lunedì 27 febbraio 2012

Manifestante No Tav giù dal traliccio, è in coma I sindaci delle Valli: «Adesso fermate i lavori»

Corriere della sera

Luca Abbà stava protestando contro gli espropri. Presidi su strade e autostrade. «Occuperemo anche altre zone»


MILANO - «Chiediamo un incontro urgente al prefetto di Torino e al governo perché i lavori vengano interrotti». Lo ha detto Sandro Plano, presidente della Comunità montana Val di Susa e Val Sangone, a nome dei 23 sindaci No Tav che hanno partecipato, insieme a lui, a un'assemblea a Bussoleno a seguito dell'incidente che ha coinvolto Luca Abbà, l'attivista precipitato dal traliccio dell'alta tensione su cui si era arrampicato per resistere allo sgombero. L'incontro è stato accordato: si svolgerà martedì alle 19,30 nel capoluogo piemontese. Ma questa è forse l'unica buona notizia della giornata per gli abitanti della Valle.



LE REAZIONI - «Se cercavano il morto, ci sono quasi riusciti». Alberto Perino, leader storico dei No Tav piemontesi, non ci gira attorno: «L'aveva detto il capo della polizia Manganelli che poteva scapparci il morto, ma non aveva specificato da che parte. Adesso chiediamo ai compagni di tutta Italia di mobilitarsi, a casa loro». Tutto il movimento punta ora il dito contro le forze dell'ordine. Polizia e carabinieri, che erano intervenuti per garantire agli operai la possibilità di procedere con i lavori, una volta giunti allabaita Clareahanno trovato ad attenderli una ventina di manifestanti. Tra loro anche Abbà, 37 anni, tra i proprietari dei terreni oggetto dell'esproprio, che per protesta si è arrampicato sul traliccio: è stato folgorato da una scarica elettrica mentre alcuni agenti stavano cercando di raggiungerlo per convincerlo a scendere ed è caduto da un'altezza di dieci metri. Trasportato in elicottero all'ospedale Cto di Torino, è tuttora ricoverato in coma. Maurizio Berardino, il primario del reparto di Rianimazione, nel primo bollettino diramato alle 18 ha spiegato che ci vorranno altre 6-8 ore per capire il grosso dell'impatto clinico che la folgorazione ha avuto. In serata, via Twitter, il movimento No Tav parla di notizie in arrivo dal Cto che darebbero Luca Abbà non in pericolo di vita.


BLOCCATA LA VALLE - L'incidente ad Abbà ha subito scatenato la reazione del movimento, che per protesta ha occupato le strade statali 24 e 25 e l'autostrada Torino-Bardonecchia. Nel pomeriggio una militante No Tav è stata investita da una Panda che ha cercato di forzare il blocco autostradale a Bussoleno. Trasportata in ambulanza all'ospedale di Susa, non è grave. «Dobbiamo continuare ad oltranza, dobbiamo andare a bloccare l'alta valle - ha detto poi nel tardo pomeriggio Perino all'assemblea organizzata presso il blocco autostradale di Bussoleno -. E devono andare i vecchi. Serve una risposta forte pacifica e determinata». E ancora: «Bisogna rispondere all'infamia di questa mattina. Dopo la manifestazione di sabato non si sono fermati neanche un attimo. Ci vuole una risposta forte, pacifica e determinata. Quel che faremo lo scoprirete quando l'avremo fatto. E vi invito a leggere tutte le forme di protesta non violenta proposte da Gandhi: scoprirete delle cose che non vi aspettate». I No Tav si riuniranno alle 20, alla rotonda della statale 25, per decidere come e dove effettuare i nuovi blocchi.


PROTESTE IN TUTTA ITALIA - Ma anche nel resto d'Italia ci sono state mobilitazioni per protestare contro l'accaduto. A Romasono stati occupati intorno alle 18 i binari dell'Alta velocità della stazione Termini. La circolazione dei treni in arrivo e in uscita dalla capitale è stata sospesa per una ventina di minuti: alcuni treni hanno accumulato ritardi. Un Frecciarossa è stato danneggiato, alcuni treni sono stati imbrattati. Collettivi studenteschi che fanno capo alla sigla Atenei in Rivolta hanno organizzato blocchi stradali al traffico in zona università. Dopo avere occupato i binari della stazione il corteo dei manifestanti ha bloccato Porta Maggiore e lo scalo di San Lorenzo. Un gruppo di manifestanti del corteo organizzato a Bologna ha invece occupato i primi tre binari della stazione, entrando da ingressi laterali dopo che le forze dell'ordine in assetto anti-sommossa avevano impedito loro l'accesso dall'atrio principale. Ci sono stati anche momenti di tensione con tafferugli e manganellate. A Palermo, invece, alcuni studenti universitari vicini al movimento dei No Tav, hanno contestato il segretario del Pd Pierluigi Bersani. I contestatori hanno esibito alcuni striscioni con la scritta «Vergogna. Luca in fin di vita per i vostri profitti». Molti presidi spontanei e autoconvocati sono stati poi organizzati in diverse altre città italiane, tra cui Firenze, dove è stata occupata la tramvia, e Milano, nel corso della quale è stata presa di mira con petardi e fumogeni la redazione del quotidiano Libero. I pirati informatici di Anonymous hanno infine paralizzato i siti istituzionali di polizia e carabinieri.


LA SITUAZIONE È CAMBIATA -«La situazione da oggi in poi è cambiata e la volontà non è nostra» ha detto Lele Rizzo, del centro sociale Askatasuna di Torino, uno dei leader del movimento, a una conferenza stampa a Bussoleno. «La situazione è assolutamente grave, non è normale quel che è accaduto stamattina» ha aggiunto, riferendosi anche al fatto che «i lavori sono proseguiti nonostante lui stesse a terra dopo essere stata folgorato». È normale che Luca abbia tentato un atto di resistenza pacifico e non violento - ha detto Rizzo - ma è stato rincorso sul palo. Dopo una manifestazione di quella di sabato, avrebbero dovuto prendere respiro per i lavori. Farli adesso in questo modo significa voler ingaggiare un qualcosa di alto e di pericoloso». «Noi ci prendiamo le nostre responsabilità - ha proseguito - e il merito di non ragionare così come loro. Luca è in ospedale perchè ha difeso la propria terra, dall'altra parte non c'è stato il minimo rispetto per le sue condizioni. Hanno continuato i lavori nonostante lui fosse a terra».


LE INDAGINI - I pm Andrea Beconi e Giuseppe Ferrando della Procura di Torino in mattinata avevano raggiunto la baita e interrogato come persone informate sui fatti almeno una decina di No Tav che avevano passato la notte alla casetta di legno. Sono i compagni di Luca Abbà. Saranno molto probabilmente denunciati dalla polizia giudiziaria e indagati per aver violato l'area dichiarata sito strategico nazionale. Verso le 13 tutti i No Tav hanno lasciato la baita, insieme al consigliere regionale del Movimento 5 stelle Davide Bono, arrivato in tarda mattinata. Il giudice Gian Carlo Caselli, da tempo oggetto di contestazioni da parte del movimento, ha spiegato ai microfoni di Radio 24 che «il movimento No Tav deve prendere le distanze da violenti perché altrimenti fa del male a se stesso. Se ha ragione, così si mette dalla parte del torto».


I LEGALI DEL MOVIMENTO- Secondo il team legale che segue il movimento No Tav l'occupazione dei terreni del cantiere di Chiomonte (Torino) a fini di esproprio costituisce «una vera e propria emergenza democratica». «L'esproprio di oggi non è legittimamente autorizzato. E corrisponde a un delitto», ha detto uno dei legali del Movimento No tav, l'avvocato Massimo Bongiovanni. «Il prefetto oggi - ha spiegato - non ha inserito nell'ordinanza la possibilità di occupare terreni privati da parte forze dell'ordine, perchè i suoi legali glielo hanno sconsigliato. Ma nonostante tutto, li stanno occupando e li stanno recintando. L'ordinanza riguarda solo la viabilità, il divieto di accesso, non l'installazione di jersey su terreni privati. Questa si chiama occupazione». E corrisponde a un delitto - ha ribadito - «cioè all'invasione di terreni e di edifici. Non esiste nessun principio che consente di evitare l'esproprio ordinario in presenza di un sito strategico nazionale. È un'occupazione di fatto non autorizzata. Noi avevamo mandato nei giorni scorsi una diffida anche a nome di Luca Abbà al prefetto, ma non l'hanno tenuta in considerazione. Impugneremo questa ennesima ordinanza, la settima, illegittima come le altre».

Redazione Online
(ha collaborato Elisa Sola)27 febbraio 2012 | 23:35

Tav, sul web il tam tam degli antagonisti: "Alta velocità ci porta ad Atene in 5 minuti"

di -

Dopo l'incidente di questa mattina, la Val Susa torna ad agitare il mondo antagonista. Presidi e manifestazioni nelle principali città d'Italia: sul web il popolo "No Tav" si organizza


La Val Susa torna ad agitare il mondo antagonista. E la mobilitazione contro l'Alta velocità torna a scatenare il caos in Piemonte.



Alberto Perino, uno dei leader No Tav
Alberto Perino, uno dei leader No Tav

Sulla rete il tam tam che chiama a raccolta le frange "armate" della sinistra radicale per lottare al fianco dei valsusini è continuo e insistente. Mentre alcuni manifestanti hanno già bloccato l'autostrada Torino-Bardonecchia, su internet si continuano a moltiplicare gli appelli a scendere in piazza in diverse città.
Una frase - la più twittata del giorno - è diventata lo slogan dei collettivi: "La Tav non ci porta a Lione in tre ore, ma ad Atene in cinque minuti". E' chiaro e violento il riferimento alle proteste greche che hanno messo a ferro e fuoco la capitale a causa della crisi economica. Oggi sono stati convocati presidi a Torino. A Roma, invece, appuntamento per una assemblea cittadina nella facoltà di Fisica alla Sapienza e un presidio. A scaldare gli animi ci pensa anche il segretario del Prc Paolo Ferrero che, questa mattina, ha lanciato un appello a manifestare davanti a Palazzo Chigi. A Milano, invece, gli studenti universitari si sono dati appuntamento in Statale per poi andare a manifestare in San Babila. E ancora: manifestazioni, presidi e picchetti a Firenze, Bologna, Padova, L'Aquila, alle e Vicenza.



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Manifestante No Tav cade da un traliccio dopo essere stato folgorato: è gravissimo

Corriere della sera

Luca Abbà stava protestando contro gli espropri a Chiomonte


MILANO - Grave incidente in Val di Susa. Con un giorno di anticipo rispetto alle previsioni , sono cominciati alle 8 i lavori di allargamento del cantiere della Tav a Chiomonte. Quando sono arrivate le forze dell'ordine alla baita Clarea, lo storico presidio No Tav a poche centinaia di metri dalle reti, hanno trovato una ventina di manifestanti. Uno di loro, Luca Abbà, 37 anni, tra i proprietari di uno dei pezzi di terreno oggetto dell'esproprio, per protesta è salito su un traliccio dell'alta tensione. Ha preso la scossa ed è caduto da un'altezza di dieci metri. Sul posto e' arrivato l'elisoccorso che lo ha portato all'ospedale Cto di Torino. Circa 150 No Tav si sono riuniti in assemblea al campo sportivo di Giaglione e hanno deciso di trovarsi alle 11 e 30 al Vernetto, il punto che si trova a Bussoleno dove si congiungono le statali 24 e 25 e il raccordo che porta all'autostrada Torino-Bardonecchia. Alla riunione ha partecipato anche il presidente della Comunità montana Val di Susa e Val Sangone Sandro Plano, che ha scritto un telegramma al prefetto di Torino chiedendo «di sospendere le operazioni di allargamento del cantiere per non aumentare le tensioni».



LA DINAMICA - Luca Abbà era salito sul traliccio per «resistere» allo sgombero della baita che da mesi è diventato un punto di riferimento per gli attivisti. Un'azione che era stata decisa la sera prima con gli altri militanti e aveva come obiettivi quello di rallentare i lavori e attirare l'attenzione della Valle. Intorno alle 9 secondo alcuni testimoni, gli agenti hanno cercato di raggiungerlo. Quindi è salito ancora. Poi una scintilla. E l'uomo è caduto da circa dieci metri. Chi era presente racconta di un'attesa di «almeno 15 minuti prima che arrivassero i soccorsi». Le sue condizioni sarebbero gravissime. Avrebbe un polmone perforato, diverse fratture e ustioni sul corpo

I LAVORI- Intanto i lavori sono continuati. L'area è stata delimitata, mentre alcuni attivisti sono ancora nella baita e non vogliono uscire.

Elisa Sola
27 febbraio 2012 | 11:17

Il testo della telefonata tra Abbà e radio BlackOut

di -

Nella telefonata a radio BlackOut i cronisti invitano Abbà a prestare attenzione e a non farsi male. L'uomo poco dopo è caduto dal traliccio e ora è in coma farmacologico


Il leader storico dei No Tav, Luca Abbà, questa mattina è caduto da un traliccio dell'alta tensione vicino alla baita Clarea, da cui stava protestando. L'uomo 37 anni, è adesso in condiozini gravissime e in coma farmacologico al Cto di Torino.



Manifestazioni No Tav

Poco prima di cadere dal traliccio si era collegato telefonicamente a Radio BlackOut, rilasciando un'intervista proprio di qualche minuto proprio dall'alto del traliccio.

Ecco cosa si sono detti Abbà e i cronisti della radio

Radio: "Andiamo in diretta alla Clarea, sentiamo cosa sta succedendo. Si andiamo con Luca. Ciao Luca come va?"

Abbà: "Eh guarda sono appena arrivato ora, c'è un dispiegamento di poliziotti antisommossa attorno alla baita, una ventina di persone fermate, io mi sono arrampicato su un traliccio, adesso stanno salendo per venirmi a prendere, io sono sul traliccio proprio di fronte alla baita, sono riuscito a sfuggire ai controlli e mi sto arrampicando, si stanno organizzando per salire con le corde e quindi bo cerchiamo di fargliela trovare lunga anche in questa maniera qua, io sono qua sono pronto e disponibile ad appendermi ai fili della corrente se non la smettete ok? Adesso vediamo come si evolve, la situazione è tranquilla, non ci sono tensioni e non vedo violenze però ovviamente c'è un dispiegamento eccezionale, io sono qua aggrappato, sono riuscito a svicolare da decine di poliziotti che mi guardavano attoniti, ce l'ho fatta a fargliela sotto il naso un'altra volta, adesso vediamo come si sviluppa".

Radio: "Quello che ci dicevano, i compagni che sono stati allontanati e portati via dalla baita, almeno dalle dichiarazioni degli sbirri che li hanno allontanati, è che oltre a prendersi la baita si vogliono prendere anche tutti i terreni che stanno intorno, insomma che l'allargamento... Visto che fino a ieri non si capiva bene quale sarebbe stato il nuovo confine diciamo così, si capisce da quello che vedi?"

Abbà: "Adesso io non so dirti questi dettagli perché non ho parlato con nessuno, sono arrivato e mi son fiondato su sto traliccio, sono qua a dieci metri d'altezza, all'altezza dei cavi elettrici, vedo solo i rocciatori che si stanno preparando con le corde e così, vediamo un po' quanto riesco a resistere, in qualche modo cercherò di fargliela trovar lunga, io spero, adesso l'invito, io direi, è quello di venire qui a far pressione, perché la situazione è ancora gestibile, quindi se potessero venire qua decine e centinaia di persone non sarebbe male, è chiaro che gli spazi sono minimi, però magari ancora un po' di pressione in giornata gliela facciamo".

Radio: "Sì Luca ma il traliccio, io almeno non lo ricordo, a che altezza è?"

Abbà: "È quello di fronte alla baita per la stradina che va su alle vasche".

Radio: "Ah ah ho capito, va bene"

Abbà: "Ok a trenta metri dalla baita precisamente".

Radio: "Ascolta Luca, per dare indicazioni a chi volesse venire li, perché abbiamo sentito adesso dei compagni che sono dove c'è il ristorante, a Giaglione, e ci hanno chiesto di dare indicazioni e di ritrovarsi per compattarsi li, per evitare di essere fermati sulla strada, tu che hai fatto la strada da lì ad arrivare dove sei adesso, hai trovato posti di blocco, giusto per farlo sapere?"

Abbà: "Io non ho fatto la strada quindi non so dirti, ho fatto un sentiero tutto mio e ... invito ad organizzarsi diversamente, la montagna è grande ci sono un sacco di spazi".

Radio: "Va bene d'accordo rilanciamo il tuo invito: mentre prima avevamo detto di stare a Giaglione in attesa di compattarsi, adesso lanciamo un invito a tutti a chi può, a chi riuscisse, di venire lì sotto".

Abbà: "Adesso stacco perché sta salendo un rocciatore e devo attrezzarmi per difendermi".

Radio: "Sì ok non ti fare male, ciao Luca!".




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Non si può fare tutto in nome dell’oblìo»

di - «Non è vero che non importa. Che è tutto passato e che tutto si può fare in nome del diritto all'oblio». Poche parole. Ma terribili quelle concesse al sito internet del Fatto quotidiano dalla moglie di Antonio Custra, il vice brigadiere della polizia ucciso durante una manifestazione il 14 maggio del 1977 quando a sparare ad altezza d'uomo c'era anche Maurizio Azzollini, oggi promosso capo di gabinetto del vice sindaco Maria Grazia Guida. «Un conto è consentire a chi ha sbagliato di emanciparsi dagli errori, un altro è approfittare dell'oblio per elevarlo a posizioni di responsabilità quando per la storia ne ha ben altre».

Difficile non leggere in uno sfogo tanto amaro una risposta, magari indiretta, alla difesa che dell'ex estremista rosso ha fatto Giuliano Pisapia. «Mi sembra che non ci sia nulla da criticare - aveva detto il sindaco sabato - Credo che quello del reinserimento dei condannati sia un principio costituzionale che non bisogna esaltare solo a parole, ma anche nei fatti». Parole che non bastano, evidentemente, perch´ certi dolori non servono nemmeno trentacinque anni per sopirli. Come ha ricordato in un'intervista al Giornale Antonia, la figlia che nacque un mese e mezzo dopo la morte del padre. E che di lui porta il nome oltre alla divisa da poliziotto. «Nata senza papà e cresciuta già morta», disse di s´.

«Trovo scandaloso che un personaggio che ha sparato contro dei poliziotti e che solo grazie al caso o alla sua cattiva mira non è un assassino, oggi rivesta il ruolo di capo di gabinetto del vicesindaco della città di Milano» è la durissima posizione di Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il sindacato indipendente di polizia. Per nulla convinto, nemmeno lui, dalla difesa di Pisapia. Come non convince i poliziotti nemmeno l'uscita di don Virginio Colmegna e della Casa della carità («Auspichiamo che ritorni il silenzio»). Difficile ripensando a quel giorno quando un uomo, grande nonostante i suoi soli 25 anni, opponeva la sua divisa alla ferocia di Azzollini e dei suoi compagni.

«Il dolore per l'assurda morte di un collega - spiega Maccari - non può essere cancellato dal tempo e a un aspirante assassino non è certo sufficiente una brillante carriera nei palazzi della politica per potersi guadagnare il rispetto di quei servitori dello Stato che hanno sempre difeso le istituzioni democratiche a rischio della vita». Al sindaco Pisapia «chiediamo di rimuovere immediatamente Azzollini dal prestigioso incarico che riveste in seno all'amministrazione comunale: sarebbe un gesto di grande rispetto verso le tante vittime del terrorismo e verso le donne e gli uomini delle forze di polizia che, ancora oggi, sono il bersaglio della violenza delle frange politiche più estremiste».

Richiesta che arriva anche da Davide Boni, il presidente leghista del consiglio regionale. «Ogni persona ha diritto di riscattarsi e di cambiare vita, ma da qui a promuovere un ex terrorista da funzionario a capo di gabinetto del vicesindaco, il passo è davvero troppo». Per Boni, «Pisapia e i suoi assessori, invece di premiare ex terroristi, avrebbero fatto meglio a occuparsi dei dipendenti comunali precari».



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Tra i rifiuti c’è un tesoro nascosto

Corriere della sera

L’economia del recupero è cresciuta del 40%, ma ne sfruttiamo poco le potenzialità




MILANO - Le nuove miniere non si scavano sottoterra, ma nei bidoni dei rifiuti. L'economia del riciclo delle materie prime seconde è uno dei settori che cresce di più in questa difficile congiuntura europea. «Per un continente tradizionalmente povero di materie prime come il nostro, il riutilizzo dei materiali già presenti sul territorio rappresenta ormai una delle fonti primarie di approvvigionamento e un fattore chiave per la competitività del sistema industriale, soprattutto di questi tempi, con i prezzi delle materie prime alle stelle », spiega Corrado Scapino, presidente di Unire, l'associazione confindustriale che rappresenta le aziende del recupero rifiuti, promotrice dello studio annuale L'Italia del riciclo insieme alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile di Edo Ronchi. Con quasi 34 milioni di tonnellate di materiali recuperati, nel 2010 l'economia italiana del riciclo è cresciuta del 40% rispetto al 2009. «Ma abbiamo ancora molto spazio per migliorare», commenta Scapino.

Noi & gli altri
In Europa lo slancio di valorizzazione del rifiuto è tale, che la Germania sta addirittura prendendo in considerazione l'ipotesi di andare progressivamente a scavare nelle discariche già bonificate, per tirar fuori anche da là i metalli rimasti sepolti nei secoli di utilizzo. Già oggi l'acciaio tedesco è prodotto almeno al 50% riciclando resti rottamati. Potrebbe essere così anche per l'Italia, dove il pattume genera un business da 15-20 miliardi — in base ai calcoli dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano — comprendendo tutte le attività connesse, dalla raccolta alla valorizzazione finale. Il settore gira attorno a 32 milioni di tonnellate di rifiuti urbani all'anno, per la cui gestione si spendono complessivamente tra 200 e 250 euro a tonnellata, e 150 milioni di tonnellate di rifiuti industriali, il cui smaltimento ovviamente ha costi ben più elevati. Ma qui il recupero dei materiali è molto meno efficiente.

Recupero
Con una produzione annuale di oltre mezza tonnellata pro capite, l'Italia è il terzo Paese europeo per dimensione del mercato dei rifiuti urbani, ma in questo segmento — secondo i dati del Politecnico — il riciclo si ferma al 33%, mentre il 53% finisce in discarica, con divari enormi da regione a regione (dal 9% della Lombardia al 99% della Sicilia), e solo il 14% dei rifiuti viene sfruttato come combustibile per produrre energia. Una situazione preoccupante, considerando che la Commissione europea si sta orientando per vietare le discariche in tutta l'Unione e impone di arrivare al 50% di riciclo entro il 2020. Germania, Austria, Svezia e Danimarca hanno già messo le discariche fuori legge e in questi Paesi, ma anche in Francia, Olanda e Belgio, il riciclo dei rifiuti urbani oscilla fra il 40 e il 70%. Il resto si brucia nei termovalorizzatori. Il salto di qualità del recupero, nel resto d'Europa, è avvenuto proprio con il divieto delle discariche. In Italia, invece, il rifiuto gettato in oltre mille discariche è troppo remunerativo per valorizzarlo come materia prima o combustibile.

Ritardi
Dati sconfortanti arrivano anche dal recupero degli inerti in edilizia, che non supera il 10% su un totale gigantesco, di 60-70 milioni di tonnellate. Va un po' meglio nel recupero dei rifiuti industriali, dove i metalli si riciclano ormai all'80% e la carta al 60%. Aumenta anche il recupero dei rifiuti elettrici, che nel 2011 ha superato le 265 mila tonnellate, +6% rispetto al 2010. «Siamo finalmente oltre l'obiettivo europeo di 4 chili per abitante, ma c'è ampio spazio per crescere, visto che almeno due terzi degli elettrodomestici consumati scompaiono per mille rivoli e vanno a inquinare l'ambiente con i gas e le componenti chimiche tossiche che contengono», spiega Giorgio Arienti, direttore generale di Ecodom, il consorzio che se ne occupa. Se in Svezia o in Svizzera se ne recuperano 16 chili per abitante e in Germania 12, vuol dire che nel nostro sistema c'è qualcosa che non va, secondo Arienti. «In particolare, bisognerebbe facilitare il più possibile la restituzione degli elettrodomestici ai negozianti, senza costringere i cittadini a registrarsi con nome e cognome per ogni apparecchio vecchio che consegnano quando ne comperano uno nuovo», suggerisce. È anni che gli operatori interessati chiedono al governo di facilitare le consegne, senza successo.


Elena Comelli
26 febbraio 2012
(modifica il 27 febbraio 2012)



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Affetto da «cecità totale» andava al parco e a ritirare la pensione da solo: denunciato

Corriere della sera

Video della Guardia di Finanza inchioda falso invalido di 65 anni: dovrà restituire 400 mila euro all'Inps


ROMA - Si muoveva nel traffico caotico della Capitale, passeggiava nei giardini pubblici e si recava presso gli uffici postali a ritirare l’indennità di invalidità e di accompagnamento, riconosciutagli in quanto affetto da cecità assoluta. Una cecità che, in realtà, era soltanto nei certificati medici compiacenti che l'uomo aveva presentato all'Inps. La truffa è finita quando gli uomini del comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma che - dopo aver assunto informazioni presso le Aziende Sanitarie Locali e l’Inps - hanno pensato di avviare alcuni accertamenti sul conto dell’uomo, 65 anni, sottoponendolo a pedinamenti.


IL FILM DEL SIMULATORE - Dopo i pedinamenti, regolarmente filmati dalle Fiamme Gialle della Compagnia di Tivoli, è venuta fuori una situazione completamente diversa dal quadro clinico desumibile dalla documentazione sanitaria. Nonostante la sua cecità ufficiale l’uomo si muoveva, in piena autonomia, con disinvoltura e naturalezza, senza bisogno di accompagnatori. Tutto ha avuto inizio a fine anni ottanta, quando l’uomo con la presunta compiacenza di alcuni medici, era riuscito a farsi riconoscere una cecità parziale, che, progressivamente, sarebbe degenerata diventando «assoluta», come risultante da una certificazione rilasciatagli nel 2003 dall’apposita Commissione medica.

NEI GUAI ANCHE I MEDICI - Il titolare dell’indennità di accompagnamento è stato denunciato a piede libero alla Procura della Repubblica di Roma per truffa aggravata ai danni dello Stato. La posizione dei medici che, all’epoca, avrebbero certificato la cecità «assoluta» è al vaglio degli investigatori. L’uomo dovrà ora restituire all’Inps quasi 400 mila euro, stando ad un calcolo approssimativo, quale somma percepita indebitamente rivalutata con gli interessi.

Redazione Roma Online
27 febbraio 2012 | 14:29

Se la pentita sciolta nell'acido non è vittima di 'ndrangheta

Corriere della sera

Per il pm non c'è l'aggravante, la protesta dei familiari


ROMA - Fu un delitto di 'ndrangheta, ma non secondo la legge. L'omicidio di Lea Garofalo, la «pentita» di origini calabresi sequestrata e uccisa a Milano e poi sciolta nell'acido nel 2009, viene giudicato come un delitto comune. La 'ndrangheta è rimasta sullo sfondo: nella morte della pentita, sul piano giuridico, non c'entra. Con la conseguenza che ieri Lea e oggi sua figlia Denise - parte civile contro il padre e gli zii imputati, che è andata ad accusare in aula - non rientrano nella categoria delle vittime di mafia. Anche se tutti le considerano tali.

È la curiosa contraddizione di un processo giunto alle battute finali. Nel dibattimento milanese a carico di Carlo Cosco (convivente di Lea Garofalo e padre di Denise), due suoi fratelli e altri tre imputati, presto toccherà al pubblico ministero Marcello Tatangelo chiedere le condanne per un delitto che al momento ha la sola aggravante della premeditazione. Non quella di aver agevolato il clan di 'ndrangheta delle cui attività aveva parlato coi magistrati Lea Garofalo, che per questo sarebbe stata rapita e assassinata. E ora, sul filo di lana, è il legale di altre due parti civili costituite contro i Cosco, la madre e la sorella di Lea Garofalo, a chiedere al pm e alla corte d'assise di inserire l'aggravante della finalità mafiosa.

Secondo l'avvocato Roberto D'Ippolito, che rappresenta Santina e Marisa Garofalo, fin dalle indagini preliminari è emerso che «tutti i reati addebitati agli odierni imputati sono stati commessi con modalità d'azione di stampo mafioso e con il preciso scopo di agevolare l'attività di un'associazione di tipo mafioso, segnatamente della cosca di 'ndrangheta di Petilia Policastro», in provincia di Crotone. Di quel clan avrebbero fatto parte i Cosco, in un contesto criminale che il legale ricostruisce anche tramite un altro cadavere: quello di Floriano Garofalo, fratello di Lea ucciso nel 2005, considerato un capoclan locale che «aveva dato spazio ai fratelli Cosco proprio in virtù della relazione che intercorreva tra Carlo e la sorella».

In realtà, al momento degli arresti degli attuali imputati la pubblica accusa aveva contestato l'aggravante mafiosa. Ma il giudice la respinse con questa motivazione: «Non vi è alcun dubbio che i Cosco e la stessa famiglia Garofalo appartengano, storicamente, a contesti delittuosi di stampo 'ndranghetista. Il problema è che questo "sfondo" è tratteggiato in modo troppo generico e coloristico per potere individuare una cosiddetta cosca di Petilia Policastro... Oggi l'unico dato certo è che i Cosco ammazzano per favorire se stessi». Dunque la contestazione cadde in attesa di ulteriori sviluppi dalle indagini, e il pm ha finora rinunciato a riproporla. Ora l'avvocato D'Ippolito ci prova davanti ai giudici della corte d'assise, insistendo sul fatto che dopo il sequestro Lea Garofalo fu interrogata per sapere quel che aveva rivelato agli inquirenti; un obiettivo che Carlo Cosco perseguiva da tempo, anche attraverso la figlia Denise. La quale ha raccontato che suo padre le domandava se conoscesse le dichiarazioni rese dalla madre ai magistrati, e come poteva fare per entrarne in possesso: «Mi chiese se c'erano delle carte, se poteva leggere ciò che aveva detto».

Secondo la testimonianza di un altro pentito, l'intenzione di uccidere e far sparire il cadavere di Lea era stata manifestata da Cosco davanti «ad altri due "reggenti" della 'ndrangheta calabrese». L'idea, ha dichiarato il collaboratore di giustizia, era far passare l'esecuzione come un delitto passionale, e adesso il rischio adombrato dal legale di parte civile è proprio questo: ridurre tutto a «una logica meramente d'onore, che rappresenta un'abile e suggestiva copertura di una matrice più complessa». Con un ulteriore paradosso. Un giudice di Campobasso ha già condannato uno degli imputati per il tentato sequestro della stessa Lea Garofalo avvenuto sei mesi prima di quello riuscito, con l'aggravante della finalità mafiosa. Lì la pentita uccisa è stata riconosciuta vittima di 'ndrangheta anche secondo la legge, a Milano ancora no.




27 febbraio 2012 | 11:24



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Ecco chi è De Pasquale, pm campione di fallimenti

Libero

La carriera della toga che accusava Berlusconi al processo Mills: dal suicidio di Cagliari durante Tangentopoli al "confino" per Colucci


Il proscioglimento per prescrizione era stato richiesto dalla difesa in subordine all’assoluzione piena: e basterebbe questo a decretare vincitori e vinti. O forse bastava il sorriso dell’avvocato Ghedini, o meglio ancora:  bastava la faccia del pm Fabio De Pasquale, che non si capisce neanche che cosa sperasse di ottenere. Forse una condanna «morale»: come se il sistema penale servisse a questo.


I giudici non hanno deciso sul merito, ecco tutto: sicché per appiccicare a Berlusconi lo status di «corruttore» (che i suoi nemici, tanto, gli attribuivano già) occorre riesumare la Cassazione del processo Mills (il primo) laddove l’avvocato inglese in effetti figura corrotto: dimenticando che però Berlusconi, in quel processo, non era imputato, anche perché nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato. Pare invero pretestuoso anche appellarsi all’ennesima legge ad personam: la norma che ha accorciato la prescrizione (da 15 a 10 anni, in questo caso) è del 2005, prima ancora del rinvio a giudizio e due anni prima che il processo, tra un rinvio e l’altro, cominciasse effettivamente. Significa, non fosse chiaro, che non è mai esistito il minimo dubbio - sin dall’inizio - sul fatto che sarebbe finita così: ci si poteva soltanto accapigliare sulla data precisa della prescrizione, ma non su di essa. Il primo novembre 2006, senza particolari doti divinatorie, lo scrivente la mise così: 


«L’ottavo rinvio a giudizio per Berlusconi su tredici tentativi non andrà a finire da nessuna parte: la prescrizione è pressochè garantita». Prescrizione che perciò non può certo definirsi un «incidente», e che pone dubbi retorici circa una giustizia che a fronte di tre milioni di arretrati butta via tempo e soldi e stipendi (quelli dei magistrati) per inseguire una prescrizione certa, un proscioglimento certo, e tutto per il puntiglio di toghe ad personam. Tra l’altro c’è il forte rischio che non sia ancora finita, visto che le difese paiono decise a impugnare la sentenza - per ottenere l’assoluzione piena - e così pure il pm ha detto che «valuterà» se ricorrere in Cassazione. La follia potrebbe continuare, insomma: ma qui meriterebbe un discorsetto personale il pm Fabio De Pasquale, se non fosse che ha la querela facile
.
Occorrerebbe chiedersi, tuttavia, che cosa sarebbe di un pm come lui se fossimo negli Usa, laddove la carriera dell’accusa è commisurata ai successi che ottiene. De Pasquale, per dire, nei primi anni Novanta fu capace di mettere d’accordo l’intero Parlamento a margine di un’inchiesta sui fondi neri Assolombarda, quando l’intero emiciclo - sinistre e forcaioli compresi - respinse  le richieste di autorizzazione a procedere per due deputati liberali e due repubblicani: l’intento del pm fu giudicato «persecutorio» dall’intero arco costituzionale. Poi ci furono le frizioni col Pool e in particolare con Di Pietro: litigarono per la gestione dell’indagato Pierfrancesco Pacini Battaglia (Di Pietro, accentratore, lo voleva tutto per sé) sino a un litigio furioso nel tardo settembre 1993, quando un certo latitante, Aldo Molino, sbarcò a Linate e si consegnò a Di Pietro nonostante fosse ricercato da De Pasquale. Volarono urla.



È  lo stesso periodo in cui il pm condusse anche la chiassosa indagine sul regista Giorgio Strehler (chiese la pena massima, ma Strehler fu assolto con formula piena) e così pure l’indagine sui fondi Cee, roba con percentuali di assoluzione mostruose. Pochi ricordano quest’ultimo caso, eppure fu cornice di uno degli episodi più raccapriccianti del periodo di Mani pulite, stigmatizzato anche dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: l’indagato  Michele Colucci, socialista, fu ammanettato e trascinato nella calca dei giornalisti sinché svenne; in precedenza De Pasquale aveva ottenuto per Colucci il provvedimento addirittura del confino, soluzione adottata di norma per i mafiosi.

Arrestato, le condizioni del detenuto sessantenne si fecero drammatiche (come svariate perizie mediche confermarono) ma l’atteggiamento di De Pasquale rimase durissimo, tanto che fece di tutto per farlo finire comunque a San Vittore anziché in ospedale. La figlia di Colucci, giornalista della Rai, fece un pubblico appello che fu raccolto da politici e da giornalisti anche noti, come Gad Lerner. Nonostante la ferocia dell’opinione pubblica di quel periodo, alla fine Colucci, da poco trapiantato di  cuore, ottenne gli arresti domiciliari per quanto strettissimi. Dopo nove mesi di carcerazione detentiva, alla fine, il pericoloso criminale potè uscire: sarà assolto in Cassazione. Un altro successo di De Pasquale.


Poi c’è il noto caso di Gabriele Cagliari, celebre indagato di Mani pulite. Dai verbali del suo legale, Vittorio D’Ajello: «Il dottor Fabio De Pasquale, alla fine dell’interrogatorio, disse al Cagliari che avrebbe dato parere favorevole alla sua libertà, affermando espressamente rivolto al Cagliari:

“Lei me l’ha messo in culo, ma io devo liberarla”». Gli ispettori ministeriali, senza punire il magistrato, conclusero: «Il dott. De Pasquale, con espressioni non consone, ha tenuto dei comportamenti certamente discutibili (...) soprattutto per avere promesso a un indagato che era in carcere da oltre centotrenta giorni, di età avanzata e in condizione di grave prostrazione psichica, che avrebbe espresso parere favorevole (...) e di avere invece assunto una posizione negativa senza però interrogare nuovamente lo stesso indagato, impedendogli, così, di fatto, di potersi ulteriormente difendere.

È  mancato quel massimo di prudenza, misura e serietà che deve sempre richiedersi quando si esercita il potere di incidere sulla libertà altrui». Cagliari si ammazzò in carcere, per chi non lo ricordasse: dopo che De Pasquale gli aveva pronmesso la liberazione e invece se n’era partito per le ferie estive, fra Capo Peloro e Punta Faro, Sicilia orientale. Poi via, verso nuovi insuccessi. Tipo quello di ieri.


di Filippo Facci

27/02/2012




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Voglio leggere il Corano in Duomo e a San Pietro

di -

Un errore dare alle fiamme il testo sacro ai musulmani. Mi limiterò a citare alcuni passaggi, tutti capiranno



Con la presente chiedo ai Prefetti di Milano e di Roma, alla Curia Ambrosiana e alla Segreteria di Stato del Vaticano,l’autorizzazione a organizzare due manifestazioni pubbliche in Piazza Duomo e in Piazza San Pietro per far conoscere agli italiani la verità sul Corano e su Maometto.



Considero un errore dare alle fiamme il testo considerato sacro dai musulmani e tacere sulla vita del fondatore dell’islam, così come provo orrore per le stragi che ne conseguono. Ebbene proprio perché sono consapevole che vi è un rapporto di causa ed effetto tra ciò che è prescritto nel Corano e l’esempio dato da Maometto e tra la predicazione d’odio, l’incitazione alla violenza e la perpetrazione di efferati crimini da parte dei musulmani, ho deciso che è un dovere civico e una missione morale affermare la verità. Basta con il rogo del Corano e le vignette su Maometto! Il Corano non va bruciato ma letto in pubblico in modo chiaro e senza alcun commento! Maometto nonva deriso esasperandone i tratti ma rappresentato oggettivamente così come viene descritto dai suoi biografi ufficiali!

Anticipo al prefetto di Milano e alla Curia ambrosiana che in Piazza Duomo leggerò anche i seguenti versetti del Corano che ordinano ai musulmani di uccidere gli ebrei e i cristiani a meno che non si convertano e non si sottomettano all’islam: «Combattete coloro che non credono in Dio e nell’Ultimo Giorno, che non vietano ciò che Dio e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la Gente del Libro (ebrei e cristiani, nd r), che non scelgono la religione della verità, finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati. Dicono gli ebrei: “Esdra è figlio di Dio” e i cristiani dicono: “Il Messia è figlio di Dio”.

Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di coloro che prima di loro furono infedeli. Dio li distrugga! Essi sono fuorviati » (IX, 29-30).«E quando il tuo Signore ispirò agli angeli: “Invero sono con voi: rafforzate coloro che credono. Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli fra capo e collo, colpiteli sulle falangi! E ciò avvenne perché si erano separati da Dio e dal Suo Messaggero”.

Dio è severo nel castigo con chi si separa da Lui e dal Suo Messaggero! Assaggiate questo! I miscredenti avranno il castigo del fuoco! O credenti, quando incontrate gli infedeli in ordine di battaglia, non volgete loro le spalle. Chi quel giorno volgerà loro le spalle- eccetto il caso di stratagemma per meglio combattere o per raggiungere un altro gruppo- incorrerà nell’ira di Dio e il suo rifugio sarà l’inferno. Quale triste rifugio! Non voi li avete uccisi. Dio li ha uccisi» (VIII, 12-17).

«O credenti, non sceglietevi per alleati ebrei e cristiani, sono alleati gli uni degli altri, e chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Dio non ama il popolo degli ingiusti» (V, 51). Ugualmente anticipo al prefetto di Roma e alla segreteria di Stato del Vaticano che nella manifestazione pubblica a Piazza San Pietro leggerò anche questi passaggi tratti dalla Sira, la raccolta dei detti e dei fatti attribuiti a Maometto:

«Il Profeta - le preghiere e la pace di Allah siano con Lui - dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti imusulmani nocombatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno:O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me- vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei» (citato da al-Bukhari e da Muslim).

Dopo la battaglia del Fossato nel 627, Maometto attaccò l’ultima tribù ebraica rimasta a Medina, i Banu Quraizah. Dopo un assedio di 25 giorni, si arresero. Alla fine tra i 600 e i 700 maschi furono uccisi, mentre le donne e i bambini furono fatti schiavi. Sul fatto che fu Maometto a decapitare gli ebrei, la Sira di Ibn Ishaq narra: «Poi (i Banu Quraiza) si arresero e l’inviato li rinchiuse a Medina nel quartiere della figlia di Harith, una donna dei Banu Najjar.


Poi l’Inviato uscì nel mercato di Medina e vi scavò dei fossati. Poi li mandò a prendere e li decapitò in quei fossati. (...)Erano 600 o 700 in tutto, anche se alcuni parlano di 800 o 900. Mentre venivano portati a gruppi dall’Inviato chiedevano a Kaab che cosa ne sarebbe stato di loro. Rispose: “Non lo avete capito? Non vedete che lui continua a chiamare e nessuno torna indietro? Per Dio è morte!” Questo continuò fino a che non ebbe finito con tutti loro».

Attendo fiducioso la risposta del prefetto di Milano e della Curia ambrosiana, del prefetto di Roma e della segreteria di Stato del Vaticano. Assicuro loro che mi limiterò a leggere correttamente quanto è scritto nel Corano e nella Sira di Maometto. Siamo uno Stato libero dove è un diritto e un dovere degli italiani conoscere la verità. Null’altro che la verità. O non lo siamo più? Lo sapremo dalle loro risposte.




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Cosa fanno gli indignati nell'età dei tecnici?

di -

Guerra intellettuale al nemico inesistente. L’armistizio dopo l’epoca del Tiranno dura da qualche mese. Ma Augias & Co. proseguono le loro litanie



Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone. Firmato Corrado Augias. L’intransigente, dopo La libertà dei servi, firmati da Maurizio Viroli. L’opera italiana da due soldi, contro il servilismo del regno berlusconiano, firmato dal giurista rococò Franco Cordero.




Elogio del moralismo firmato da Stefano Rodotà contro illegalità e malaffare. E poi Magrelli e Perniola e Carofiglio e Zagrebelsky e la buonanima di Bocca, e caterve di libri di Chiarelettere e potrei continuare.

Mi aggiro tra i banconi e vedo tutti questi titoli frementi indignazione per il berlusconismo imperante.
Mi sembra di aggirarmi tra le carcasse della Concordia e le sue scialuppe. Eppure non sono all’Isola del Giglio, ma in una libreria Feltrinelli. Sembrano ordigni inesplosi di una guerra finita, imprevedibilmente, mentre erano in corso i lanci e gli attacchi; munizioni lasciate incustodite ma ancora in bella mostra, di una guerra civile estinta, ignare dell’Armistizio sopraggiunto ormai da alcuni mesi e ignare dei nuovi dominatori al potere.

Se la prendono ancora con il vecchio Tiranno e denunciano la perdita della libertà, esprimono il sussulto della loro dignità offesa, della loro indipendenza ferita, quando il Dittatore non c’è più e se n’è andato senza colpo ferire. E lorsignori, che benestanti erano e benestanti sono ancora, liberi di scrivere e di indignarsi erano in quel tempo e liberi di scrivere e di indignarsi sono adesso, non persero nemmeno una virgola della loro libertà ai tempi del Tiranno; semmai accrebbero le loro posizioni, la loro visibilità e le loro tirature, ma ugualmente si disponevano eroici davanti all’invisibile plotone d’esecuzione delle squadracce berlusconiane e offrivano i loro petti indomiti al fuoco nemico per dimostrare che loro non sono come gli italiani d’indole servile ma sono signori, e liberi, arditi e indignati.

Lasciamo da parte la loro illesa parabola professionale ai tempi del dittatore, veniamo al presente. Non trovate un po’ grottesca e decisamente anacronistica questa parata militare in tempo di pace e in assenza del nemico? Non trovate anzi ridicolo che oggi i nemici della servitù insieme ai presunti amici della servitù difendano e sostengano lo stesso governo? Non trovate curioso che due mondi così agli antipodi come quelli che venivano descritti in questi testi, confluiscano oggi a tenere in piedi lo stesso governo dei tecnici e magari a reggere quei partiti che stanno cercando un’intesa per varare leggi elettorali e non solo?

Non starò qui a rimpiangere il bel tempo andato, quello degli insulti e degli odii, non ho nessuna nostalgia di quel clima schifoso di alcuni mesi fa, anzi sono felice che almeno quello sia finito. Non ho nemmeno da rimpiangere, nonostante quel che scrivono i saggi indignati, intransigenti e frementi, per qualche comodità goduta per servitù. Non persi nulla nel cambio di governo, perché nulla avevo guadagnato da quel potere e dal critico e libero consenso che esprimevo per quell’esperienza di governo. E dunque vivo con sollievo la fine di quell’epoca che infangava l’immagine senza giovare alla sostanza.

Mi pongo invece un altro problema di ordine non personale ma generale; che ne sarà di questa fremente cultura ora che i liberatori sono giunti al potere, con l’aiuto degli Alleati, e non c’è più il barbaro tiranno? Su che cosa si divideranno, su quali temi i sullodati intellettuali discrimineranno noi, gli Erranti, rispetto a loro, i Giusti? Insomma, più in generale: che ne è della cultura al tempo dei tecnici?

Sarà solo un ramo periferico dell’economia, uno sviluppo marginale della finanza, ci saranno caste di intellettuali che svolgeranno come agenzie di rating il declassamento di coloro che non si adeguano ai parametri bocconiani e che acuiscono lo spread tra la cultura italiana e le culture egemoni del pianeta? Non c’è una cultura che accompagna il governo dei tecnici, e questo non è un male, anzi; forse un male è l’ulteriore svalorizzazione della cultura in una società dominata dai valori di mercato. Il pensiero non si quota in Borsa.

Ma non è questo il punto. Fuor di ironia resta una curiosità all’orizzonte: cadranno finalmente le barriere tra la cultura antiberlusconiana e la cultura considerata collaborazionista o asservita al Padrone? Si parleranno finalmente e si riconosceranno reciprocamente, anche se in passato nutrivano un diverso giudizio sul berlusconismo? Ho l’impressione che i giornali, le pagine culturali, i circoli intellettuali siano ancora in armi e in trincea, mentre la guerra è finita da un pezzo. Si cerca di rianimare vecchi dissapori o di ricollegare, come fanno questi testi e altri affini (cito ad esempio La canottiera di Bossi, di Marco Belpoliti), il disciolto regime berlusconiano-bossiano al disciolto regime fascista, cercando così di imbastire un 25 aprile liberatorio e commemorativo per entrambi, elevati a categoria eterna, Ur-fascismo.

Ma resta l’inadeguatezza di questa cultura indignata rispetto ai temi veri che riemergono nel presente: l’idea che la tecnica sia il nostro destino oppure no, che l’economia sia l’arte regina oppure no, che la comunità conti qualcosa o ci siano solo gli individui; che ci siano pensieri e principi che non passano dal mercato; quale modello di vita adottare, se la sobrietà può diventare anche visione del mondo e non solo criterio di spesa, e magari se rivalutare o meno una critica seria al capitalismo ultimo, finanziario e speculativo, nella prospettiva di una società della decrescita felice, o della crescita armoniosa con la natura e la cultura dei popoli, con le radici, con il senso religioso. Temi rispetto a cui il discrimine tra berlusconismo e antiberlusconismo non c’entra nulla, è solo irritazione cutanea per conflitti epidermici.

Uscirete finalmente dalle vostre trincee o continuerete a vivere il disagio della libertà perché era molto più comodo attribuire il male del mondo al tiranno e ai suoi servi? Sì, era così confortevole la tirannide, ora la libertà vi ha messi davvero a disagio...



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Azzollini: «Ho pagato e non sono mai fuggito Porterei un fiore sulla tomba dell'agente»

Corriere della sera

Parla il capo di gabinetto a Palazzo Marino, che era il giovane con la pistola negli scontri del 1977





Maurizio Azzollini Maurizio Azzollini

MILANO - «Ancora una volta vengo descritto attraverso un'immagine, come se la mia vita si fosse cristallizzata in un fotogramma di quasi 35 anni fa». In quella foto, 14 maggio 1977, Maurizio Azzollini ha 16 anni, impugna un pistola, spara. Non colpì nessuno. Il vice brigadiere Antonio Custra venne ucciso da un'altra arma. Oggi Azzollini lavora al fianco del vicesindaco di Milano, Maria Grazia Guida. Il suo cognome corretto è con due elle, Azzollini. Ma è stato sempre scritto sbagliato. Come quello della vittima, per decenni scritto Custrà, con l'accento.

Cosa pensa quando rivede quell'immagine?
«Ho provato altre volte cosa significa aprire un giornale e ritrovarsi lì. Queste "notizie" di oggi a me sembrano una strumentalizzazione finalizzata a un modo di fare politica che mi sento di avvicinare a quello, sbagliato, che ho utilizzato a 16 anni. Lo dico per le persone che leggendo questi articoli staranno male, prima di tutte Antonia Custra e sua madre, che soffriranno ancora, che vedranno il nome del loro caro utilizzato in modo strumentale, non per riconoscere, ma per attaccare qualcuno».


Chi era lei nel 1977?
«Non avevo ancora 17 anni e come tantissimi giovani credevo di poter cambiare il mondo; l'ho fatto, impegnando tutto me stesso, in un modo tragicamente sbagliato. Le conseguenze sono state tragiche e l'ho compreso sin dal primo momento. La morte di un uomo non può mai essere il punto di partenza per un mondo migliore».


Cosa è successo dopo?
«Da quella tragedia si è aperta per me una nuova vita. Quell'esperienza, il carcere, l'incontro con chi "ultimo" lo era davvero, mi hanno dato la possibilità di capire che se il mondo è ingiusto si può e si deve cambiare, ogni giorno, a partire dalle piccole cose, con le piccole conquiste per aiutare davvero le persone».

Non è stato lei a uccidere.
«Ho però sempre avuto la consapevolezza della mia responsabilità, al di là delle verità processuali (è stato riconosciuto che ho sparato in aria), nei confronti della vita di un uomo e della sua famiglia e del mio debito nei confronti della società».

Alcuni «autonomi» di allora sono fuggiti. Perché non l'ha fatto?
«Ho pagato tutto il mio debito con la giustizia, scontando totalmente la condanna, parte in carcere (quasi 5 anni) e parte in libertà condizionale. Dopo una prima scarcerazione per l'assoluzione nel processo di appello, ho deciso di non fuggire, ma di presentarmi al nuovo processo ordinato dalla Cassazione. Lavoravo già come educatore con i ragazzi del carcere minorile e non potevo non fare quello che chiedevo a loro: avere fiducia nella giustizia e credere nella possibilità di rieducazione».

Come è arrivato in Comune?
«Se per la morte di un uomo e il dolore della sua famiglia non avevo strumenti per rimediare, alla società potevo invece restituire qualcosa attraverso il mio impegno. È quel che ho cercato di fare scegliendo di lavorare nella pubblica amministrazione occupandomi di sociale. Assunto al Comune di Milano attraverso un concorso, mi sono sempre occupato di interventi sociali ed educativi, progetti per i detenuti del carcere minorile, per i ragazzi in difficoltà, per l'integrazione scolastica dei bambini stranieri».

La sua ultima nomina ha sollevato polemiche.
«Ho fatto il mio percorso con le normali procedure, fino alla posizione di funzionario, che mantengo anche come capo di gabinetto del vicesindaco. Un incarico che, come si sa, non è politico, ma attribuito sulla base di competenze acquisite. Non sono stato nominato dall'esterno, è stata "valorizzata" una risorsa interna. Lo stesso aveva fatto il vicesindaco precedente, De Corato».

Un consigliere comunale, poliziotto in servizio quel giorno del '77, ha detto che se doveste incontrarvi uscirà dall'aula.
«Ho grande rispetto. Comprendo la sua difficoltà. Non voglio imporre la mia presenza. Ma credo che possa essere solo un gesto di rispetto nei confronti della famiglia Custra, non un gesto politico che potrebbe suggerire un volontà di strumentalizzazione».

Ha mai cercato di contattare la famiglia Custra?
«Le vittime, oltre alla giustizia, chiedono il riconoscimento del loro dolore. Un riconoscimento che, come ho imparato occupandomi di mediazione penale, può arrivare forse dall'incontro diretto con chi è stato causa del loro dolore. Dopo queste esperienze, e dopo aver letto il libro di Mario Calabresi, ho cercato contattare Antonia Custra e sua mamma. Aspetto che ciò sia possibile, senza voler forzare la loro volontà. Vorrei testimoniare loro il riconoscimento del dolore che ho causato e la possibilità di quel gesto riparatore che, ricordo, fu una delle richieste della signora Custra alla fine dell'ultimo processo: portare insieme un mazzo di fiori sulla tomba del marito».


Gianni Santucci
27 febbraio 2012 | 10:27



Il vicesindaco: nel mio staff per le sue qualità



«Azzollini non riveste un ruolo politico. Il suo è un incarico di tipo organizzativo e amministrativo, fornisce un supporto operativo»


Caro direttore,

sono rimasta umanamente sorpresa dal fatto che il Corriere della sera abbia rievocato la storia di Maurizio Azzollini all'indomani di un incidente che avrebbe potuto procurare conseguenze ben più gravi alla sua incolumità. Anche perché si tratta di vicende già note, lontane nel tempo e su cui è sempre doloroso ritornare. Tuttavia, sentendomi chiamata in causa dalla scelta, risalente al giugno dello scorso anno, di averlo nominato capo di gabinetto, ritengo di dover spiegare ai suoi lettori le ragioni del mio atto.

Per senso di responsabilità e di trasparenza verso la città e per rinnovare la stima e la fiducia verso il mio collaboratore. Maurizio Azzollini non riveste un ruolo politico. Il suo è un incarico di tipo organizzativo e amministrativo per cui fornisce un supporto prettamente operativo. Un incarico che aveva già in essere nei settori servizi sociali ed educazione e che ora svolge a parità di inquadramento economico. È entrato al Comune di Milano nel 1982. Ha sostenuto tre concorsi ottenendo l'assunzione in ruolo, la carica di istruttore direttivo e poi quella di funzionario.

Ha fatto l'educatore, si è occupato di adolescenti in difficoltà, ha diretto i servizi estivi e le case vacanza. Dal 2009 era responsabile del servizio adulti in difficoltà per il precedente assessore Mariolina Moioli, che in questi giorni gli ha rinnovato la propria stima. Ho riepilogato il suo curriculum per dar conto dell'alto livello di esperienza, competenza e professionalità raggiunto in trent'anni di servizio all'interno di amministrazioni di diverso orientamento politico. In passato ho avuto modo di incrociarlo più volte per ragioni professionali.

Di lui ho sempre apprezzato anche le doti umane di disponibilità, compostezza e pacatezza. Sono dunque la sua carriera e le sue qualità che mi hanno fatto prendere la decisione di inserirlo nel mio staff. In merito ai fatti del 1977 rievocati dal vostro articolo ribadisco quanto detto dal sindaco Giuliano Pisapia. La costituzione italiana all'articolo 27 chiede alla pena di “tendere alla rieducazione del condannato”. Credo dunque sia motivo di soddisfazione verificare che il ravvedimento possa portare a un reinserimento sociale pieno e pubblico che, per me, è anche un punto che qualifica la mia coscienza di credente. Rievoco qui la lezione del cardinal Martini secondo cui la dimensione della riconciliazione è centrale perché essa parte proprio dal riconoscimento della vittima. Nella vicinanza e rispetto della vittima credo che il ravvedimento e la riabilitazione sociale di Maurizio Azzollini siano un segno di offerta riparativa alla società tutta. Maria Grazia Guida vicesindaco Comune di Milano



Maria Grazia Giuda

27 febbraio 2012 | 9:56




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Wikileaks colpisce ancora: sottratte 5 milioni di mail a un'agenzia di intelligence

di -

La rete di Assange ha avuto accesso alla corrispondenza della società di intelligence Usa. Tra le "gole profonde" di Stratfor un ambasciatore italiano


Wikileaks torna a farsi sentire e dopo un periodo di calma annuncia online di avere avuto accesso a 5 milioni di mail recuperati dai server della Stratfor, società privata di analisi geopolitica e intelligence statunitense.


Wikileaks

L'operazione, ribattezzata The global Intelligence Files, renderà disponibile la corrispondenza della società. Difficile dire come Wikileaks, che non lo dichiara, abbia ottenuto i file, ma l'attacco di Anonymous lo scorso 24 dicembre fa pensare a un link diretto tra i due avvenimenti. Wikileaks ad ogni modo è entrata in possesso della posta connessa a circa 4.000 utenti, dei quali sono stati trafugati i dati.

Il "colpo" è particolarmente importante visto che la Stratfor è impegnata in prima linea nella lotta alla pirateria informatica. Il materiale messo online interessa un periodo che va dal 2004 al 2011 e, a sentire la rete fondata da Julian Assange, metterà a nudo la "rete di informatori, i pagamenti a loro effettuati, le tecniche di riciclaggio di denaro e i sistemi di pressione psicologica usati da Stratfor". Come già in precedenza Wikileaks si è rivolta a 25 testate mondiali, tra le quali anche le italiane Repubblica e L'espresso, per analizzare i documenti raccolti.

Secondo quanto dichiara L'espresso tra gli informatori messi a nudo nei documenti ci sarebbe anche un ambasciatore italiano, del quale però non viene fatto il nome.

Immediata la risposta di Stratfor al "presunto" leak. Secondo la società la corrispondenza pubblicata potrebbe essere stata "manipolata, contraffatta, e contenere imprecisioni". Sempre Stratfor definisce l'atto un tentativo di intimidazione per costringerli al silenzio e sottolinea che da parte loro non ci sarà nessun commento né l'autenticazione delle mail. "Siamo stati derubati", sottolineano, "doverne rispondere significherebbe essere due volte vittime".



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Coltan, il dramma dell'Africa in un cellulare

La Stampa

Carla Reschia



L'estrazione del mix di columbite e tantalite essenziale per la maggior parte dei congegni elettronici alimenta l'infinita guerra civile del Congo

Quanto costa davvero un telefonino? Non sto parlando di offerte e sconti e promozioni, ma del suo impatto, delle sue conseguenze, per così dire. Chi possiede un cellulare sa (o dovrebbe sapere) che cos’è il coltan. Si tratta di un minerale, anzi di una combinazione di minerali, columbite e tantalite, essenziale per la fabbricazione di tutti i gadget elettronici perché serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Dai cellulari alle cellule fotovoltaiche, dalle telecamere ai computer portatili fino all'industria aerospaziale, agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche, il coltan è presente e sempre più ricercato. Il suo valore, minimo fino a una cinquantina di anni fa, è in costante ascesa. Estrarlo non è semplice, si tratta di frantumare minutamente pietre in grandi cave all’aperto. Tipico lavoro da miniera, di quello duro, antico.

Ma non è solo questo, il punto è che il coltan, il suo sfruttamento, il suo commercio in gran parte illegale, sono alla base della interminabile guerra che devasta la repubblica democratica del Congo, l'ex Congo belga già provato dal feroce colonialismo di Leopoldo II, che è una delle più importanti zone di estrazione. I proventi della vendita del minerale servono infatti a pagare i soldati e ad acquistare nuove armi alimentando la lotta tra gruppi paramilitari e guerriglieri nella regione di Kivu, nella parte orientale del Paese e nei vicini Rwanda e Uganda. Un commercio senza regole con strane interazioni tra gruppi armati locali, multinazionali dell’elettronica occidentali e asiatiche e organizzazioni criminali internazionali.

Un tema di cui l’Onu si occupa senza successo fin dal 2002 e che si traduce in una catena di conflitti e sfruttamento, lavoro minorile compreso perché sono i bambini, specie i più piccoli – rapiti o comprati alle famiglie - i più adatti a calarsi nelle strette buche da cui si estraggono le pietre che contengono il coltan. A salari da fame. Secondo un rapporto di Watch International del 2009, la manodopera locale prende l’equivalente di 18 centesimi di euro per ogni kg di coltan estratto, che per i bambini scende a una paga giornaliera di 9 centesimi. Il prezzo di mercato del minerale arriva fino ai 600 dollari al kg.

Un’attività svolta senza alcuna regola né sicurezza per un mercato che ne è altrettanto privo. Se infatti il cosiddetto “protocollo di Kimberley”, di cui molte associazioni chiedono un omologo, ha posto un minimo di regole al mercato dei diamanti, per il coltan non esiste nulla del genere, malgrado l’amministrazione americana nella riforma di Wall Street abbia introdotto un articolo, il 1502, che prevede per i produttori di apparati elettronici quali grandi consumatori di coltan, l’obbligo della certificazione sulla sua provenienza. In mancanza di un organo di controllo, infatti, si tratta di mera autocertificazione. Sta quindi alla libera iniziativa delle singole aziende garantire che le apparecchiature elettroniche prodotte provengano da zone conflict-free e da una produzione legale. Quante lo faranno?




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Conte testa di...» l'ira di Pellegatti, telecronista milanista e tifoso divide il web

Corriere della sera

Il più noto tra i giornalisti di fede rossonera perde il lume della ragione e insulta l'allentore bianconero in tv


MILANO - Carlo Pellegatti chiede scusa alla Juventus e al suo allenatore Antonio Conte. In un comunicato pubblicato sul sito Sportmediaset il telecronista-tifoso fa mea culpa e si dichiara dispiaciuto delle parole offensive pronunciate alla fine dell’incontro pieno di polemiche tra Milan e Juventus. Il giornalista sabato scorso ha perso la pazienza e ha iniziato a insultare senza mezze misure l'allenatore bianconero Antonio Conte: «Chiedo subito scusa alla Juventus, ad Antonio Conte e soprattutto ai tifosi juventini che si sono sentiti giustamente offesi – ha scritto nella nota il telecronista rossonero.

Capita di trovare una buca sulla strada della vita, io l'ho trovata un sabato di febbraio». Pellegatti ha rivendicato il suo ruolo di telecronista-tifoso, ma ha spiegato che finora aveva sempre mantenuto nei confronti delle squadre avversarie e degli arbitri un atteggiamento corretto e soprattutto educato. «Atteggiamento - conclude il giornalista - che è venuto meno sabato nel corso della telecronaca di Milan-Juventus, quando ho usato parole sconvenienti e offensive, pensando di non essere in onda, ma questo non deve essere una attenuante».


IL PERSONAGGIO - Pellegatti è da anni il giornalista sportivo più amato dai supporter milanisti e da diverse stagioni commenta appassionatamente su Mediaset Premium tutti i match della sua squadra del cuore. Ma sabato scorso la fede calcistica lo ha tradito. L’invettiva contro Antonio Conte è stata prontamente postata sul web e la blogosfera si è rapidamente divisa tra chi considera comprensibile e giustificata la rabbia del telecronista rossonero e chi invece la condanna senza appello. Ciò che è certo è che la furia di Pellegatti è destinata a diventare un tormentone in Rete.

GLI INSULTI – Appena l’arbitro Tagliavento fischia la fine del match, Pellegatti palesa il suo disappunto e con un tono di voce rassegnato e triste ripete più volte la frase: «Che ingiustizia, che vergogna». Ma a scatenare l'ira del commentatore sportivo è il presunto comportamento antisportivo di Conte che al termine della partita invece di seguire i consigli del telecronista che lo invita a ringraziare Tagliavento per l'arbitraggio favorevole, comincia ad avere un acceso diverbio con alcuni calciatori del Milan. A questo punto Pellegatti sembra impazzire:

«Ha ancora qualcosa da dire Conte – inveisce il telecronista che più volte ripete - Conte è senza vergogna. Conte è senza vergogna e va protestare». Per un attimo la sua rabbia si sposta prima verso Giorgio Chiellini e poi contro tutta la squadra bianconera accusata ancora una volta di non provare vergogna. Ma alla fine l’allenatore bianconero torna ad essere il bersaglio di Pellegatti che diventa un’autentica furia: «Conte è un malato mentale - afferma il telecronista - vai negli spogliatoi vai» e ancora «tutta colpa di questa testa di....» e via di seguito altre offese volgari.

REAZIONI - I siti web milanisti, pur riconoscendo che Pellegatti si è comportato «come un qualsiasi tifoso milanista seduto in tribuna» e ha oltrepassato le righe, sembrano giustificare il telecronista: «E' stato tradito dal suo cuore rossonero» - scrive il sito web Milanmania mentre più di un tifoso rossonero si augura che il commenta rimanga negli annali della storia della squadra lombarda: «Pellegatti uno di noi» scrive fiero Alberto su Facebook. Tutt'altro discorso da parte dei siti bianconeri. Questi ultimi non sono per niente teneri con Pellegatti e definiscono «inqualificabili» e «da denuncia» le parole del giornalista. Ancora più duri i tifosi bianconeri che prendono di mira il telecronista, descritto più volte come un «pagliaccio» priva di professionalità: «Stile Milan, stile Mediaset e io li pago pure per vedere le partite» scrive sarcastico su Facebook un tifoso bianconero deluso.

Francesco Tortora
26 febbraio 2012 | 19:25

Processo Mills

Corriere della sera

L'ex premier era imputato di corruzione in atti giudiziari. Il pm aveva chiesto 5 anni. Il Cavaliere: «Mezza giustizia è fatta». Mills: «Condanna sarebbe stata scorretta»


La sentenza MILANO - Dopo 5 anni di dibattimento, Silvio Berlusconi, accusato di corruzione in atti giudiziari, è stato prosciolto dai giudici della decima sezione penale del tribunale di Milano, confermando le attese della vigilia. Prosciolto per prescrizione dall'accusa di avere corrotto il testimone David Mills. Questo significa che i giudici non hanno ravvisato le condizioni per assolvere l'imputato perché, in quel caso, avrebbero dovuto farlo con la formula più favorevole. Il pubblico ministero aveva chiesto 5 anni di reclusione. «Inutile commentare...», è stata l'unica riposta data ai giornalisti dal pm Fabio De Pasquale dopo la lettura in aula del verdetto.


L'AUSPICIO DELLA DIFESA - Accolta la richiesta degli avvocati, Niccolò Ghedini e Piero Longo, di assolvere l'ex premier «perché il fatto non sussiste». «Non ci sono prove, agite senza timore», hanno affermato rivolgendosi ai giudici (Francesca Vitale, Antonella Lai e Caterina Interlandi) prima di riunirsi in camera di consiglio. «Noi abbiamo l'auspicio di avere una assoluzione piena, perché crediamo che il presidente Berlusconi se la meriti», ha risposto Ghedini ai cronisti che gli chiedevano se ricorreranno contro la sentenza che ha dichiarato la prescrizione. «Impugno tutta la vita una sentenza così», ha detto Longo e ha aggiunto: «Una prescrizione a Milano per il presidente Berlusconi è un successo, perché gli avversari politici diranno che è uno scandalo». «Berlusconi? L'abbiamo informato, lui ha preso atto della sentenza, non ha detto nulla e gli parleremo dopo», ha aggiunto Ghedini. L'ex premier si trovava a Villa Certosa in Sardegna. Rientrato a Milano, ha espresso, parlando con i suoi, «soddisfazione» per il fatto che non sia passato il «monstrum» giuridico che avrebbe bloccato la prescrizione. Ma anche «rammarico» per il fatto che non ci sia stata l'assoluzione che tanto «auspicava». Poi, in serata, parlando con i giornalisti allo stadio durante Milan-Juventus ha detto: «Ho fatto un commento stringato. Volete sentirlo? Mezza giustizia fatta».

IN APPELLO - Con ogni probabilità la Procura di Milano ricorrerà in appello contro la sentenza che ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Silvio Berlusconi per il caso Mills. Ma, visti i 90 giorni indicati dai giudici per il deposito della motivazione e la data della prescrizione che, secondo il pm, sarebbe tra il 3 maggio e metà luglio, appare come minimo improbabile che si riesca a celebrare un giudizio di secondo grado.

LA PRESSIONE POLITICA - Sul processo Mills «hanno pesato la pressione politica e quella della stampa». A dirlo sono i legali di Silvio Berlusconi. «È certo che il processo ha sentito la pressione politica - ha commentato Longo - una pressione ribadita anche dal pm con le sue piccole intemperanze di natura processuale». Al legale non sono piaciute «le pseudo argomentazioni utilizzate dal pm nel processo». Ghedini ha spiegato che Berlusconi non è «venuto in aula né a farsi interrogare né a rilasciare dichiarazioni spontanee» perché era inutile la sua presenza davanti al tribunale che ci ha impedito la difesa».

LA MEMORIA DIFENSIVA - «Voglio ricordare che l'attuale capo di imputazione costituisce un radicale e profondo rimaneggiamento costruito ad arte dal pubblico ministero». È quanto scrive l'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nella sua memoria difensiva, pubblicata da Il Giornale, in merito al caso Mills in cui è imputato per corruzione in atti giudiziari. «Se un tribunale non vuole ascoltare i testimoni della difesa e ammette solo quelli dell'accusa, è ovviamente impossibile pervenire a una sentenza giusta», continua. «Ritengo di avere il diritto di aspettarmi da questo Collegio non una sentenza di prescrizione, ma invece una sentenza di piena assoluzione per non avere commesso il fatto», conclude.


L'UDIENZA DEL 15 FEBBRAIO - Secondo la memoria depositata dal pm Fabio De Pasquale, era impossibile sottoporre a indagine l'avvocato inglese David Mills già nel 1995, come sostiene la difesa di Berlusconi, perché solo a distanza di anni si scoprì che il legale inglese creatore del sistema offshore utilizzato dalla Fininvest aveva falsificato documenti a favore del gruppo. La tesi dei legali dell'ex premier è, invece, che se Mills fosse stato indagato nel 1995 e sentito in tale veste, poi non sarebbe stato possibile accusarlo di falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari. Nell'udienza del 15 febbraio scorso il pm ha chiesto una condanna di cinque anni per Berlusconi. Inoltre, la presidenza del Consiglio dei ministri ha chiesto che Berlusconi risarcisca 250mila euro perché il reato di corruzione in atti giudiziari già riconosciuto dalla Cassazione in questa vicenda è lesivo dell'immagine della pubblica amministrazione e della presidenza del consiglio.

IL COMUNICATO DI BERLUSCONI- «Si tratta» ha scritto l'ex capo del governo in un comunicato «di uno dei tanti processi che si sono inventati a mio riguardo. In totale più di cento procedimenti, più di novecento magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 588 visite della polizia giudiziaria e della guardia di finanza, 2600 udienze in quattordici anni, più di 400 milioni di euro per le parcelle di avvocati e consulenti. Dei record davvero impressionanti, di assoluto livello non mondiale ma universale, dei record di tutto il sistema solare». Nella nota Berlusconi fornisce la sua versione su una serie di aspetti del processo, a cominciare dalla questione della prescrizione: «Già tre anni fa il processo sarebbe caduto in prescrizione, se nel febbraio 2008 la Procura di Milano non si fosse inventata la stupefacente tesi che il reato di presunta corruzione non si perfeziona nel momento in cui il corrotto riceve i soldi dal corruttore, ma nel momento in cui comincia a spenderli! Cioè due anni dopo, proprio in tempo per far scattare in avanti i termini della prescrizione».


MILLS: «UNA CONDANNA SAREBBE STATA SCORRETTA» - «Sono molto contento. Una condanna sarebbe stata scorretta. Ma soprattutto l'importante è che dopo 16 anni sia finito tutto». David Mills ha commentato la sentenza a Radio 24. «La prescrizione non è il miglior risultato, ma è molto meglio di una condanna». In un'intervista telefonica, Mills parla anche della diversa sorte giudiziaria per lui e per l'ex premier. «Io ho sempre ritenuto ingiusta anche la mia condanna, avrei preferito un'assoluzione sia per me che per Berlusconi, perché i documenti sono unanimi. Ma la prescrizione è una via di mezzo». In Gran Bretagna, però, non esiste che un reato si estingua, no? «Vero, ma l'Italia è un Paese cattolico. O forse era. E quindi crede nel perdono. Ci sono tanti difetti nel sistema legale italiano, ma la prescrizione è un aspetto positivo». Quanto alla storia del processo all' ex premier, Mills dice che «è stato sacrificato. Perché lui è assolutamente innocente. Il suo coinvolgimento è stato causato da un mio errore, e ho già più volte offerto le mie scuse».

Bersani: «Rinunci alla prescrizione». Alfano: «È finita la folle corsa del Pm»


Il pubblico ministero De Pasquale: «Inutile commentare». Gli avvocati Ghedini e Longo: «Vogliamo l'assoluzione piena»


MILANO - Arrivata la prescrizione, fioccano le reazioni di accusa e difesa, ma anche dei principali esponenti politici. «Una sentenza così la impugno tutta la vita». Puntava all'assoluzione l'avvocato Piero Longo, uno dei difensori di Silvio Berlusconi e così ha replicato ai cronisti lasciando l'aula del processo Mills insieme a Niccolò Ghedini dopo il proscioglimento per prescrizione dell'ex premier.

«VOGLIAMO L'ASSOLUZIONE PIENA» - Ghedini ha dichiarato di avere sentito telefonicamente Silvio Berlusconi il quale «ha preso atto della sentenza, ma non ha detto nulla. Ci parleremo dopo». A chi gli chiedeva se era soddisfatto del verdetto il deputato del Pdl ha risposto che «soddisfatto è una parola grossa. Noi volevamo l'assoluzione piena perchè il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto e credo -ha concluso- che ci fossero tutte le ragioni per arrivare ad un verdetto così». Sull'altro fronte, allarga le braccia il Pm Fabio De Paquale che si limita a un laconico: «Inutile commentare...». La sentenza non scalda nemmeno i milanesi e chi si attendeva la sfilata di sostenitori e detrattori del Cavaliere fuori dal palazzo di giustizia è rimasto deluso.




BERSANI: «RINUNCI ALLA RPESCRIZIONE»- Bersani è poi intervenuto sulla sentenza: «Se Berlusconi cerca l'assoluzione può sempre rinunciare alla prescrizione. Credo che l'avvocato Ghedini lo sappia». Bersani precisa che «le sentenze non vanno commentate», ma una cosa ci tiene a dirla e cioè che «mentre si perdeva tempo con artifici vari, legittimi impedimenti per far scorrere il tempo e impedire la sentenza, il nostro Paese stava andando verso il disastro produttivo, sociale e finanziario». Le cose adesso potrebbero cambiare secondo il leader del Pd che fa riferimento ad una proposta del partito appena approdata in Parlamento. «La nostra proposta - ha spiegato - fa sì che per i reati di corruzione si allunghino i tempi di prescrizione. Il ministro Severino ha detto che tra 15 giorni dirà la sua proposta» . Per Rosy Bindi «non si comprende la soddisfazione del Pdl per la sentenza Mills, visto che Berlusconi non è stato assolto con formula piena e nel merito, come avevano auspicato i suoi avvocati, ma solo in virtù dell'intervenuta prescrizione. Altrettanto fuori luogo i toni da crociata contro i magistrati che hanno fatto solo il loro dovere, in un percorso a ostacoli sapientemente costruiti in questi anni con norme ad personam ».

ALFANO:«FINITA LA FOLLE CORSA DEL PM»- Il segretario del Pdl, Angelino Alfano che così ha riportato la notizia su Twitter: «È finita la folle corsa del Pubblico Ministero e il tentativo di taroccare il calcolo della prescrizione pur di ottenere una condanna, solo morale, di Berlusconi». È questo il twit del segretario del Pdl Angelino Alfano sulla sentenza Mills.Per l'ex ministro dell'Istruzione e deputato Pdl Maria Stella Gelmini «la prescrizione non restituisce a Berlusconi il diritto a una piena difesa per dimostrare la sua innocenza, ma rende vano e inutile l'accanimento giudiziario che ha subito e che nessuno potrà risarcire. È ora giunto il tempo di riformare la giustizia».

Il processo Mills, le tappe


Dal 2007 a oggi, la vicenda divisa per date


13 MARZO 2007 - Inizia il processo davanti alla decima sezione penale presieduta da Nicoletta Gandus

DICEMBRE 2007 Il Pm Fabio De Pasquale modifica il capo d'imputazione spostando in avanti la data del presunto reato, a febbraio 2000 invece che a febbraio 1998. Il momento in cui Mills avrebbe ritirato il denaro e non quando Berlusconi lo avrebbe versato.

NEL 2008 - Viene varato il Lodo Alfano che blocca i processi per le massime cariche dello Stato. Il 4 ottobre il Tribunale di Milano trasmette gli atti alla Consulta e stralcia la posizione di Berlusconi, sdoppiando così il processo: prosegue per Mills e si ferma in attesa che la Consulta si pronunci sulla costituzionalità della norma blocca - processi.

17 FEBBRAIO 2009 - Mills è condannato a 4 anni e 6 mesi ed interdetto per 5 anni dai pubblici uffici e dovrà risarcire 250mila euro alla presidenza del consiglio, parte civile.

27 OTTOBRE 2009 - La Corte d'appello conferma la sentenza di primo grado ma successivamente la Cassazione annulla senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione anche se «risulta verificata la sussistenza degli estremi di reato di corruzione in atti giudiziari».

DICEMBRE 2009 - Riparte il dibattimento per Silvio Berlusconi davanti a un altro Tribunale, questa volta presieduto da Francesca Vitale. Subito fermato da un'altra legge, quella sul legittimo impedimento. Atti alla Corte Costituzionale e nuova pausa.

MARZO 2011 - Nuova partenza. Da ex capo del Governo, Berlusconi cambia strategia e si presenta spesso davanti ai giudici, senza mai prendere la parola, se non fuori dall'aula quando respinge con sdegno le accuse («è un processo di pura fantasia»). I suoi avvocati battagliano col collegio in più occasioni e guadagnano tempo grazie alla lunghissima deposizione di Mills, dilatata anche per i problemi al cuore del legale inglese. Chiedono anche di ricusare i giudici sostenendo che il taglio dei testimoni della difesa e altre decisioni esprimano una volontà di condanna.

15 FEBBRAIO 2012 - Il pm chiede la condanna di Berlusconi a 5 anni e al risarcimento di 250 mila euro alla presidenza del consiglio dei ministri

22 FEBBRAIO 2012: La Corte d'Appello respinge la richiesta di ricusazione. Si va a sentenza.

«Una prescrizione, non un'assoluzione. Bisogna leggere la sentenza

Il commento del giornalista Giuseppe Guastella del Corriere della Sera di Nino Luca-Corriere.it