giovedì 1 marzo 2012

Olanda, la «dolce morte» ora arriva a domicilio

Corriere della sera

L'eutanasia si potrà praticare in casa per i pazienti costretti a una «sofferenza insopportabile e senza speranza»



Le apparecchiature a domicilioLe apparecchiature a domicilio

L’AIA - Un posto per morire. Si chiama «Levenseindekliniek», letteralmente la «clinica di fine vita» il nuovo servizio offerto in Olanda. Sei team di infermieri e dottori viaggiano per tutto il Paese per praticare l’eutanasia a quei pazienti costretti ad una «sofferenza insopportabile e senza speranza». Direttamente a casa loro. E gratuitamente. Gli iniziatori stimano in circa un migliaio le richieste ogni anno.
MORTE SU CHIAMATA - Dal 1° marzo tutti gli olandesi che vogliono porre fine alla loro vita, potranno fare richiesta in una delle «Levenseindekliniek». La clinica è stata avviata dall’associazione per una morte volontaria (NVVE) di Amsterdam. Assai limitati i requisiti: ottemperare alle vigenti norme di legge in materia e non aver trovato la collaborazione del proprio medico curante per soddisfare la pratica della «dolce morte». In linea di principio, nei Paesi Bassi l'eutanasia e l'aiuto al suicidio è un reato. Ciononostante, dall’aprile del 2002 i Paesi Bassi - come primo Paese al mondo - si sono dotati di una specifica legge.

I medici che praticano l’eutanasia attiva non sono infatti passibili di pena se vengono soddisfatte determinate condizioni. È consentita solo su richiesta volontaria, reiterata e ben ponderata di un paziente. E solo se la sofferenza della malattia classificabile è «insopportabile e senza speranza». In ogni caso deve essere consultato un secondo medico. L’eutanasia va inoltre segnalata. Un’apposita commissione composta da un medico, un giurista e un esperto di etica riesamina successivamente il singolo caso. Ogni anno circa 2300 persone in Olanda muoiono in questo modo. Il cancro è la causa principale di coloro che ricorrono al suicidio assistito.

PROCEDURE - Petra de Jong, direttrice del NVVE a L’Aia, si aspetta che «ogni anno un migliaio di persone» cerchino aiuto nella cosiddetta clinica di fine vita. «Negli ultimi giorni abbiamo già avuto settanta richieste», dice de Jong. Che sottolinea: «La clinica è per malati terminali, per pazienti psichiatrici cronici e persone con demenza in fase iniziale». La pratica dell’eutanasia a domicilio è gratuita. Tuttavia, il procedimento che i pazienti devono seguire per accedervi è relativamente rigido e attentamente controllato: i medici giudicheranno se la richiesta è volontaria e se sussiste la prospettiva di «gravi, insopportabili e non evitabili sofferenze fisiche». Non è difatti possibile «chiamare semplicemente la clinica e dire che si vuole morire e poi questo accade», aggiunge de Jong.

CRITICHE - «Entro la fine dell'anno, la clinica sarà anche dotata di uno o due letti per le persone che non possono o non vogliono morire in casa; per quei pazienti che hanno bambini per esempio, o magari si trovano in un ospizio». Alla domanda se teme proteste una volta aperta la sua clinica, Petra de Jong risponde laconica: «Non proprio». «Le persone che si oppongono all’eutanasia sono spinte soprattutto da motivi religiosi. Ma le chiese in Olanda hanno oramai un’influenza assai marginale».

Il ministro della Salute, Edith Schippers, non ha obiezioni ai team ambulanti, vorrebbe però che fosse il medico di famiglia a praticare l’eutanasia al proprio paziente. Critiche sono invece arrivate dalla più importante associazione di medici nazionale, la KNMG. Che solleva dubbi innanzitutto di carattere deontologico. Sebbene si dicano «non contrari all’eutanasia quando non c’è alternativa», rimarcano che si tratta di «un processo complicato» e che i medici «non possono avere il tempo di instaurare una relazione sufficientemente profonda con i loro pazienti in modo da valutare con equilibrio le loro richieste di eutanasia».


Elmar Burchia
1 marzo 2012 | 16:27



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Repubblica" dimentica i suoi vecchi fascisti

di Luigi Mascheroni - 01 marzo 2012, 08:00

Un saggio ricostruisce la storia dei giornalisti allineati al Regime. Ampia recensione sul quotidiano di Mauro. Peccato non si siano ricordati di Scalfari e Bocca...


Ci sono giornalisti al soldo di un padrone, e giornalisti che scrivono sotto due bandiere. Ma chi furono, e cosa scrissero, le grandi firme fiorite professionalmente sotto il fascismo - che difesero e incensarono - e che poi si riciclarono nel dopoguerra in maniera altrettanto brillante e vibrante dentro la grande stampa democratica? Una domanda alla quale ancora di recente hanno in parte risposto Pierluigi Battista con Cancellare le tracce nel 2007 e Mirella Serri con I redenti nel 2009.

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Due libri che raccontano nei dettagli la «doppia vita» di tanti intellettuali italiani, prima organici alle istituzioni culturali fasciste e poi, dal ’43-45, convinti sostenitori degli ideali e dei valori della nuova Italia democratica.

Ora si aggiunge un altro tassello al complicato puzzle dei rapporti tra intellighenzia e Ventennio: Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo, 1922-1948 di Pierluigi Allotti (Carocci). È una storia interessante, e documentatissima, delle carriere costruite dentro le redazioni più importanti d’Italia da quanti prima (improvvisamente, con l’instaurazione del regime) scrissero prose encomiastiche al seguito del Duce, esaltate corrispondenze di guerra ed editoriali inneggianti l’Italia di Mussolini fino al giorno prima del crollo. E poi, all’indomani della caduta del fascismo, spesso senza neppure una breve pausa di riflessione (e senza epurazioni), ripresero a scrivere sulle maggiori testate nazionali, dal Corriere della sera al Messaggero alla Stampa, senza mai ricordare, pubblicamente, il proprio passato in camicia nera ma elaborando, privatamente, una «complessa» autoassoluzione. E spesso anzi contribuendo coi loro nuovi scritti al processo di banalizzazione e «defascistizzazione» del fascismo, per ripulirsi curriculum e coscienza.



Come, ad esempio, Mario Missiroli, Giovanni Ansaldo, Paolo Monelli... (i «padri»), e poi Vittorio Gorresio, Indro Montanelli, Virgilio Lilli, Guido Piovene, Arrigo Benedetti, Luigi Barzini jr, Vitaliano Brancati... (i «fratelli maggiori»). Alcuni dei quali, come Lilli o Piovene, o lo stesso Giorgio Bocca, parteciparono anche alle peggiori campagne di stampa antisemite. Tutti ottimi giornalisti, tutti smemorati quando si è trattato di fare i conti coi loro vent’anni e col Ventennio d’Italia.

Come ottima giornalista, ma smemorata, si rivela la firma di Repubblica che ieri, recensendo il libro di Pierluigi Allotti sul proprio giornale, si è inopinatamente dimenticata di citare, tra tanti altri, qualche collega della sua stessa redazione: giornalisti con la schiena dritta nell’Italia democratica e col braccio teso in quella littoria. Curiosamente è lo stesso Allotti che sceglie di sorvolare sul lavoro di alcuni giornalisti, che pure cita, come Eugenio Scalfari, o Enzo Forcella, o Giorgio Bocca (nome quest’ultimo che compare nell’indice, scompare nella prima bozza del libro forse cancellata post mortem da una mano pietosa, e poi riappare in quella definitiva...) perché «essendo nati negli anni Venti, mossero i primi passi nel giornalismo nel corso della Seconda guerra mondiale». Meno curiosamente, invece, la giornalista di Repubblica li salta a pie’ pari, come gli ostacoli ai Littoriali.

Peccato, perché se l’autore del libro e l’autrice del pezzo avessero invece compiuto questo utile esercizio di ricerca, si sarebbe potuto completare il quadro dei difficili e viscidi rapporti tra cultura e potere a cavallo tra le due Italie, quella fascista e quella repubblicana. E della Repubblica, soprattutto. Dove, dalla metà degli anni Settanta, Eugenio Scalfari portò mezza redazione del suo vecchio giornale, il settimanale Roma Fascista, l’organo ufficiale del Guf.

Qui - come ricorda Giancarlo Perna nella biografia non autorizzata Scalfari. Una vita per il potere del 1990 - il giovanissimo Eugenio scrisse a partire dal ’42, diventando caporedattore (prima di passare a un’altra rivista di regime, Nuovo Occidente), e qui lavoravano Enzo Forcella, poi editorialista di Repubblica; Ferruccio Troiani che sarà all’Europeo con Scalfari; Paolo Sylos Labini, futuro economista e firma di Repubblica; e persino Luciano Salce e Massino Franciosa, registi cinematografici di sinistra degli anni ’60... «Io adoravo la divisa fascista - ricordò lo stesso Scalfari in un’intervista rilasciata a Pietrangelo Buttafuco per Il Foglio nel 2008 - Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca, la sahariana, i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente». Naturalmente.

Per il resto, il saggio di Pierluigi Allotti è una sfilata in pompa magna del nostro più bel giornalismo, che non ebbe remore a passare, durante il fascismo, da posizioni magari dissenzienti a megafoni entusiasti del nuovo corso, e poi, esaurito l’inchiostro nella penna nera, a impugnare magari quella rossa. Sempre con ottimi voti e lauti stipendi. C’è Emilio Cecchi che per il Corriere della sera di Aldo Borelli, nel ’38, scrisse un reportage dagli Usa per dimostrare ai lettori italiani come razzismo e antisemitismo fossero presenti anche nella società americana. C’è Mario Missiroli - futuro megadirettore del Corriere della sera dal 1952 al 1961 - che sul suo Messaggero nel ’38 firma (sotto pseudonimo) una recensione elogiativa del Contra judaeos di Telesio Interlandi. E ci poi tutti gli altri, gli Ansaldo, i Gorresio, i Montanelli... Il fior fiore, insomma, delle due Italie.

Il provocatore No Tav con il vizio delle armi

di -

Marco Bruno, il militante che ha insultato il carabiniere, non molto tempo fa fu fermato con oggetti contundenti. Ieri in Val di Susa la polizia lo ha trascinato via dai blocchi stradali.VIDEO. FOTO: Bruno portato via.VIDEO: Lo sgombero. Agenti feriti, botte ai cronisti: nuovi assalti a treni e strade. Il Giornale lancia "Siamo tutti pecorelle". E ora spopola anche su Twitter #siamotuttipecorelle


Lui no, non è una «pecorella». Lui, Marco Bruno da Giaveno è uno di quei tanti provocatori che però preferiscono provocare quando sono in gruppo, quando sono in tanti. E quando, essendo in tanti, si può colpire e provocare con la certezza quasi matematica di farla franca.





Coraggioso, no?


Ma, visto che, non si sa mai e a volte il coraggio da solo non basta, Marco Bruno si è portato appresso, è accaduto in tempi recenti, anche delle armi. «Armi contundenti» come si legge nella denuncia dei carabinieri di Susa a suo carico. I militari dell’Arma le hanno trovate e ovviamente sequestrate nella sua auto e questa non è una bella cosa. Non è, come dire, un precedente che depone a favore delle sue buone intenzioni di pacifico manifestante con l’hobby della provocazione.

Il video del «coraggioso» Marco Bruno che insulta il carabiniere, messo online dal Corriere.it ha fatto il giro del mondo. Racconta, quel video, meglio di ogni altra parola due mondi completamente differenti: quello di chi, con l’arroganza dell’impunito, insulta e provoca il carabiniere: «... Che pecorella sei? Non c’hai un numero o un nome, niente? Sei un illegale. Sei proprio una bella pecorella... gli dai anche i bacini alla tua ragazza con quella mascherina? Così non gli attacchi le malattie...» Bravo, bravo. Comunque per quello che guadagni non vale la pena stare qui... Vi siete divertiti? Fra sei ore ci vediamo qua, il cantiere dura per vent’anni... vai in pensione vestito così, vestito come uno stronzo. E noi ci divertiamo a guardare voi stronzi...». Mentre l’altro è il mondo più normale, il mondo di chi rispetta lo Stato e soprattutto rispetta le regole. Il mondo di chi fa il proprio dovere, ogni giorno, in divisa. Va dove gli viene ordinato dallo Stato.





Presidia, rischia la vita e, in compenso, incassa insulti e sputi ma non reagisce mai. Anche se dentro, ascoltando le parole che tutti possono ascoltare da quel video, sente ribollire il sangue. Marco Bruno, nato il 18 gennaio del 1984 a Torino, padre di una bimba, non è un derelitto, né uno sfigato, né un emarginato. Non è, in altre parole, uno che possa covare particolari rancori di rivalsa contro la società e lo Stato per trovare un alibi alle sue imprese. Macché. Ha persino la sua brava licenza di scuola media superiore e quindi la sua giusta dose di cultura ce l’ha. O, almeno, dovrebbe averla. Fa l’operaio, Marco Bruno. Ma evidentemente deve avere un sacco di ferie arretrate che spende per andare in montagna. Non con le ciaspole o gli sci da fondo. Troppo normale e banale.


No. Diciamo che frequenta assiduamente la Val di Susa per altre ragioni. Anche lui a suo modo «presidia» e vigila. E, proprio grazie alle ferie di cui gode, sembra che non si perda una manifestazione delle tante che lui e gli altri antagonisti No Tav organizzano. Anzi, sembra proprio che riesca persino ad inserire certe manifestazioni anche fra un turno e l’altro di quelli che è chiamato a svolgere in fabbrica. E anche ieri doveva essere evidentemente in permesso o in ferie perché gli hanno scattato delle foto mentre i poliziotti lo trascinano via di peso dall’ennesima manifestazione di protesta. Marco Bruno - non riveliamo alcun segreto né violiamo alcuna privacy, perché è stato lui stesso, come si può ben ascoltare nel video, a spiattellarlo in faccia, tra uno sputo e l’altro, all’impassibile carabiniere - abita con la sua compagna al civico 41 di Borgata Dalmassi. Che non è certamente una zona malfamata di Giaveno.


È soltanto una zona vintage dove gli anziani giavenesi vivevano e continuano a vivere in cascinali e caseggiati che portano i segni del tempo come loro. Una zona a ridosso del torrente Sangone che rappresenta un buon domicilio. Tranquillo, lontano da occhi indiscreti e con affitti più che abbordabili. Marco Bruno ha traslocato qui nel gennaio del 2010 quindi non si può dire che a Giaveno lo conoscano in molti. La sua vita, le sue amicizie, le sue frequentazioni sono decisamente lontano da casa. Ad Avigliana, secondo paese della Val di Susa, dove lui ha vissuto per anni. E a Sant’Ambrogio di Susa, ultimo suo domicilio conosciuto. prima della periferia di Giaveno.


Avigliana e Sant’Ambrogio di Susa, quelle sì che sono zone «calde», dove, secondo gli investigatori, esiste più di un focolaio di protesta contro l’Alta Velocità. Barba lunga, occhi iniettati d’odio, espressione di sfida: Marco Bruno è stato ripreso così, mentre vomita insulti che passano e oltrepassano, in un difficile esercizio d’equilibrismo, la linea di confine che lo separa, non dal carabiniere, ma dal reato di offesa a pubblico ufficiale per cui sono previsti fino a tre anni di carcere. A due passi da lui i compagni di lotta e di resistenza accampati attorno alla baita Clarea e al cantiere di Chiomonte. Praticamente un gregge.



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Addio Lucio Dalla, infarto durante il tour

Corriere della sera

Il cantante era in Svizzera per una serie di concerti


Lucio Dalla
MILANO - È morto il cantante Lucio Dalla, colpito da un infarto durante il tour in Svizzera. L'artista è stato colpito da un attacco cardiaco a Montreux, dove si trovava per una serie di concerti che avrebbero dovuto toccare anche Basilea, Lugano e Ginevra.

INCREDULITA' - «Non è possibile, mi ha telefonato ieri sera (mercoledì, ndr), stava benissimo, ed era felice, tranquillo, divertito e in pace con se stesso» reagisce attonito Roberto Serra, bolognese, amico storico di Lucio Dalla e fotoreporter di professione. Poi si moltiplicano i messaggi di saluto e i ricordi sia tra i protagonisti del mondo dello spettacolo che della politica. Molti, su Twitter. Tra cui quello di Jovanotti: «Oh no, dai no... non ci posso credere, davvero non posso crederci».




SUL PALCO DELL'ARISTON - L'ultima apparizione per il pubblico italiano è avvenuta poche settimane fa all'ultimo Festival di Sanremo, a cui Dalla ha partecipato con il brano Nanì insieme con il giovane cantante Pierdavide Carone.

Redazione Online1 marzo 2012 | 13:32



«Non è più una città allegra»

Lucio Dalla: la mia Bologna ieri e oggi




E il "caro amico" De Gregori sceglie il silenzio


Commozione anche da parte della politica. Casini:«Piango l'amico». Veltroni:«Addio Lucio». Vendola: «Nei nostri cuori»


MILANO - «Sono distrutto, siamo nati insieme, l'ho visto crescere fin dagli inizi della nostra carriera». Così Pippo Baudo ricorda Lucio Dalla a Sky Tg24. «Lui non voleva cantare Caruso - aggiunge - io gli ho detto che era una capolavoro, e poi è diventato un inno». «Lucio era buono, altruista, generoso». Ron al telefono in lacrime non riesce a parlare. A pochi minuti dalla notizia, inizia anche il saluto su Twitter. «Oh no, dai no... non ci posso credere, davvero non posso crederci» reagisce Jovanotti. «Ciao grande Lucio», dice invece Eros Ramazzotti sul popolare sito di microblogging. «Siamo tutti un po' più soli», ammette Fiorella Mannoia.


LA POLITICA - «Lucio. Anni di amicizia. E valanghe di ricordi. Non è giusto, no» scrive Walter Veltroni; «Addio Lucio Dalla, ricorderemo per sempre le tue belle canzoni» è il messaggio di Roberto Formigoni. «Un amico caro, un amico della Puglia e dei pugliesi. Rimarrà nei nostri cuori» aggiunge Nichi Vendola. Anche il Bologna Calcio, tramite il suo sito internet, invia le condoglianze per la morte di Dalla, «un grande amico e tifoso rossoblù, un bolognese vero, uno dei più grandi artisti che l'Italia abbia mai avuto». «Non si fermava mai, aveva sempre dei progetti, l'ho sentito 10 giorni fa», dice invece Caterina Caselli: «Ha lasciato le sue canzoni, il suo genio e il suo spaziare senza steccati, una persona eclettica e con una grande vitalità. Era bello poter parlare con lui». «Sono sconvolto per la morte di Lucio Dalla: amico che ha fatto sognare intere generazioni. Prego per lui perchè so che ci ha sempre creduto», scrive su Twitter il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. «Piango l'amico e l'immenso uomo del nostro tempo, Lucio Dalla», ha invece detto Bobo Craxi


Redazione Online1 marzo 2012 | 13:39





«Con questa faccia vi assedio e vi amo da 50 anni»»


Lucio Dalla ospite di Spotlight
di Mario. L. Fegiz




Artisti per la donazione degli organi

Roberto Ferri, Lucio Dalla, Ron, Anna Mazzamauro Claudia Voltattorni





«Che bello rubare le canzoni dell'altro»

Lucio Dalla e Francesco De Gregori di nuovo insieme

di M.L. Fegiz

«Com'è profondo il mare», l'addio senza troppa retorica di Twitter


Alla notizia della morte l'hashtag sale subito al primo posto, mentre gli utenti postano pezzi delle canzoni o video


MILANO - Lucio scala in fretta le corde della memoria. Si è appena diffusa la notizia della sua improvvisa scomparsa, Twitter è immediato termometro del dolore e l'hasthag Lucio Dalla è immediatamente il numero uno. Ma gli utenti del mare internettico non si abbandonano alla facile retorica: Lucio si ricorda con una canzone, si posta il video o ne si cita un estratto.

BASTA UNA CANZONE - Ha accompagnato 45 anni di vita italiana, almeno quattro generazioni. E allora Daniela Bozza canta: « E ancora adesso mentre bestemmio e bevo vino per i ladri e le signore sono Gesù bambino» o Padrontoni « O sopra il tavolo di un bar/O stare nudi in mezzo a un campo/ A sentirsi addosso il vento/ Io non chiedo più di tanto».

POCA RETORICA - Non c'è retorica, il Dalla dei tempi d'oro del resto non lo è mai stato, capace di raccontare il Paese come pochi altri. L'ondata emotiva travolge anche Facebook ovviamente: anche qui fioccano i video di «Disperato Erotico Stomp»o «Com'è profondo il mare». Colonna sonora della nostra vita, così com'era stato per De André, primo dei nostri cantautori ad andarsene. Ma allora la rete non c'era.

Matteo Cruccu1 marzo 2012 | 13:47

Ottant’anni fa nasce il profumo più costoso al mondo

La Stampa

Diecimila fiori di gelsomino e ventotto dozzine di rosa è l’esagerata quantità di ingredienti rari utilizzati per formulare 30 ml di Joy.




GIOVANNA MUDULU

Il crac del 1929 della Borsa di New York, il desiderio di reagire a questo disastro economico e il tripudio di essenze rare e costose, sono gli ispiratori del mitico profumo Joy di Jean Patou. Il naso Henry Almeras crea un profumo con un’orgia di fiori che sfida tutte le regole, e Joy diventa l’antidoto contro la crisi economica che si è abbattuta sul mondo intero. 

Jean Patou è sedotto da questa fragranza e con il suo intuito sfrutta l’audace slogan suggerito da un suo amico: Joy, il profumo più costoso al mondo. E nonostante il prezzo elevato e la depressione economica Joy diventa un successo immediato e rimane il profumo più famoso di Jean Patou.

Jean Patou geniale stilista innovatore nel campo della moda, lo è maggiormente in quello dei profumi. È lui, infatti, che crea la prima fragranza unisex “Le Sien” nel 1931. E che realizza per primo il profumo da borsetta. La ricercatezza e l’estro dei suoi profumi senza tempo dimostrano quanto siano ancora attuali e apprezzati dalle donne contemporanee che amano distinguersi. 

Joy. Profumo ammaliante e travolgente con la sua concentrazione di fiori di gelsomino e rosa bulgara che si sposano all’ylang-ylang e la tuberosa. Profumo sontuoso e affascinante anche nel pack, è custodito in un flacone disegnato dall’architetto Louis Süe che evidenzia la preziosità di questa ricca formulazione.

“1000”. Dieci anni di lavoro e mille tentativi per creare questa formula. Per il lancio di questo profumo nel 1972, la Maison Patou fece consegnare alle signore più eleganti di Parigi i primi mille profumi con una Rolls Royce. Sul collo dei flaconi erano incisi in oro i nomi dei destinatari. Jean Kerleo, creatore di questo profumo, ha usato il gelsomino, le rose e le violette unendo anche l’osmanthus cinese dall’aroma sottile.

Sublime. Sensuale e raffinato si esprime in un’armonica contrapposizione di note fresche e dolci con bergamotto, mandarino e coriandolo che si uniscono a note verdi. L’anima si svela con delicati sentori fioriti di rosa, gelsomino, ylang-ylang e neroli. E chiude il sillage con note di vaniglia, sandalo, legno di cedro e zibetto. Sublime è il profumo destinato alla donna che ama esaltare la sua classe.



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Germania, Schäuble pizzicato a giocare a Sudoku durante una seduta del Bundestag

Corriere della sera

Pioggia di polemiche sul ministro che si distrae mentre in aula si vota l'approvazione del pacchetto di aiuti alla Grecia


MILANO - In pieno dibattito al Bundestag di Berlino sull'approvazione del secondo pacchetto di aiuti alla Grecia (da 130 miliardi di euro), il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble giocava a Sudoku sul suo iPad. Come evidenziano alcuni scatti pubblicati sui media tedeschi il ministro tiene lo schermo del suo tablet aperto solo quel tanto che gli basta per seguire il gioco. La scena è stata trasmessa nell'edizione serale del tg sul primo canale Ard e ha, ovviamente, innescato un vivace dibattito nei forum in Germania. Martin Kotthaus, portavoce dell'esponente della Csu, difende la «breve distrazione» del ministro sui banchi del governo e ritiene le tante domande a tal proposito «piuttosto curiose».


PASSATEMPI - Il ministro ha trascorso «notti insonni» a Bruxelles per i negoziati sulla Grecia, inoltre ha dovuto recarsi in Messico per il G20 dei ministri delle Finanze. In altre parole: anche per un ministro sempre impegnato con la crisi nel Vecchio continente, una pausa è più che lecita. Ed è pur vero che il 70enne Schäuble era anche in questo caso assorbito totalmente dai numeri, non si dilettava con altri passatempi come capitato recentemente ai colleghi indiani, costretti alle dimissioni perchè, in parlamento, guardavano film porno sul cellulare.


Elmar Burchia
29 febbraio 2012 | 20:06

Quelli che ostacolavano l’esproprio della terra venivano internati

di - «Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese». Chissà se gli indiavolati che pestano troupe di giornalisti, spandono minacce di morte e insultano i carabinieri ricordano questa frase che dovrebbe appartenere al bagaglio politico dei più politicizzati tra loro. È un aforisma attribuito a Lenin, l’ideologo della rivoluzione d’Ottobre che, al contrario della ribellione anti-ferroviaria auspicata dagli estremisti di casa nostra, credeva fermamente nella necessità di portare il progresso anche nelle lande più desolate della Siberia.

Ma certo, la Val di Susa è un’altra cosa. Non serve sapere chi è Lenin per sfruttare l’occasione di sfogare la propria rabbia. E tra gli esaltati che già eleggono a martire Luca Abbà non molti saranno davvero interessati ad approfondire le motivazioni che lo hanno spinto a dedicare tutto sé stesso a resistere all’avanzata della Tav, fino al punto di arrampicarsi su un traliccio dell’alta tensione.

Abbà vive da diversi anni in quella valle, a Cels, dove si è rifugiato per coltivare il suo amore per la natura. Le sue terre si incrociano con l’area del cantiere, tanto che lunedì è stato espropriato di una parte del suo appezzamento, insieme ad altri 49 piccoli proprietari. Al trentasettenne leader della contestazione ricoverato in coma farmacologico al Cto di Torino (per fortuna per lui ci sono buone speranze) si deve il rispetto che va a chi vede in gioco la propria vita e la propria salute. Ma in Val di Susa si gioca una partita politica, e non ci si può trincerare dietro alla tragedia umana per spegnere ogni critica.

È del tutto comprensibile che Abbà non sia felice che gli portino via la casa. Ma che cos’è la sua lotta se non una difesa estrema della proprietà privata? E per di più una difesa contro «l’invadenza» dello Stato, che sta agendo per promuovere un «superiore interesse collettivo» riconosciuto da due Stati, quello francese e quello italiano. Entrambi hanno stabilito che realizzare l’opera è più importante di lasciare Abbà tranquillo a casa sua. A torto o a ragione, lo hanno fatto democraticamente.

E va ricordato che l’esproprio si basa sull’articolo 42 della Costituzione, secondo cui «la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale». È proprio l’articolo della Costituzione che il governo di centrodestra voleva abrogare, ritenendolo liberticida, andando incontro a un coro di proteste da sinistra. La verità è che Abbà, nello Stato comunista auspicato da molti «ribelli» andati a menar le mani in Val di Susa, se si fosse opposto all’espropri rallentando la costruzione di un elettrodotto sarebbe stato messo a tacere, come avvenne nell’Urss ai kulaki, i piccoli proprietari terrieri, deportati nei gulag.


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Lampade fluorescenti: a basso consumo ma inquinanti. Ecco come smaltirle

Corriere della sera

Non vanno mai gettate nel sacco dell'indifferenziata perché contengono il tossico mercurio




Contenitore EcolampContenitore Ecolamp

MILANO - A basso consumo ma inquinanti. Ecco perché le lampadine fluorescenti - che contengono una quantità variabile di mercurio da 1 a 50 milligrammi, secondo il modello - sono rifiuti speciali. A parità di emissione luminosa una fluorescente compatta consuma fra il 65 e l'80% di energia in meno rispetto alle lampadine a incandescenza tradizionali. Fanno risparmiare in bolletta, ma vanno smaltite come si fa per le pile, per l’olio lubrificante, per la plastica. Mai gettarle nel sacco dell’indifferenziata.

ECOLAMP - A recuperare e riciclare le lampadine di nuova generazione ci pensa il consorzio Ecolamp, che nel 2011 ne ha raccolte per quasi 1.500 tonnellate. E dal 2008 3.700 tonnellate, raggiungendo 1.627 Comuni per un totale 30 milioni di abitanti. In buona misura le sorgenti luminose – che si tratti di tubi o lampade fluorescenti, di lampade a scarica ad alta intensità, ad alta o bassa pressione - sono per l’85% fatte di vetro. Tra i materiali recuperati dalla massa di lampadine esauste, è infatti il vetro che pesa di più: 3.160 tonnellate. Poi ci sono le plastiche (60 tonnellate), i metalli (189 tonnellate), le polveri di materiali che non si sono disperse nell’ambiente (292 tonnellate).




MERCURIO - In particolare la raccolta del 2011 ha permesso di recuperare quasi 120 tonnellate tra mercurio e altri materiali tossici sottratti alla dispersione nell’ambiente. La presenza di mercurio all’interno delle lampade varia con il variare della tipologia: il modello fluorescente lineare ne contiene fra 3 e 30 milligrammi mentre le fluorescenti compatte tra 1 e 5 milligrammi. Le lampade a scarica ad alta intensità tra 20 e 50 milligrammi.

RECUPERO - In totale, i modelli di competenza di Ecolamp, sono un catalogo di ben 120 differenti lampade tutte in commercio. Il consorzio (oltre 140 produttori, 65% del mercato) non tratta lampadine a incandescenza, ma solo Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), tipologia R5, le sorgenti luminose. «Siamo in crescita costante da anni: nel 2011 abbiamo registrato un incremento del 13% e nelle prime sei settimane del 2012 abbiamo già recuperato 175 tonnellate. Ma l’obiettivo è raggiungere 2 mila tonnellate all’anno. Sono ottimista, ci potremo arrivare nel giro di un paio d’anni», commenta il direttore generale di Ecolamp, Fabrizio D’Amico. «Abbiamo bisogno che i distributori, soprattutto supermercati e ipermercati, accettino di collocare i contenitori per la raccolta diretta. Sono ancora una minoranza quelli che espongono i nostri scatoloni che, invece, dovrebbero essere a disposizione dei consumatori in ogni punto vendita. In altri Paesi è la norma, ma da noi c’è un’inspiegabile resistenza», prosegue D’Amico.


SMALTIMENTO - Si tratta di scatole di cartone, simili a quelle per la raccolta delle pile, presenti ormai anche nei piccoli market, ma un poco più voluminosi, che il consorzio si impegna a ritirare per lo smaltimento. Così come è possibile vedere queste scatole all’interno di piccoli negozi di quartiere, dovrebbe – logicamente - essere usuale notare la loro presenza in tutti i supermercati. Invece non è così. «Se non vengono trattate separatamente, le lampadine a basso consumo rilasciano nell’ambiente sostanze nocive. Il mercurio di una singola lampada magari non fa nulla», provoca il direttore generale. «Ma proviamo a pensare a migliaia di lampade abbandonate sul greto di un fiume o sulla riva del mare: le sostanze contenute possono arrivare in falda. Inoltre si perdono materiali riciclabili al 95%: è questa infatti la percentuale di recupero delle componenti».

SENSO CIVICO - La raccolta avviene in parte grazie al senso civico dei cittadini che portano le lampadine alle isole ecologiche, 3.200 distribuite su tutto il territorio italiano, 1.726 servite da Ecolamp: per facilitare i consumatori, il consorzio ha sviluppato un’applicazione per smartphone e tablet - l'Isola che c'è - che consente la ricerca del centro di raccolta più vicino. È poi attivo da giugno 2010 il servizio «uno contro uno» che permette ai cittadini di restituire le vecchie lampade al momento dell’acquisto delle nuove presso i punti vendita: il consorzio mette a disposizione gratuitamente gli appositi contenitori (Ecopoint). Per installatori e i professionisti del settore offre due servizi: Collection Point, punti di raccolta dove conferire direttamente e senza costi qualsiasi quantitativo di lampade esauste, oppure Extralamp, oltre i 100 chili.

NUOVA VITA - Una volta raccolte, le lampadine tornano a nuova vita dopo un trattamento d’urto (chiamato Crash and sieve, fracassa e setaccia) che in un paio d’ore trita, separa e stocca in un container i materiali differenti. Un tappeto vibrante consente la separazione delle plastiche dai vetri e dai metalli, mentre un processo di aspirazione e filtrazione (chiamato captazione) separa le polveri fluorescenti dal mercurio, che viene recuperato per distillazione e riutilizzato a livello industriale. Il vetro lavato e triturato in scaglie di circa mezzo centimetro trova nuove applicazioni che vanno dalle lane di vetro agli isolanti ai processi di vetrificazione delle piastrelle. Trovano dunque riconversione nell’edilizia le nostre lampade esauste, un mercato che in Italia significa 120 milioni di pezzi venduti ogni anno.


Anna Tagliacarne
29 febbraio 2012
(modifica il 1 marzo 2012)



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L’avvocato inventa-bufale che ha preso in giro l’Italia

di -

Giacinto Canzona da anni confeziona storie false in serie per farsi pubblicità Smascherato per una bugia sul caso Concordia. Ma continua a esercitare


L' attività di Giacinto Canzona ha preso una piega storta quando ha pensato di coinvolgere i figuranti. Per anni si era accontentato di fabbricare e impacchettare bufale sul genere «strano ma vero».




Balle di ogni tipo, la maggior parte divertenti. Insomma, notizie gustose, che i giornali avevano puntualmente ripreso e raccontato. È così che è uscita la favola del gatto Tommasino, il gatto nato in un cassonetto, diventato nababbo quando la sua ricca, ricchissima padrona era deceduta, lasciando a lui tutto il patrimonio: 10 milioni di euro. Invidie e commenti. Anche in redazione. Una notizia così certo fa effetto, e se a confermarla c'è un avvocato che racconta e assicura, le agenzie di stampa prima, e i giornali poi, abboccano.


I casi sono tanti; c'è quello delle suore multate perché andavano a 180 chilometri all'ora per andare a trovare il Papa, oppure la storia della sposina infelice costretta a divorziare per una suocera così invadente che aveva voluto partecipare anche al viaggio di nozze. E poi la povera signora obesa, umiliata dalla compagnia di volo, costretta ad acquistare due biglietti per la stazza. Dietro a queste storie, sempre l'avvocato Giacinto Canzona, giovane e brillante avvocato di 39 anni. Un professionista dall'aspetto affidabile: barbetta e vestito elegante. Molte volte, in questi anni di fervida inventiva, l'avvocato è stato ripreso dai giornali, il suo nome è rimbalzato su quotidiani, riviste, agenzie di stampa. Il suo e quello della sua collega, l'avvocato Anna Orecchioni. Disponibili a parlare con i giornalisti, 'riferisco su riferito' era la loro formula preferita, sempre impossibilitati, però, a fornire numeri di telefono dei protagonisti delle loro incredibili quanto interessantissime storie. Vicende poi smentite dai giornali che quando capivano l'errore rimediavano.


Ma intanto la memoria resta. Il gatto Tommasino, come la suora spericolata al volante soprannominata da Repubblica 'Suor Tavoletta' resteranno impresse per sempre. Intanto partono gli esposti di legali e di qualche giornalista truffato e l'ex presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma Antonio Conte avvia il processo disciplinare. L’istruttoria si apre su una quindicina di casi. C'è la storia del gatto Tommasino, del prete al volante fermato perché aveva bevuto troppo vino durante la celebrazione della messa, quella di Giampiero Galeazzi accusato per aver dato del terrone al portinaio. Ci si domanda perché fare tutto questo? 'Pubblicità', un 'modo per accalappiare clienti', rispondono i colleghi che si sentono danneggiati tanto quanto i giornalisti. L'avvocato viene sanzionato, ma la sentenza non è ancora passata in giudicato. Lui tenta di difendersi, parla di un fondo di verità: dieci per cento vero, falso il 90. L'avvocato intanto si sposta, sa che è meglio cambiare aria, defilarsi. Sceglie Tivoli una ventina di chilometri da Roma. Ambiente più periferico. E continua a esercitare, anche adesso, nel pieno della bufera.


Vita nuova sì, ma Canzona non sembra riuscire a resistere alla sua più inconfessabile tentazione: confezionare bufale. Così l'attività torna a fremere, le idee zampillano. Fino all'epilogo. Il giorno in cui decide di sfruttare il tragico naufragio di Costa Concordia al Giglio. Sforna una storia tristissima. Drammatica. Si inventa una coppia di passeggeri, due sposini, giovani innamorati, in crociera. Lei aspetta un bimbo, il loro primo figlioletto. È incinta di 5 mesi. Per colpa del naufragio lo perde. Chiedono i danni alla Costa. La storia è enorme. La riportano i giornali, le tv fanno a gare per ospitare i protagonisti. La coppia, l'avvocato. Tutti a piangere. Ma sembra solo un’altra truffa. Questa volta la bugia è troppo grossa per passare inosservata.


Canzona ha passato il limite e rischia di essere radiato. Il resto è storia di questi giorni. Striscia la notizia , le accuse, le smentite dei figuranti, la smentita di Costa: sulla lista passeggeri quella coppia non c’è. Canzona negli ultimi tempi si era ingegnato. Aveva scelto di fare un salto di qualità, di assoldare figuranti per tenere in piedi il castello di bugie. Come la signora e le sue protesi Pip, quelle a rischio tumore. In tv racconta la sua storia. Oggi si è scoperto che la donna è solo la vicina di casa dell'avvocato.



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Gb: chiusa la più vecchia centrale nucleare del mondo

Corriere della sera

E a Fukushima aumenta il rischio sismico. Un rapporto svela per la prima volta che il governo era pronto a evacuare Tokyo



La centrale di OldburyLa centrale di Oldbury

MILANO - Alle 11 è suonata la sirena (in Italia era mezzogiorno) e il reattore è stato spento. A Oldbury-on-Severn, nel Glouchestershire, 20 km a nord di Bristol, è stata fermata il 29 febbraio la più antica centrale nucleare al mondo ancora in funzione. A poche centinaia di metri di distanza, nel 2025 ne aprirà una nuova costruita dalle aziende tedesche E.On e Rwe, con una potenza sei volte maggiore di quella operativa dal 1967.

FUKUSHIMA - Dall'altra parte del mondo, a quasi un anno di distanza (11 marzo) dal terremoto di 9 gradi Richter e dal conseguente tsunami, stanno uscendo nuovi studi sulle centrali di Fukushima e da imbarazzanti notizie sulla gestione da parte del governo giapponese dell'incidente nucleare. Uno studio sismico basato su oltre 6 mila scosse pubblicato su Solid Earth, dimostra che il terremoto dell'11 marzo ha riattivato una faglia nella zona delle centrali e suggerisce alle autorità nipponiche di incrementare le misure di sicurezza per contrastare un terremoto che potrebbe arrivare sino a 7 gradi di magnitudo con epicentro in terraferma, come avvenuto nella vicina Iwaki (60 km a sud-ovest di Fukushima) esattamente un mese dopo il sisma distruttivo. Il rischio è stato evidenziato anche da Michael Friedlander. Come riporta la Cnn, l'esperto dice che permane la minaccia costante di fuga di materiale radioattivo: nel caso di terremoto la rottura di una conduttura potrebbe liberare tonnellate di acqua contaminata utilizzata per il raffreddamento dei reattori.

RADIOATTIVITÀ - Sebbene il livello di radioattività sia calato notevolmente dalla prima fuoriuscita di materiale contaminato, il tasso resterà «cronico e durerà per molti anni», ha ammesso Didier Champion, dell'Istituto francese di protezione radiologica e sicurezza nucleare (Irsn), secondo il quale le autorità giapponesi dovranno continuare a monitorare frutta, latte, funghi, pesce e selvaggina per i «rischi di esposizione cronica a bassi dosaggi». Secondo l'istituto francese sono fuoriusciti da Fukushima in quindici incidenti almeno 408 peta becquerel di iodio radioattivo (ossia 408 milioni di miliardi di becquerel), pari al 10% della radioattività emessa nell'incidente di Chernobyl. Per quanto riguarda tutti gli isotopi di cesio, le emissioni di Fukushima sono state di 58 peta becquerel, un terzo di quelle emesse a Chernobyl solo dall'isotopo cesio-137.

ERRORI DEL GOVERNO - E infine in un rapporto indipendente diffuso da Rebuild Japan Initiative Foundation (Rjif) l'ex premier Naoto Kan (in carica al momento del disastro) viene accusato di aver fatto confusione con il suo intervento diretto, rendendo la gestione della crisi ancora più difficile. Kan, però, scarica le colpe sulla Tepco (che gestiva la centrale).

TOKYO EVACUATA - In quei giorni difficili, svela per la prima volta il rapporto di 400 pagine con oltre 300 interviste, il governo arrivò a ipotizzare anche l'evacuazione di Tokyo se ci fosse stata una catena di esplosioni di centrali nucleari lungo la costa pacifica. «Avevo questo scenario infernale nella mia testa», ha raccontato l'ex segretario di gabinetto, Yukio Edano. «Se fosse accaduto, Tokyo era finita». La Tepco, che non ha voluto collaborare al rapporto, avrebbe voluto abbandonare Fukushima al proprio destino, secondo quanto ha rivelato la commissione. E questo avrebbe potuto comportare conseguenze devastanti, fino a una reazione a catena delle altre centrali nucleari vicine. A costringere la Tepco a fare il suo dovere sarebbe stato proprio il primo ministro Kan, che arrivò a minacciare lo smantellamento della società elettrica.


Paolo Virtuani29 febbraio 2012 | 17:39


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Shakespeare e l'alchimia, la Bbc sulle tracce della magia napoletana

Corriere del Mezzogiorno

La troupe televisiva inglese in città tra farmacia degli Incurabili e il Cimitero delle Fontanelle





NAPOLI - La Bbc a Napoli sulle tracce di William Shakespeare. Una nutrita troupe della televisione pubblica inglese si è aggirata nei giorni scorsi nelle strade della città, inseguendo i legami tra il Grande Bardo e la tradizione magico-alchemica partenopea. Napoli è stata, infatti, una tappa fondamentale del documentario storico dal titolo «Shakespeare's Italy», che andrà in onda a maggio in Gran Bretagna e successivamente sarà trasmesso da altre reti europee. Insieme con alcuni esperti napoletani, in primis lo studioso di ermetismo ed esoterismo Massimo Marra, gli autori hanno individuato tre location: la Farmacia degli Incurabili, la Biblioteca nazionale e il Cimitero delle Fontanelle.



Nella bellissima spezieria di origini cinquecentesche conservata all'interno del complesso di Caponapoli, che ancora oggi funziona come ospedale, le telecamere hanno indugiato innanzitutto sulla grande urna di marmo che conteneva una medicina assai speciale, anzi la medicina per eccellenza: la leggendaria Teriaca. L'uso del farmaco risale all'epoca di Mitridate, il re del Ponto, che con essa si difendeva dagli avvelenamenti (therion significa infatti serpente); una ricetta che Pompeo avrebbe ritrovato e Andromaco il Vecchio (medico di Nerone) avrebbe poi perfezionato aggiungendo la carne di vipera e creando la «Theriaca Magna» o «Theriaca di Andromaco».

Ma è dal XVI secolo che la «magica» sostanza conoscerà un successo enorme, quando cioè le più importanti spezierie d'Europa (a Venezia, Napoli e Bologna) furono in condizione di usare in grande quantità gli ingredienti che arrivavano da luoghi lontani. Uno su tutti: l'oppio, che secondo la tradizione doveva provenire rigorosamente da Tebe, anche se, nel Cinquecento, il venosino Bartolomeo Maranta avrà modo di chiarire: «L'oppio nostrano, proveniente dalla terra di Puglia, è buono quanto quello orientale».

 Tra gli altri ingredienti c'erano poi: benzoino, mirra, cannella, croco, solfato di ferro, radice di genziana, mastice, gomma arabica, fungo del larice, incenso, scilla, castoro (i testicoli), rabarbaro, calcite, trementina, carpobalsamo, malabatro, terra di Lemno, opobalsamo, valeriana, alia. Insomma, una specie di «bomba chimica» in grado di offrire un po' di tutto (e il cui segreto era anche nell'assunzione quotidiana in piccole dosi), paragonabile forse, anche per la diffusione, all'aspirina, ma con la potente suggestione di un misterioso elisir.

Lo straordinario farmaco - al quale nel 1645 fu dedicata «L'Elegia d'Andromaco il Vecchio sopra la Teriaca» di Tommaso Stigliani (pubblicata proprio a Napoli per i tipi del Beltrano) - rimase in commercio sino alla fine dell'800 e, nelle regioni meridionali sino ai primi del Novecento (l'ultima produzione ebbe luogo a Napoli). Nel Settecento la «Teriaca» finisce anche in una celeberrima tarantella napoletana, «'O guarracino», giusto nel bilancio finale della rissa subacquea tra pesci: «Cinquanta muorte e duicient'ferite/ E n'ati vinte 'mpericule 'e vita/ E ‘ll'autri jettero add'ò speziale/ A piglià l'Acqua Turriacale». Infine, ve n'è traccia (con la definizione proprio di «acqua teriacale») anche nei ricettari dell'ospedale degli Incurabili, in un documento di uno dei più illustri medici italiani: Domenico Cotugno.

 Mirabile fusione tra scienza e arte, la Farmacia, che ha lasciato a bocca aperta la troupe italo-inglese, è stata da poco restituita alla città (visite su prenotazione) grazie alla decisione del commissario straordinario della Asl (proprietaria dei luoghi), il generale Maurizio Scoppa, e anche alla sensibilità dei volontari dell'associazione «Il faro di Ippocrate», guidati dal professor Gennaro Rispoli, lo stesso pool che ha creato il Museo delle arti sanitarie di Napoli (sempre nel cortile degli Incurabili), anch'esso oggetto delle attenzioni della Bbc per i suoi reperti che raccontano la storia della medicina nel Sud.

Da un barocco all'altro, i documentaristi hanno fatto tappa in uno dei luoghi più suggestivi della città: il Cimitero delle Fontanelle. E tra le ossa dell'antica cava hanno provato a riallacciare quei fili invisibili che legano le millenari mantiche celtiche - i famosi «teschi parlanti» delle trazioni nordeuropee - con le «capuzzelle» napoletane, dunque il sogno come comunicazione tra vivi e morti, tra umani e divinità, proprio come avveniva nei culti egiziani di cinquemila anni fa. Sogni, teschi, fantasmi, magia, morte e amore: in pratica l'universo del Grande Bardo. Echi di «Tempesta» ma non solo, come ebbe a raccontare qualche tempo fa Ruggero Cappuccio nel suo affascinante «Shakespea Re di Napoli».

 Infine, la tappa nella Biblioteca nazionale dove le telecamere hanno «sfogliato» tre rare edizioni del Magia naturalis di Giovan Battista Della Porta e intervistato Massimo Marra, sia sulla figura del mago rinascimentale sia sulla Teriaca. «Compresa tra mito e realtà quotidiana - ha spiegato il saggista - tra favola popolare e simbologia esoterica, tra scienza e magia, la teriaca si ascrive così al novero delle bevande fatate, sacre, delle misture magiche i cui effetti, di là di ogni analisi farmacologica, per l'universo mitico e magico di cui sono emanazione, ci rimarranno per sempre ignoti».

Lo studioso ha pure ricordato il maldestro tentativo di re Ferdinando IV di Borbone, nel 1799, di fare business con il farmaco «dopo una tardiva presa di coscienza delle potenzialità economiche del commercio dell'antidoto». Malgrado l'imposizione del monopolio e di un prezzo concorrenziale (18 carlini, più basso di quella teriaca veneziana) l'esperimento fallirà insieme con la lunga stagione del miracoloso farmaco. Infine, l'esperto ha rammentato la figura del grande naturalista Bartolomeo Maranta (napoletano d'adozione), il suo libro Della Theriaca et del Mithridato (pubblicato nel 1572) e lo straordinario cenacolo che si creò in città in quegli anni, con personaggi di altissimo profilo, a cominciare da Ferrante Imperato (che la toponomastica partenopea curiosamente ricorda come Imparato) e il giovane Colantonio Stigliola, linceo e amico di Giovan Battista Della Porta e di Antonio Persio.

 L'équipe della Bbc - che era guidata dal regista Andrea Carnevali e dal giornalista Francesco da Mosto, già autore e presentatore di serie di successo nel mondo anglosassone come Francesco's Venice e Top to toe - prima di approdare all'ombra del Vesuvio aveva fatto tappa in Toscana, nella casa-museo di Niccolò Machiavelli - l'Albergaccio dove scrisse il «Principe» - e in Sicilia a Messina, la città di «Molto rumore per nulla», e a Palermo dove protagonista delle riprese è stata il premio Oscar Emma Thompson.



Antonio E. Piedimonte
01 marzo 2012



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Il rischio dei figli contesi

La Stampa


A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato alluniversitÀ di milano

Mia figlia aspetta un bambino da un ragazzo marocchino. Lo ha conosciuto a Cambridge: lavorano all’università in un progetto di ricerca internazionale sulle nanotecnologie.
Immagino che lei sia molto contenta.

Si, ma sono preoccupata.
Le mamme sono sempre preoccupate!

Una ragazza italiana con un compagno marocchino, in Inghilterra, con un bambino piccolo… Se dovessero litigare che cosa succederebbe? Con tutte le brutte storie di cui si legge.
Mi sembra che abbiano dimostrato di sapersela cavare da soli molto bene nella vita. Se si dovessero separare, come tutti, dovranno evitare di litigare sul bambino, sforzandosi di essere ancora genitori nonostante la loro separazione.

Sì, ma quale giudice sarebbe competente a decidere? E se lui portasse il bambino in Marocco e non volesse più restituirlo? Non voglio neppure pensarci!
In effetti i casi di sottrazione internazionale di minori sono sempre molto dolorosi. Da qualche tempo, però, nel diritto internazionale di famiglia si è affermato un principio: non sono tollerati i colpi di mano. Lo afferma la Convenzione dell’Aja del 1980 sulla sottorazione internazionale dei minori, ratificata dall’Italia nel 1995. In base a questa Convenzione, se un genitore sottrae un bambino dallo Stato di residenza abituale senza il consenso dell’altro genitore che esercita la potestà, i giudici del luogo in cui il bambino è stato illegittimamente condotto devono senza indugio ordinare il suo immediato ritorno nel luogo dove viveva stabilmente.

Bisogna fare una causa in uno Stato sconosciuto? Che prospettiva inquietante!
La Convenzione sulla sottrazione dei minori crea una efficiente rete di assistenza internazionale per aiutare i genitori i cui figli sono stati illegittimamente sottratti a rintracciarli e ad ottenere, dai giudici dello Stato in cui sono stati condotti, l’ordine di rimpatrio. Se un genitore progetta un colpo di mano per portare via un bambino dal luogo in cui ha sempre vissuto e condurlo nel proprio Stato di origine - contando nella benevolenza dei giudici del proprio Paese - deve sapere che lo attende probabilmente un ordine di ricondurre immediatamente il bambino nel luogo di residenza abituale.

Ma allora perché si leggono spesso casi di cronaca drammatici in cui un genitore non riesce a riavere, e neppure a rivedere, un bambino che gli è stato portato via?
Sono prevalentemente casi che riguardano bambini portati in Stati che non hanno sottoscritto la Convenzione dell’Aja del 1980. Per la sua tranquillità, le segnalo che il Marocco ha aderito alla Convenzione nel 2010.

Quale è il giudice che decide sull’affidamento di un bambino figlio di genitori che hanno cittadinanze diverse?
Su questo punto la risposta è un po’ più difficile. La regola generale prevista dal diritto internazionale afferma che le decisioni che riguardano un minore e il suo affidamento devono essere prese dal giudice dello Stato in cui il bambino abitualmente risiede.

Quindi, se ci fossero dei problemi, sarà il giudice inglese ad occuparsi di mio nipote?
Sì. Nei rapporti fra gli Stati comunitari il regolamento europeo n. 2201 del 2004 afferma che il giudice che deve decidere sulle questioni relative all’affidamento di un minore è, almeno in generale, quello del luogo ove il minore vive. La situazione è invece piuttosto confusa per quanto riguarda i rapporti con gli Stati extracomunitari. L’Italia e il Regno Unito non hanno infatti ratificato la Convenzione dell’Aja del 1996 dedicata proprio a questi problemi, pur avendola sottoscritta. Siamo dunque per ora esclusi dall’applicazione di questo importantissimo strumento di diritto internazionale. Dunque, se un giudice marocchino pretendesse di occuparsi dell’affidamento di suo nipote residente in Inghilterra non avremmo alcuno strumento per opporci; inoltre alle sentenze dei nostri giudici potrebbe essere negata efficacia in Marocco. È paradossale che le resistenze alla ratifica della Convenzione siano motivate proprio da una incomprensibile diffidenza verso alcuni istituti di diritto di famiglia marocchini (che si ritiene possano essere utilizzati per aggirare le nostre norme sull’immigrazione). I figli di genitori italiani hanno una minore protezione internazionale per colpa della nostra diffidenza!



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Autovelox e dintorni

La Stampa


Il dott. Stefano Manzelli, direttore di Poliziamunicipale.it, ha trattato il tema «Autovelox e dintorni» rispondendo ad alcune delle domande giunte dai lettori.



Di seguito le risposte alle domande pervenute


L'autovelox ... potrebbe non esistere

D: In Italia (nord-ovest) invece almeno il 95% degli automobilisti non rispetta il limite di velocità. Ho fatto dei test sulla superstrada che collega Rivarolo Canavese a Torino. E' tutta limitata ai 70 all'ora con tratti limitati ai 50. Sui tratti limitati ai 70 se rispetto rigorosamente il limite, sono rarissimi quelli che mi si accodano. Un 10% mi si accoda ed aspetta pazientemente i rarissimi tratti senza divieto di sorpasso per sorpassarmi. 

Un alreo buon 40% mi sorpassa sui tratti a striscia continua ma con visibilità sufficiente. Altri ancora più impazienti mi sorpassano invece già su doppia strisca continua (ad esmepio all'altezza degli svincoli). Un buon 10%, infice, mi sorpassa su striscia continua in ciurva con visibilità insufficiente.Ho provato quindi ad aumentare la velocitàagli 85 all'ora, oltre alla quale si perderebbero punti sulla patente se si prendesse la multa. Solo più un 20% degli automobilisti sorpassa comunque; gli altri si accodano.

Nota bene. Quella è una superstrada su cui sono avvenuti parecchi incidenti mortali per sorpassi azzardati o per velocità folli. La misura presa per contrastare il fenomeno è stata qulla di abbassare ogni volta i limiti. Capita però che se qualche cretino come me rispetta i nuovi limiti aumenta il numero dei sorpassi azzardati. Quindi non rispettare i limiti è una condizione fondamentale per aumentare la sicurezza. Sarà per quello che ci sono i limiti ma non i controlli? In Austria probabilmente sono persone serie ed i limiti sono messi con giudizio (come per altro in Francia). In Italia mi si che ci si prende tutti in giro.

P.S.: sugli svincoli autostrali e dove i ci sono i lavori in corso credo che nessuno rispetti i limiti (con buona pace per Istriano). Non ho mai visto nessuno riapettarli. Anzi sugli svincoli se ti provi a rispettarli sistematicamente cercano di sorpassarti chiudendoti l'ingresso nelle corsie di accelerazione e stringendoti contro il guard-rail. Lì non ho mai visto controllare né i limiti né i suddetti comportamenti criminali.
A. A.

R: Credo che la questione dei “limiti pazzi” derivi da due specifiche peculiarità italiane. Intanto abbiamo una rete viaria non adeguata al traffico attuale e questo limite strutturale impone l’adozione di misure estreme, come i limiti di velocità più sbalorditivi. Poi abbiamo una pubblica amministrazione costretta sua malgrado a deresponsabilizzarsi adottando limiti di velocità assurdi, come si dice, “per non sapere ne leggere ne scrivere”.


+ 4Km orari ...

D: Buongiorno ho ricevuto recentemente un verbale, redatto dalla polizia municapale di Fiumicino (RM), in cui mi viene contestata l'infrazione dei limiti di velocità registrata tramita autovelox. La strada è la statale Aurelia che, è bene dirlo per contestualizzare, tra Cerveteri e Roma ha limiti variabili tra i 90 e i 50 Km/h che costringono a continue variazioni di velocità. L'autovelox in questione è ovviamente posto dove il limite è di 50Km/h, il superamento è, al netto del 5% di approssimazione dello strumento, di 4 km orari.E' legittimo che i comuni arrotondino i loro magri bilanci vessando gli automobilisti in questo modo?
Michele Romano - Roma

R: I comuni continueranno ad utilizzare gli strumenti automatici per il rilievo delle infrazioni stradali fin tanto che il legislatore lo permetterà. I troppi abusi accertati in questi anni hanno portato ad una severa svolta che ha prodotto un drastico ridimensionamento nell’uso degli autovelox specialmente nei centri abitati, con annesso un significativo aumento della velocità media dei veicoli e quindi del pericolo per la circolazione.


PHOTORED AI SEMAFORI

D:Buongiorno dott. Manzelli, spero di non uscire troppo dal tema chiedendole un paio di ragguagli sugli ex photored, oggi semplicemente impianti che fotografano le infrazioni ai semafori. Mi è arrivata una multa per passaggio con semaforo rosso, che margine di eventuale contestazione c'è? Quali sono i parametri che devono essere rigorosamente rispettati per rendere valida la multa? Leggevo di una recente sentenza della cassazione che rende nulla questo tipo di infrazione in quanto non presente un agente accertatore sul posto. Corrisponde al vero?
Grazie per la cortesia e buon lavoro.
Alessandro W.

R:I margini di manovra per contestare la regolarità di una infrazione semaforica si riducono attualmente all’errato impiego del misuratore e all’imprecisione dello scatto fotografico. In buona sostanza, fatto salvo che i giudici di pace sono molto creativi e decidono spesso sulla base di principi non codificati, la mancata presenza dell’agente sul posto non è un valido elemento per contestare l’accertamento.


Distanza tra cartello e autovelox

D: Qual è la distanza minima tra un cartello che sancisce l'abbassamento del limite di velocità e il primo autovelox? In autostrada, sull'Irpinia in direzione SUD, ad altezza dell'uscita per Avellino ovest (se ricordo bene), all'uscita da una galleria, si trova un cartello con il limite di 80 kmh ed a-t-t-a-c-c-a-t-o a questo l'autovelox. E' legale non dare il tempo di diminuire la velocità, adeguandosi dai precedenti 100 ai nuovi 80, prima dell'autovelox?
grazie
un automobilista infuriato

R:Fuori dal centro abitato i controlli automatici della velocità richiedono almeno un chilometro tra l’inizio del limite e la postazione autovelox . Lo ha chiarito la legge120/2010, all’art. 25


Autovelox....potrebbe non esistere.

D:Dott. Manzelli buongiorno, come per tutte le cose che ledono la libertà degli "italiani", l´autovelox ne fa parte. Vivo da quattro anni in Austria ed ho imparato una cosa....rispettare i limiti di velocità, l´ho imparato a mie spese e dal comportamento del 95% degli automobilisti locali. La domanda: Perchè in Italia le regole vanno sempre discusse e non si prova a rispettarle?
Riccardo- GRAZ

R: Penso per lo stesso motivo per cui lei ha deciso di andare ad abitare in Austria dove immagino tutto è molto più ordinato e semplice.


Non sanno niente dei problemi stradali

D:Premetto che non ho ricevuto una contravvenzione da piu di quaranta anni perche rispetto le regole inventate dal nostro governo che non ha idea come ridurre gli incidenti stradali che se non con le limitazioni di velocita adirittura in autostrada. Spero qualcuno sara in accordo con me che gli incidenti stradali avvengono per "differenza di velocita e per differenza di direzione".
A.A.

R:L’eccesso di velocità è sicuramente un elemento molto significativo di rischio che non può essere trascurato dalle politiche di sicurezza stradale. Non credo che gli incidenti avvengano solo per differenza di velocità o di direzione. Le componenti sono svariate e di certo aggravate dalla velocità eccessiva e pericolosa.


Violazione della privacy più intima

D:Se non infrango in alcun modo il codice della strada non vedo perchè mi si debba esaminare l'organismo con etilometri o altre diavolerie per rilevare cosa ci sia nel mio corpo. E' una violazione gratuita della privacy più intima. E' come se ognitanto "a piacere" le forze dell'ordine decidano di fare una perquisizione in casa mia senza alcuna motivazione! E' un pretesto per far cassa e ciò è di un'evidenza inaudita!
Victor

R:Non sono d’accordo. Una delle maggiori criticità per la sicurezza stradale è rappresentata dalla guida alterata soprattutto da alcol e droga. La speranza degli organi di polizia è di poter disporre, a breve, di pratici strumenti di controllo stradale.


Polizia Municipale

D: E' vero che in base alla sentenza della Corte di Cassazione n. 10620 dello scorso anno le Polizie Municipali,che utilizzano autovelox affittati da Ditte del settore,non possono elevare multe per eccesso di velocita'? Se questo accade come possiamo comportarci? Sulla E45 per esempio i controlli con l'occupazione delle piazzole di sosta di emergenza continuano come se nulla fosse.
Grazie Giovanni B.

R:Secondo l’art. 61 della legge 120/2010 comuni e province possono accertare infrazioni stradali solo con strumenti di proprietà o a noleggio. In pratica sono fuori legge i controlli del traffico effettuati con i privati in prima linea. La polizia locale può ancora effettuare controlli senza limitazioni, nel rispetto delle nuove regole introdotte anche in materia di strumentazione autovelox, fuori centro abitato.


Postazione autovelox

D:Da circa due anni la polizia municipale di Beinasco colloca una vettura Bianca (una FIAT Bravo) priva delle classiche insegne della polizia municipale dietro la curva che delimita la fine del comune di Torino e l'inizio del comune di Beinasco su una strada con due carreggiate con due corsie per senso di marcia.
Il cartello di controllo velocita' e' posto sulla curva a meno di 100 m dalla postazione nel comune di torino ed ha le dimensione di un foglio A3. in quel tratto, dove e' posto il cartello di avviso sul lato destro della strada, la carreggiata ha tre corsie. 

Le domande sono:
- puo' essere posto il cartello nel comune limitrofo ed in una curva ?
- Puo' essere il cartello di dimensioni cosi' ridotte considerando che siamo in curva ed in
- quel punto le corsie sono tre (le vetture piu' esterne come fanno a vederlo) ?
- Puo' essere utilizzata una vettura senza insegne?
-Se la postazione descritta non fosse regolare, a chi si puo' formalizzare una denuncia ?
Grazie
Valter A.

R:Il controllo della velocità può essere regolarmente effettuato anche con l’auto civetta della polizia purché regolarmente segnalata, visibile e con indicazione o lampeggiante blu acceso. Ogni diverso impiego non rispetta le indicazioni ministeriali e può essere oggetto di ricorso o di segnalazione al comando.


Tutor

D: Si puo' sapere come funziona sto benedetto tutor? come rileva la velocita'?...se ti fermi in autogrill che succede? grazie.
Luigi c.

R: Il tutor è un moderno strumento per il controllo della velocità normalmente impiegato sui tratti autostradali perché omologato per l’accertamento dell’eccesso di velocità istantaneo o medio. In buona sostanza sono posizionate delle telecamere sopra alle corsie autostradali che riprendono tutto il traffico stradale ed individuano gli eccessi di velocità o come un normale autovelox oppure, verificando se tra un varco e l’altro, posizionato ad almeno 4, 5 km, l’autista ha superato il limite di velocità calcolando l’andatura media del mezzo. La fermata in autogril non incide sui controlli della velocità media perché i tratti sottoposti a verifica non dovrebbero avere accessi laterali.


Dati errati su verbale

D:Buongiorno, il giorno 23/04/11 sono stato fermato dalla polizia stradale lungo la S.S.47 della Valsugana in un tratto che prevedeva i 90 km/h e viaggiavo ai 131 km/h (abbassati ai 124 km/h con la tolleranza del 5%). Gli agenti mi hanno mostrato subito la foto con i dati, e fin quì nulla di errato. (ero multabile in quanto non rispettavo il limite).

Però nel verbale hanno inserito come miei dati la residenza errata (quella che avevo fino alla fine 2010) e non la nuova. Sul libretto di circolazione, e su la patente (è quella a "tessera" ed effettivamente il tagliandino di cambio residenza è molto piccolo) è però riportata la variazione di residenza effettuata, con il relativo tagliando nel posto riservato ai cambi di residenza.

Dopo questa spiegazione, la mia domanda è: posso impugnare il verbale e contestare la multa? (voglio aggiungere che la mia vecchia residenza è un appartamento che è ancora di mia proprietà, e quindi intestato a me...ma per uso saltuario)
Luca V.

R: Si tratta di un errore formale non significativo, stante l’avvenuta contestazione immediata dell’infrazione.


ZTL Torino

D: Ho ricevuto ( e già pagato ) una multa per "ingresso in ZTL senza averne requisiti"
In Torino esiste al momento ZTL, in vigore dalla 7,30 alle 10.30 dal lun-ven.
Ora, mi si è contestato di essere entrato alle 10.22.. 8 minuti prima della fine del divieto.. il giorno di capodanno, 31.12.2010.
 
Ho provato ad andare sul sito dei vigili per "vedere" la foto .. non essendo così convinto dell'esattezza dell'orario riportato dal verbale.. ed avendo già letto su LASTAMPA, almeno 3 lettere a "specchio dei tempi" che lamentavano possibili errori dell'orologio della ZTL. Sul sito non ho però trovato la "foto". Riguardando bene il verbale ho visto che in effetti era stato compilato da un vigile ( angolo corso matteotti, corso gal.ferraris ) in una zona dove però vi sono le telecamere. 

Vorrei sapere, è vero quello che mi ha detto un amico.. che "dove vi siano telecamere, il multato ha il diritto di richiedere la visione dei fotogrammi, e che solo questa può testimoniare l'effettiva violazione di orario ?"
Cioè, perchè pur essendoci le telecamere in quella parte di città.. io non ho potuto "vedere le immagini" .. ma devo adeguarmi alla buona fede di un vigile che afferma una mia violazione per 8 minuti del divieto ZTL ?(cosa che mi suona strana.. dal momento che conosco le regole ZTL ..)
Roberto Del.

R: Anche se una zona è soggetta al controllo elettronico del traffico l’agente di polizia stradale presente sul posto può comunque elevare multe ai trasgressori.


Reiterazione dell''infrazione

D:La presenza dell'Autovelox fisso, può far reiterare infrazioni del codice stradale fino a che il conducente non si avveda di tale situazione (es. comunicazione dell'infrazione da parte della autorità competente). A questo punto il conducente potrebbe aver accumulato decine di sanzioni. Deve provvedere al pagamento di tutte? Se così, penso che l'Autovelox è punitivo e non educativo in quanto se l' infrazione avviene contestata immediatamente il conducente si avvede dello sbaglio e in futuro non lo commetterà. Angelo M.

R: Ripetere svariate volte la stessa infrazione non ammette a nessun beneficio. L’unico sconto previsto dal codice della strada è ammesso dall’art. 198 del codice stradale per chi viola più norme con un’unica azione. In ogni caso spetta sempre al prefetto a al giudice di pace applicare questo istituto, mai alla polizia stradale.


Multa contestabile??

D:Ho ricevuto un bollettino premarcato di polizia urbana di un comune dove a volte passo con la macchina. Viene riportato n di verbale, n. registro, data e targa autoveicolo.Infrazione accertata: conducente del veicolo indicato oltrepassava la striscia longitudinale continua.Manca ogni altra indicazione, e non c'e' alcuna firma autografa. Posso contestare la multa? Io non ricordo assolutamente di aver fatto sorpassi azzardati, e potrei aver oltrepassato la striscia continua anche per scansare una buca. Come devo comportarmi?
grazie arianna r.

R:La parola dell’agente accertatore a valore, fino a querela di falso. In caso di mero errore nell’individuazione della targa o del veicolo però l’interessato può sempre proporre una istanza ai sensi dell’art. 386/3° del regolamento del codice stradale, laddove è previsto che: “Nel caso di notifica eseguita a soggetto estraneo alla violazione per errore di trascrizione del numero di targa ovvero di lettura delle risultanze dei pubblici registri o per altra causa, l'ufficio o comando procedente, ad istanza dell'interessato o di propria iniziativa, eseguiti gli opportuni accertamenti, trasmette gli atti al Prefetto per l'archiviazione, ovvero se possibile procede alla eventuale notifica nei confronti dell'effettivo responsabile entro i termini previsti”.


Una precisazione

D:Ciò che contesto non è il codice della strada, che è apparentemente razionale, ma l'irrazionalità nella sua applicazione. Il problema non è rappresentato né dalle città né dalle autostrade, ma dalla provincia, dove sembrano accavallarsi competenze comunali, provin ciali e dell'anas, con una totale irrazionalità di applicazione. A questo si deve aggiungere che sembra che talvolta i comuni non con oscano il significato dei cartelli stradali, con un aumento della confusione. Il tutto, insieme all'obbligo ndi segnalare i controlli, è diseducativo. 

1) Due esempi, oltre a quello già riportato. Andando da Foglizzo verso Chivasso si ercrre una strada provinciale stretta tra campi e boscaglia senza mezzeria, ma limitata nonostante ciò ai 90 come le strade extraurbane (per inciso di notte viaggiare al di sopra dei 70 è molto pericoloso a causa della scarsa visibilità). Si giunge al cartello di inizio centro abitato di Montanaro (in realtà c'è solo a destra un grosso allevamento, poi a perdita d'occhio ci sono ancora campi e boscaglia) Immediatamente dopo il cartello c'è la deviazione a sinistra per la tangenziale di Montanaro. 

Si percorrono circa 800 metri in mezzo alla biscaglia su strada molto larga a due corsie con visibilità eccellente, ma limitata ai 50 e con tanto di cartello di controllo della velocità. Dopo aver raggiunto una rotonda in mezzo al nulla si prosegue poi la tangenziale ma con limite dei 70. Che senso ha tutto ciò? L'unica giustificazione sembra essere un secondo allevamento di polli in cima ad una collina che si immette con passo carraio (l'unico di tutta la tratta) su quel tratto di strada. Nessuno rispetta d'altra parte quel limite dei 50. 

2) Percorrenda la strada (provinciale?) da Cremona a San Giovanni in Croce si raggiunge la frazione Vidiceto del paese Cingia dè Botti. Un cartello di inizio centro abitato indica l'inizio della frazione. la straa provinciale prosegue con una tangenziale del paese, ma non c'è nessun cartello di fine centro abitato. Dopo circa due chilometri si raggiunge un incrocio (dove c'era stato un incidente mortale) con limite dei 70: cioé, interpretando alla lettere, in corrispondenza dell'incrocio pericoloso si può aumentare la velocità.
Vincenzo Vagaggini

R:Credo che la questione dei “limiti pazzi” derivi da due specifiche peculiarità italiane. Intanto abbiamo una rete viaria non adeguata al traffico attuale e questo limite strutturale impone l’adozione di misure estreme, come i limiti di velocità più sbalorditivi. Poi abbiamo una pubblica amministrazione costretta sua malgrado a deresponsabilizzarsi adottando limiti di velocità assurdi, come si dice, “per non sapere ne leggere ne scrivere”.


Autovelox una pagliacciata?

D:Perché i n Italia non viene adottata la linea dura come in Francia? Là il controllo della velocità non deve più essere segnalato. D'altra parte che divieto è un divieto senza sanzione? Se c'è un cartello con limite di velocità e non è segnalato il controllo nè come se quel divieto non esistesse. E' solo un suggerimento. Non siamo una nazione di poagliacci anche in questo?  P.s.: Io in utta la ia vita (1.500.000 di chilometri) ho preso due sole multe per superamento dei limiti: 57 e 58 km/ora in strade periferiche dove con il limite dei 50. Il fatto è che cerco SEMPRE di rispettare i limiti e così non controllo mai se la velocità viene controllata.
Però mi vengono due riflessioni: 

1) rispettando i limiti dove non c'è controllo ostacolo la circolazione e scateno comportamenti aggressivi ed imprudentii da parte di molti automobilisti: mi aspetto ogni volta l'incidente. 

2) sono convinto che i limiti siano in genere esageratamente bassi (salvo che all'interno dei paesi, dove spesso ono troppo alti) e talvolta quasi impossibili da rispettare. Il ragionamento sembra: tanto non vengono rispettati. Se poi capita qualcosa è sicuramente colpa dell'automobilista e le autorità pubblica si levano così ogni responabilità. La pensa anche lei così? Perché invece di dare ragione ad aumobilisti imprudenti non si cerca di intervenire sul governo perché il sistema dei limiti venga razionalizzato? 

Un esempio per tutti: uscendo da Caslellamonte verso Ivrea c'è il limite dei 20 all'ora per 200 metri su una strada larga 8 metri e una curva e controcurva rispetto alle quali quelle dell'autostrada dei Fiori sono tornanti. Però non è segnalato nessun controllo. Ho provato a rispettarelo. Una volta un automobilista dopo avermi superato si è fermato per menarmi (e sto parlando della "provincia piemontese"). Paradosso: in questi giorni stanno facendo dei lavori e la ditta ha messo dei cartelli con limite dei 30 dopo l'inizio del limite dei 20; cioè, in corrispondenza dei lavori si è autorizzati ad aumentare la velocità.
Vincenzo Vagaggini

R:Condivido le sue preoccupazioni ma come ho già evidenziato sopra, non siamo in Francia e le cose sono rese molto più complesse da un codice ormai incomprensibile e da una cultura dominante molto distante dai concetti più elementari di sicurezza stradale. Un consiglio, non rispetti letteralmente quel limite dei 20 km/h, perché molto pericoloso a quanto pare su tutti i fronti e segnali immediatamente all’ente proprietario della strada l’insidia che si crea in quel tratto stradale.


Multe valide se contestate immediatamente dopo

D:So che il nuovo codice dice che le infrazioni devono essere contestaste subito dalla pattuglia. Perchè continuano ad arrivare multe alla sottoscritta. Perchè Ho fatto dei ricorsi e il prefetto li ha respinti e sono costretto a ricorrere al Giudice di Pace. Perché il prefetto non li archivia se ka legge è chiara
Surriano Angela

R: La legge non è assolutamente chiara. La contestazione immediata è una regola sacrosanta ma nell’art. 201 del codice della strada, per esempio ci sono molte eccezioni poco conosciute.


Somma eccessiva

R:Nell'anno 2010 ho ricevuto l'invito al pagamento di una multa per superamento dei limiti di velocità di 17 km oltre i cinquanta stabiliti. L'autovelox era posto a circa 300m (con assenza di agenti) dall'ingresso del paese (Greve in Chianti) venendo da Firenze.Premetto che era di pomeriggio e le condizioni atmosferiche erano buone. Calcolati i km di abbuono,la somma da versare era ed è stata di 170.00 euro comprensive di commissioni varie. Mi chiedo e coinvolgo anche voi, ma la somma com'è stata calcolata, tenendo conto dei km effettivi o quelli che rimangono dopo il cosiddetto abbuono? Oppure tutto è variabile secondo il tipo di strada o addirittura secondo l'amministrazione del posto?
Grazie e saluti
M.Paolilli

R:Il trasgressore secondo il codice stradale è tenuto ad accollarsi anche le spese del procedimento che variano da organo di polizia e tra comune e comune. In buona sostanza non esiste un parametro fisso per calcolare se le spese della multa siano eccessive o arbitrarie. Di certo non possono ordinariamente superare 15, 20 euro, comprese le spese postali.



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