lunedì 19 marzo 2012

Liti eterne, ci pensa il mediatore

La Stampa

Da domani passaggio obbligato per guerre condominiali e incidenti: pronti 40 mila specialisti



FRANCESCO SEMPRINI

Tamponamenti, incidenti stradali, odori molesti e dispute sugli spazi comuni di un condominio: d’ora in poi questi contenziosi, invece di finire in interminabili e costose liti in tribunale, possono essere affrontati in sede extragiudiziale utilizzando l’istituto della mediazione. Con l’entrata in vigore del decreto Milleproroghe prima di andare in Tribunale sarà obbligatorio effettuare un tentativo di conciliazione davanti a un esperto abilitato. Della lista dei «pacieri» autorizzati fanno parte, secondo i registri del ministero della Giustizia, 797 istituti di mediazione accreditati e 270 enti di formazione. Un esercito di oltre 40mila mediatori, che finora ha visto in buona parte tradite le proprie aspettative. Con un numero di richieste molto inferiore alle attese e la conseguente difficoltà di un mercato che fatica a decollare. Colpa dell’opposizione da parte della maggioranza dell’avvocatura italiana, rappresentata dall’Oua.

L’Organismo unitario dell’avvocatura non solo è riuscito a lungo a rinviare l’entrata in vigore dell’obbligatorietà del sistema della mediazione proprio nei settori più significativi come quelli degli incidenti stradali e delle liti condominiali, ma ha poi tentato, negoziando con il ministro Paola Severino, di rinviare ulteriormente l’obbligatorietà della mediazione. Ancora oggi l’Oua spera che la Corte Costituzionale - investita dal Tar del Lazio, cui si era rivolto proprio l’Oua - possa giudicare incostituzionale una riforma invece tanto attesa e carica di effetti positivi. Il giudizio della Consulta è atteso tra aprile e maggio. Facile immaginare le ragioni di questa opposizione: grazie alla mediazione, invece di andare in causa dando da lavorare ai professionisti, moltissime questioni potranno essere risolte in breve tempo e con praticamente zero spese.

Altra questione su cui si è concentrata l’opposizione dell’avvocatura, la modalità di costituzione di enti di mediazione, da parte di soggetti pubblici e privati, e la conseguente qualità della loro preparazione giuridica. Una posizione classica di tipo corporativo. Ma non tutti gli avvocati italiani la pensano allo stesso modo. «L’obbligatorietà è necessaria affinché l’istituto della mediazione venga a conoscenza di tutta la cittadinanza, cosa che finora non è accaduta a causa della scarsa informazione e dell’opposizione fatta da alcune lobby tra cui sicuramente quella di certa avvocatura», spiega Lorenza Morello, presidente dell’associazione Avvocati per la Mediazione. «I ritardi della giustizia civile - afferma dati alla mano il presidente Morello - con 5 milioni di cause pendenti, pesano oggi sul bilancio statale per un costo complessivo pari a un punto di Pil annuo, 23 miliardi di euro».

Dalla sua, la mediazione può vantare risultati positivi in termini di tempi, altro male cronico della macchina giudiziaria italiana: 57 giorni la durata media. E sicuramente c’è la possibilità di intervenire in modo drastico per intervenire sulla montagna - oltre 300mila cause l’anno - di vertenze che riguardano il settore degli incidenti stradali, con annessi e connessi. Per non parlare delle liti condominiali: oggi oltre un quinto delle cause civili pendenti in Italia riguardano il condominio. Tecnicamente, la mediazione si svolgerà davanti a un mediatore professionista appartenente a uno degli organismi di conciliazione iscritti in un registro presso il Ministero della Giustizia.

I tre modelli

Obbligatorio - La legge prevede in alcuni casi che il passaggio dal mediatore sia obbligato, una condizione necessaria per poter avviare in seguito l’eventuale processo tra le parti secondo le caratteristiche tradizionali.

Demandato - In questo caso la legge affida al giudice civile la possibilità di invitare le parti a risolvere la controversia che li riguarda risolgendosi agli organismi della conciliazione. Il margine di manovra del giudice è totalmente libero: la richiesta che può avanzare, avviene semplicemente quando, a suo avviso, le risultanze dell’istruttoria in corsa gli suggeriscono la possibilità di praticare con successo la pratica alternativa.

Facoltativo - Il ricorso a un mediatore avviene con un accordo diretto tra le parti, senza il bisogno di interpellare preventivamente il giudice. 


(Articolo tratto da LaStampa, edizione cartacea, del 19 marzo 2012)



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In Cile il cielo è un affare Il Piemonte l'ha distrutto

La Stampa




Piero Bianucci

In una notte buia e serena dovremmo vedere duemila stelle. Ma chi guarda il cielo da Torino è fortunato se arriva a contarne una dozzina, e poiché l’inquinamento luminoso raddoppia ogni dieci anni, di questo passo nel 2050 non se vedrà più nessuna. D’accordo, parliamo di una grande città. Ma provate a sorvolare il Piemonte di notte: è come se il cielo stellato fosse non sopra ma sotto di voi. Una grande quantità di luce si disperde verso l’alto. Tutta luce che, senza illuminare il suolo, va a spegnere le stelle. Come cittadini, siete contenti di pagare la bolletta di Comuni così spreconi? Paradossalmente, questo spreco è il risultato di una legge della Regione Piemonte datata 24 marzo 2000 intitolata “Disposizioni per la prevenzione e lotta all’inquinamento luminoso e per il corretto impiego delle risorse energetiche”.

“Lotta all’inquinamento luminoso”? Dopo dodici anni dovrebbe essere chiaro che questa legge, così come è stata concepita, non funziona. Non si tratta di cambiare molto, basterebbe qualche ritocco fatto nel punto giusto. Il consigliere regionale Antonino Boeti (pd) ha presentato tempo fa una proposta di modifica. Giace chissà dove. Ignorata. Eppure non solo si tratta di una modifica a costo zero, ma nel tempo farebbe risparmiare energia elettrica, e Dio sa se ce n’è bisogno, e quindi denaro. Denaro di tutti noi. Sognando, si potrebbe persino immaginare che tra qualche anno, con i soldi risparmiati grazie a una illuminazione pubblica più razionale, un eventuale assessore alla cultura finalmente illuminato (scusate il gioco di parole fin troppo facile) avrebbe di che finanziare iniziative oggi messe a dura prova dai tagli.

Il guaio è che la meraviglia del cielo stellato ce la siamo scordata. Beati i Paesi dove ciò non è accaduto. Lo pensavo leggendo un bel libro fresco di inchiostro scritto da Lucia e Cesare Guaita, “Cile: il paradiso dell’astronomia”, pubblicato da Gruppo B, lo stesso editore che manda in edicola i mensili “Orione” e “le Stelle”. Lì si scopre che un cielo buio può diventare una preziosa risorsa turistica. I Guaita, padre e figlia, rispettivamente un chimico innamorato dell’astronomia e una giovane astrofisica professionista, nelle loro pagine segnalano ben 18 Osservatori non professionali situati nel Cile settentrionale, nella stessa regione del Paese dove sorgono undici Osservatori per ricerca scientifica, uno dei quali è l’Osservatorio Australe Europeo (ESO), dotato di quello che attualmente è il più potente telescopio del mondo (foto).

Gli Osservatori turistici cileni offrono ai turisti strumenti di piccole e medie dimensioni, tra i 20 e i 60 centimetri di apertura. Ma, sotto quel cielo straordinario, è come usare il telescopio di Monte Palomar. Di questi strumenti a disposizione del pubblico, alcuni sono installati presso hotel di lusso, altri hanno una funzione squisitamente didattica, altri ancora offrono al turista-astrofilo una cucina e un piccolo rifugio. Il libro di Lucia e Cesare Guaita – 182 pagine illustrate da magnifiche fotografie a colori, 38 euro, una miniera di informazioni sui grandi telescopi che molti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno installato in Cile – è dunque anche una guida perfetta per chi voglia organizzarsi una vacanza sotto il più bel cielo del mondo.

Non ho la fortuna di una esperienza diretta. Molti amici però mi hanno parlato con entusiasmo della sensazione di immergersi nell’universo che si prova sull’altopiano delle Ande. Il fisico Tullio Regge mi riferiva che non solo Venere, ma persino la Via Lattea risulta così brillante da proiettare al suolo lievissime ombre. Ecco: se volete provare queste emozioni, prenotate il viaggio e mettete nella valigia “Cile: paradiso dell’astronomia”. E se non potete concedervi il lusso di una vacanza così insolita, consolatevi leggendolo e contemplandone le fotografie.

Gli stessi astrofili esperti troveranno in questo libro notizie che non sono reperibili in altri testi italiani. Segnalo in particolare le pagine sul futuro LSST, Large Synoptic Survey Telescope, in via di realizzazione, uno strumento da 8,4 metri che inquadrerà un campo così ampio da poter fotografare in tre giorni tutta la volta australe. Il capitolo sul VLT, Very Large Telescope, realizzato dall’ESO sul monte Paranal, vi farà comprendere come oggi gli strumenti astronomici siano in continua evoluzione: i 4 telescopi da 8,2 metri che compongono il VLT hanno nel loro punto focale dispositivi avanzatissimi. Yepun, il quarto telescopio entrato in servizio, accumula in sé tutte le tecnologie che anticipano il futuro e utilizza una “stella artificiale” ottenuta con un raggio laser che si riflette sugli atomi di sodio che le meteoriti, vaporizzandosi, depositano a 90 chilometri di quota.

Le ultime pagine sono un tuffo nel futuro. Descrivono il progetto dell’E-ELT, European-Extremely Large Telescope, uno strumento ad ottica attiva e adattiva dall’apertura di 40 metri che sorgerà sulla cima dell’Armazones e sarà operativo intorno al 2020. Potere risolutivo: 3 millesimi di secondo d’arco. Riuscireste a vedere un uomo sulla Luna.



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Duomo, meraviglia che soffre» Barroso: porterò il caso a Bruxelles

Corriere della sera

Visita a sorpresa del presidente Ue, accompagnato dal presidente della Veneranda fabbrica Angelo Caloia


MILANO - I cantieri sono chiusi, tutti e dodici. I fondi sono finiti, i 4 milioni promessi dal governo Monti «spariti» dal Milleproroghe. Sulla terrazza del Duomo il presidente della Commissione europea. Attorno le 135 guglie della cattedrale e le 3.400 statue ancora in attesa di un restauro. Ma le nubi sopra al Duomo sono meno dense. Il caso dei fondi potrebbe presto arrivare sul tavolo della Ue. Barroso ha, infatti, garantito il suo impegno personale per salvare un monumento che «non è solo simbolo di Milano e dell'Italia» ma deve essere «patrimonio di tutta l'Europa».




Una visita a sorpresa, quella del presidente della Commissione europea, iniziata sabato mattina prima dell'apertura al pubblico della terrazza. Ad accompagnare Barroso, il presidente della Veneranda fabbrica del Duomo, Angelo Caloia e il direttore Benigno Morlin Visconti. Il «sopralluogo» è durato circa un'ora, poi l'incontro con il governatore Roberto Formigoni. «Uno spettacolo straordinario», il commento di Barroso dopo la visita alla cattedrale. Anche se il presidente è rimasto molto colpito dallo stato di «sofferenza» del monumento e l'importanza dei restauri per i quali ancora mancano i finanziamenti. Da qui la volontà di portare il tema alla Commissione europea. Del resto, anche dal punto di vista storico-artistico, la cattedrale è un esempio di «gotico internazionale» e un progetto al quale hanno lavorato artigiani e maestranze provenienti da tutta Europa.

Il restauro del Duomo «Un segnale importante che sottolinea la necessità per i beni culturali di creare rapporti strutturati con il governo e con l'Europa - ha commentato il presidente della Veneranda fabbrica Angelo Caloia -. Da tempo il Duomo ha chiamato in causa tutte le forze pubbliche affinché si mobilitassero per un impegno inderogabile, una sfida che da secoli si tramanda tra le generazioni». Ogni anno la cattedrale viene visitata da 5 milioni di persone, per questo l'eventuale finanziamento europeo potrebbe inserirsi all'interno delle iniziative previste per Expo 2015: «Ci auguriamo che i visitatori che arriveranno a Milano per l'Esposizione internazionale possano ammirare la cattedrale nel suo splendore originario». Ma prima servirà lo sblocco dei 4 milioni attesi dal governo Monti. Altrimenti i cantieri già avviati resteranno fermi ancora a lungo.


La visita privata di Barroso al Duomo arriva il giorno dopo l'incontro a Palazzo Reale con il sindaco Giuliano Pisapia. Venerdì sera, infatti, il presidente della Commissione Ue aveva visitato la mostra «Tiziano e la nascita del paesaggio moderno» insieme con il primo cittadino. Al termine della serata un incontro su Expo e il coinvolgimento della Commissione europea nell'evento del 2015. Lo stesso tema della «chiacchierata» a porte chiuse di ieri mattina con il governatore Roberto Formigoni durante il convegno annuale di Confindustria. «Barroso ha proposto di rivederci a breve a Bruxelles con gli altri commissari e un'équipe tecnica, così da studiare al meglio le modalità di partecipazione dell'Unione Europea al progetto Expo», ha spiegato Formigoni.



Al presidente Barroso il governatore ha chiesto di prendere in considerazione il coinvolgimento diretto dell'Europa come per l'Olimpiade di Londra: «Non si parla di cifre grandiose, ma una presenza anche dal punto di vista del sostegno economico e finanziario da parte della Commissione europea sarebbe un segnale importante». Formigoni, che di Expo è anche commissario generale, ha invitato la Commissione a essere presente con un proprio padiglione: «Sarebbe la prima volta: nelle prossime settimane approfondiremo questo tema».

Cesare Giuzzi
18 marzo 2012 | 11:45

La Lega salva la sua tv pagano i contribuenti

Libero


La società di produzione amministrata dall'onorevole Caparini, evita il fallimento. Inps ed Enpals rinunciano a 100mila euro di crediti


La domanda è stata presentata il 16 dicembre scorso alla sezione fallimentare del tribunale di Milano. A presentare una richiesta di concordato preventivo e di ristrutturazione del debito per evitare l’imminente fallimento è stata la Celtcon srl, la società di produzione televisiva e raccolta pubblicitaria della Lega Nord, amministrata dal responsabile comunicazione del partito, l’onorevole Davide Carlo Caparini.


La società aveva un patrimonio netto negativo di 435.114 euro, con debiti tributari e previdenziali di 708.033 euro che non era in grado di pagare, tanto da avere ricevuto numerose cartelle esattoriali e solleciti dall’Agenzia delle Entrate, da Equitalia, dall’Inps e dall’Enpals. La proposta di transazione – già accettata da tutti gli enti pubblici creditori - è quella di pagare solo una parte del dovuto: in tutto 577.824 euro, con il fisco italiano, l’Inps e l’Enpals che complessivamente rinunceranno a più di 100mila euro del dovuto.


Secondo lo stato patrimoniale allegato alla richiesta avanzata in tribunale, la Celticon “ha sempre avuto una bassa redditività data la particolare attività esercitata che non gli ha permesso di rivolgersi ad un vasto mercato, ma solamente a pochi interlocutori che hanno sempre avuto nei confronti della società un forte potere contrattuale.

Nel recente passato la crisi generale, e in particolare, la crisi del mercato televisivo ha portato ad una drastica diminuzione dei ricavi in termini di inserzioni pubblicitarie a cui non ha fatto seguito una proporzionale diminuzione dei costi. Le difficoltà finanziarie della società negli ultimi esercizi sono state superate con il versamento di ingenti somme di capitale da parte dei soci. La crisi generale ha portato a una diminuzione delle possibilità dei soci a finanziare la società, e, conseguentemente, ha determinato lo stato di crisi in capo alla Celticon srl”.


Ora, se certo non è imputabile all’Agenzia delle Entrate o all’Inps la crisi di mercato della Celticon e tanto meno l’incapacità di Caparini di ridurre le spese di funzionamento in parallelo alla caduta del fatturato, è invece certo chi sia l’azionista di maggioranza assoluta della Celticon srl: la Fingroup, interamente controllata dalla Lega Nord. Il partito di Umberto Bossi ha nel suo bilancio un attivo contabile di 39,7 milioni di euro alla fine del 2010, e come si è appreso solo in tempi recenti, ha a disposizione anche 13,5 milioni di euro investiti dal suo tesoriere, Francesco Belsito in operazioni off shore fra cui quelle in Tanzania e a Cipro. Risorse all’80% pubbliche e al 20% provenienti dall’autofinanziamento. Più che capienti per pagare il buco della Celticon invece di farlo pagare ai pensionati dell’Inps (quelli che la Lega voleva difendere) e ai super-tartassati del fisco italiano (altra platea che dovrebbe stare a cuore del Carroccio, almeno così dice da quando sta all’opposizione).


Oltretutto a spese di pensionati e tartassati la Celticon chiede di potere stare in piedi e allargare le proprie attività, spiegando che il 5 agosto del 2011 ha avuto dal ministero dello Sviluppo Economico l’autorizzazione come “Fornitore di servizi di media audiovisivi e dati a marchio Tele Padania” e in data 7 ottobre 2011 “ha ottenuto l’attribuzione della numerazione automatica dei canali della televisione digitale terrestre in Liguria. Analogamente ha in corso la richiesta per altre regioni”.

di Fosca Bincher
17/03/2012




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Giacomo: è più facile fare il premier che fare il papà

La Stampa

Domani è la sua festa, il comico racconta il meraviglioso mondo dei genitori all’antica. Fare il presepe, tifare per l’Inter, andare in bici... Ma i padri moderni non assomigliano a quelli di una volta





GIACOMO PORETTI
Milano


Fare il papà non è facile, ci si sente strani, in imbarazzo. E poi i figli fanno domande difficili. È più facile fare lo zio e il nonno. È più facile fare il premier che fare il papà. Anche l’astronauta è più facile da fare, arrivo persino a dire che è più facile fare l’amico che fare il papà!

I papà moderni e quelli di una volta sono molto diversi tra di loro, ma in una cosa si assomigliano: nel non voler togliere spazio al ruolo delle madri, consapevoli che certe cose, quali sostituzione di pannolini, preparazioni di pappe, tattiche e procedure per arginare le colichette, siano meglio svolte dalle mamme; loro, i papà, si mettono umilmente da parte. Quando nasce un figlio, in genere, per i primi anni di vita il papà non si fa molto vedere, non è molto coinvolto nel processo di crescita e di educazione dei pargoli; nei primi due anni di vita o forse anche tre, i papà si dedicano al loro lavoro dalle 7 del mattino fino alle 21-21,30. Quando rientrano vanno a dormire fino alle 6,58 del giorno dopo.

Alcuni padri vedono il loro figlio per la prima volta quando lo portano a scuola il primo giorno delle elementari.

Io ho avuto un papà di una volta, di quelli antichi.

Io ho avuto un solo papà, ai figli moderni ne possono capitare anche 2 o 3.

I papà di adesso sono diversi da quelli di una volta, intanto quelli moderni giocano a tennis, sanno sciare, vanno in mountain bike, di mestiere fanno l’interior designer, collezionano Rolex degli Anni 50, fingono di sapere come investire il loro patrimonio, alla domenica portano la famiglia al ristorante 2 stelle Michelin dove lo chef cucina le lasagne molecolari; il pasto finisce con la nonna che si lamenta e dice che sono più buone le sue.

I papà di una volta giocavano a briscola, quasi tutti lavoravano in fabbrica, dove andavano con bicicletta, e se per caso si bucava una ruota la aggiustavano loro; di soldi non ne avevano, così non sbagliavano investimenti, la domenica si mangiavano le lasagne cucinate dalla mamma e la nonna si lamentava sotto voce dicendo che le sue erano più buone.

I papà moderni ti portano in vacanza due settimane in Patagonia e due settimane in barca ai Caraibi, perché ai bambini bisogna fargli fare un po’ di mare e un po’ di montagna.

I papà moderni devono lavorare 12-14 ore al giorno per 11 mesi l’anno perché devono pagare lo skipper del catamarano e le tute anti-assideramento usate in Patagonia, perché loro, i papà moderni, in Patagonia ti portano in bassa stagione per risparmiare, solo che lì è inverno polare.

I papà di una volta il mare lo vedevano solo quando andavano a trovare i figli alla colonia marina di Pietra Ligure: due domeniche al mese; la nonna si lamentava sempre e diceva che secondo lei il mare di Pinarella di Cervia, che aveva visto in cartolina, era più bello.

Il mio papà il resto della vacanza lo usava per imbiancare la casa, riparare le tapparelle e giocare a carte alla bocciofila Combattenti e Reduci; la nonna diceva che il nonno era più bravo del papà a giocare a briscola.

I papà moderni lavorano tanto e regalano ai figli l’iPhone. Se i figli dei papà moderni non telefonano quattro volte al giorno, non mandano una mail, non inviano un filmato della lezione di judo e non twittano al papi prima e dopo i pasti, i papà moderni si preoccupano e vanno dallo psicologo perché non riescono ad avere un buon rapporto con i loro figli.

I papà di una volta,se arrivava il vicino a dirgli che era arrivata una telefonata per loro, chiedevano preoccupati se era morta la nonna. Ai papà di una volta se gli arrivavano due telefonate in un anno erano autorizzati a vantarsi un pochino, e in mensa gli facevano un brindisi. Alla terza telefonata la nonna si lamentava e diceva che si era persa la virtù del silenzio.

Quando i papà moderni accompagnano i figli alla partita di calcio del sabato pomeriggio, riescono a litigare con l’arbitro, con l’allenatore e con i papà della squadra avversaria; i sabati che il figlio perde litigano anche con il magazziniere, con il posteggiatore, con il figlio stesso e con la moglie e la nonna poi a casa.

Un sabato la mia squadra ha perso il derby contro il Busto Garolfo, mio papà è stato zitto fino a casa, poi ha trangugiato un Fernet Branca, ha acceso una nazionale senza filtro e mi ha detto: «Allenati a palleggiare e a tirare le punizioni, storia e matematica li farai la settimana prossima».

I papà moderni quando un figlio torna da scuola con un 4, denunciano il professore per mobbing.

I papà di una volta, se tornavi a casa con una nota da firmare, loro scrivevano sul diario «bravo prof, raddrizzi la schiena a questi invertebrati».

I papà moderni portano i figli a fare magic jumping buttandosi dai ponti dell’autostrada per 250 metri, ma se devono fare le condoglianze alla vicina a cui è morto il marito si cagano sotto.

I papà moderni ti spiegano come si usano le applicazioni su iPhone tipo Shazam o iTorcia, ma non sanno che differenza c’è tra un uovo per fare la carbonara e uno da cui nasce un pulcino.

I papà moderni ti spiegano la differenza tra musica lounge, tecno e ambient, ma non sanno cantarti «Che gelida manina se la lasci riscaldar...» della Bohème . Mio papà, quando andava alla cena dei coscritti, tornava alticcio, come tutti i coscritti, apriva la porta di casa e attaccava l’aria del tenore. La mamma, trattenendo il riso, fingeva di essere la Mimì dell’opera e lasciava paziente che il suo Rodolfo si smarrisse tra le ottave e gli accordi irraggiungibili e si addormentasse vestito. Io e mia sorella eravamo convinti che nostro papà fosse più bravo di Mario Del Monaco.

Quando poi un figlio moderno compie 16 anni, i loro papà li accompagnano in discoteca alle 23 e li vanno a prendere alle 4 del mattino con il Suv.

I papà di una volta piuttosto che mandarti in discoteca si mettevano a studiare con te i verbi irregolari e il genitivo sassone.

Fare i compiti insieme al papà moderno è molto istruttivo: è probabile che ti aiuti a comprendere le equazioni, che sappia i fiumi, i monti e la capitale delle Maldive, e che conosca la differenza tra Valentino e Dolce & Gabbana.

Se facevi i compiti con i papà di una volta eri bocciato di sicuro.

I papà moderni vogliono vestirsi come i loro figli, parlare come loro e vogliono diventare loro amici su Facebook.

I papà moderni sono contenti quando i loro figli accettano di essergli amici su Facebook. Ho sentito la nonna borbottare e diceva che o si fa il papà o si fa l’amico.

Se i figli moderni chiedono: «Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?», loro rispondono: dipende...

Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende...

Se i figli domandano se bisogna sempre dire la verità, i papà moderni rispondono: dipende...

Ma papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende...

Ma papi, è vero che fa male farsi uno spinello? Dipende...

Papà, ma a te piacciono le donne vero? Dipende...

Mio papà, a cui è sempre piaciuto il risotto, mi ha insegnato cose meravigliose: a fare il presepe, a tifare per l’Inter, a fare il nodo della cravatta, a fare la barba con la lametta, ad andare in bicicletta, a bere un bicchiere di vino tutto d’un fiato, a vestirsi bene la domenica, a essere bravo nel lavoro, a cercare di avere sempre un amico, a portare un mazzo di fiori ogni tanto a tua moglie, a ricordarsi dei nonni e dei nostri morti, perché noi senza di loro non ci saremmo, perché Giacomo è figlio di Albino il fresatore, che era figlio di Domenico il mezzadro, figlio di Adriano il ciabattino che era figlio di Giuseppe il falegname figlio di Giosuè lo stalliere...

Dalla prima elementare alle terza media si fa di tutto per assomigliare e imitare il papà, dai 15 anni ai 22 non lo puoi vedere, fino ai 36 ti è abbastanza indifferente, verso i 40 ti fa incazzare da morire perché nel frattempo lui ha superato i settanta e se in gioventù aveva il suo bel carattere adesso è ostinato come tutti gli anziani, dai 42 in avanti riesci a capire quanto sforzo abbia fatto a studiare l’inglese con te e ne provi una tenerezza struggente.

Ho cercato tutta la vita di non assomigliare a mio papà e ora invece mi accorgo di essere uguale: me ne sono accorto quando mio figlio l’altro giorno mi ha chiesto come si dice centravanti in inglese.



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Marò, i tempi si allungano: per il test balistico altre due settimane

Corriere della sera

Il sottosegretario De Mistura: «le elezioni in Kerala hanno un peso a nostro sfavore»


MILANO - Per il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, «le elezioni in Kerala hanno un peso a nostro sfavore» nella vicenda dei due marò italiani detenuti in India con l'accusa di aver ucciso due pescatori scambiati per pirati. «Noi - ha spiegato de Mistura - ci concentriamo sull'India in generale, una nazione con cui l'Italia ha e avrà sempre dei grandi e ottimi rapporti. Le elezioni in Kerala però hanno un'influenza - ha rilevato - come lo avrebbero anche qui. Immaginate - ha concluso - che fosse avvenuto un incidente di pescatori in una regione italiana e che questa regione avesse avuto 28 morti di pescatori nell'ultimo anno: le autorità avrebbero colto la prima occasione elettorale per enfatizzare che fanno qualcosa per questo».

LA PERIZIA - Ad allungare i tempi c'è anche la questione della perizia balistica sulle armi dei due marò: per i risultati sarà necessario attendere ancora due settimane «perché si tratta di un esame molto complesso» ha riferito all'Ansa il capo della polizia di Kochi, Ajith Kumar. Per quanto riguarda la richiesta italiana di trasferire i marò fuori dal carcere, Kumar ha detto che la decisione «non concerne la polizia, ma le autorità a Trivandrun». Nessun commento invece sul ruolo del capitano della Lexie. A proposito del termine dei 15 giorni di carcerazione preventiva dei due fucilieri che scade lunedì prossimo, Kumar ha spiegato che «ci sarà un'estensione da parte del giudice perché da parte italiana non è arrivata alcuna richiesta per la libertà provvisoria su cauzione».




LA PETROLIERA - Sulla petroliera Enrica Lexie c'è «bisogno del nulla osta della polizia» che potrebbe arrivare la prossima settimana quando saranno concluse le elezioni locali. Lo ha detto all'Ansa il legale dell'armatore, V.J. Matthew, che ormai da settimane è impegnato in una dura battaglia per ottenere il «rilascio» del mercantile in stato di fermo al largo del porto di Kochi con a bordo l'equipaggio composto da cinque italiani e 19 indiani più quattro marò dell'unità anti pirateria. «Abbiamo avuto tutti i via libera, ci manca solo quello della polizia che tarda ancora ad arrivare perché, come hanno spiegato, devono ancora concludere delle indagini in quanto ci sono stati dei ritardi all'inizio per le obiezioni del team italiano» ha spiegato Matthew.

Il legale ha precisato che sono arrivati i via libera del Dipartimento della Marina Mercantile (che dipende dal ministero indiano della Navigazione) e della Dogana. La prossima udienza per esaminare la richiesta del rilascio della nave è fissata per martedì all'Alta Corte del Kerala, a Kochi. «Mi auguro che la situazione si possa sbloccare la prossima settimana» ha aggiunto. Per quanto riguarda le «osservazioni» del magistrato di Kollam (dove si svolge il processo contro i marò) sull'eventuale responsabilità del capitano Umberto Vitelli nell'incidente del 15 febbraio, l'avvocato Matthew ha escluso un'apertura di un nuovo fascicolo. «La polizia è già convinta che il comandante è estraneo a quanto successo e presenterà le sue deduzioni al magistrato di Kollam così da soddisfare le sue richieste».

«CI DISPIACE» - Intanto, intervistati da Repubblica, i due marò italiani detenuti in India, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che ai loro figli, dicono, hanno spiegato tutto, ma rifiutano di rispondere a domande sui dettagli dell'attacco, affermano: «Ci dispiace per la morte dei pescatori indiani, a prescindere da come sia successo. Diciamo solo che è avvenuto di pomeriggio», chiarisce Latorre, e che «sulla nave non giravamo armati, le armi vengono custodite a bordo, siamo scesi dalla nave perché ci è stato detto di farlo». «Abbiamo fatto tante, molte operazioni a bordo e a terra - spiegano - e abbiamo ottenuto, grazie a Dio, un ottimo riscontro da parte di tutti a livello nazionale e internazionale, come uomini e come reparto». In prigione, comunque, sono trattati «bene, con rispetto». Gli indiani, aggiungono, «hanno fatto il loro dovere, li capiamo». I due marò ringraziano poi «tutti coloro che ci stanno manifestando il loro affetto e supporto, il calore che ci esprimono ci arriva attraverso le nostre famiglie: come dice qualcuno, abbiamo unito l'Italia e questo è un grande onore».

(fonte: Ansa)
Redazione Online17 marzo 2012 | 22:04

I dieci comandamenti della sinistra italiana

di -

Ecco il decalogo per chi si sente geneticamente diverso dalla destra e poi si ritrova con Penati, Ponzato, Errani, Lusi, Tedesco ed Emiliano


Sei di sinistra? Ti senti geneticamente diverso dalla destra e poi ti ritrovi con Filippo Penati, Franco Pronzato, Vasco Errani, Luigi Lusi, Alberto Tedesco, Michele Emiliano? Non sai come sopravvivere all’ondata di mazzette rosse? Cominci a credere alle toghe nere? Pensi che la stampa ce l’abbia con il Pd? Fai fatica a capire la giustizia nell’era Monti? Ti senti orfano del nemico Berlusconi e navighi a vista in cerca di qualcuno da odiare? Non sai se fare l’iscrizione anche quest’anno alla bocciofila di Bersani? Vuoi presentarti alle primarie del tuo paese e sconfiggere anche tu il candidato del Pd? Insomma, sei confuso e disorientato.

Il senatore Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita
Il senatore Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita

Ecco il decalogo segreto per sapere cosa fare. I dieci comandamenti della sinistra italiana.




Primo. Negli altri partiti ci sono i mariuoli, nella sinistra compagni che sbagliano.

Secondo. Basta sospendere o espellere il cattivo, perché il partito torni pulito.

Terzo. Le sentenze non si commentano soltanto se riguardano la sinistra.

Quarto. Se spariscono i soldi, la colpa è del tesoriere.

Quinto. Se alcuni degli uomini del segretario sono indagati, il segretario poteva non sapere.

Sesto.
La questione morale riguarda gli altri.

Settimo.
Non rubare. Ma se ti beccano con le mani in un piatto di cozze pelose bisogna autoassolversi.

Ottavo. Le intercettazioni degli altri vanno rese pubbliche, quelle che riguardano la sinistra vanno messe in banca.

Nono. Non desiderare la macchina del fango d’altri.

Decimo.
Non dire falsa testimonianza, a meno che il partito non sia coinvolto.




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Adesso Caselli parla anche a nome dei morti

di -

Il procuratore di Torino fa il portavoce di Falcone, che magari con sarebbe d'accordo


Giovedì prossimo proporrò, su questo giornale, un anti-manifesto per la cultura, per rispondere, con nuovi e diversi argomenti, alla proposta de IlSole24ore. Partiamo dalle virgole.


Giancarlo Caselli
Giancarlo Caselli

Touché. Andrea Scanzi, su Il Fatto, pensa di sfottere, e mi interdice il ruolo di moralista in materia di nozze gay, pur registrando che io pavento il rischio di una dissoluzione «economica, non morale» con la moltiplicazione delle pensioni di reversibilità. D’altra parte il matrimonio sembra dover garantire i diritti dei più deboli, dei convocati senza la loro volontà: e cioè dei figli. Nel deprecato caso di nozze tra Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi, quest’ultimo avrebbe potuto godere di eredità e di pensione del regista assassinato. Non si capisce a che titolo.

Convengo invece con le pertinenti osservazioni di Scanzi, anche se l’interpunzione è cosa diversa dalla lingua, su «le virgole come Molotov scagliate a caso» nel mio pezzo. Mi colpisce perché è vero, e osservo l’attenzione di Scanzi alla punteggiatura. La osservo e la condivido. E ammetto di aver letto con disappunto almeno due proposizioni con le virgole scassate. Non posso negare la mia responsabilità oggettiva, ma invoco l’attenuante, per rispetto della bontà dell’osservazione, di avere dettato l’articolo, come d’abitudine, e di non averlo riletto. Ma l’attenzione alle virgole, più delle nozze gay, di questi tempi, merita rispetto. Per precisione, non per moralismo.


Alain Elkann, da me in diverse occasioni sostenuto, nominato presidente del Comitato scientifico di Palazzo Te per decisione del sindaco di Mantova Nicola Sodano su segnalazione del ministro Bondi, entra in polemica con Angelo Crespi, presidente del Consiglio di amministrazione che si è perigliosamente dovuto muovere tra nuove norme e ristrettezze di bilancio. Elkann sembra farne un caso personale e dichiara: «Non sono disposto a subire imposizioni e non accetto che il Comitato venga costantemente umiliato». Crespi compostamente risponde: «Con le regole attuali (finanziaria e patto di stabilità, che impongono di non spendere per le mostre più del 20% di quanto speso nel 2009) mostre di 4 milioni di euro come quella su Giulio Romano non si possono più fare: il Comune di Mantova può investire circa 200mila euro all’anno».

Non mi pare che ci siano i margini per la polemica. Il Comitato scientifico presieduto da Elkann è scaduto e il rinnovamento delle nomine non dipende da candidature, ma dalle decisioni del sindaco. Intenzionato a ridurne il numero dei membri. Irrituale era anche che il più rampante e determinato esponente del Comitato scientifico, Giovanni Agosti, si fosse attribuito, in pieno conflitto di interessi, una mostra su Giulio Romano del costo preventivato di 4 milioni di euro. Qui in realtà non ci sono buoni e cattivi, vincitori e vinti, ma bilanci irrisori che Crespi ha amministrato con rigore e oculatezza.

L’amico Elkann, invece che aprire il fuoco, dovrebbe comprendere, agevolare e favorire finanziamenti privati e sostenitori, tra i quali l’ingiustamente e incomprensibilmente emarginato socio fondatore del Centro di Palazzo Te, Massimo Vitta Zelmann (titolare della casa editrice Skira), e dare il suo utile contributo, senza conflitti, perché che tutto possa ripartire per il bene di Mantova.

Onore a Giovanni Canzio, presidente della Corte di Appello di Milano. Ha messo a posto Giancarlo Caselli con la dichiarazione: «Oggi siamo tutti Iacoviello», il sostituto procuratore generale della Cassazione che ha chiesto l’annullamento della condanna a Dell’Utri. Caselli aveva criticato la requisitoria di Iacoviello parlando di «affermazioni imbarazzanti che hanno ferito non solo me ma Giovanni Falcone che ha teorizzato e concretizzato nei maxi processi il concorso esterno».

 Adesso Caselli parla anche a nome dei morti. Giustamente Canzio confessa di avere «assistito con stupore, con sconcerto e con dolore alle reazioni di alcuni magistrati... che non esito a definire scomposte, non consone al ruolo e alla funzione dei magistrati, a dir poco una caduta di stile... Reazioni coerenti con le logiche di separatezza e autoreferenzialità che guardano a una sola ipotesi, quella dell’accusa». E conclude: «Il Paese, non solo la magistratura, ha bisogno di più Iacoviello; ...parafrasando una frase detta in contesti ben più drammatici, voglio dire, a nome dei magistrati milanesi, che oggi ci sentiamo tutti Iacoviello».


Per quanto riguarda le esternazioni di Caselli, spesso in sedi improprie, e per pura propaganda, mi chiedo quando si aprirà un’inchiesta della Corte dei Conti o della magistratura ordinaria per verificare quanti giorni Caselli non abbia lavorato per andare in giro a fare comizi, conferenze e presentazioni di libri per interessi non di ufficio, ma privati, e per i diritti d’autore. Falcone non lo avrebbe mai fatto.



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E' morto Shenouda III, il papa dei copti

Corriere della sera

Il capo della comunità cristiana in terra d'Islam era malato da tempo. Aveva 88 anni



MILANO - Malato da tempo e provato da quaranta, difficili anni a capo della più grande comunità cristiana in terra d’Islam, papa Shenouda III è morto sabato al Cairo a 88 anni. Eletto primate nel 1971, il 117° successore dell’evangelista San Marco che fondò la Chiesa copta d’Egitto, era di fatto diventato anche il rappresentante politico della minoranza, oggetto da decenni di discriminazioni e di crescenti violenze e attentati. Un duplice ruolo, spirituale e terreno, che per Shanouda non fu fu mai facile.




Il Cairo, un grande ritratto di Shenouda III alla cerimonia dei fedeli Il Cairo, un grande ritratto di Shenouda III alla cerimonia dei fedeli

SCONTRI E TENSIONI - Nei primi anni ’80, in particolare, il papa copto si scontrò apertamente con l’allora raìs Anwar Al Sadat, accusandolo di non difendere la comunità dagli attacchi degli estremisti islamici. Il presidente rispose esiliandolo in un monastero di Wadi Natrun nel deserto e nominando un consiglio di vescovi come reggenti, mai davvero riconosciuto dalla comunità dei fedeli cristiani. Tre anni dopo, nel 1985, il nuovo raìs Hosni Mubarak lo liberò e da allora i rapporti tra il regime e Shenouda furono di reciproco appoggio. I cauti e discreti tentativi del Papa di ottenere maggiori diritti per i copti peraltro non ebbero successo. Nel 2011, nonostante la presenza di molti cristiani in piazza Tahrir e nella rivoluzione, Shenouda preferì tenersi in disparte. Fino alla caduta di Mubarak gli manifestò anzi un cauto sostegno, per poi schierarsi con la Giunta militare di transizione che ancora regge l’Egitto. E proprio tale scelta gli aveva inimicato negli ultimi mesi un’ampia parte della comunità, soprattutto tra i giovani delle città e in particolare dopo i gravissimi incidenti chiamati in Egitto «di Maspero», dal nome dell’edificio davanti al quale in ottobre i militari uccisero 29 manifestanti copti. Shenouda, in quell’occasione, non espresse critiche verso la Giunta e l’esercito ma solo un generico compianto. Un crescente scontento era inoltre presente tra i cristiani più «liberal» e secolarizzati, per la presenza pervasiva del clero in ogni aspetto della vita e la chiusura a ogni riforma, a partire dalla concessione del divorzio. Posizioni, che secondo i critici, riflettevano quelle di molti sheikh integralisti islamici.


Il dolore dei fedeli cristiani copti Il dolore dei fedeli cristiani copti

MESSAGGI - Mentre numerosi messaggi di cordoglio arrivavano ieri alla Chiesa d’Egitto da tutto il mondo — tra cui quelli di Benedetto XVI e del gran imam di Al Azhar Ahmed Al Tayeb — la lotta di successione era già iniziata tra i vertici copti. I favoriti, secondo fonti del Cairo, sono due stretti collaboratori Shenouda: l’arcivescovo Bishoy, capo della Santa Congregazione e più conservatore, e l’arcivescovo Johannes, il segretario del papa, più popolare tra i giovani. Chiunque di loro sarà eletto, il compito non sarà semplice: gestire una comunità esasperata e che chiede finalmente leggi giuste in un Paese dove i partiti islamici, compresi quelli integralisti, sono fortissimi e i militari non si fanno ancora da parte.


Cecilia Zecchinelli

17 marzo 2012
(modifica il 18 marzo 2012)



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Inchiesta sull’uomo ammalato dopo 7 ore al giorno di cellulare

Corriere della sera

Guariniello apre un fascicolo sul caso di un torinese 45enne. Gli scienziati divisi sui pericoli



Sette ore al giorno per 20 anni. Telefonate di minimo dieci minuti l’una. E la notte, cellulare acceso, in carica, a 50 centimetri dalla testa. Chiamate anche notturne. Mai usato vivavoce o auricolare. Apparecchio sempre attaccato all’orecchio. Poi all’improvviso, non riconosceva le persone, saliva in macchina cercava di accenderla e non ci riusciva e così via.

Diagnosi: un tumore al cervello, un glioblastoma. Proprio uno di quelli che l’Agenzia internazionale per la ricerca contro i tumori (Iarc) nel 2011 ipotizzò come collegabile con i campi elettromagnetici di radiofrequenza, cioè quelli emessi dai cellulari. Così il caso arriva all’Osservatorio sui tumori professionali della Procura di Torino. È la segnalazione 26.075 in quindici anni di attività di questo osservatorio unico in Italia, voluto dal procuratore Raffaele Guariniello. Ma è la prima volta che un tumore viene collegato all’uso del telefonino. Un paziente zero arrivato sul tavolo di un magistrato. La correlazione tumore al cervello e un uso intensissimo del cellulare non è mai stata provata. Occasione ghiotta per un procuratore sempre in prima linea come Guariniello che ha aperto subito un’inchiesta e fatto partire le perizie.

Il malato è un 45enne torinese, autotrasportatore, il cellulare usato per lavoro. Come accade continuamente ai corrieri. L’uomo, in via di guarigione, è stato già ascoltato in Procura. Ha raccontato la sua storia da cellulare-dipendente. Senza auricolare o vivavoce è vero, ma al riguardo da circa vent’anni si dibatte scientificamente. Anche se per precauzione le raccomandazioni delle autorità scientifiche nazionali e internazionali parlano chiaro: evitare l’uso prolungato dell’apparecchio attaccato all’orecchio, usare vivavoce e auricolare.

Esistono diversi «suggerimenti» a un uso oculato e limitato del cellulare, ma tutto è rimasto finora nel campo della prudenza. Nulla di certo. Dopo lo studio di un gruppo di 31 scienziati della Iarc che ha indicato i cellulari come possibili fattori cancerogeni (sono stati inclusi nella categoria 2B, quella cioè che comprende le sostanze «potenzialmente cancerogene per gli individui», la stessa in cui figurano i gas di scarico), in Italia il Consiglio superiore di sanità, aderendo anche ai richiami dell’Organizzazione mondiale della sanità, è stato cauto e ha sottolineato la necessità di ulteriori studi sulla questione. Ma ha invitato ad assumere alcune precauzioni: auricolari e vivavoce, un maggior ricorso ai messaggi di testo rispetto alle telefonate, uso ridotto del cellulare da parte dei bambini. Le stesse linee guida varate dalla Iarc.

Il rischio cancerogeno si riferisce in particolare al glioma e al neurinoma acustico, tumore che riguarda l’ottavo nervo cranico e quindi interessa le funzioni dell’udito e dell’equilibrio. Non sono mai emerse evidenze per altri tipi di cancro. Nonostante lo studio Iarc (troppo limitato secondo i critici), comunque, le posizioni all’interno della comunità scientifica sono rimaste finora variegate. Ora, però, c’è un caso apripista, un paziente zero, e Guariniello sta raccogliendo informazioni e documentazione, anche dai produttori di telefonini, sugli eventuali rischi per la salute segnalati per l’uso prolungato dell’apparecchio. E soprattutto, come accade per altri tumori, il magistrato vuole appurare dopo quanti anni di uso inappropriato potrebbe comparire la malattia? Una domanda a cui cerca risposta anche la scienza. Soprattutto per i tanti giovani che al telefonino passano le ore già da qualche anno.


Mario Pappagallo
18 marzo 2012 | 9:34


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