che conosce della sua vita è il presente. Non sa più che la sua migliore amica è incinta. E neanche che suo nonna Audrey è morta lo scorso anno. A 69 anni. Si volevano un bene da matti e lei il giorno del funerale ha appoggiato una rosa bianca sulla bara. Non sa quando è Natale. Figuriamoci Pasqua. Ogni tanto le arrivano delle immagini sfocate e lei dice: «ah, ecco, forse è così», ma non sa bene dove la porta il filo dei suoi pensieri. Le escono frasi bele - «mi piace molto percorrere il bordo curvo della città» - e anche tremende: «la mia vita è rovinata».

La sua malattia si chiama Sindrome di Susac. E nel mondo ce l’hanno solo duecentocinquanta persone. La maggior parte sono donne, con un’età che va dai 18 ai 40 anni. Non si sa come la si prende. E fino al 1979 non l’avevano neppure catalogata. Poi sono cominciati gli studi. Si soffre di encefalopatia (danni neuronali, per esempio), ipoacusia neurosensoriale (riduzione dell’udito per colpa del nervo acustico) e di occlusione arteriolare (il sangue fatica a fluire). La diagnosi è sempre complicata.

La Sindrome arriva all’improvvio e in genere si manifesta con attacchi ricorrenti che durano più o meno quindici mesi. Come si presenta se ne va. Senza preavviso. Non sono segnalati casi mortali, ma su un terzo dei pazienti restano postumi sensoriali e neurologici di gravità variabile. I medici cercando di curarla con cocktail di farmaci a base di steroidi, ma non sanno bene neanche loro dove sbattere la testa. Tracey, la mamma di Jess, giura che da novembre la vita della sua bambina è diventata un incubo. «E’ una pittrice, sapete? Fa la scuola d’arte e ha le mani fatate. disegna divinamente. E poi recita. Bravissima».

Quando la Sindrome l’ha messa in gabbia era diventata la protagonista di «We will rock you». Invece adesso è uno scherzo del destino. Un’aquila reale che soffre di vertigini. Anzi, secondo Tracey è persino peggio. «E’ come una pensionata con l’Alzheimer. Spesso mezzora dopo la colazione mi chiede se dobbiamo ancora sederci a tavola. Mi viene da piangere. E non mi resta che pregare».

Lei, Jess, lo sa che le cose non funzionano. Il suo ragazzo l’ha lasciata e ha dovuto rinunciare anche al College. Ma lei di lui non ricorda neppure il nome. Passa le giornate a guardare fuori dalla finestra. Come se la soluzione fosse là, nascosta dietro gli alberi di albicocche. Spera la luce della campagna le riaccenda la memoria entrandole negli occhi. Ha un profilo sottile, delicato, la pelle molto bianca e il naso da francese. In genere si lega i capelli dietro la testa con un elastico. Si cura, perché «quando questo disastro sarà passato voglio che la vita mi trovi in ordine». Ha smesso anche di uscire. Ha paura di non trovare più la strada di casa. E spesso si domanda anche se davvero l’ha invitata qualcuno. Con il buio, poi, diventa ancora più triste. Le era sempre piaciuta la notte. Convinta che il mondo si comportasse meglio restando fermo. Invece adesso si è fermata lei. E tutto quel buio silenzioso le è piombato addosso.



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