lunedì 5 marzo 2012

L'inno di Mameli obbligatorio a scuola

La Stampa

Intesa in Commissione Cultura, vicino il via libera alla Camera. La Lega Nord all'attacco, Bossi: "Spero i miei figli non lo cantino"




Umberto Bossi, in prima linea contro l'adozione dell'inno a scuola


roma

Sostenuto da un gruppo ad hoc su Facebook, recitato dal palco di Sanremo da Benigni, l’inno di Mameli sta per entrare in classe. In maniera obbligatoria. Sono almeno tre anni che ci si prova, ma ora pare che il traguardo sia vicino, nonostante alcune resistenze e l’altolà di Umberto Bossi: «Spero non lo cantino i miei figli». Rendere l’Inno di Mameli obbligatorio a scuola è una delle novità previste (assieme all’istituzione di una Giornata dell’ Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera) da un provvedimento messo a punto in commissione Cultura alla Camera. «L’obiettivo - spiega la relatrice Paola Frassinetti (Pdl) - è far imparare le parole e il senso dell’Inno, che ha numerosi riferimenti storici. Siamo vicini al via libera. Attendiamo il parere della commissione Affari Costituzionali e poi chiederemo la legislativa (una strada che consente di incassare l’ok della Camera senza passare per l’Aula) per velocizzare i tempi».


Il testo, sul quale c’è la convergenza di tutti i gruppi - ad eccezione della Lega - è la sintesi di due proposte, una targata Pd (del febbraio 2009) e una Pdl (sempre febbraio ma 2011). Prevede che dal 2012-2013 nelle scuole di ogni ordine e grado, nell’ora di Cittadinanza e Costituzione, siano organizzati percorsi didattici e iniziative per «suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento» e che, in questo ambito, si insegni l’Inno di Mameli. Non è prevista nessuna nuova festività e nessun nuovo onere - assicura la relatrice aggiungendo che «si tratta solo di un modo per fare sì che venga spiegato il senso di questi importanti simboli ai più giovani».


Una rivalutazione di «Fratelli d’Italia» che osteggiata dalla Lega che con le sue idee di indipendenza del Nord mal digerisce i simboli dell’unità d’Italia, dal tricolore all’ Inno, ha avuto tra i primi convinti sostenitori Carlo Azeglio Ciampi. Sua l’idea di affidare a grandi musicisti come Accardo, Abbado, Mehta il compito di dirigere il Canto degli italiani. I giocatori della nazionale italiana negli anni hanno imparato le parole e ora quando le note risuonano negli stadi non fanno più scena muta; in tante scuole, soprattutto dove ci sono indirizzi musicali, il testo composto da Goffredo Mameli nel 1847 viene cantato a ogni cerimonia ufficiale; e ora, con un’ intesa bipartisan, l’inno d’Italia recupera «peso». Un approdo importante per una composizione bollata per decenni come una «brutta marcetta poco solenne».




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Morto Steve Bridges, imitatore di George W. Bush

Quotidiano.net

Famose anche le interpretazioni di Clinton e Obama


E' stato trovato senza vita nella sua casa di Los Angeles. Si ipotizza che sia morto per cause naturali. Nella sua carriera ha imitato oltre 200 personaggi pubblici





Washington, 5 marzo 2012 - Steve Bridges, il principe degli imitatori dei politici Usa, è morto ad appena 48 anni. Bridges, famoso in particolare per le interpretazioni dell'ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, è stato trovato senza vita nella sua casa di Los Angeles. Si ipotizza che sia morto per cause naturali. Nella sua carriera ha imitato oltre 200 personaggi pubblici. In una memorabile esibizione Bridges imitò Bush con lo stesso presidente a fianco. Lo show risale al 2006, nel corso della cena di gala con l’associazione dei corrispondenti da Washington. Famose anche le interpretazioni di Bill Clinton, Brack Obama e Arnold Schwarzenegger.




Obama: «Iran, tutte le opzioni sono aperte»

Corriere della sera

Il presidente riceve Netanyahu: «Uniti dal pericolo nucleare»


MILANO - «Tutte le opzioni sono aperte». Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a proposito dell'Iran «Il fatto che possa avere armi nucleari - ha aggiunto il numero uno della Casa Bianca - è inaccettabile». Il presidente Usa ha incontrato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ribadendo l'impegno degli Stati Uniti per risolvere la questione.

IL PREMIER ISRAELIANO - Da parte sua il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha affermato che Israele e Usa sono uniti nella questione del nucleare iraniano. Allo stesso tempo il premier ha ribadito che Israele deve restare «padrone del proprio destino» ed essere in grado di difendersi «da sola» da ogni minaccia.


LE PAROLE DI OBAMA - I due stati amici sono d'accordo nel ritenere che la diplomazia è il modo migliore per risolvere la crisi relativa alle potenziali armi nucleari iraniane, ha sottolineato Obama «Il primo ministro Netanyahu e io preferiamo risolvere la questione con la diplomazia», ha detto il presidente all'inizio delle consultazioni.

Redazione Online
5 marzo 2012 | 19:03

La Lega contro Dalla: « Un italiota. Colpa della mamma che non era padana...»

Corriere della sera

Secondo Radio Padania: «Simbolo del Paese che non vorremmo, aveva una visione cattocomunista ed ecumenista»


MILANO - In questi giorni è sembrato che tutto il Paese si stringesse intorno a Bologna per ricordare e celebrare Lucio Dalla: alla fine il cantautore, volenti o nolenti, è stato segmento, frazione, istante della vita di qualsivoglia italiano, per almeno quattro generazioni. Italiano sì, ma non "padano" evidentemente: Radio Padania, l'emittente ufficiale della Lega, sabato scorso, ha pensato bene di uscire dal coro, all'interno della trasmissione «Arte Nord», affidando un de profundiis tutto suo a Andrea Rognoni. Già sodale di Mario Borghezio. Già fattosi notare in passato per alcune dichiarazioni polemiche nei confronti di Anna Frank.


«L'ITALIA CHE NON VORREMMO» - Bene, Lucio Dalla, come si ascolta a inizio puntata, è simbolo di un'«Italia che non vorremmo», perché cantore delle «esigenze e delle richieste» che vengono dal Sud. Il motivo, ca va sans dire , è di natura razziale, secondo l'esimio Rognoni: «Il babbo era padano, ma la madre no». Insomma è da condannare «l'eclettismo un po' fazioso e calcolato del cantautore, mirato ad accontentare tutti i gusti del pubblico. Specialmente quello del centro-sud».

«MILANO SI SALVA» Ecco, secondo Rognoni, Dalla non solo è corrotto da un punto di vista etnico, ma anche «ideologico, è figlio di quella cultura postsessantottesca, ha una visione del mondo cattocomunista ed ecumenista» E cita esempi: « come ben si nota in 4-3-43 e il giorno che verrà (ndr:sic, Rognoni confonde giorni e anni), dove è più importante trombare che lavorare ("e faremo l'amore per intere settimane") o dove Gesù Bambino è un figlio di p...». Dalla si salva (ma fino a un certo punto) dice Rognoni quando scrive canzoni ambientate in Padania: Milano o Piazza Grande. Anche se, nella prima, parlando di siciliani e tedeschi, si dimentica la «milanesità della città». Canzoni che non a bastano redimerlo: dagli, conclude Rognoni, al «Dalla Italiota, sagace autore dell'Italia tricolorita».

Matteo Cruccu
ilcruccu@twitter.com5 marzo 2012 | 16:25

Delitto di Garlasco, i giudici: «La realtà è rimasta inconoscibile»

Corriere della sera

Le motivazioni dell'assoluzione di Alberto Stasi: «Nulla si può affermare su ciò che si è verificato»


MILANO - Nessuna verità sulla morte di Chiara Poggi. Quella del delitto di Garlasco, almeno nella prospettiva dell'ipotizzata colpevolezza di Alberto Stasi, è una «realtà inconoscibile». Questo emerge dalle motivazioni, rese pubbliche oggi dai giudici della Corte d'Assise d'Appello, del verdetto di assoluzione emesso nel dicembre scorso nei confronti dell'ex studente bocconiano. In particolare, i giudici si soffermano su uno degli indizi ritenuti più forti dall'accusa: il sangue non trovato sotto le suole delle scarpe di Stasi, nonostante il giovane avesse attraversato la villetta di casa Poggi. «Mentre il rinvenimento della traccia ematica sotto la suola della scarpa avrebbe dimostrato che è stato calpestato il pavimento macchiato di sangue - argomenta Fabio Tucci, giudice estensore delle motivazioni - nelle specifiche condizioni nelle quali è stato possibile esaminare le scarpe dell'imputato l'assenza di imbrattamenti ematici non prova il mancato passaggio sul pavimento». Le tracce potrebbero essersi cancellate anche con «il semplice strofinio delle suole sullo zerbino di ingresso della caserma» o per altri motivi, scrive il giudice. E quindi «nulla si può affermare riguardo a ciò che effettivamente si è verificato nella realtà. Realtà che quindi è rimasta inconoscibile nei suoi molteplici fattori rilevanti».

PROVE CONTRADDITTORIE E INSUFFICIENTI - Secondo i giudici d'appello, «la decisione di primo grado è immune da vizi e merita di essere confermata». I giudici riconoscono il lavoro del gup di Vigevano, Stefano Vitelli, che aveva assolto con rito abbreviato in primo grado l'ex studente della Bocconi. «Il giudice di Vigevano ha compiuto uno scrupoloso studio del materiale probatorio sottoposto al suo esame - osservano - dandone conto in motivazione in modo chiaro ed esauriente. Egli ha dimostrato di possedere salde conoscenze nel campo dei problemi epistemologici della prova penale, e di quella tecnico-scientifica in particolare». «Tutto ciò - sottolineano i giudici - ha condotto all'ineccepibile affermazione della contraddittorietà e insufficienza della prova della colpevolezza di Stasi per l'efferato omicidio di Chiara Poggi».

NESSUN RISULTATO UTILE - Quanto alle sperimentazioni dei periti sulle macchie di sangue eccetera, i giudici parlano di «un gioco di variabili multiple di probabilità assolutamente caotiche, non sondabili, non identificate nel corso del giudizio, e tutte in grado di determinare in modo significativo il risultato finale». E tutte le sperimentazioni fatte sono «solo approssimativamente rappresentative di quanto può essere avvenuto nella realtà tra le 13,50 del 13 agosto e la mattina successiva». «L'utilizzo di risultati sperimentali solo orientativi non conduce ad alcun utile risultato probatorio» - si legge in un passaggio delle motivazioni - rispetto alla conoscenza del fatto incerto da provare, e cioè la circostanza indiziante che riguarda l'imputato».



Redazione Milano online
5 marzo 2012 | 13:24



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Trieste, la bella «dimenticata»

Corriere della sera

Crocevia di tre mondi, al confine tra Mediterraneo e Mitteleuropa, confinata in un angolo, punta sulla scienza per tornare importante


Siamo tutti in debito con Trieste. Conquistata al prezzo di 650 mila vite, perduta nel disastro della guerra e dell'esodo istriano, ripresa dopo 18 mesi di crimini nazisti, 40 giorni di massacri titini e nove anni di occupazione angloamericana, e poi dimenticata. Trieste che ha dato all'Italia Saba e Svevo, Strehler e Magris, Kezich e Dorfles, Trieste crocevia di tre mondi, latino tedesco slavo, Trieste la città più settentrionale del Mediterraneo e più meridionale della Mitteleuropa; eppure Trieste è in un angolo, anche oggi che a cinque chilometri non c'è più il comunismo ma l'Europa di domani, non la cortina di ferro ma l'Est entrato nella sfera d'influenza tedesca. Di questa opportunità, il Paese non si è accorto: alla sua unica grande città di confine l'Italia volge le spalle; l'Italia finisce a Mestre.

A Mestre - signori, si scende - la ferrovia rallenta, ferma in ogni stazione, si inerpica in salita, passa su viadotti ottocenteschi. Eppure si è scelto di non costruire la linea ad Alta velocità insieme con la terza corsia dell'autostrada; prima o poi bisognerà farla, ma a costi doppi. Un secolo fa, da Trieste partivano treni diretti per Fiume, Lubiana, Ragusa, Mostar, Belgrado, Budapest; ora (anche a causa dei ritardi sloveni) non si va più neppure a Vienna. In vagone letto si arrivava a Belgrado e a Parigi; ora si va solo a Lecce. Per Roma bisogna cambiare: «Ci si mette più tempo ad andare in treno da Trieste a Roma che in aereo da Roma a New York» ha scritto Giovanna Botteri sul Piccolo, che sta raccogliendo le testimonianze di triestini indignati (il giorno prima toccava a Margherita Hack, toscana che lavora qui dal '64: «A Mestre si perde sempre la coincidenza, non ci aspettano mai...»).


L'antico porto dell'Impero adesso è più piccolo di quello di Capodistria. L'Adriatico davanti a Trieste pare un lago, a occhio nudo si vedono le sponde slovene e quelle croate, potrebbe diventare un mare urbano, una piazza d'acqua solcata dalle navi. Ma il traffico passeggeri langue, non si trova l'accordo per nominare i dirigenti del Terminal tra gli investitori privati e la presidente dell'autorità portuale, Marina Monassi, casualmente compagna del controverso capo locale del Pdl Giulio Camber, detto il Castellano per la sua signorile dimora. Il porto vecchio voluto da Maria Teresa è in rovina. Le Generali volevano farne la sede delle attività italiane; il Comune si oppose, le Generali si spostarono a Mogliano Veneto (a Trieste resta la sede della holding internazionale, oltre a decine di insegne sui palazzi più belli, come un marchio sulla città). Poi si è fatta avanti la Evergreen, colosso cinese, che però avrebbe abbattuto i magazzini storici; altro rifiuto, stavolta giustificato.


Ora dovrebbero finalmente cominciare i lavori per restituire il mare alla città, com'è accaduto a Genova, e spostare le ultime attività nel porto nuovo, che boccheggia chiuso com'è dalla ferriera, in mano ai russi, e poco più in là dalla Grandi Motori, comprata dai finlandesi. Trieste ha poco di Nord Est, e meno ancora di italiano. Non è città di piccoli imprenditori ma di mercanti cosmopoliti: sette cimiteri - cattolico, ebraico, islamico, greco-ortodosso, serbo-ortodosso, evangelico, più quello militare con tombe di ogni religione - e neppure un ghetto. Ci sono chiese luterane, valdesi, metodiste, anglicane, oltre a una sinagoga tra le più grandi d'Europa e una chiesa ortodossa di commovente bellezza, San Spiridione, con le cupole e l'iconostasi dorata come al Cremlino. Cose che esistono solo qui: i buffet dove servono le carni affumicate con il kren, i ricreatori - oratori laici per i ragazzi, aperti dai tempi degli Asburgo -, i caffè che servirono la Sachertorte a Joyce e a Rilke: perché, spiega Claudio Magris, «quando una città non sa dov'è, di chi è, che cos'è, allora si affida alla letteratura».

Il primo cittadino, Roberto CosoliniIl primo cittadino, Roberto Cosolini

Magris sorride del revival austriacante. Il sindaco pd Roberto Cosolini, appena vinte le elezioni, si è portato a Vienna a incontrare il borgomastro: il 2014, anniversario della Grande Guerra scatenata dall'Austria, sarà celebrato a Trieste con mostre e concerti in memoria della buona amministrazione asburgica; ma non è nostalgia per cose passate, è solo un modo per ricordare all'Italia che Trieste esiste.
Certo, arrivando da Roma o da Milano (il volo da Linate è stato ripristinato), pare quasi di essere in un altro Paese. Di solito in Italia si dice sempre di sì, e poi non si fa nulla. I triestini dicono sempre di no - «No se pol!» -, e poi fanno tutto. Si può andare in Slovenia con l'auto noleggiata? «No se pol, ci vogliono le catene!»; in realtà le catene sono già a bordo. Avete una cartina? «No, sono finite!»; ma a bordo ci sono anche le cartine. Un minaccioso cartello avverte che «se il veicolo sarà restituito particolarmente sporco saranno addebitati euro 71 di lavaggio». Per avere un antibiotico senza ricetta si viene - giustamente - rimproverati da quattro farmacisti prima di essere accontentati dal quinto. Di solito alla vista di una telecamera gli italiani si fiondano facendo ampi gesti di saluto; i triestini cambiano marciapiede, «grazie ma preferirei non comparire». Le macchine si fermano sulle strisce e non parcheggiano (quasi mai) in doppia fila. Si trovano i taxi. Le pizzerie invece sono rare, più facile trovare la porcina con i crauti che una margherita.

La Bella Addormentata, come qualche triestino chiama la sua piccola patria, si sveglia con il buio. La città ha angoli metafisici ed episodi surreali: d'un tratto si sente un coro notturno, una canzone goliardica, un suono di campane, che battono implacabili tutte le ore, anche le tre del mattino. Mai visti tanti autovelox e tanta polizia, anche la sera, in una città italiana. La settimana scorsa poi c'erano in giro un sacco di scozzesi in kilt: tifosi dell'Aberdeen. Si giocava in Slovenia ma loro sono scesi in albergo qui, dopo aver letto la classifica della Lonely Planet che colloca Trieste in testa tra le città belle e poco conosciute (Aberdeen è quinta). I giovani triestini, che raccontano di sentirsi talora allo stretto, quasi al confino, fanno il percorso inverso e vanno a Lubiana, che per bellezza non regge il confronto con la loro città ma è pur sempre una capitale. Si pagano 15 euro per la «vignetta», il pedaggio autostradale, e si risparmia il 30% sulla benzina, la metà sul dentista, due terzi sui centri benessere. Chi ha soldi da gettare punta invece verso la costa, su Portorose e i suoi casinò; oppure porta qui la barca, per sfuggire alle tasse del nuovo governo.

Le terre slave fino a qualche anno fa suscitavano ancora diffidenza, se non odio e timore. Spiega Magris che nel giro delle generazioni si sono sciolte rivalità ataviche, superati rancori di guerre e occupazioni: «Fra i miei studenti, ad esempio, il problema non esiste. La celebrazione - voluta da un sindaco di centrodestra, Roberto Dipiazza - di Boris Pahor quale nostro scrittore, scrittore di tutta la nostra Trieste, avvenuta nel Teatro Verdi, simbolo del patriottismo italiano, è stata significativa. Non si tratta di scordare i morti né le violenze, ma di non usarli per riattizzare odi». Sono ancora pieni di dolore e rabbia, però, i familiari delle vittime. Raccontano l'angoscia di bambini che videro uscire di casa il padre senza mai vederlo tornare, senza sapere dove fosse finito, senza avere un corpo da seppellire, una tomba su cui piangere.

Andiamo a Basovizza con Paolo Sardos Albertini, presidente del comitato onoranze caduti delle foibe, e con Anna Maria Muiesan Gaspàri, l'autrice della poesia incisa accanto al pozzo, storia di sua madre che va alla ricerca del marito nei campi di prigionia con una foto in mano, «co' tuti i so recordi/che i xe deventadi mii». C'è anche Nicolò Molea, l'uomo che ha passato la vita a chiedere una lapide con l'elenco dei finanzieri assassinati, e dieci anni per far correggere il nome di suo padre: maresciallo Domenico Molea, non Moleo, come avevano scritto. I primi a sparire erano stati i poliziotti: gli uomini di Tito andarono a prenderli il primo maggio, appena entrati a Trieste. Poi toccò a chiunque portasse una divisa, pure ai bidelli. Quindi agli impiegati comunali e anche ai capi antifascisti contrari all'annessione alla Jugoslavia.

Basovizza non è una foiba ma un pozzo, scavato da un minatore che cercava la bauxite, la leggenda dice che non avendola trovata si sia gettato dentro. Quanti corpi ci siano con il suo, non si saprà mai. Gli inglesi occupanti provarono a recuperarli con l'argano, ma rinunciarono quando s'imbatterono in granate inesplose e - raccontano i vecchi triestini - nella carcassa di un cane nero, che i titini gettavano insieme con gli odiati italiani per dannarne l'anima per l'eternità. I morti di Basovizza si calcolano a cubatura: siccome la fossa è piena per 500 metri cubi, e in un metro cubo ci stanno quattro corpi fracassati, i morti dovrebbero essere duemila. Qui vicino, nel bosco, c'è invece una foiba vera, la Plutone, con la bocca spalancata come la porta dell'Ade. Non ci si può avvicinare, il terreno sdrucciolevole ti trascina dentro. A gettare un sasso, lo si sente risuonare a lungo, prima di toccare il fondo.

La cosa che più indigna i familiari delle vittime è far notare che prima delle foibe ci furono la politica antislava del fascismo e l'occupazione della Jugoslavia. È l'obiezione che si sentono fare sempre. Sempre replicano che gli italiani del confine orientale non erano più o meno fascisti dei connazionali, ma hanno pagato il prezzo più alto. Negli stessi giorni del maggio 1945 cominciava l'esodo di 300 mila istriani, sistemati a Trieste in 109 campi profughi, compreso quello allestito nella Risiera di San Sabba. Un nome insolito - uno stabilimento per la lavorazione del riso, un santo sconosciuto - per indicare l'unico lager tedesco in territorio italiano dotato di forno crematorio, che bruciò i corpi di 2 o 3 mila antinazisti. La Risiera era un lager di città, accanto c'era già lo stadio, oggi intitolato a un altro grande triestino, Nereo Rocco.

I profughi di Pola - su 34 mila abitanti partirono in 30 mila, portandosi dietro la bara di Nazario Sauro - e di Fiume, sfuggiti al comunismo e alla vendetta titina, si trovarono distesi sulle stesse panche che due anni prima avevano accolto i settecento ebrei triestini, in viaggio verso Auschwitz: tornarono in venti. Racconta Magris che quando, dopo il liceo, andò a Torino per l'università, tutto gli appariva più semplice e chiaro: i giusti e gli ingiusti, i perseguitati e i persecutori. A Trieste era diverso: tutti contro tutti; si era diviso persino il Cln. Non è vero, dice Magris, che delle foibe non si è mai parlato, lui stesso ne scrisse sul Corriere , con cui collabora dal '67; «ma non importava nulla a nessuno. Non serviva politicamente. E la città aveva rimosso anche la Risiera, capitava che il boia Lerch si facesse rivedere a Trieste, accolto da famiglie perbene». Ora è cambiato tutto, Basovizza e la Risiera sono monumenti visitati da decine di migliaia di studenti, e Roberto Menia - anima della destra, figlio di una profuga istriana -, che da capo del Fronte della Gioventù si scontrava con la Fgci guidata proprio da Cosolini, ora si ritrova con il sindaco a sostenere il governo Monti, cercando di portare qualcosa in città.

Dice Magris che il futuro di Trieste è legato al polo della scienza, in particolare alla Sissa, Scuola internazionale di studi superiori avanzati, dove lo scrittore ha tenuto per quattro anni un corso sui rapporti tra le due culture, l'umanistica e la scientifica. È d'accordo Riccardo Illy, per otto anni sindaco della città, per cinque presidente della Regione, ora tornato in azienda. Trieste ha un'antica storia di contaminazioni tra i saperi, la psicanalisi e la medicina, la letteratura e la fisica. Qui venne Franco Basaglia a rivoluzionare la psichiatria italiana, i padiglioni ottocenteschi del vecchio manicomio - per «tranquilli», «semiagitati», «agitati» - oggi ospitano asili nido e istituti universitari. Qui sul Carso Rubbia impiantò il sincrotrone che fotografa le molecole; ora hanno inventato anche il laser a elettroni liberi che fissa le immagini in movimento, si potranno vedere eventi infinitamente piccoli, come le molecole di un antibiotico che aggrediscono i batteri.

Oggi in città ci sono settemila ricercatori, non estranei al primato dell'università - la prima italiana nella World Top Universities - e alla nascita di piccole imprese ad alto tasso tecnologico, come la Ital Tbs, ramo software medicali, e la Kropf, che fa i test per la celiachia. Illy coltiva invece un altro ramo dell'eccellenza triestina: il caffè, il tè, il cioccolato, le confetture e altre delikatessen di una città golosa. Suo nonno paterno, ungherese di Timisoara (oggi in Romania, allora nell'Impero), sposò una donna metà irlandese metà tedesca; i nonni materni erano istriani, lui di Pola lei di Rovigno. Ora Riccardo Illy e suo fratello Andrea hanno aperto nel mondo 230 caffè con il loro marchio, per combattere sia pure in ritardo il fenomeno mortificante delle catene internazionali che offrono menu in italiano - ristretto, macchiato, cappuccino - ma non sono italiane.

È il destino di Trieste, esportare idee e uomini. Quando vi sbarcò l'Audace, il 3 novembre 1918, i triestini erano 230 mila; ora sono 25 mila in meno. La città contende a Bolzano il primato nelle classifiche di qualità della vita, e a Genova quello della città più anziana d'Italia. Sono sopra la media nazionale sia i depositi bancari sia, in teoria, i reati: ma questo perché i reati qui vengono denunciati tutti. Sarebbe sbagliato però presentarla come una città asburgica, il tratto latino e mediterraneo alla lunga prevale, persino la bora - che a febbraio ha imperversato con raffiche a 168 chilometri l'ora - cede il posto ai venti del Sud: in un secolo la frequenza della bora e in genere dei venti orientali è diminuita di 28 giorni l'anno, quella dello scirocco e dei venti meridionali è aumentata di 18 giorni.

Trieste insomma è nostra, appartiene più che mai all'Italia, e l'Italia le appartiene; anche se spesso se ne dimentica. Invece dobbiamo sempre ricordare il «barbaro sognante» Slataper e il genio suicida Michelstaedter, il passaggio di Tommaseo e quello di Tomizza; gli irredentisti impiccati dagli austriaci e i duemila volontari che disertarono dall'esercito imperiale per combattere accanto agli altri italiani; i triestini perseguitati dai nazisti e quelli infoibati dai comunisti, e anche i sei ragazzi uccisi dagli inglesi nel '53 mentre manifestavano per il ritorno della città all'Italia; il più giovane, Piero Addobbati, aveva solo 14 anni. Per tutto questo, e per molto altro ancora, dobbiamo sempre ricordarci di Trieste.


http://blog.aldocazzullo.it
Aldo Cazzullo
5 marzo 2012 | 8:56

Età della pensione, record all'Italia

Corriere della sera

Il rapporto di Bruxelles: dal 2020 ritiro più tardi che nel resto d'Europa. Previdenza, basta raccomandazioni della Ue al governo



ROMA - Adesso anche l'Europa prende atto, nero su bianco, che con l'ultima riforma della previdenza l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri, uguale per uomini e donne. E ciò non accadrà chissà tra quanto ma già nel 2020. Lo certifica il Libro bianco sulle pensioni diffuso sotto la regia del commissario per l'Occupazione e gli affari sociali, László Andor. E finalmente non c'è più, come accadeva in tutti i documenti ufficiali di Bruxelles, alcuna raccomandazione all'Italia, come invece c'è per gli altri Paesi, a eccezione di Germania e Ungheria. Abbiamo insomma fatto «i compiti a casa», direbbero il presidente del Consiglio, Mario Monti, e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero.



Secondo la tabella di marcia della riforma, già nel 2020 l'età di pensionamento in Italia sarà la più alta in Europa, con 66 anni e 11 mesi per uomini e donne, a fronte dei 65 anni e 9 mesi della Germania e i 66 della Danimarca, si legge nel Libro bianco. E questo primato si consoliderà successivamente perché la stessa riforma prevede adeguamenti periodici dell'età di pensionamento alla speranza di vita. Così si arriverà, secondo le previsioni, a 68 anni e 11 mesi nel 2040, a 69 anni e 9 mesi nel 2050 e a 70 anni e 3 mesi nel 2060, anno in cui la Germania, se non interverranno riforme, sarà ferma a 67 anni, il Regno Unito a 68. Il salto è enorme se si pensa che fino allo scorso anno nel nostro Paese l'età di pensionamento di vecchiaia era di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne e c'era la possibilità di uscire dal lavoro con la pensione di anzianità a «quota 96» (60 anni d'età e 36 di contributi oppure 61+35). Ciò faceva sì che nei confronti internazionali sull'età media effettiva di pensionamento l'Italia accusasse un paio d'anni in meno della Germania: nel 2009 essa era di 60,8 anni per gli uomini e 59,4 per le donne in Italia contro i 62,6 anni e i 61,9 anni per i lavoratori e le lavoratrici tedesche.

L'aumento dell'età pensionabile è inevitabile, si sottolinea nel documento della Commissione, visto che entro il 2060 la speranza di vita alla nascita dovrebbe aumentare in Europa di 7,9 anni per i maschi e di 6,5 anni per le femmine. Le riforme serviranno inoltre a contenere la spesa, che attualmente supera in media il 10% del prodotto interno lordo (in Italia siamo intorno al 15%, ma la nostra è la società più vecchia del continente) e che arriverà «probabilmente al 12,5%» nonostante i correttivi già decisi in numerosi Paesi.

L'equilibrio dei conti, però, non è tutto. Non a caso il Libro bianco è intitolato a pensioni «adeguate, sicure e sostenibili». L'adeguatezza ha a che fare con l'importo degli assegni e il tenore di vita di 120 milioni di anziani in Europa. I sistemi previdenziali, dice la Commissione, dovranno continuare a garantire l'«indipendenza economica» dei pensionati. In questo quadro viene analizzata la riduzione del tasso medio di sostituzione (rapporto tra la pensione e la retribuzione) nei vari Paesi conseguente all'adozione di riforme. In Italia il taglio teorico è pesante: 15 punti tra il 2008 e il 2048. Nella realtà, però, esso si ridurrà di «soli» 5 punti per effetto dell'aumento dell'età pensionabile che, col sistema contributivo, fa crescere anche l'importo della pensione. Ad incrementare il tasso di sostituzione potranno concorrere, dice il rapporto, anche i fondi pensione integrativi: «Occorrerebbe, tuttavia, che i regimi di pensione finanziati privatamente fossero più sicuri, avessero un miglior rapporto costi/efficacia e fossero più compatibili con la mobilità di un mercato del lavoro flessibile».

Ed è proprio sul mercato del lavoro che si sofferma la seconda parte del Libro bianco, raccomandando di «aumentare la partecipazione delle donne e dei lavoratori più anziani». Più occupazione, soprattutto se di qualità, significa infatti più entrate contributive per pagare le pensioni, oltre ad avere riflessi positivi sulla crescita e quindi sul rapporto tra spesa previdenziale e Pil. Si raccomandano quindi politiche di formazione permanente e di conciliazione tra lavoro e famiglia. Anche di questo è chiamata a occuparsi la trattativa sul mercato del lavoro tra governo e parti sociali, attualmente arenata sulla difficoltà di trovare risorse per gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione e disoccupazione).



Enrico Marro
5 marzo 2012 | 9:36



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