sabato 10 marzo 2012

Fisco facile: la guida è un cartone sul Web

La Stampa

Quest’anno pagare le tasse potrebbe essere più facile. Una mini-guida sull’Abc del contribuente è infatti disponibile su youtube.

Lo segnala Fiscooggi.it. Un cartone animato guiderà a puntate il cittadino nei vari passaggi della dichiarazione dei redditi e sui vari argomenti tributari. Il nuovo appuntamento è stato creato per consentire ai lettori di restare sempre aggiornati nella maniera più semplice possibile. Fra un pò infatti, sarà tempo di cominciare a metterci mano. Quantomeno per i contribuenti ’da 730’. Per chi, invece, utilizza il modello Unico, l’appuntamento con la presentazione è spostato più in là.





Anonymous in azione Attaccano Trenitalia e difendono i NoTav

di -
Gli hacktivist di Anonymous tornano in azione. Target dell'attacco hacker il sito di Trenitalia, che però regge abbastanza bene l'attacco, contrastato dai tecnici.



Anonymous

Come ormai consuetudine gli attivisti pubblicano su pastebin le motivazioni del loro gesto, che sono molteplici e vanno dalla cancellazione dei treni ICN, che causa un aumento del "gap tra nord e sud e  non permette  più di viaggiare economicamente", faovrendo invece l'alta velocità e trascurando le linee destinate ai pendolari, fino ai progetti per l'alta velocità in Val Susa, "un'opera inutile" che secondo il comunicato ingoierebbe "i già esigui fondi", che potrebbero essere utilizzati per potenziare le tratte e rinnovare la flotta di treni. Gli ultimi paragrafi del comunicato sono dedicati a un chiarimento. L'attacco non è "da intendersi come azione a fini terroristici (usiamo i treni anche noi) e NON mira a colpire le infrastrutture sensibili del nostro paese". E la spiegazione del perché un attacco in giorno festivo: "Al fine di minimizzare i disagi per i fruitori dei (dis)servizi offerti da Trenitalia, in particolar modo per i pendolari".



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Pasolini, Pelosi sulla tomba del poeta: non parlo per paura. Veltroni: verità vicina

Il Messaggero

ROMA - Dopo 36 anni da quella sera di novembre Pino Pelosi, condannato per l'uccisione di Pier Paolo Pasolini, è stato sulla tomba del poeta a Casarsa nel Friuli. «Gli ho voluto chiedere scusa ma il mio silenzio, finora - dice - è stato dettato dalla paura. Ho paura a fare nomi, uno in particolare, perché per anni sono stato minacciato di morte. E comunque non li farò mai. È gente che non perdona. Ora Pasolini avrebbe compiuto 90 anni e sono andato sulla tomba a deporre un mazzetto di fiori per spiegare il mio silenzio. Magari sono persone che sono morte quelle di cui non parlo, o é morto uno in particolare, non lo so, ma non lo posso fare. Tutto quello che potevo fare l'ho fatto, parlando della 1500 scura arrivata quella sera e confermando tanti particolari. Vorrei che anche gli amici di Pasolini dessero il loro contributo di verità alla vicenda dato che tacciano da molti anni».

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Veltroni: la verità è vicina. Walter Veltroni, dopo che ieri ha presentato a Roma l'ultimo libro di Pino Pelosi “Io so ... chi ha ucciso Pasolini”, torna su twitter sulla vicenda: «In dibattito Pelosi ha ammesso che la sua prima versione sul delitto gli è stata suggerita da qualcuno e che lui non ha mai pagato gli avvocati e i periti che qualcuno suggerì alla sua famiglia. I periti erano Semerari, Ferracuti e la Carrara». Veltroni sottolinea che Pelosi ha confermato che gli assassini di Pier Paolo erano sei e di aver paura di fare uno dei nomi. «Pelosi è Pelosi, ma la verità si avvicina. Sono convinto da anni e sempre più. Ho fiducia nei magistrati che hanno riaperto il caso».


Sabato 10 Marzo 2012 - 15:51    Ultimo aggiornamento: 15:52

Investigatore privato filma amplesso di amanti: condannato

La Stampa


Anche nella ricerca della verità sulla fedeltà coniugale c'è un limite. La Cassazione ha convalidato la pena per interferenze illecite nella vita privata (sentenza 9235/12) nei confronti di un investigatore privato assunto da un marito affinchè riprendesse il tradimento della moglie. Introdottosi in casa dell’amante di lei (a detta dello "007", con il suo consenso) ha usato la telecamera riprendendo il rapporto sessuale tra la donna e l’amante e poi consegnato il filmato al marito.

Secondo la Suprema Corte si va oltre la violazione di domicilio: «nel caso della interferenza nella vita privata viene insidiata la riservatezza delle condotte individuali o sociali (dunque dei rapporti umani) che in tali luoghi si svolgono».

L'investigatore era stato condannato dal Tribunale e dalla Corte d’appello. Inutile il ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha affermato che il ricorrente, col suo comportamento, ha «violato i rapporti umani», quindi gli ha negati le attenuanti generiche data «la gravità del fatto e i precedenti dell’imputato». L’investigatore dovrà anche rimborsare le spese processuali sostenute dalla donna ripresa in casa con l’amante, costituitasi parte civile.


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Sì al tunnel per restaurare la statua equestre»

Corriere della sera


Scoperto cunicolo sotto la scultura di Vittorio Emanuele II. «Ora lo scavo archeologico»


MILANO - Gli archeologi si caleranno nel tunnel da cui sbucò l'ultimo muratore di Vittorio Emanuele II. Era il 1894: «Il cunicolo servì agli operai per serrare i bulloni e bloccare il monumento equestre con i mattoni». Il passaggio segreto è rimasto sepolto per oltre un secolo e riscoperto a gennaio durante le ispezioni dei tecnici comunali, individuato con un'endoscopia, illuminato da fasce Led, fotografato e filmato. La Soprintendenza ha deciso e nei prossimi giorni comunicherà il parere a Palazzo Marino: la statua di piazza Duomo potrà essere finalmente restaurata con uno scavo archeologico che sfrutterà il «cavedio» e consentirà un intervento «poco invasivo».

Milano sotterranea

La galleria è larga un metro per tre, nasce sotto un leone sul lato Sud e scende nel sottosuolo fino a quattordici metri di profondità: «La scoperta di questo vano - spiegano dal Comune - permette di limitare lo scavo e di eseguire il lavoro di consolidamento senza intaccare esteriormente la statua». I restauratori risaliranno ai piedi del bronzo dall'interno del basamento: «È un'operazione affascinante - commenta il soprintendente Alberto Artioli -. Recupera le tecniche d'intervento ottocentesche e non avrà alcun impatto sulla struttura». Il gruppo scultoreo, progettato dal romano Ercole Rosa, venne commissionato dal consiglio municipale di Milano nel 1878. Il costo: 100 mila lire.

Il restauro è necessario e urgente. Il monumento in onore di Vittorio Emanuele II a cavallo «non risponde a condizioni sufficienti di sicurezza statica», la pietra è lesionata e i perni in metallo sono «gravemente ossidati». Il Comune dovrebbe aprire il cantiere di riqualificazione in piazza Duomo nelle prossime settimane, per concludere il restyling a giugno. Il budget: 140 mila euro al massimo.


Armando Stella

10 marzo 2012 | 10:44



Quella città che «vive» sottoterrae la porta per gli Inferi di Dino Buzzati


Corriere della sera

Da Santa Maria delle Grazie al tunnel di Lodovico il Moro sotto Castello: potrebbe emergere qualcosa di clamoroso



MILANO - Nel sottosuolo di Milano continua a vivere, tra frammenti e storie, una città sconosciuta. Di essa periodicamente si perde la memoria. Comunque a Milano si scava sempre, sin dall’epoca romana. Nei primi tempi del cristianesimo si lavorava per le catacombe, nel medioevo per avere vie di fuga, oggi per costruire box e nuove linee della metropolitana (che, comunque, sono sempre in ritardo rispetto all’Europa). È un mondo che non si vede e sul quale scorre la vita di tutti i giorni. Se ne ha notizia casualmente. Magari durante una visita al Cenacolo di Leonardo a Santa Maria delle Grazie, luogo da cui parte un tunnel che porta al Castello: pare fosse costruito per ordine di Ludovico il Moro, che lo avrebbe utilizzato in caso d’assedio.

NEGLI INFERI
- Dino Buzzati, in una serie di articoli apparsi sul «Corriere della Sera» nel 1964 mentre fervevano i lavori per la prima linea della Metropolitana, immagina la scoperta nei sotterranei di Milano di una porta che avrebbe portato agli inferi (articolo del 1° maggio): qualcuno — supponeva lo scrittore — l’aveva oltrepassata e purtroppo di lui si sono perse le tracce. Non sono che esempi degli infiniti possibili. Per aggiungerne un altro, diremo che tra San Lorenzo e Sant’ Eustorgio correva un antico passaggio: qui ci sarebbero state le catacombe dei milanesi. E i culti dei pagani avevano i loro sotterranei: Mithra, il dio iranico che nasce in una grotta, ha lasciato tracce a San Giovanni in Conca, chiesa della quale sono visibili soltanto pochi ruderi dell’abside semicircolare in mezzo a piazza Missori.


LA CATTEDRALE - E il Duomo? Non mancano leggende in proposito. Si narra, tra l’altro, che nello spazio del coro della cattedrale milanese siano state occultate bocche di pozzi profondi e ivi sia precipitata una donna. Ogni tanto il suo fantasma appare. Si chiamava Carlina, la sposa che mai riuscì a coronare il sogno d’amore, ombra destinata a vagare per sempre in questo spazio sacro. Per tale motivo non ci si deve meravigliare del tunnel scoperto nel 2009 tra il quartiere di Stadera e l’ospedale San Paolo: è da considerare uno dei tanti. Chi conosce, d’altra parte, le fogne di Maria Teresa? Scorrono in pieno centro ma non sono note e nemmeno visitate. Diremo infine che presso le fondamenta della Biblioteca Ambrosiana c’è il centro della Mediolanum romana. Se un giorno si faranno degli scavi accurati emergerà qualcosa di clamoroso che, per ora, dorme sotto Milano.


Armando Torno
9 marzo 2012
(modifica il 10 marzo 2012)



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Interviste prima dell'esecuzione», reality choc trasmesso in Cina

Il Mattino


PECHINO - Molti piangono, una giovane donna si butta in ginocchio e chiama la mamma. Solo un uomo sulla trentina guarda dritto nella telecamera e dice: «ora vado», mentre due poliziotti lo prendono per le braccia e lo portano verso il luogo dell'esecuzione. Sono i condannati a morte cinesi che parlano con la giornalista Ding Yu, della televisione dell' Henan (Cina centrale) per il programma «Interviste prima dell'esecuzione», che va in onda il sabato, in prima serata, dal 2006, e che ha avuto fino a 40 milioni di spettatori.

Guardando e ascoltando alcune delle interviste risulta difficile spiegarsi come Ding abbia ottenuto la collaborazione delle autorità provinciali per realizzare questo «reality» agghiacciante, nel quale i condannati vengono intervistati a distanza di poche ore, in alcuni casi di pochi minuti, dall' esecuzione. Secondo la rete televisiva americana Abc il programma, che va in onda dal 2006, sarebbe stato sospeso a partire da questa settimana.

La notizia non è stata confermata nè smentita dalla televisione dell' Henan. La britannica Bbc ha annunciato che lunedì prossimo manderà in onda un documentario sul programma, allarmando probabilmente le autorità. Sembra che il programma sia stato autorizzato perchè le autorità hanno ritenuto che «Interviste prima dell' esecuzione» possa servire ad «educare» il pubblico, facendo diminuire la criminalità. Del resto è convinzione dei dirigenti politici e di buona parte dei cittadini cinesi che la pena di morte sia un atto di «giustizia» e che la paura dell' esecuzione sia utile per contenere la criminalità, un concetto ben espresso dal proverbio tradizionale che raccomanda di «ammazzare la gallina per spaventare le scimmie».

In Cina le esecuzioni capitali sono migliaia ogni anno. Il loro numero è un segreto di Stato ma secondo le valutazioni dei gruppi umanitari sarebbero tra le duemila e le ottomila all' anno. I reati per i quali la pena di morte può essere comminata sono 55, tra cui molti reati non di sangue, come la corruzione.

Alcuni dei «dead men talking» - cadaveri che parlano, il titolo di un documentario sul programma del regista australiano Robin Newell - intervistati da Ding sono giovanissimi, come un ventenne che ha ucciso la madre che gli aveva negato i soldi per giocare ai computer-game. A volte le testimonianze sono strazianti, come quella di un uomo che si rivolge dai teleschermi alla figlia per dirle che «papà è tanto dispiaciuto».

Come lo sono alcune scene, ad esempio quella di una giovane donna che piange disperatamente mentre - dall' altra parte di una vetrata chiusa - il padre la saluta agitando una mano mentre viene portato all' esecuzione. Ding Yu, giornalista giovane e bella che ha un figlio piccolo, non mostra particolari emozioni nell' intervistare uomini e donne che dopo pochi minuti saranno uccisi. Rispecchiando la morale prevalente in Cina, spesso non esita ad accusarli con severità, dicendo ad uno di loro che «è una fortuna» che si trovi in galera. «Conosco nei dettagli tante storie, ho conosciuto la realtà di tanti crimini...non è una cosa buona, ora ho troppa immondizia nel mio cuore...», ha dichiarato.

Sabato 10 Marzo 2012 - 12:21    Ultimo aggiornamento: 12:22



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E caccia al vero padre di Dalla Dago: "sacerdote-giornalista"

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Chi è il vero padre di Lucio Dalla? Secondo Dagospia un sacerdote giornalista e poeta. Tutto nasce dall’interpretazione di 4 marzo 1943


Chi è il vero padre di Lucio Dalla? Secondo Dagospia un sacerdote giornalista e poeta. Tutto nasce dall’interpretazione di 4 marzo 1943, scritta dal cantautore con Paola Pallottino alle Isole Tremiti.




Nel brano si canta di una ragazza di 16 anni che rimane incinta di un soldato alleato che poi muore in guerra. Un padre biologico come raccontano le parole: «dice che era un bell’uomo e veniva veniva dal mare, parlava un altra lingua però sapeva amare». Il vero titolo del brano era Gesù Bambino, ma fu sostituito per consentire a Dalla di partecipare al bacchettone Festival di Sanremo 1971 dove si piazzò al terzo posto in coppia con l’Equipe 84. Oltre al titolo il brano subì altre censure nel testo (la frase «e ancora adesso che bestemmio e bevo vino/ per i ladri e le puttane» fu cambiata in «e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino/ per i ladri e le madame mi chiamo Gesù Bambino» e «giocava alla Madonna» divenne «giocava a far la donna con un bimbo da fasciare»).

Nello stesso brano, il figlio della sedicenne spiega che la mamma voleva dargli il nome di «nostro Signore», e perciò anche in età adulta veniva chiamato dalla gente del porto Gesù Bambino. Se si unisce a tutto ciò il legame di Dalla con il mare, soprattutto con le Tremiti, e poi con le Diomedee, isole vicino a Manfredonia dove nacque Jole Melotti, la mamma di Lucio Dalla, è facile capire come si siano alimentate le voci - messe in giro anche da alcuni eredi dell’artista - sull’identità del padre del cantante bolognese.

La Pallottino, che nel frattempo è diventata una famosa storica dell’arte e insegnante universitaria, sembra smentire tutto con una lapidaria frase. Lei che, figlia di un noto etruscologo, iniziò a scrivere canzoni in Tunisia ascoltando Brel, Brassens e De André.Con Dalla ha scritto brani come Un uomo come me e Anna bell’Anna e di 4 marzo 1943 ricorda: «Io avevo un padre famoso e lui, poverino era un orfanello di papà; mi sembrava ingiusto e mi misi a scrivere un testo sull’assenza del padre, poi però scrivi scrivi è venuta fuori una canzone sulla madre. Tutto qua».

Secondo il sito www.musicaememoria.com/la_rai_e–le–canzoni invece 4 marzo 1943 non è per nulla autobiografica ma è uno spaccato di costume italiano, facendo notare anche che «la gente del porto non è necessariamente brutta gente, e un prete scrisse a un giornale per notare che anche lui giocava a carte e beveva vino, e non gli risultava di fare peccato». Ma se le uniche cose autobiografiche del pezzo sono la data di nascita di Lucio e la morte del padre, perché questi non potrebbe essere un sacerdote giornalista e poeta?




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Lusi, champagne e resort di lusso per la famiglia Con i soldi della Margherita

Corriere della sera

Tutte le spese dell' ex Tesoriere, spaghettini da 180 euro


ROMA - Per una settimana alle Bahamas con la moglie e altre cinque persone ha speso circa 80 mila euro. Per un piatto di spaghetti al caviale, 180 euro. E poi weekend a Londra, a Parigi, a Venezia, cene nei ristoranti più esclusivi della capitale con fiumi di champagne ad accompagnare le ostriche. Non ha mai badato a spese Luigi Lusi. Anche perché per quelle spese attingeva dai conti della Margherita, dove ricopriva la carica di tesoriere.

La magistratura romana lo accusa di aver sottratto almeno 20 milioni di euro, la maggior parte utilizzati per acquistare immobili e per ristrutturarne altri. Dimore di lusso comprate negli ultimi tre anni. È proprio in questo periodo che il tenore di vita di Lusi fa un balzo, come dimostra una relazione contabile consegnata ieri ai pm dai legali della Margherita Titta Madia e Alessandro Diddi. È il primo risultato dell'analisi affidata dal partito alla società di consulenza KPGM che ha analizzato fatture e ricevute emesse dal tesoriere dal 2006 al 2010. Si scopre così che nel 2011 il parlamentare ha pagato oltre 218 mila euro per le vacanze. E che in questi quattro anni ha effettuato prelevamenti allo sportello per un milione e 339 mila euro.

Possibile che tutto questo denaro sia finito nelle sue tasche?Possibile che nessuno si sia mai accorto di quanto usciva dalle casse del partito? «Tutti sapevano, se parlo salta il centrosinistra», ha detto Lusi a Servizio Pubblico , la trasmissione di Santoro. I vertici della Margherita hanno annunciato una querela «per rispondere con assoluta fermezza a qualsiasi tentativo di intimidazione», il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il pm Stefano Pesci lo interrogheranno di nuovo. E Luciano Neri, parlamentare della Margherita ora nel Pd chiede che Enzo Bianco e Francesco Rutelli «convochino l'assemblea e si dimettano perché non possono continuare a parlare a nome del partito».

Voli e hotel Il 5 gennaio 2011 Lusi vola a Toronto con la moglie Giovanna Petricone. Lei è nata in Canada, lì vive la sua famiglia. I due fanno anche una puntata a New York. Ma pensano anche ai parenti. E così, mentre sono all'estero, un tale Lusi B. effettua un volo Monaco-Malaga-Monaco il 7 gennaio. La coppia rientra in Italia il 12 gennaio, tre giorni dopo va a Parigi per un soggiorno di due giorni che costa circa 1.700 euro. E per la stessa cifra, due settimane dopo, si spostano a Birmingham. Agli inizi di marzo si torna a Toronto, alla fine del mese sono al Carlton di Londra. E dal 22 al 28 aprile trascorrono una vacanza da sogno presso Kamalame Cay Resort alle Bahamas. La cifra da sborsare è alta viene divisa in tre tranche da 33 mila euro, 20 mila euro, fino al saldo di 27 mila euro. Per l'annullamento di una vacanza in Montenegro a settembre Lusi paga invece una penale di 8.700 euro. Si consola neanche un mese dopo quando va in Canada con altre quattro persone e paga 14.500 euro.


C'è un'altra spesa che Lusi dovrà chiarire: riguarda soggiorni mensili presso l'Hotel Robinia di Genzano, poco distante dalla splendida villa dove vive. Dall'8 gennaio all'8 febbraio paga 1.240 euro, rinnova il soggiorno dal 10 marzo al 10 aprile per la stessa cifra e ancora dal 10 aprile al 10 maggio. Dal 1° al 6 settembre paga 240 euro, poi più nulla. Chi ha ospitato in albergo addebitando la spesa, come del resto tutte le altre, alla Margherita?

Pranzi e cene Già nel 2006, prima della fusione con i Ds e dunque quando la Margherita è ancora un partito autonomo, Lusi ha spese di rappresentanza molto elevate. Durante una cena al ristorante La Rosetta del 17 dicembre paga 240 euro per due antipasti, 60 euro per una bottiglia di vino. Un mese prima era andata peggio: 180 euro per un piatto di spaghettini al caviale. Tutto e sempre rigorosamente a spese del partito, come le tre bottigliette di Berlucchi acquistate in un autogrill e costate 60 euro. Da spiegare ci sono poi i prelevamenti di sportello da un milione e 300 mila euro. «Le cifre evidenziate - scrivono gli analisti di KPGM - mal si conciliano con un partito che in quegli anni aveva pochissimi dipendenti e - teoricamente - poche operazioni di piccola cassa». E invece Lusi prende 299 mila euro nel 2007, 326 mila l'anno successivo, 375 mila nel 2009 e 338 mila nel 2010 sempre divisi in cifre che oscillano tra i 3.800 euro e i 6.500 euro.

Fiorenza Sarzanini
10 marzo 2012 | 15:06



Lusi e la «partita che fa saltare il centrosinistra» Margherita chiama il legali:« Sta delirando»



L'ex Tesoriere accusato di aver sottratto 13 milioni al partito ha dichiarato a Servizio Pubblico di essere «un esecutore» di ordini


MILANO - «La Margherita-Dl ha dato mandato ai suoi legali di tutelare in ogni sede appropriata l'onorabilità del partito rispetto alle dichiarazioni deliranti dell'ex-tesoriere Lusi». È quanto fanno sapere i vertici della formazione politica dopo che l' ex Tesoriere, accusato di aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse della Margherita ha riconosciuto che la sua attività «era il borderline del finanziamento alla politica» e in un' intervista a Servizio Pubblico giovedì sera ha detto: «Se parlo succede un casino».

SALTA IL CENTROSINISTRA - «Questa partita è molto più grande, questa partita fa saltare il centrosinistra. E quando su di me uscirà fuori ulteriore merda che servirà a screditarmi definitivamente non ci sarà più una domanda da porsi», sono le parole di Lusi. «Io ho gestito 214 milioni di euro, ne ho lasciati 20 in cassa. Facciamo finta che ne abbia presi 7 poi ho pagato 6 milioni di tasse e arriviamo a questi famosi 13 milioni. Ne rimangono altri 181. Li abbiamo usati tutti per pagare il personale e i telefonini?» «Perchè i revisori dei conti e il comitato di tesoreria hanno sempre fatto relazioni positive sui miei bilanci? - aggiunge - È evidente che andavano bene altre cose, no?».

«ERO UN ESECUTORE» - Lusi afferma di aver finanziato l'attuale sindaco di Firenze, Matteo Renzi (che ha subito smentito) ma «è evidente che queste informazioni sono uscite da chi sta facendo le indagini o, più probabilmente, dalla guerra interna al Partito Democratico. È così. Nessuno è interessato a che io parli». «Io eseguivo ciò che mi veniva detto - aggiunge - ed evidentemente per loro ero affidabile». Le cose che Lusi eseguiva «rientrano nel border line del finanziamento alla politica. Formalmente è tutto lecito», precisa. Lo scandalo delle risorse sottratte della Margherita, secondo Lusi, nascerebbe da «un fuoco amico, figlio di una guerra vecchia, prima contro Rutelli e poi contro il Pd», non da un warning della Banca d'Italia. «Noi abbiamo sempre risposto alle segnalazioni di Unicredit - precisa Lusi - e Unicredit ha rimandato indietro le nostre risposte perchè in realtà inciuciava. Ma perchè inciuciava? Perchè qualcuno gli ha detto di inciuciare».

9 marzo 2012 | 14:15

Non trattammo noi con la mafia Forse il patto lo fecero i politici»

Corriere della sera

I carabinieri sotto accusa: «Su Ciancimino era inutile informare Borsellino»


CALTANISSETTA - I carabinieri finiti sotto accusa a Palermo per la trattativa con la mafia, e considerati poco credibili dai magistrati di Caltanissetta sulle giustificazioni date ai loro comportamenti, non si limitano a negare contatti illeciti e a rivendicare la propria correttezza. Rilanciano. Dicono che probabilmente qualche patto con Cosa Nostra ci fu, ma siglato da qualcun altro. Lo sostiene il capitano De Donno, indagato dalla Procura palermitana per attentato agli organi costituzionali, insieme al suo ex comandante Mario Mori, al senatore Dell'Utri, all'ex ministro Calogero Mannino e a un manipolo di boss mafiosi; e lo sottoscrive lo stesso generale Mori, imputato per la presunta mancata cattura di Bernardo Provenzano, ipotetica moneta di scambio della trattativa.

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Dopo Capaci Tutto nasce, nelle prospettazioni dell'accusa, dagli incontri tra Mori, De Donno e l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, avvenuti nell'estate del 1992, dopo la strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone e prima di quella di Via D'Amelio che uccise Paolo Borsellino (ma Mori continua a dire che lui vide per la prima volta l'ex sindaco solo ad agosto, e dunque dopo via D'Amelio). Secondo le Procure fu il primo anello della trattativa, alla quale Borsellino - informato non dai carabinieri ma per altra via - era contrario: per questo la sua esecuzione venne anticipata rispetto ai programmi originari dei boss. Per gli investigatori dell'Arma, invece, si trattava solo di una pista investigativa da coltivare per arrivare alla cattura dei grandi latitanti. La trattativa, semmai, la fecero altri.

Ha dichiarato il generale Mori nell'interrogatorio davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta il 13 luglio 2010, dopo che Massimo Ciancimino (così come il pentito Giovanni Brusca) aveva collocato i primi incontri tra gli ufficiali dell'Arma e suo padre Vito mentre Borsellino era ancora vivo: «Massimo Ciancimino ha un interesse a spostare tutto indietro per avere benefici processuali ed economici; Brusca, invece, parla probabilmente di altri incontri, di un'altra "trattativa"... Ciancimino (Vito, ndr ) diceva che vi era una causale politica delle stragi, e io questo lo ritengo possibile. Proprio per la matrice politica delle stragi, è evidente che molti soggetti politici avrebbero potuto trattare con la mafia. La nostra iniziativa, invece, era di polizia giudiziaria ed era assolutamente corretta».

Il problema, per gli inquirenti, è capire perché, dell'abboccamento con Ciancimino senior, i carabinieri si erano premurati di informare verso la fine di giugno del '92 l'allora capo dell'ufficio Affari penali del ministero della Giustizia Liliana Ferraro (che li invitò a parlarne con Borsellino) e non invece lo stesso Borsellino, con il quale Mori stava mettendo in piedi - a suo dire - un programma di lavoro per far ripartire l'indagine su mafia e appalti, in precedenza caduta nel vuoto. Ecco la risposta del generale: «Non parlai dei contatti con Ciancimino a Borsellino perché seppi dell'accettazione della mia presenza ai colloqui (da parte di "don Vito", ndr ) solo alla fine di luglio.

Prima non vi era ancora nulla di concreto di cui parlare. Anche se Borsellino me l'avesse chiesto, avrei detto che ancora non c'era nulla». I magistrati insistono sulla stranezza di questo comportamento, considerato che i colloqui tra il carabiniere e il magistrato proseguirono fino al 10 luglio '92. Ma Mori insiste: «Prendo atto che può apparire strano che io non abbia parlato il 10 luglio dei colloqui con Ciancimino al dottor Borsellino. Ribadisco che io ancora non mi ero incontrato con lui e non sapevo se egli avesse accettato: che senso aveva parlarne con Borsellino?».

La rottura Della ricerca di una pista per arrivare ai latitanti attraverso l'ex sindaco, il generale non fece parola con nessun altro magistrato. Né lasciò alcuna traccia negli archivi del suo ufficio. «Nessuno degli incontri con Ciancimino è stato annotato e riferito, e ciò pur tenuto conto della delicatezza dell'iniziativa, e della inaffidabilità della fonte», spiega Mori. Che poi aggiunge: «Con l'unico organo a cui potevano riferire, la Procura di Palermo, c'era una completa rottura per l'esito delle indagini mafia-appalti». Una sorta di insabbiamento, nel giudizio degli investigatori. Ma Borsellino era il numero due di quella Procura, e per gli inquirenti l'interrogativo resta senza una credibile risposta: perché i carabinieri scelsero di non informarlo?

La convinzione dei magistrati di Caltanissetta è che il giudice amico di Giovanni Falcone non avrebbe accettato l'idea di quella che certamente la mafia aveva intesto come trattativa attraverso cui cercare di ottenere qualche beneficio, e per questo ne fu tenuto all'oscuro. Quando poi lo venne a sapere attraverso la stessa Liliana Ferraro, poteva provare a mettersi d'ostacolo. Per questo Totò Riina, forse insieme a qualche «concorrente esterno» ancora ignoto, ordinò di anticiparne l'eliminazione.

I silenzi sui colloqui
Anche l'allora capitano De Donno - che vide Borsellino il 25 giugno '92, dopo aver preso i primi contatti con Massimo Ciancimino e nello stesso periodo in cui ne parlò alla Ferraro - non rivelò al giudice quella iniziativa. Affrontò solo il tema mafia-appalti. «I nostri contatti tendevano alla ricerca, ancora in fase embrionale, di una fonte qualificata in grado di darci spunti di indagine in una situazione drammatica... - ha riferito nell'interrogatorio del 5 luglio 2010.

Non ritenni utile inserire troppa carne al fuoco aggiungendo le altre nostre iniziative del tempo, tra queste i colloqui preliminari con il Ciancimino». Subito dopo assicura: «Certamente gliene avrei parlato nel successivo incontro, del resto ci lasciammo con l'accordo che ci saremmo rivisti a breve per analizzare con maggiore specificità la situazione delle indagini su mafia-appalti... Prendo atto che certamente il tema Ciancimino atteneva alla vicenda mafia-appalti, ma confermo di non averne parlato, con l'intenzione di farlo in un successivo incontro».

Come Mori, a proposito di ipotetici patti tra mafia e istituzioni, De Donno punta il dito su altri soggetti: «Forse qualcun altro, all'interno dello Stato, stava trattando... A mio avviso, se qualcuno ha instaurato un dialogo, era qualcuno che poteva garantire di poter prendere scelte. Dunque, una persona dotata di un potere che noi, di certo, non avevamo. Penso a gruppi politici o lobby rappresentative di comuni interessi... In definitiva mi sono convinto che, come diceva Ciancimino, la mafia è servita per gestire fatti politici, cioè è stata usata, ha fatto da manovalanza per fini politici».
 
Per i pubblici ministeri di Caltanissetta che hanno riaperto l'indagine sulla strage di via D'Amelio «non convince la ostinata negazione di una trattativa» da parte dei carabinieri, e concludono: «È anche probabile che altra trattativa fosse portata avanti a un livello più alto. Ma le varie trattative si intersecano indistricabilmente, portando la loro ombra ancora oggi su quei tragici eventi dei primi anni Novanta».


Giovanni Bianconi1
0 marzo 2012 | 9:13

Questione di qualità»: ecco perché la pizza di Milano è la più cara d’Italia

Corriere della sera

Bio, vera napoletana, con farine speciali: «In qualche modo giustificano un costo maggiore»


MILANO - Pizza cara? Perché è di qualità. Così rispondono i ristoratori all’articolo uscito giovedì scorso nelle pagine «Il Correre per voi - Uso e Consumo» del Corriere Milano.



Anita Nicastro, titolare di Bio Pizza in Corso ItaliaAnita Nicastro, titolare di Bio Pizza in Corso Italia

«Non è vero che i margini di profitto di chi offre la pizza nei locali sono eccessivi. Il prezzo delle materie prime è salito e così i costi di gestione, l’affitto, la luce, il personale.... sulla Margherita non si campa», sostiene Anita Nicastro, titolare di Bio Pizza in Corso Italia. Ma il punto non è solo questo: «Io non mi sogno di ridurre la qualità degli ingredienti per stare dietro a una crisi che incoraggia a utilizzare in continuazione la leva del prezzo pur di accalappiare clienti». La Nicastro parla della sua pizza come fosse una creatura: «E' nata sottile perché nella nostra visione se è più croccante, è anche più digeribile. E usiamo solo ingredienti biologici, dalla farina al pomodoro. Per l’acqua non prendiamo quella del rubinetto ma una speciale, depurata, più leggera».

Pizzeria Sibilla in via Mercato: il titolare storico Vincenzo ScaliPizzeria Sibilla in via Mercato: il titolare storico Vincenzo Scali

Stessa attenzione ai prodotti da Sibilla, in via Mercato 14: «Compro personalmente presso i miei fornitori di fiducia - dice Vincenzo Scali, da 34 anni responsabile del locale - A me la Margherita, solo per le materie prime, non costa meno di 3-3,5 euro. La faccio pagare 7, meno di così non riesco».
Antonio Tosato, Pizzeria Rita e Antonio in via PucciniAntonio Tosato, Pizzeria Rita e Antonio in via Puccini

Da Rita e Antonio, via Puccini 1, strapieno a pranzo, la pizza più semplice costa 7,50 euro. «I miei clienti pagano di buon grado perché uso mozzarella di Caserta e non surrogati, olio di oliva del Lago di Garda che non è pesante, e pomodoro pelato asciutto e non bagnato, anche se costa un po’ di più...», dice il proprietario Antonio Tosato.

Fausto Ibrahim, Pizzeria Naturale in corso di Ripa Ticinese Fausto Ibrahim, Pizzeria Naturale in corso di Ripa Ticinese

Fausto Ibrahim, egiziano, titolare di una delle varie Pizzerie Naturali, sottolinea che le catene riescono a far prezzi più bassi solo di rado: «Anche noi ci teniamo alla qualità degli ingredienti e all’atmosfera - dice -. Ogni oggetto del locale dove si consuma deve essere scelto con attenzione. Da me i lampadari sono nidi d’uccello, estrosi, le colonne in mezzo sottolineano la privacy di ogni tavolo. Ma risparmio con le tovaglie di carta. La pizza costa 5,5 euro e il coperto è gratis». Trovare un equilibrio tra prezzo e qualità del pasto non è banale, in questa fase. Chiosa Enzo Carrer, titolare della Pizzeria Dogana nella via omonima: «Quelli che propinano pizze surgelate e locali poco curati per offrire prezzi bassi non avranno vita lunga. Chi prima della crisi andava al ristorante ora va in pizzeria, e quelli che prima andavano in pizzeria ora comprano la pizza e se la mangiano a casa. Sopravvive solo chi mantiene la qualità. La vita è dura».

Ma lo è anche per i consumatori. A Milano la pizza è più cara che nel resto d’Italia. E il suo prezzo negli ultimi dieci anni è aumentato del 44%, il doppio che a Roma (+20%) o a Napoli (+24%). Sempre più salata, da noi, questa pizza. Secondo il presidente dell’Adiconsum Milano Tommaso di Buono «molti ci marciano». Primo: in base alle segnalazioni arrivate all’Associazione «spesso gli ingredienti dichiarati nei menù non coincidono a quelli davvero utilizzati». Casi tipici il filante al posto della mozzarella, la polpa in scatola e non pomodoro pachino, l’olio semplice invece dell’extravergine.

Secondo: «Capita che la spesa del servizio al tavolo non sia ben riconoscibile nei menù». Terzo: «E' vero che sul prezzo finale si scaricano le dinamiche di altri oneri, ma non si può dare la colpa solo ai costi di conduzione. A volte la manodopera è pagata pochissimo». D’accordo anche Marco Donzelli, presidente del Codacons: «Tra inflazione e speculazione il ricarico che pesa sulle tasche dei cittadini nelle pizzerie è eccessivo», dice. Secondo le stime dieci anni fa a Milano gli ingredienti per una pizza doc costavano il corrispettivo di 0,67 euro (1,71 euro se si considera anche il costo di cameriere e pizzaiolo) mentre oggi la materia prima costa 1,07, ovvero 2,42 con la manodopera.

Dato che 5,95 è il prezzo medio di una pizza, il mark up sul cliente rispetto al «prezzo giusto» è del 146%. Com’è? Dice Massimiliano Bruni, docente al Master of Management in Food&Beverage SDA Bocconi, che a Milano «chi si intende di marketing non utilizza come leva il prezzo abbassandolo per invogliare all’acquisto ma punta piuttosto sulla creatività per mantenerlo inalterato»: ad esempio la pizza bio, o vera napoletana, o con farine speciali «in qualche modo giustificano un costo maggiore». Che spesso, ma non sempre, corrisponde a migliore qualità.

DITE LA VOSTRA E voi avete provato una pizza particolarmente buona, o con difetti da segnalare? La mangiate spesso fuori, o meglio a casa? Avete trovato un servizio a domicilio degno di nota? Rispondeteci a pervoi@corriere.it, Giovedì, sulle pagine di Corriere per voi - Uso e consumo, un’indagine sui prezzi dei parrucchieri a Milano.


Elisabetta Andreis
7 marzo 2012 (modifica il 8 marzo 2012)


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Camusso: «Impegnati nel confronto ma c'è il rischio di tensioni sociali»

Corriere della sera

«Se il governo è in cerca dello scalpo dei licenziamenti più facili la risposta non è in una fiammata ma in un lungo periodo»


MILANO - «Noi siamo impegnati nel confronto» ma «se il governo è in cerca dello scalpo dei licenziamenti più facili bisogna immaginarsi una tensione sociale di lungo periodo, che non è nell'interesse del paese». Susanna Camusso non ha dubbi a riguardo.




FIAMMATA - Anche da New York, dove è impegnata con la Commissione sullo Status delle Donne, la numero uno della Cgil guarda ai problemi italiani, e in particolare alla manifestazione della Fiom di venerdì, durante la quale il segretario confederale, Vincenzo Scudiere, è stato accolto anche con fischi. «La risposta al governo - spiega in un'intervista all'agenzia Ansa - non è in una fiammata ma bisogna immaginarsi una tensione sociale di lungo periodo, che non è oggi nell'interesse del paese. È difficile dire se si è ottimisti o pessimisti».




AMMORTIZZATORI - «Allargare la copertura degli ammortizzatori sociali è il nostro obiettivo ma senza risorse non è realizzabile», ribadisce la leader della Cgil. E proprio gli ammortizzatori sono uno dei temi che hanno incentivato la manifestazione della Fiom, evento che ha mostrato «una priorità evidente, quando il più grande gruppo di metalmeccanici del nostro paese viene tenuto fuori. Il problema è quello della democrazia e del contratto nazionale di lavoro da rinnovare. Con l'aggravante determinata dalle incertezze sul piano industriale» della Fiat. Un problema italo-americano, sottolinea Camusso, ribadendo che chi si trova negli Stati Uniti «conosce bene i messaggi che vengono regolarmente dati dalla Fiat. A incentivare la manifestazione è stato il tema degli ammortizzatori sociali e non di licenziamenti più facili, con buona pace di coloro che invece li vedono come una ricetta per far crescere il lavoro».





MESSAGGIO - «Il messaggio che deve arrivare, e credo sia arrivato al governo - continua ancora - è che noi siamo impegnati nel confronto sul mercato del lavoro, anche per quanto riguarda gli elementi di cambiamento. Allargare la copertura degli ammortizzatori sociali è il nostro obiettivo». Altra priorità per il leader della Cgil è ridurre la precarietà: «in ragione dell'interesse del paese non si può pensare che si cancellino i diritti dei lavoratori. E quindi bisogna ricostruire un nuovo equilibrio, che è quello che faccia diventare la tutela della precarietà un interesse generale». «Non è riproducibile un modello come quello utilizzato per le pensioni, con il quale si toglie a chi ha, e non si dà nulla a chi verrà», spiega sottolineando chiaramente di non considerare conclusa la partita delle pensioni.

Redazione Online
10 marzo 2012 | 10:24

Quel patto segreto fra Obama e Israele sulla guerra all’Iran

di -

Il presidente avrebbe trovato l’accordo con Netanyahu Attacco rimandato a dopo le elezioni in cambio di armi


Tempo in cambio di mezzi: questo sembra essere il vero accordo segreto raggiunto fra gli Usa e Israele a Washington la settimana scorsa.
A quattr’occhi è un’altra cosa, e anche due che, come si sa, non si sono particolarmente simpatici, alla fine un punto che salvaguardi gli interessi reciproci lo possono trovare, anche quando si parla di guerra.

Così Obama e Bibi, nelle more della gigantesca convention dell’Aipac: nell’arena dei tredicimila ospiti, Netanyahu, pure fra dichiarazioni di devozione all’alleanza con gli Usa, assicura che Israele non prenderà rischi di fronte all’impellenza del rischio atomico iraniano e agirà al momento giusto; Obama dichiarandosi il migliore amico di Israele pure avverte che gli Stati Uniti hanno intenzione di ritentare ancora la strada dei colloqui e delle sanzioni. Ma ambedue sanno che, con tutta probabilità, Obama sarà rieletto e certamente dovrà avere a che fare, nei prossimi mesi e anni, con un Israele in stile Bibi, ovvero, «never again».
Da qui, dalla necessità di andare d’accordo partendo da punti di vista diversi, il patto segreto della Casa Bianca; nonostante le smentite della presidenza c’è, pare, un punto fermo raggiunto da questi due leader dotati di un ego ingombrante, di una capacità speciale di difendere i loro argomenti in ottimo inglese, di una notevole disinvoltura ma anche del senso del tempo, che è immediato, drammatico e grave a causa delle feroci mire di Ahmadinejad e degli ayatollah.


Vedi, deve aver detto Bibi a Obama, noi vogliamo andare d’accordo con voi, ma da quando gli ayatollah accumulano l’uranio arricchito a Fordo, e tutte le fonti ci dicono che il tempo mancante alla bomba è fra tre mesi e un anno, non possiamo scherzare col fuoco. Qual è la tua linea rossa? Obama ha detto forse di condividere le informazioni pessimistiche, ma di avere anche buone indicazioni sullo stato di disagio di un regime ormai spaccato in due e contestato nel profondo da una popolazione impoverita, privata dei diritti, stufa di essere vittima del fanatismo dei suoi capi, odiata da tutto il mondo. Forse in questa situazione le prossime sanzioni che bloccano il commercio e immobilizzano la banca centrale potranno finalmente portare su una buona strada, spera Obama, e ora non è il momento giusto… E qui Bibi capisce che stiamo parlando di qualcosa di fondamentale per Obama: il presidente americano sarà anche un idealista, ma certo non al punto di immolare la sua corsa elettorale, ancora sei mesi, su un attacco israeliano, una prova del fuoco di fronte alla sua opinione pubblica pacifista ma anche a quella patriottica e a quella ebraica che certamente si schiererebbero con Israele e pretenderebbero uno schieramento senza obiezioni di sorta.


Bibi ascolta, capisce, e rilancia: aspetteremo fino alla fine del 2012 se avremo in cambio le vostre nuove bombe a impatto profondo che consentano di arrivare senza fallo nel cuore degli impianti nucleari, e gli aerei che permettano il rifornimento in volo dei jet da combattimento. Obama è un politico abbastanza disinvolto da giocare senza remore sulla necessità di Israele di fermare il primo delinquente del mondo, e non si perita di chiedere di farlo, ok, ma senza impicciare la sua campagna. Probabilmente minimizza gli eventuali rischi di questa presa di posizione. Bibi d’altra parte segue una regola che si impara per prima circa le operazioni segrete di Israele, dalla distruzione del reattore di Ozirak, a Entebbe, alle eliminazioni dello sceicco Yassin e di Rantisi: fallo quando puoi e non prima, gioca solo quando hai tutte le carte in mano, quando hai i mezzi, le mappe, gli uomini pronti, quando si presenta l’occasione e hai le armi giuste.


Dunque, se Israele ha veramente bisogno di quelle «bunker buster bomb» di Obama, c’è da giurare che aspetterà. Sì, Bibi aspetterà finché può perché ha bisogno dei mezzi probabilmente promessi da Obama. Altrimenti, dovesse presentarsi un’occasione speciale di fermare la bomba di Ahmadinejad, e fosse davvero chiaro che l’operazione può avere un buon successo, la campagna di Obama aspetterà.



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Usa la coppia di spie che rubava segreti per venderli alla Cina

La Stampa

San Francisco, i due americani hanno operato per dieci anni
CORRISPONDENTE DA NEW YORK


In una elegante villetta in mattoni grigi in un sobborgo a 40 chilometri da San Francisco ha vissuto e operato per dieci anni una coppia di americani che in realtà erano agenti segreti di Pechino. La loro scoperta solleva il dubbio che la Cina disponga negli Stati Uniti di una rete di 007 camuffati da normali famiglie, proprio come aveva la Russia grazie al network di Anna Chapman, smantellato dal controspionaggio nel giugno del 2010.

Walter Liew e la moglie Christina avevano una vita simile a tante famiglie nell’area di San Francisco. Lui, americano di origine malese, aveva lavorato a un impianto locale della DuPont, il gigante dell’industria chimica, per poi mettersi nel privato. Lei, con una parte della famiglia in Cina, era conosciuta per essere una casalinga di Orinda premurosa nella cura della villetta con giardino. La comunità asiatico-americana in questa regione è molto numerosa, come assai diffusi sono gli impieghi nell’industria e nell’alta tecnologia e dunque per i vicini i Liew erano una coppia come tante altre.

Da qui la sorpresa quando, a luglio, alcuni agenti dell’Fbi hanno bussato alla loro porta per rivolgere domande apparentemente banali. I Liew li hanno fatti accomodare in salotto e hanno offerto del tè, rispondendo con calma e sorrisi a ogni quesito. Ma quando uno dei federali ha chiesto, in maniera distratta, di una cassetta di sicurezza a loro intestata in una banca cittadina, Walter ha sussurrato a Christina una frase in cinese: «Vai a svuotarla». Ciò che i Liew non sapevano era che gli agenti dell’Fbi facevano parte di una particolare unità che richiede la conoscenza del mandarino. Così sono arrivati alla cassetta di sicurezza in anticipo su Christina, trovandovi dentro i documenti su dieci anni di operazioni di spionaggio che alzano il velo sul modo di operare delle spie di Pechino. Non si tratta infatti di 007 al servizio dell’intelligence della Repubblica popolare - come Anna Chapman dipendeva dall’ex Kgb - ma di civili reclutati da una grande azienda cinese pubblica che ha versato 12 milioni di dollari in cambio di segreti industriali della DuPont sul processo di lavorazione del titanio. Una parte di questi soldi tornava in Cina, con versamenti che Christina faceva ad alcuni familiari.

Per l’Fbi è stato anche sorprendente riscontrare che le informazioni scientifiche e i disegni di macchinari relativi al trattamento del titanio riguardavano una tecnologia vecchia di oltre mezzo secolo, non considerata un segreto industriale negli Stati Uniti sebbene per la Pangang - il conglomerato industriale pubblico che pagava i Liew - evidentemente lo fosse. «Ciò che abbiamo imparato dalla fine della Guerra Fredda è che altri Paesi, avversari o amici, ci spiano sulla base dei loro interessi economici» spiega al «Wall Street Journal» Frank Figliuzzi, vicedirettore per il controspionaggio alla Fbi, richiamandosi in particolare alla penetrazione cinese attestata da numerosi episodi avvenuti negli ultimi quattro anni: nel 2008 Xiaodong Sheldon Meng viene condannato per spionaggio ai danni dell’azienda militare Quantum 3D, nel 2010

Dongfan Greg Ching è arrestato perché tenta di impossessarsi di tecnologia spaziale di Boeing, nel 2012 David Lou prova a vendere a Pechino segreti commerciali di Dow Chemical e Hanjuan Jin ammette di aver spiato ai danni di Motorola. Tali episodi hanno in comune con i Liew il fatto che le spie sono cittadini - o residenti permanenti - americani di origine asiatica, che i segreti obiettivo dello spionaggio sono industriali e che vengono venduti a Pechino attraverso grandi corporation pubbliche cinesi. spiega Lisa Monaco, assistente procuratore per la sicurezza nazionale: «Ci troviamo di fronte a un tentativo su larga scala di rubare informazioni su ricerca e sviluppo, tecnologia avanzata, scambi commerciali e materiali economici» che a volte hanno anche «aspetti militari».

Sebbene l’ambasciata di Pechino a Washington e i portavoce di Pangang smentiscano con fermezza ogni responsabilità, l’Fbi ha fatto tesoro del caso Orinda nella convinzione che potrebbero esservi in America molte altre coppie simili ai Liew.



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