martedì 13 marzo 2012

Meteorite buca tetto casa Oslo sono due pezzi di rocce stellari

Il Mattino

OSLO - Strepitosa scoperta per una famiglia norvegese - ma solo dopo aver tirato un sospiro di sollievo - che si è ritrovata praticamente in casa un pezzo di meteorite 'caduto dal cielo'. Il frammento di corpo celeste ha trafitto il tetto di un capanno nel giardino dei Thomassen nel bel mezzo di un quartiere popolare di Oslo, riferiscono i media norvegesi.

Screen 2012.3.13 11-21-58.4

Secondo esperti, la 'pietra' di 585 grammi si è staccata dal meteoroite passato sula Norvegia il primo marzo scorso ed è stata identificata in quanto tale dall'astrofisico Knut Joergen Roed Oedegaard e dalla moglie Anne Mette Sannes, appassionati di meteoriti. Un evento eccezionale per i 'cultori della materia': è infatti rarissimo non solo che il frammento di meteorite non si frantumi completamente una volta entrato nell'atmosfera, ma anche che atterri in un centro abitato. La famiglia in questione deve quindi ritenersi molto fortunata, sottolineano ancora gli esperti, per il fatto di non aver subito danni ma anche perchè un pezzettino di corpo celeste ha anche un certo valore monetario.


Martedì 13 Marzo 2012 - 09:57

Ultima missione per l'Enterprise, la prima

Corriere della sera


Varata nel 1961, protagonista della crisi dei missili di Cuba e delle guerre in Vietnam e in Iraq




L'EnterpriseL'Enterprise

MILANO - La portaerei americana Enterprise è salpata dalla base di Norfolk, in Viginia, per la sua ultima missione. Varata nel 1961, la prima portaerei a propulsione nucleare del mondo, l'Enterprise ha attraversato tutta la storia militare degli Stati Uniti degli ultimi 50 anni: dalla crisi missilistica di Cuba, alla guerra in Vietnam e in Iraq. La nave divenne famosissma a metà degli anni Ottanta quando venne scelta come «protagonista» per il film Top Gun con Tom Cruise.

Sono 200 mila i marinai che in 50 anni hanno prestato servizio a bordo dell'Enterprise, che è anche la più grande portaerei in attività con i suoi 342 metri di lunghezza. Il personale a bordo arriva a circa 4 mila persone. Quando venne costruita il suo periododi vita operativa era stato previsto di 25 anni, ma nel 1979 venne compiuta una grande opera di restyling che allungò la carriera di altri 25 anni. La nave ha a disposizione otto reattore nucleari, sei in più di ogni altra portaerei americana.


Redazione Online
12 marzo 2012 | 18:30



Powered by ScribeFire.

Spie cinesi rubano l'aereo invisibile

Corriere della sera


Gli hacker al servizio di Pechino avrebbero sottratto i piani del F-35



L' F35, il jet invisibile rubato dai cinesiL' F35, il jet invisibile rubato dai cinesi

WASHINGTON - Una lunga marcia verso i segreti. Un cammino lento ma continuo che ha permesso ai cinesi di ghermire informazioni sul meglio della tecnologia aeronautica occidentale. E il colpo più grosso lo avrebbero messo a segno quando sono riusciti a impadronirsi di dati sul F-35, il caccia sviluppato dagli Usa in collaborazione con altri partner (Italia inclusa) e al centro di molte polemiche per i suoi costi.

L'operazione - come ha confermato la stampa britannica - è stata condotta per 18 mesi o forse di più, affidata a quell'armata invisibile che sono gli hackers al servizio dell'Esercito popolare. Secondo una versione i pirati-spie sono entrati nel sistema della società inglese Bae System, società che lavora allo sviluppo del jet, ed hanno sottratto informazioni chiave. Una ripetizione di quanto già fatto quasi quattro anni fa negli Usa. Allora le autorità ammisero che i cinesi avevano aggirato le protezioni prendendo di mira tre ditte «a contratto». Ora le manovre hanno riguardato prestazioni, design e apparati elettronici. Un'altra versione sostiene che le «ombre» abbiano anche intercettato i dialoghi di una riunione interna alla Bae dedicata a tecnologia di bordo e sistemi di comunicazione. Quando la breccia è stata scoperta i progettisti del caccia hanno dovuto rimettersi al lavoro per «ridisegnare» gli apparati. Dunque, danni e spese aggiuntive.


L'attacco al F-35 segue altre incursioni non meno devastanti. Gruppi di hackers/007 hanno preso di mira personalità e istituzioni in Occidente. Dall'ufficio della Merkel a interi dipartimenti strategici negli Usa. Con l'ultima beffa - emersa pochi giorni fa - del falso profilo Facebook del comandante supremo della Nato: uno specchietto per vedere se qualcuno ci cascava e lasciava notizie compromettenti. Ma ben più insidiose le attività che hanno coinvolto i grandi gruppi industriali. I cinesi si sono dedicati, con metodo, allo Shuttle, ai bombardieri strategici e alla tecnologia «Stealth», quella che rende gli aerei invisibili ai radar. Diversi rapporti hanno segnalato - già alla fine del 2007 - come le spie si siano interessate al B-2, al già citato F-35 e a al supercaccia F-22 Raptor. Una missione che avrebbe portato dei vantaggi considerevoli. Infatti, quando l'aviazione di Pechino ha presentato il modello del suo ultimo gioiello, lo J-20, a molti sono parsi evidenti i punti di contatto con il Raptor ma anche con un Mig russo, a riprova che i cinesi copiano tutto quello che riescono a copiare.



Se poi siano dei gusci vuoti è un altro discorso. L'intelligence occidentale, infatti, segnala che Pechino ha problemi nel «riprodurre» mezzi con le identiche prestazioni. Comunque ci prova. E se per caso gli americani perdono qualcosa, loro sono lì pronti a fotografare. Lo avevano fatto in Serbia, nel 1999, quando un F-117 era stato abbattuto e di recente hanno contattato i pachistani per dare un'occhiata ai rottami dell'elicottero speciale andato distrutto nel raid per uccidere Bin Laden. Possibile anche che gli iraniani gli diano la possibilità di esaminare «la Bestia», il sofisticato drone Usa planato nel deserto. Doni caduti dal cielo che rendono la vita meno dura ai cacciatori di segreti. Che altrimenti devono sgobbare e stare in campana. Perché alcuni dei «lavori» non sono remoti, svolti alla tastiera di un computer. Ma sul campo. E sono affidati a coppie di insospettabili, molti con la doppia cittadinanza, che vanno a vivere tra le dolci colline californiane e il più vicino possibile alle fabbriche strategiche. Conoscono un ingegnere, lo «coltivano», magari lo seducono con soldi o con le curve di una bella ragazza.


Infine chiedono il conto. Dati nascosti in una chiavetta, documenti copiati su un Cd-Rom, carte microfilmate affidate ad un corriere che vola in Cina. Ora l'ultimo desiderio sono i droni più avanzati. Interessano ai cinesi ma anche ai loro rivali. E viene da pensare allo strano furto subito, il 2 febbraio, da due dirigenti della Dassault in una stazione di Parigi. Si sono fatti soffiare una valigetta contenente progetti di un nuovo velivolo. Uno scippo su commissione pagato sicuramente molto bene e che renderà molto a chi lo ha ordinato.


Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
13 marzo 2012 | 8:31


Powered by ScribeFire.

Polizza assicurativa per l'impiego Nuovo lavoro in quattro riforme

Corriere della sera

Il periodo di transizione più breve (ridotto dal 2017 al 2015) Indennità di disoccupazione di 1.119 euro fino a 18 mesi



ROMA - Come sarà il nuovo mercato del lavoro? La trattativa fra governo e parti sociali non è ancora finita ma le indicazioni di massima sul nuovo sistema ci sono già. Si tratta di uno schema probabilmente destinato a essere in parte modificato vista la reazione negativa delle parti sociali.

Riordino dei contratti
Oggi esiste una giungla contrattuale. Siano 46 come dice la Cgil o molti meno come dice la Confindustria sono comunque troppi. E generano precarietà, soprattutto fra i giovani. Con la riforma i contratti a termine costeranno di più (ci sarà un'aliquota dell'1,4%). Le imprese saranno quindi scoraggiate a utilizzarli mentre dovrebbero trovare più conveniente ricorrere al contratto di apprendistato, sul quale per i primi tre anni non si pagano contributi o se ne pagano pochissimi (dipende dalla dimensione dell'azienda).

Durante l'apprendistato il lavoratore dovrà ricevere una formazione certificata e non potrà essere licenziato se non per giusta causa o giustificato motivo. Al termine l'azienda deciderà se stabilizzare l'apprendista con un contratto a tempo indeterminato oppure se concludere il rapporto di lavoro. Il sistema si baserà sulla riforma varata dal precedente governo, che prevede tre forme di apprendistato: di base, professionalizzante, di alta formazione. Per farlo decollare, però, entro il 25 aprile le Regioni dovranno varare le leggi di loro competenza. Le parti sociali sono sostanzialmente d'accordo su questo capitolo, con qualche richiesta. I sindacati vogliono la soppressione almeno delle associazioni in partecipazione e la limitazione di co.co.pro e voucher. Le piccole imprese sono contrarie a far costare di più i contratti a termine.




Le due stampelle
Per gli ammortizzatori sociali il modello ideato dal ministro Fornero prevede una sorta di copertura universale impostata su due livelli. Da una parte rimane la cassa integrazione ordinaria pagata dalle aziende e dai lavoratori secondo gli schemi attuali. Rimarrà anche la cassa integrazione straordinaria, un ripensamento da parte di Fornero di fronte alle richieste delle parti sociali. Però il ministro ne ha limitato il ricorso alle aziende che si devono ristrutturare - anche pesantemente - ma che non sono destinate alla chiusura. In questo caso niente «scivolo o mobilità» come avviene attualmente ma ricorso all'assegno di disoccupazione condizionato da verifiche come avviene in Germania: se il lavoratore non accetta l'impiego offerto dalle agenzie di collocamento rischia di perdere l'assegno mensile.




L'assicurazione sociale
È la novità dell'incontro di ieri. Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha annunciato che l'assicurazione sociale per l'impiego dovrebbe sostituire le attuali indennità di mobilità, incentivi di mobilità, disoccupazione per apprendisti, una tantum co.co.pro. e altre indennità e si applicherà a tutti i lavoratori dipendenti privati e ai lavoratori pubblici con contratto a tempo determinato. Insomma tutto quanto previsto anche dalla cosiddetta cassa in deroga dovrebbe confluire in una sorta di Inail per la disoccupazione universale. Una idea che la Fornero ha sempre avuto ed espresso sin dalle prime complicate riunioni della trattativa avviata alla fine di gennaio.

Per usufruire della futura assicurazione sociale - che dovrebbe arrivare a partire dal 2015 - occorrerà avere due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane lavorative nell'ultimo biennio; durerà da 8 a 12 mesi per tutti i lavoratori uomini e donne per salire a 18 nel caso di disoccupati oltre i 58 anni. L'importo massimo sarà circa di 1.119 euro mensili con un abbattimento del 15% dopo i primi 6 mesi e un ulteriore 15% dopo altri 6 mesi. L'aliquota contributiva pagata da tutte le imprese sarà dell'1,3%, incrementata di 1,4% - cioè sale complessivamente al 2,7% - nel caso di contratti che si riferiscono a lavoratori a tempo determinato. Se l'azienda stabilizza il dipendente «precario» l'aliquota torna all'1,3%.




Licenziamenti
È il capitolo ancora da affrontare, l'ultimo, il più delicato della riforma. Non ci sarà più l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori così com'è ora e i tempi delle cause di lavoro dovrebbero essere velocizzati. Il diritto di chi è stato licenziato a essere reintegrato nel posto di lavoro verrà limitato. Secondo il governo e la Confindustria dovrebbe restare solo per i licenziamenti discriminatori. In tutti gli altri casi - licenziamenti per motivi economici e disciplinari - il lavoratore riceverebbe invece un indennizzo economico proporzionale all'anzianità di servizio (forse con un tetto pari a 18 mesi di retribuzione, come nel modello tedesco) deciso dal giudice o da un arbitro scelto tra le parti. L'esecutivo sarebbe però disponibile a rafforzare le tutele per i lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti (oggi escluse dall'articolo 18).

Se invece dovesse passare la proposta della Cisl, uscirebbero dal diritto al reintegro solo i licenziamenti per motivi economici (scatterebbe un indennizzo secondo una procedura sindacale, come per i licenziamenti collettivi) ma non quelli disciplinari. Infine, se dovesse passare la linea minimalista della Cgil, l'articolo 18 non verrebbe toccato ma si stabilirebbero norme per accelerare i processi riguardanti i licenziamenti e forse si aprirebbe alla possibilità di ricorrere all'arbitro. Le nuove regole sui licenziamenti si applicheranno inizialmente ai nuovi assunti ma non è escluso che dopo un paio d'anni siano estese a tutti.


R. Ba. Enr. Ma.
13 marzo 2012 | 11:09

Presa la rete che proteggeva l'ultimo padrino

Corriere della sera

Diciotto persone fermate, tra cui sei donne. Una cellula che provvedeva a tutte le necessità del boss, ricercato dal 1991


Il boss latitante Domenico Condello nella foto segnaletica della polizia di StatoIl boss latitante Domenico Condello nella foto segnaletica della polizia di Stato



REGGIO CALABRIA – Una delle «cellule» che avrebbe favorito la latitanza del boss Domenico Condello, 56 anni, ricercato dal 1993, e inserito tra i 30 più pericolosi latitanti d’Italia, è stata smantellata dal Ros e dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria. Diciotto le persone fermate, accusati di associazione mafiosa, tra queste sei donne: Margherita Tegano, convivente del superboss; Caterina e Giuseppa Condello, cugine del latitante,tutte accusate di aver ostacolato la cattura del loro congiunto; e Giuseppa Santa Cotroneo, Maddalena Martino e Mariangela Amato, che i carabinieri indicano come figure principali con compiti, all’interno della cosca, di prestanome in molte attività imprenditoriali della famiglia Condello. Giuseppa Santa Cotroneo, suocera dell’ergastolano Pasquale Condello, 49 anni, inoltre – come ha affermato il pentito Paolo Jannò – si sarebbe adoperata nel nascondere le armi e le auto e favorito la latitanza di alcuni capi storici del sodalizio criminale Imerti-Condello-Tegano, coinvolti negli anni Ottanta e inizio Novanta nella guerra di mafia a Reggio Calabria che ha provocato circa mille morti.




L'ULTIMO PADRINO - I fermati dell’operazione chiamata «Lancio», coordinata dai sostituti procuratori antimafia Giuseppe Lombardo e Rocco Cosentino, sono quasi tutti parenti di Domenico, meglio conosciuto come «Micu u pacciu». Dopo l’arresto del cugino Pasquale Condello, il «Supremo», avvenuto a febbraio del 2008, dopo 11 anni di latitanza, Domenico Condello, secondo gli inquirenti, avrebbe preso il comando della famiglia. L’ultimo padrino, ancora in libertà, con alcuni ergastoli da scontare, poteva contare sino ad oggi su una rete di parenti e fedelissimi, pronti a formare uno schermo protettivo per rendere invisibile la sua latitanza.




LINGUAGGIO IN CODICE - I fermati utilizzavano per i loro spostamenti auto sempre diverse e parlavano al telefono usando termini gastronomici, per rappresentare situazioni delicate riguardanti il latitante. Questo comunque non ha impedito al Ros di trovare, nel gennaio dello scorso anno, un covo ancora «caldo» con appunti di auguri indirizzati a parenti e attrezzature riconducibili a Domenico Condello.

I RAPPORTI CON IMPRESE E POLITICA - Quella di oggi è la prosecuzione di un’altra inchiesta dei carabinieri, «Reggio Nord», portata a termine a ottobre del 2010 con 14 ordinanze di custodia cautelare. Anche allora a finire in carcere parenti e gregari del clan Condello, ma anche due imprenditori, Pasquale Rappoccio e Pietro Siclari, accusati dagli inquirenti di aver riciclato soldi della cosca Condello. Anche nell’operazione «Lancio» le microspie piazzate dal Ros e i video, hanno descritto i rapporti della consorteria mafiosa con alcuni imprenditori. Come i fratelli Giulio Giuseppe e Francesco Lampada, originari di Reggio Calabria, ma da tempo trapiantati a Milano. Il Ros li indica come «a disposizione della cosca capeggiata da Pasquale Condello, e rappresentano quelle tipiche figure criminali che si innestano pienamente nel substrato mafioso». Giulio Giuseppe e Francesco Lampada sono finiti in carcere nei mesi scorsi nell’ambito dell’operazione «Infinito» coordinata dalla dda di Milano e Reggio Calabria. Con loro in galera anche il giudice reggino Vincenzo Giglio e il consigliere regionale della Calabria Francesco Morelli (Pdl).


Carlo Macrì
cmacri@corriere.it13 marzo 2012 | 10:55

Addio a Rowland, il chimico che "inventò" il buco nell'ozono

La Stampa

Lo studioso americano si è spento a 84 anni. E’ stato il primo a vincere un Nobel affrontando problemi ambientali



Sherwood Rowland


PIERO BIANUCCI

E’ morto a 84 anni il chimico statunitense Sherwood Rowland. A pochi questo nome susciterà emozioni. Ma le cose cambiano se ricordiamo che Rowland per primo comprese il meccanismo chimico del «buco nell’ozono» e che per questo lavoro nel 1995 ricevette il primo Nobel assegnato a studiosi di questioni ambientali. Cosa ancora più importante, grazie a un’insolita mobilitazione politica internazionale, quello del buco nell’ozono rimane per ora l’unico problema ecologico globale che sia stato risolto felicemente. Era il 1975 quando Rowland pubblicò un articolo scientifico sorprendente: a causare la perdita dell’ozono nella stratosfera – scriveva il chimico americano – sono i gas contenuti nelle bombolette spray e negli scambiatori di calore dei frigoriferi, i clorofluorocarburi.

Scoperta grazie ai satelliti artificiali, la perdita di ozono era più evidente sull’Antartide, ma in misura minore riguardava tutta l’atmosfera terrestre. L’ozono è una speciale forma di ossigeno: la sua molecola anziché da due atomi, è formata da tre atomi legati a triangolo. Una molecola semplice ma preziosa: l’ozono ferma nella stratosfera i raggi ultravioletti del Sole, in particolare gli Uv b e gli Uv c, cioè i più energetici. Questi ultravioletti producono mutazioni nelle nostre cellule che possono dare origine a melanomi, tumori maligni della pelle.

Rowland aveva messo in luce un meccanismo sconvolgente anche per il grande pubblico ignaro di chimica: oggetti in apparenza innocenti come le bombolette spray e il frigorifero, liberando gas non esistenti in natura ma creati in laboratorio, si rivelavano pericolosi per l’intero pianeta, con conseguenze dirette e gravi per l’umanità intera. Questi presupposti per una comunicazione molto efficace furono rafforzati dall’espressione «buco nell’ozono». In realtà non proprio di un buco si trattava, ma di una rarefazione di questo gas, peraltro presente in quantità molto piccole: tutto l’ozono esistente, se portato alla pressione atmosferica del livello del mare, avrebbe uno spessore di appena 3 millimetri. Anche questo era emblematico: un fragilissimo equilibrio naturale veniva messo in crisi dallo sprovveduto intervento dell’uomo.

Fu così che negli Anni 80 il «buco nell’ozono» divenne un vessillo per le battaglie degli ambientalisti e segnò la crescita di una «coscienza ecologica» su scala mondiale. Non fu però un percorso in discesa. La tesi di Rowland era contestata da molti suoi colleghi e a lungo rimase controversa. La stessa sorte toccò a Paul Crutzen e a Mario Molina, che svilupparono gli studi di Rowland e divisero con lui il premio Nobel nel 1995. Le multinazionali produttrici di clorofluorocarburi davano, com’è ovvio, manforte agli scettici, e il loro gioco era facile perché, nonostante il fortunato slogan «buco nell’ozono», il percorso logico che va dallo spray alla stratosfera e torna a terra causando melanomi non è di immediata comprensione.

Tuttavia poco per volta la scoperta di Rowland, suffragata dagli studi di Crutzen e Molina, riuscì ad affermarsi a livello popolare, e i politici furono costretti a occuparsene. Il risultato fu un Protocollo per la messa al bando dei clorofluorocarburi firmato a Montreal, in Canada, il 15 settembre 1987, poi più volte aggiornato fino al 1999. Intelligente fu la scelta di graduare la messa al bando. Tra i maggiori produttori di clorofluorocarburi c’erano l’Unione Sovietica e alcuni Paesi in via di sviluppo. Per questi furono concessi rinvii nell’applicazione del Protocollo, in modo dar loro il tempo necessario per ammortizzare gli impianti industriali e avviare la produzione di gas sostitutivi non dannosi per l’ambiente.

Gli effetti benefici del bando si videro già alla fine degli Anni 90, quando il «buco» incominciò a dare segni di restringimento. Si capì intanto che nella sua formazione ha un ruolo importante anche l’attività solare, e quindi possono esserci temporanee rarefazioni che interferiscono con il processo di «ricucitura». Nella sostanza però possiamo dire che ormai il buco nell’ozono è una storia chiusa, sigillata dal lieto fine. Un caso eccezionale. Solo con le piogge acide si è avuto un (parziale) lieto fine. Tutte le altre grandi questioni ambientali sono più aperte che mai. Nato a Delaware nell’Ohio, professore di chimica prima a Chicago, poi a Princeton, infine all’Università della California a Irvine, Rowland ha avuto nella sua lunga vita la fortuna di scoprire un problema importante per la salute dell’umanità e di vederlo risolto. Ecco perché il suo nome deve dirci qualcosa.



Powered by ScribeFire.