venerdì 9 marzo 2012

Attacco a Steve Jobs: gonfiò i prezzi dell'ebook

Corriere della sera

Secondo il «Wall Street Journal» il governo Usa accusa. Apple e altri 5 editori di un accordo di cartello


Dal nostro inviato  MASSIMO GAGGI


NEW YORK - Qualche mese fa il mondo, commosso, ha pianto la scomparsa di un innovatore geniale, del profeta delle nuove tecnologie. Subito dopo, però, sulla memoria di Steve Jobs si è abbattuto il sospetto delle autorità europee e americane che il fondatore della Apple sia stato anche un assai meno illuminato organizzatore di accordi di cartello con i grandi editori internazionali di libri. Con l'obiettivo di far trionfare sul mercato la sua ultima creatura, l'iPad, ai danni del Kindle di Amazon.


La tegola più grossa sulla memoria di Jobs la sta facendo cadere in questi giorni il ministero della Giustizia Usa che, stando alle indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal e non smentite, ha avvertito da qualche tempo il gruppo di Cupertino e cinque grandi editori - Simon & Schuster, HarperCollins del gruppo News Corp, Penguin di Pearson, la francese Hachette del gruppo Lagardere e Macmillan che fa capo ai tedeschi di Verlagsgruppe Georg von Holtzbrinck - di essere pronto a denunciarli per pratiche commerciali collusive miranti a far salire il prezzo dei libri elettronici. Una minaccia che ha indotto alcuni di questi editori (ma non tutti) a cercare una soluzione patteggiata del caso.

Un problema che non riguarda direttamente il mercato librario italiano che ha seguito dinamiche diverse e nel quale diversi editori hanno raggiunto, anche di recente, accordi separati tanto con Apple quanto con Amazon.


L'iniziativa del governo Obama segue di qualche mese quella, analoga, lanciata il 6 dicembre dalla Commissione europea. Tutto nasce dalla politica aggressiva praticata da Amazon che qualche anno fa, per cercare di sfondare sul mercato col suo nuovo lettore di libri, il Kindle, cominciò a vendere gli ebook sul mercato Usa a 9,99 dollari: meno di quanto pagato agli editori. I quali - spaventati dalla prospettiva di fare la fine dell'industria della musica, schiacciata dalla vendita dei brani su iTunes a 99 centesimi - accusarono l'azienda di Bezos di danneggiarli con le sue pratiche spregiudicate.


Proteste cadute nel vuoto, fino a quando non si presentò Steve Jobs nei panni del «cavaliere bianco» con l'offerta di un nuovo modo di «prezzare» i libri online: in sostanza un sistema unificato nel quale gli editori stabiliscono i prezzi dei loro ebook che poi vengono venduti attraverso un agente unico - Apple appunto - che trattiene per sé una quota del 30 per cento.


Adesso le autorità Antitrust sulle due sponde dell'Atlantico sostengono che il metodo dell'agenzia funziona, in realtà, come un accordo di cartello che tiene artificialmente i prezzi a livelli più alti di quelli fissati da Amazon.


In varie audizioni su questo problema che si sono succedute nei mesi scorsi, gli editori e anche Barnes & Noble, la grande catena di librerie Usa, hanno sostenuto che senza l'accordo con Apple, Amazon avrebbe conquistato una posizione dominante sul mercato librario, condizionandolo ancora più di quanto non abbia fatto imponendo prezzi bassissimi. In sostanza, secondo loro il gruppo di Seattle, vendendo a un prezzo bassissimo gli ebook per ottenere una maggior diffusione del Kindle, ha rischiato di spiazzare le versioni cartacee di queste opere, prodotte dagli editori. Non per questo, però, Amazon sembra essere finita formalmente sotto accusa per pratiche simili al «dumping».


Un aspetto curioso della vicenda è che questo «showdown» arriva con due anni di ritardo: l'accordo degli editori con la Apple risale, infatti, al gennaio 2010, quando Jobs era ancora a capo dell'azienda. Ma adesso il governo Usa vuole bruciare le tappe. Probabilmente perché, ipotizza il New York Times, Sharis Pozen, direttrice della divisione Antitrust del Justice Department, vuole chiudere il caso prima di lasciare il ministero, alla fine del prossimo aprile.


9 marzo 2012 | 15:43




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Dell'Utri , il Pg della Cassazione chiede l'annullamento della condanna d'appello

Corriere della sera

A suo giudizio nella sentenza «non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio»



Marcello Dell'UtriMarcello Dell'Utri

MILANO - Il sostituto procuratore generale presso la Cassazione Francesco Iacoviello chiede l'annullamento con rinvio della sentenza di condanna a sette anni di reclusione per Marcello Dell'Utri, accusato di concorso esterno alla mafia. In alternativa il pg ha proposto che la vicenda sia trattata dalle sezioni unite penali. Una richiesta che deve ancora passare al vaglio dei giudici ma che rappresenta comunque un punto a favore del senatore del Pdl. Il procuratore Iacoviello ha parlato di «gravi lacune» giuridiche della sentenza d'appello per mancanza di motivazione e mancanza di specificazione della condotta contestata a Dell'Utri, che a suo avviso deve essere chiarita. Il pg inoltre ha voluto dare atto alla V sezione della Cassazione di essere di «grandissimo e indiscusso profilo professionale». Rispondendo in modo esplicito alle critiche di quanti avevano indicato il presidente Aldo Grassi come un fedelissimo di Corrado Carnevale detto «ammazzasentenze».

IL RAGIONEVOLE DUBBIO - «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri: e nel caso di Dell'Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio». Ha aggiunto Iacoviello nella sua requisitoria. E ancora a suo dire «l'accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza 'Mannino della Cassazione, che è un punto di riferimento imprescindibile in processi del genere». Per questo ha chiesto l'inammissibilità del ricorso della procura di Palermo che aveva chiesto addirittura un inasprimento della pena. «Il concorso esterno è ormai diventato un reato autonomo, un reato indefinito al quale, ormai, non ci crede più nessuno! - da detto inoltre Iacoviello rivolto ai giudici- Spetta a voi il compito di smentirmi».



LA DIFESA - Prima che iniziasse l'udienza i legali di Dell'Utri avevano detto di sperare in un esito positivo. «Confidiamo in un annullamento della sentenza emessa dalla Corte d'appello di Palermo: abbiamo presentato molti motivi di ricorso e siamo convinti che ricorrano tutti i presupposti per un nuovo giudizio di rinvio» ha detto l'avvocato Giuseppe Di Peri che ha difeso Dell'Utri anche nella sentenza di merito che in appello si è concluso con la condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.



L'ATTESA DI DELL'UTRI - «La conferma della sentenza di Palermo sarebbe veramente drammatica» ha aggiunto Di Peri. Se arrivasse una sentenza di condanna infatti per Dell'Utri si aprirebbero le porte del carcere e perderebbe anche il seggio di senatore. Di Peri oggi è in udienza in Cassazione assieme ai colleghi Pietro Federico e a Massimo Crogh. Stando a quanto riferiscono fonti vicine al collegio di difesa Marcello Dell'Utri è a Milano dove attenderà, nella sua abitazione, l'esito dell'udienza. Ma secondo il Fatto Quotidiano, che avrebbe tentato di contattare telefonicamente il senatore, Dell'Utri ieri si trovava in Spagna. Dopo aver composto il numero del suo cellulare - riferisce il giornale - si è sentito un messaggio in lingua spagnola: «Por favor marque de nuevo», l'equivalente spagnolo del nostro riprovi più tardi. Circostanze smentite dai suoi legali. «Oggi non lo abbiamo chiamato, ma di certo lo sentiremo stasera. A noi risulta che sia a Milano» ha detto l'avvocato Di Peri ribadendo che lo informerà telefonicamente sull'esito dell'udienza.


Redazione Online
9 marzo 2012 | 15:14



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Avere un tumore, a vent’anni

Corriere della sera

di La Redazione

Quella che segue è una lettera di Riccardo Ciapponi, 23 anni, studente di ingegneria a Milano. Ha deciso di raccontare ai lettori di  Solferino28anni la sua battaglia più grande: un tumore ai surreni. Grazie a lui e a tutti i ventenni che, come Riccardo, hanno combattuto o stanno combattendo contro una malattia ladra di gioventù.

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Un giorno, in uno dei miei surreni, si formò un tumore e il mio corpo iniziò a subire gli effetti di un eccesso di cortisolo nel sangue, una condizione clinica che prende il nome di sindrome di Cushing;  adesso che sono passati due anni, so di essere fortunato  perché è stata solo una grossa seccatura senza conseguenze permanenti, se non qualche cicatrice che si sta sbiadendo .Avere una malattia importante a ventuno anni è stato un fatto imprevisto: non me lo aspettavo, pensavo che la buona salute fosse un dato di fatto più che una quotidiana fortuna, credevo di potere contare sempre su me stesso. Sono stato invece testimone di un continuo progresso della malattia, inizialmente senza nemmeno saperne la causa, e studiare, muovermi, stare in giro con gli amici diventava ogni giorno più difficile. Asportata la ghiandola e il suo adenoma, sì è sistemato quasi tutto nel giro di sei mesi, lasciandomi un surrene in meno e una grande lezione: in breve tempo l’equilibrio psicofisico può essere alterato e sia il corpo sia la psiche non sono immuni da problemi di svariata natura che possono sopraggiungere in qualsiasi momento.

Questo senso di fragilità, secondo me, aiuta molto di più ad apprezzare il presente, seguendo la filosofia di vita ben espressa da Orazio: Carpe diem, quam minimum credula postero.  Credo infatti che non si debba fare affidamento a ciò che può capitare nel futuro, bisogna ovviamente pensarci se si vogliono fare progetti ma lo spettro di ciò che accadrà non deve influenzare negativamente il presente. So che, stando alle statistiche, avrò un problema cardiovascolare o un cancro e morirò, fintanto che questo non accade non ho alcun motivo di preoccuparmi e, anzi, devo godermi la vita fintanto che posso. Nel pieno della malattia però non riuscivo a ragionarci così serenamente sopra, mi limitavo ad aspettare il giorno dell’operazione che avrebbe risolto tutto. In quei momenti difficili mi sono stati molto vicini i miei amici ma soprattutto i miei genitori e mio fratello: per me un amico è una persona a cui posso mostrare le mie debolezze. Tuttavia mi sono trovato in uno stato mentale e fisico tale da cercare di evitare tutti. La mia famiglia però era sempre lì e il loro incondizionato sostegno è stato per me un grande aiuto, su di loro ho fatto affidamento quando sulle mie capacità non potevo più contare.

Riccardo

Coca-cola e Pepsi cambiano ricetta per evitare l'etichetta di rischio cancro

Corriere della sera

La California ha dichiarato cancerogeno un elemento del colorante. La stessa FDA: «Esagerazioni, ci vogliono mille lattine per causare danni alla salute»



Coca-Cola e Pepsi-cola cambiano colore per evitare l'obbligo di segnalare elementi giudicati cancerogeni nei suoi coloranti. La California ha infatti aggiunto l'anno scorso il composto 4-methylimidazole, presente nel colorante utilizzato dalla società, alla lista delle sostanze che rischiano di provocare il cancro. Coca-Cola ha modificato così la formula segreta, riducendo la presenza del composto incriminato, il che ha modificato leggermente il colore della bevanda.

LE POLEMICHE - L'intervento della corporation è avvenuto anche in seguito alle pressioni dell'associazione a tutela dei consumatori Center for Science in the Public Interest, che ha avviato una petizione rivolta alla Food and Drug Administration per vietare alcuni coloranti presenti nelle lattine di Coca-Cola e Pepsi. Ma l'agenzia federale non è d'accordo. «È importante sapere che una persona dovrebbe bere oltre mille lattine al giorno per raggiungere il livello cancerogeno segnalato nelle ricerche». È della stessa opinione l'American Beverage Association, che ha avvertito: «Sono accuse scandalose, la scienza non dimostra che il composto 4-methylimidazole sia dannoso per la salute».

LA SCELTA - Eppure, i due giganti delle bevande analcoliche hanno deciso di ridurre la dose del «colorante maledetto» in California, per evitare di dover scrivere sulle lattine che esiste un rapporto di 4-metilimidazolo con il cancro. «Anche se riteniamo che non vi sia alcun rischio per il consumatore da giustificare questo cambiamento, abbiamo chiesto ai nostri fornitori di coloranti di ridurre i livelli di 4-metilimidazolo per evitare di dover tenere conto di questo obbligo che non ha alcun fondamento scientifico», ha detto Diana Garza, un portavoce di Coca-Cola, al britannico «The Guardian».

SOLO IN CALIFORNIA - Anche se il cambio di ricetta è avvenuto per ora solo in California, le due società estenderanno presto a tutti gli Stati Uniti la nuova formula. Tuttavia, un altro portavoce della Coca-Cola, Ben Sheidler, ricorda in una lettera inviata al Los Angeles Times che «Fuori dalla California, nessuna agenzia ritiene che il 4-metilimidazolo sia cancerogeno per l'uomo».


Redazione online
9 marzo 2012 | 13:14




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Il sesso dei disabili e l’abbraccio di una madre

Corriere della sera

di Simone Fanti
Ho una confessione da fare… anche i disabili fanno sesso. Eh eh l’ho messa sul ridere, ma la sessualità e la disabilità sono un tabù per la società. Questa volta non scriverò io (ne avevo già parlato qui), lascerò, com’è giusto che sia in un blog, la parola ad Ann, una mamma coraggio e alla sua lettera.

«…Il post (quello su Quasi amici) arriva a puntino: proprio stamane l’insegnante di sostegno di mio figlio si è lamentata del fatto che se una compagna di classe passa vicino alla carrozzina, il mio ragazzo l’afferra per il braccio, non la lascia andare etc etc. «La pulsione sessuale è terribile» mi dice come se fossi un’anima bella che non se ne è accorta che il figlio è cresciuto. Ovviamente le ho risposto in modo brutale sconcertandola. Avrà fatto pure il suo addestramento come sostegno con allegato corso “psicologia del disabile” in 12 lezioni ma… non può comprendere proprio tutto perché non lo vive.


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«Una madre della mia sottotribù invece mi ha insegnato parecchio. Lo scorso settembre mi ha telefonato alle due di notte chiedendomi di andarla a prendere in una certa via e di portare la macchina grande con il mio tagliando perché era con suo figlio e carrozzina. Quando arrivo la trovo per strada con due tutori dell’ordine imbarazzatissimi e rossi come peperoni. Carico in macchina figlio, carrozzina e madre e andiamo in un locale del centro ancora aperto dove mi racconta quello che le è successo. Il figlio è maggiorenne, lei è divorziata e il padre si è rifatto una famiglia completa di due figli sani ancora pargoli.

Così è toccato a lei provvedere perché la nuova moglie… non gradisce. Indagini lunghe e discrete presso colleghi e amici per trovare una “casa” con una tenutaria e ragazza disponibile, ovviamente a prezzo maggiorato. Per un pò va bene e il ragazzo è felice e la ragazza è “fissa”. Purtroppo quella sera arriva una incursione. Lei è seduta vicino all’entrata con un libro di matematica (è insegnante), i suoi bravi capelli brizzolati e la figura pesante dei suoi anni. Sconcerto dei tutori dell’ordine neanche avessero visto un gatto in un canile. Poi una delle tutrici dell’ordine arriva trafelata “c’è di là un ragazzo che chiede della mamma”. La mia amica si alza e dice “mbeh penso che dovrei vestirlo se c’è qualcuno che mi aiuta”. Panico tra i custodi della legge. Alla fine permettono alla “ragazza fissa” di aiutare la madre.

Poi bisogna portare tutti, clienti e ragazze, in centrale dove verranno identificati mentre la tenutaria viene arrestata. Sono pronti due furgoni di sotto. La mia amica propone di seguirli con il figlio con la propria macchina ma i tutori rifiutano. Allora come far salire il ragazzo, ormai molto agitato, sul furgone? Altro panico e intanto la maitresse blatera che lei fa un buon servizio sociale e che aiuta i bisognosi, vedete c’è pure il povero disabile etc. Alla fine due forzuti tutori scaraventano ragazzo e carrozzina sul furgone delle ragazze che lo accolgono con boati, urla e risate. In Centrale arriva subito il magistrato che messo al corrente della particolarità non sa che pesci pigliare.

E qui la mia amica mi racconta un colloquio surreale: dove è suo marito? Io non ho marito, mi ha lasciato, pochi disabili hanno il padre.ma lei non ha un fratello o un amico per queste cose? No sono figlia unica e questa faccenda non si delega agli amici. Il resto lo tralascio e dico solo che non ho mai riso tanto in vita mia. Si Simone c’è da ridere perché nella vita normale ci sono i mariti e gli amici, che spariscono nella vita con un disabile. Perché certi argomenti sono da uomini normali, ma le madri dei disabili a volte devono comportarsi da uomini, che lo vogliano o no. E uomini stessi, quelli che fanno le leggi, quelli che comandano, quelli che ci abbandonano a noi donne e madri diverse, non lo capiscono.

Anche se c’è un danno cerebrale, i nostri figli crescono e gli ormoni quelli sono. I danni cerebrali a volte provocano modifiche fisiche significative (bava alla bocca, incapacità di camminare) ma la voglia di affetto, di un abbraccio, di un rapporto c’è sempre. Però nessuno dei normali si sofferma su questo problema: per tutti il disabile è un “infelice” (come si diceva una volta) e non un essere umano con i suoi sentimenti e i suoi bisogni.

Forse si considera il disabile un angioletto puro, a volte brutto da vedere (altro che i puttini del Mantegna!) ma comunque un qualcosa amorfo e non un qualcuno. Ho l’impressione, poi, che molta gente non si renda conto che i nostri figli debbano farsi la barba come tutti e dobbiamo fargliela noi e così per tante altre cose. Ho l’impressione, invece, che molta gente pensi che quando i nostri figli sono in casa si fanno la barba da soli, mangiano da soli e vanno in bagno da soli. E queste cose, elementari e sgradevoli, raramente vengono fatte vedere per l’intero in un film, mitico per tutti “il figlio della luna”.

E allora come invocare la società perfetta, come meravigliarsi dello sconcerto e dell’imbarazzo di un normale quando nessuno gli scaraventa la realtà sotto il naso. Una realtà elementare: un disabile ha bisogno di tutto ma proprio di tutto, senza ipocrisie e senza repulsione, e senza neppure “distinguo” tra padre e madre perché Madre Natura non fa sconti anche quando fa un torto. Più che invocare una società perfetta non sarebbe meglio spingere tutti noi a una riflessione più concreta, meno moralistica, più veritiera?

E diciamolo “più naturale”! E infine, finale come in tutti i film che si rispettino: la mia amica ha trovato un’altra “casa”, il figlio sembra contento della “nuova ragazza”, non ha avuto conseguenze, l’ex marito non ha saputo niente e il 14 febbraio ha ricevuto un mazzetto di roselline. Forse c’è qualcosa pure per lei da parte di qualcuno di quella sera. Perché spesso quello che si nega ad un disabile si nega anche alla madre».

Queen Ann

Pidocchi, meglio stroncarli sul nascere

Corriere della sera

Preferiscono i capelli puliti. I controlli regolari sono la strategia per tenere a bada eventuali assalti dei parassiti



Diversamente da quanto molti pensano, i pidocchi preferiscono i capelli puliti. Quindi se infestano vostro figlio non vergognatevi, ma piuttosto passate subito all’attacco. Il suggerimento viene dagli esperti della Loyola University di Chicago che spiegano come combattere questi parassiti e perché prima si interviene più facile è liberarsene.

FALSI MITI Innanzitutto premette Hannah Chow-Johnson, professore associato di pediatria alla Loyola University: «I pidocchi sono attratti da capelli puliti e brillanti e di conseguenza non è affatto vero che colpiscono solo persone con una scarse igiene». Il pidocchio che vive sul capo ha le dimensioni di pochi millimetri e un colore che varia dal bianco sporco al grigio. In genere si attacca alla base del capello e vi depone le uova o lendini che sono lunghe poco circa un millimetro, di forma ovale, grigio-bianche. Spesso, proprio per queste caratteristiche, vengono confuse con scaglie di forfora che, però, si staccano molto più facilmente dal cuoio capelluto. Contrariamente a quanto si pensa, spiegano gli esperti americani, i pidocchi non saltano da una persona all’altra e tanto meno volano. Il passaggio da un individuo all’altro avviene attraverso uno stretto contatto, per esempio dormendo vicini, oppure tramite lo scambio di alcuni indumenti come cappelli e vestiti. Mentre i bambini giocano è invece favorito il trasporto involontario delle uova. Un altro mito da sfatare è quello che sostiene che chi ha i capelli lunghi è più soggetto agli attacchi di questi piccoli parassiti, piuttosto la lunghezza dei capelli può ostacolarne l’individuazione.



I CONTROLLIPurtroppo non è possibile prevenire l’infestazione con i pidocchi e la strategia migliore per contrastarli è controllare spesso i capelli dei propri figli, soprattutto quando all’asilo o a scuola vengono segnalati casi di pediculosi. «E’ utile controllare il capo dei bambini una volta a settimana: anche se non è piacevole, è di gran lunga più facile avere a che fare con pochi pidocchi piuttosto che combattere contro un “esercito” che prolifera sulla testa del proprio figlio da un mese» fa notare la professoressa Chow-Johnson, indicando anche alcuni pratici accorgimenti per un check-up a regola d’arte. In primo luogo bisogna far sedere il bambino e tenere a portata di mano un vaporizzatore di acqua tiepida, quindi incominciare a dividere la chioma in sezioni usando un pettine a denti fitti. Spruzzare un po’ di acqua sull’area da ispezionare e passare il pettine dalla base dei capelli alle estremità. Il pettinino va inoltre sciacquato spesso e pulito con un po’ di carta igienica. «Uno sguardo superficiale, come spesso si fa, non è sufficiente per individuare i pidocchi che sono molto rapidi nei movimenti e possono così sfuggire al controllo» precisa la dermatologa.



LE CURE Sono diversi i prodotti utilizzabili per uccidere i pidocchi e in parte le loro uova. Si tratta principalmente di antiparassitari a base di sostanze come la permetrina, la piretrina o il malathion. Per evitare insuccessi, l’importante è usarli correttamente e aiutarsi ad asportare le uova con un pettine a denti fitti. E per evitare ricadute si consiglia di lavare a 60°C i vestiti, le lenzuola, gli asciugamani, le spazzole e i pettini dopo il trattamento. Per eliminare eventuali pidocchi o uova da divani, poggiatesta dei seggiolini auto o altri oggetti di tessuto si possono, invece, usare degli apparecchi per le pulizie a vapore o aspirapolvere. Infine ciò che non può essere lavato andrebbe chiuso in un sacchetto di plastica per almeno 72 ore.


Antonella Sparvoli
9 marzo 2012 | 8:24



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I cattolici democratici? Permalosi e vendicativi

di -

Da Prodi a Rosy Bindi, l’antropologia dei credenti di sinistra: cattivi e con poco senso dell’umorismo. E Riccardi è soltanto l’ultimo esempio

Ipotesi: i cattolici di sinistra appartengono a una specie a parte. Non che costituiscano una razza, ci mancherebbe, ma delineano forse una antropologia. Hanno cioè qualcosa che li distingue.


Che cosa? Una certa viperesca cattiveria. A chi penso? A Romano Prodi, certamente, che malgrado la sovrastimata aria paciosa da mortadella, è cattivissimo e se la lega al dito. Ma non solo a lui. A questa cattiveria corrisponde un noto effetto collaterale: assenza del senso dell’umorismo.



È vero, anche Mario Monti è cattolico, ma non fa parte della covata di sinistra e infatti sfoggia con eleganza un freddo senso dell’umorismo all’inglese e da professore universitario. I cattolici di sinistra sono persone - peraltro rispettate e rispettabili - come il vicepresidente della Camera e presidente Pd Rosy Bindi (ride con gusto, ma soltanto se la risata è di parte, della sua parte) oppure il ministro Andrea Riccardi che ieri l’altro è diventato protagonista di un fastidioso episodio che monta di ora in ora. È noto ma lo riassumiamo: si è fatto sentire dai giornalisti parlamentari mentre diceva che la politica e i politici gli fanno schifo, riferendosi in particolare al segretario del Pdl Angelino Alfano che per suoi motivi politici ( su cui si può dissentire o consentire) ha disdetto un vertice con il presidente Monti e gli altri segretari politici, per sue valutazioni politiche.


In democrazia è così: i politici agiscono per motivi politici e si beccano senza batter ciglio le critiche anche feroci degli avversari. Avrà fatto bene? Avrà fatto male? È una questione politica. Riccardi, che è un bravo tecnico e a me personalmente molto simpatico, non è invece un politico perchénon ha legittimazione democratica (nel senso che non l’ha eletto nessuno) e dunque ha fatto malissimo a impicciarsi in modo malaccorto di una faccenda politica fra politici per poi comunicare al mondo la sua nausea e il suo schifo, salvo aggravare poi la sua posizione perché, anziché smentire come richiedono le regole, ha preferito confermare declassando goffamente i suoi malori di stomaco al livello delle chiacchiere da bar, benché fossero presenti altri due ministri, Severino e Balduzzi. Tutto ciò è stato detto e sottolineato in modo molto fermo e severo dall’imponente deputato Crosetto.


Ma al di là del fatto che quel commento nauseato era improprio, imprudente, inopportuno e incompatibile con la funzione di ministro «tecnico e non politico» (non si può manifestare schifo per chi in Parlamento ti dà i voti grazie ai quali tu esisti)c’è la questione di cui dicevamo all’inizio. La cattiveria sprezzante, corporale, dei cattolici di sinistra. Anche grandi uomini della sinistra cattolica del passato come La Pira e Dossetti, gente di primissimo ordine, avevano in comune la quasi assoluta impermeabilità all’ironia, alla leggerezza, al senso dell’umorismo e anche della tolleranza per l’avversario. Quando i democristiani di allora ebbero nelle loro file un cattolico dotato di una ironia sferzante e un senso dell’umorismo da premio Nobel, Mario Melloni, lo misero in fuga e quello diventò il corsivista principe dell’ Unità . Tutti i membri di quella antropologia manifestano o hanno manifestato forti idee sociali intransigenti e tassative, ma sopra tutto una velenosa voglia di colpire con rabbia.


Vittorio Messori, un grande intellettuale cattolico, diceva sedici anni fa in una intervista al Mondo mentre Romano Prodi era al governo: «Temo molto più un cattolico di sinistra di un postcomunista. È un gruppo ristretto di gente che scrive sui giornali, va in tv, guida organizzazioni, mentre la maggioranza dei cattolici, che non partecipano alla vita della parrocchia, non si riconosce in Prodi, anzi». E ancora: «C’è sempre un certo ritardo del mondo clericale, che in fondo ha resistito 200 anni alla modernità, per scoprirla con il Concilio Vaticano II quando questa stava per morire. Oggi gli ultimi maoisti sono i frati sudamericani, le ultime a credere nella psicanalisi sono le suore americane. Ecco perché temo molto più un cattolico di sinistra di un postcomunista. È gente che ancora non ha scoperto che dietro termini come solidarietà e stato sociale, così nobili da apparire evangelici, in realtà c’è il trucco.


Una mistificazione che spaccia per solidarietà le pensioni ai quarantenni o ai falsi invalidi». Messori non indicava allora l’astiosità,per non dire la cattiveria di questa tipologia, ma lo facciamo noi perché ci è parso di leggere proprio nelle parole di Riccardi quando si esprime in quel modo così corporeo e schifato nausea, vomito - l’inclinazione scatologica che confina nello scherzo da prete, una figura retorica del mondo parrocchiale di base fondato sui calci negli stinchi, molta retorica sulla povertà e la ricchezza, la prima sempre santa e la seconda sempre merda del diavolo.


Ora nel Pdl raccolgono le firme per sfiduciare Riccardi e mi sembra un’esagerazione frutto di una simmetrica carenza di ironia e vitamina bi-dodici. Spero che prevalga il senso dell’umorismo, prima ancora del buon senso. Proporrò personalmente una leggina per dotare il ministro di un sacchettino da vomito di quelli da aereo, da usare obbligatoriamente quando metterà piede in Parlamento.




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Alleanza globale per fronteggiare i cambiamenti ambientali della Terra

La Stampa

carlo lavalle

In un Pianeta ormai sotto pressione la comunità scientifica mondiale cerca di rafforzare la collaborazione per affrontare i cambiamenti globali ambientali. Nasce così “Future Earth”, iniziativa sotto il patrocinio del Consiglio Internazionale per le Scienze (ICSU) che sarà presentata per la prima volta pubblicamente in occasione della conferenza “Planet under pressure” (Londra 26-29 marzo 2012), organizzata dal Partenariato sulle Scienze del Sistema Terra (ESSP). L'obiettivo è quello di contribuire a migliorare le conoscenze e coordinare i progetti di ricerca in più campi per mettere a disposizione dei decisori politici e della società i risultati raggiunti in modo da favorire soluzioni e interventi operativi su scala globale e regionale improntati allo sviluppo sostenibile in un periodo in cui aumentano i rischi per la Terra e i suoi abitanti.

Si tratta di consolidare un meccanismo e un processo ancora incompiuto sul piano internazionale, come sottolinea la Dott.ssa Roberta Quadrelli del Consiglio Internazionale per le Scienze, per studiare in modo nuovo, veramente integrato e interdisciplinare, temi come clima, biodiversità, stato degli oceani, che hanno ripercussioni sull'esistenza degli uomini. Negli anni passati la comunità scientifica ha compiuto notevoli passi in avanti nella comprensione dello stato delle relazioni tra sistemi naturali e sociali. Si è fatta luce su una serie di aspetti concernenti la crescente influenza umana sull'ambiente, si è ampliata la capacità di conoscenza e previsione su come le trasformazioni in atto possono condizionare la vita e il benessere nei decenni a venire. Nel 2002 con la creazione dell'ESSP si è realizzata una maggiore convergenza e coordinamento della ricerca in tema di cambiamento ambientale globale unificando quattro grandi progetti sponsorizzati dall'ICSU.

Future Earth prende le mosse da questo retroterra di attività intendendo costituire una piattaforma di livello internazionale in grado di coinvolgere e impegnare in una alleanza strategica, mondo scientifico, attori e istituzioni politici, donatori e associazioni di base. Insieme all'ICSU il nucleo dei suoi promotori comprende Unesco, Unep, Unu, Consiglio internazionale per le scienze sociali (ISSC) e Belmont Forum, raggruppamento di agenzie governative che si interessano del sostegno finanziario. Future Earth si svilupperà come programma decennale, lanciato definitivamente durante la conferenza di Rio+20, che, oltre a produrre ricerca per azioni operative utili a fronteggiare sfide e pericoli futuri, prevede una più efficace divulgazione della conoscenza acquisita e la formazione di nuove generazioni di ricercatori dedite alla scienza della sostenibilità globale.



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Dal Cnr arriva "Cat" il super-microscopio 3D

La Stampa

Unico in Europa sarà utilizzato per la ricerca in nanomedicina e per testare nanofarmaci




roma

Un super-microscopio unico in Italia e in Europa, in grado di vedere la cellula in 3D e ad altissima risoluzione. È Cat,il gioiello tecnologico collaudato nei laboratori Nnl dell’Istituto nanoscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nano) di Lecce. Lo strumento, spiegano gli esperti, sarà dedicato alla ricerca in nanomedicina e per studiare l’efficacia di nano-farmaci contro i tumori. «Il “super-microscopio” - afferma Stefano Leporatti, ricercatore Cnr e responsabile dello strumento - è l’integrazione di tre strumenti di ultima generazione (un microscopio confocale laser, un microscopio a forza atomica e un microscopio a riflessione interna totale in fluorescenza) ciascuno capace di raggiungere risoluzioni di miliardesimi di millimetro». Questi strumenti «usati in maniera combinata sono in grado di ricostruire una vista tridimensionale della cellula e di risolvere i dettagli su scala nanometrica. Non esiste in Italia né in altri laboratori europei uno strumento simile, in grado di usare i tre microscopi contemporaneamente». Il risultato è il più completo “3-D”.

«È come avere - continua Leporatti - tre punti di vista della cellula: dall’esterno, dall’interno e dal basso. Il microscopio confocale permette di studiare il volume della cellula, quello a forza atomica visualizza i dettagli della superficie e può letteralmente “tastare” la membrana cellulare, il microscopio a riflessione mostra come la cellula aderisce al supporto, un dato importante legato alla vitalità cellulare». I ricercatori utilizzeranno lo strumento per testare nuovi nano-farmaci su cellule tumorali. «Uno degli obiettivi è studiare l’efficacia di alcune nano capsule “costruite” nei nostri laboratori ingegnerizzando specifici materiali, capaci di somministrare farmaci direttamente alle cellule malate in quantità minime, tali da ridurre effetti collaterali e preservare le cellule sane» conclude il ricercatore.

«Cat - commenta Lucia Sorba, direttore dell’Istituto nanoscienze Cnr - verrà usato anche per studi diagnostici grazie alla sua capacità di misurare l’elasticità della membrana cellulare, che è una sorta di “marker” tumorale: cellule sane e malate hanno infatti una differente elasticità, che dipende dalle proteine coinvolte nel citoscheletro. Questo strumento ci permette di fare ricerca ancora più multidisciplinare perché integra le competenze di fisici, biologi e biotecnologi che lavorano insieme nei nostri laboratori». «Abbiamo già avviato - conclude - collaborazioni con istituzioni prestigiose, tra cui l’Istituto nazionale tumori di Milano tramite progetti Airc comuni, il Max Planck Institute di Potsdam in Germania e la Lousiana Tech University negli Usa».



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Parcheggio selvaggio: davanti al garage altrui può essere reato

La Stampa


Parcheggiare davanti al garage altrui e rifiutarsi di spostare l’auto è violenza privata. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 603/12.



Il caso


Parcheggia davanti all’ingresso di un garage e, quando il proprietario sollecita la rimozione dell’auto per poter entrare nella sua proprietà, oppone un rifiuto. Scatta quindi la condanna per il reato di violenza privata (art. 610 c.p.), sia in primo che in secondo grado. Secondo i giudici il comportamento commissivo integrante il reato contestato era quello di aver parcheggiato «in modo tale da ostruire l’ingresso al garage» e che il dolo era insorto al momento dell’omessa rimozione, anche dopo la richiesta del proprietario del garage. Nel ricorso presentato dall’imputato, si sottolinea che non può ravvisarsi «un atto di violenza o di costrizione, capaci di incidere sulla libertà di autodeterminazione della persona offesa».

Con il comportamento commissivo l’imputato – prosegue la difesa - «non aveva alcuna intenzione di coartare la persona offesa (peraltro assente)» ed il solo rifiuto di liberare il passaggio non integra la violenza privata. La Suprema Corte rigetta il ricorso perché lo reputa infondato. Infatti, i giudici con l’ermellino chiariscono che, nel reato contestato, l’elemento della violenza «si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione». Ad ogni modo, il Collegio precisa che deve considerarsi reato anche soltanto il rifiuto di liberare l’accesso, quindi non può far altro che rigettare il ricorso e condannare il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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Angola: 'diamanti insanguinati' tra diritti umani e corruzione

La Stampa

TRADOTTO DA ELENA INTRA
Il procuratore generale dell'Angola ha convocato una serie di testimoni per deporre in un caso che coinvolge alcune delle figure militari di alto rango del Paese in atti di tortura e omicidi perpretati nei campi di diamanti situati nelle regioni nord-orientali. Le audizioni dei testimoni sono iniziate lunedì 5 marzo.

Tra gli indagati ci sono il Generale Manuel Hélder Vieira Dias "Kopelipa", Ministro di Stato e capo dell'Ufficio militare della presidenza angolana, oltre che stretto confidente e socio in affari del presidente José Eduardo dos Santos e tre ex comandanti in capo delle forze armate angolane: il Generale António dos Santos França Ndalu, il generale João de Matos e il generale Armando da Cruz Neto.


Angola Investigates Top Generals in ‘Blood Diamonds' CaseIl caso è stato portato aperto il 14 novembre 2011 dall'attivista angolano per i diritti umani Rafael Marques de Morais, il quale indaga sulle violazioni nel settore dei diamanti dal 2004. Nella sua deposizione, Marques si è riferito a prove che vedono il consorzio d'estrazione Sociedade Mineira fare Cuango (SMC), implicato in atti di tortura e omicidi ai danni delle popolazioni locali e contro le miniere non ufficiali. Le prove presentate al procuratore generale coinvolgono anche l'azienda di sicurezza privata Teleservice e i suoi rappresentanti, ritenuti gli autori di atti che costituiscono crimini contro l'umanità secondo la costituzione angolana. Il procuratore generale ha convocato i dieci testimoni segnalati da Marques: si tratta di vittime di torture o di testimoni di abusi residenti nella provincia di Lunda Norte.


"È estremamente incoraggiante che le autorità abbia accettato di ascoltare la testimonianza delle vittime, e speriamo che continui a dare al caso l'attenzione che merita", ha detto Marques. "Finora il sistema di giustizia angolano ha protetto gli interessi dei ricchi e dei potenti, quindi accolgo con favore il fatto che il procuratore generale stia agendo con l'indipendenza che si addice al suo ruolo nel perseguire un caso che coinvolge alcune delle persone più influenti dell'Angola". Il diritto nazionale angolano e diversi trattati internazionali, ratificati dal Paese, forniscono una base solida per perseguire coloro che violano i diritti umani. Se il caso avrà successo, rappresenterà una vittoria per il popolo angolano e affermerà che nessuno in Angola è al di sopra della legge ", ha aggiunto Marques. Le province nord-orientali di Lunda-Norte e Lunda-Sul sono le aree di produzione di diamanti più ricche e sono state motivo di violenta contestazione durante la guerra civile. Negli anni novanta, i diamanti della regione Lunda rappresentavano un'importante fonte di entrate per il movimento ribelle UNITA.


Dalla fine della guerra nel 2002, il governo ha accordato concessioni minerarie a società di proprietà di personaggi di alto rango militare o a imprese strettamente legate al regime. I concessionari sono stati autorizzati a controllare ogni attività economica all'interno di tali aree. Questo ha distrutto i mezzi di sussistenza non soltanto dei "garimpeiros", i cercatori di diamanti non ufficiali che si guadagnavano da vivere scavando e setacciando la terra con le proprie mani, ma anche dei contadini che hanno perso l'accesso ai loro poderi.


Molti degli stessi generali che possiedono le società minerarie hanno anche istituito compagnie di sicurezza allo scopo di tenere la popolazione locale fuori delle aree di concessione. Queste società hanno goduto di impunità mentre svolgevano atti di tortura, sequestri e, in alcuni casi, omicidi nei confronti degli abitanti della regione. Una di queste aziende è proprio la Teleservice, i cui azionisti sono tra gli indagati. Nel corso degli anni '90 l'attenzione internazionale sulla questione dei "diamanti insanguinati" ha portato all'accordo di certificazione noto come Processo di Kimberley, che ha lo scopo di bloccare il commercio dei diamanti estratti nelle zone di conflitto e di garantire il rispetto delle norme etiche. Marques ha tuttavia sottolineato che il processo di Kimberley è oggigiorno inefficace in Angola, dove gli abusi sono andati avanti anche dopo la fine della guerra.


"Secondo il Processo di Kimberley lo Stato ha la responsabilità di certificare che i diamanti estratti nel suo territorio nazionale siano conformi agli standard etici", ha dichiarato Marques. "In Angola, tale disposizione è inutile, dal momento che gli alti funzionari statali sono stati complici in alcune delle peggiori violazioni dei diritti umani connesse all'industria dei diamanti. La distruzione dei mezzi di sussistenza così come la tortura e l'omicidio". Il fascicolo completo degli abusi raccolti da Marques e dai suoi colleghi nella regione del Luanda è stato pubblicato in Portogallo lo scorso anno con il titolo Diamantes de Sangue: Tortura e Corrupção em Angola. Il documento rientra tra le prove presentate di fronte al procuratore generale angolano.

Post originale: Angola Investigates Top Generals in ‘Blood Diamonds’ Case, ripreso dal blog Maka Angol

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Il pianto di Borsellino, tradito da un amico

Corriere della sera

Apparati infedeli «Molteplici figure, anche istituzionali, giocavano partite complesse e spregiudicate»


Via D'Amelio il luogo della strageVia D'Amelio il luogo della strage

CALTANISSETTA - La fine adesso è nota: «Sia nel luglio del 1992, sia nell'anno 1993, la strategia di Cosa nostra è stata quella di trattare con lo Stato attraverso l'esecuzione di plurime stragi che hanno trasformato la trattativa in un vero e proprio ricatto alle istituzioni». Ricatto che ha prodotto i suoi effetti: «Alcuni significativi risultati Cosa nostra li ha ottenuti se si considera che l'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario (il carcere duro per i mafiosi, ndr ) è stato di fatto depotenziato». I detenuti sottoposti al regime restrittivo si ridussero, in poco più di un anno, di circa due terzi. Poi è cominciata una nuova stagione politica.

La premura - Dall'ultima ricostruzione della Procura di Caltanissetta sulla bomba che il 19 luglio 1992 uccise Paolo Borsellino, emerge in maniera nitida come gli attentati mafiosi abbiano accompagnato - parallelamente all'inchiesta milanese Mani Pulite - il trapasso dalla prima alla seconda Repubblica. Attraverso un ricatto che prese le mosse quando si decise di eliminare il nemico giurato Giovanni Falcone non a Roma, con qualche colpo di pistola, ma facendo saltare in aria un pezzo di autostrada a Capaci, in Sicilia, nel regno di Cosa nostra. Nemmeno due mesi dopo l'altro attentato, oggi catalogato come «terroristico»: la morte di Paolo Borsellino che trasforma Palermo in un quartiere di Beirut al tempo della guerra. Eliminazione programmata da tempo, ma anticipata con una «premura incredibile», hanno rivelato alcuni pentiti. Perché erano in gioco altri interessi: «La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall'esistenza e dalla evoluzione della cosiddetta trattativa tra uomini delle istituzioni e Cosa nostra», scrivono i pubblici ministeri nell'atto d'accusa che conclude quasi quattro anni di indagini nate dalle rilevazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.

Le istituzioni coinvolte - La fretta di eliminare Borsellino derivò dal fatto che il magistrato, procuratore aggiunto di Palermo, era venuto a sapere dei contatti tra i carabinieri del Ros, guidati dall'allora colonnello Mario Mori, e l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Contatti diretti alla cattura dei latitanti, secondo gli investigatori dell'Arma, che però Cosa nostra percepì come occasione per imporre patti e condizioni: «Nella ricostruzione del generale Mori non convince l'ostinata negazione di una trattativa che invece è nelle stesse sue parole descrittive degli incontri con Ciancimino. Per Cosa nostra era certamente una trattativa», accusano i pm nisseni per i quali Mori, il suo superiore generale Subranni e il capitano De Donno che l'accompagnava negli incontri con l'ex sindaco «sono soltanto il livello statuale più basso di questa trattativa. Altri soggetti, politici, vi hanno verosimilmente partecipato anche dopo il 1992. Questa trattativa si svolse a più riprese e iniziò prima della strage di via D'Amelio». È il punto di svolta della nuova indagine. Borsellino scoprì i contatti tra la mafia e altri rappresentanti dello Stato, schierati ufficialmente al suo fianco.

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«Tradito da un amico» - Due magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo, un giorno di fine giugno lo videro piangere. «Essendo un uomo all'antica non l'aveva mai fatto - ha testimoniato Camassa -. Ricordo che Paolo, anche questo era insolito, si distese sul divano, e mentre gli sgorgavano delle lacrime dagli occhi disse: "Non posso pensare che un amico mi abbia tradito"». Non disse chi fosse quell'amico, né accennò a trattative. Ma la vedova del giudice ha raccontato che il marito, legato al generale Subranni, le confidò di essere sconvolto dopo aver saputo di sue presunte collusioni con la mafia. E le aveva testualmente riferito che «c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato». Borsellino venne a sapere dei contatti tra i carabinieri e Ciancimino il 28 giugno '92. Glielo disse la sua amica magistrata Liliana Ferraro, non gli ufficiali coi quali stava collaborando. Tre giorni dopo, al Viminale, vide il neo-ministro dell'Interno Nicola Mancino, in un fugace incontro che Mancino continua a non ricordare. Ma quanto riferito dall'ex ministro, secondo la Procura di Caltanissetta, «appare illogico e non verosimile... V'è da chiedersi se il senatore Mancino sia vittima di una grave amnesia, ovvero sia stato indotto a negare un banale scambio di convenevoli per il timore di essere coinvolto, a suo avviso ingiustamente, nelle indagini. Non si può tuttavia negare che residua la possibilità teorica che egli possa aver mentito "perché ha qualcosa da nascondere"».

Ostacolo da eliminare - La conclusione è che pur essendosi raccolti nuovi e importanti elementi circa ombre inquietanti di apparati infedeli dello Stato», non sono state individuate ipotetiche «responsabilità penali». Tuttavia, «in quel momento storico ben era possibile una trattativa con Cosa nostra, e molteplici erano le figure, anche istituzionali, che giocavano partite complesse e spregiudicate con incursioni anche nel campo avverso». In ogni caso, «si è raggiunta la certezza che Borsellino sapesse delle trattative in corso, e che la sua posizione era, chiaramente, negativa». Di qui la «premura» con cui Totò Riina decise di farlo fuori, giacché «era d'ostacolo alla loro riuscita». L'attentato all'ex ministro democristiano Calogero Mannino fu rinviato, e accelerato quello contro il giudice. Conclusione: «È possibile sia che la decisione di anticipare l'uccisione di Borsellino avesse, da parte di Cosa nostra, lo scopo di punire chi si opponeva alla trattativa, sia anche di riprendere la stessa da posizioni di maggiore vigore». Dopo la strage di via D'Amelio si apre una nuova fase della trattativa, «in cui a poco a poco Riina da soggetto diventa oggetto della stessa».

E si arriva alla cattura del boss, nel gennaio 1993. Da quel momento comincia un tira-e-molla sul 41 bis, inframmezzato dalle stragi sul continente: a Firenze e contro Maurizio Costanzo a maggio, a Roma e Milano a luglio. Proprio mentre i rinnovati vertici dell'amministrazione penitenziaria discutevano su come lanciare «segnali di distensione» sul «carcere duro». Emergono «riserve» e prese di distanza che, accusano i procuratori, «offrono un quadro desolante del fronte antimafia a meno di un anno dalle stragi del '92 e contemporaneamente alle nuove stragi continentali». E ancora: «Rimane accertato un quadro certamente fosco di quel periodo della vita democratica di questo Paese... Che poi vi fosse una diffusa "stanchezza" della politica per le iniziative legislative antimafia adottate negli anni 1990-92, purtroppo è parimenti certo. Stanchezza che lambirà, nei mesi successivi, anche il ministero retto dal senatore Mancino». Senza che ciò comporti, ribadiscono i pm fin quasi alla noia, «alcun tipo di responsabilità personale».

Il «frutto avvelenato» - In questo quadro si arriva alla decisione dell'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, tra ottobre e novembre 1993, di non rinnovare oltre 300 decreti di «carcere duro». Decisione presa nel tentativo di «fermare le stragi», che il ministro dice di aver adottato «in assoluta solitudine»: affermazione «in contrasto con tutti gli altri elementi documentali acquisiti al procedimento», visti i documenti dell'amministrazione penitenziaria che da mesi suggerivano scelte di quel tipo. «C'è da chiedersi se non sia stato il prezzo della trattativa pagato dallo Stato», sottolinea la Procura, e alla domanda «può rispondersi positivamente... La cosiddetta trattativa, iniziata nel 1992, trova compimento e dà il suo frutto avvelenato nel 1993». Ma tutto questo, con la strage di via D'Amelio, non c'entra più. È solo l'estensione di un possibile movente, che continuerà a produrre i suoi effetti anche nei mesi successivi. Quando il giudice Borsellino è morto da tempo. Celebrato e tradito al tempo stesso, accusano i magistrati che a vent'anni dall'eccidio ritengono di aver scoperto un altro pezzo di verità nascosta.

Giovanni Bianconi
9 marzo 2012 | 9:04

Se un commesso di Palazzo Madama guadagna 4 volte chi dirige gli Uffizi

Corriere della sera


Il caso I responsabili delle Gallerie pubblicano le loro buste paga. «Ora il premier Monti ci dica come nel nostro caso si coniuga il merito con il giusto compenso»


L'outing dei vertici dei musei sugli stipendi. «Meno di 2.000 al mese



Se il guadagno misura il merito, dirigere gli Uffizi è un lavoro da 1.780 euro? Lette le denunce dei redditi dei ministri e degli alti burocrati di Stato, i direttori di alcuni dei musei più importanti d'Italia, quindi del mondo, hanno deciso di fare «outing» e dichiarare i propri redditi. Che sono, rispetto a quelli dei colleghi del resto del pianeta, avvilenti. A uscire allo scoperto, in calce a una lettera pubblica, sono Anna Lo Bianco, direttore della Galleria nazionale d'Arte antica di Palazzo Barberini, Maria Grazia Bernardini, del Museo di Castel Sant'Angelo, Anna Coliva, della Galleria Borghese, Antonio Natali, della Galleria degli Uffizi, Andreina Draghi, del Museo di Palazzo di Venezia, Serena Dainotto, della Biblioteca dell'Archivio di Stato di Roma e tanti altri funzionari alla guida di biblioteche e archivi e istituzioni museali che fanno grande il nostro Paese.


Il punto di partenza, come dicevamo, è la tesi espressa da alcuni esponenti del governo e altissimi grand commis di Stato dopo la (meritoria) scelta di trasparenza fatta giorni fa con la pubblicazione sul Web dei redditi e dei patrimoni. Tesi sintetizzabile così: tanta responsabilità, tanto guadagno. Con parallela citazione dell'America e delle società calviniste dove il reddito non solo non viene pudicamente nascosto come da noi (il denaro è stato a lungo «lo sterco del diavolo» sia per i comunisti sia per i cattolici) ma al contrario esibito, a riprova della affermazione professionale.



Un po' quello che ha detto Paola Severino. La quale, a Liana Milella che le chiedeva se non fosse imbarazzata per i sette milioni di euro denunciati, ha risposto: «No, perché guadagnare non è un peccato se lo si fa lecitamente producendo altra ricchezza e pagando le tasse. A questi redditi sono arrivata solo dopo anni di duro lavoro, supportato da tanta passione». Fin qua, par di capire, i direttori dei musei ci stanno: è il mercato, bellezza. E le alternative inventate finora, vedi socialismo reale, non hanno dato risultati incoraggianti... Ma perché lo Stato dovrebbe dare 395 mila euro lorde al direttore generale della Consob (che poi ne prende altri 95 mila da membro della Commissione di garanzia per gli scioperi) e undici volte di meno al direttore del museo fiorentino che ospita la «Nascita di Venere» di Botticelli e la «Maestà di Santa Trinità» del Cimabue, «l'Annunciazione» di Leonardo da Vinci e la «Maestà di Ognissanti» di Giotto?



Perché 519.015 euro lorde di pensione all'ex segretario generale del Senato Antonio Malaschini e 32.535 (cioè 16 volte di meno: sedici volte!) ad Anna Lo Bianco che guida la Galleria nazionale d'Arte antica e per 1.765 euro netti al mese (un quarto di quanto prende un commesso di Palazzo Madama di pari anzianità) porta il peso di custodire e valorizzare la Fornarina di Raffaello, il ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni e quello di Enrico VIII di Hans Holbein e «Giuditta che taglia la testa ad Oloferne» di Caravaggio? Che senso ha che lo Stato tratti con tanta disparità, a capocchia, figli e figliastri?
All'estero non va così. I «pari grado» dei nostri dirigenti, in Francia, Gran Bretagna o Australia, guadagnano il doppio se non il triplo. La stessa Spagna, per dire, nonostante sia in crisi quanto e più di noi, paga i direttori dei più importanti musei dai 50 ai 60 mila euro. Questione di rispetto. Questione di «merito».



Da qui la lettera di «outing», che val la pena di riportare parola per parola: «Tra tanti che sentono il dovere della trasparenza a proposito dei propri redditi, vogliamo ora proporci anche noi, archeologi, storici dell'arte, architetti, archivisti, bibliotecari, funzionari con compiti complessi che spaziano dalla gestione del personale al fund raising, alla direzione di musei, fino a incarichi altamente specialistici come la cura di mostre, grandi restauri o la redazione di pubblicazioni scientifiche». Ebbene, proseguono con amara ironia i firmatari della protesta, «non raggiungiamo i duemila euro al mese; ed è lo stipendio vero, che non prevede nessuna indennità, nessun altro tipo di compensazione. A noi il merito quindi di bilanciare la media europea contro l'eccesso di compensi dei parlamentari, dei manager di Stato e non, di professori universitari. Nel nostro caso gli stipendi si collocano molto al di sotto».


Peggio, insistono: «Un bel giorno, ormai alcuni anni fa, la riforma Bassanini stabilì fortissimi aumenti di stipendio solo per i dirigenti del ministero dei Beni culturali con contratti di tipo privatistico, allargando a dismisura la differenza tra i prescelti e non, con una conseguente e inevitabile soggezione dei primi nei confronti della politica. Saremmo curiosi di sapere come ci apostroferebbe il giornalista Vittorio Feltri che nel corso di una trasmissione televisiva definiva "scherzosamente" barboni i parlamentari per i loro compensi, in fondo di modesta entità se confrontati a tanti altri. E vorremmo anche sapere cosa pensano il presidente del Consiglio Monti e il ministro Severino che con rigore ritengono il denaro il giusto compenso al merito».


Ed ecco la conclusione: «I nostri meriti - spiace dircelo da soli - sono elencati in densi curricula e in un'altissima specializzazione che ci viene a parole continuamente riconosciuta. Ma allora come la mettiamo visto che anche il nostro ministero, pur avendone la possibilità, non ci ha riconosciuto nessuna progressione dimostrando così di non conoscerci e chiedendoci ancora oggi, la fotocopia del diploma di laurea e di perfezionamento?» È stata questa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il dicastero dei Beni culturali ha appena avviato una specie di concorso che dovrebbe portare a una modesta (cento o centocinquanta euro) progressione meritocratica degli emolumenti. Ma per farlo ha chiesto ai suoi stessi direttori, archivisti, funzionari, archeologi, storici dell'arte, architetti e bibliotecari di fornire un incartamento con dentro non solo tutti gli incarichi di lavoro effettuati ma addirittura il certificato di laurea che, ovviamente, già possiede in qualche cassetto. Una piccola, stupida, crudele umiliazione burocratica supplementare.




9 marzo 2012 | 9:29




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Io avvocato, vi spiego perchè la cura Di Bella è un diritto"

di -

I media stanno riscoprendo la cura Di Bella, in realtà molti malati di cancro non hanno mai smesso di credere in questa terapia come dimostrano i migliaia di ricorsi in tribunale e le sentenze a loro favore....


Da novembre il Il Giornale.it si sta occupando della cura Di Bella. Abbiamo aperto una sezione dedicata che man mano si arricchisce di testimonianze di pazienti guariti e di commenti dei lettori, accanto alle opinioni di autorevoli medici.




Durante questi mesi in molti si sono chiesti il perché della nostra campagna stampa. Non si tratta di una campagna. Non è neppure il resoconto di una notizia esclusiva inseguita tra mille difficoltà, come capita spesso nel nostro mestiere. Semmai è vero il contrario: è la notizia che si è imposta da sola con forza dirompente.


Immaginate un grande fiume carsico, che scorre in sordina e aumenta via via il suo volume, a un certo punto l’acqua affiora in superficie, erompe dal nascondiglio, dilaga. Ecco, il fiume carsico è formato dai malati di cancro curati (e in cura) con la terapia Di Bella. Relegati nell’angolo, dopo che la sperimentazione ministeriale del 1998 decretò l’inefficacia del metodo, hanno continuato a curarsi in questo modo, in molti casi con successo, in altri, quando lo stadio della malattia era o è troppo avanzato, no. E, tuttavia - riferiscono i parenti che hanno accompagnato i loro congiunti nell’ultimo tratto- questa cura ha sempre garantito ai malati una morte dignitosa.


Dal 1998 la terapia Di Bella si è alimentata con il passa parola, con uno scambio di informazioni quasi "carbonaro" perchè dalla medicina ufficiale arrivavano solo discredito e irrisione (sul perché di questo parleremo in seguito). La sezione è nata con l’intento di far sentire il grido di gioia di chi, in questo modo, ha sconfitto il cancro.


Nei giorni scorsi i media hanno ripreso a interessarsi della cura Di Bella. La notizia di un ricorso fatto da un paziente di Bari, che si era rivolto al giudice per ottenere la terapia gratuita, è rimbalzata da un tiggì all’altro, oltre che su radio e testate online. Non si sono fatti attendere i commenti dei politici e dei rappresentanti della sanità ufficiali, critici nei confronti dell’interferenza della magistratura nelle questioni di salute oltre che sull’efficacia della terapia.


In redazione abbiamo ricevuto decine di mail di protesta, persone in cura da anni con la Di Bella - molte delle quali hanno ottenuto l’erogazione gratuita della terapia grazie alle sentenze di magistrati – preoccupate delle loro sorti, timorose che il clamore di questi giorni possa ripercuotersi sulla loro terapia salvavita.


Abbiamo chiesto all’avvocato Marisa Cataldo, di Bari, di spiegarci quali sono i diritti degli ammalati. Cataldo, civilista, si occupa da una decina d’anni esclusivamente dei ricorsi di malati di cancro che scelgono di curarsi con la Di Bella, "Ho seguito almeno 250 pazienti in Puglia, tutti i loro ricorsi sono andati a buon fine, tranne uno che è stato rigettato un paio di mesi fa (non sappiamo se procedere, ora questo paziente è stato ricoverato)". Una premessa è d’obbligo: dal 1998 sono più di duemila i ricorsi fatti dai pazienti dibelliani, la regione che annovera più sentenze favorevoli è la Puglia, seguita dalla Sicilia e dal Lazio. La più ostile al metodo Di Bella è l’Emilia. Qui però Barbara Bartorelli (la cui testimonianza è online nella sezione con il titolo “Così sono guarita dal linfoma senza subire trapianto”) si vide rigettare il ricorso ma vinse in appello.


Avvocato, ci spiega come vengono vinti questi ricorsi?
“Da un lato ci sono i provvedimenti di urgenza, dall’altro le sentenze di merito. I primi si hanno quando un giudice riconosce il fumus boni iuris, ossia la parvenza del buon diritto, unito al periculum in mora, ossia al pericolo di vita, ad esempio nel caso in cui un paziente non riesca ad acquistare i farmaci perché non ha capacità finanziaria e quindi non è in grado di tutelare il suo diritto alla salute, allora il magistrato emette un provvedimento di urgenza e obbliga la Asl a erogare la terapia gratuita per un certo periodo di tempo, in genere un anno o 18 mesi”.


E le sentenze di merito?
“Sono quelle che fanno la giurisprudenza, che esaminano la materia sotto tutti i punti di vista. La cura va riconosciuta agli indigenti quando si dimostra che la terapia impedisce alla malattia di progredire o quando non c’è una cura alternativa. Ho avuto pazienti che hanno scelto il metodo Di Bella da subito o perché cardiopatici o perchè affetti da disfunzioni renali, in entrambi i casi non si può sopportare la chemioterapia, altri ancora che si erano sottoposti a dolorosi cicli di chemioterapia, senza alcun risultato”.


Una sentenza di merito è definitiva…
“Esattamente. Spesso sono io a chiedere un rinvio al giudice e non la conferma del decreto di urgenza perché il paziente mi chiede tempo per fare una Tac, così dopo il referto si porta un ulteriore documento al giudice. Un malato non ha interesse a strumentalizzare la propria salute per avere una terapia, se non vede i miglioramenti non prende farmaci inutilmente…”


Allora non sempre un giudice ricorre a periti per valutare lo stato di salute del paziente?
“Non sempre, io ricostruisco la storia della malattia dal primo referto istologico, documento le diagnosi, porto gli esami, mostro l’andamento del cancro prima e dopo le cure tradizionali e con la Di Bella”.


Perché un malato di cancro si rivolge a un tribunale?
“Il diritto alla salute non può essere pregiudicato da un ‘tetto di spesa’, il bilancio dello Stato non può comprimere il diritto che una persona ha di curarsi. Questa è una garanzia costituzionale”.



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Pahor negazionista sulle foibe e l’esodo La storia gli dà torto

di -

Lo scrittore sloveno di cittadinanza italiana sminuisce la tragedia e critica i capi di Stato da Ciampi a Napolitano. Una lunghissima serie di errori dettati dall'ultranazionalismo



Un affresco affascinante del Novecento sui confini orientali dell’Italia, in cui episodi storici, vicende personali e fonti di parte sono gli ingredienti abilmente mescolati per un minestrone di sentimento anti italiano. Non ci sorprende più di tanto Boris Pahor né il suo ultimo libro Figlio di nessuno (con Cristina Battocletti, Rizzoli), un’autobiografia a tratti romanzata e a tratti forzosamente piegata proprio a quel sentimento che gli fa dipingere quasi con orrore un secolo d’Italia a Trieste.

A partire da quel 4 novembre del 1918, giorno del ricongiungimento della città giuliana alla madrepatria, che l’autore, sloveno di Trieste, legge come una condanna per il suo popolo, tanto da tessere gli elogi di tutti coloro che combatterono nelle file dell’esercito austriaco contro l’Italia. Nazionalismo esasperato. Questo sarà il leit motiv di tutte le pagine, anche le più drammatiche, che lo vedono detenuto come prigioniero politico nei campi di concentramento nazisti in Germania. Anche se è lui stesso a ricordare che, grazie alla conoscenza delle lingue, diventò un interprete e non patì la fame e i maltrattamenti riservati agli altri internati. D’altronde dopo l’8 settembre ’43 militò nel Fronte di liberazione nazionale jugoslavo ed entrò in contatto con diversi esponenti comunisti d'oltreconfine.

Ma è particolarmente interessante la sua descrizione di Trieste «liberata il 1° maggio 1945 dall’esercito jugoslavo». La città, scrive Pahor, ha sentimenti opposti: «Noi sloveni eravamo felici, gli italiani erano divisi». Peccato che l’autore non avesse vissuto quei giorni nel capoluogo giuliano, ma ben lontano dalla città: in un sanatorio a pochi chilometri da Parigi.  Nel 1954, dopo nove anni di occupazione militare alleata, Trieste viene restituita all’Italia e Pahor racconta con risentimento le manifestazioni di giubilo in città e quando nelle strade la gente canta «le ragazze di Trieste» si sente offeso, minacciato. Lui, comunista non allineato, che ha abbracciato con ardore le mire di Tito, prima fra tutte fare di Trieste la settima repubblica jugoslava. Una ferita che non si rimargina, tanto da spingerlo a diventare un negazionista sulle foibe.

E nell’ultimo capitolo del libro, assunto a testamento spirituale, Pahor si trasforma in un ultrà nazionalista. «Qualcosa ancora non quadra - scrive - se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno del Ricordo del 2007, ha lamentato che la Conferenza di pace del 1947 ha commesso un’ingiustizia a rendere questi territori alla Jugoslavia. Ha dimenticato, il capo dello Stato, che in questi territori vivevano soltanto sloveni e che quindi la Conferenza di pace non ha fatto altro che ridare alla Jugoslavia, oggi Slovenia, i territori in cui hanno sempre abitato?». Vorremmo rispondere che è male informato, ma sappiamo invece che mente sapendo di mentire. Da dove sono scappati allora 350mila profughi? Nelle città costiere, da Fiume a Pola, da Zara a Capodistria, gli italiani erano addirittura maggioranza, ci sono gli atti ufficiali (che l’autore si guarda bene dal citare). E poi, dare del bugiardo a un capo dello Stato, per di più ex comunista…

Ma nella sua corsa a stravolgere i fatti Pahor non risparmia neppure Ciampi. «La volontà di contare tra le vittime delle foibe tutti i prelevati nel 1945 e addirittura di aumentarne il numero, come fece il presidente Ciampi nel 2002, che definì gli infoibamenti un Olocausto mi sembra un modo non accettabile di ricostruire la storia. In più, legare questa tragedia alla sorte degli esuli istriani non serve a fare chiarezza sui fatti». E poi si lancia a sostenere le tesi negazioniste. «Si cerca di tenere sempre alto il ricordo delle foibe, la tragica e disgraziata conclusione della Seconda guerra mondiale a Trieste, quando fu prelevato un numero non ancora certo di persone dall’esercito jugoslavo che aveva liberato Trieste nella primavera del '45 (…).

Alcuni sostengono si tratti di cinquemila prigionieri, altri quattromila, mentre gli ultimi dati storicamente accertati parlano di tremilacinquecento persone, di cui solo una parte fu gettata nelle caverne carsiche». Secondo Pahor, che abbraccia le tesi della storica negazionista Alessandra Kersevan, furono poche centinaia. «Poiché molti dei fermati, dopo un interrogatorio che aveva accertato la loro estraneità alle accuse, furono rilasciati». Anche qui viene allo scoperto il furbetto, che circoscrive la tragedia delle foibe e delle stragi a Trieste. Nel 1945, solo nel capoluogo giuliano e a Gorizia, i desaparecidos sono 5.700 (la lista completa dei nomi è contenuta nel volume Genocidio, curato dallo studioso Marco Pirina). Ma i massacri di italiani cominciano già dopo l’8 settembre 1943, quando con lo sbandamento del nostro esercito, i partigiani di Tito conquistano gran parte degli ex territori italiani in Istria e Dalmazia: le vittime sono tra 10 e 15mila.

L’autore poi cita il libro Borovnica ’45, in cui il campo di concentramento vicino a Lubiana sembra l’ufficio di un tribunale in cui i deportati, «se venivano riconosciuti incolpevoli erano lasciati in libertà». La verità è ben diversa, come dimostra un rapporto del 5 ottobre 1945 dei Servizi Speciali del Ministero della Marina italiana, che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti. Il vitto era composto da due mestoli di acqua calda con bucce di patata; bastonate, torture, fucilazioni per motivi futili sono la normalità quotidiana. «Il 15 maggio 1945, due italiani lombardi, per essersi allontanati circa 200 metri dal campo, furono richiamati e subito martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito, li legarono con un filo di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucato a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati, li caricavano di calci e pugni, fino a che i due si strapparono le orecchie.

Come se ciò non bastasse a pagare il fallo, furono adoperati quali bersagli per allenare il comandante e le drugarize (partigiane titine ndr), colpirono i due con molti colpi di pistola, lasciandoli freddi sul posto...»: è una delle testimonianze sulle violenze nel lager. Su tremila internati, solo un migliaio sono tornati in Italia. Tutto questo non incrina le certezze del nostro Pahor che, dopo aver espresso una sorta di ribrezzo per il Giorno del Ricordo, invita tutti a dare una ripassata alla storia, alla sua storia naturalmente. «Dimentichiamo, ricostruiamo una nuova vita comune, ma solo dopo aver spiegato come è andata la storia dal 1918 al 1945». In poche parole: i criminali siamo noi italiani.



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Identificati dopo 64 anni i resti di Rizzotto il sindacalista che combatteva la mafia di Liggio

Corriere della sera

Fu rapito a 34 anni e buttato nelle foibe di Rocca Busambra


MILANO - Sono di Placido Rizzotto, il sindacalista sequestrato e ucciso dalla mafia nel 1948, i resti scheletrici ritrovati nel 2009 nelle campagne di Corleone. L'identità dei resti è stata accertata da esami di laboratorio eseguiti dal Gabinetto della Polizia Scientifica di Palermo. Le ossa erano state recuperate il 7 settembre del 2009 dai poliziotti del Commissariato di Corleone all'interno di una foiba a Rocca Busambra. Quei reperti sono stati comparati con quelli, riesumati, di un congiunto del Rizzotto, deceduto per cause naturali anni addietro, ed hanno consentito di risalire alla identità del sindacalista fatto scomparire dalla mafia esattamente 64 anni fa, il 10 marzo del 1948.

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LA CORLEONE DI LIGGIO - Esponente del partito socialista, Rizzotto fu rapito a 34 anni mentre stava andando a una riunione politica. Impegnato a fianco del movimento contadino, che lottava contro la mafia e il latifondo, da segretario della Camera del lavoro di Corleone organizza la rivolta per l'occupazione delle terre che erano in mano ai mafiosi, sostenuti dal boss nascente Luciano Liggio, che farà sparire il corpo di Rizzotto, ritrovato dopo alcuni mesi. Liggio sarà assolto per insufficienza di prove, mentre Giuseppe Letizia, un bambino che faceva il pastore e che assistette all'assassinio, fu ucciso anche lui. Delle indagini si occupò l'allora giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, che arrestò due mafiosi, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che prima confessarono l'omicidio e poi si rimangiarono tutto. Anche per loro venne usata la formula dell'assoluzione per insufficienza di prove.


Redazione Online
9 marzo 2012 | 8:33

Salario ridotto per gli interinali "svantaggiati" L'accordo di Italia Lavoro che indigna la Cgil

Corriere della sera

Disabili, over 50, disoccupati o inoccupati: in caso di assunzione in somministrazione verrà proposta loro la decurtazione dello stipendio oppure un peggiore inquadramento contrattuale



MILANO - Fino ad ora sembrava un articolo caduto nel dimenticatoio. Quasi nascosto, vissuto con fastidio anche dalle agenzie per il lavoro riunite nel cappello omnicomprensivo di Assolavoro. E' l'articolo 13/a della legge Biagi 276/03. «Il portato di questa norma - dice a Corriere.it Filomena Trizio, segretario generale Nidil Cgil (la categoria confederale della Cgil che si occupa dei contratti di natura somministrata) - già allora aveva connotati sovversivi, perché apriva di fatto una deroga al principio di trattamento paritario tra chi è interinale (cioè chi presta lavoro in un'azienda o ente pubblico tramite l'intermediazione di un'agenzia per il lavoro, ndr.) e chi è dipendente a tutti gli effetti».

Trizio in realtà è persino più esplicita e - a causa di questa convenzione - parla di «sotto-costo salariale a svantaggio dei lavoratori già ai margini del ciclo produttivo (perché disabili, con un basso titolo di studio, over 50, disoccupati e inoccupati da più di sei mesi, ndr.) a vantaggio delle agenzie per il lavoro e delle aziende». Che così trasferirebbero - aggiunge Trizio - sulle spalle del lavoratore l'onere del 4%, il cosiddetto "balzello" imposto alle agenzie interinali - come Manpower, Adecco, Tempor, GiGroup - come contributo aggiuntivo per la formazione del lavoratore in somministrazione.

IL TRATTAMENTO PARITARIO - Tutto il contendere è su quell'articolo 13/a della legge Biagi che secondo Trizio è sempre stata ampiamente disatteso dalle stesse agenzie per il lavoro, perché interessate a distinguersi dalla pletora dei contratti di para-subordinazione, etichettati come forme di flessibilità cattiva rispetto alla flessibilità buona del contratto di somministrazione. D'altronde - come peraltro rivendica una recente direttiva europea che conferma il trattamento paritario tra interinali a dipendenti all'interno delle aziende - il contratto di somministrazione ha sempre rappresentato una forma di politica sociale attiva, perché essenza dello stesso è la formazione costante del lavoratore.

Ecco perché quell'articolo che sanciva una deroga "nel limite massimo di due livelli di inquadramento contrattuale in meno rispetto al livello spettante ai lavoratori addetti alle medesime mansioni, oppure in alternativa nella riduzione retributiva nella misura massima pari al 20%" è stata vista come una norma puramente accademica, che però ora torna utile a seguito della crisi. «Proprio adesso - denuncia Trizio - che l'esecutivo Monti sembrava volesse contrastare le forme contrattuali ispirate alla precarietà. Questa convenzione così com'è stata controfirmata da Italia Lavoro e Assolavoro porta nell'alveo della flessibilità cattiva anche il lavoro somministrato. Con un impatto potenziale su oltre un milione di lavoratori e una corsa al ribasso dei diritti sindacali».


Fabio Savelli
twitter@FabioSavelli
8 marzo 2012 | 20:58



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Olimpiadi, all'asta la coppa di Louis il greco che vinse la prima maratona

Corriere della sera

I nipoti vendono il trofeo d'argento, vale almeno 140.000 euro. L'incanto a tre mesi dai Giochi di Londra, organizza Christie's



La coppa BréalLa coppa Bréal

MILANO - Il simbolo della maratona, della patria della Maratona e della culla dei Giochi Olimpici moderni sta per essere messa all'asta. La famiglia del vincitore della corsa del 1896 ha infatti annunciato alla casa Christie's l'intenzione di separarsi dal cimelio. ATENE, 1896 - Spyridon "Spyros" Louis è stato l'uomo che è entrato per primo nello stadio di Atene, il 10 aprile 1896. Louis aveva percorso i 42 chilometri che separavano Maratona, la città, dallo stadio Panathinaiko di Atene, in poco meno di 3 ore. Leggenda vuole con l'aiuto di succo d'arancia, cognac, uova sode e ogni ben di Dio. L'eroe di casa chiese come premio un carretto e un asino per continuare la sua mansione di acquaiolo, ma ricevette anche la coppa Michel Bréal, un trofeo d'argento alto 15 cm che prese il nome dell'ideatore della corsa.

ALL'ASTA - Adesso un discendente dell'atleta, morto nel 1940, ha deciso di mettere la coppa all'asta. La casa londinese Christie's ha infatti annunciato che la coppa sarà messa in vendita per una cifra stimata tra le 120.000 e le 160.000 sterline (143-190.000 euro) il prossimo 18 aprile. Cioè 116 anni e una settimana dopo l'evento, e a poco più di tre mesi dalla partenza dei Giochi 2012. La Coppa Bréal sarà il traino all'asta dedicata ai poster e alle icone olimpiche: 179 pezzi per una stima totale di quasi 835.000 euro.

IL MUSEO - Il valore della coppa era tale per la famiglia, che in passato era stato persino negato al museo del Cio, il Comitato olimpico internazionale, il diritto di esporla. E a Losanna, infatti, c'è solo una copia. La famiglia Louis nega, comunque, che dietro la decisione di mettere in vendita il cimelio ci sia la crisi economica.



Redazione Online
8 marzo 2012 | 15:48



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Sacchetti di plastica, nuova proroga

Corriere della sera


Potranno essere commercializzati sino al 31 dicembre 2012




MILANO - I sacchetti di plastica potranno essere commercializzati sino al 31 dicembre 2012, termine entro cui il governo dovrà emanare un decreto per regolamentare le buste monouso ecologiche. Lo ha stabilito la commissione Ambiente della Camera in un emendamento al decreto sui rifiuti in Campania. Già a fine anno - sotto la spinta delle piccole aziende che producono sacchetti in bioplastica - nel decreto Milleproroghe erano spariti i criteri sulla biodegradabilità delle borse della spesa in bioplastica e le sanzioni per chi non li rispetta.

DIVIETO - Il decreto 2/2012 stabiliva che «il divieto di commercializzazione di sacchi per l'asporto merci» era prorogato fino all'emanazione da parte del governo di un decreto che definisca le caratteristiche tecniche dei sacchetti monouso ecologici. Il decreto andava emanato entro il 31 luglio prossimo, ma ora la commissione, con il parere favorevole del sottosegretario Tullio Fanelli, l'ha prorogato sino a fine anno. In più è stata spostata in avanti la data in cui scatteranno le sanzioni contro chi contravviene a questi divieti: non più il 31 luglio di quest'anno, bensì il 31 dicembre 2013. Fino a quel giorno dunque niente multe per chi viola la legge. Inoltre la commissione ha introdotto una misura per aiutare le industrie che producono i sacchetti di plastica; sono state infatti previste «forme di promozione della riconversione degli impianti esistenti», con risorse da attingere dal cosiddetto Fondo Kyoto.


L'ASSOCIAZIONE - «AssoEcoPlast esprime tutto il suo apprezzamento per il lavoro portato avanti dalla commissione Ambiente della Camera che, nonostante le resistenze del governo, quanto meno è riuscita a spostare in avanti» la data «del funerale della filiera industriale della plastica biodegradabile», portando «il settore in uno stato che al momento potremmo definire di coma», aveva affermato il 7 marzo Claudio Maestrini, presidente Assoecoplast, a proposito dell'accordo raggiunto in commissione Ambiente sui bioshopper.


Redazione Online
8 marzo 2012 | 13:55



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