lunedì 12 marzo 2012

Dante antisemita e islamofobo. La Divina Commedia va tolta dai programmi scolastici»

Corriere della sera


L'accusa di Gherush92 organizzazione di ricercatori consulente dell'Onu



Un'immagine della Divina Commedia tratta da un incunabolo stampato presso Bonino de Boninis, Brescia 1487, con commenti di LandinoUn'immagine della Divina Commedia tratta da un incunabolo stampato presso Bonino de Boninis, Brescia 1487, con commenti di Landino

MILANO - La Divina Commedia deve essere tolta dai programmi scolastici: troppi contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici. La sorprendente richiesta arriva da «Gherush92», organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti.

ANTISEMITISMO - «La Divina Commedia - spiega all'Adnkronos Valentina Sereni, presidente di Gherush92 - pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all'antisemitismo e al razzismo». Sotto la lente di ingrandimento in particolare i canti XXXIV, XXIII, XXVIII, XIV. Il canto XXXIV, spiega l'organizzazione, è una tappa obbligata di studio. Il personaggio e il termine Giuda e giudeo sono parte integrante della cultura cristiana: «Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore (da Giuda, nome dell'apostolo che tradì Gesù)»; «giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, usuraio, persona infida, traditore» (così scrive De Mauro, Il dizionario della lingua italiana).

Il significato negativo di giudeo è poi esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell'antisemitismo. «Studiando la Divina Commedia - sostiene Gherush92 - i giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un'opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti». E ancora, prosegue l'organizzazione, «nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti».

MAOMETTO - Ma attenzione. Il capolavoro di Dante conterrebbe anche accenti islamofobici. «Nel canto XXVIII dell'Inferno - spiega ancora Sereni - Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l'Islam come una eresia. Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli. L'offesa - aggiunge - è resa più evidente perchè il corpo "rotto" e "storpiato" di Maometto è paragonato ad una botte rotta, oggetto che contiene il vino, interdetto dalla tradizione islamica. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un'offesa».

OMOSESSUALI - Anche gli omosessuali, nel linguaggio dantesco i sodomiti, sarebbero messi all'indice nel poema dell'Alighieri. Coloro che ebbero rapporti «contro natura», sono infatti puniti nell'Inferno: i sodomiti, i peccatori più numerosi del girone, sono descritti mentre corrono sotto una pioggia di fuoco, condannati a non fermarsi. Nel Purgatorio i sodomiti riappaiono, nel canto XXVI, insieme ai lussuriosi eterosessuali. «Non invochiamo nè censure nè roghi - precisa Sereni - ma vorremmo che si riconoscesse, in maniera chiara e senza ambiguità che nella Commedia vi sono contenuti razzisti, islamofobici e antisemiti. L'arte non può essere al di sopra di qualsiasi giudizio critico.


L'arte è fatta di forma e di contenuto e anche ammettendo che nella Commedia esistano diversi livelli di interpretazione, simbolico, metaforico, iconografico, estetico, ciò non autorizza a rimuovere il significato testuale dell'opera, il cui contenuto denigratorio è evidente e contribuisce, oggi come ieri, a diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti. Persecuzioni, discriminazioni, espulsioni, roghi hanno subito da parte dei cristiani ebrei, omosessuali, mori, popoli infedeli, eretici e pagani, gli stessi che Dante colloca nei gironi dell'inferno e del purgatorio. Questo è razzismo che letture simboliche, metaforiche ed estetiche dell'opera, evidentemente, non rimuovono».

CRIMINI - «Oggi - conclude Sereni - il razzismo è considerato un crimine ed esistono leggi e convenzioni internazionali che tutelano la diversità culturale e preservano dalla discriminazione, dall'odio o dalla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, e a queste bisogna riferirsi; quindi questi contenuti, se insegnati nelle scuole o declamati in pubblico, contravvengono a queste leggi, soprattutto se in presenza di una delle categorie discriminate. È nostro dovere segnalare alle autoritá competenti, anche giudiziarie, che la Commedia presenta contenuti offensivi e razzisti che vanno approfonditi e conosciuti. Chiediamo, quindi, di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o, almeno, di inserire i necessari commenti e chiarimenti».


Certo c'è da chiederci cosa succederebbe se il criterio proposto da «Gherush92» venisse applicato ai grandi autori della letteratura. In Gran Bretagna vedremmo censurato «Il mercante di Venezia» di Shakespeare? O alcuni dei racconti di Chaucer? Certo è che il tema del politicamente corretto finisce sempre più per invadere sfere distanti dalla politica vera e propria. Così il Corriere in un articolo del 1996 racconta come, al momento di scegliere personaggi celebri per adornare le future banconote dell'euro , Shakespeare fu scartato perchè potenzialmente antisemita Mozart perché massone, Leonardo Da Vinci perché omosessuale. Alla fine si decise per mettere sulle banconote immagini di ponti almeno loro non accusabili di nulla.



Redazione Online
12 marzo 2012 | 19:22




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Alla ricerca del Leonardo perduto «C'è lo stesso nero della Gioconda»

Corriere della sera

Un campione trovato dietro un affresco del Vasari ha composizione chimica compatibile con il colore nero usato nella Gioconda e nel San Giovanni Battista al Louvre


FIRENZE - Clamorosa scoperta nella caccia alla Battaglia di Anghiari, capolavoro perduto di Leonardo: un campione di colore nero trovato dietro un affresco del Vasari a Firenze ha composizione chimica compatibile con il nero usato nella Gioconda e nel San Giovanni Battista al Louvre. Lo rende noto il direttore della ricerca Maurizio Seracini. Il pigmento nero è composto in gran parte da manganese e, in parte, da ferro ed è stato individuato con analisi chimiche su materiali estratti durante i sondaggi dentro la parete est del Salone dei 500 di Palazzo Vecchio dietro cui Seracini ipotizza che ci siano resti della Battaglia di Anghiari. Trovati anche frammenti di materiale rosso, associabili a lacca. Inoltre, immagini ottenute con una sonda endoscopica mostrano uno strato beige: per i ricercatori può esser stato messo solo con un pennello. Le prove emerse durante la ricerca sembrano così supportare la teoria che «La battaglia di Anghiari», si trovi proprio sulla parete est del Salone dei Cinquecento, dietro l’affresco di Giorgio Vasari «La Battaglia di Marciano». I dati a sostegno della teorica ubicazione del dipinto di Leonardo sono stati ottenuti mediante l’utilizzo di una sonda endoscopica che è stata inserita attraverso il muro sul quale è stato dipinto l’affresco del Vasari.

Alla ricerca del Leonardo perduto

IL TEAM - La sonda è stata dotata di una microcamera e ha permesso al team di ricercatori guidati dallo scienziato Maurizio Saracini, di vedere cosa ci fosse al di là del Vasari e di raccogliere campioni necessari per ulteriori analisi. Il progetto di ricerca è stato guidato dalla National Geographic Society e il Centro scientifico interdisciplinare per l’Arte, l’architettura e l’Archeologia (CISA3) dell’Università della California San Diego (UCSD), in collaborazione con il Comune di Firenze. Il lavoro condotto nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio è stato completato in collaborazione con la Soprintendenza di Firenze e l’Opificio delle Pietre Dure, il Centro di restauro italiano con base a Firenze. Utilizzando le attrezzature endoscopiche fornite da Olympus e Wolff, i ricercatori sono stati in grado di vedere il muro presente dietro la parete del Vasari e di ottenere campioni di materiale per le analisi.

LE ANALISI - I dati raccolti a seguito delle analisi chimiche, anche se non definitivi, danno modo di credere che il dipinto di da Vinci, per lungo tempo considerato essere stato distrutto a metà del sedicesimo secolo, potrebbe ancora esister dietro l’affresco del Vasari. «Questi dati sono molto incoraggianti - ha dichiarato il membro del National Geographic Maurizio Seracini, direttore e fondatore della UCSD CISA3 - Anche se siamo ancora alle fasi preliminari della ricerca e anche se c’è ancora molto lavoro da fare per poter risolvere il mistero, le prove dimostrano che stiamo cercando nel posto giusto».

Anghiari, ecco i fori della discordia

LE PROVE - Seracini e il suo team citano quattro prove a supporto dell’ipotesi che il dipinto di Leonardo si trovi dietro l’affresco murale del Vasari: 1. Un campione contenente materiale di colore nero è stato analizzato con tecnologia SEM-EDX (Microscopio elettronico a scansione con microsonda) che permette di indentificsare i compenenti chimici presenti nel campione. Il campione trovato dietro l’affresco del Vasari ha una composizione chimica simile ad un pigmento nero trovato nelle vele marroni della Gioconda e del San Giovanni Battista così come dai risultati della ricerca effettuata dal Louvre sui dipinti di Leonardo presenti nella loro collezione. 2. Frammenti di materiale rosso sono stati ritrovati e una volta analizzati si è ipotizzato siano frammenti organici che potrebbero essere associati a lacca rossa. Questo tipo di materiale non è in genere presente su pareti intonacate. 3. Le immagini ottenute tramite una sonda endoscopica ad alta definizione fanno capire che lo strato beige sul muro originale può essere stato applicato solamente con un pennello. 4. Il gruppo di ricerca ha confermato l’esistenza di un vuoto inizialmente individuato tra la parete sulla quale Vasari ha dipinto il suo affresco e il muro retrostante attraverso indagini radar effettuate nel Salone. La scoperta suggerisce che Vasari potrebbe aver voluto preservare il lavoro di Leonardo erigendo una parete di fronte all’affresco di Leonardo. Nessun’altra parete nella Salone presenta un vuoto come in questo caso.


LA RICERCA - Seracini ha cominciato la sua ricerca dell’affresco più di trenta anni fa. Negli anni ’70, Seracini notò le parole “cerca trova” dipinte nell’affresco del Vasari e cominciò a credere che si trattasse di un indizio per risolvere il mistero del Leonardo perduto. Da quel momento in poi Seracini ha effettuato scansioni laser, radar e termiche nel Salone per poter determinare che la probabile locazione del dipinto di Leonardo fosse sulla parete selezionata. Quando emerse la possibilità di effettuare un’analisi endoscopica attraverso il muro del Vasari, Seracini identificò 14 differenti aree da esplorare. A seguito di costanti consultazioni con i funzionari dell’Opificio delle Pietre Dure, sono stati resi realizzati sei punti di accesso. Che sono stati individuati dai restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure in aree che non presentavano la pittura originale del Vasari, quali crepe o aree precedentemente restaurate, per non danneggiare in alcun modo l’affresco del Vasari. I funzionari dell’Opificio delle Pietre Dure hanno realizzato i fori di accesso permettendo

al team di Seracini di effettuare l’indagine con la sonda microscopica, di vedere il muro posto dietro l’affresco e raccogliere campioni. Le analisi su questi campioni sono state compiute direttamente sui ponteggi, mediante l’utilizzo di strumenti portatili, nel laboratorio Editech con sede a Firenze e a Pontlab, un laboratorio di analisi privato di Pontedera. «La ricerca di questo capolavoro perduto di Leonardo, che alcuni considerano essere stato una tra le sue opere più significative, è un’iniziativa importante per la National Geographic Society, ed è per noi un piacere essere di aiuto agli italiani in questo importante progetto culturale», ha dichiarato Terry Garcia, vice presidente esecutivo dei Programmi di missione del National Geographic. «Siamo eccitati ed incuriositi dai promettenti risultati ottenuti in questa fase della ricerca».





LA STORIA - Nel 1503, il Gonfaloniere Piero Soderini commissionò a da Vinci la realizzazione della “Battaglia di Anghiari” nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, la sede del Governo della città di Firenze. Il dipinto rievocava la vittoria nella battaglia compiutasi nel 1440 nella pianura di Anghiari tra Milano e la Lega italiana guidata dalla Repubblica di Firenze. I fiorentini uscirono vittoriosi dal conflitto e considerati come la più importante potenza dell’Italia centrale, ristabilendo i poteri del Papa e dominando lo scenario politico dell’Italia per molti anni a venire. Da Vinci approfittò della commissione per sperimentare nuove tecniche di affresco, che non raggiunsero i risultati sperati, ciononostante questo capolavoro venne definito “la scuola del mondo”. A metà del sedicesimo secolo Giorgio Vasari, egli stesso un ammiratore dell’opera di Leonardo, allargò e rimodellò completamente il Salone e dipinse sei nuovi affreschi sulle pareti est ed ovest, forse nascondendo il capolavoro di Leonardo. Documenti autentici confermano testimonianze oculari della “Lotta per lo stendardo”, una porzione della “Battaglia di Anghiari” che era stata completata da Leonardo.

LA SOPRINTENDENTE - «Nella ricerca in corso nel Salone dei Cinquecento che, è bene ribadirlo, si sta svolgendo sulla parete giusta, il mio intervento si è sempre svolto nella salvaguardia della tutela del bene culturale e tenendo informati i vertici del Ministero per i Beni e le Attività culturali». Lo sostiene il soprintendente di Firenze, Cristina Acidini, commentando lo studio per la Battaglia di Anghiari. Acidini ha evidenziato «il coinvolgimento dell'Opificio delle Pietre Dure, che solitamente interviene solo quando è parte attiva di un determinato e condiviso programma di ricerca o di restauro, da me sollecitato e predisposto, ha incrementato il livello della tutela, assicurando alle operazioni una vigilanza assidua e competente». Inoltre ha affermato, «l'invasività del progetto è stata sicuramente molto più limitata rispetto ad altri tipi di indagini diagnostiche davvero distruttive: in taluni casi queste comportano prelievi di micro-campioni della pittura originale. Si tratta di procedure che vengono tuttavia comunemente impiegate in Italia e all'estero nella diagnostica delle pitture su tela, su tavola e murali, senza suscitare reazioni particolari».

IL SINDACO - «Chiederemo ufficialmente al ministero dei Beni culturali le autorizzazioni per rimuovere le aree dove nell'Ottocento e nel Novecento sono stati effettuati interventi di restauro sulla battaglia di Scannagallo: questo ci consentirebbe di non toccare il lavoro del Vasari e di avere una fotografia della Battaglia di Anghiari di Leonardo più precisa di quelle ottenute finora, verificando al contempo anche le sue attuali condizioni di salute». Lo ha detto il sindaco di Firenze Matteo Renzi, commentando i risultati della ricerca. Secondo Renzi l'intervento sulle aree restaurate del dipinto vasariano sarebbe possibile «fin da subito», in quanto, ha spiegato il primo cittadino, l'Opificio delle Pietre dure (l'ente del Mibac che collabora nella ricerca) ci ha lasciato una mappa completa di tutti gli interventi di restauro effettuati sulla battaglia di Scannagallo nell'800 e nel '900.

Renzi ha anche annunciato che scriverà una lettera al ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi per chiedere «tutte le autorizzazioni del caso»: «ed entro un mese - ha aggiunto Renzi - il ministro ci ha detto che verrà qui con noi sull'impalcatura nel Salone dei Cinquecento». Parlando con i cronisti il sindaco ha infine spiegato di non avere intenzione di chiedere fondi al Governo per proseguire le indagini: «Stiamo parlando di Leonardo che fa il giro del mondo - ha detto Renzi -: non abbiamo alcun problema di finanziamenti, i soldi li troviamo dai privati».

L'INCHIESTA - «Qualcosa dietro la parete c'è e bisogna andare avanti con la ricerca», si commenta da più fronti. Tuttavia sulla caccia alla Battaglia di Anghiari grava un'inchiesta della procura di Firenze, aperta dopo un esposto di un gruppo di studiosi contrari alla ricerca: le indagini devono stabilire se Seracini e gli altri hanno danneggiato l'opera visibile oggi, la Battaglia di Marciano della Chiana, dipinta dallo stesso Vasari. Per ora non risulta.

IL DOCUMENTARIO - Maggiori informazioni riguardo al progetto sono disponibili sul sito www.nationalgeographic.com/anghiari. La ricerca della “Battaglia di Anghiari” sarà argomento del documentario Leonardo: l’ultimo segreto che sarà trasmesso domenica 18 marzo in anteprima mondiale sul National Geographic Channel e il 20 marzo in Italia sul canale HD di National Geographic (Canale 403 – Sky). La trasmissione sarà disponibile in 435 milioni di case, 173 paesi e in 37 lingue.


12 marzo 2012

Feltrinelli, le ombre 40 anni dopo

Corriere della sera

Per i giudici l'editore morì dilaniato a Segrate dalla bomba che stava preparando. Ma una ferita ignorata e una perizia mai pubblicata sollevano alcuni inquietanti dubbi


MILANO - Perizie, carte, testimonianze, dichiarazioni “pesanti”, evidenze fattuali emerse di recente da altri processi sollevano pesanti dubbi sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, di cui il 14 marzo 2012 ricorrono i 40 anni. La sua fine fu liquidata velocemente come un incidente occorso all’editore durante la preparazione di un attentato al traliccio di Segrate. Certo ci fu qualcuno che allora (tra gli altri, giornalisti del calibro di Eugenio Scalfari e Camilla Cederna) parlò di «omicidio politico», ma l’ipotesi che la morte di Feltrinelli fosse stata una «messa in scena» non è mai stata vagliata sul piano giudiziario. Eppure, a distanza di 40 anni, oggi è possibile disporre di elementi che autorizzano quanto meno a sollevare forti dubbi sulla morte dell’editore e a suggerire la necessità di una rilettura più completa dei fatti di allora.

LA PERIZIA MEDICO- LEGALE IGNORATA - La prima grande fonte di dubbio risiede nelle pesanti anomalie che una rilettura globale degli atti (oggi possibile in quanto recentemente scannerizzati dal tribunale di Milano) fa emergere riguardo all’inchiesta giudiziaria sulla morte: la perizia d’ufficio è stata compiuta in senso unidirezionale, senza vagliare l’ipotesi che Feltrinelli possa essere stato aggredito prima dell’esplosione, legato al traliccio con l’ordigno e fatto saltare. Importantissima, in questo senso, una perizia completamente trascurata dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, che avrebbe potuto far aprire le indagini sull’ipotesi dell’omicidio. Si tratta della “relazione di consulenza medico-legale”, redatta da due luminari dell’epoca, il professor Gilberto Marrubini e il professor Antonio Fornari (il medico che ha dimostrato che Roberto Calvi non si suicidò, ma fu strangolato e poi appeso al Blackfriar’s bridge).

Questo esplosivo documento, mai pubblicato sinora e corredato da foto impressionanti, sin dalla prima pagina contesta l’impostazione dei periti d’ufficio, affermando: «Dobbiamo far rilevare come alcune delle lesioni riscontrate sul cadavere di Giangiacomo Feltrinelli non possano e non debbano automaticamente ed acriticamente essere ascritte ad esplosione. Così come dobbiamo far rilevare che avrebbe meritato una più accurata e particolare considerazione la valutazione della successione cronologica delle lesioni stesse». Marrubini e Fornari rilevano in primis «una grave e censurabile carenza di obiettivazioni iniziali» sul momento esatto della morte; il «vuoto di indagini che avrebbero dovuto essere condotte al momento e sul luogo in cui il cadavere venne rinvenuto«; gli «accertamenti che ai periti erano ancora consentiti, ma che comunque non furono praticati».

Quanto alla «successione cronologica delle varie lesioni», Marrubini e Fornari osservano che esse «risultano sfalsate nel tempo», mentre i periti d’ufficio, «inglobandole in un unico coacervo, ne fanno risalire la produzione, al pari della amputazione, in limine vitae», cioè all’esplosione. Un approccio che non convince Marrubini e Fornari, i quali apertamente scrivono: «Viene fatto di domandarci se antecedentemente all’esplosione non fossero intervenute altre violenze, traumatiche o di altra natura». I rilievi in sede peritale infatti «attestano, di per se stessi, come le lesioni siano in parte desincronizzate rispetto al momento dell'esplosione».

Un modo elegante per dire che Feltrinelli fu aggredito prima dell’esplosione. I due professori smontano pezzo per pezzo l’esito della perizia d’ufficio. I periti iniziavano notando qualcosa che poteva far sembrare che i polsi di Feltrinelli fossero stato legati: “La superficie estensoria del polso destro e della mano destra appare interessata da colorazione blu-nerastra, con fitta punteggiatura a tratti ricoperta da sottile crosta rossastra”. Secondo Marrubini e Fornari si tratta di «fenomeni tutti vitali», ovvero prodottisi in vita, quindi prima dell’esplosione. «Già all'ispezione esterna del cadavere, alcune delle lesioni riscontrate presentavano aspetti di evoluzione tali da non poter essere considerate come contemporanee all'esplosione». Tra le lesioni non compatibili con l’esplosione ne figura poi una in sede di «encefalo corrispondente al lobo temporale destro.» Perché una cavità orbitale era “conciata” come da pugno o percossa?




Il drammatico quadro che emerge a poco, dalle parole tecniche e asettiche dei due professori, è quello di un «pestaggio» in vita di Feltrinelli (trasportato poi sul luogo della messa in scena), o di una aggressione antecedente all’esplosione. Marrubini e Fornari incalzano nel loro ragionamento: «Sempre in tema di cronologia delle lesioni, si dovrebbe dedurre che lo sfacelo dell'arto inferiore destro fu l'ultimo atto di una serie di momenti lesivi». Un modo garbato e tecnico per dire che Feltrinelli prima fu aggredito e poi fatto esplodere sotto il traliccio. Ma c’è una ferita posteriore, sul cranio, ancora più inquietante: «Non convinti lascia pure la interpretazione dell'area fratturativa di tipo "opercolare" riscontrata in corrispondenza della rocca petrosa destra. Una lesione del genere può trovare la sua origine in un trauma contusivo, "meccanico" dunque, applicato sull'ovoide cranico: ipotesi questa verificata in concreto e ripetutamente dalla esperienza dalla casistica.» Le immagini parlano chiaro.

«La ferita lacero-contusa in sede occipito-parietale sinistra, ferita di forma stellare, a tre punte, con braccia della lunghezza ciascuna di mm. 7 circa, con bordi finemente laceri», viene attribuita dai medici legali a un’aggressione da dietro. «La ferita, per i suoi aspetti, richiama ipotesi di trauma direttamente applicato da uno strumento ad azione contusiva». Marrubini e Fornari invitano a rivedere i risultati della perizia d’ufficio: “Da questi esami - a parere di chi scrive - potrebbe discendere, come logica conseguenza, una rinnovata meditazione sui mezzi e sui meccanismi produttivi delle lesioni”. Oltre alla cronologia delle ferite, lascia perplessi il fatto che le mani dell’editore, nonostante l’eplosione, fossero pressoché intatte, quasi che Feltrinelli fosse stato legato, con le mani dietro la schiena, alla traversa del traliccio. Se l’editore fosse esploso armeggiando con l’ordigno, le mani avrebbero dovuto essere amputate dallo scoppio o quanto meno maciullate.

I SERVIZI NELLE INDAGINI SULLA MORTE- Che le attività eversive di Feltrinelli fossero «seguite» dai Servizi segreti di vari Paesi è ormai ampiamente documentato (la famiglia Feltrinelli ha acquisito ad esempio i rapporti della Cia, ormai declassificati, sul loro congiunto). Ma è recentissima la scoperta che l’ufficiale dei carabinieri, il maggiore Pietro Rossi, che condusse le indagini sulla morte di Feltrinelli, era tutt’altro che un anonimo ufficiale: era in realtà l’uomo di collegamento tra l’Arma e il Sid (Servizio Informazioni Difesa). Rossi era anche un membro del super servizio segreto denominato «L’Anello», la cui esistenza è stata documentata solo da recenti inchieste giudiziarie.

Rossi venne inviato apposta da Padova a Milano per occuparsi dell’inchiesta su Feltrinelli e «coordinare» le indagini. Nel 1978 il maggiore Rossi diventerà addirittura capocentro del Sisde a Milano. Inoltre, la Divisione Pastrengo dei carabinieri guidata dal generale piduista Giovanbattista Palumbo (già collaboratore del generale De Lorenzo all’epoca del Sifar) da cui dipendeva Rossi all’epoca delle indagini su Feltrinelli aveva creato – stando agli atti - «un gruppo di potere estremamente coeso al di fuori della gerarchia» e collegato con ambienti di estrema destra. La caserma dei carabinieri di via Moscova da dove partirono le indagini su Feltrinelli era quindi una base operativa dei Servizi e dell’Anello.

GIUDICI «SOSTITUITI IN CORSA» E PRESSIONI SULLA MAGISTRATURA INQUIRENTE- Il magistrato Guido Viola che giovanissimo (all’epoca aveva trent’anni) condusse le indagini sulla morte di Feltrinelli ci consegna una rivelazione pesante: “I carabinieri di via Moscova, guidati dal potentissimo generale Palumbo, il cui nome poi fu scoperto negli elenchi della P2 di Castiglion Fibocchi, fecero pressioni sull’allora procuratore generale di Milano, Enrico De Peppo, un conservatore (lo stesso che chiese che il procedimento sulla strage di Piazza Fontana fosse spostato a Catanzaro per motivi di ordine pubblico, ndr) perché il primo magistrato incaricato di indagare sulla morte di Feltrinelli, Antonio Bevere (oggi magistrato di Cassazione, ndr) fosse sostituito perché “troppo di sinistra”. Fu così che l’inchiesta finì in mano a me, che ero giovanissimo”. Viola lascia capire che ci furono pesanti interventi:

“Io stesso non ero soddisfatto del lavoro dei carabinieri. Poi della vicenda si occupò l’Ufficio politico della questura di Milano. Non so quanto i Servizi abbiano contato, in tutta la vicenda”. Nonostante i dubbi sollevati dalla perizia di Marrubini e Fornari, Viola chiuse l’inchiesta senza battere l’ipotesi di un “killing” ben organizzato. Il suo iter professionale successivo è stato travagliato: dopo altre inchieste importanti (Sindona) Viola lasciò la magistratura nel ’91 per divenire avvocato. Nel ’96 ha patteggiato una pena di 22 mesi per riciclaggio aggravato ed è stato radiato nel 97 dall’ordine degli avvocati. “Sui carabinieri di Milano pesava l’ombra di Palumbo e di Musumeci, poi rivelatisi entrambi della P2. Mi trovai molto meglio con la questura del dr. Allegra e con commissari come Calabresi. Non ho mai saputo se i Servizi segreti del ministero sapessero di più di quel che (la questura) mi riferiva. Certo è che i Servizi seguivano Feltrinelli: fu persino fotografato con Sibilla Melega a Oberhof”.

CHI VOLEVA MORTO FELTRINELLI- «A uccidermi sarà il Mossad», disse una volta all’amico ed ex partigiano Giambattista Lazagna. Il filone delle attività svolta dal Mossad nei confronti di Feltrinelli non è mai stato approfondito, ma le affermazioni di Lazagna secondo cui l’editore temeva di morire per mano del Mossad potrebbero essere vagliate da una nuova inchiesta giudiziaria. Come è emerso da recenti ricerche (quali il volume Mossad Base Italia, di Eric Salerno, Il Saggiatore, 2010) il Mossad in quegli anni era attivissimo in Italia, con attività che comprendevano anche il killing di veri o presunti nemici di Israele, come avvenne con l’omicidio nel ’72 dell’intellettuale palestinese Zwaiter Abdel Wail (ritenuto membro del commando di Monaco 72) ed altre morti. A guidare del Mossad in Italia erano figure come Asa Leven e Mike Harari (classe 1927), ancora oggi vivente e residente a Tel Aviv.

L’intelligence israeliana si infiltrò nel terrorismo rosso e nero. E il Mossad disponeva persino di una unità operativa a Milano, guidata dall’agente Shai Kauly, definito dall’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky «uno specialista del lavoro psicologico e del travestimento», in grado quindi di infiltrare gli ambienti vicini a Feltrinelli, considerato un pericoloso nemico perché simpatizzante (o addirittura finanziatore, secondo alcune fonti) della guerriglia palestinese, che in Italia si muoveva disinvoltamente grazie all’accordo segreto tra Moro e l’Olp. Il generale Gianadelio Maletti del Sid si spinge più in là (vedi box intervista) con una clamorosa rivelazione: l’ipotesi che vi sia il Mossad (esperto nel far saltare in aria i terroristi) dietro la morte di Feltrinelli. Anche il capo dell’Ufficio Affari Riservati, Federico Umberto

D’Amato, riteneva Feltrinelli un obiettivo da eliminare. La prima informativa dell’Uar su Feltrinelli risale al 1948, mentre nell’ottobre del ’50 l’Uar inviava un dispaccio riservato sui movimenti di Feltrinelli all’estero. L’attività di controllo dell’editore proseguiva per tutti gli anni 50 e 60, sino alla morte. Una nota dell’Uar del ’68 definiva Feltrinelli «elemento notoriamente pericoloso per le istituzioni democratiche. E per tale ragione la sua attività viene costantemente seguita». Il Club di Berna, creato da D’Amato per collegare i Servizi italiani ad altre intelligence straniere, teorizzava l’utilizzo di individui in grado di maneggiare esplosivi e dopo la morte dell’editore D’Amato rivendicò con orgoglio la guerra psicologica condotta contro Feltrinelli, attraverso la pubblicazione del provocatorio libello Feltrinelli guerrigliero impotente.

L’Uar di D’Amato fu inoltre responsabile di pesanti infiltrazioni negli ambienti dell’estrema destra ed è noto che l’editore nell’ultima fase della sua vita ebbe contatti con ambigue figure, come Carlo Fumagalli dei Mar. Ma sono molti i possibili infiltrati, i «traditori» che possono avere ordito la morte di Feltrinelli od avere collaborato ad essa: ambigue figure infiltrate nell’entourage dell’editore dal Mossad o dall’intelligence atlantica, con la collaborazione dei Servizi italiani.


Ferruccio Pinotti
12 marzo 2012 | 15:28

Anonymous attacca Equitalia e Trenitalia

Corriere della sera


Gli hacker abbattono i siti istituzionali nel finesettimana. Ai riscossori: «Ferocia inaudita», alle Ferrovie: «No alla Tav»



MILANO - Continuano le proteste dei cracker di Anonymous Italia contro i siti istituzionali. Nel fine settimana gli hacker hanno infatti attaccato i siti di Trenitalia e di Equitalia. E questi due colpi si sommano all'attacco portato mercoledì scorso al sito ufficiale del Vaticano. I cracker sono operatori informatici che si occupano di penetrare nei sistemi altrui rompendone (cracking, appunto) le difese in modo illegale.

EQUITALIA - Domenica mattina l'ultimo in ordine di tempo a essere abbattuto è stato il portale delll'agenzia: «Siete un'anomalia tutta italiana,un azienda in teoria pubblica che si occupa della riscossione di (presunti) tributi dovuti all'Agenzia delle Entrate, che attuate con una ferocia inaudita e con pratiche quantomeno opinabili. Impiegate mesi, spesso anni, per le più banali notifiche, facendo così lievitare a dismisura gli interessi dovuti», è l'accusa di Anonymous, che rimarca anche come le cartelle siano spesso errate e come il rapporto tra i blocchi attuati da Equitalia e il dovuto dal cittadino siano sproporzionati. Vengono, inoltre, rinfacciati all'agenzia numerosi suicidi.

TRENITALIA - Sabato era invece stata la volta delle Ferrovie dello Stato: già alle 6 del mattino il sito di Trenitalia ha ceduto sotto il quantitativo massiccio di richieste d'accesso. Sempre Anonymous dietro l'azione pirata (in gergo hacker il sito è andato in tango down, totale crollo). Le motivazioni di questo attacco sono da ricercare, sostengono i cybercriminali, nel regime di monopolio di Trenitalia, nella cancellazione degli Intercity notturni e nella Tav: «Che sia un'opera inutile è innegabile: la tratta attuale è utilizzata a meno del 30%», vi sono «evidenti infiltrazioni di stampo mafioso» e «la presenza di amianto e materiali radioattivi su cui non sono stati fatti sufficienti test, comporta un enorme rischio sia per chi vive sul territorio della Va di Susa (già martoriato) sia per chi ci lavorerà. Non è stato imparato nulla dal processo eternit?», recita il comunicato.

GIORNATE FESTIVE - Il pensiero "delicato" degli Anonymous è stato quello di agire durante il finesettimana «al fine di minimizzare i disagi per i fruitori dei (dis)servizi offerti da Trenitalia, in particolar modo per i pendolari». Entrambi i siti sono tornati operativi nel giro di qualche decina di minuti, ma la portata dell'operazione, secondo Anonymous, dovrebbe avere allertato le autorità.


Redazione Online
12 marzo 2012 | 13:02




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L’imprenditore “gonfia” le schede carburante: dichiarazione fraudolenta

La Stampa


Prezzi di benzina e gasolio alle stelle, ma ad un manager “gonfiare” le schede carburante, dichiarando un consumo di gasolio maggiore, è costato carissimo. Infatti, la Cassazione, con la sentenza 912/12, ha confermato nei suoi confronti la condanna per il reato di dichiarazione fraudolenta.


Il Caso


Dall’esame documentale effettuato dalla polizia tributaria sulle schede carburante incriminate, risultava una percorrenza di 1,73 Km per litro di gasolio, contro un consumo medio dichiarato dalla casa costruttrice pari a 15,6 Km/l. In più, le stesse schede riportavano rifornimenti effettuati in date di chiusura dell’impianto di distribuzione che non aveva un erogatore “self service”. La conseguenza? Condanna in primo e secondo grado per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

Nel ricorso per cassazione presentato dall’imputato viene dedotto che l’affermazione dell’inesistenza della documentazione fiscale (o delle operazioni) è frutto di presunzioni della Guardia di Finanza procedente. Inoltre, viene contestata l’imputazione perché, secondo il ricorrente, il fatto contestato avrebbe dovuto essere inquadrato nella fattispecie della dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici «con conseguente assoluzione dell’imputato in quanto i limiti di importo ivi indicati non risultavano superati», e non nella fattispecie della dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

I giudici di legittimità, come i colleghi di merito, evidenziano che la grande discrepanza tra consumo di gasolio dichiarato dal manager e quello dichiarato dalla casa produttrice, il fatto che i tre gestori dell’impianto di distribuzione abbiano disconosciuto le sigle apposte sulle schede e l’assenza del “self service” presso l’impianto - così da rendere impossibile il rifornimento nei giorni di chiusura – sono «dati incontrovertibili che i giudici del gravame hanno correttamente valutato anche con riferimento alla qualificazione giuridica del fatto», inquadrabile certamente, «stante l’oggettiva ed accertata inesistenza delle operazioni documentate», nella fattispecie più grave prevista dall’art. 2 del d.lgs. 74/2000 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti). Il ricorso, infatti, viene dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del procedimento e della somma di euro 1.000 in favore della Cassa delle ammende.


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Cybercensura, agguati e virus-spia Così si combattono i nemici del web

La Stampa


Reporters Senza Frontiere pubblica l'elenco dei paesi canaglia: dalla Siria a Cuba fino ai nuovi ingressi India, Bahrein e Kazakistan. E lancia un kit di sopravvivenza digitale per evitare le trappole


Filtri sui contenuti, software spia, agenti infiltrati nei social network. In occasione della Giornata mondiale contro la cyber-censura, il 12 Marzo, Reporters Senza Frontiere pubblica un nuovo elenco dei «Nemici di Internet» e dei paesi «sotto sorveglianza» e aggiorna il suo kit di sopravvivenza digitale.

Il 2011 «resterà nella storia come un anno di una violenza senza precedenti» contro i blogger e i cittadini attivi in Rete, con la morte di cinque di loro e oltre 200 arresti, spiegano dall’associazione, che mette online la lista dei paesi che violano i diritti dei netizens: i nuovi ingressi sono il Bahrein e la Bielorussia, che si aggiungono a Cuba, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Alla fine di un 2011 difficile finiscono sotto la lente anche India e Kazakistan. Le accuse: accesso vietato alla rete, filtraggi pesanti, controlli per individuare i cyber dissidenti e propaganda on line.

Dopo gli attentati di Bombay del 2008, le autorità indiane hanno rafforzato la sorveglianza su internet e di fatto, la politica di sicurezza nazionale della più grande democrazia del mondo indebolisce la libertà d`espressione in rete e la protezione dei dati personali degli internauti. Il Kazakistan, il regime ha bloccato alcuni siti internet, interrotto le comunicazioni intorno alla regione di Janaozen nel momento delle proteste e imposto nuove regole liberticide per la rete. Buone notizie da Venezuela e Libia, che escono dalla black list.

«I netizens sono Stati al cuore dei cambiamenti politici che hanno coinvolto il mondo arabo. Hanno tentato, al fianco dei giornalisti, di bloccare la censura, ma dall’altra parte, hanno pagato un prezzo altissimo» denuncia l’associazione, che spiega come i giornalisti «dovrebbero prendere speciali precauzioni quando si trovano in zone di guerra o in regioni problematiche perché non basta più il giubbotto antiproiettile» e rilancia l’idea di un kit di sopravvivenza digitale per cifrare le informazioni, anonimizzare la comunicazione e, se necessario, aggirare la censura.



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Andate in rosso un giorno? Vi costa 50 euro

Corriere della sera


È quanto si può arrivare a pagare se si sfora sul conto di 500 euro. E per un mese si toccano i 76 euro A pesare sono le spese sullo scoperto. E in Parlamento si è aperta la battaglia



Scoperta dell’anno: lo scoperto di conto costa moltissimo, fino a 50 euro se si sconfina di 500 euro per un solo giorno. E a incidere, più che i tassi, sono le variegate e poco trasparenti commissioni sullo sconfino. Sono quelle che hanno sostituito le vecchie commissioni sul massimo scoperto, cancellate dal decreto Bersani, rientrate dalla finestra con altri nomi («Commissione Manca Fondi», «Commissione Immediata Disponibilità Fondi»...) e che ora il decreto Liberalizzazioni, al vaglio del Parlamento, vorrebbe eliminare nuovamente.


Il caso Cassa di Saluzzo

Sono costi disomogenei ed elevati: per dire, i 15 euro al giorno chiesti dalla Cassa di Risparmio di Saluzzo a chi sfora per più di 250 euro, in aggiunta ad altri 70 euro al trimestre, comunque dovuti. O i 50 euro trattenuti in automatico (con tetto di 100 euro al trimestre) ogni volta che c’è uno sconfino in assenza di fido da Mps e Bnl (dato massimo, vedi tabella). O, ancora, i 2,25 euro al giorno, ogni mille di rosso (con il limite di 150 euro a trimestre), chiesti da Unicredit per gli sconfini sopra i 50 euro. Non stupisce, insomma, che l’Abi, l’Associazione bancaria italiana presieduta da Giuseppe Mussari — i cui vertici si sono dimessi per protesta proprio contro l’abolizione delle commissioni sullo scoperto — , stia ora facendo di tutto per mantenere queste spese, aggiuntive rispetto a tassi già elevati.

Certo, lo sconfino per le banche può essere un onere contabile e comportare maggior lavoro, soprattutto se il cliente non è affidato. Ma che sia per loro anche un buon introito è evidente, come rivela l’indagine condotta la scorsa settimana dall’università Bocconi (équipe di Stefano Caselli, docente di Economia degli intermediari finanziari) per il Corriere Economia, fra le prime sei banche italiane (clicca per vedere i dati in tabella). Due i casi analizzati, lo sconfinamento extra-fido e quello in assenza di fido: nel primo caso, i tassi nominali variano fra il 13,5% (Intesa) e il 16,6% (Unicredit), nel secondo toccano il 17% (Intesa Sanpaolo, che però qui non applica la commissione extra- fido). Si paga di più se non si ha il fido, insomma: meglio chiederlo (e, magari, invece che andare in rosso, meglio ancora aprire un prestito, dove i tassi oscillano fra l’11% e il 14%). Ma i saggi d’interesse citati sono poco indicativi, se separati dalle commissioni.

Quanto si spende


Secondo l’indagine Bocconi, se non si ha un fido e si va in rosso di 500 euro per un solo giorno, si spendono 50,23 euro con il Montepaschi e 25,19 euro con Bnl: due banche che applicano la commissione fissa (fino a 50 euro, senza contare l’eventuale abbattimento da soglia d’usura). Che scatta comunque: paradossalmente, conviene ammortizzarla restando fuori dal fido più a lungo. Poca è difatti la differenza se si sta in rosso di 500 euro per un giorno o per una settimana: qui il costo massimo è di 51,6 euro (sempre Mps), e 26,31 euro in Bnl. Se lo sconfino dura un mese, invece, si arriva a spendere 74,42 euro con Unicredit, seguito da Intesa Sanpaolo con 67,08: due istituti che applicano la commissione giornaliera (cresce con il numero dei giorni di scoperto). La più conveniente è qui la Popolare Milano (6,88 euro per un mese di scoperto), che nell’ipotesi considerata non risulta applicare commissioni. E se si ha il fido, ma per disgrazia lo si supera? Per 500 euro di rosso si spende la metà (ma sempre molto): 25,19 euro al massimo se si sconfina per un giorno e 26,31 per una settimana (in entrambi i casi con Bnl).



Se si sfora per un mese, la cifra sala a un massimo di 74,42 (Unicredit). Il punto è: in questo ginepraio di commissioni, come si può capire quanto si spenderà? Difficile. Per di più, sui fogli informativi, tassi e condizioni sono spesso spariti. «Per i clienti privati la trasparenza sostanziale è ancora molto bassa — dice Caselli —. Ci vorrebbe un tasso e basta, senza commissioni: se sconfini paghi questo. Sia alto o basso, non importa: l’essenziale è che ci sia un solo indicatore di prezzo, comparabile. Inoltre bisognerebbe, per equità, differenziare le condizioni sullo scoperto in funzione della giacenza e della ricchezza del cliente». Anziché chiedere il mantenimento delle commissioni, le banche potrebbero insomma includerle nel tasso: sarà poi il cliente a decidere se l’offerta gli interessa, o no. «La commissione va inserita nel tasso e le commissioni abolite — concorda Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, che sulla commissione di massimo scoperto ha in corso una class action con Intesa Sanpaolo, udienza il 16 marzo a Torino.



È comunque chiaro che non è vero che si sta chiedendo alle banche di lavorare gratis sugli scoperti, la retribuzione c’è». L’avranno vinta le banche? Si vedrà a breve. Intanto, le commissioni vengono fatte pagare: nel caso, verranno restituite ai clienti, assicura, per esempio, Intesa Sanpaolo. Che, nell’attesa, sta studiando un mini-fido da mille euro, per chi fatica ad arrivare a fine mese. Perché ieri i clienti si vergognavano ad andare in rosso, «ma ora le condizioni sono cambiate».


Alessandra Puato
12 marzo 2012 | 16:14



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Il superchef d'America condannato a restituire cinque milioni di mance

Corriere della sera


Mario Batali sconfitto con il socio Bastianich dai camerieri. L'azione legale partita da due dipendenti del ristorante «Babbo»



Dal nostro corrispondente Alessandra Farkas



A sinistra Joseph Bastianich e a destra Mario BataliA sinistra Joseph Bastianich e a destra Mario Batali

NEW YORK - Lo scorso novembre Mario Batali era stato costretto a chiedere ufficialmente scusa ai finanzieri di Wall Sreet che minacciavano di boicottare i suoi esclusivi ristoranti dopo che aveva osato dichiarare al settimanale Time che «l'avidità accentratrice dei banchieri pigliatutto che oggi controllano la ricchezza è paragonabile al male arrecato al mondo da Stalin e Hitler».

Quattro mesi più tardi i ruoli si sono invertiti ed è il 51enne superchef a finire sulle prime pagine dei giornali, non solo finanziari, per uno scandalo che secondo gli addetti ai lavori getta luce sul lato oscuro di un mondo, quello dei celebrity chef, i maghi dei fornelli, che nell'era di Food Network (il canale televisivo «tutto cibo» 24 ore su 24) hanno raggiunto un'influenza e ricchezze giudicate «eccessive».

Alcuni giorni fa Batali e il suo socio in affari Joseph Bastianich, figlio di Lidia, hanno firmato un accordo extragiudiziario che gli impone di pagare oltre 5,25 milioni di dollari ai loro oltre 1.100 dipendenti come risarcimento per aver fatto per anni la cresta sulle mance di camerieri e barman in ristoranti come «Babbo», «Del Posto», «Casa Mono», «Bar Jamón», «Esca», «Lupa» e «Otto», tutti a Manhattan.


La class action è stata avviata nel 2010, quando Stephanie Capsolas e Hernan Ricardo Alvarado, rispettivamente cameriera e addetto alla cucina del famoso ristorante «Babbo» del West Village di Manhattan, hanno sporto denuncia insieme con altri 117 colleghi.

Dal luglio 2004 al febbraio 2012, secondo i documenti stilati dall'accusa, i due avrebbero regolarmente sottratto tra il 4 e il 5% dalle mance ricevute dai loro impiegati per le bevande alcoliche, usando illegalmente quei fondi «rubati» per pagare gli stipendi dei loro sommelier. Interpellata dal Corriere , Lidia Bastianich si trincera dietro il «no comment». «Su ordine del tribunale le parti sono tenute alla massima discrezione», rivela l' Huffington Post , secondo cui la «clausola di confidenzialità del patteggiamento stipula che né il querelante né il querelato possano comunicare in merito al caso con qualsiasi tipo di media, cartaceo o elettronico».


Ma sui blog culinari la vicenda è da giorni un tormentone. «È la riprova che i ricchi sono più disonesti», punta il dito su un forum del Los Angeles Times che accusa Batali, figlio di una canadese di origine francese e di un italo-americano di essere «il classico bullo mafioso». La sua immensa ricchezza in America è d'altronde nota a tutti.

Grazie al suo impero enogastronomico che include 17 ristoranti tra New York, Los Angeles e Las Vegas, Batali è finito nella top 10 degli chef più ricchi al mondo compilata da Forbes . «Il fatto che un uomo tanto ricco possa rubare ai suoi camerieri è vergognoso, arrogante, disonesto e imperdonabile», tuona sul suo blog Padre Alex Kennedy, docente all'Università di Tulsa. Il risarcimento record sborsato da Batali e Bastianich rischia di avere un effetto mediatico negativo anche su Lidia, tra i soci, con Oscar Farinetti, del negozio Gourmet «Eataly» nel Flatiron District.

Lo scorso agosto lei stessa era finita sulle prime pagine dei tabloid quando la triestina Maria Carmela Farina le aveva fatto causa per 5 milioni di dollari per essere stata «truffata, sfruttata e tenuta in una situazione di schiavitù». «Le offrì di trasferirsi a New York per farle da assistente nel suo programma tv di successo», spiega il suo avvocato Paul Catsandonis, «ma una volta a New York la costrinse a fare la badante a tempo pieno di una 99enne il cui marito prima di morire le aveva chiesto di avere cura della moglie». In cambio Oscar Crespi avrebbe regalato a Lidia la sua casa.


Alessandra Farkas
12 marzo 2012 | 10:29



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E io non sarei zia di mia nipote?

Corriere della sera

di


Di solito, quando lo spieghi, la risposta è: “Ma va’!” (In alternativa: “Non è vero”). Eppure è (ancora) così: in Italia i bambini che nascono da genitori non sposati non hanno parenti, se non i genitori e (forse) i nonni. “E io non sarei zia di mia nipote? E perché?” Perché la legge è (ancora) così. Un bambino su quattro nasce da coppie non sposate. Il doppio di dieci anni fa. Il secondo rapporto sulla coesione sociale realizzato da Istat, ministero del Lavoro e Inps testimonia a una volta di più il profondo cambiamento in essere nella società italiana. Ma se si può comprendere (che non significa, condividere) la difficoltà di arrivare, per esempio, alla regolamentazione dei diritti dei conviventi, non si capisce perché resista in Italia la differenza tra figli legittimi, cioè nati nel matrimonio, e figli naturali, nati appunto da coppie non sposate.


Già la diversa parola usata (“legittimi” versus “naturali”), sarebbe sufficiente a spingere ad approvare quella modifica, più volte tentata, che unifichi una volta per tutti i figli. Ma nel diritto le parole hanno un loro significato. E così, seppur molto avvicinatisi nel tempo, figli legittimi e figli naturali non sono ancora la stessa cosa a fini legali. Infatti, i figli naturali hanno dei genitori, ma non hanno zii e cugini e non sono neanche fratelli tra di loro seppur nati dagli stessi due genitori.


“Il riconoscimento che la condizione dei figli è la medesima rispetto ai genitori non impedisce che rimanga un’area di disparità di trattamento tra figli naturali e figli legittimi: quella del rapporto con i parenti di ciascun genitore – spiega Maria Dossetti, a lungo docente di Diritto di famiglia all’Università di Milano e autrice di numerose pubblicazioni in materia – La rilevanza giuridica della parentela naturale è stata circoscritta dal legislatore a situazioni specifiche e non ha assunto carattere di principio generale. La recente legge sull’affidamento condiviso segna, però, una inversione di tendenza, poiché prevede che il figlio minore abbia il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, anche dopo la separazione tra i genitori coniugati o la cessazione della convivenza more uxorio. Sembra ormai giunto il momento, per il legislatore, di rimuovere ogni forma di discriminazione tra i figli, assumendo eventualmente, come punto di partenza, i progetti di legge già presentati in Parlamento”.


Lo scorso giugno, la Camera aveva approvato (presenti 477,  476 sì, 1 astenuto,  nessun voto contrario) la modifica al codice civile stabilendo che “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. Poi la normativa si è persa per strada, insieme alla caduta del governo Berlusconi. “Il sito internet del Senato informa che a oggi non è ancora iniziato l’esame del progetto assegnato alla 2° Commissione permanente (Giustizia) in sede referente in data 5 luglio 2011”, sottolinea Anna Danovi, avvocato matrimonialista a Milano e presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia. Che evidenzia alcuni aspetti importanti di cui tenere conto. “Il ddl si propone di raggiungere tre obiettivi fondamentali:



1) eliminazione degli status di figlio naturale e di figlio legittimo, con un unico status di figlio,

2) introduzione di un procedimento giurisdizionale ad hoc per l’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio, modellato su quello della separazione e del divorzio,

3) riconoscimento del diritto del minore “che abbia compiuto gli anni 12, e anche in età inferiore ove capace di discernimento, di essere ascoltato per tutte le questioni e procedure che lo riguardano”.


Danovi sottolinea in particolare un punto: il procedimento. Tema molto delicato. Oggi, infatti, la competenza per l’affidamento dei figli naturali è affidata al Tribunale dei minorenni, al contrario dei figli legittimi il cui affidamento è deciso dal Tribunale ordinario. Ma i due Tribunali hanno riti processuali diversi: “Il codice di procedura – dice Danovi – precisa che davanti al Tribunale dei minorenni il rito è quello camerale, la cui disciplina è tuttavia notoriamente sintetica e non delinea con precisione la scansione dell’iter processuale, prestando il fianco a numerosi problemi pratici e di fatto ancora rimettendo all’interpretazione di ciascun singolo foto l’effettivo svolgimento del giudizio”.



Il ddl approvato dalla Camera e che dovrebbe ora affrontare la discussione del Senato, introduce un nuovo rito, sempre di tipo camerale, ma modellato su quello della separazione e del divorzio. “Nel testo attuale – conclude Danovi – è certamente apprezzabile l’obiettivo di dare certezza a una materia non totalmente plasmata, tuttavia l’introduzione di un ennesimo rito speciale non va verso la semplificazione processuale – peraltro strettamente collegata alla certezza del diritto -. Meglio sarebbe introdurre un corpus normativo ad hoc intestato al procedimento uniforme per la giustizia minorile, ragionando in maniera organica”. Ha ancora un senso secondo voi la divisione tra figli legittimi e figli naturali?




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Scippi e truffe in piazza Duomo Il trucco della foto con i piccioni

Corriere della sera


Decine di turisti caduti nella rete di un gruppo di maghrebini. Vigili urbani in borghese presidiano la zona: effettuati i primi arresti


È una scena della scorsa settimana,
quattro di pomeriggio, due turisti giapponesi in piazza del Duomo, un ragazzo maghrebino che s'avvicina e offre granturco per attirare i piccioni, si radunano altri giovani, uno prende la macchina fotografica dei visitatori, scatta qualche foto con la cattedrale sullo sfondo. Qualche metro più in là ci sono due vigili del «Nucleo operativo centro», sono in borghese, hanno i cappucci delle felpe sulla testa per ripararsi da una pioggia leggera, si concentrano sul gruppetto dei ragazzi maghrebini radunato intorno ai turisti. È il momento di pagare il «servizio granturco-foto», la donna giapponese tira fuori il portafogli, qualche momento di contrattazione sul prezzo, la turista è un po' spaesata, non capisce bene le richieste, estrae una banconota da 50 euro. Succede tutto in pochi secondi: un ragazzo le strappa il denaro di mano, lei urla, i quattro iniziano a correre, si disperdono tra i passanti. I vigili li seguono, si concentrano su quello che ha preso i 50 euro, dopo qualche centinaio di metri lo bloccano, in via Torino.


False cortesie per turisti

L'ultimo arresto non è un episodio isolato, racconta invece dei pericoli, tra scippi e piccole truffe, che i turisti corrono proprio di fronte al Duomo. Là sulla piazza dove, da qualche mese, si trascina una difficile convivenza tra i due gruppi che «accolgono» i turisti: da una parte i ragazzi maghrebini che offrono granturco per le foto; dall'altra i senegalesi che vendono braccialetti. Si aggirano sulla piazza, si conoscono perché sono sempre lì, tutto il giorno, ma diffidano gli uni degli altri e ogni tanto un approccio sbagliato a un turista di passaggio può scatenare delle liti. Lo scontro più grave è avvenuto prima di Natale. Anche qui due donne giapponesi vengono circondate da ragazzi che offrono il granturco per attirare i piccioni, scattano le solite foto, ma provano ad ottenere una cifra esagerata. La turista prende qualche banconota, i giovani maghrebini chiedono di più, si rendono conto che la signora ha molto denaro e provano a farsi consegnare più di cento euro. Lei discute, si rende conto che la stanno truffando, si spaventa ma resiste, le richieste si fanno sempre più pressanti.



È a quel punto che si avvicina un ragazzo senegalese, uno dei venditori di braccialetti, che si accorge di cosa sta accadendo e si mette di mezzo, affronta uno dei maghrebini e gli dice: «Smettila, lascia perdere la signora, ti dà quello che vuole e non le chiedere di più». È un gesto che non viene tollerato, iniziano gli spintoni, le offese, il ragazzo senegalese, come la maggior parte dei suoi connazionali, è alto e grosso ma tranquillo, pacifico, magari un po' insistente nelle sue proposte di vendita, ma sempre corretto e sorridente con i passanti. In questo caso non sopporta che qualcuno provi ad estorcere una somma spropositata a una turista sprovveduta. A quel punto, dopo qualche spinta più violenta, uno dei maghrebini prende un sasso da terra e glielo scaglia sulla testa. Il ragazzo senegalese ha una ferita, si inginocchia a terra e comincia a sanguinare.


Anche quel giorno i vigili in borghese del «Nucleo operativo centro» sono di pattuglia nella zona del Duomo, sentono le urla, appena si rendono conto della lite iniziano a correre e poco dopo riescono a fermare ed arrestare l'aggressore. È un egiziano e ha precedenti per spaccio di droga, proprio come lo scippatore di 22 anni fermato la settimana scorsa. Non è solo un caso, perché molti dei ragazzi maghrebini che offrono granturco in piazza del Duomo hanno un passato da pusher . Quello che non si può forse chiamare «capo», ma è di certo il personaggio con più personalità, una sorta di referente degli altri, è stato un pugile e si aggira sempre davanti al Duomo. Anche lui alla ricerca di turisti, che spesso sono costretti a «sganciare» più di qualche moneta. E non denunciano l'inganno.


Gianni Santucci
12 marzo 2012 | 11:35


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I "segreti" di Fatima




E’ bene precisare che nonostante si parli comunemente di tre segreti in realtà il segreto di Fatima è unico. Si tratta di un messaggio diviso in tre parti, di cui la prima riguarda la visione dell’inferno, la seconda parte la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato, la terza parte l'invito alla Penitenza e il sacrificio dei martiri della Chiesa.


Nel 1941 Suor Lucia - su richiesta del suo vescovo Mons. José Alves Correia da Silva - scrisse un resoconto delle apparizioni. In questo resoconto Suor Lucia spiegava che il segreto affidatogli nell’apparizione del 13 luglio 1917 constava di tre parti distinte, la terza delle quali non poteva però essere ancora svelata. Suor Lucia affidò al Vescovo le prime due parti del segreto e queste furono rese pubbliche dal Santo Padre nel 1942, in occasione della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria.


La terza parte venne scritta da Suor Lucia il 3 gennaio del 1944 e quindi affidata al Vescovo di Leiria che la consegnò a Papa Pio XII. Il terzo segreto, su indicazione di Suor Lucia, avrebbe dovuto essere rivelato al mondo dopo il 1960, ma Papa Giovanni XXIII, che era in carica in quel periodo, non ritenne opportuno renderlo pubblico e lo stesso fecero anche tutti i suoi successori; fino a Giovanni Paolo II che, a sorpresa, il 13 maggio 2000 – in occasione della beatificazione di due dei veggenti di Fatima, Giacinta e Francisco Marto – dichiarò di aver incaricato la Congregazione per la Dottrina della Fede di farlo tradurre e divulgare.


Il 26 giugno 2000 la terza parte del segreto è stata presentata ufficialmente dalla Chiesa al pubblico accompagnata da un commento teologico pastorale del Prefetto della Congregazione stessa, il cardinale Joseph Ratzinger. Ecco riportate qui di seguito le tre parti del segreto di Fatima. Le prime due parti sono tratte dalla "terza memoria" del 31 agosto 1941. Suor Lucia descrive in questi termini la visione dell’inferno che le venne mostrata il 13 luglio 1917:




PRIMA PARTE



"La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell'incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura. 


I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del Cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in Cielo (nella prima apparizione), altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore". I bambini rimangono spaventati dalla visione e come per chiedere aiuto alzano gli occhi alla Madonna la quale, rivolgendosi ad essi con bontà e tristezza, dice:


SECONDA PARTE



"Avete visto l'inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un'altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. 


Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede, ecc. [aggiunta di suor Lucia contenuta nella quarta memoria]".


La Vergine conclude con l’avvertimento di "non dire questo a nessuno, tranne che a Francesco". Suor Lucia credette di riconoscere il "gran segno" a cui si fa riferimento nel segreto, nella straordinaria aurora che illuminò il cielo nella notte fra il 25 e il 26 gennaio del 1938 (dalle 20.45 alle 0l.l5, con brevi intervalli). Segue la lettera consegnata nel 1944 al Vescovo di Leiria con la quale Suor Lucia ha rivelato la terza parte del segreto:


TERZA PARTE



" J.M.J.


La terza parte del segreto rivelato il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria-Fatima.
Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre. Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! 


E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto 


alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

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Fotocopia del testo originale della prima e seconda parte del segreto, nella redazione fatta da suor Lucia nella "terza memoria" del 31 agosto 1941 (destinata al vescovo di Leiria-Fatima)






Fotocopia del testo originale della terza parte del segreto






L’ordine del sindaco "Vietato morire"

La Stampa

Burocrazia e pochi soldi: da 48 anni Falciano è senza cimitero



Nessuna speranza di essere tumulati degnamente, se non dopo che uno dei loculi di Carinola venga liberato


ANTONIO SALVATI
falciano del massico (ce)


A dirla tutta, qui non ci pensa nessuno a morire. Eppure dal 5 marzo scorso su tutto il territorio comunale «è fatto divieto ai cittadini residenti, o comunque di passaggio, di oltrepassare il confine della vita terrena per andare nell’aldilà». Benvenuti a Falciano del Massico, il paese della provincia di Caserta dove è vietato morire. Un ordine perentorio, quello messo nero su bianco dal sindaco della comunità, poco meno di 4 mila anime ai piedi del gruppo del monte Massico. Giulio Cesare Fava è cardiologo di professione e la fascia tricolore l’ha indossata nel maggio del 2007. Una vittoria la sua, a capo di una lista civica di centrosinistra, ottenuta con una manciata di voti in più rispetto al suo sfidante.

In paese il fatto di essere «obbligati» a non morire piace. E tanto. Anche perché, se qualcuno proprio si trovasse nelle condizioni di dover disobbedire, non saprebbe nemmeno dove farsi tumulare. Il problema è proprio questo. A Falciano del Massico non esiste un cimitero. O meglio il camposanto c’è, ma è di proprietà del comune vicino: Carinola. Una storia che va avanti dal settembre del 1964, quando Falciano divenne un Comune autonomo. «L’errore è stato fatto - spiega il sindaco - quando chi ha eseguito la divisione del territorio non si è accorto che doveva includere anche una parte del cimitero». Così, da allora, per seppellire i propri cari occorre cercare un loculo nei comuni vicini. Certo, non morire sarebbe meglio, ma costruire un cimitero nuovo o allargare quello che già c’è sembra un’ipotesi più percorribile. «Il primo progetto - prosegue Fava - redatto dalle precedenti amministrazioni, costava circa 14 miliardi delle vecchie lire, troppo per una comunità piccola come la nostra». Cimitero moderno, quello che doveva nascere, con tanto di chiesa con cupola in rame, forni crematori e cappelle per gli altri culti.

Per questo si optò per un più accessibile project financing per allargare il cimitero già esistente. Si costituì così un consorzio proprio con il comune di Carinola. Era il 1993. Ma da allora non sono stati fatti passi in avanti. «Anche perché ci fu una delibera che investiva il comune di Carinola della rappresentanza di Falciano, anche nella stipula dei contratti - racconta il primo cittadino - Così noi non siamo mai stati avvertiti delle vicende che riguardano l’opera di allargamento del cimitero». Per questa ragione Fava ha deciso di uscire dal consorzio e di iniziare a costruire un cimitero nuovo. Prima però, si è cautelato. Ordinando ai suoi concittadini di non morire. «La mia è una provocazione. Però la situazione ormai è al collasso. Che dice la gente? C’è stata una vera e propria sollevazione popolare. Gli abitanti hanno già raccolto un migliaio di firme e alcuni proprietari terrieri mi hanno offerto i loro suoli», giura.

Così sabato sera, il primo cittadino ha presentato alla popolazione la nuova strategia: insieme a degli ingegneri valuterà la zona più idonea dove realizzare il nuovo camposanto, e con degli avvocati cercherà di evitare le ire dei vicini di Carinola che accusano Falciano di non adempiere agli obblighi contratti anni addietro. Nel mentre è fatto divieto a tutti di morire, «per quanto nelle possibilità di ciascuno» sottolinea l’ordinanza. Precisazione d’obbligo, visto che si registrano già le prime «obiezioni di coscienza». Sono due i decessi registrati dal cinque marzo. Venerdì è stato celebrato un funerale e la salma potrà essere tumulata solo oggi. Appena un loculo si libererà.



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La sinistra si converte: pronta statua del figlio di Mussolini

Libero

Caos a Forte dei Marmi, sarà inaugurata il 25 marzo. Il Comune si difende: "E' un omaggo allo scultore e all'aeronautica"


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Quando, il prossimo 25 marzo, la statua verrà inaugurata ufficialmente nel parco di Villa Bertelli di Forte dei Marmi - c’è da giurarci - si sprecheranno polemiche e battute, insinuazioni e sorrisi. Ci saranno sguardi ammirati, ma anche perplessi, e tanti occhi curiosi spalancati all’insù, verso l’opera alta 2.60 metri che sta facendo parlare di sè già adesso. E non certo per le dimensioni. Perché tanto scalpore? Presto detto. La statua raffigura Bruno Mussolini, terzogenito del Duce. E il Comune di Forte dei Marmi, che ha deciso di esporre la scultura, è guidato da una giunta di centrosisnistra guidata dal sindaco Umberto Buratti.

Curioso, decisamente. Come curiosa è la storia della statua, commissionata da Benito Mussolini, nel 1943, all’artista Arturo Dazzi in ricordo del figlio, morto da aviatore in un volo di addestramento vicino all’aeroporto di Pisa (7 agosto 1941) mentre collaudava un nuovo quadrimotore da bombardamento, il Piaggio P.108B. L’opera fu regolarmente pagata, ma la caduta del regime impedì che venisse ritirata e così è rimasta per anni a casa di Arturo Dazzi. Fin quando, nel 1987, la famiglia dello scultore (morto il 16 ottobre 1966) decise di donare l’opera - allora valutata 15 milioni di lire - al Comune. Da quel momento, però, la statua di Bruno Mussolini è stata parcheggiata in un laboratorio, dove poco tempo fa è stata restaurata. Ora, dopo 70 anni, l’opera verrà esposta per la prima volta pubblicamente, anche se già nel 1998 ci si era andati vicini. Roberto Bertola, allora sindaco di Forza Italia, aveva programmato la collocazione della statua, ma l’iniziativa era stata frenata dalle polemiche politiche animate da Prc.

Polemiche che, vedrete, ci saranno anche questa volta (ma per motivi opposti) nei confronti della giunta di centrosinistra. La quale ha già diramato un comunicato ufficiale per spiegare che non è un omaggio a Mussolini: «In questo mese ricorre l’89° anno di fondazione dell’Aeronautica Militare e la locale Sezione dell’Associazione Arma Aeronautica ha proposto di organizzare, a Forte dei Marmi, un ricordo dei  concittadini Lido Poli e Raoul Di Fiorino, rispettivamente medaglie d’oro e d’argento al Valor Militare. In tale occasione verrà collocata, all’interno del parco della Villa Bertelli, assieme ad altre opere del Maestro Arturo Dazzi, la statua “dell’Aviatore”. Del resto nel nostro comune sono già collocate altre opere di Dazzi come “i marinai”, in piazza Etterbeek in prossimità del lungomare, e la ben più nota Statua della Vittoria collocata sotto il bastione del Fortino che, insieme ad esso, rappresenta un simbolo del nostro comune. Quindi un omaggio, ai nostri concittadini, all’Aeronautica Militare e al Maestro Arturo Dazzi che scelse il nostro comune come luogo di residenza e di lavoro».


di Alessandro Dell'Orto
10/03/2012