sabato 17 marzo 2012

Assicurazioni fantasma truffe record in Campania

Il Mattino

di Livio Coppola - Marco Toriello





NAPOLI - La città capitale del business delle polizze false. Una segnalazione su quattro dell’Isvap, l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, trova infatti localizzazione entro i confini della Campania, terra fertile per l’attuazione di truffe a danni di compagnie regolari e consumatori.
Un giro d’affari illegale pericolosamente in crescita, sul quale le autorità competenti stanno rafforzando la campagna di prevenzione, invitando gli automobilisti alla prudenza.


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Il fenomeno è meglio conosciuto come quello delle «compagnie fantasma». In pratica, negli ultimi due anni, ha preso piede la commercializzazione di polizze assicurative, concentrate quasi totalmente sul ramo della Rc Auto, emesse da società spesso inesistenti, dal nome simile a quello di compagnie realmente operative, o da società estere che, pur esistendo, non hanno alcuna concessione per lavorare in Italia.

Sta di fatto che migliaia di potenziali clienti sono stati tratti in inganno da intermediari truffaldini o da annunci on line fin troppo convenienti, che hanno portato sul parabrezza delle automobili italiane tagliandi assolutamente non validi. Napoli e la Campania fanno registrare in tal senso un record di truffe. Secondo i numeri pubblicati ieri dall’Isvap nella nuova Banca-dati sulle contraffazioni, nel biennio compreso tra il 2010 e oggi sono state effettuate 64 segnalazioni di commercializzazioni irregolari di polizze.

Il tutto con un aumento vertiginoso, se si pensa che negli otto anni precedenti lo stesso fenomeno era stato segnalato solo 52 volte. Tornando agli ultimi due anni, si rileva come in 15 casi su 64 le truffe su polizze false trovino il luogo di realizzazione esclusivamente «nelle zone di Napoli e Campania». In pratica 1 truffa su 4 si consuma all’ombra del Vesuvio, mentre tutte le altre segnalazioni compiute dall’Isvap si circoscrivono all’intero territorio nazionale. Un chiaro segnale che solo nel territorio partenopeo risulti esserci un business della «Rc Auto fasulla» così intensamente affermato.
 
Che le truffe fossero in aumento lo si era capito già alla fine del 2011, quando lo stesso presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini, durante una audizione al Senato, aveva espresso forte preoccupazione per l’incalzare delle «assicurazioni fantasma», capaci di offrire contratti, spesso temporanei, a prezzi ovviamente inferiori a quelli di mercato. Nello specifico, gli ultimi due casi segnalati in Campania raccontano di polizze auto contraffatte con marchi di società dal nome simile a compagnie, operanti spesso in altri settori d’affari, con sede in Inghilterra e Belgio. Il tutto ha prodotto una doppia beffa per gli automobilisti, visto che in caso di sinistro le polizze tarocche non garantirebbero alcun rimborso, e al contempo scatterebbero sanzioni fino a 3200 euro. Cifra ancora più salata di quelle delle polizze regolari, che a Napoli nel ramo auto si mantengono tuttora ai massimi livelli di spesa.
 
«E’ giusto intensificare i controlli sulle compagnie fantasma, come giustamente sta facendo l’Isvap – dice Rosario Stornaiuolo della Federconsumatori – Ma se da un lato le truffe vanno combattute e represse con forza, dall’altra occorre tutelare i cittadini con tariffe più contenute. Se, come oggi, si arriva ad assicurare persino un motorino a 1500 euro, è difficile che le famiglie non cerchino disperatamente polizze più convenienti. E’ così che a Napoli si è creato il terreno fertile per le commercializzazioni fasulle». Le polizze false restano dunque in agguato, per questo l’Isvap ieri ha invitato i consumatori ad «evitare, con una semplice consultazione on line della Banca Dati, la stipula di contratti con imprese non autorizzate».


Sabato 17 Marzo 2012 - 12:59    Ultimo aggiornamento: 13:02

In Italia 6 miliardi di bottiglie di plastica nel 2011, record europeo

Corriere della sera

Terzi al mondo ma con le Case dell'acqua nel milanese risparmiate 2 mila tonnellate di petrolio e co2


MILANO - Anche nel 2011 l'Italia, con 196 litri per abitante, si è confermata primo Paese in Europa e terzo nel mondo per consumo di acqua in bottiglia, dietro Arabia Saudita e Messico. In tutto, nella Penisola, sono state consumati l'anno scorso 6 miliardi di bottiglie di plastica. I dati (fonte Beverage Marketing Corporation) sono stati comunicati al World Water Forum che si chiude sabato a Marsiglia in Francia da Roberto Colombo, presidente di Ianomi Spa (Infrastrutture Acque Nord Milano) e rappresentante delle aziende idriche della provincia di Milano (Ianomi, Tasm, Tam e Cap Holding). Ma la soluzione per ridurre l'impatto ambientale del consumo d'acqua c'è, ha spiegato Colombo, presentando i dati delle 81 Case dell'acqua installate in provincia di Milano, capoluogo escluso. Con un'erogazione media giornaliera di 2.500 litri d'acqua, le 81 Case hanno permesso nel 2011 un risparmio di 32 milioni e 21 mila bottiglie di plastica, equivalenti al trasporto su 3.252 tir, al consumo di 1.936 tonnellate di petrolio e di 15.490 metri cubi d'acqua, alla produzione di 1.936 tonnellate di anidride carbonica e di 15,6 tonnellate di monossido di carbonio.

EXPO 2015 - «Installando le Case dell'acqua abbiamo contribuito a fare informazione - ha sottolineato Colombo - In molti pensavano che l'acqua della rete non fosse buona; noi abbiamo dimostrato che l'acqua del rubinetto è di eccellente qualità, controllata e sicura. Sia chiaro: non siamo concorrenti delle imprese produttrici di acqua in bottiglia», ha precisato il presidente di Inaomi. «Come aziende idriche pubbliche vogliamo soltanto che i cittadini abbiano tutti gli elementi per fare una scelta di consumo consapevole e libera da qualsiasi pregiudizio. Per questo ribadiamo la nostra proposta dell'acqua del rubinetto come bevanda ufficiale di Expo 2015». Nel suo intervento al Forum di Marsiglia, Colombo, oltre a mostrare alcuni modelli di Case dell'acqua installate nei Comuni del Milanese, da Canegrate a Rho a Novate Milanese, ha illustrato le nuove frontiere del servizio: dalla telelettura dei consumi, che permette il controllo tramite Gprs dei quantitativi erogati ed esprime l'equivalente in bottiglie di plastica risparmiate e i kg di anidride carbonica non immessi in atmosfera, al totem multimediale, strumento informativo e di dialogo tra amministrazione comunale e cittadini.


(fonte: Adnkronos)
17 marzo 2012 | 12:39

(Con)vivere sotto scorta

Corriere della sera

C’è una coppia di ventenni, costretta a viaggiare su un binario di vita parallelo. Abitano assieme, si amano, cercano di starsi vicino quando le cose si mettono male, come tanti coetanei, in un mondo che spesso gira all’incontrario. Tuttavia, da circa tre mesi uno di loro deve pianificare la propria esistenza in anticipo, di concerto con le forze dell’ordine. Giorno per giorno, settimana dopo settimana, spostamento per spostamento. La Guardia di finanza gli chiede di organizzarsi per tempo: «È più sicuro programmare tutto il mese», dicono. Giovanni ha 29 anni, non ha infranto la legge, non ha commesso reati. Non è un potenziale criminale né un evasore. Fa soltanto il suo mestiere.

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Al suo fianco, oggi come ieri, c’è Laura. Non c’entra nulla e, solo per amore, è rimasta coinvolta. Perché Giovanni vive sotto scorta e Laura vive con Giovanni. Ogni mattino si svegliano, fanno colazione. Sanno che all’orario prefissato suonerà il campanello. Che gli agenti saluteranno e accompagneranno Giovanni verso la loro vettura. «La mia — dice lui — è ferma immobile da dicembre. Era nuova, non avrei mai pensato di dovermi spostare per la città e per l’Italia a bordo di un’auto della Gdf». Scortato, tutto il giorno; sorvegliato, la notte. Al volante, altri ragazzi come lui, in orario di lavoro.

Con un unico obiettivo: proteggerlo. L’abusata espressione «angeli custodi» suona retorica, stonata. Giovanni non è un politico ipocondriaco, non è un faccendiere. La scorta non l’ha chiesta, non la paga, non la vorrebbe. È lo Stato che l’ha cercato, che lo vuole difendere. «Non so quanto durerà tutto ciò, e neppure quali rischi corro. Quello che so è che le cose sono cambiate». Stravolte. Da una passeggiata la mattina alla spesa al supermercato («cerco di fare più in fretta possibile, spesso capita di dimenticarmi le cose»). Da una birretta con gli amici la sera («ci rinuncio») ai weekend al mare o in montagna.

«Sto il più possibile tranquillo a casa, con Laura. Penso a far riposare questi ragazzi che hanno famiglie, a limitare il mio disturbo delle loro vite. Provo a rispettarli, a modo mio». Però è «una dipendenza, uno spavento, una scocciatura». Gli agenti cercano di tranquillizzarlo, di fargli passare la paura: «S’instaura un rapporto basato sulla fiducia, il tempo passato insieme è tanto». Quella birra vuole bersela presto, magari proprio con loro, quando tutto ciò sarà finito. Insieme, e con Laura, una volta sola sono andati al cinema. Benvenuti al Nord la scelta, forse condivisa.

Laura era con Giovanni Tizian quando ha ricevuto la telefonata, quando gli è stato detto che correva un pericolo, che aveva bisogno della scorta, che la mafia dei clan, delle cosche, della criminalità organizzata era diventata un pericolo reale, una spada di damocle. «Lei non c’entra nulla, ma capisce. All’inizio mi sentivo colpevole, mi chiedevo perché dovesse pagare tutto ciò. Poi ci pensi, provi a essere razionale e realizzi che la causa non sei tu». A lei sono bastate poche parole: «Vuol dire che hai svolto bene il tuo lavoro» gli ha detto. Ambedue fanno i giornalisti. E ai politici che hanno manifestato la loro solidarietà, oggi chiedono: «Perché allora avete votato contro l’arresto di Cosentino?».

Da LG il mouse che parla, un aiuto per gli studenti dislessici

La Stampa


Grazie allo scanner incorporato e alla funzione Ocr, basta passarlo su un documento per leggere i documenti ad alta voce
BRUNO RUFFILLI


Alle volte l’innovazione è una felice intuizione, come quella che hanno avuta i progettisti di un mouse prodotto da LG. Venduto con la sigla LSM-100, è un mouse, ma anche uno scanner: permette di ottenere copie virtuali dei documenti facendovi scorrere sopra il mouse. Grazie alla funzione di riconoscimento testi OCR, è poi possibile copiare il testo scansionato in un documento Microsoft Office, modificarlo ed elaborarlo.

Ma il passo successivo è arrivato dalla collaborazione di LG con la cooperativa Anastasis, impegnata nella produzione e distribuzione di software per le difficoltà di apprendimento. Ne è nato così un pacchetto hardware e software per aiutare gli studenti dislessici, che di solito per leggere i libri scolastici usano tradizionali scanner piani e programmi che trasformano i testi digitalizzati in audio, una soluzione ingombrante e macchinosa.

E, soprattutto, difficile da adoperare sui banchi di scuola o dell’università, dove gli spazi e le modalità di insegnamento impediscono l’utilizzo degli scanner piani. Ed è qui l’innovazione di LG con Mouse Scanner viene in aiuto degli studenti dislessici: incorporando uno scanner all'interno di un mouse è possibile leggere con la sintesi vocale un documento cartaceo, dovunque e senza limiti. Collegato ad un portatile, Mouse Scanner scansiona i testi, attiva la funzione OCR e poi i software di Anastasis trasformano il testo in audio, così il mouse legge quello che è scritto nella pagina.



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Osama ordinò: «Uccidete Obama e il debole Biden rovinerà gli Usa»

Corriere della sera

Il piano per eliminare il presidente americano emerge dai documenti sequestrati nel rifugio di Abbottabad


WASHINGTON - Isolato dal mondo, lontano dai suoi uomini, Osama pensava ancora di essere il Capo e impartiva disposizioni scritte. Su tutto. Piani per uccidere Obama. La scelta di un nuovo nome per Al Qaeda. I tempi di lavoro dei suoi luogotenenti regionali: ogni due anni vanno cambiati, era la sua idea. Ordini emersi dalle carte sequestrate dagli americani nella casa di Abbottabad (Pakistan). Documenti che saranno presto resi pubblici ma che sono stati anticipati da un articolo del Washington Post . Elementi - alcuni dei quali già noti - che confermano la figura di un leader pronto a dettare le linee ma probabilmente non sempre assecondato. Troppo complicati i collegamenti.

Bin Laden era convinto che l'obiettivo numero uno fosse l'America. Quindi niente diversioni, come invece suggeriva il suo vice Al Zawahiri, con il quale aveva avuto un contrasto serio. In un messaggio Osama ordina a un suo collaboratore di preparare una cellula per una missione speciale: colpire l'aereo del presidente Usa e del generale David Petraeus. «Il motivo che ci dobbiamo concentrare su di loro - scrive - è che Obama è il capo degli infedeli e uccidendolo sarà Biden a sostituirlo. Ma è totalmente impreparato per la presidenza, ciò porterà l'America a una crisi. E Petraeus è l'uomo del momento, la sua eliminazione cambierà il corso della guerra».

Il capo qaedista, ripetendo quanto avvenuto con l'11 settembre, chiede ai suoi di affidarsi a un manager del terrore. E indica Ilyas Kashmiri, responsabile di una fazione agguerrita che mette insieme qaedisti arabi e locali: «Dite al fratello Ilyas di mandarmi i progressi fatti». L'operazione però salta, i terroristi non hanno i mezzi per farlo. Inoltre un mese dopo la morte di Osama, Kashmiri resta ucciso in un raid americano (una fine confermata solo pochi giorni fa). È anche interessante rilevare come Al Qaeda non sembra in grado di inviare uomini negli Usa. Lo conferma lo stesso Osama quando chiede di usare qualcuno che già risieda negli Stati Uniti.

Bin Laden, poi, è molto contrariato
dalla cattiva immagine di Al Qaeda dopo le stragi indiscriminate costate la vita a molti musulmani. E allora aveva pensato di cambiare il nome al movimento per marcare di più l'aspetto islamico. A questo fine propone una lista di 10 «marchi»: il preferito è «Taifat al Tawhid wal Jihad» (Monoteismo e gruppo della Jihad). Cambio di sigla da accompagnare con nuovi comportamenti. Osama sostiene che i fratelli iracheni devono scusarsi per i massacri. Auspica che lo Yemen diventi un avamposto per attaccare nel Golfo ma solo al momento opportuno («Aspettiamo 3 anni») e cita il fallimento della rivolta in Siria negli anni 80. Rimprovera gli autori dell'attacco che ha annientato la base Cia a Khost, «era prioritario discutere della Palestina».

Infine Bin Laden affronta la scelta delle tv alle quali mandare un video. L'addetto stampa di Al Qaeda, il convertito americano Adam Gahahn, consiglia le principali reti satellitari, da «Cnn» alla «Bbc», lasciando fuori la conservatrice «Fox news», così che «muoia di rabbia». Per i terroristi l'emittente non è abbastanza professionale e «manca di obiettività».


Guido Olimpio
Twitter: @guidolimpio
golimpio@rcs.it
17 marzo 2012 | 7:26


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Diciotto moduli per un euro di pensione

Corriere della sera

L'assurda avventura della signora Milena: quota 1.001 al mese, niente contanti


Diciotto moduli da compilare per colpa di un solo miserabile euro di pensione sono un supplizio che non sarebbe venuto in mente neppure al polacco Alexander Moszkowski, dalla cui fantasia nacque Atrocla, l'isola della burocrazia che rende pazzi. L'Inpdap, le Poste e tutta la «cavilleria» italiana, miracolo!, ce l'hanno fatta.

Sportello delle Poste centrali di Venezia. Mattinata di fine inverno. La signora Milena V. si presenta col marito a ritirare la sua pensione.

«Spiacente signora, lei ha una pensione di 1001 euro. Dal 1° marzo possiamo pagarne solo 1000 in contanti».
«E l'euro in più?»

«Dovrà aprire un conto corrente postale, sul quale le verrà accreditata la somma in eccesso ai 1000 euro che possiamo pagare in contanti».
«Bene, allora, rinuncio a quell'euro».

«Impossibile, non può rinunciare a una parte della pensione che le spetta»
«Posso fare un atto di donazione in beneficenza?»

«Assolutamente no, mi spiace».
«Bene, allora accreditatemi la pensione sul conto corrente postale di mio marito, sul quale ho la firma».

«Mi spiace signora, il conto deve essere cointestato a lei». «Bene, qui c'è mio marito, facciamo questa cointestazione del conto».
«Spiacente, non è possibile modificare un conto corrente esistente».

«In qualunque banca del mondo si fa!»
«Qui siamo alle Poste Italiane e non in una banca!»

«Allora?»
«Basta chiudere il conto esistente e aprirne uno nuovo, cointestato».

«Scusi, ma è un conto di lavoro, mica si possono cambiare tutti i codici...»
«Allora ne apra uno nuovo, tutto suo».

«Gratis?»
«No, non abbiamo disposizioni in merito e dovrà seguire le normali tariffe dei nostri conti correnti».

«Scherzate? Per un euro al mese vado a pagarvi anche delle commissioni?»
«Allora apra un libretto di risparmio, le costerà meno».

«Va bene, mi arrendo».

L'impiegata esce, apre un armadio e ritorna con una pila di fogli: diciotto moduli (18!) diversi da riempire, a mano, l'uno dopo l'altro, con firme da apporre sotto pagine in caratteri in corpo 7 così minuscoli da richiedere una lente d'ingrandimento. C'è anche la normativa «antimafia». Meno male: vade retro, cosca! Una volta riempiti i 18 moduli, l'impiegata comincia diligentemente a trascriverli sul computer e così, fra un commento e l'altro («Capisco, ma stando dietro a questo banco non posso commentare le sue lamentele, che pur comprendo...») passano oltre 40 minuti. La gente in fila allo sportello dà segni di nervosismo sempre più evidenti. «Ci vogliamo muovere?» Dai e dai, finalmente, ecco partorito il topolino: il «libretto di risparmio» sul quale mensilmente andrà a depositarsi l'euro in più. Perché la pensione possa essere pagata, però, spiega la solerte e incolpevole impiegata alle due stremate vittime del Golgota burocratico, bisogna informare l'Inpdap, fatto confluire nell'Inps. Altro calvario.

Racconta nel suo affascinante «Dizionario dei luoghi immaginari» Anna Ferrari, che nell'isola di Atrocla creata da Moszkowski, «gli indigeni hanno sviluppato in sommo grado l'arte di complicare le cose. Ogni aspetto anche minuto della vita quotidiana è regolato da una pletora di leggi, codici e regolamenti, di una tale complicazione e contraddittorietà che è impossibile per un abitante dell'isola non infrangere almeno di tanto in tanto la legge. Quasi tutti, di conseguenza, vengono puniti, e i pochissimi innocenti vengono guardati con un certo sospetto». Peggio: «Come se non bastasse, le leggi e leggine promulgate sull'isola sono conservate in ben trecentocinquantamila volumi, che nel loro insieme costituiscono la Biblioteca di Atrocla. Ufficialmente allo scopo di evitare qualsiasi fuga di notizie riservate, ma di fatto rendendo impossibile l'accesso a qualsiasi forma di documentazione, i bibliotecari tengono rigorosamente i volumi sotto chiave, e nessuno degli abitanti può conoscere le leggi che pure dovrebbe rispettare per non essere punito.

I bibliotecari stessi poi si distinguono in due categorie: quelli che non danno informazioni e quelli che le danno sbagliate e fuorvianti». Manco fossero prigionieri dell'isola che rende pazzi, la signora e il marito, quindi, si piazzano davanti al computer (immaginatevi la stessa penitenza inflitta a una vecchia montanara del tutto digiuna delle nuove tecnologie) alla ricerca dell'agognato modulo da compilare. Punto di partenza, il sito www.inpdap.gov.it. Il quale rimanda a un sito dell'Inps. Solo che qui, di moduli, ce ne sono a decine e decine. Come cercare un ago nel pagliaio. Finché l'agognato formulario, «Modalità di riscossione della pensione gestione ex Inpdap / Prestazione: accreditamento pensione in conto corrente postale o libretto postale» emerge infine dalle nebbie internautiche. Restano solo da eseguire le istruzioni le quali raccomandano che va compilato «online» e rispedito «per via telematica».

Sulla prima riga, precedendo perfino il nome e cognome, va riportato il «Codice Fiscale». Problema: tutti sanno che questo codice è composto da un totale di 17 lettere e numeri. Tutti meno chi ha confezionato il modulo: il prospetto «telematico» ha infatti solo 10 (dieci!) caselle. Inserirci il codice richiesto, elettronicamente, è impossibile. La soluzione? All'italiana: stampare il modulo, compilarlo con la penna e andare a consegnarlo personalmente all'ufficio più vicino... Ma su con la vita: il modulo, adesso, è stato cambiato con l'inserimento, dopo le proteste, delle sette caselle che mancavano. Alleluia. Anche l'Italia, lemme lemme, entra nel terzo millennio...



17 marzo 2012 | 7:20



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Con PayPal Here il cellulare legge la carta di credito e paga alla cassa

La Stampa

Il piccolo gadget si inserisce nella porta per le cuffie e permette tre modalità di pagamento. Oggi è solo per iPhone, ma arriverà anche l'app per Android




TORINO

Un nuovo lettore mobile per carte di credito arriva da PayPal e promette di rendere più veloce e pratico il pagamento alla cassa. Battezzato Paypal Here, il sistema è composto da un piccolo dispositivo blu di forma triangolare, che si inserisce nel cellulare dalla porta per il jack audio, associato a un'applicazione per controllarlo. Permette tre modalità di pagamento: si può strisciare la carta di credito, scansionarla con la fotocamera o inserire manualmente i codici numerici.

Per ora, il lettore gratuito funziona solo su iPhone e il servizio è attivo negli Stati Uniti, Canada, Hong Kong, Australia, ma presto sarà esteso anche agli altri mercati internazionali e per il mese prossimo è previsto l'arrivo dell'applicazione per Android. Così eBay, che utilizza PayPal come principale sistema di pagamento online e dal 2002 ha rilevato la società, entra in diretta concorrenza con altri fornitori di servizi di pagamento in mobilità, in particolare Square, di proprietà di Twitter, e Google Wallet. «La tradizionale esperienza di pagamento è destinata a sparire», ha detto John Donahoe, Ceo di PayPal, durante la presentazione del gadget a San Francisco, «il prodotto è progettato per aiutare i commercianti a incrementare vendite e business in sicurezza» aggiunge un post sul blog della società.

Ecco come funziona:



Pensionati, addio Italia . Si vive meglio all'estero

Corriere della sera

Caraibi e Oriente: la fuga dei 29 mila lombardi (bresciani e bergamaschi in cima alla lista). La risposta alla crisi? I Paesi meno cari, dove l'Inps recapita il denaro.



Un'isola dei Caraibi
MILANO - Tiziana Cestaro, ex barista milanese, ha 62 anni e ha lasciato l'Italia tempo fa. Lo ha deciso con suo marito, che adesso non c'è più. Sono andati prima in Madagascar e poi a Santo Domingo. Dove sono rimasti. «Ormai la mia vita è qui», dice. Teresa Cestaro è una degli oltre 29 mila pensionati lombardi ai quali l'Inps paga la pensione all'estero. Nel 2006 erano circa 24 mila. In Italia sono più di 400 mila. Una parte ha lavorato un certo periodo in Italia e poi è emigrata. Una parte è formata da quelli che con 600 o 1.000 euro al mese hanno cercato un nuovo posto dove vivere, per esempio: Santo Domingo, la Thailandia, il Madagascar o il Marocco.

Vacanze sempre più lunghe, che a volte durano tutto il resto della vita. Sono i pensionati in fuga dalla crisi, dal caro vita, dal freddo dell'inverno o da qualche bega familiare. «In giro nelle assemblee ogni tanto ti raccontano di qualcuno che è partito - spiega Tino Fumagalli, segretario generale aggiunto dei pensionati Cisl in Lombardia - ad andare sono quelli fra i 60 e i 70 anni, la maggior parte uomini. La maggior parte sverna e basta. Un po' è la voglia di cambiare e un po' è per fuggire dal caro vita. Con mille euro al mese in alcune zone del mondo stai come un signore». Su chi va, quelli che restano dicono: «È matto». Ma qualcuno ammette: «Forse l'ha indovinata».

In genere a partire sono bergamaschi, bresciani e milanesi. Spesso la prima scelta è una «vacanza lunga» magari di 6 mesi, poi si valuta. Secondo i dati Inps, in Thailandia i pensionati lombardi che hanno fatto il salto definitivo sono 30 (erano 25 nel 2010), in Brasile sono 726, nelle Filippine 28, in Spagna (che comprende anche le isole Canarie) sono 640 contro i 597 del 2006, in Marocco nel 2011 per la prima volta le statistiche hanno rilevato un gruppo di 20 (numero minimo per l'indicazione specifica dello Stato), mentre nella Repubblica Dominicana sono 47. «A Santo Domingo - spiega Paolo Angeletti, 73 anni, ex impiegato, che almeno due mesi li passa nell'isola caraibica - ci sono bagnasciuga soprannominati le "spiagge Inps" tanti sono i pensionati italiani, in particolare bresciani e bergamaschi e romani che si trovano lì ogni giorno, chi per 6 mesi all'anno, chi di più e chi per sempre».

I posti più frequentati sono Samanà, Cabarete e Boca Chica. Gli altri, quattro conti se li devono fare: 150 euro al mese per bollette e affitto di un tre locali e 220 euro al mese per mangiare di tutto (ma il vino è molto caro). Mentre per l'assistenza sanitaria bisogna arrangiarsi con una assicurazione privata il cui costo è di circa 600 euro all'anno. «Qui si vive meglio con meno soldi - conferma Tiziana Cestaro al telefono da Santo Domingo -; quando chiedo ai miei amici come va in Italia mi dicono che è sempre peggio. Non mi sono mai pentita, certo mi manca la chiacchiera al mercato con gente che parla la mia lingua».

Ma per sentire un po' di italiano basta andare in spiaggia a Boca Chica o guardare i canali satellitari. Anzi no, forse la tv è meglio di no, perché, come scrive uno scugnizzo napoletano nel libro A voce d''e creature : «In televisione la pubblicità si ricorda solo dei giovani, mentre ai vecchi al massimo è riservata la dentiera». E allora anche ai Caraibi si rischia di restarci male.


Fabio Bonaccorso
16 marzo 2012 | 14:21




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Freccero attacca Libero: «Fascisti»

Corriere della sera

L'ira del direttore di Rai4: «Prendete ordini come la Lei dai cardinali pedofili»





Uccise infermiera con pugno in metrò: Burtone condannato a nove anni

Corriere della sera

Il giovane romano riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale. Il marito della vittima: soddisfatto della sentenza ma mi aspettavo una pena più pesante


L'attimo in cui Burtone colpisce Maricica ripreso dai video a circuito chiuso di AnagninaL'attimo in cui Burtone colpisce Maricica ripreso dai video a circuito chiuso di Anagnina



ROMA - Nove anni di carcere. E’ la condanna inflitta ad Alessio Burtone, il 26enne romano che l’8 ottobre 2010 - con un pugno in pieno viso sferrato nella stazione metro Anagnina a Roma - provocò la morte di Maricica Hahaianu, l’infermiera romena di 32 anni, con la quale aveva avuto pochi minuti prima un battibecco dentro un bar per una questione di precedenza nella fila. La donna era morta pochi giorni dopo in ospedale, ma al processo non ha retto la linea della difesa che si è battuta in aula per attribuire la responsabilità della morte alle omissioni dei medici del reparto di rianimazione del Casilino. Quasi sollevato l'imputato: «Ho avuto paura del peggio - ha detto Burtone subito dopo la lettura della sentenza -. Ma io non mi sento colpevole di un omicidio preterintenzionale. Non volevo uccidere quella donna».

DIMEZZATA LA RICHIESTA DEL PM - Burtone era accusato di omicidio preterintenzionale aggravato e il pm aveva chiesto venti anni di carcere. Il marito della vittima, Adrian Hahaianu, si è detto «soddisfatto della condanna, perchè è stato comunque riconosciuto l'omicidio preterintenzionale» anche se, ha aggiunto, «mi sarei aspettato una pena più pesante».
I legali di Burtone presenteranno appello. Venerdì 16 marzo, davanti alla terza Corte di Assise il difensore del giovane, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha elencato tre punti per mirare alla riduzione della pena: derubricare il reato in lesioni gravi, spuntare le attenuanti generiche per la provocazione e l’applicazione del rito abbreviato chiesto in fase preliminare.


«FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA» - In aula il marito della donna, costituitosi parte civile assistito dall’avvocato Alessandro Di Giovanni, si è commosso. «Aveva fiducia nella giustizia, anche se nulla ci ridarà Maricica».
«L'ho colpita con una manata perché ho avuto paura - si era invece difeso Burtone in una precedente udienza -. Era piccola, minuta, rispetto a me, ma continuava a offendere ad alzare le mani, la sua insistenza mi ha fatto pensare che potesse essere armata così mentre stava mettendo le mani in tasca mi è partita la manata».

IN VIDEO L'ALTERCO E LE BOTTE - Prima dell'esame in aula, in corte d’assise, era stato proiettato il video in cui le telecamere a circuito chiuso della metro riprendevano gli attimi del litigio e del pugno sferrato da Alessio Burtone alla donna. «Ero in fila per comprare le sigarette in un bar, davanti a me c'era solo un'altra persona - ha spiegato Burtone ai giudici - quando la signora Maricica si è intromessa superandomi. Le ho fatto notare che in fila c'ero prima io e lei mi ha risposto in malo modo, offendendomi, dandomi anche del “porco italiano”». Dopo essere uscito dal bar, secondo Burtone, la donna lo seguì continuando «a provocarlo», colpendolo anche con «schiaffi al volto».

«LEI HA CONTINUATO A SEGUIRMI» - «Io mi volevo allontanare, volevo tornarmene a casa ma la signora mi ha continuato a seguire. Ad un tratto, dopo aver percorso circa 70 metri, ci siamo fermati e mi ha sputato in faccia, io ho reagito facendo altrettanto. Lei quindi, dopo avermi detto “ti faccio uscire il sangue dagli occhi”, ha messo una mano in tasca. Io per paura che potesse farmi qualcosa l'ho colpita con una manata al volto». In realtà il pm aveva evidenziato anche le provocazioni di Burtone che si era rivolto alla donna dicendole: «Brutta put… ritornatene in Romania».


Adelaide Pierucci
16 marzo 2012 | 17:44

Rutelli in procura contro Lusi: «Sono onesto, non mi faccio intimidire da un ladro»

Corriere della sera

Il leader dell'Api ai cronisti: «Ha carpito la nostra fiducia in maniera diabolica»


MILANO - «Stamattina è entrata a palazzo di Giustizia una persona onesta, una persona per bene che ha dedicato una vita al servizio pubblico non può essere messa mai in uno stato d'intimidazione da un ladro». Così Francesco Rutelli, in conferenza stampa al Senato dopo essersi recato nell'ufficio del procuratore aggiunto di Roma Alberto Caperna, in piazzale Clodio, per presentare un esposto nei confronti dell'ex tesoriere Luigi Lusi che accusa di aver "inquinato" le indagini chiamandolo in causa. Rutelli ha detto ai cronisti: «Sono qui e sono arrabbiatissimo». E ha parlato di «un esposto durissimo». Proprio giovedì il leader dell'Api aveva seccamente smentito quanto affermato in un articolo del settimanale «L'Espresso», secondo cui dalla Margherita almeno 866mila euro sarebbero finiti alla Fondazione ambientalista Cfs per il tramite del senatore Lusi.

«QUALCOSA DI MOLTO PESANTE» - «Ho preso spunto - ha aggiunto Rutelli - dal servizio dell'Espresso ma mi sono riferito a tutte le esternazioni e agli atteggiamenti di inquinamento e depistaggio che configurano sicuramente una ulteriore fase dell'attività criminosa che ormai è emersa in modo dirompente. Se Lusi è a conoscenza dei bonifici effettuati, chi è stato in grado di accedere ai conti correnti bancari per visionare le uscite? Bel quesito, vi pare? Quello è certamente un reato. Insomma, qualcuno è entrato nel conto corrente e si tratta di capire chi lo ha fatto?».

Sempre in conferenza stampa Rutelli ha inoltre dichiarato: «Sono amareggiato. Stiamo subendo qualcosa di terribilmente pesante». Poi il leader Api ha ricordato che «la Lega arrivò fino alla Corte Costituzionale per impedire che alcuni documenti conservati a via Bellerio fossero acquisiti dagli inquirenti. Nel nostro caso 24 ore dopo che si era diffusa la notizia del Caso Lusi, la Margherita ha dato tutto ai pm». Durissime le parole usate da Rutelli per descrivere il comportamento di Lusi: «Ha carpito la nostra fiducia in modo diabolico con la finalità di creare qualcosa che nessuno poteva immaginare e con i meccanismi della legge del finanziamento pubblico che lo consentono perché sono troppo poco rigorosi». E, ancora: «La Margherita è stato un partito onorato composto da persone per bene che ha scoperto di avere un cancro». Rutelli non ha escluso nemmeno il coinvolgimento di altre persone: «I magistrati stanno indagando e secondo me è possibile che emergano altre collaborazioni e complicità. Non politiche ma tecniche».


«DI CHE PARLIAMO?» - Sempre durante la conferenza stampa c'è stato un battibecco tra Francesco Rutelli e il giornalista de «L'Espresso». Primo De Nicola in conferenza stampa al Senato sul caso Lusi. De Nicola chiede a Rutelli di ribadire i rapporti economici tra il Centro per un Futuro Sostenibile e l'Api. Rutelli in precedenza aveva detto che «la fondazione per il futuro sostenibile non è una corrente politica e non ha finanziato l'Api. Nulla potrà mai essere rilevato». De Nicola fa presente di aver scritto per «L'Espresso» che «il Cfs ha dato 150mila euro ad Api e che non risultano a bilancio. Rutelli ripete quello che ha detto prima?». Il senatore replica: «Le ho già risposto. Leggerà i bilanci e vedrà dalla prima ultima lira. Quando li leggerà, si leverà il cappello e mi dirà chapeau». De Nicola fa presente che «L'Espresso» ha «già visto e scritto sulla base dei bilanci e sulla base di quello dichiarato dal vostro rappresentante legale». A questo punto il giornalista chiede a Rutelli se «ha il bilancio dell'Api». Rutelli risponde di no. E il giornalista sbotta: «E allora di che parliamo?». E Rutelli: «E che ne so: di che parliamo?». Il botta e risposta va avanti con De Nicola che spiega «di trovare singolare» che un leader di partito non sappia di che cosa si parla e Rutelli che aggiunge: «Ma con "L'Espresso "è una partita diversa, nelle ultime settimane avete scritto degli articoli... avete scritto una manica di cazzate».

MINACCE DI MORTE E CHIUSURA CFS- A margine della discussione Rutelli ha anche rivelato di aver ricevuto minacce di morte i dopo il caso Lusi riferendo di aver denunciato ai Carabinieri del Senato, il 5 marzo scorso, minacce alla sua persona, «tra le quali due minacce di morte per email» e spiegando di aver dovuto sopportare anche «tentativi di intrusione». Poi, quasi commosso, il leader dell'Api ha annunciato di aver chiesto ai membri del Cfs di sospendere ogni attività fino alla chiusura del caso e alla condanna del senatore Lusi».

LA VICENDA - L'ex tesoriere Lusi è accusato di avere sottratto diversi milioni di euro dalle casse della Margherita. Finora il senatore - espulso dal Pd, nato dalla fusione di Margherita e Ds nel 2007 - ha ammesso di avere sottratto complessivamente circa 13 milioni, ma si è detto disposto a restituirne 5. Lusi ha chiesto di patteggiare una pena non superiore a un anno di carcere, con la sospensione della pena. Nei giorni scorsi gli ex dirigenti della Margherita hanno deciso di denunciare per diffamazione Lusi dopo che in un'intervista televisiva a «Servizio Pubblico» ha detto di essersi limitato ad eseguire ciò che gli veniva detto di fare e ha attaccato gli ex vertici sulla gestione dei fondi del partito, dicendo che se lui dovesse parlare «succede un casino» in grado di far saltare il centrosinistra.


Redazione Online16 marzo 2012 | 17:23

Perugia, fermati gli assassini di Luca Rosi Il padre della vittima: «Sono delle bestie»

Corriere della sera

Sono due romeni che farebbero parte di una banda specializzata negli assalti alle ville


Una delle ville prese di mira dalla banda di romeniUna delle ville prese di mira dalla banda di romeni

MILANO - A inchiodarli è stata la testimonianza, determinante, di una donna romena che i carabinieri di Perugia seguivano da giorni. Il resto lo hanno fatto le indagini senza risparmio di forze, visto l'allarme che avevano seminato tra i residenti delle villette attorno a Perugia. E alla fine i risultati sono arrivati. Sono stati identificati e fermati due dei presunti responsabili di almeno tre rapine in villa e soprattutto di quella avvenuta a Ramazzano il 2 marzo scorso, nel corso della quale venne brutalmente ucciso un bancario di 38 anni, Luca Rosi, intervenuto per difendere la compagna. Sono due giovani romeni, Iulian Ghiorgita e Rosu Aurel, ufficialmente incensurati. I carabinieri li hanno bloccati al confine tra Italia e Slovenia. A quanto pare dopo l'ultimo colpo erano scappati in Romania ma non si sa bene perchè stavano rientrando in Italia.


GIOVANI E VIOLENTI - Sarebbero responsabili anche della brutale violenza sessuale ai danni di una donna di 54 anni, avvenuta sempre durante una rapina in villa il 3 febbraio scorso nella frazione di Resina di Perugia. Per questo assalto era già stato fermato un altro romeno, Catalin Simonescu, 27 anni, considerato una sorta di basista della rapina. Tutti farebbero parte di un'unica banda, formata almeno da tre elementi più un basista, specializzata proprio negli assalti in villa. Un gruppo particolarmente spietato del quale non farebbero parte cittadini italiani. Tra i riscontri investigativi raccolti dagli inquirenti, oltre alle testimonianze, anche le tracce di sangue trovato su una scarpa lasciata durante la fuga dopo una rapina lo scorso anno a Bastia Umbra. Il dna corrisponderebbe con quello di uno dei due fermati, Iulian Ghiorgita.


RIENTRAVANO IN ITALIA - I due romeni stavano rientrando in Italia a bordo di un piccolo bus. A fermali a Gorizia i carabinieri di Perugia. «Al nostro arrivo -spiega il comandante provinciale dei carabinieri Angelo Cuneo- hanno tentato la fuga ma sono rimasti bloccati all'interno del bus ed hanno capito che non potevano far altro che arrendersi». Militari del Reparto operativo e del Ros erano sulle loro tracce già da alcuni giorni. «Riteniamo che siano proprio loro gli autori della rapina e dell'omicidio di Luca Rosi» spiega Cuneo. Prima di dare la notizia l'ufficiale ha voluto personalmente informare i genitori del bancario ucciso: «Sono andato personalmente anche su espressa richiesta dei magistrati».


DELLE BESTIE - «Gli assassini di mio figlio sono bestie e andrebbero assicurati alla giustizia in posti adatti alle bestie e non alle persone» ha commentato subito dopo Bruno Rosi, padre di Luca. «La notizia non ci rende soddisfatti, perchè il dolore ha il sopravvento su tutto. Però almeno non faranno altro male». Bruno Rosi ha ringraziato le forze dell'ordine. «Sono stati efficaci -ha detto- la giustizia deve essere molto dura. Se fosse possibile vorrei comunicare l'arresto a mio figlio e dirgli: stai tranquillo, queste persone finiranno in carcere per le cose atroci che hanno fatto». Ai microfoni del programma Rai «La Vita in diretta» ha parlato anche la sorella del bancario Maria Grazia: «siamo più sollevati ma resta un immenso dolore e che non si parli di perdono. O almeno per ora».

TERZO RICERCATO - Le indagini comunque non si fermano. All'appello manca ancora un terzo uomo. Lo si è appreso nel corso della conferenza stampa dei carabinieri. I militari dell'Arma hanno anche chiarito che i due romeni fermati a Gorizia sono destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Perugia per l'omicidio di Rosi e per la rapina con stupro di Resina.


Alfio Sciacca
16 marzo 2012 | 17:14

Il "Padrino" ha 40 anni e non spaventa più gli Usa

La Stampa

Il mito cinematografico resiste, quello criminale no



"The Godfather" fu nominato per undici Oscar, e vinse come miglior film, miglior attore per Marlon Brando, migliore sceneggiatura adattata per Coppola e Puzo


PAOLO MASTROLILLI
inviato a new york

Come invecchia il mito? Bene quello cinematografico del Padrino , che ieri ha compiuto quarant’anni tra gli applausi del pubblico pagante di New York, sempre determinato a considerarlo come uno dei migliori film mai girati. Meno bene quello della mafia, che forse nella realtà non ha mai avuto l’appeal romantico della pellicola di Francis Ford Coppola, ma ora rischia di perdere anche il potere criminale che invece tutti le hanno sempre riconosciuto.

Era il 15 marzo del 1972, quando cinque cinema di Manhattan proiettarono questo film un po’ oscuro. Il romanzo di Mario Puzo da cui era stato tratto aveva funzionato in libreria, ma le sale erano un’altra storia. Si sapeva che Coppola aveva messo insieme un cast straordinario: Marlon Brando, Al Pacino, Diane Keaton, Robert Duvall, James Caan, John Cazale. Anche le riserve avrebbero potuto fare i protagonisti in qualsiasi altra produzione. Si sapeva poi che aveva litigato ferocemente con la Paramount, che considerava questo film un’operazione economica di secondo piano, mentre lui voleva il trattamento riservato ai capolavori in termini di soldi, mezzi e tempo a disposizione per le riprese. 

Sul risultato, invece, non esistevano certezze, anche perché il genere mafia non era molto sperimentato, e in più c’erano già forti resistenze da parte della comunità italiana, che considerava quella pellicola un insulto. In particolare, si era messa di traverso la Italian-American Civil Rights League, che in teoria era una organizzazione per la difesa dei diritti civili delle minoranze, ma nella realtà era il braccio pubblico di Joseph A. Colombo Sr., capo di una delle cinque potentissime famiglie mafiose di New York. Si racconta che per farlo contento, e consentire alla produzione di completare il proprio lavoro, furono sostituiti qua e là nei dialoghi termini come «mafia» e «cosa nostra», mentre diversi amici della famiglia trovarono posto come comparse o altro.

Il resto è storia del cinema. The Godfather fu nominato per undici Oscar, e vinse come miglior film, miglior attore per Marlon Brando, migliore sceneggiatura adattata per Coppola e Puzo. Seguirono altri due altri capitoli, nel 1974 e nel 1990, per una serie ormai incardinata nella cultura americana. Secondo gli amanti delle statistiche, il Padrino si gioca con Casablanca il primato della pellicola che ha generato più frasi storiche entrate nel lessico quotidiano, dall’offerta che non si può rifiutare, alla necessità certe volte di dormire sui materassi posati a terra. L’American Film Institute institute lo ha messo al secondo posto nella classifica dei film più belli di sempre, solo perché Citizen Kane di Orson Welles è il Vangelo per Hollywood.

Sul piano cinematografico, dunque, l’eredità è sempre viva. Il primo marzo scorso cinquantacinque cinema hanno celebrato l’anniversario, proiettando una versione restaurata della pellicola, e ieri ci sono state celebrazioni un po’ ovunque. Il genere dedicato ai gangster è diventato un classico, anche se col tempo l’inossidabilità di Vito Corleone ha dovuto lasciare il campo alle debolezze umane di Tony Soprano. La comunità italiana ha sofferto un po’ per i pregiudizi, ma è sopravvissuta, e onestamente non si poteva attribuire tutta la colpa ad un film.

Nella realtà, invece, la mafia non è più quella prima metà del secolo scorso. Ha subito i colpi di procuratori e poliziotti coraggiosi, come Rudy Giuliani e Donnie Brasco, e la rivalità della nuova criminalità organizzata, prima cinese e poi soprattutto russa. Ora le mogli dei boss danno un terribile spettacolo di loro stesse nei reality show tipo Mob Wives , nella speranza che una risata possa seppellire presto un fenomeno responsabile di troppe autentiche lacrime.



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Quel falso mito che «con una dormita tutto passa»

Corriere della sera

Dormire dopo un’esperienza emotiva negativa la rafforza e la cristallizza, mentre la privazione di sonno aiuta a cancellarla



Il vecchio adagio secondo cui con una bella dormita passa tutto non ha trovato riscontri in uno studio dell’Università del Massachusetts pubblicato sul Journal of Neuroscience e anzi, andare a dormire dopo un’arrabbiatura o un evento particolarmente stressante, sembra che piuttosto ingigantisca il nostro disagio. D’altronde già duemila anni fa, nell’Epistola di Paolo agli Efesini del Nuovo Testamento al punto 4:27 si leggeva: «Il sole non tramonti mai sopra la vostra ira», una massima che ha trovato pieno riscontro scientifico nello studio dei ricercatori americani che hanno dimostrato come andare a dormire dopo un’esperienza emotiva negativa finisca per rafforzarla e cristallizzarla, tant’è che viene da pensare a quanto sia deleterio guardare alla TV un film dell’orrore prima di coricarsi piuttosto che vederne uno romantico o un bel documentario.

LE ESPERIENZE - Lo stesso fenomeno di rafforzamento morfeico vale infatti anche per le esperienze positive o per quelle emotivamente neutre. Per verificarlo sono stati esposti a immagini di vario tipo 106 soggetti di ambo i sessi per stimolare reazioni negative (ad esempio dopo la vista di un incidente stradale), positive (vedendo un gruppo di bambini festosi) e neutre (un paesaggio). Constatato che al risveglio tutti i soggetti conservavano l’impronta emotiva con cui si erano addormentati, i ricercatori hanno voluto vedere se mostrando di giorno le stesse immagini o altre scelte con lo stesso criterio (positive, negative e neutre) si manteneva lo stesso effetto a distanza di 12 ore, consentendo ai soggetti sia di stare svegli, sia di dormire. Quando dormivano veniva anche effettuata una registrazione EEGrafica durante la fase REM, quella dei sogni, per verificare un eventuale aumento di attività elettrica correlabile alla comparsa di incubi. Quando i soggetti restavano svegli l’impatto emotivo si diluiva, mentre se dormivano avevano la stessa reazione riportata quando avevano visto le immagini la prima volta, indicando che il sonno conserva l’impronta emotiva che peraltro è risultata correlata anche all’attività EEG.

IL MECCANISMO DI DIFESA - Il potenziamento delle emozioni durante il sonno è probabilmente un meccanismo evolutivo sviluppatosi per quelle positive, ma il cervello non fa distinzioni: il fatto che dopo una brutta esperienza facciamo fatica ad addormentarci, dicono gli autori, sembra un meccanismo di difesa per evitare che quelle emozioni vengano immagazzinate. Tant’è vero che un altro studio pubblicato su Biological Psychiatry dai ricercatori del National Institute of Mental Health di Tokyo ha dimostrato che la semplice privazione di sonno è una cura efficace per il cosiddetto disturbo post-traumatico da stress, la sindrome che colpisce chi sopravvive a un evento traumatizzante, dall’incidente stradale all’attentato, ed è ovviamente frequentissima fra i reduci di guerra. Quindi se qualcosa non va e qualcuno vi dice “dormici su che ti passa” non dategli più retta.


Cesare Peccarisi
16 marzo 2012 | 11:58



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Provenzano Jr : «Mio padre malato senza cure Falcone e Borsellino? Vittime della violenza»

Corriere della sera

Ingroia: «Linguaggio mafioso». Audio della deposizione della vedova Borsellino: «Paolo mi disse della trattativa Stato-mafia»


MILANO - «Chiedo che si faccia una perizia per capire se mio padre è capace di intendere e di volere e se a livello neurologico possa essere curato. Non posso stabilirlo io, deve stabilirlo lo Stato. Noi siamo consapevoli che sarà difficile che mio padre possa essere scarcerato, ma quello che chiediamo e continueremo a chiedere è che venga curato». Angelo Provenzano, figlio del boss Bernardo, intervistato da «Servizio Pubblico», la trasmissione di Michele Santoro, chiede che al boss vengano riconosciuti «diritti e dignità» e usa un linguaggio che viene definito «organico all'ambiente in cui è cresciuto» da più di un ospite della trasmissione, alla quale partecipa in collegamento video il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia.


DIRITTI E DIGNITA' PER IL BOSS - «Mio padre vive un decadimento neurologico tale da non poter permettere la somministrazione di cure chemioterapiche per il suo tumore alla prostata - ha detto Angelo Provenzano -. È sempre un cittadino italiano, un essere umano, la dignita umana va rispettata. Se mio padre è così scomodo allora qualcuno si prenda allora la responsabilità di istituire la pena di morte, anche ad personam». Alla domanda su chi siano per lui Falcone e Borsellino, il figlio di Bernardo Provenzano ha risposto: «Per me sono due vittime immolate sull'altare della Patria. Sono due vittime della violenza».


INGROIA, VELTRONI E MARTELLI: LINGUAGGIO MINACCIOSO - Linguaggio e struttura del discorso di Provenzano Junior che a un certo punto parla anche di «violenza che chiama violenza» hanno sollevato la reazione tra gli altri di Walter Veltroni, Claudio Martelli e il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore. Per tutti si è trattato di un intervento inquietante.

LA TRATTATIVA - «Paolo mi ha accennato che c'era una trattativa tra la mafia e lo Stato. Dopo la strage di Capaci mi disse che c'era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato. Questo è accaduto a metà giugno». Questa è la deposizione della vedova del giudice Paolo Borsellino, Agnese, ai pm di Caltanissetta, che hanno riaperto le indagini sulla strage di via D'Amelio. L'audio dell'interrogatorio è stato mandato in onda durante la trasmissione . La vedova, come già emerso, ha raccontato che il marito, sconvolto, le parlò di contiguità tra pezzi dello Stato e la mafia e le disse di avere saputo che l'ex capo del Ros, Antonio Subranni, era «punciuto» (uomo d'onore, ndr). «Paolo mi disse - ha raccontato la donna - 'mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentirannò».





15 marzo 2012 (modifica il 16 marzo 2012)

In aeroporto arriva la hostess virtuale

Corriere della sera

Si attiva al passaggio delle persone, sfruttando immagini olografiche. Dà informazioni in italiano e inglese



La hostess virtuale al Marconi
La hostess virtuale al Marconi


BOLOGNA - Altro che le ragazze della Pan Am, protagoniste del telefilm più glamour del momento. All'aeroporto Marconi di Bologna per rispondere alle domande dei passeggeri ora c'è una hostess virtuale. A grandezza naturale, grazie a una tecnologia che utilizza immagini olografiche.

COME FUNZIONA - Il servizio di Virtual Assistant, che per la prima volta si vede in Italia, si attiva automaticamente al passaggio delle persone, fornendo informazioni in italiano e inglese. Il volto della hostess virtuale, però, non è stato creato dal computer: a darle l'immagine è stata una dipendente dell'aeroporto in carne e ossa, Alessandra Morretta, di professione addetta security.

LA MACCHINA - La nuova tecnologia, sviluppata dall’italiana Virtualpromoter.it in collaborazione con l’area Innovazione Tecnologica dell’Aeroporto di Bologna, mira ad accrescere l'efficienza operativa dei servizi di informazione e la soddisfazione dei passeggeri, riducendo in particolare i tempi di attesa nei punti chiave del terminal. Inaugurato con una prima macchina posizionata nei pressi dei varchi di sicurezza, il servizio potrà essere potenziato con l’attivazione di altre «colleghe» con finalità informative o commerciali.

PER LE FAMIGLIE - Non è l'unica novità del Marconi. Sempre venerdì prendono il via anche il nuovo Family Fast Track, l’accesso rapido e privilegiato alla sala imbarchi per le famiglie con bambini da 0 a 2 anni muniti di carta di imbarco «infant», e il servizio di wi-fi gratuito per i passeggeri, che coprirà tutto il terminal principale, ad eccezione dell’Area 2 ancora soggetta a lavori.


Redazione online
16 marzo 2012


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Strage di Ustica, sospeso risarcimento milionario per i parenti delle vittime

Corriere della sera

La Corte d'Appello ha rigettato l'istanza che chiedeva l'immediata liquidazione: ora se ne riparlerà nel 2015






PALERMO - Nessun risarcimento, almeno fino al 2015. La prima sezione civile della Corte d'appello di Palermo, sciogliendo la riserva, ha sospeso l'esecutività della sentenza che imponeva un risarcimento di oltre cento milioni a carico dei ministeri della Difesa e dei Trasporti per gli 89 familiari delle vittime della strage del DC 9 inabissatosi nel mare di Ustica il 29 giugno dell'80.

ISTANZA RIGETTATA - La Corte ha quindi rigettato l'istanza dei legali dei familiari delle vittime che chiedevano l'immediata liquidazione anche con Buoni del Tesoro per non incidere troppo sulle casse dello Stato, rinviando al 15 aprile del 2015. Lo scorso settembre i ministeri della Difesa e dei Trasporti furono condannati dal Tribunale al risarcimento di centodieci milioni di euro in favore dei parenti di una quarantina di passeggeri deceduti. La Corte, presieduta da Rocco Camerata Scovazzo, ha quindi imposto uno stop ai risarcimenti fissati dal Tribunale, che aveva ritenuto i ministeri responsabili di non avere garantito la sicurezza del volo e di avere negato ai familiari delle vittime il diritto alla verità sulla strage per oltre 20 anni. Per i giudici d'Appello sussistono infatti «gravi motivi che giustificano la sospensione dell'esecutività della sentenza per il grave danno che il debitore potrebbe ricevere a fronte peraltro di un'impugnazione che non evidenzia profili di evidente infondatezza».

LA DIFESA: «AEREO ABBATTUTO DA UN MISSILE» - La sentenza d'appello potrebbe aprire nuove strade per la ricerca della verità. Infatti, secondo i legali, fu un missile, forse francese, ad abbattere il volo del DC9 Itavia, come alcuni testimoni, tra cui l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, hanno affermato durante il processo.


Simona Licandro
16 marzo 2012



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Tragedia di Sierre, parla il procuratore: «Nessuno ha visto l'autista inserire il dvd»

Corriere della sera

Non è stata neppure trovata traccia di alcol nel sangue. Intanto il Belgio si ferma in segno di lutto


MILANO - «Non abbiamo nessun testimone diretto che ha visto l'autista inserire il dvd». Così il procuratore generale di Sion, Olivier Elsig in merito alle indiscrezioni di stampa che ritenevano di aver individuato una possibile causa del terribile incidente nel quale sono morte 28 persone, 22 delle quali erano bambini. In proposito il procuratore ha tenuto a precisare che «i bambini hanno detto cose sentite dire, ma nessuno ha visto con i propri occhi» l'autista cambiare in dvd. Altri elementi per spiegare le cause dell'incidenti arrivano dai primi risultati dell'autopsia sull'autista che hanno escluso la presenza di «traccia di alcol nel sangue».


TORNANO LE SALME - Intanto il primo aereo dell'aeronautica militare belga con le spoglie delle vittime dell'incidente di Sierre è atterrato nella base militare di Melsbroek, nei pressi di Bruxellesm alle 10,15. Il C-130 era partito alle 9,00 dall'aeroporto svizzero di Sion. Un secondo aereo con i feretri di altre vittime è partito poco dopo.


BELGIO IN LUTTO - Alle 11 tutto il Belgio si è fermato per il minuto di silenzio in segno di lutto nazionale proclamato dal governo. Anche autobus e metropolitane hanno interrotto le loro corse mentre le bandiere sono a mezz'asta in tutto il paese. Persino le radio del paese hanno modificato la loro programmazione in segno di rispetto del lutto nazionale. Le catene del servizio pubblico Rtbf hanno deciso di «trasmettere musica sobria e messaggi di cordoglio e condoglianze alle famiglie delle vittime».



Redazione Online16 marzo 2012 | 12:46