martedì 27 marzo 2012

All'asta i volantini delle Br Coisp: "Napolitano e Pisapia blocchino la gara d'acquisto"

di Domenico Ferrara - 27 marzo 2012, 16:08

Dopo l'annuncio della gara d'acquisto di 17 documenti storici delle Br, il sindacato di Polizia Coisp rivolge un appello a Napolitano e Pisapia: "Bisogna impedire l'asta"



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Il 19 marzo scorso, la notizia della gara d'acquisto di diciassette documenti storici delle Brigate Rosse aveva destato non poco scalpore.



Vuoi perché veniva battuta proprio nel decimo anniversario della morte del giuslavorista Marco Biagi, freddato a Bologna dalle "nuove" Brigate Rosse, vuoi perché tra i fogli storici che saranno battuti all'asta nella sede milanese della Bolaffi - la storica azienda di numismatica e filatelia - c'è il comunicato delle Br del 15 aprile del 1976: quello della sentenza del "tribunale del popolo" che dichiarava il presidente della Dc, Aldo Moro colpevole e lo condannava a morte. Due anni dopo, il 9 maggio del 1978, Moro fu trovato morto nel bagagliaio di una Renault 4, dopo 55 giorni di prigionia. La notizia dell'asta ha scatenato la reazione del sindacato di polizia Coisp, che ha inviato una lettera a Napolitano e al sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, affinché impediscano che il 29 marzo vengano venduti all’asta dalla Bolaffi, i 17 volantini stampati fra il ’74 e il ’78 dalle Brigate Rosse. "La voce dello Stato deve farsi sentire per esprimere quel sentimento collettivo di indignazione e di rifiuto di logiche meschine, che troppo spesso ha significato voler seppellire, assieme alla vittime, anche la loro memoria", ha scritto Franco Maccari, segretario generale del Coisp, in una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il rischio che quei documenti possano in qualche modo diventare dei trofei è una delle maggiori preoccupazioni del sindacato. Che ha rivolto un appello al capo dello Stato affinché intervenga su una vicenda che  "rischia, come purtroppo accade in situazioni analoghe, di fare di quei volantini brigatisti degli oggetti di culto da parte di chi non ha mai smesso di credere nella lotta armata allo Stato e li potrà e vorrà esibire, come un lugubre trofeo". I 17 volantini appartengono a un cittadino di Torino che ha deciso di venderli all’asta attraverso la Bolaffi. Oltre al documento più famoso e tragico dell Br, vi sono copie dei volantini che le Brigate Rosse distribuivano nelle fabbriche o nel corso di manifestazioni dell'estrema sinistra. L'intero lotto partirà da una base d'asta di 1.500 euro ma non si sa a quanto potrebbe essere aggiudicato. "Abbiamo avuto questi 17 volantini da un privato che li ha trovati in un ex Casa del popolo in mezzo a del materiale destinato al macero. Preciso che non è una persona nota e tantomeno ha avuto a che fare con quella vicenda. Noi organizziamo aste di manoscritti e autografi e non abbiamo mai trattato un materiale come questo, ovvero un ciclostilato. I documenti sono però molto interessanti perché appartengono ad un periodo della storia della Repubblica per cui abbiamo deciso di proporli", ha spiegato giorni fa Maurizio Piumatti, direttore della Casa d'aste.

La notizia dell'asta scatenò la reazione indignata della figlia di Aldo Moro, Maria Fida. "Sentivo proprio la necessità di una aggiuntiva azione di sciacallaggio inerente la tragica morte di mio padre", ha commentato la figlia del presidente della Dc, aggiungendo che  "parlo per paradossi, è evidente, ci mancava solo la vendita all'asta dei volantini BR il cui posto sarebbe, se non nell'archivio di Stato, nel contenitore della carta da riciclare. Fino a quando si abuserà della nostra pazienza sbeffeggiando il nostro dolore?". Il 23 marzo scorso, l'Associazione Europea Vittime del Terrorismo ha presentato un esposto alla polizia di Torino nel quale ha chiesto di indagare sulla provenienza dei volantini delle Br che verranno battuti all'asta. Il presidente dell'associazione, Giovanni Berardi, figlio del maresciallo di polizia ucciso il 10 marzo 1978 dai brigatisti, ha dichiarato che "abbiamo chiesto a Bolaffi di sospendere l'iniziativa, ci hanno risposto che non era possibile, ma ci hanno garantito il loro sostegno affinché quei documenti quantomeno finiscano nelle mani di chi per il terrorismo ha dovuto soffrire e continua a battersi nell'indifferenza delle istituzioni". Adesso toccherà vedere se Napolitano e Pisapia risponderanno all'appello.

Emanuela Orlandi, il fratello rivela: un uomo mi disse "tu conosci chi la rapì"

Il Mattino

Pietro Orlandi: «Mi ha detto che Sabrina Minardi era nell'auto che portò via mia sorella». Polemiche sulla sepoltura di De Pedis


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ROMA - Dopo quasi trent'anni è ancora mistero sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. A combattere per la verità c'è il fratello Pietro che oggi ha rivelato: «Un uomo mi avvicinò e mi disse: Tu, la persona che fece salire in macchina tua sorella Emanuela la conosci bene. Chiedi a Sabrina Minardi, che su quella macchina c'era». Emanuele scomparve il 22 giugno del 1983 vicino alla Basilica di Sant'Apollinare, a due passi da piazza Navona. L'inchiesta è stata riaperta nel 2008 dopo le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex amante di Enrico De Pedis, il boss della Banda della Magliana sepolto proprio nella Basilica. Un mistero nel mistero. Domani question time alla Camera sul perché sulla vicenda della sepoltura di De Pedis.

A marzo Orlandi viene avvicinato da un uomo. «Il contatto con quest'uomo, che non conosco - racconta Orlandi - risale ai primi di marzo. Stavo distribuendo la petizione che ho lanciato qualche mese fa, con un appello al Papa e alle autorità per chiedere verità e giustizia su Emanuela. Una petizione a cui hanno risposto oltre 75 mila persone con le loro mail. Un uomo sui 50 anni, brizzolato, alto circa un metro e 70, mi ha avvicinato chiedendomi di che si trattasse e ha preso il testo. "Conosco questa storia da quasi 29 anni", ha affermato con aria evasiva, come a dire che per questa strada non si va lontani. Io ho avuto la sensazione che sapesse benissimo della petizione, tanto più che ne avevo parlato la sera prima a Chi l'ha visto. Poi ha fatto una dichiarazione che mi ha un po' scioccato: "La persona che fece salire in macchina Emanuela la conosci bene". Ho cercato di saper qualcos'altro - prosegue Pietro - ma lui ha risposto: "Ho detto anche troppo". Ho continuato a camminare a fianco a lui, a fargli domande. A questo ha aggiunto: "Chiedi a Sabrina Minardi, che su quella macchina c'era". Poi ha allargato le braccia per dire che non poteva aggiungere altro, e se n'è andato».

L'appello di Pietro Orlandi. Il fratello di Emanuela domani lancerà un appello a quest'uomo durante la trasmissione Chi l'ha visto? per chiedergli di dire quello che sa.

Orlandi ha riferito l'accaduto al pm Maisto. I fatti risalgono a qualche settimana fa, ma Pietro ne parla solo ora, dopo essersi recato dal pm, Simona Maisto (che insieme a Giancarlo Capaldo è titolare dell'inchiesta tuttora aperta sul caso Orlandi) per riferire l'accaduto. Le sue dichiarazioni sono state verbalizzate.

Le rivelazioni della Minardi. La Minardi fu la donna del boss della Magliana Enrico De Pedis, detto «Renatino», morto nel 1990; e nel 2008 fece delle rivelazioni sul caso Orlandi, collegando il rapimento e la banda della Magliana e affermando che Emanuela sarebbe stata uccisa. Le sue dichiarazioni, per altro controverse, hanno in ogni caso fornito elementi agli inquirenti e la donna è tuttora indagata.

Martedì 27 Marzo 2012 - 16:24    Ultimo aggiornamento: 16:57


Polemiche sulla sepoltura di Enrico De Pedis a Sant'Apollinare

Il Mattino


ROMA - Sarà discussa domani durante il question time della Camera l'interrogazione presentata dal Democratico Walter Veltroni al ministro dell'Interno sul caso di Emanuela Orlandi. I fratelli di Emanuela Orlandi, Pietro, Natalina, Federica e Maria Cristina, saranno alla Camera. Veltroni chiede di sapere «se esiste il decreto del ministero degli Interni che autorizza la sepoltura del boss della Banda della Magliana, Renato De Pedis, nella basilica romana di sant'Apollinare, quando è stato firmato e da chi, e se, assieme a eventuali documenti dei servizi di sicurezza, sia stato consegnato alla magistratura inquirente».

L'agente in borghese alla manifestazione di gennaio. L'interrogazione chiede anche di sapere «se la presenza dell'agente in borghese durante l'iniziativa di sabato 21 gennaio 2012 davanti alla Basilica di Sant'Apollinare, convocata dal fratello della ragazza, Pietro, per sollecitare l'ispezione della tomba di De Pedis, sia stata verificata dalle autorità italiane e se, in questo caso, non si ritenga improprio e pregiudizievole l'atteggiamento degli agenti dello Stato Vaticano che avrebbero proceduto a identificare cittadini che manifestavano nel territorio italiano».

La Cancellieri: ministero non coinvolto nella sepoltura di De Pedis. Nessun ufficio dell'amministrazione dell'Interno venne interessato per rilasciare la documentazione necessaria per consentire la sepoltura di De ha detto il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri nel corso di un'audizione in Commissione Antimafia. La vicenda, ha ricordato il ministro, «si inquadra in un contesto normativo che prevedeva, all'epoca, ai fini autorizzatori, un decreto del ministro della Sanità, di concerto con il ministro dell'Interno, previo parere del Consiglio di Stato» per consentire la sepoltura di De Pedis. Ma le ricerche fatte, ha proseguito, «hanno consentito di accertare che nessun ufficio di questa amministrazione venne interessato: nè la Prefettura di Roma, a cui sarebbe stato necessario indirizzare la richiesta di tumulazione, nè la Direzione generale dei culti, che avrebbe dovuto esprimere il parere di competenza». La mancata attivazione di questa procedura autorizzatoria, ha concluso Cancellieri, «sembra riconducibile alla circostanza che il luogo di ultima tumulazione, la basilica di Sant'Apollinare, gode del regime di extraterritorialità, essendo ubicata nello Stato del Vaticano».


Martedì 27 Marzo 2012 - 16:50

Elemosina e musica in metro Lo sfruttamento dei bambini

Il Messaggero

Il Messaggero.it per un mese ha monitorato le stazioni. Fuori e dentro i vagoni decine di piccoli e un grande racket



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di Laura Bogliolo





ROMA - Tiene in mano un pezzo di pizza, osserva stupita i pendolari che proprio non riescono a distogliere lo sguardo da lei: un fagottino rosa che si fida dell'abbraccio della mamma che cammina a passi lenti nel vagone della metro A. «Prossima fermata Termini» annuncia una voce elettronica soffocata da un'altra cantilena, parole imparate a memoria anche dai viandanti della metropolitana. Perché quel fagottino rosa si vede spesso in mezzo alla folla della metro. Martedì 13, la piccolina compare ancora: in bocca il ciuccio mentre mamma prepara il prossimo spettacolo: si inginocchia in mezzo alla gente, la stringe con un braccio, mentre con l'altro stende un bicchiere per raccogliere monetine. «Per favore, per piacere, che Dio vi benedica, un piccolo aiuto per un pezzo di pane, chiedo un piccolo aiuto». Intorno c'è silenzio. E’ sempre così. Quando appaiono i bimbi costretti a chiedere l'elemosina restano solo i rumori meccanici della metro, mentre le anime dei viandanti sembrano sospese in un unico pensiero: «Possibile che nessun faccia niente? Musica ed elemosina in metro: chi salva i bambini?».

Video inchiesta: per oltre un mese sui vagoni della metro. 

Il Messaggero.it ha realizzato una video inchiesta, monitorando per un mese i vagoni della linea A. I protagonisti sono sempre gli stessi: si ripetono anche le parole, i gesti e gli sguardi dei piccoli che si impigliano in quelli dei più grandi. Tutto uguale, anche l'assenza di controlli: mai nessuno in oltre 30 giorni è intervenuto, anche se usare un bimbo per chiedere soldi è un reato, punito fino a tre anni di carcere. C'è chi si accontenta di una cantilena e di mostrare il volto dei piccoli, chi invece accompagna lo spettacolo con la musica. E anche se sembrano soli, i bimbi che chiedono l’elemosina sono sempre controllati a distanza dai più grandi: genitori, a volte zii, o semplicemente persone che hanno il compito di istruirli su un futuro da mendicanti di professione.

Elemosina e musica in metro: chi salva i bambini? (video Bogliolo - montaggio Budassi)

Il bimbo che suona da solo. Appare all'improvviso e crea silenzio, il piccolino che prova a suonare una piccola tastiera a spalla: jeans, maglione con le stelline, anche lui conosce a memoria la parte. L'11 marzo, sale alla fermata Manzoni: inizia a suonare, testa bassa sulla tastiera. I passeggeri fanno silenzio, si guardano tra loro, c'è chi storce la bocca. «Sfruttati, vengono sfruttati» dice una signora, che poi non resiste: apre il portafoglio e gli dà qualche euro. Il piccolino fa un sorriso e scappa via. Lui è solo, altri, quasi sempre, vengono accompagnati. Come quella bimba dai capelli neri lunghissimi, maglione rosa, che segue con lo sguardo il signore che l'accompagna in giro per la metro mentre suona il sassofono. La bimba, prima di tirare fuori il bicchiere di carta per raccogliere i soldi, aspetta il segnale. «Buongiorno a tutti, buona fortuna, buon viaggio» è la frase che dà il via allo spettacolo, pronunciata solo dopo che le porte della metro si sono chiuse, perché la musica potrebbe attirare i controlli. Qualche nota e inizia il passaggio della piccola tra i passeggeri per chiedere soldi.



Le bimbe accompagnate dalle mamme. E' accompagnato da una donna (la mamma?) anche un altro volto da ragazzina che si incontra spesso in metro: anche lei indossa un maglione rosa, anche lei aspetta che la musicista improvvisata, la donna che l'accompagna, faccia un segnale prima di tirare fuori il bicchiere per le elemosine. L'abbiamo incontrata anche il due marzo: e lei a trascinare quella specie di trolley sul quale i più grandi hanno montato un altoparlante e un microfono. La donna canta, la bimba guarda i passeggeri: pochi secondi di musica e via a chiedere soldi.


Costretti a mendicare. Diventati più grandi, i bimbi delle elemosine, imparano a suonare qualche strumento. Nei vagoni si incontrano spesso un ragazzino che si dà da fare con un'armonica a bocca e una ragazzina che fa risuonare note da un violino.


Da qualche giorno i mendicanti osano di più. Escono dai vagoni e si appostano davanti alle scale mobili delle stazioni, tra le due banchine. Il posto più ambito è la stazione Barberini. Per oltre un mese, poco dopo le 19, c'era un signore che suonava i Pink Floyd. Amplificatore, chitarra e la custodia dello strumento aperta per raccogliere le offerte: qualche volta ha strappato anche applausi dai viaggiatori. Il chitarrista si è spostato a Repubblica: è stato "spodestato". La piazzola davanti alle scale mobili ora è occupata. Dal 22 marzo c'è una signora sdraiata in terra. Di lei, della piccolina che la donna tiene in braccio, si vedono solo gli occhi scuri, nerissimi che si affacciano da un cartone sul quale c'è scritto “ho fame”. Il giorno prima altra scena, altro brivido: un signore ha portato un seggiolino da casa, si è seduto incastrando davanti a sè una sedia a rotelle dove c'è un ragazzo con una cicatrice sulla testa. Sembra dormire, sembra non capire, mentre quell'uomo dietro di lui tende una mano e aspetta qualche spicciolo, guardando male chi lo osserva scuotendo la testa.

Martedì 27 Marzo 2012 - 15:24    Ultimo aggiornamento: 17:42

Benzina, impianti manomessi Truffati centinaia di automobilisti

Corriere della sera

Denunciate undici persone e sequestrata una stazione di servizio. Risparmiati migliaia di litri di carburante


Un distributore di benzina (archivio)
Un distributore di benzina (archivio)


PADOVA - Avevano tarato al ribasso i distributori di benzina e così facendo sono riusciti a «risparmiare» nel solo 2011 migliaia di litri di carburante, frodando centinaia di automobilisti e trasportatori. È la truffa scoperta dalla Guardia di Finanza di Padova, che ha denunciato 11 persone e sequestrato una stazione di servizio, 9 impianti privati e 24 colonnine erogatrici.


Le indagini delle Fiamme Gialle - che saranno estese anche ad altre aree di servizio - hanno accertato che i soggetti autori della truffa erano riusciti a commercializzare illecitamente oltre 370mila litri di prodotti petroliferi. Due soli gestori di distributori stradali, è emerso dall'inchiesta, sono riusciti a sottrarre nel solo 2011 ben 33mila litri di carburante, che i clienti hanno regolarmente pagato. L'indagine ha anche consentito di individuare anche 11 azione florovivaistiche che hanno utilizzato 9mila litri di gasolio agricolo, acquistato a tariffe agevolate, per finalità diverse da quelle previste dalla legge.

Tra le irregolarità riscontrate, l'addebito sulla carta carburante del cliente da parte degli esercenti di un maggiore numero di litri, o l'erogazione dalle colonnine distributrici di una quantità di carburante minore di quella apparsa sui display. In altri casi veniva usato il gasolio per autotrazione agricola, con prezzo di vendita agevolato, per utilizzi diversi dall'alimentazione delle serre o dei motori dei trattori. È emerso inoltre che oltre 400mila litri di carburante sarebbero stati venduti attraverso violazioni delle norme fiscali. Ora gli uomini delle «fiamme gialle» di Padova stanno chiedendo conto di queste irregolarità ad una ventina di persone, tra benzinai e agricoltori.

(Ansa)
27 marzo 2012

Se i genitori si ribellano ai compiti a casa

Corriere della sera

Singolare boicottaggio contro «l'inutilità e l'ingiustizia» dei doveri scolastici assegnati ai bimbi delle elementari



Singolare boicottaggio per due settimane da parte dei genitori francesi nei confronti dei compiti a casa per i più piccoli
MILANO - Di solito sono i bambini che non vogliono fare i compiti a casa. Ma in Francia, almeno per le prossime due settimane, saranno i genitori a chiedere ai propri pargoli di non prendere dalla cartella quaderni e libri una volta lasciata la scuola. Un singolare boicottaggio è stato ideato dalla Fcpe (la principale associazione che raccoglie i genitori dei ragazzi iscritti alle scuole pubbliche transalpine) che per protestare contro "l'inutilità e l'ingiustizia" dei compiti a casa assegnati ai bambini che frequentano gli istituti elementari francesi, ha lanciato prima un appello pubblico lo scorso 15 marzo e poi più recentemente ha promosso la protesta attraverso un blog. L'associazione chiede a insegnanti e genitori di organizzare due settimane senza compiti a casa e di immaginare assieme altri modi per comunicare il lavoro fatto in classe. Secondo i contestatori non solo i benefici degli esercizi scolastici a casa non sono mai stati provati scientificamente, ma i compiti sono spesso causa di profondi litigi tra genitori e figli. Infine questi rinforzano le ineguaglianze tra i bambini perché non tutti hanno la possibilità di essere seguiti quotidianamente dai propri familiari.

BLOG - Il blog dei genitori-contestatori ha raccolto già 22.000 adesioni e ha sviluppato un acceso dibattito sui quotidiani transalpini: esso invita i familiari dei bambini iscritti alle elementari a raccontare la loro esperienza e a proporre nuovi modi di immaginare il rapporto scuola-famiglia. In realtà in Francia esiste una legge del 1956 che vieta agli insegnanti di assegnare compiti a casa ai bambini delle scuole primarie. Tuttavia questo divieto è aggirato dai maestri che spesso caricano di eccessivo lavoro i ragazzi che spendono in media circa un'ora della sera a finire gli esercizi che gli sono stati assegnati. I genitori affermano che i loro figli potrebbe impegnare quell'ora diversamente, magari a leggere un buon libro: «Se il bambino non è riuscito a fare gli esercizi a scuola, non capisco perché dovrebbe farcela a casa», lamenta Jean-Jacques Hazan, presidente del Fcpe - La regola che oggi vige nelle scuole francesi è questa: si ascolta in classe, si lavoro a casa. Ma è in classe che tutto dovrebbe essere portato a termine, sono i professori che devono far lavorare i nostri bambini e sono loro che li devono aiutare se non sono in grado di fare gli esercizi».

VALVOLA DI SFOGO - Tante mamme esasperate hanno usato il blog come valvola di sfogo e più di una ha rilevato che la situazione è diventata insostenibile: «Mia figlia è completamente stressata - scrive Mado che ha una bambina in prima elementare - Spesso non ha il tempo per finire i compiti a casa. Ciò provoca in lei grande ansia perché teme di essere sgridata». Il presidente del Fcpe Jean-Jacques Hazan se la prende con una parte degli insegnanti che non ascoltando il lamento dei genitori tradisce la propria missione: «Non si rendono conto di ciò che fanno - sottolinea Hazan - Con i loro compiti mettono i bambini in una situazione di pressione allucinante». Naturalmente c'è chi la vede diversamente e rivela quanto i compiti a casa aiutino i più piccini a migliorare la propria mente: «In un certo senso gli esercizi assegnati a casa preparano i nostri bambini alle scuole secondarie - dichiara a Le Parisien Myriam Menez, segretaria generale di Peep, un'altra associazione di genitori - Sicuramente è giusto che il carico di lavoro non sia eccessivo, ma ripetere un lezione è il miglior modo per imparare meglio le cose».



Francesco Tortora
27 marzo 2012 | 15:21



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Tolosa, j'accuse del padre del killer "Ora faccio causa alla Francia"

La Stampa

"Avevano i mezzi per fermarlo: potevano stordirlo con i gas. Invece l'hanno voluto eliminare" Al Jazeera ha inviato alla polizia copia dei video della strage e dei delitti: oggi decide se diffonderli


Mohammed Merah, il killer di Tolosa



VIDEO
Blitz a Tolosa,
il killer è morto
mentre sparava


FOTOGALLERY
Tolosa, la polizia
e le ambulanze
dopo l'irruzione


VIDEO
Strage di Tolosa, le salme delle vittime in Israele

VIDEO
Tolosa, Merah morto nel blitz
della polizia


VIDEO
Tolosa, il killer
nel filmato
caricato sul web


AUDIO
Tolosa, dopo
l'assedio il killer
muore nel blitz


VIDEO
Tolosa, ministro racconta il blitz contro sospetto

VIDEO
Tema del giorno
Tolosa, la strage
e i ragazzi europei


FOTOGALLERY
Strage a Tolosa,
i compagni
in lacrime

 

Tolosa

Il padre di Mohammed Merah vuole sporgere denuncia contro la Francia che «ha ucciso suo figlio». «Mi rivolgerò ai più grandi avvocati, e lavorerò per il resto della mia vita per pagare le spese. Sporgerò denuncia contro la Francia perchè ha ucciso mio figlio», ha dichiarato Mohamed Benalel Merah. «La Francia è un grande paese che aveva i mezzi per fermare mio figlio da vivo. Avrebbero potuto stordirlo con il gas ed arrestarlo, hanno preferito ucciderlo», ha aggiunto il padre di Mohamed Merah, il terrorista killer che nel giro di pochi giorni ha ammazzato sette persone tra Montauban e Tolosa, ucciso giovedì dalle unità di elite della polizia francese nel suo appartamento dopo oltre 30 ore di trattative.

Dure le prime reazioni alle dichiarazioni del padre del killer di Tolosa: «È un suo diritto, ma mi viene una sola parola alla bocca: indecenza», ha dichiarato il consigliere presidenziale di Nicolas Sarkozy, Henri Guaino. «Se fossi il padre di un simile mostro starei zitto e pieno di vergogna», ha affermato il ministro degli Esteri Alain Juppè su Radio Classique. Merah ha detto di voler seppellire il figlio in Algeria.  «Ho deciso di seppellire mio figlio in Algeria, Inshallah», ha detto Mohamed Benalel Merah, intervistato dall’agenzia France presse in Algeria. «Suo fratello Abdelghani mi ha chiamato per assicurarmi che stanno facendo il necessario per riportarlo in Algeria.  Mohamed (Merah) ha un passaporto algerino ed è iscritto al consolato di Tolosa dalla sua nascita», ha aggiunto, spiegando che durante il suo ultimo soggiorno in Algeria Mohamed «aveva un passaporto algerino come i miei cinque figli che hanno la

doppia nazionalità», algerina e francese. Il padre di Merah, che vive in Algeria, è separato dalla moglie dal 1994.  La polizia francese intanto ha ottenuto dalla televisione araba al Jazeera le copie dei video girati da Mohamed Merah durante i sette omicidi compiuti a Tolosa e Montauban. «E' un montaggio dei filmati dei diversi omicidi, con musica e letture del Corano», ha detto una fonte della polizia, precisando che il filmato è stato recapitato alle forze dell'ordine su una chiavetta USB. La stessa fonte ha precisato che al Jazeera non ha mandato in onda il filmato, anche se probabilmente ne ha conservate delle copie. L’emittente panaraba Al Jazeera deciderà oggi se diffondere il video della strage. Mohamed Merah, 23 anni, è stato ucciso giovedì  nel suo appartamento a Tolosa. L'11, il 15 e il 19 marzo, il 23enne di origine algerina ha ucciso sette persone, tra cui tre paracadutisti, tre alunni e un insegnate.

Il delitto Gucci, 17 anni dopo

Corriere della sera

Patrizia Reggiani sta scontando la pena per l'omicidio dell'ex marito. Ma il patrimonio è al sicuro all'estero


Patrizia Reggiani al funerale del suo ex marito Maurizio Gucci (foto Archivio Corsera)Patrizia Reggiani al funerale del suo ex marito Maurizio Gucci (foto Archivio Corsera)

MILANO - Velo nero, occhiali scuri, camicetta immacolata, orecchini di perle. La vedova perfetta. Sin troppo perfetta, Patrizia Reggiani, al funerale del suo ex marito Maurizio Gucci, l'ultimo titolare italiano della celebre casa di moda, freddato da un killer il 27 marzo 1995 sulla porta del suo ufficio in via Palestro. Accanto a lei, nelle foto in bianco e nero dell'Archivio Corsera (all'epoca, il quotidiano non andava ancora in stampa a colori), si vedono le figlie adolescenti, Alessandra e Allegra, 18 e 14 anni, che piangono senza ritegno, soffiandosi il naso nel fazzoletto. Lei no. Il viso, sotto il velo di pizzo nero e il trucco perfetto, è una maschera di cera. Che pensieri nasconde? Difficile dirlo: dopo 17 anni, l'ultima parola sul «delitto Gucci» è ancora da scrivere. Ma una cosa è certa: sull'immenso patrimonio di famiglia, ben custodito nelle banche svizzere, nessuno ha potuto mettere le mani.

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Per i giudici, che l'hanno condannata in via definitiva a 26 anni di carcere, Patrizia Reggiani ha premeditato e commissionato l'omicidio del suo ex marito (erano separati da 10 anni, lui da poco conviveva con la nuova compagna, Paola Franchi), trattando sul compenso degli esecutori materiali in telefonate cifrate in cui i «centimetri di stoffa» corrispondevano ai milioni di lire. Al telefono, dall'altra parte, c'era la «maga Pina», Giuseppina Auriemma, cartomante napoletana condannata a 19 anni e mezzo per aver fatto da tramite tra la mandante e il portiere d'albergo Ivano Savioni, che ha coinvolto il suo conoscente Orazio Cicala, che a sua volta ha fatto da autista per Benedetto Ceraulo, l'uomo che ha sparato.

Il compenso: 610 milioni prelevati da un deposito estero, un conto di Montecarlo, numero 219300, riferimento «Lotus bis». La prova schiacciante che diede la svolta al processo. E' fuori, oggi, la maga Pina: ha pagato il suo debito con la giustizia, e ai primi di luglio del 2010, una mattina presto, è uscita da San Vittore. Un solo desiderio: «Dimenticatemi, voglio essere lasciata sola». E' ancora dentro, invece, Patrizia Reggiani: il 3 novembre 1998 è stata condannata a 29 anni di carcere, come mandante dell'omicidio dell'ex marito. In appello la pena è stata ridotta a 26 anni.


Per le figlie, «papà e mamma sono due vittime del Male». Alessandra e Allegra, sempre vicine alla nonna materna Silvana Barbieri, non hanno mai smesso di credere all'innocenza di Patrizia Reggiani. Per loro è stata manipolata, era «prigioniera di quella Pina Auriemma che le ha succhiato la vita, che la trattava come un burattino». Alessandra raccontò in un'intervista al Corriere quei momenti drammatici, subito dopo l'omicidio. «Trascinai mia madre in bagno. La accostai al muro, in un angolo in cui nessuno poteva sentirci. La guardai fissa negli occhi. Le dissi: "Mamma, ti giuro che qualunque cosa tu mi dica resterà un segreto tra me e te. Dimmi, dimmi se sei stata te. Se sei stata te non dirò nulla neppure alla nonna e alla Allegra". La mamma mi fissò e disse: "Te lo giuro Alessandra, te lo giuro, non sono stata io"».

«Non ho mai lavorato in vita mia». Una frase che la descrive tutta. Patrizia Reggiani ha usufruito dei primi permessi il 15 ottobre 2005, ed esce quasi ogni settimana, per andare a trovare la madre. Potrebbe uscire tutti i giorni, per andare a lavorare, ma ha scelto di non godere della semilibertà. Preferisce rimanere a San Vittore, con il suo furetto e le sue piante. «Pur detenuta, non rinuncia a venire all'intervista indossando i brillanti di famiglia», notò la giornalista Franca Leosini. Eppure Patrizia Reggiani non è nata ricca: la mamma Silvana faceva la lavapiatti in un bar di periferia. Patrizia è nata Martinelli: poi ha preso il cognome del secondo marito di sua madre, un vedovo ricchissimo, l'industriale Fernando Reggiani.

Parla l'ex custode E' stato quel patrigno a darle il gusto per la ricchezza, a viziarla fin da ragazzina, un visone bianco per i 15 anni, un'auto per i 18. Quando Maurizio Gucci, suo coetaneo, rampollo della nota casa di moda, s'innamorò di lei, si mise contro tutta la famiglia, che la considerava un'arrampicatrice sociale. E che arrampicata: il patrimonio dei Gucci, l'attico in piazza San Babila, il palazzo in corso Venezia, la villa a Saint Moritz, il panfilo Créole. Beni per i quali ha lottato fino all'ultimo, in vista del divorzio. E che ora sono al sicuro all'estero: lei risulta nullatenente, tant'è vero che il custode degli uffici di via Palestro, Giuseppe Onorato, ferito dal killer, non ha mai avuto una lira di risarcimento (leggi la lettera aperta). Ora che si è arrampicata fino in vetta, Patrizia non ha nessuna intenzione di scendere. Lavorare? Non offendiamo, prego.

Sara Regina
20 marzo 2012 (modifica il 27 marzo 2012)

Il primario? Non si vede mai» Scoppia l’ultima bufera su Frati

Il Messaggero

di Maria Lombardi


ROMA - Un cartello bianco protetto dalla plastica è affisso su ogni porta del reparto al terzo piano del padiglione di Radiologia del policlinico Umberto I. Dice: «U.O.C Oncologia A. Primario professor Luigi Frati ».



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Eppure, «il primario non è qui», rispondono all’ingresso.«Frati? E chi è?», domandano i pazienti. Non potrebbe essere altrimenti dal momento che il direttore dell’Unità operativa complessa che si occupa dei malati di tumore è anche il rettore della Sapienza, il professor Frati appunto. Bisognerebbe avere un dono straordinario per riuscire ad essere contemporaneamente presenti in rettorato, a governare l’università più grande d’Europa, e in reparto a dedicarsi ai pazienti e all’attività di ricerca.

Il Magnifico, nonché primario, assicura di assolvere a entrambi i compiti adeguatamente: quello più impegnativo di guida della Sapienza e quello meno oneroso di coordinatore del reparto. Ma una dottoressa di Oncologia sostiene il contrario: il primario non c’è mai, manca il coordinamento dell’attività assistenziale e a pagarne il prezzo sono i malati. «Per il rispetto dovuto al paziente devo dire che il primario non è presente e non ha mai condiviso le scelte del reparto», sostiene Maria Luisa Basile ai microfoni di «Report», la trasmissione di Rai3 che già qualche mese fa si era occupata del caso. «La conseguenza è che c’è una gestione individualistica del paziente».

Il che vuol dire, in pratica, che «se il medico quel giorno responsabile della somministrazione dei chemioterapici non è d’accordo con le scelte di un collega può anche decidere di cambiare lo schema della terapia», spiega la dottoressa Basile. E’ capitato ad alcuni pazienti. «Un giorno sono venuta qua e mi hanno sospeso la cura. Poi mi hanno richiamata chiedendomi scusa», racconta una malata in cura all’Umberto I. Ma il giorno dopo la trasmissione tv che denuncia la latitanza del primario nel reparto di Oncologia, i dirigenti medici scendono in campo in difesa del Magnifico. «Il professor Frati svolge le funzioni di direzione e organizzazione della struttura tramite le opportune direttive - assicurano - essendo presente e comunque reperibile in caso di necessità».

Al servizio fanno capo diverse sezioni: ambulatorio, day hospital, laboratorio marcatori tumorali, laboratorio di oncologia cellulare. «Gli oncologi agiscono con piena responsabilità coordinati direttamente dal professor Frati che presiede sia a tutte le prestazioni erogate ai pazienti che a quelle di organizzazione del personale», spiegano i dirigenti medici. «Ai pazienti è assicurata la migliore e più appropriata terapia». Nessuna carenza nelle cure, garantiscono i medici del reparto. Il professor Frati si limita a comandare da lontano? «Il primario garantisce la continuità e ultimamente è più presente di prima anche fisicamente: passa tutte le mattine. Inoltre fissa i turni e li firma», sostiene il professor Vincenzo Bianco, oncologo del reparto.
 
I medici si alternano nella responsabilità del Day hospital e dell’ambulatorio. «In più ognuno segue sempre gli stessi malati. Il reparto funziona molto bene per i pazienti, meno bene per i medici», aggiunge Bianco. «Siamo in carenza di organico di due unità: ci sono quattro di ruolo più un contrattista». Al di là dei mille impegni di Frati, «i due servizi di Oncologia, sia A che B, funzionano bene e sono rispettati dalla maggior parte dei pazienti e dei colleghi», dice il professor Enrico Cortesi, direttore dell’unità di Oncologia B. Può Frati avere un doppio incarico? Sono gli atenei a darsi le regole. Tuttavia il ministro dell’università Francesco Profumo ritiene che «un rettore debba essere esonerato dalle attività di ricerca e di didattica».

Lunedì 26 Marzo 2012 - 22:06 
Ultimo aggiornamento: Martedì 27 Marzo - 09:11

Pentax, tecnologia e design

La Stampa



La nuova compatta ibrida K-01 è compatibile con tutti gli obiettivi della casa giapponese, anche quelli delle vecchie reflex ottiche
Ha collaborato con alcune tra le più note aziende internazionali, ha fatto incetta di  riconoscimenti nel design industriale e viene considerato dal Times tra le “100 Persone Più Influenti del Mondo”.

Ora il designer australiano Marc Newson ha firmato la nuova compatta ibrida Pentax K-01. La sua impronta è evidente in tutti gli elementi della fotocamera, perfino in dettagli come il logo, la cinghia in dotazione e la schermata di avvio all’accensione. Il corpo macchina si basa su linee pulite e tese, i comandi sono disposti in modo razionale ed efficiente. I pulsanti essenziali hanno colori brillanti per essere identificabili all’istante: rosso per la registrazione video e verde per le funzioni configurabili. La ghiera dei modi e l’interruttore di accensione sono realizzati in lega di alluminio, mentre i vani per la scheda di memoria e i connettori sull’impugnatura sono rivestiti in gomma protettiva.

La K-01 però è anche un’ottima fotocamera, come ci si aspetta da Pentax. La nitidezza delle immagini è eccellente, grazie al sensore CMOS di formato APS-C da 16,28 megapixel effettivi e il campo di sensibilità arriva fino a 25.600 ISO (in modalità espansa). E, dal momento che la K-01 adotta la baionetta K del sistema reflex Pentax, è compatibile con 214 tipi diversi di obiettivi, dal nuovo 40mm XS a quelli prodotti per le vecchie reflex a pellicola.

Newson ha progettato pure il nuovo obiettivo intercambiabile standard a focale fissa smc PENTAX-DA 40mm F2.8 XS (al momento il più sottile al mondo), che sarà commercializzato insieme al corpo macchina a partire da fine mese; il prezzo non è stato ancora comunicato.



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Se il politico si fa strada con l’handicap... finto

di -

Il vizietto del pass per disabili intestato a parenti morti o fotocopiato è bipartisan. Sotto inchiesta sindaci e consiglieri. A Roma permessi usati come merce di scambio per ottenere favori


«Con permesso», fate strada. Vroom vroooom. L’ultimo vizietto della Casta è il pass per disabili da schiaffare sul parabrezza per scorrazzare nelle zone a traffico limitato e nelle corsie preferenziali.



Pass per disabili

Soprattutto dopo che la Cassazione ha innestato la retromarcia cancellando l’incubo del processo penale e lasciando che i furbetti del cartellino col disabile in carrozzina paghino soltanto una multa. Centrodestra e centrosinistra, così fan tutti stando alle inchieste aperte in mezz’Italia. A Cesena, il consigliere democrat Mara Biguzzi, che utilizzava il pass intestato a un familiare, si è dimessa dal consiglio comunale con una lunga lettera di scuse ai cittadini. L’avevano beccata ad andare in giro con l’auto, dotata di tagliandino, ma senza disabile a bordo. Dopo una quindicina di giorni di pressing, ha deciso di gettare la spugna «ormai stanca dello stillicidio quotidiano di giudizi» e perché, per questa storia, ha perso finanche il sonno.


Sonno che, invece, conserva la collega d’aula Antonella Celletti (Lega Nord) che, per difendersi, tira addirittura in ballo la «macchina del fango» (in sosta vietata). A Bologna son finiti nei guai due inflessibili dipietristi. Il primo è un consigliere provinciale, Paolo Nanni, che non ha restituito il pass intestato alla suocera morta da due anni. Nanni si è autosospeso dal partito (ma ha conservato lo scranno) e rischia di dover pagare 93mila euro di multa. La vettura del collega di partito Idv, il vicepresidente del Consiglio regionale Sandro Mandini, è finita invece fotografata in un parcheggio riservato ai disabili. Quando gliel’hanno fatto notare, ha spiegato: «L’hanno sistemata lì i miei collaboratori, perché io ero atteso a un convegno». Insieme a Napoli e Palermo, a sorpresa proprio Bologna è la capitale italiana dei permessi H: ogni 10mila guidatori, 402 hanno il cartellino arancione.


Acquistarne uno fotocopiato costa 250 euro, dicono le indagini. E comunque, a caderci non sono solo i politici posto che in un’indagine collegata sono infatti indagati il bomber del Bologna, Marco Di Vaio, e undici compagni di squadra che avrebbero usato permessi intestati a una dipendente disabile della società. In Liguria, invece, l’ex consigliere regionale del partito democratico Fabio Broglia si è trovato al centro di un «giallo» per il cartellino arancione: pass, con identico numero di concessione, sono comparsi su due diverse auto, quasi nelle stesse ore. Una intestata a lui e l’altro alla madre. Un caso di duplicazione?
Il politico smentisce seccamente minacciando querele oltre a ipotizzare – pure lui – un complotto ai suoi danni.



Mistero (con minacce di denunce) anche nella Capitale, dove al consigliere di municipalità Pdl Fabio Benedetti è stato attribuito l’uso di un pass intestato a un morto per la sua Porsche parcheggiata in piazza di Spagna. Benedetti ha vigorosamente negato di averlo utilizzato, e dopo mesi di accertamenti a sue spese, ha annunciato l’intenzione di querelare chi ha osato ironizzare sulla sua onestà. E come non parlare dell’ex sindaco di Trovo (Pavia) denunciato per aver sbianchettato un pass disabile che lui stesso aveva autorizzato. E se proprio non c’è un disabile a cui «appoggiarsi», le strade della truffa per handicappati di comodo sono infinite.


Sempre a Roma, ad esempio, c’è una inchiesta a carico dell’ex vice comandante del secondo gruppo della polizia municipale per 2mila pass «sospetti» rilasciati a importanti imprenditori e commercianti per l’accesso alla zona a traffico limitato: il sospetto degli inquirenti è che a beneficarne possono essere stati politici o gente da loro raccomandata. Un’inchiesta-bomba che vanta un precedente (negativo) per i caschi bianchi della Capitale: l’allora comandante generale Giovanni Catanzaro, vicino all’Udc di cui si paventò una candidatura, beccato a parcheggiare l’auto in sosta vietata con un pass disabili intestato a un altro.


Parcheggi gratis contestati anche a San Benedetto del Tronto, dove alcuni consiglieri e assessori hanno ottenuto un doppio pass dall’Amministrazione comunale, «girato» a parenti e amici. E per gli ex? Vita dura: dovrebbero abbandonare le comodità dell’incarico, ma non tutti lo fanno. Come l’ex consigliere di Bari Nino Anaclerio, vicino alla famiglia Degennaro, quella delle cozze pelose al sindaco Michele Emiliano, pizzicato a usare ancora la paletta dell’amministrazione nonostante non fosse più stato






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Nucleare, fuorionda tradisce Obama: la promessa a Mosca sui missili

Il Messaggero

A Seul il summit mondiale sulla sicurezza nucleare globale


ROMA - Ufficialmente le posizioni di Washington e Mosca non cambiano, restano rigide. Le distanze da colmare sul controverso progetto dello scudo missilistico europeo rimangono tutte sul tavolo. Ma è un fuori onda a tradire Barack Obama che - convinto di parlare a microfoni spenti - assicura al presidente russo, Dimitri Medvedev, «maggiore flessibilità» dopo l'auspicata rielezione alla Casa Bianca.


La frase. La frase viene "rubata" dalle telecamere dell'emittente americana Fox poco prima che Obama e Medvedev - a Seul per il summit sulla sicurezza nucleare - comincino una conferenza stampa congiunta, dopo un faccia a faccia in cui i due presidenti hanno fatto il punto sulla situazione. I due sono seduti una accanto all'altro, in attesa di iniziare a parlare. Ecco allora che arriva la promessa del presidente statunitense: «Questa è la mia ultima elezione - sussurra rivolto a Medvedev - e dopo la mia rielezione avrò più flessibilità». Il presidente uscente della Russia annuisce: «Capisco, riferirò a Vladimir», risponde, riferendosi ovviamente a Putin, prossimo a insediarsi nuovamente al Cremlino.

Lo scudo missilistico. Lo scambio di battute rivela dunque come - dietro l'ufficialità e le affermazioni da campagna elettorale - le intenzioni di Obama siano quelle di venire il più possibile incontro alle esigenze di Mosca, per trovare la soluzione a una questione delicatissima, quella dello scudo missilistico, che si prolunga da tempo e che negli ultimi mesi ha rischiato più volte di deteriorare i rapporti tra i due Paesi. Rapporti non proprio idilliaci, soprattutto dopo che l'amministrazione statunitense si è unita al coro di coloro che chiedono di verificare la regolarità delle ultime elezioni presidenziali in Russia.








Ma l'imprevisto fuori onda potrebbe costare caro alla Casa Bianca. Regala infatti ai repubblicani un argomento forte per rilanciare le dure critiche alla condotta di Obama in politica estera. Il presidente viene da sempre descritto dai suoi avversari troppo timido e accondiscendente, per esempio nei confronti dell'Iran. Ora magari anche nei confronti della Russia, facendo un «doppio gioco». Il peso della "promessa" del presidente a Mosca potrebbe dunque farsi sentire nel corso della campagna elettorale nei prossimi giorni.

Romney attacca. Se infatti la Casa Bianca minimizza sull'episodio - ricordando come in un anno elettorale per Usa e Russia difficilmente si potrebbero concedere aperture su dossier delicati come quello sullo scudo missilistico - un duro attacco arriva già dal probabile rivale di Obama alle elezioni, Mitt Romney, che accusa il presidente di non dire la verità agli americani. Americani che - afferma il candidato repubblicano - «hanno il diritto di sapere su cosa il presidente sarà più flessibile».

Le posizioni. Intanto, una volta iniziata la conferenza stampa vera e propria a Seul, Obama e Medvedev hanno entrambi ribadito come ci sia ancora molta strada da fare perché le posizioni dei due Paesi sullo scudo missilistico si possano avvicinare. Per il presidente russo le discussioni degli ultimi mesi sui pro e i contro dello scudo «non sono state tempo sprecato». «In ogni caso - ha aggiunto il leader uscente del Cremlino al termine dell'incontro col presidente americano - certamente le nostre posizioni rimangono le stesse. Anche se il dialogo su questo tema è non solo possibile, ma necessario». A Mosca - dove Putin si appresta a rientrare al Cremlino - già aspettano di vedere se Obama manterrà la "promessa".

No satellite della Nord Corea. Usa e Cina hanno «interesse comune» a risolvere le questioni nucleari di Corea del Nord e Iran. Lo ha detto Obama incontrando il presidente cinese Hu Jintao. Ribadito il monito americano alla Corea del Nord perchè rinunci al proposito di lanciare il satellite tra il 12 e il 16 aprile. «Non ci sarà alcuna ricompensa per le provocazioni. Quei giorni sono finiti e le vostre provocazioni e il perseguimento delle armi nucleari non hanno portato la sicurezza che cercate».

Non siamo ostili a Nord Corea. «Gli Stati Uniti non hanno intenzioni ostili» verso la Corea del Nord. «Ma il regime di Pyongyang deve collaborare con la comunità internazionale sulla questione del programma nucleare e di scegliere la pace invece dell'isolamento. «Siamo impegnati per la pace e pronti a fare dei passi per migliorare le nostre relazioni».

Teheran agisca con serietà e urgenza. Obama ha chiesto all'Iran di «agire con la serietà e il senso di urgenza richiesto dal momento. L’Iran deve fare fronte ai propri obblighi davanti alla comunità internazionale che chiede a Teheran di fare chiarezza sul suo programma nucleare. I trattati sono vincolanti, le regole verranno fatte rispettare e le violazioni avranno delle conseguenze, perché ci rifiutiamo di consegnarci a un futuro dove sempre più regimi sono in possesso delle armi più mortali del mondo».


Lunedì 26 Marzo 2012 - 09:35    Ultimo aggiornamento: Martedì 27 Marzo - 12:47

La salute costa cara

La Stampa

In crescita la spesa privata per la sanita'



M. Campodonico

In Italia, la salute sta diventando sempre piu' cara. Secondo una recente ricerca del Censis, i tagli al Servizio Sanitario Nazionale stanno costringendo i cittadini a rivolgersi sempre piu' spesso alla sanita' privata. Negli ultimi anni, la spesa privata per la salute e' cresciuta in maniera considerevole, innescando una dinamica pericolosa per quanti - in un momento di difficolta' economica - faticano magari ad arrivare a fine mese.

Spesa privata in crescita
I dati raccolti e diffusi dal Censis parlano chiaro: tra il 2007 e il 2010, i cittadini italiani hanno speso di tasca propria per la salute l'8% in piu'. Complessivamente, nel 2010, la spesa privata degli italiani per la sanita' ha raggiunto i 30,6 miliardi di euro. La ricerca svolta dal Censis certifica la fatica che il servizio sanitario nazionale fa per provare a tenere il passo delle necessita' del Paese. Secondo le previsioni dell'istituto di ricerca, nel 2015 il divario tra le risorse a disposizione della sanita' pubblica e i fondi che sarebbero necessari per garantirne un funzionamento efficiente ammontera' a 17 miliardi di euro. Particolarmente esemplificativo del momento che sta attraversando la sanita' pubblica e' quanto avviene riguardo la spesa per i farmaci: tra il 2007 e il 2010, la spesa privata per i medicinali e' cresciuta del 10,7%, mentre quella pubblica e' stata tagliata del 3,5%, portando a un aumento considerevole del peso dei ticket sulle medicine sui bilanci famigliari (a fine anno si superera' abbondantemente il miliardo di euro). Preoccupanti le prospettive sull'immediato futuro, con ticket su diagnostica, specialistica e pronto soccorso che, sommandosi a quello sui farmaci, potrebbero portare le famiglie a spendere per la sanita' - annualmente - 4 miliardi di euro.

Le perplessita' dei consumatori
Le dinamiche che si sono innescate nel settore della sanita' destano qualche preoccupazione tra i consumatori. Federconsumatori, per esempio, sottolinea come il corollario alla riduzione dei servizi offerti dalla sanita' pubblica sia il ricorso dei cittadini al privato, con il diffondersi di una "sanita' low cost" che - sulla scia delle offerte economiche - rischia di mettere in secondo piano la qualita' e l'attendibilita' delle cure. Se le associazioni dei consumatori mettono in guardia dai rischi del mercato della salute, gli italiani percepiscono come negativa l'evoluzione della sanita' italiana. La ricerca del Censis, infatti, ha appurato che il 29% degli italiani ha rilevato un peggioramento nelle cure ricevute dal Servizio sanitario nazionale (percentuale che, al Sud, cresce fino al 45%).



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Qui è apparsa la Madonna", annuncio del parroco a Villa Guardia

Il Giorno


Da anni il direttore del coro parrocchiale Gioacchino Genovese è protagonista di intense esperienze mistiche di preghiera. Un anno fa, l'altare maggiore ha iniziato a trasudare acqua e oradon Savoldelli ha parlato espressamente di apparizioni


Como, 27 marzo 2012



''In questa chiesa è apparsa la Madonna''. Lo ha detto il parroco di Maccio di Villa Guardia (Como) don Luigi Savoldelli, parlando ai fedeli nell'omelia di una messa celebrata lunedì sera nella chiesa parrocchiale, da qualche mese diventato santuario (della Santissima Trinita') per via di quelli che finora sono stati definiti ''eventi straordinari''. Nella chiesa, infatti, da anni il direttore del coro parrocchiale Gioacchino Genovese è protagonista di intense esperienze mistiche di preghiera, già esaminate da una commissione diocesana, che ha escluso si tratti di autosuggestione. E circa un anno fa, il parroco aveva raccontato di un altro fenomeno avvenuto in chiesa, il trasudamento di acqua da una parte dell'altare maggiore.


Ora don Savoldelli ha parlato espressamente di apparizioni: ''La Vergine Maria si è manifestata, è apparsa a lato dell'altare rivolta verso l'altare, proprio come la statua che da qualche tempo c'è in chiesa''. Le apparizioni avrebbero avuto come protagonista il direttore del coro, anche se il parroco non lo ha detto espressamente: ha semplicemente ringraziato ''il messaggero'', per le sue 311 pagine di scritti teologici ''frutto dell'ispirazione straordinaria che viene da Dio'', inviati alla Congregazione per la dottrina della fede.


Acqua dall’altare. Il parroco della chiesa: "E' un segno divino"


Il Giorno


Don Luigi Savoldelli della chiesa della Santissima Trinità Misericordia di Villa Guardia ha confermato ai fedeli "l’acqua è stata fatta analizzare dai Ris di Parma. È purissima. È giusto che ognuno di voi si renda conto di persona di quanto sta accadendo"



Villa Guardia, 28 marzo 2011



«È acqua purissima quella che sgorga dall’altare e dal tabernacolo. Venite a sincerarvene di persona». La rivelazione che non t’aspetti è arrivata nel tardo pomeriggio di sabato quando ormai l’affollata messa prefestiva (oltre duecento i fedeli presenti, molti giunti anche dai Comuni limitrofi) stava volgendo al termine. Sull’altare il parroco don Luigi Savoldelli. Dal 28 di novembre la chiesa di Santa Maria Assunta di Maccio è divenuta Santuario della Santissima Trinità Misericordia. Questo dopo che un uomo «di profonda fede», viene definito, Gioacchino Genovese, direttore della scuola di musica di Maccio e maestro del coro maccese Regina Pacis, ha vissuto negli anni episodi di «forte rilevanza spirituale», condivisi solo con i pochi intimi che partecipavano alle veglie di preghiera. Già da tempo in paese, alcuni fedeli avevano nitidamente notato quelle strane «macchie» che erano comparse sull’altare e sul tabernacolo. Il parroco, ieri, ha voluto rivelare parte di questo «grande momento» che sta vivendo l’intera comunità.


Stupore e felicità i sentimenti dominanti tra i fedeli dopo l’annuncio. «E queste sono solo alcune delle cose che posso dirvi», ha aggiunto don Savoldelli. Nessuno in questi mesi ha mai apertamente pronunciato la parola «miracolo». Don Luigi Savoldelli ha comunque confermato ai fedeli che «l’acqua è stata fatta analizzare dai Ris di Parma. È purissima. È giusto che ognuno di voi si renda conto di persona di quanto sta accadendo». Frasi queste anticipate da un’omelia a tema improntata sulla contrapposizione tra acqua e «la grande sete patita nel deserto». L’intera comunità si appresta a vivere altre settimane di grandissima partecipazione spirituale, dopo che la vicenda di Gioacchino Genovese, persona riservata e devota, aveva acceso sul Comune della cintura cittadina i riflettori di fedeli e media.

Don Luigi Savoldelli ha inoltre anticipato che da oggi, alle 21, si terrà una veglia di preghiera in cui sarà recitata la preghiera «trasmessa direttamente» a Gioacchino Genovese in una sorta di trance mistica. Anche attorno a questo particolare da mesi c’era grande attesa. Don Luigi Savoldelli ha inoltre confermato che «la presenza dell’acqua non è casuale. In molti dei luoghi in cui si è manifestata la presenza di Dio o della Madonna l’acqua è puntualmente comparsa». A Lourdes e non solo. Il vescovo di Como, Diego Coletti, avrebbe espresso grande soddisfazione per quanto rivelato ieri da don Luigi Savoldelli. Varcando la soglia del Santuario, proprio il vescovo Coletti aveva rimarcato il fatto che «questo è un luogo di grande esperienza di fede dove si può incontrare il Signore e pregare».


di Marco Palumbo




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Barbarossa", flop al Nord per il kolossal leghista

La Stampa

Battuto da Grande Fratello e Report, in "Padania" è stato visto meno che al sud



Il fotogramma del film in cui compare Umberto Bossi




MARCO CASTELNUOVO

È stato un flop anche in Tv, in «Padania» particolarmente. Il giudizio dei telespettatori per il film Barbarossa, il «kolossal» fortemente voluto da Bossi che si è anche prestato a un cammeo nel film (nella foto a destra il fotogramma in cui compare il leader del Carroccio) si avvicina sempre più a quello di Fantozzi per la «Corazzata Potemkin». Il film è andato in onda domenica e ieri, ma già i dati della prima sera hanno certificato il flop. Domenica «Barbarossa» ha realizzato il 13,55% di share con 3.559 milioni di spettatori ed è stato battuto sia dal «Grande Fratello» (che ha vinto la serata con 3,765 milioni di spettatori e il 17,97% di share) e anche da «Report» che ha raccolto il 14,21% di share con 3.726 milioni di spettatori.

E spacchettando gli ascolti su base territoriale, il dato si fa impietoso. Al nord è visto molto meno che al sud. In Lombardia e Veneto addirittura non supera il 10%. Male. Malissimo per un film che dicono sia costato oltre trenta milioni di euro. Prodotto da imprenditori privati, dalla Rai e per un 1 milione e 600 mila euro anche dal ministero (cioè da noi) con la motivazione che «si preannuncia come un grande epic-movie, con spettacolari scene di battaglia. Un vero e proprio kolossal di appeal internazionale che nulla ha da invidiare, per mezzi e spettacolarità, alle mega-produzioni americane». Così non è stato, nelle sale il film ha raccolto a malapena un milione di euro. E questo nonostante la presentazione in pompa magna al Castello Sforzesco alla quale si presentò mezzo governo, Berlusconi in testa. E nonostante Bossi, che dal sacro prato di Pontida, chiese a tutti i leghisti di andare al cinema perché «lì c'è la nostra Storia che in genere viene falsificata da Cinecittà che è in mano ai romani...».

In fondo Berlusconi aveva visto giusto quando l’aveva definita «’sta cavolo di fiction per la quale Bossi mi sta facendo una testa tanto» come disse all’allora direttore generale della Rai, Agostino Saccà in una telefonata intercettata. L’avesse detto all’«amico Umberto», forse, ci saremmo risparmiati qualche soldo.



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Il Beep Beep D’Alema teme i coyote anti Pd

di -

Dalle sconfitte politiche alle inchieste della magistratura, schiva sempre il burrone con ghigno beffardo. Se si fermasse, farebbe la fine dello struzzo


D’Alema ne ha detta una delle sue. «Chi voleva spaccare il Pd rischia la fine di Willy il Coyote», ha sentenziato dimostrando una volta per tutte che è un uomo di profonde letture e di vasta cultura.



In attesa delle sue prossime citazioni per cui si candidano nell’ordine: l’orso Yoghi, nonna Papera, Grisù, Tom & Jerry e Picchiarello, gli esegeti del Baffino-pensiero sono andati subito a spulciare fra i ricordi d’infanzia per tenere botta al colto riferimento. Del resto, si sa, stare al passo con gli intelligenti non è mai impresa facile. Per agevolare il percorso riassumiamo il cartoon: Willy il Coyote (più correttamente Wile Coyote) è un personaggio della Warner Bros che dagli anni Quaranta è impegnato in una maniacale rincorsa a un simil-struzzo, il celebre Beep Beep, che combina le peggio cose ma alla fine riesce regolarmente a sfuggire alla cattura. Gli episodi, sempre per aiutare coloro che non godono della stessa cultura di D’Alema, si concludono immancabilmente con il povero Willy il Coyote che casca in un canyon mentre Beep Beep se ne vola via, veloce e irridente. E soprattutto assai antipatico.

Dunque dice D’Alema (e quindi dev’essere sicuramente intelligente) che chi vuole spaccare il Pd rischia di essere Willy il Coyote. Può essere. Ma allora D’Alema non può essere che Beep Beep. Fateci caso: è una vita che non fa altro che scappare. Veloce e irridente. E soprattutto assai antipatico. Proprio come l’uccello corridore: nel burrone non ci è mai caduto, ha sempre sfiorato la voragine, si è sempre salvato con un ultimo salto e un ghigno beffardo. Beep Beep: l’esistenza di D’Alema, in fondo, è tutta una fuga. Come ha avuto modo di dire di lui Umberto Eco: non ne ha indovinata mai una. E da quando non finì il corso di laurea alla Normale di Pisa non fa altro che scappare… Non c’era nessun Willy il Coyote a inseguirlo allora, ma Beep Beep fuggì via veloce dall’università. Entrò nella Fgci, poi Beep Beep, scappò in Puglia. Il partito crollò, ma lui Beep Beep scampò alla voragine e, anzi, ne divenne leader.

Poi leader non gli bastò e volle diventare statista, c’era quasi riuscito con la Bicamerale ma Beep Beep sfuggì anche a quel pericoloso canyon istituzionale. Inventò il governo Prodi poi lo abbatté; Beep Beep in un attimo fu presidente del Consiglio ma poi scappò anche da lì salvandosi per un pelo dal burrone delle Regionali in cui aveva fatto cadere tutto il partito. Da allora ha assunto la carica di rappresentante ufficiale dell’intelligenza. Epperò, a sentirlo, ultimamente anche i suoi amici più fidati hanno un sospetto: non è che voglia scappare pure da quella? Non c’è grande canyon degli scandali in cui non sia andato vicino. Però Beep Beep in qualche modo è riuscito a non precipitare mai fino in fondo. C’è Affittopoli? E lui scappa dalla casa grazie alla sua faccia tosta. C’è Unipol? E lui s’allontana da Consorte grazie all’immunità del Parlamento Ue.

C’è l’inchiesta sugli appalti Enac e i viaggi aerei gratis? E lui vola via grazie alla formula magica del «non poteva sapere». Beep Beep la fa sempre franca e ride di quei Willy Coyote che precipitano nel burrone anche se sono suoi ex sostenitori, come Gianpaolo Tarantini, o suoi ex amici come il senatore Pd Alberto Tedesco, travolto dalla scandalo sanità in Puglia. In Puglia, fra l’altro, da sempre D’Alema ha la sua base elettorale, il suo baluardo, il suo regno. E infatti (Eco docet) in quella regione non è riuscito a vincere nemmeno le primarie del suo partito. L’ha lasciata a Vendola e lui, Beep Beep, è volato via anche dall’imbarazzante canyon del Tavoliere. Da presidente del Consiglio dichiarò guerra alla Serbia e la bombardò. Così dovette fuggire ai rimorsi di coscienza e, Beep Beep, organizzò la Missione Arcobaleno. Ma la Missione Arobaleno si rivelò un disastro e così dovette fuggire ai burroni giudiziari. Beep Beep. Il magistrato che allora indagava, Michele Emiliano, si candidò sindaco di Bari per la sinistra, D’Alema ne uscì miracolosamente pulito ancora una volta.

Ma adesso che Emiliano è finito a sua volta nei guai per via delle cozze pelose, D’Alema ha già detto ai suoi di suonare la ritirata: «Deve fare un passo indietro». Ecco: gli altri devono fare un passo indietro, lui invece no. Lui scappa sempre in avanti. Così si salva regolarmente, ride di quelli che cadono in giù, astuto e antipatico, e poi riparte. Ma per dove? E perché? Dio solo lo sa. Con tutta la sua dabbenaggine, infatti, per lo meno Willy il Coyote ha una missione, un compito, una parte in commedia. Si capisce che cosa cerca e che cosa vuole fare. Beep Beep, invece, uccello corridore, dove diavolo va? Che senso ha? Perché diamine corre? Che sa fare, a parte scappare? Nessuno l’ha mai capito. Ma forse, essendo uno struzzo, sta solo rimandando il momento in cui dovrà fermarsi. Perché sa che allora non gli resterà che nascondere la testa sotto la sabbia.





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Non solo buonismo su Facebook: un'app crea la "lista nera" dei nemici

La Stampa


Politicamente scorretta, sovverte le regole del sito. Si chiama EnemyGraph

LUCA CASTELLI


“Chi non ha nemici non ha carattere”, sosteneva Paul Newman. Un’affermazione che potrebbe benissimo essere riferita agli oltre ottocento milioni di utenti di Facebook, costretti dai meccanismi del social network ad accumulare solo amici e a premere su gentili bottoni con la scritta mi piace. Un regno del buonismo apparente che una piccola applicazione ora cerca di rovesciare, offrendo agli utenti del network la possibilità di indicare anche i propri nemici.

Si chiama EnemyGraph ed è stata realizzata da Dean Terry, direttore del programma sui nuovi media all’Università del Texas di Dallas, e dallo studente Bradley Griffith. L’applicazione si attiva in pochi minuti e concede un range di spietatezza universale: si possono scegliere come nemici altri utenti, personaggi famosi, aziende, gruppi di discussione, squadre di calcio (al momento, la app è usata soprattutto negli Usa e tra i nomi più gettonati/osteggiati ci sono il candidato alle presidenziali americane Rick Santorum, la rockband Nickelback e la serie di romanzi Twilight). Per chi vuole esagerare, c'è persino l’opzione Lex Luthor: l’arcinemico. E a seminare ulteriore zizzania sociale ci pensano i “rapporti di dissonanza”, che ti avvisano quando a uno dei tuoi amici piace un tuo nemico.

Già salito agli onori delle cronache per un’applicazione che riportava alla luce i tweet cancellati da Twitter (Undertweetable), Terry spiega di aver creato EnemyGraph per dimostrare come nella vita reale le relazioni interpersonali siano molto più complicate di quanto Facebook, per varie ragioni di opportunità sociale e pubblicitaria, voglia lasciar intendere. Terry spiega che la parola “nemico” è un po’ forte e che non è quella che avrebbe voluto usare, ma la scelta è stata quasi obbligata visto che il termine “dislike” (“non piace”) è ufficialmente bandito nelle linee guida fornite da Facebook agli sviluppatori di applicazioni indipendenti.

Per molti utenti, l’avvento di EnemyGraph viene a colmare una lacuna fondamentale del social network (come dimostrano i tre milioni di partecipanti alla petizione che chiede a Facebook l’aggiunta del bottone “dislike”). Per alcuni dei primi commentatori che si sono accorti della nuova app, potrebbe esserci anche qualche effetto collaterale indesiderato, fino ai limiti del cyberbullismo. Già nella sua forma ufficiale edulcorata, Facebook è in realtà teatro quotidiano di migliaia di piccole e grandi baruffe quotidiane. Cosa succederebbe se si diffondessero strumenti politicamente scorretti? Trionferebbe la goliardia o la negatività?

Domande che sembrano confermare il ragionamento di Terry sulla complessità delle relazioni sociali, anche online.  Secondo il professore, comunque, EnemyGraph non è destinata a vivere a lungo. Appena diventerà davvero popolare, spiega, Facebook la disattiverà. Per Undertweetable passarono appena cinque giorni prima che Twitter ne chiedesse la rimozione. “D'altronde, ciò che proponiamo è una blasfemia per i social media: invitare a condividere non solo ciò che ti piace, ma anche le persone o le cose che non ti piacciono”, ammette il professore a The Chronicle of Higher Education. “Credo che anche i social media abbiano bisogno di un po'  di sovversione, della loro dose di Johnny Rotten”.



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Sei troppo negro", razzismo nella banca per gli stranieri

La Stampa

Extrabanca dovrà affiggere un invito a non pronunciare frasi offensive



La filiale di Extrabanca di via Pergolesi


GIOVANNA TRINCHELLA
milano


Entro il prossimo 2 aprile una sentenza che bolla come discriminatoria un’azienda dovrà essere affissa nella bacheca della sede milanese con l’invito per tutti ad «astenersi da espressioni volgari od offensive a sfondo razziale». Eppure due anni fa nel nome del processo di integrazione persino il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva mandato il suo augurio a Extrabanca, il primo istituto straniero dedicato «prevalentemente, ma non esclusivamente» ai cittadini stranieri che vivono in Italia. Invece il 22 marzo scorso la banca è stata condannata, prima volta di un verdetto in tal senso in sede civile, per razzismo nei confronti di un dipendente di origine senegalese.

Per il giudice della sezione lavoro del Tribunale di Milano, Fabrizio Scarzella, il dipendente dell’ufficio crediti è stato molestato con frasi a sfondo razzista ed è stato violato dell'articolo 2 comma 3 del decreto legislativo 215 del 2003 sulla parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza. Forse il rigurgito razzista potrebbe essere stata la candidatura, non andata a buon fine, dello straniero alle ultime elezioni comunali nella «Lista civica per Pisapia sindaco». E’ cominciata così la persecuzione da parte del presidente e da un dirigente dell' istituto di credito. Scarzella ha condannato per discriminazione la spa, imponendole di risarcire il dipendente, assistito dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri, con 5 mila euro e di divulgare la sua decisione tra i dipendenti con l’affissione e accanto alla «carta dei valori» dell’istituto.

L'anno scorso il presidente della banca aveva cercato di dissuadere l'impiegato, argomenta il giudice «dalla sua candidatura alle imminenti elezioni comunali a cagione della sua razza e colore, accomunandolo agli zingari e ai musulmani che vogliono rovinare Milano e specificando nel contempo che lui» e un collega «erano "due negri africani" che stavano "creando troppi problemi", che "avere troppi negri non poteva giovare alla banca" e che era pertanto meglio assumere "una persona di colore più chiaro"». Il dirigente, in un'altra occasione spiega il giudice, «diceva al ricorrente che non poteva venire in Italia pretendendo un posto manageriale, che era "in caserma, che nessuno aveva bisogno della sua intelligenza e che doveva fare quello che dicevano" precisando, in altra occasione, che "gli stranieri pretendono troppo, soprattutto quelli che hanno la cittadinanza (...) devono sapere che sono ospiti"». 

Secondo il giudice, gravità di questi comportamenti è determinata dal fatto che gli insulti sono partiti da tre dirigenti capaci di condizionare il comportamento degli altri dipendenti. «La sussistenza e la rilevanza giuridica di tali condotte e del conseguente clima offensivo e umiliante creatosi nell'ambiente lavorativo della resistente trova ulteriore conferma nelle posizioni apicali ricoperte dai soggetti agenti scrive il giudice -, di per sé sole idonee a condizionare anche l'operato e i comportamenti degli altri dipendenti sia italiani che stranieri». Insulti che hanno «avuto l’effetto di violare la dignità» del dipendente e «delle altre persone di colore o comunque straniere presenti in azienda creando un clima lavorativo umiliante e offensivo…». Nel frattempo il dipendente discriminato è stato sospeso; oggi la banca riceverà una lettera da parte sua in cui si chiederà di rientrare al lavoro alla luce di questa sentenza.



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Fede, la Svizzera respinge 2,5 milioni di euro

Corriere della sera

No al deposito. La Finanza indaga un accompagnatore Accertamenti anche sulla persona che, nel dicembre scorso, ha accompagnato il giornalista a Lugano



Il direttore del Tg4 Emilio Fede ospite di Lucia Annunziata 'In mezz'ora'Il direttore del Tg4 Emilio Fede ospite di Lucia Annunziata 'In mezz'ora'

ROMA - Voleva depositare su un conto svizzero due milioni e mezzo in contanti. Ma i funzionari di banca avrebbero rifiutato di accettare l'operazione, non avendo garanzie sulla provenienza dei soldi. Una vicenda che appare senza precedenti e sulla quale hanno avviato verifiche l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza. Protagonista è il direttore del Tg4 Emilio Fede, già indagato per favoreggiamento della prostituzione per le feste organizzate nelle residenze dell'ex capo del governo Silvio Berlusconi e per concorso in bancarotta fraudolenta dalla magistratura milanese con l'agente dello spettacolo Lele Mora, tuttora detenuto proprio per l'inchiesta sul fallimento della sua società «Lm management» che per anni ha gestito l'immagine di numerosi personaggi dello spettacolo. E, si è scoperto poi, serviva a reclutare le ragazze da portare ad Arcore e a Villa Certosa.

La segnalazione è arrivata in Italia alla fine dello scorso gennaio. A chiedere l'intervento delle autorità di controllo è stato un dipendente della banca che evidenzia un episodio risalente alla fine di dicembre, circa tre mesi fa. Nella denuncia racconta che Emilio Fede, accompagnato in macchina da un'altra persona, si è presentato presso la filiale dell'istituto di credito di Lugano con la valigetta piena di contanti, ma che è dovuto rientrare in Italia perché i responsabili della banca non hanno ritenuto opportuno accettare la somma. Una decisione presa, presumibilmente, tenendo conto dei problemi avuti in precedenza con i magistrati italiani e della necessità di fornire spiegazioni.

Nonostante le autorità svizzere abbiano sempre assicurato la massima collaborazione in ambito giudiziario, gli istituti di credito preferiscono mantenere alto il livello di riservatezza per proteggere i propri clienti. Dunque è possibile che dopo il clamore mediatico suscitato dalle vicende che hanno coinvolto Fede nei mesi scorsi abbiano deciso di respingere le sue richieste. Pur di fronte a un investimento molto alto.
La scorsa estate, dopo una richiesta di rogatoria sollecitata dai pubblici ministeri lombardi Eugenio Fusco e Massimiliano Carducci era stato infatti interrogato il funzionario della Bsi di Lugano Patrick Albisetti, l'uomo che si era occupato di gestire i depositi di Mora e le richieste di contanti dello stesso Fede.

In quell'indagine il giornalista è stato accusato di aver trattenuto per sé un milione e duecentomila euro dei 2 milioni e ottocentomila che Berlusconi avrebbe fatto avere a Mora attraverso il suo tesoriere Giuseppe Spinelli. Una «cresta» che il direttore del telegiornale di Rete4 ha sempre cercato di negare, sia pur con scarso successo di essere creduto. Albisetti aveva rivelato che nell'aprile 2010 Fede si presentò in banca e chiese di prelevare 500 mila euro, ma gliene furono consegnati soltanto 300 mila e fu costretto ad aprire un conto dove depositare gli altri 200 mila che lui avrebbe poi provveduto a ritirare dopo qualche settimana.

Quel deposito era stato denominato «Succo d'agave» e quando i pubblici ministeri gli chiesero spiegazioni su quel deposito Fede fornì una versione poco comprensibile: «Io non avrei voluto aprirlo perché per me avere un conto all'estero era un rischio e un fastidio». Qualcuno lo aveva obbligato? Ora ci sono questi altri soldi comparsi in Svizzera. Dopo aver ricevuto la segnalazione sono stati avviati i controlli sugli spostamenti del giornalista per verificare che fosse proprio lui ad aver chiesto di effettuare l'operazione, ma soprattutto per scoprire l'origine del denaro. Da chi li ha avuti? E ne ha denunciato il possesso al fisco? Chi c'era con lui in quell'auto nel viaggio da Milano a Lugano? A questi interrogativi dovranno rispondere gli investigatori delle Fiamme Gialle che poi, in caso di mancata dichiarazione, dovranno inoltrare gli atti alla magistratura per i reati di evasione fiscale e tentata esportazione di capitali all'estero visto che la somma supera la soglia consentita per la semplice segnalazione amministrativa.

In passato Emilio Fede aveva sostenuto che ad occuparsi del suo conto era una sua amante cubana che era stata incaricata di prelevare la somma e portarla in Italia. Una versione ritenuta «non credibile» dai magistrati.


Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it
27 marzo 2012 | 8:28


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