mercoledì 7 marzo 2012

Chi controlla i controllori?

Corriere della sera

Venerdì 17 febbraio ore 8 al parcheggio di Malpensa. Un furgoncino dell’Apcoa (la società che gestisce il parking aeroportuale) è comodamente parcheggiato sui posti dei disabili. Non è la prima volta che noto questa tendenza. Mi era già capitato a Linate dove, alle mie proteste, era stato risposto che monitoravano i parcheggi con le telecamere e che avrebbero spostato il furgoncino qualora non ci fossero stati più posti disponibili. Venerdì, causa lavori al piano, i posti erano finiti, ma il furgone era lì.

Il parcheggio disabili di Malpensa




Una vettura dei Carabinieri posteggiata sul posto riservato ai disabili
Una vettura dei Carabinieri posteggiata sul posto riservato ai disabili


Inoltre una parte dei parcheggi erano occupati abusivamente da auto prive del contrassegno. Ora mi chiedo chi controlla? Ma Apcoa è solo un esempio. Su Facebook (altre foto qui) girano oramai da qualche settimane le foto di vetture delle forze dell’ordine lasciate sui posti disabili. Qui accanto un esempio di come una vettura dei Carabinieri è stata lasciata dove non doveva. Spero almeno che dovessero compiere un servizio urgente e non fossero andati a bere un caffé.

Ora non resta che denunciare casi simili. Mandateci le foto, segnalando il luogo dello scatto, e le pubblicheremo sul muro della vergogna



Powered by ScribeFire.

Attacco di Anonymous al sito Vaticano

La Stampa

Oscurato il portale istituzionale. Dalla Santa Sede la conferma "Stiamo risolvendo"


Redazione
Roma



Il gruppo di hacker ha dichiarato "guerra" al mondo religioso e dopo aver minacciato oggi è partito l'attacco, che ha affossato Vatican.va. Perfettamente funzionante invece il superportale News.va. Con una serie di pesantissime e volgari accuse ,che affondano le radici in un atteggiamento di radicalismo anticlericale, gli hacker fanno riferimento nell'avviso di attacco ai roghi di libri, all'inquisizione e alla vendita delle indulgenze, la schiavitù, la presunta protezione dei criminali nazisti, i preti pedofili, l'ici sugli immobili, il no all'uso del preservativo, fino alle ingerenze nella vita politica italiana.

2e0810fb97

Oggi Anonymous ha deciso di porre sotto assedio il vostro sito in risposta alle dottrine, alle liturgie eda ai precetti assurdi ed anacronistici che la vostra organizzazione a scopo di lucro (chiesa apostolica romana) propaga e diffonde nel mondo intero.


"Siete retrogradi, uno degli ultimi baluardi di un epoca fortunatamente passata,e destinata non ripetersi", afferma il comunicato, prima di citare un passo biblico dal libro di Ezechiele che si conclude con: "E tu saprai che il mio nome è quello del  Signore quando farò calare la mia Vendetta sopra di te".


Ecco in sintesi le tesi annunciate nel comunicato di Anonymous:

Avete bruciato testi di immenso pregio storico e letterario,avete barbaramente giustiziato i vostri più accaniti detrattori e critici nel corso dei secoli,avete negato teorie universalmente ritenute valide o plausibili; avete indotto sprovveduti a pagare per ottenere l'accesso al paradiso con la vendita di indulgenze

Vi siete resi responsabili della riduazione in schiavitù di intere popolazioni,usando come pretesto la vostra missione di evangelizzazione e la diffusione della fede cristiana nel mondo

In tempi più recenti avete avuto un ruolo significativo nell'aiutare criminali di guerra nazisti a trovare rifugio in paesi esteri ed a sottrarsi alla giustizia internazionale.

Permettete che quotidianamente molti degli appartenti al clero si rendano responsabili di molestie verso bambini,coprendoli se i fatti divengono di dominio pubblico.

L'italia deve tollerare quotidianamente le vostre ingerenze nella vita pubblica politica e sociale e tutti i danni che ciò comporta

Avete immobili ed attività commerciali per il valore di miliardi di euro,sui quali avete fortissime agevolazioni fiscali.

Vi ostinate a decretare,pratiche ed oggetti frutto del progresso come il preservativo o l'aborto clinico come piaghe da eradicare.

Siete retrogadi,uno degli ultimi baluardi di un epoca forunatamente passata,e destinata anon ripetersi.

Ci auguriamo vivamente che i Patti Lateranensi vengano infine in un futuro prossimo rivisti e che veniate relegati a ciò che siete...una reliquia dei tempi che furono.

Questo attacco NON è inteso vero la religione cristiana ed i fedeli in tutto il mondo,bensì verso la corrotta Chiesa Romana Apostolica e tutte le sue emanazioni.

La Sgrena ha orrore delle divise ma non se servono a salvare lei

di -

La giornalista del Manifesto liberata in Irak al prezzo della vita di Calipari adesso condanna senza pudore i marò. È il simbolo dell’Italia che odia i militari


Quando lunedì il sindaco Giuliano Pisapia e la giunta di Milano han rifiutato di esporre uno striscione per chiedere la liberazione dei nostri due marò qualcuno ha fatto un sogno.



Giuliana Sgrena
Giuliana Sgrena



S’è illuso che il gesto innescasse la protesta delle due Simone, di Giuliana Sgrena e della pattuglia di «prigionieri» afghani, tra cui il collega di Repubblica Daniele Mastrogiacomo e i volontari di Emergency Marco Pagani, Matteo dell’Aira e Matteo Garatti. A loro nessuna istituzione negò mai solidarietà partecipazione e spazi durante i difficili momenti della prigionia.

Ma era solo un sogno. Nessuno ha aperto bocca. Nessuno ha mosso un dito per chiedere che a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone fosse riconosciuta la stessa solidarietà. Le ragioni del distratto silenzio di molti ex prigionieri restano ignote. Conosciamo però quelle di Giuliana Sgrena. La giornalista del Manifesto - salvata grazie all’impegno del governo Berlusconi e al sacrificio del funzionario del Sismi Nicola Calipari - le ha chiarite in un articolo dello scorso 22 febbraio. Nell’articolo la Sgrena agita il sospetto che un successo della nostra diplomazia si possa «tradurre facilmente in impunità». Insomma i due marò sono probabilmente colpevoli e se per caso tornassero in Italia sarebbero velocemente scagionati.

La Sgrena manco si sogna di ricordare che l’attacco dei pirati all’Enrica Lexie e la morte dei due pescatori, sono due episodi distinti e separati. Per lei le ricostruzioni della nostra Marina militare e il rapporto dei nostri marò vale zero. Per lei il Verbo è quello della polizia indiana. In questa chiave anche i tentativi di allontanare i pirati e le raffiche sparate in aria diventano espressione di una logica violenta. «Ancora una volta si parla di avvertimenti, quali avvertimenti (luci, spari in aria) e contro chi? – si chiede la Sgrena - avvertimenti che se anche ci fossero stati non sarebbero nemmeno stati compresi da pescatori che nulla avevano a che fare con logiche militari in acque non abituate ad atti di pirateria». Insomma per Giuliana i pirati non esistono. Per lei esistono solo le «logiche militari».

E quelle logiche hanno trasformato i due fucilieri di marina in assassini. «Il caso dei marò è di estrema gravità – spiega la giornalista - perché sancisce il diritto di uccidere chiunque venga sospettato di poter essere un pirata: la guerra si trasferisce dai paesi sotto occupazione alle acque più o meno internazionali, poco importa». Poco importa, vien da pensare, che la Sgrena debba la propria salvezza al sacrificio di un uomo in divisa.


Dietro ragionamenti come questi fan capolino, purtroppo, gli stessi schemi mentali e gli stessi odii di mezzo secolo fa quando i comunisti italiani non consideravano i militari figli della stessa bandiera, ma servi di un sistema colpevole di contrapporsi all’Unione Sovietica. «Mutata mutandis» l’estrema sinistra riciclata sotto le bandiere del pacifismo continua a detestare le forze armate e a riproporre l’antica contrapposizioni. Chi milita nelle sue fila è preventivamente buono od innocente. Chi ha scelto la professione del militare è un nemico del popolo, un potenziale criminale da abbandonare e dimenticare.

Le frange più estreme di quella sinistra si trastullano ancora con slogan come «10 100 1000 Nassirya». Quelle slegate da logiche così aberranti, continuano ad esibire nei confronti delle Forze armate sentimenti che spaziano dall’estraneità all’ostilità. La Sgrena continua a mal digerire l’immagine televisiva di lei ferita tra le braccia di un funzionario dei nostri servizi segreti. Emergency e Gino Strada si guardano bene dal collaborare con i nostri militari in Afghanistan.


E un sindaco di Milano, reduce di Democrazia proletaria prima e di Rifondazione comunista poi, si guarda bene dall’esprimere un briciolo di solidarietà per i nostri fucilieri di marina. A tutti costoro non devono ancora aver spiegato che il comandante supremo dei due marò detenuti in India e delle nostre Forze armate è un ex comunista chiamato Giorgio




Powered by ScribeFire.

Il boato del terremoto del Giappone

Corriere della sera

Aumentata la frequenza delle onde sismiche per renderle udibili all'orecchio umano


MILANO - Un boato spaventoso, di quelli che mettono paura dentro. Il terremoto Tohoku-Oki di 9 gradi della scala Richter che quasi un anno fa (11 marzo 2011) devastò il Giappone provocando circa 20 mila morti (il 90% causati dallo tsunami) è stato reso udibile. Il sisma, in un territorio disseminato di apparati scientifici sofisticati, è stato il più studiato e analizzato della storia della geologia. Dalla gran massa di dati, ricercatori guidati da Zhigang Peng dell'Istituto di tecnologia della Georgia, hanno ricavato un audio del «rumore» delle onde sismiche.


FREQUENZE - L'orecchio umano (da giovane) riesce a sentire i rumori compresi in una gamma di frequenze tra 20 e 20 mila Hertz (20Hz-20kHz), zona al limite massimo delle frequenze delle onde sismiche registrate dai sismografi. Peng non ha fatto altro che accelerare di cento volte la velocità, in modo da portare le frequenze a livelli udibili. In questo modo i segnali ricevuti in circa un'ora vengono riprodotti in un intervallo di pochi secondi. Il risultato sarà pubblicato nel numero di marzo-aprile della rivista specializzata Seismological Research Letters.

BOATO - Il primo audio si riferisce alle onde sismiche che hanno investito la costa nell'area compresa tra la centrale nucleare di Fukushima e Tokyo. Il primo boato è la scossa principale di 9 gradi Richter (il quarto terremoto più forte degli ultimi 100 anni), i rumori successivi le scosse di assestamento dovute agli spostamenti di decine di metri della faglia dove si è verificata la rottura, tra le quali due di 7,7 e 7,5 gradi avvenute circa 30 e 42 minuti dopo il sisma iniziale. Le scosse di assestamento avvengono tutt'ora e proseguiranno per anni.


CALIFORNIA - Il secondo audio, invece, si riferisce alle onde sismiche che hanno attraversato il pianeta e sono giunte in America, innescando piccoli movimenti della faglia di San Andreas in California. Il rumore iniziale, che sembra quello di un tuono distante, segnala l'arrivo dell'onda sismica della scossa principale, dopo si ascolta un rumore che assomiglia alle gocce di pioggia che cadono dovuto ai movimenti successivi della faglia.


Paolo Virtuani
7 marzo 2012 | 13:21

Addio Lucia, ultima voce dei Cetra

Corriere della sera

Aveva 92 anni ed era vedova di Virgilio Savona, anch'egli componente del celebre quartetto



Il Quartetto Cetra negli anni 60. Il marito di Lucia Mannucci, Virgilio Savona, è il primo a destraIl Quartetto Cetra negli anni 60. Il marito di Lucia Mannucci, Virgilio Savona, è il primo a destra

MILANO - Si è spenta a quasi 92 anni Lucia Mannucci, la signora del Quartetto Cetra. Nata a Bologna il 18 maggio 1920, la sua carriera di cantante era legata soprattutto al suo essere stata la voce femminile del celebre Quartetto. Mannucci era anche la vedova di uno degli altri componenti del gruppo, Virgilio Savona. Il Quartetto era diventato un simbolo dell'Italia del dopoguerra, con grandi successi televisivi soprattutto negli anni Sessanta. Con Lucia scompare anche l'ultimo componente dei Cetra: Tata Giacobetti era morto nell'88, Felice Chiusano nel 1990 e il marito di Lucia, il marito nel 2009. A dare notizia della morte è stato l'unico figlio della coppia, Carlo Savona.

quartetto_b1
LA CARRIERA - Trasferitasi giovanissima da Bologna a Milano, Lucia Mannucci frequentò la scuola «Arte del movimento» di Carla Strauss sotto la guida del Maestro Liliana Renzi. Superata l'audizione all'Eiar, nel 1941 venne assegnata come cantante a disposizione delle orchestre radiofoniche. Per alcuni anni fu impegnata in tournée di concerti e riviste teatrali, lavorando, tra gli altri, con Gorni Kramer, Natalino Otto, il Quartetto Cetra prima versione. Il 19 agosto 1944 si sposò con Virgilio Savona, componente del Quartetto. Tre anni dopo, entrò nel gruppo, in sostituzione di Enrico De Angelis. Del Quartetto Cetra Lucia Mannucci è stato l'unico elemento femminile, la voce solista. Oltre all' attività con i Cetra, Lucia Mannucci è stata cantante solista, attrice di musical, presentatrice di programmi televisivi. Assieme al marito, Virgilio Savona, ha svolto attività di ricerca nell'ambito della musica popolare. Nel 2007 ha pubblicato insieme al marito l'album Capricci, con registrazioni di canzoni realizzate in casa. Ha lavorato anche nel teatro di rivista con la compagnia di Totò ed aveva recitato in diversi film tra i quali: «Maracatumba... ma non è una rumba» di Edmond Lozzi (1949), «Ferragosto in bikini» di Marino Girolami (1960) e «La ragazza sotto il lenzuolo» di Marino Girolami (1961).

Redazione Online
7 marzo 2012 | 13:03

La solitudine può uccidere

La Stampa

Essere soli può innescare un circolo vizioso in cui si susseguono tutta una serie di effetti negativi sulla salute e che esacerbano ancora di più l’isolamento. Alla fine se ne può anche morire



Più si è soli e più si può stare male, e più si sta male più ci si isola e si rimane soli… Ecco cosa può accadere quando si è soli: s’instaura una specie di circolo vizioso in cui ci si rimette la salute, e non solo. Secondo un nuovo studio infatti, si rischia anche di morire per qualche grave malattia. Ma una speranza c’è.

C’è un legame biologico tra la cattiva salute e la solitudine sostengono i ricercatori dell’Università della California a Los Angeles (UCLA), ma i danni recati alla salute – sia fisica che mentale – dalla solitudine possono essere smorzati dai contatti sociali. Se dunque l’essere soli può causare indurimento delle arterie, infiammazione, o influire sulle facoltà cognitive come, per esempio, problemi di apprendimento o la memoria, il frequentare altre persone non solo può offrire benefici a livello fisico, ma può invertire la tendenza a isolarsi ancora di più. E, come dimostrato da diversi studi, tra coloro che sono socialmente isolati si misurano i più alti tassi di cancro, infezioni e malattie cardiache. In più soffrono di maggiore mortalità per qualsiasi causa.

I pericoli dell’isolamento sono quindi reali e vanno affrontati subito, prima che sia troppo tardi. Ecco il suggerimento che arriva dal dottor John Cacioppo e il collega Steve Cole, che hanno presentato i risultati del loro studio al meeting “Social Psychology and Perception” tenutosi il mese scorso a San Diego. Lo studio di Cacioppo e Cole dimostra come nelle persone socialmente isolate il sistema immunitario sia cambiato nel corso del tempo. In particolare si è osservato una modifica nell’espressione di alcuni tipi di geni del sistema immunitario.

Ciò che ha destato maggiore interesse da parte dei ricercatori è stato l’effetto di sovra-espressione e sotto-espressione dei geni. Nelle persone sole il sistema immunitario infatti si mostrava una, per così dire, anomala attivazione del sistema immunitario e una risposta all’infiammazione. Nel caso invece di una sotto-espressione si notava un’anomalia nell’espressione dei geni coinvolti nelle risposte antivirali e nella produzione di anticorpi. Tutto questo rende la persona sola più vulnerabile agli attacchi degli agenti infettivi e altri fattori patogeni. «Quello che vediamo è un modello coerente in cui sembra che le cellule immunitarie umane siano programmate con una strategia difensiva che viene attivata nelle persone sole», ha commentato il dottor Cole.

Perché dunque nelle persone sole si attiva questa risposta immunitaria? Secondo gli scienziati la spiegazione potrebbe trovarsi nel ritenere il mondo una minaccia: le persone sole pertanto sono inconsciamente convinte che in qualche modo ci si debba difendere. Da qui la risposta immunitaria anomala. La focalizzazione da parte del sistema immunitario sui batteri, e lasciare sguarnita la protezione dagli agenti virali, secondo gli autori espone le persone sole al rischio di sviluppare malattie anche gravi come il cancro. Ma non finisce qui: le persone sole possono ritrovarsi anche a soffrire di ipertensione, a causa dell’aumento dei livelli di cortisolo – l’ormone dello stress. Questa situazione è la possibile anticamera di attacchi di cuore e ictus. Poi, ci sono i disturbi del sonno che rendono la persona sola più vulnerabile a tutte le conseguenze sulla salute del mancato sonno. La spirale non può quindi che essere discendente.

«Proprio come per la minaccia del dolore fisico, la solitudine protegge il corpo sociale. Esso consente di sapere quando le connessioni sociali iniziano a sfilacciarsi, e fa sì che il cervello vada in allerta nei confronti delle minacce sociali – conclude Cacioppo – Essere soli può generare da iper-reattività a comportamenti negativi nelle altre persone, così le persone sole vedono quei maltrattamenti come più gravi. Questo rende possibile il cadere ancora di più nella solitudine».
Brutta bestia, la solitudine.


[lm&sdp]


Powered by ScribeFire.

Perché la benzina costa tanto?

La Stampa

A CURA DI LUIGI GRASSIA


Perché la benzina e il gasolio continuano a rincarare?
C’è un insieme di cause: speculazione sul prezzo del petrolio (da cui si distillano i carburanti); tasse altissime (e sempre più alte); e rete di distributori italiana troppo estesa e inefficiente.

Ha senso accusare la speculazione? I mercati non fanno semplicemente il loro mestiere?
Sì, però oggettivamente funzionano a nostro danno. In una fase recessiva la domanda di petrolio scende e il barile dovrebbe costare meno. Invece costa sempre di più perché sui mercati vengono scambiati (vorticosamente) barili di petrolio «di carta» in base a una logica che non è industriale. Se un singolo barile viene venduto e comprato cento volte in una giornata sul mercato di Londra e di New York, il suo prezzo avrà poco a che fare con la domanda reale di petrolio e molto con logiche finanziarie estranee.

Ma perché è attraente speculare sul petrolio?
In questo momento c’è un sacco di liquidità che cerca disperatamente una destinazione. Se si punta ad alti rendimenti si rischiano i default, se invece si vuole andare sul sicuro si ottengono rendimenti prossimi allo zero e si possono subire perdite sul capitale quando i tassi risaliranno. Invece il petrolio è una materia prima comunque molto richiesta anche nelle fasi fiacche dell’economia, e dunque idonea a speculare.

Capitolo tasse. Quante ne paghiamo sui carburanti?
Sulla benzina la componente fiscale (accise più Iva) grava per il 58% e la componente industriale per il restante 42%. Riguardo al gasolio per auto le proporzioni rispettive sono del 51% e del 49%.

Perché le tasse sulla benzina sono così alte?
Lo Stato italiano non è capace di lottare con efficacia contro l’evasione fiscale e così va a caccia di soldi dove è più facile. E sulla benzina e sul gasolio è facilissimo prelevare.

Che cosa sono le accise?
Sono delle imposte di produzione e vendita che sono state scaricate sui carburanti dal 1935 a oggi, in più occasioni, per fronteggiare i costi di varie emergenze e che non sono state mai abolite a emergenza finita. Teoricamente si tratta di «tasse di scopo», i cui proventi dovrebbero andare direttamente a specifici capitoli di spesa, in realtà si può sperare che questo succeda per qualche tempo dopo la loro introduzione, ma poi tutto sparisce nel gorgo del bilancio pubblico. Sulle accise si paga l’Iva del 20%, che dunque è anche una tassa sulla tassa.

Quali sono le accise?
Le più recenti sono state introdotte dal governo Berlusconi per finanziare la cultura e dal governo Monti per dare una mano a ridurre il deficit dello Stato. In tempi più lontani sono state introdotte, e continuiamo a pagare, le accise sulla guerra di Abissinia del 1935, sulla crisi di Suez del 1956, sul disastro del Vajont del 1963, sull’alluvione di Firenze del 1966, sui terremoti del Belice nel 1968, del Friuli nel 1976 e dell’Irpinia nel 1980, sulle missioni militari in Libano nel 1983 e in Bosnia nel 1996 e sul contratto degli autoferrotranviari del 2004. In realtà i politici dovrebbero imparare ad astenersi, anche quando le motivazioni per qualche centesimo in più appaiono sacrosante. Dovrebbe diventare un tabù, altrimenti l’occasione per mettere un’accisa si trova sempre.

Quanto si mettono in tasca le compagnie e i benzinai?
Il paradosso è che noi automobilisti paghiamo molto ma loro guadagnano poco, nella fase della distribuzione. Il margine lordo che si dividono compagnie e distributori è di circa 14 centesimi al litro sulla benzina e 13 sul gasolio. Però le compagnie guadagnano abbondantemente nelle fasi «a monte» della catena produttiva, quello che i tecnici chiamano l’«upstream», a partire dall’estrazione del greggio.

Perché si pensa di ridurre il numero dei benzinai?
In Italia sono oggettivamente troppi: 24 mila, contro i 15 mila in Germania e i 12 mila in Francia. I costi necessari a mantenere una rete così vasta si scaricano sul prezzo finale. Dovendosi dividere la torta in 24 mila, i benzinai italiani hanno un volume di vendite (il cosiddetto «erogato medio») molto basso rispetto alla media europea e per farli sopravvivere bisogna tenere alti i prezzi dei carburanti.

Che cosa si può fare intanto per ridurre i prezzi?
Conviene utilizzare quanto più è possibile i self-service e approfittare degli sconti che fanno certe compagnie negli orari di chiusura. Se nelle vicinanze avete un distributore «no logo» (sono quelli che comprano all’ingrosso i carburanti delle compagnie più convenienti) potrete spuntare sconti di 10 centesimi al litro. Idem presso i supermercati che hanno aperto impianti di distribuzione con il loro marchio. E poi c’è la risorsa dei carburanti alternativi, metano e Gpl, che fanno risparmiare molto.


Powered by ScribeFire.

La sinistra dei falsi buonisti schizzinosi con gli immigrati

di -

Palermo, la strana morale dell’ex Idv che ha vinto le primarie sfasciando il Pd: fa il paladino dei poveri ma rifiuta il marchio di candidato degli extracomunitari


I poveri vanno bene, e anzi sono i benvenuti, ma soltanto se di nazionalità italiana: il giovane Fabrizio Ferrandelli, inaspettato vincitore delle primarie palermitane che hanno assestato il colpo definitivo all’alleanza di Vasto e probabilmente anche alla segreteria Bersani, confessa a Repubblica di amare i «disoccupati organizzati», i «senza casa», i «senza niente» e i finanche «figli della strada», ma non gli immigrati che pure sono stati invitati a partecipare alle primarie del Pd: «Quelli - dice convinto - hanno votato per Faraone», il candidato di Matteo Renzi già pizzicato da Striscia per un presunto episodio di voto di scambio.


Ferrandelli
Ferrandelli



È un modo ben curioso di essere di sinistra, questo del candidato sindaco della sinistra: persino Gianfranco Fini propone il voto amministrativo per gli immigrati. Ferrandelli invece lo equipara, nei fatti, ad un imbroglio: perché il senso di quella frase, se non significa che gli stranieri puzzano, vuol dire che i loro voti sono manipolati e strumentalizzati.

Non è un’accusa da poco verso chi ha organizzato le primarie, ed è un clamoroso insulto a chi vi ha partecipato senza avere il passaporto italiano. È vero, a Napoli i gazebo erano affollati di «cinesi democratici», pare quasi tutti simpatizzanti del bassoliniano Andrea Cozzolino, e anche allora qualcuno parlò di brogli. Però è curioso che il centrosinistra dapprima decida di far votare tutti alle sue primarie, anche gli extracomunitari, e addirittura si vanti (giustamente) di promuovere in questo modo le politiche di integrazione e di accoglienza; e poi, a urne chiuse e a schede contate e ricontate, indichi proprio negli stranieri un elemento di scarsa limpidezza, di manipolazione del voto se non di vero e proprio imbroglio.

I volponi della politica siciliana che siedono a palazzo d’Orléans, dal governatore Raffaele Lombardo al capogruppo del Pd Antonello Cracolici, hanno sostenuto massicciamente Ferrandelli e oggi sicilianamente gioiscono: in silenzio. Lasciano che sia il loro golden boy a sbracciarsi e a incassare il risultato, mentre a Roma il Pd si dilania per l’ennesima disfatta. La vittoria di Lombardo e Cracolici è tanto più dolce quanto più Ferrandelli, in pubblico, si presenta come un irriducibile difensore degli ultimi, un rinnovatore senza se e senza ma, un’espressione autentica della società civile, e via con tutta l’abituale paccottiglia ereditata dal suo ex guru e ora fierissimo avversario Leoluca Orlando.

Di Orlando il giovane Ferrandelli sembra possedere le due qualità fondamentali: la demagogia e la furbizia. Si presenta come candidato anti-sistema, e ne rappresenta invece a tutti gli effetti la parte sostanziosa che governa con generosità la Regione Sicilia. Si propone come candidato di strada, del «volontariato», della «rete civica» e dei «movimenti», ma respinge come un affronto il voto degli extracomunitari. Si proclama espressione della società civile contro i partiti, ma rivendica con orgoglio di aver iniziato a far politica quando aveva quindici anni, e di farla «da più tempo di Rita Borsellino». Insomma, ha capito che si può dire la qualunque, purché con convinzione e guardando fisso nella telecamera.

Gli manca ancora uno slogan efficace e vuoto come la «primavera palermitana» di orlandiana memoria («C’è futuro a Palermo» è soltanto vuoto), ma, proprio come il suo maestro vent’anni fa, ha capito perfettamente che la sinistra in Sicilia è un castello diroccato e sguarnito che si può saccheggiare a piacimento per accumulare potere personale da giocare ai tavoli che contano davvero, quelli dove la sinistra non è neppure invitata. Titolava ieri l'Unità con meritevole autoironia: «Sono le primarie, bellezza». E un Ferrandelli in più o in meno, a conti fatti, non cambia molto la situazione. Ma almeno lasciate stare gli immigrati.


Powered by ScribeFire.

Da quasi trent'anni braccato dal Fisco per il codice sbagliato

La Stampa

La tessera personale non corrisponde ai dati in archivio. Lui paga, ma all’Agenzia delle entrale non risulta




Egidio Pasqual, 76 anni, geometra ora in pensione


ANTONIO GIAIMO
Roletto


Da anni è finito nel mirino del fisco. E’ accusato di nonavere versato l’ Iva, di non essere in regola con i contributi previdenziali, gli hanno anche pignorato il conto corrente. Ma Egidio Pasqual, 76 anni, geometra in pensione di Roletto, ritiene di essere vittima di un banale errore. «Ho scoperto di essere in possesso di due codici fiscali. Io facevo i versamenti utilizzando quello che avevo ricevuto, ma all'Agenzia delle entrate ne avevano un altro». C’erano solo due lettere di differenza una I al posto di una C e la lettera F al posto dell’H. Nessuno si era mai accorto dell’esistenza della doppia identità fiscale. 

«Una vicenda incredibile che mi ha rovinato anche professionalmente. Io mi sono fatto da solo, rimasto orfano quando ero bambino, sono diventato muratore per mantenere i miei fratelli, poi dopo aver studiato alla scuola serale, mi sono diplomato geometra e prima ho lavorato come dipendente, poi nel ’76 mi sono iscritto all’albo delle imprese. I miei problemi sono iniziati nel 1984 con l’Inail e l’Inps. Avevo molti clienti a Torino, ricevevo incarichi dagli enti pubblici, poi quando sono iniziate queste vicende ho perso degli appalti. E dire che pur di mantenere i buoni rapporti con la Pubblica amministrazione, per evitare di fare delle brutte figure, ho pagato l'Iva anche due volte».

Il pasticcio
Mentre lo dice esibisce le ricevute di pagamento. «Sono una vittima dell’erario, Equitalia continua a chiedermi somme non dovute, in questi anni ho versato 70 milioni di vecchie lire». Ora all’Agenzia delle entrate il suo caso è noto. «Mi hanno consigliato di non cancellare il vecchio codice fiscale - continua Egidio Pasqual - ma di abbinarlo a quello nuovo, in questo modo forse potrò dimostrare di non essere un evasore fiscale. Ma come definire le vecchie pendenze?». La lunga battaglia l'ha raccolta in un dossier che ha portato al suo consulente fiscale per cercare di rimettere ordine in queste continue richieste di tributi.

Le norme
Rosa Chirico, commercialista: «E' una situazione che richiede accertamenti. Non è detto che la colpa sia di Equitalia, che risponde alle indicazioni ricevute dall’Agenzie delle entrate. Due sono gli aspetti da chiarire: il primo è legato al doppio codice fiscale, che potrebbe non essere l'unico motivo del pasticcio, perché dagli anni 90 ci sono strumenti informatici che avrebbero permesso di evitare questo errore. Il secondo riguarda gli avvisi di pagamento emessi da Equitalia che potrebbero essere ormai caduti in prescrizione. Stiamo ricostruendo tutte le tappe, ma alcuni documenti sono vecchi e questo rende la ricerca laboriosa».

Ma Egidio Pasqual, ora che è andato in pensione e ha chiuso l'attività, ha tempo ed energie da spendere. «Sono stato bollato come evasore, ho fatto brutte figure, ora voglio giustizia». E per farsi assistere si è rivolto ad un avvocato. «Certamente qui sono stati commessi degli errori in passato. Nel sistema meccanografico sono stati inseriti i due codici – dice l’avvocato Francesco Martinetti -. Egidio Pasqual quando pagava si fidava dell’esattezza del codice fiscale e del resto a chi viene in mente di controllare questo dato?. Ora si inviterà l'Agenzia delle entrate a risolvere la questione facendo ricorso all'Istituto dell’autotutela amministrativo, quello che permette all'ente di correggere l'errore senza arrivare a dibattere la vicenda in commissione tributaria. Altrimenti ci muoveremo nelle sedi opportune». Ma intanto a togliere il sonno al geometra il 20 febbraio è arrivato un sollecito di pagamento, dove risulta moroso per 5 mila euro.




Powered by ScribeFire.

Arrestato bibliomane, aveva rubato 24mila libri

Corriere della sera

In Germania. Geologo teneva in casa refurtiva dal valore di milioni di euro. I «colpi» in oltre 500 biblioteche



MILANO - Un bottino prezioso, quello ritrovato dalla polizia tedesca: non oro, neppure gioielli, ma migliaia e migliaia di volumi, rari, antichi e di grande pregio. Il frutto di anni di furti compiuti da un insospettabile impiegato ministeriale dell'Assia che, guidato da un irrefrenabile desiderio, ha svuotato gli scaffali di una cinquantina di biblioteche tedesche. La polizia è entrata nella sua villetta a Darmstadt, dove il geologo vive con la famiglia, e ha trovato libri ovunque, per lo più trattati di scienze naturali e geologia risalenti al 16esimo secolo e scritti in latino. L'impiegato è stato colto in flagrante mentre usciva da una delle biblioteche di cui era assiduo frequentatore, con un libro in mano. Il bottino è stato giudicato «milionario» dagli inquirenti. L'uomo, che rischia fino a dieci anni di carcere, è rimasto muto di fronte alle richieste di spiegazioni della polizia, riporta lo Spiegel.


Redazione online
7 marzo 2012 | 11:27



Powered by ScribeFire.

Il notaio risarcisce l'acquirente se non lo avverte che c'è un'ipoteca sulla casa

La Stampa


L’acquirente di un immobile si rivolge al Tribunale chiedendo il risarcimento dei danni sia alla venditrice, che al notaio, entrambi colpevoli di aver taciuto l’esistenza di un’ipoteca, precedentemente iscritta a favore di una banca. In primo grado viene condannata solo la venditrice, mentre in appello arriva la condanna anche per il notaio, che propone ricorso per cassazione.

Il notaio invoca la limitazione di responsabilità prevista dall’art. 2236 c.c., che opera in caso di prestazioni implicanti la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e prevede una responsabilità solo in caso di dolo o colpa grave. Sostiene, infatti, di non aver potuto consultare i registri immobiliari a causa di un ritardo nel loro aggiornamento dovuto al grande arretrato in cui versava la Conservatoria all’epoca della stipula dell’atto pubblico. L’art. 2236 attiene alla perizia ed a problemi tecnici nuovi, non alla normale diligenza del notaio.

La Cassazione, però, osserva (sentenza 22398/11) che la disposizione che limita la responsabilità del notaio alle sole ipotesi di dolo o colpa grave, non si pone in contrasto con la disciplina generale ex art. 1176 c.c. in tema di diligenza, perchè riguarda esclusivamente la perizia. Perché trovi applicazione la norma citata, insomma, è necessario che il problema sottoposto al professionista abbia natura tecnica e riguardi aspetti nuovi e di speciale complessità, sì da richiedere un impegno e una preparazione superiori alla media.

La consultazione dei registri immobiliari rientra negli obblighi esigibili dal notaio in base alla normale diligenza. L’inosservanza dell’obbligo di espletare le visure dei registri immobiliari, anche quando la particolare situazione di confusione in Conservatoria avrebbe richiesto un impegno maggiore del solito, non costituisce un’ipotesi di imperizia, rispetto alla quale troverebbe applicazione il citato art. 2236 c.c., bensì di negligenza o imprudenza: il notaio ha violato il dovere della normale diligenza professionale media, esigibile ai sensi dell’art. 1176, comma 2. c.c., rispetto alla quale rileva anche la colpa lieve: egli è, quindi, responsabile nei confronti dell’acquirente di un immobile gravato da ipoteca.


Powered by ScribeFire.

Alluminio: Italia terza al mondo per il riciclo

Corriere della sera

Nel 2010 raccolte oltre 46.500 tonnellate: con un notevole risparmio di energia e di gas serra non emessi



MILANO - Può essere riutilizzato all’infinito. Si recupera totalmente: il 72,4% dell’alluminio in circolazione in Italia proviene dal riciclo di imballaggi. Lattine, barattoli, tubetti, scatole, sottili fogli per confezionare il cibo, dopo la raccolta, un’accurata selezione, la fusione e la liquefazione, sono trasformati in lingotti. Come oro. E poi venduti. Magari la lattina di bibita o la scatoletta di cibo per il gatto diventeranno una finestra o un pedale per auto. Il riciclo genera altri oggetti.

Alluminio, il riciclo


I DATI - «C’è esportazione dei nostri lingotti: le aziende automobilistiche tedesche acquistano l’alluminio per componenti dei loro modelli. Il riciclo è un percorso industriale e manifatturiero sia a valle, quando pensiamo alla raccolta, alla selezione e al lavoro fatto nelle fonderie, dov’è prodotto il nuovo materiale, sia a monte visto che il fatturato del settore degli imballaggi in alluminio, industrie specializzate in laminati con i quali si fanno, ad esempio, le lattine, è pari a 12 miliardi di euro», spiega Gino Schiona, direttore generale del Cial (Consorzio imballaggi alluminio). «Sono proprio gli industriali del settore, 211 imprese consorziate con 35 mila dipendenti, a promuovere la raccolta differenziata. Che nel 2010 ha segnato la cifra record di oltre 46.500 tonnellate raccolte, pari al 72,4% dell’immesso sul mercato. Nel 2011 immetteremo circa il 60%: al momento è una stima perché stiamo chiudendo i bilanci», aggiunge Schiona.

QUOTAZIONI E RISPARMI - «Il boom del 2010 è dipeso dal fatto che nel 2009 il valore dell’alluminio primario, cioè i rottami, era crollato a 1.300 dollari alla tonnellata, e i rottamatori per smaltire hanno aspettato l’anno successivo e la risalita della quotazione, che è tornata a 2.270 dollari a tonnellata. I dati del riciclo sono commisurati all’andamento dei consumi, risentono della crisi», spiega il direttore generale del consorzio. Raccolta differenziata e riciclo di 46.500 tonnellate di imballaggi in alluminio significano anche emissioni di gas serra evitate, per un totale di 371 mila tonnellate di CO2 e risparmio di energia per oltre 160 mila tonnellate equivalenti petrolio (tep).

PROGETTO - L’andamento produttivo di alluminio riciclato pone l’Italia al primo posto in Europa con oltre 806 mila tonnellate di rottami (non solo da imballaggi, ma anche da edilizia, arredo urbano, trasporto) trattati nelle fonderie nel 2010. «La produzione nazionale di alluminio è per all’80% riciclata e solo il 20% da prodotto primario. Siamo terzi al mondo, dopo Giappone e Stati Uniti. La raccolta fa risparmiare il 95% dell’energia rispetto alla produzione da materiale estrattivo.

A livello economico riciclare non solo crea occupazione ma è un’attività particolarmente importante nel nostro Paese, storicamente carente di materie prime, aggiunge il direttore generale del Cial. «E la tecnologia utilizzata oltre a quella per le piattaforme di recupero e gli impianti che separano la frazione secca da quella umida, dunque la buccia di banana dalla lattina del cittadino che non fa la differenziata, oggi ci permette di recuperare le scorie di incenerimento di alluminio dall’indifferenziata. Si tratta di un progetto sviluppato dal Politecnico di Milano».

RIGENERAZIONE - Questo significa che le parti di alluminio buttate nell’indifferenziata – ad esempio le carte stagnole che proteggono lo yogurt o che che avvolgono la cioccolata, e gli imballaggi sottili in genere - vengono salvate, recuperate attraverso la termovalorizzazione e reinserite nel ciclo produttivo. Come avviene la rigenerazione? Una volta che i materiali sono stati selezionati sulle piattaforme di cernita, vengono pressati in balle poi inviate alle fonderie dove vengono aperte e controllate. Un primo passaggio a 500 gradi elimina la parte residuale, non di alluminio, mentre a 700 gradi avviene la fusione: l’alluminio diventa liquido e trasformato in lingotti. Pronto per essere immesso sul mercato.

APPLICAZIONI - Edilizia, elettrotecnica, trasporti, arredamento, impiantistica: le applicazioni di questo versatile metallo sono pressoché infinite. Per fare una bicicletta occorrono 800 lattine. Per una caffettiera moka da tre tazze 37. Per un cerchione di auto ne servono 600, mentre per un paio di occhiali ne bastano tre. L’entità del lavoro che sta dietro alla differenziata è nelle cifre. Il Cial raggiunge 47 milioni di cittadini attraverso i 5.800 Comuni italiani che partecipano alla raccolta degli imballaggi in alluminio (raccolto con la plastica oppure con il vetro), e il Consiglio di amministrazione del consorzio (oltre 370 operatori, 170 piattaforme, quindici fonderie sul territorio nazionale che garantiscono la raccolta, il trattamento, il riciclo) ha premiato nel 2011 con 400 mila euro i Comuni che si sono distinti per le migliori performance: Milano, Asti, Pordenone, Padova, Chieti, Benevento, Salerno, Lecce e Sassari tra le città modello.



Anna Tagliacarne
6 marzo 2012
(modifica il 7 marzo 2012)



Powered by ScribeFire.

Vongole turche e polpo vietnamita Ecco il menu del pesce taroccato

Corriere della sera

Ingannevoli 3 piatti su 4. Coldiretti: serve l'etichetta d'origine



Il pangasio Il pangasio

ROMA - Giornata di tramontana ieri. Molte barche ferme, poche al largo. Al porto di Anzio la spigola veniva battuta a 47 euro il chilo. Spigola autentica. Il ristoratore in vena di truffe e risparmio però avrebbe potuto scegliere in alternativa quella «taroccata», ad esempio quella francese, di qualità media, allevata in cattività in gabbie in mezzo al mare. Costa circa la metà e viene spacciata come appena tirata su dalle reti, anche nel prezzo. Il consumatore non se ne accorge. E a meno di non essere esperto a tal punto da cercare sulle squame della pseudo spigola italiana un'inconfondibile macchia rossa al di là del suo fiuto non possiede altri strumenti di difesa.

Per il pesce che si mangia al ristorante non è necessaria alcuna etichetta d'origine. Da qui la richiesta di Coldiretti Impresa Pesca di estendere questo obbligo, già in vigore in pescheria, anche ai menù della tavola. Una vera e propria carta di accompagnamento dove vengono riportate tutte le informazioni per ricostruire il viaggio di cernie, sogliole, dentici e gamberetti dalle onde (o dalle vasche) al piatto. Tanto più che il rischio di inforchettare bocconi «falsi» è fortemente aumentato di pari passo con le importazioni da Paesi stranieri del Terzo mondo.

Foto


L'associazione presieduta da Paolo Bedoni basa la sua denuncia sulle stime di questo mercato truffaldino. Nel 2011 le importazioni di pesce e preparazioni a base di pesce sono cresciute dell'11%, superando i 4 miliardi di euro. Ogni anno gli italiani ne consumano un miliardo di chili. Facile ingannare il cliente incapace di distinguere sapori e qualità. Pangasio del Mekong spacciato per cernia, filetto di Brosme al posto del baccalà, halibut dell'Atlantico anziché sogliola, squalo sostituito al pesce spada, vongole turche o del Mozambico vendute come originarie del mare locale, gamberetti cinesi o polpo del Vietnam.

Secondo Coldiretti tre piatti su quattro nascondono sorprese straniere. Per non contare, aggiunge Impresa Pesca, che dal punto di vista della salute si abbassa il livello di sicurezza. In alcuni Paesi asiatici è consentito un trattamento a base di antibiotici che da noi è vietato perché ritenuto molto dannoso. Enrico Pierri, proprietario del ristorante Sanlorenzo, al centro di Roma, ritiene che il fenomeno sia molto diffuso e abbia una doppia causa: «I prodotti del mare italiano - dice - sono sempre più rari mentre i costi aumentano forse per il prezzo del carburante. Per noi il rischio non esiste perché compriamo alle aste dei porti di Anzio e Civitavecchia ai quali fanno riferimento i pescherecci locali.

Dunque tutto pesce certificato. Ai mercati generali può invece arrivare di tutto. Noi lo sappiamo bene. Dunque se al posto del dentice rosa viene offerto il pagro è per prendere volutamente in giro il cliente». Come difendersi? Enzo Savarese, titolare dell'hotel Mary di Vico Equense, dove il prodotto è di primissima qualità e origine sicura, suggerisce qualche trucco: «Diffidate delle sfilettature e dei tranci, facili da scambiare perché, tanto per fare un esempio, quelli di spada e verdesca si assomigliano. Il pangasio costa 2,5 euro al chilo all'ingrosso, la sogliola dai 25 ai 30, dunque quando il prezzo indicato sul menù è inferiore ponetevi qualche dubbio». Tonino Giardini, responsabile Coldiretti Impresa Pesca insiste sull'urgenza di introdurre la tracciabilità completa: «Dobbiamo aiutare le imprese non con denaro ma tutelando le loro attività. Oggi il pesce è tracciabile fino al ristoratore e non fino all'utente. Oltre la metà dei prodotti ittici vengono consumati fuori delle mura domestiche».


Margherita De Bac
mdebac@corriere.it
7 marzo 2012 | 8:33


Powered by ScribeFire.

Voto in Iran, ecco come funziona la censura a Teheran

Corriere della sera

Nessun osservatore indipendente ha avuto modo di verificare quel 64,2 per cento dei votanti tra gli aventi diritto sbandierato già poche ore dopo la chiusura dei seggi dai media del regime


DAL NOSTRO INVIATO Lorenzo Cremonesi



TEHERAN - L’ordine arriva la mattina stessa delle elezioni.  «I giornalisti devono stare sempre con i loro traduttori. Abbiamo scelto per voi dodici seggi a Teheran, che visiterete durante la giornata. Per gli spostamenti avete a disposizione gli autobus preparati dal governo. Non potete girare da soli», spiegano dal ministero dell’Interno. Se qualcuno dei reporter stranieri protesta, la risposta è il classico muro di gomma. «Lo facciamo per la vostra sicurezza», replicano sorridenti. Per chi insiste il sorriso si gela e i “suggerimenti” si trasformano nel classico prendere o lasciare: «Chi non ci sta può solo tornare in albergo e restarci per il resto della giornata».



Ecco come in occasione delle legislative del 2 marzo la censura iraniana ha de facto impedito qualsiasi lavoro di giornalismo indipendente. Un incubo per le televisioni, chi cercava di defilarsi veniva rapidamente individuato dalla polizia. Difficile nascondere la telecamera. Un poco più facile per la stampa scritta, che comunque ha avuto grandi problemi nel cercare di visitare seggi diversi da quelli designati. Il messaggio delle autorità era più che evidente: i media dovevano trasmettere il successo del voto, glorificare la grande affluenza e il trionfo della democrazia “made in Teheran”.
 
Nessun osservatore indipendente ha avuto modo di verificare quel 64,2 per cento dei votanti tra gli aventi diritto sbandierato già poche ore dopo la chiusura dei seggi dai media del regime. Il silenzio, la passività, la frustrazione delle opposizioni, pure facilmente individuabile per le strade della capitale, andavano dimenticati, censurati. Davano fastidio i reporter che ricordavano la repressione dei movimenti di protesta dopo le violenze seguite alla presidenziali del 2009 e soprattutto gli arresti domiciliari dei leader del “partito verde”. In questo contesto non è affatto provocatorio mettere in dubbio i risultati ufficiali presentati dalla Commissione Elettorale. La propaganda ha imbavagliato l’informazione. Ma inevitabilmente l’effetto è stato quello di gettare una grande nuvola nera di sospetti sull’intero processo elettorale.


6 marzo 2012 (modifica il 7 marzo 2012)

Ladro finisce ai domiciliari in sala d’attesa alla stazione

di -

È un senzatetto con vent’anni di furti alle spalle: il giudice decide di "recluderlo" fra i passeggeri in attesa di partire


Milano - Il quesito nasce più che spontaneo: che cosa ci si aspetta che faccia un ladro, o comunque un qualunque balordo conclamato, condannato alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria se non partire, andarsene o comunque sparire? Più che una misura di sicurezza e prevenzione, infatti, il provvedimento diventa un assurdo ossimoro.




Che ha l’aria di poter solo istigare alla fuga. Eppure questa misura non è una trovata da cabaret e neanche un semplice scherzo, ma è quanto deciso a Milano nell’illusione di poter «controllare», nei periodi in cui non si trova in carcere, un uomo con 20 anni di furti alle spalle e, a giudicare dal profilo, altrettanti nel suo prossimo futuro. Salvo poi stupirsi che la persona in questione, nella sala d’aspetto di quella stazione, non si sia ancora fatta trovare.

Lui si chiama Carmelo Giorgio G., classe 1968, ed è nato a Milano. Una città nella quale, a giudicare dal suo curriculum criminale, Carmelo sembra trovarsi benissimo. Dell’illecito, infatti, è un veterano: ha commesso numerosi furti, è accusato di ricettazione e anche di tentata rapina. Ed è una sorta di sorvegliato speciale «a vita»: ogni qual volta non viene arrestato e portato in carcere, lo sorvegliano. A modo loro, naturalmente. È evidente che Carmelo gode di una certa fiducia.

Già nel 2007, infatti, aveva chiesto e ottenuto di trascorrere gli arresti domiciliari su una panchina in viale Fulvio Testi, davanti all’ex manifattura tabacchi. Poi, per lui, ci sono i periodi di sorveglianza speciale. In teoria una misura di sicurezza e prevenzione che può essere richiesta dal questore, da un magistrato o dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia) per tenere sotto controllo, perlopiù per ragioni di pericolosità sociale, determinati soggetti, in particolare pregiudicati.

Un provvedimento che, talvolta - come nel caso di Carmelo - impone l’obbligo di soggiorno. Il luogo di questo soggiorno viene deciso dal soggetto in questione che, molto spesso, lo cambia (alcuni mutano nel giro di 72 ore!) previa comunicazione del nuovo indirizzo all’autorità a cui è sottoposto. Naturalmente il luogo del soggiorno deve rispettare delle regole, due quelle fondamentali: l’indirizzo non deve trovarsi nelle vicinanze di luoghi dove il pregiudicato ha commesso dei reati e, naturalmente, deve avere l’avallo dell’autorità che ha imposto la misura di sicurezza. Il che significa che quando il nostro Carmelo ha deciso di nominare la sala d’attesa della stazione ferroviaria milanese di Greco-Pirelli come luogo del soggiorno per la sorveglianza, qualcuno gli deve avergli risposto che andava bene o, comunque, che non c’era problema. A patto che si fosse fatto trovare negli orari in cui doveva risultare presente.

Così l’altra sera gli uomini del commissariato di zona sono andati a controllare se il nostro amico si trovasse proprio lì. Intorno alle 22 di lunedì, infatti, una pattuglia della polizia del commissariato Greco-Turro lo ha cercato prima nella sala d’attesa della stazione, cioè proprio dove avrebbe dovuto trovarsi. Non rintracciandolo, gli agenti hanno controllato prima nei bagni pubblici della stazione, che l’uomo usa abitualmente, nel caso il ladro fosse impegnato in urgenti operazioni di pulizia personale. E, quando è risultato irreperibile anche lì, i poliziotti sono passati a setacciare i binari, qualora Carmelo avesse deciso di concedersi una passeggiatina notturna. Ma di lui, nessuna traccia.



Powered by ScribeFire.

L'Aquila tre anni dopo: tutto uguale

Corriere della sera

In centro restano le macerie. E 383 cittadini vivono in albergo


«Soldi spesi finora? Chi lo sa...». Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa l'Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009. Nel rimpallo di responsabilità ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s'è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero. Quartieri storici restaurati: zero. Palazzetti antichi restaurati: zero. Chiese restaurate: zero. Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa l'Aquila. Dalla coscienza stessa dell'Italia.

È ancora tutto lì, fermo. Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici. Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l'una sull'altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un'opera di messa in sicurezza, sembrano l'opera cervellotica di un artista d'avanguardia.


Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto. Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa. Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli. «Noi sottoscritti ufficiali di Pg... riferiamo di aver proceduto, alle ore 10.20 circa odierne, in corso Federico II, di fronte al cinema Massimo, al sequestro di quanto in oggetto indicato perché utilizzato dal nominato in oggetto per una manifestazione non preavvisata...».

Trattavasi di «una carriola in pessimo stato di conservazione con contenitore in ferro di colore blu con legatura in ferro sotto il contenitore e cerchio ruota di colore viola» oltre a «una pala con manico in legno». Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l'esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo? Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!

Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro. Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000. Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina. Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro. Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà marzo», confida Barca) messi all'opera da Monti. Intanto il cuore antico dell'Aquila agonizza. E con L'Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009.

Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità stessa dello Stato di dimostrarsi all'altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione. Chiusa la fase dell'emergenza l'Abruzzo è piombato nel dimenticatoio.  Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto. «Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto. Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.

Cos'è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità di «fare bene, fare in fretta»? Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L'addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni». Resta una rissa continua, estenuante, sul cosa fare «dopo». Travasata via via nelle campagne elettorali per le provinciali, per le europee e oggi per le comunali. Di qua la destra, di là la sinistra. Di qua il governatore berlusconiano Giovanni Chiodi, commissario straordinario per la ricostruzione, di là il sindaco democratico del capoluogo (ora ricandidato dopo le primarie) Massimo Cialente.

Il primo picchia sul secondo: «Lo stallo è frutto della saldatura di interessi locali, dai professionisti alle imprese, che hanno sbarrato la porta a competenze esterne. Avevo raccolto le disponibilità di un trust di cervelli bipartisan, da Paolo Leon a Vittorio Magnago Lampugnani, ma non li hanno voluti. Un atto di arroganza. Il fatto è che la politica locale non ha esercitato la leadership». Il secondo, che fino al momento in cui fece sbattere la porta era vicecommissario, spara sul primo: «A parte il fatto che lui sta a Teramo, a Roma o da altre parti e all'Aquila lo vediamo raramente, è stato un muro di gomma». Un esempio? «La ricostruzione degli alloggi periferici. Per sei mesi si è dovuto attendere il prezziario regionale, con il risultato che nessuno ha potuto presentare i progetti». E mostra una lettera spedita a Chiodi per sollecitare un contributo di 630 mila euro destinato a Paganica: «È un mese e mezzo che lo tiene fermo sul tavolo. Gli ho scritto: "Questi non sono i tempi di un commissario ma i tempi, forse, di un piantone"».

Veleni. Che sgocciolano su tanti episodi. Come quei 3 milioni di euro stanziati dall'ex ministro Mara Carfagna per un centro antiviolenza, che invece sarebbero stati dirottati un po' per i lavori della Curia e un po' per la struttura della consigliera di parità della Regione. O ancora i due milioni messi a disposizione dall'ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni per un centro giovani, milioni che secondo il sindaco sarebbero chissà come evaporati. Per non dire delle chiacchiere intorno a una struttura nuova di zecca tirata su mentre tanti edifici d'arte sono ancora in macerie: il San Donato Golf Hotel a Santi di Preturo, pochi chilometri dal capoluogo.

Sessanta ettari di parco in una valletta verde, quattro stelle, conference center , centro benessere... Inaugurato a ottobre con la benedizione di Gianni Letta, ha scritto abruzzo24ore.tv , «è meglio noto come l'hotel di Cicchetti». Vale a dire Antonio Cicchetti, ex direttore amministrativo della Cattolica di Milano, uomo con aderenze vaticane, stimatissimo da Chiodi e Letta nonché vicecommissario alla ricostruzione. Ma il resort è qualcosa di più d'un albergo di famiglia. Nella società che lo gestisce, la Rio Forcella spa, troviamo parenti, medici di grido, uomini d'affari. E molti costruttori: il presidente dell'Associazione imprese edili romane Eugenio Batelli, Erasmo Cinque, la famiglia barese Degennaro... Ma anche la Cicolani calcestruzzi, fra i fornitori di materiali per il post terremoto e una serie di imprenditori locali.

Come il consuocero di Cicchetti, Walter Frezza, e suo fratello Armido, i cui nomi sono nell'elenco delle ditte impegnate nel progetto C.a.s.e. e nei puntellamenti al centro dell'Aquila: per un totale di 23 milioni. Appalti, va detto, aggiudicati prima della nomina di Cicchetti. Però... Né sembra più elegante la presenza, tra i soci del resort, dell'ex vicepresidente della Corte d'appello aquilana Gianlorenzo Piccioli, nominato un anno fa da Chiodi consulente (60 mila euro) del commissariato.  L'intoppo più grosso però, come dicevamo, è il groviglio di norme, leggi e regolamenti. Gianfranco Ruggeri, titolare di uno studio di ingegneria, li ha contati: 70 ordinanze della Presidenza del Consiglio, 41 disposizioni della Protezione civile, 96 decreti del commissario.

Più 606 (seicentosei!) atti emanati dal Comune dell'Aquila. Senza contare una copiosa produzione di circolari interne. Massa tale che a volte una regola pare in plateale contraddizione con l'altra. Un delirio. Non bastasse, c'è la «filiera». Una specie di cordata para-pubblica che gestisce le istruttorie. I progetti si presentano a Fintecna, società del Tesoro. Poi vanno a Reluis: la Rete laboratori universitari di ingegneria sismica, coordinata dalla Federico II di Napoli. Quindi al Cineas, consorzio di cui fanno parte 46 soggetti, dal Politecnico di Milano a compagnie assicurative quali Generali e Zurich, che si occupa dell'analisi economica delle pratiche.

A quel punto il percorso per avere il contributo erogato dal Comune è completo. Teoricamente, però.  Nella sostanza non capita quasi mai al primo colpo. E la pratica rimbalza dentro la filiera come una pallina da flipper. La Cineas ha valutate positivamente 4.163 delle 8.722 pratiche per le abitazioni periferiche? Ebbene, il Comune ha emesso contributi per sole 2.472 di loro, a causa di vari motivi. Per esempio il fatto che ben 1.138 riguardano singoli appartamenti, ma siccome manca la pratica condominiale a chiudere il cerchio, il finanziamento non può scattare. E nemmeno i lavori. Perché allora non prevedere una pratica unica per ogni condominio? Misteri...

Il risultato di tanti impicci è paradossale: in una città da ricostruire i costruttori mettono gli operai in cassa integrazione e licenziano i dipendenti. E quello che doveva essere il motore della ripresa è fermo. L'opposto esatto di quanto accadde in Friuli, esempio accanitamente ignorato a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Il Friuli si risollevò per tappe: prima in piedi le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Qui le fabbriche non hanno visto un euro, il miliardo promesso per rilanciare le attività è rimasto in cassa e l'economia è allo stremo. Si è preferita la strada della Protezione civile, del commissario, degli effetti speciali assicurati dalle C.a.s.e. spuntate come funghi dopo il sisma.

Quelle con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante nel frigorifero». Peccato che adesso, dopo le fanfare e i tagli dei nastri, stiano saltando fuori anche le magagne. Alcune ditte che le hanno costruite sono fallite e non si sa chi deve risolvere certi guai. Come a Colle Brincioni, dove dopo le nevicate di febbraio si è dovuta puntellare una scala. Sarebbe ingeneroso dire che sia stato tutto un fallimento. Ma dopo la fase dell'emergenza serviva un colpo di reni degno di questo Paese. E quello no, non c'è stato. A tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione». Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate. Qualcuno di loro magari pregusta un appetitoso minicondono per le casette che hanno potuto costruire nel giardino dell'abitazione crollata. Nelle aree del terremoto ce ne sono la bellezza di quattromila. Ma è una magra consolazione. Anzi, rischiano alla lunga di essere, con l'attesa sanatoria, una ferita in più nella immagine della città antica da ricostruire. Per le «autonome sistemazioni» lo Stato continua a pagare 100 mila euro al giorno.

Una quarantina di milioni l'anno, a cui bisogna aggiungere la spesa per i 383 abruzzesi ancora in alberghi o «strutture temporanee» come la caserma delle Fiamme Gialle di Coppito, dove sono in 147. Il tutto va a sommarsi al totale, come dicevamo ignoto, sborsato finora. Una cifra nella quale ci sono i costi delle famose C.a.s.e. (808 milioni), dei Map, i Moduli abitativi provvisori che ospitano fra L'Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone (231 milioni), dei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio (81 milioni) e dei Mep, Moduli ecclesiastici provvisori (736 mila euro).

Ma anche dei puntellamenti dei centri storici: solo per L'Aquila 152 milioni. Più i soldi per la prima emergenza (608 milioni) e i contributi già erogati per la ricostruzione delle case private: un miliardo e 109 milioni. Nonché i compensi della «filiera»: altri 40 milioni l'anno. E le opere pubbliche, le tasse non pagate, i costi delle strutture commissariali e dei consulenti... Il conto è salatissimo, ed è destinato a crescere esponenzialmente. Basta dire che per le sole abitazioni periferiche si dovrebbero spendere 1.524 milioni. E almeno il doppio per quelle del centro. Poi le chiese, le fabbriche, i ponti, le strade...  Ma L'Aquila vale il prezzo. Qualunque prezzo. È inaccettabile che si vada avanti così, navigando a vista, mentre uno dei centri storici più belli d'Italia si sbriciola, popolato soltanto di rari operai ai quali fanno compagnia ancora più rari cani randagi. Case disabitate, chiese vuote, negozi chiusi.

Non si può accettare che il terremoto diventi solo il pretesto per far circolare del denaro, foraggiando una burocrazia inefficiente e strapagata, stormi di consulenti famelici, campioni del mondo di varianti in corso d'opera e revisioni prezzi, con l'unico obiettivo di impedire che la giostra infernale si fermi. Un secolo e mezzo fa, scrivono Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nello studio Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni , la nuova Italia savoiarda commise un errore storico ignorando la tragedia del sisma catastrofico avvenuto nel 1857 in Basilicata ai tempi in cui era sotto i Borboni: «La sfida delle ricostruzioni fu forse una delle prime perse dal nuovo regno». Se lo ricordi, Mario Monti: la rinascita dell'Aquila è una sfida anche per lui.


Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
7 marzo 2012 | 8:22

Numero chiuso per i frontalieri "54mila in Ticino sono troppi"

Il Giorno

La protesta della Lega di Bignasca


Dalla Svizzera nuove polemiche contro il numero degli italiani che operano nella Confederazione. E si complica ancora la questione dei ristorni fiscali



Varese, 7 marzo 2012



«Un cantone con 330.000 abitanti non può permettersi 54.000 frontalieri:35.000 è la soglia che non va superata». L'ultima provocazione di Giuliano Bignasca non passa certo inosservata, soprattutto in una provincia (come quella di Varese) che fornisce al Ticino oltre 20.000 lavoratori. Eppure, in barba a diversi studi effettuati oltre confine (dai quali risulta che i frontalieri non stiano affatto sostituendo i residenti quanto ad assunzioni), il leader della Lega dei Ticinesi si dice preoccupato del continuo aumento del numero di lavoratori stranieri (+40% in cinque anni), soprattutto in ambiti professionali storicamente occupati dagli svizzeri come quelli del terziario, nei quali la forza lavoro residente basta e avanza a coprire il fabbisogno dell'economia».


La risposta italiana, però, non tarda ad arrivare. «Per fortuna il mercato del lavoro è libero - sottolinea il sindaco di Luino, Andrea Pellicini -. Finché le aziende del Ticino chiedono manodopera qualificata, svizzera, italiana o di qualsiasi altro Paese, significa che questa serve, eccome. Le dichiarazioni di Bignasca non porteranno proprio a nulla, perché sono le stesse imprese elvetiche ad aver bisogno dei nostri lavoratori».


Secondo Pietro Roncoroni, primo cittadino di Lavena Ponte Tresa, le frasi pronunciate dal leader della Lega dei Ticinesi sono «puramente folcloristiche. Nel Cantone, infatti, il numero di disoccupati è infinitamente inferiore a 19.000, e Bignasca dovrebbe spiegarci con chi sostituirebbe tutte queste migliaia di lavoratori italiani secondo lui in esubero. Si tratta dell'ennesima sparata a sfondo quasi razzista, perché sottende la considerazione degli italiani come appartenenti a una razza differente. Purtroppo, però, questo suo populismo gli ha permesso di conquistare la base e, di conseguenza, i vertici istituzionali, e il blocco ai ristorni deciso in Ticino ne è la prova più eclatante».


Una situazione, quella relativa alle tasse dei frontalieri, che preoccupa anche i sindacati, anche perché Bellinzona parrebbe intenzionata a congelare anche quelle relative al 2011 (o almeno una parte di esse). «Il mancato rispetto di un accordo internazionale è per noi inaccettabile - afferma infatti Franco Stasi, segretario provinciale della Cgil -. Le ultime dichiarazioni del premier Monti, poi, ci preoccupano ulteriormente, perché riteniamo sbagliato delegare la questione all'Unione Europea: la situazione va affrontata direttamente fra i due Stati. Le dichiarazioni di Bignasca? Non mi sorprendono, ma noi le rispediamo al mittente».


Più soft, invece, la replica del presidente della Provincia, Dario Galli: «Appoggio integralmente le battaglie di Bignascain merito all'identità e contro l'inserimento della Svizzera nella "black list" dei paradisi fiscali, però poi la cosa deve finire lì: si vuole rimandare indietro i frontalieri italiani? Bisogna vedere cosa dicono le aziende ticinesi. Il discorso dei frontalieri sta iniziando a diventare obsoleto, perché negli ultimi anni i lavoratori italiani impiegati in Svizzera sono sistematicamente aumentati, e alla fine sono sempre i numeri a fare la storia».


di Paolo Candeloro



Powered by ScribeFire.

Gli animali non sono mai “cattivi”

Corriere della sera

di Valerio Pocar, garante degli animali


Il caso del signore azzannato a morte dai cani a Muggiano rappresenta un episodio gravissimo, anzitutto per l’esito funesto dell’aggressione. Si tratta di un episodio, però, che deve far riflettere. Per quanto ne so al momento, non è chiaro se si sia trattato di una banda di cani randagi o di un cane aggressivo lasciato libero e incustodito. In entrambi i casi la colpa dell’accaduto non può farsi risalire all’animale o agli animali, ma all’ incuria degli umani.


Da un lato, infatti, in questo paese i cani randagi sono tali pressocché esclusivamente in conseguenza dell’abbandono di cani domestici da parte di coloro che ne hanno la responsabilità e, non dimentichiamolo, l’abbandono di un cane, oltre che un atto vile sotto il profilo morale, è un reato. Dall’altro lato, ricordiamo che raramente il cane è naturalmente aggressivo, e se tale diventa è a motivo di scelte, certamente poco apprezzabili, da parte di chi ne ha la responsabilità nell’allevamento e nell’educazione dell’animale nonché, quando esso sia stato reso aggressivo e pericoloso, di incuria o incoscienza nella sua custodia.


Se questi tragici episodi avvengono, e purtroppo non sono casi isolati, la colpa, dunque, è anzitutto umana e non si tratta né di fatalità né di una “cattiveria” animale. Negli omicidi la colpa non è mai della pistola, ma quando si tratta di un animale, alla fine è lui ad andarci di mezzo, fino alla condanna a morte in nome della sicurezza collettiva compromessa, non da lui, però. Certamente, una più attenta applicazione della normativa sul randagismo potrebbe essere utile.


Per quanto attiene al responsabile del cane, ci sono leggi civili e penali, che tuttavia arrivano quando il male è fatto. Forse, una maggiore attenzione all’educazione di coloro che tengono un animale che potrebbe divenire pericoloso se mal gestito e un controllo più severo della qualità della relazione tra l’umano e il cane potrebbero prevenire episodi così dolorosi e, al tempo stesso, eviterebbero l’ingiusto scarico di responsabilità su una creatura innocente, quando altri sono i responsabili.



Powered by ScribeFire.