mercoledì 28 marzo 2012

Le donne ? Sono un «materiale» Pubblicati gli sms choc di Strauss-Khan

Corriere della sera

Caso Carlton, l'ex direttore del Fmi si difende in aula:  «Forse vocabolario inappropriato». Querela al giornale


MILANO - Dominique Strauss-Kahn ha riconosciuto davanti al giudice di aver utilizzato un vocabolario «inappropriato» nei numerosi sms intercettati nell’ambito delle indagini a suo carico, in cui chiama «materiale» le giovani adescate per i festini hard all’Hotel Carlton di Lille. Il quotidiano francese Le Monde, citando fonti di polizia anonime, ha pubblicato alcuni estratti dei messaggi scambiati fra lui e l’amico Fabrice Paszkowski, portando alla luce i risvolti più scabrosi dell’affare Strauss-Khan.

«INGENUITA'» - «Vuoi venire a scoprire un fantastico locale hard a Madrid con me (e del materiale)?». Così l’ex direttore del Fmi si rivolge in un sms pubblicato da Le Monde all’amico imprenditore di Lille che organizzava le serate a luci rosse e gli procurava le donne. «La parola "materiale" si riferisce ad una persona di sesso femminile», ha ammesso Strauss-Khan, riconoscendo che il termine è «sconveniente e inappropriato». Ma ha negato di aver violato la legge affermando di aver peccato di «ingenuità» per non essersi accorto che le giovani donne erano delle prostitute.




LA DENUNCIA A LE MONDE - In seguito alla pubblicazione su Le Monde di parte del contenuto dei verbali redatti durante lo stato di fermo, Dominique Strauss-Kahn intende presentare una denuncia contro il giornale francese per «violazione manifesta dei suoi diritti». A renderlo noto sono stati i suoi avvocati Henri Leclerc, Frèdèrique Baulieu e Richard Malka. Dominique Strauss-Khan è indagato per «sfruttamento della prostituzione» nell'ambito del caso sul giro di squillo all'hotel Carlton di Lille. Il reato è punibile con 20 anni di reclusione e una multa di tre milioni di euro.

Redazione Online28 marzo 2012 | 18:22

Ai vertici della Margherita patto per spartire i soldi»

Corriere della sera

Lusi 6 ore in Procura: mi sono accollato spese altrui. Viaggi e pranzi? Qualcun altro ha usato le mie carte di credito


Lusi: «I vertici della Margherita sapevano» ROMA - Un interrogatorio di sei ore apre la nuova fase dell'inchiesta sui soldi sottratti dalle casse della Margherita. Perché Luigi Lusi, il tesoriere accusato di aver utilizzato a fini personali circa 20 milioni di euro provenienti dai rimborsi elettorali, mostra di voler collaborare con i pubblici ministeri. E rivela: «C'è stato un accordo per spartirsi i soldi tra alcuni esponenti del partito, i vertici della Margherita lo sapevano», e in questo modo chiama in causa il segretario Francesco Rutelli e il presidente Enzo Bianco. Poi racconta di essere stato una sorta di garante di questo patto e aggiunge: «Mi sono accollato anche le spese di altri». Quanto basta per comprendere che le indagini potrebbero prendere strade inaspettate e dai risultati clamorosi.

«Adesso sono più sereno, ho risposto a tutte le domande, abbiamo parlato di conti», dichiara alle 22 mentre lascia il Palazzo di Giustizia. «Mi assumo tutte le responsabilità», aveva detto il 14 gennaio scorso quando credeva di poter chiudere la vicenda patteggiando una pena a un anno di reclusione e restituendo cinque milioni di euro al partito. Ora l'atteggiamento è radicalmente mutato.

Secca la replica della Margherita: «Ritengo del tutto illogico che i leader sapessero e approvassero le ruberie ai loro danni», ha detto Titta Madia, legale del partito.

Sono le 15.30 di martedì, quando il senatore indagato si presenta di fronte ai titolari dell'inchiesta Alberto Caperna e Stefano Pesci che lo attendono insieme al nuovo procuratore Giuseppe Pignatone. Sul tavolo hanno la prima relazione del perito della Banca d'Italia che sta ricostruendo il percorso dei bonifici ordinati da Lusi e degli assegni «liberi» che ha emesso tra il 2007 e il 2011. Soldi che sono stati prelevati dal conto intestato alla Margherita aperto presso la filiale della Bnl all'interno della Camera dei deputati. Al momento di arrivare in Procura il parlamentare aveva cercato di sottrarsi alle domande dei giornalisti, ma quando gli era stato chiesto conto dei viaggi, dei pranzi e di tutte le spese elencate nel dossier che gli stessi leader del partito hanno consegnato ai magistrati aveva affermato: «Qualcun altro ha usato le mie carte di credito». Una frase che poi inserisce nel verbale di interrogatorio specificando come quella carta di credito fosse del partito e quindi affidata talvolta anche ad altri parlamentari che la usavano liberamente.




Sa bene Lusi che i biglietti aerei e le prenotazioni dei lussuosi hotel sono tutti a suo nome. Sa altrettanto bene che era proprio lui a pagare i conti da centinaia di euro dei ristoranti. Ma il messaggio è lanciato, serve a far capire che la guerra con i leader del suo ex partito adesso è aperta formalmente. Perché dopo gli avvertimenti lanciati nelle scorse settimane da una parte e dall'altra, ora ci sono le dichiarazioni verbalizzate di fronte ai pubblici ministeri e la sensazione è che Lusi abbia deciso di smettere i panni del «ladro», come lo ha definito Francesco Rutelli, per trascinare altri nella condivisione delle responsabilità sulla illecita gestione dei fondi.

Ci sono circostanze già verificate nel corso dell'indagine che non può certamente negare, ma ce ne sono altre che lui stesso avrebbe riferito proprio per cercare di dimostrare la spartizione dei finanziamenti arrivando ad affermare che anche gli immobili gli erano stati dati in uso, ma li avrebbe restituiti. E così confermando che un ristretto gruppo di persone avrebbe deciso di utilizzare una parte dei soldi senza informare l'Assemblea. E per avvalorare questa tesi avrebbe dichiarato che alcuni appartenenti a questa cerchia sono i destinatari degli assegni in bianco ed erano consapevoli di quale fosse la provenienza del denaro.

«Posso far crollare il centrosinistra», aveva detto Lusi qualche settimana fa davanti alle telecamere di «Servizio Pubblico». Ieri sembra aver cominciato a dare seguito a questa minaccia indicando i beneficiari delle elargizioni. Adesso sarà la Guardia di Finanza a dover fare le verifiche per capire se il suo racconto sia attendibile e dunque se altri politici abbiano compiuto appropriazioni indebite o se Lusi stia solo cercando di inquinare l'inchiesta.

Fiorenza Sarzanini
28 marzo 2012 | 9:29

No Tav, irruzione a Palazzo Marino «No alla visita del procuratore Caselli»

Corriere della sera

Una ventina di militanti del «Cantiere» ha occupato la Sala Alessi: portati fuori di peso dalla polizia. Pisapia conferma l'incontro


MILANO - «Se non mi sentissi minacciando leggendo certe scritte sui muri, che spero non si ripetano, sarei leggermente superficiale». Lo ha affermato il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, entrando al Comune per un dibattito sulla legalità. La presenza del magistrato è stata contestata dai No Tav. Una ventina di militanti del movimento, legati al centro sociale «Il Cantiere», ha fatto irruzione martedì pomeriggio a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, per protestare contro la presentazione di un libro del procuratore capo di Torino. I militanti sono entrati forzando con facilità lo sbarramento tentato dai due vigili urbani di servizio all'ingresso di piazza Scala. Uno dei due agenti è rimasto leggermente contuso ad una mano, l'altro al ginocchio. Il gruppo ha prima esposto nel cortile interno del municipio uno striscione contro l'Anpi, l'associazione dei partigiani che ha promosso l'incontro con Caselli, per poi occupare il salone nobile dell'edificio, la Sala Alessi. L'occupazione è durata un paio d'ore, poi i dimostranti sono stati portati fuori di peso dalla polizia. Il procuratore Caselli da qualche tempo è al centro degli attacchi degli attivisti perché coordina l'inchiesta sugli scontro dell'estate scorsa in Val di Susa che, nelle settimane scorse, aveva portato a una serie di arresti in tutta Italia, quattro anche a Milano.

L'INCONTRO - «Mafioso a me?», si è domandato Caselli davanti a una platea, che affollava la Sala Alesssi di Palazzo Marino, sede del Comune, che lo ha a lungo applaudito. «È una menzogna per la menzogna - ha aggiunto dopo aver ricordato il suo passato alla Procura di Palermo - fatta per infangare». «Una sala così piena è la riaffermazione che la democrazia è il rispetto di tutto e di tutti ma non di chi non ha il rispetto degli altri», ha dichiarato Caselli. Da «boia» a «brucerai», da «torturatore» a «sei avvisato»: è stato un lungo elenco quello fatto dal procuratore capo di Torino per citare alcune delle scritte apparse negli ultimi mesi sui muri delle città italiane dopo la sua inchiesta sulle violenze dell'estate scorsa in Val di Susa. «Se queste persone si definiscono partigiani - ha detto Caselli - siamo in presenza di un'appropriazione indebita dei valori partigiani. È il miglior servizio all'antimemoria definire partigiani chi pratica queste manifestazioni». Il procuratore capo di Torino ha poi polemizzato con il collega Livio Pepino che aveva criticato la criminalizzazione del movimento che si batte contro il progetto di Alta velocità in Val Susa.

L'occupazione dei No Tav L'occupazione dei No Tav L'occupazione dei No Tav L'occupazione dei No Tav L'occupazione dei No Tav L'occupazione dei No Tav


IL BLITZ- In Sala Alessi si sono presentati il presidente del consiglio comunale, Basilio Rizzo, i consiglieri di Sel Mazzali e Gibillini e il direttore generale del Comune Davide Corritore per mediare con i manifestanti. Sul posto, nel tentativo di riportare ordine, anche gli agenti della Polizia Locale in servizio in Comune. All’interno della sala è rimasta una decina di giovani, seduti al tavolo dei relatori, mentre in cortile un altro gruppo lanciava slogan al megafono. L'occupazione dei militanti No Tav è durata circa due ore. Intorno alle 16.05 gli agenti di polizia in borghese hanno sollevato di peso i ragazzi e li hanno portati fuori da Palazzo Marino, dove li aspettavano gli agenti in tenuta anti sommossa. Qui ci sono stati attimi di tensione e sono volate alcune manganellate contro i ragazzi che facevano resistenza passiva e si sedevano per terra, ostruendo l'ingresso. Dopo pochi attimi la situazione è tornata sotto controllo. I manifestanti si sono poi seduti a una quindicina di metri dal Palazzo Marino, lanciando slogan e protestando contro lo sgombero, per poi allontanarsi verso la metropolitana.





PISAPIA CONFERMA L'INCONTRO - «La libertà di espressione è alla base della nostra convivenza democratica ed è una delle fondamenta delle nostra Costituzione», ha affermato il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia. «Non è accettabile che si cerchi di impedire lo svolgimento di un convegno organizzato a Palazzo Marino da numerose associazioni, tra cui l'Anpi, sul tema della legalità con una figura esemplare come quella di Gian Carlo Caselli e alla presenza del Presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo. Il convegno quindi si farà. Nessuno pensi di intimidirci con atti di violenza e sopraffazione. Il libero confronto democratico e la partecipazione dei cittadini alla vita della città e al dibattito pubblico sono valori irrinunciabili che difenderemo da chi cerca provocazioni e risse».

CASELLI - Il movimento No Tav ha presentato nel frattempo a Torino un dossier che documenterebbe presunti abusi da parte delle forze dell'ordine in occasione dei disordini dell'estate scorsa in Val di Susa. «I No Tav sbagliano. La magistratura lo ha detto ripetutamente e lo ribadisce: indaga su tutto», ha commentato il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, rispondendo ai giornalisti a margine della prima riunione della commissione consiliare antimafia del Comune di Torino. «Certo è - ha aggiunto Caselli - che molte volte vengono convocati denunzianti o presunte vittime e non si presentano. Questo non facilita le indagini».





L'ANPI - Amareggiato Antonio Pizzinato, il presidente Anpi della Lombardia. «Questa sera sarà lì il presidente nazionale dell'Anpi che ha 89 anni e ha fatto il partigiano - ha detto Pizzinato a titolo personale -, quindi sono loro che si mettono contro i partigiani, che si sono battuti per un Paese democratico, con regole democratiche e senza violenza». Considera quella di oggi violenza? «Nel momento in cui si vuole impedire a un magistrato di presentare il suo libro - ha risposto Pizzinato -, che cos'è?».

MARONI - L'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni ha commentato il blitz: «Questo dimostra una cosa che conosciamo bene, ovvero che la Tav non c'entra niente. Sono gruppi di persone - ha spiegato - che con il pretesto della Tav organizzano manifestazioni di protesta. Sono violenti che devono essere contrastati con ogni mezzo, fanno violenza per il gusto di farla a prescindere dall'obiettivo». E «in Italia è possibile esprimere le proprie idee ma non deve essere possibile per nessuno violare lo spazio di libertà degli altri o interrompere una manifestazione pubblica - ha dichiarato il governatore Roberto Formigoni -. Bisogna che l'opinione pubblica si renda conto che c'è chi può soffiare sul fuoco, le linee ad alta velocità sono essenziali per l'Italia e specialmente per le nostre regioni».

I PRECEDENTI - «Non c'erano state avvisaglie», ha riferito il comandante della polizia locale Tullio Mastrangelo. A febbraio due eventi con Caselli a Milano (alla Libreria Feltrinelli di piazza Duomo e a Cormano, nell'hinterland) erano stati annullati per i timori di contestazioni da parte dei No Tav per gli arresti del 26 gennaio per i disordini della scorsa estate in Val di Susa.


Redazione Milano online27 marzo 2012 | 20:15

Caso Calabresi, Giordana: "C’è una nuova indagine"

di -

Il regista rivela una pista inedita e ridimensiona il ruolo di Lotta Continua. Poi rivela: "Senza la parola 'torturatore' avrei firmato il manifesto contro di lui"


«Il mio non è un film sull’omicidio Calabresi, ma sulla strage di Piazza Fontana». Si difende così, Marco Tullio Giordana, dalle criticheche gli vengono mosse a proposito dell’omissione nel film della feroce campagna contro il commissario Luigi Calabresi conclusa con il suo assassinio la mattina del 17 maggio 1972.



Strage di piazza Fontana

In realtà, Giordana non crede alla colpevolezza di Lotta continua, sentenziata in cinque processi, revisioni comprese, che hanno portato alla condanna di Leonardo Marino, pentito reo confesso, Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. Ed è questo, con ogni probabilità, il motivo per cui i violenti attacchi di quel movimento e l’appello contro il commissario firmato da 800 intellettuali trovano in Romanzo di una strage , per altri versi un’opera coraggiosa e potente, uno spazio così minimale da aver amareggiato Mario Calabresi. «Il famoso appello era motivato dalla decisione dell’avvocato Lener, legale del commissario, di ricusare il giudice Biotti. Se non avesse contenuto la parola “ torturatore”avrei potuto firmarlo anch’io», rivendica Giordana.

«Tornando al film, credo che le scritte sui muri, Calabresi che mostra ai superiori i giornali annunciando di volerli querelare e i fischi al processo siano sufficienti per informare di quanto è successo prima dell’omicidio. Detto questo, capisco che a Mario Calabresi quei momenti possano non bastare».

Fin qui la difesa del cineasta. Ma leggendo le note di regia ci si accorge che Lotta continua non è mai citata e quando accenna all’omicidio, Giordana avanza le ipotesi più disparate: «Vendetta del proletariato? Ritorsioneneo-nazista? Operazione sotto copertura dei servizi segreti?».

È solo in un minuscolo appunto a pie’ di pagina che si trova il nome del movimento capeggiato da Sofri (che ieri ha detto la sua sul Foglio ), prima di una notazione sibillina: «È attualmente in corso una nuova indagine di polizia giudiziaria che - si legge - potrebbe cambiare radicalmente la fisionomia di questo delitto». Interpellato sull’argomento, il regista si chiude a riccio e fa il cronista: «Non rivelo le mie fonti, ma confermo l’esistenza di questa nuova indagine. I cronisti di giudiziaria dovrebbero approfondire, lavorare di più», butta lì il regista. Come replica alle critiche sulla tesi «bipartisan » del film, secondo la quale nella Banca dell’Agricoltura sarebbero esplose due bombe? «Calabresi stesso riteneva che una fosse stata messa dagli anarchici e l’altra, più potente, dall’estrema destra, secondo la tesi “menti di destra, manovalanza di sinistra”. Io ritengo che le due bombe avessero matrice neonazista e dei servizi segreti deviati».


Insomma, sebbene mostri una superficie didascalica, in realtà le tesi abbondano nelRomanzo di una strage . Compresa la mancanza di rapporto diretto tra la campagna di Lotta continua e l’omicidio Calabresi. «Il suo giornale attacca spesso e con violenza i magistrati di Palermo. Se qualcuno li ammazza, la colpa ricadrà sui vostri titoli? », sibila Giordana. Giampaolo Pansa, testimone dell’epoca e che nel film compare come inviato dell’ Unità mentre lo era della Stampa , ha scritto ieri che c’è una differenza abissale tra la cosiddetta e presunta macchina del fango e la campagna che per due anni diffamò e insultò Calabresi annunciando che il verdetto del proletariato sarebbe stato eseguito nelle strade. Soprattutto, vien da aggiungere, c’è la differenza di un numero eccezionale di processi e sentenze. Ecco perché è stupefacente quello che il regista-cronista scrive nella brossura. «Chi vede il film e si impunta su Lotta continua si allontana dal cuore del discorso ». Ma Calabresi è il protagonista di Romanzo di una strage che si conclude con la sua morte avvenuta al termine di una campagna, appena abbozzata.


«Non ho nessuna intenzione di difendere quella campagna che ho trovato obbrobriosa. Anzi, abbietta, come la definì lo stesso Sofri. Quando qualcuno viene additato al pubblico ludibrio, solo per questo motivo, in me scatta il riflesso opposto».Scatta una certa irritazione, invece, se l’intervista si sofferma sul punto debole della sua opera. E anche se il regista sottolinea che da giovane ascoltava e dialogava «pure con i fascisti come consigliava Pasolini e come non consigliava Calvino», con il cronista del Giornale è meno accondiscendente. E l’intervista finisce qui.




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Le vacanze romane dello Yeti di Villa Ada

La Stampa


Per lo scrittore Nicolò Ammaniti potrebbe trattarsi di un Big Foot


Nemmeno Nicolò Ammaniti escluderebbe del tutto la possibilità che uno Yeti possa aggirarsi nel parco di Villa Ada, anche se  ha dubbi sulla reale etnia dell' abominevole: “Bisognerebbe piuttosto parlare di Bigfoot, quello marrone americano che vive nelle foreste del Canada.” In un’intervista a "Metro"  infatti così lo scrittore commenta la vox populi che, in queste settimane, si è conquistata titoli horror nella stampa metropolitana. “Spaventosi squarci sui tronchi degli alberi fino a due metri d’altezza-ha titolato tempo fa un foglio di free press distribuito nelle stazioni della metro- a prima vista sarebbe opera di potenti artigli”. La reale possibilità di uno Yeti che si stia aggirando per il parco romano di Villa Ada è, naturalmente, ad altissimo tasso d’improbabilità, ma l’ipotesi di una mostruosa presenza sta comunque alimentando un insistente tam tam tra i frequentatori del grande polmone verde lungo la via Salaria. Ammaniti ammette come possibile un mistero all' interno di Villa Ada, d’ altronde in quel posto lui ha ambientato  il suo romanzo “Che la festa cominci”, frequenta quel giardino da quando ce lo portavano in carrozzina, ora ci va con i suoi cani e lo ha esplorato negli anni in tutti i posti più segreti, comprese le vecchie cave di pozzolana e il bunker antiaereo che doveva proteggere la famiglia reale.

Villa Ada è infatti un bel parco storico che si allarga per cento ottanta ettari, che una volta era residenza dei Savoia (qui fu arrestato Mussolini il 25 luglio del 43), oggi è frequentato, come tutti i parchi cittadini, da salutisti di corsa, carrozzine con neonati, pensionati e ragazzini urlanti. “Invece che lo Yeti dovrebbero trovare il criminale che ha accoltellato un cane- dice un ragazzo con un pastore tedesco al guinzaglio- qualche settimana fa un tizio ha tirato fuori un serramanico e ha sventrato un labrador, ci sono cartelli dappertutto per mettere in guardia chi viene qui.” Anche gli esperti dicono che l’ecosistema del parco non prevede esseri leggendari; al massimo è possibile incrociare scoiattoli, talpe, o conigli selvatici. E’ facile trovare per terra aculei d’istrice, ma di yeti non se era mai sentito parlare. Eppure in rete circolano i primi video amatoriali dove con grande convinzione sono mostrati i segni inequivocabili del passaggio di una creatura pelosa, di grandi dimensioni e con artigli acuminati. Documentari casalinghi pieni di suspence, alla "Blair Witch Project", mostrano graffi sulla cortecce, ossa di piccoli animali e grossi ciuffi di pelo aggrumato tra i cespugli.

E’ cos’ scattato il meccanismo della leggenda metropolitana, auto alimenta dai racconti di chi dice di aver sentito dire. Nella mitologia popolare la probabilità di uno Yeti a Roma, ha forse radici immaginifiche nell’esposizione mediatica del sindaco Alemanno, che un mese fa si era proposto come infaticabile spalatore delle strade innevate della sua città. Forse da quelle interviste davanti al Colosseo imbiancato nasce l’idea dell’uomo delle nevi, sceso a livello del Tevere, direttamente dai ghiacciai dell’Himalaya. Magari qualcuno già è pronto a giurare di averlo incontrato in una notte di luna piena, a fare il bagno nel laghetto assieme alle paperelle e i pesci rossi. “Avranno visto Luca O Zulù, il cantante dei “99 Posse”, ironizza una ragazza in bicicletta, alludendo a un tatuatissimo e corpulento idolo dei controversi concerti estivi di musica “alternativa”, che fanno parte del folklore del parco. La vicenda ricorda quella mitica pantera che nel Dicembre 89 fu avvistata sulla via Nomentana. Fu un evento di cui parlò tutta Italia, anche se la belva non fu mai trovata. La “Pantera” divenne però il potente brand della protesta nazionale degli studenti universitari contro la “riforma Ruberti”. Dobbiamo solo aspettare, forse qualcuno si farà presto avanti inneggiando a qualche rivolta, ma questa volta dietro lo slogan “lo Yeti siamo noi!”.



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Un cerotto elettronico l'elettrocardiogramma si fa in casa

La Stampa

Consentirà di fare diagnosi su eventuali patologie e prescrivere cure, tutto  in modalità wireless



Vicenza


Diagnosticare problemi di salute e prescrivere trattamenti in modalità wireless, senza fili grazie ad un cerotto di "pelle elettronica" da applicare sul braccio. E' la novità presentata nel convegno della Società Americana di Chimica. Sviluppato dal gruppo di John Rogers, dell'Università dell'Illinois, il cerotto potrà evitare a molti pazienti ore di trattamento o di monitoraggio presso studi medici e ospedali. Ogni anno centinaia di migliaia di pazienti in tutto il mondo effettuano elettroencefalogrammi, elettrocardiogrammi ed elettromiografie per controllare la salute di cervello, cuore e muscoli. Procedure spesso sgradevoli, tra fili ingombranti, gel, nastri e residui di colla, che vengono svolte in ambiente medico e non nel normale svolgimento della vita quotidiana, come accadrebbe con il nuovo cerotto.

«Caratteristica fondamentale dell'epidermide elettronica è l'interfaccia, senza fili, spille, adesivi o gel, per consentire un sistema molto più comodo e funzionale», spiega Rogers. «La tecnologia può essere utilizzata per monitorare l'attività del cervello, del cuore o di un muscolo in modo del tutto non invasivo, mentre un paziente è a casa propria - prosegue il ricercatore - Abbiamo anche trovato il modo - aggiunge - per far funzionare i dispositivi in modalità bi-direzionale». Il cerotto, infatti, può misurare l'attività muscolare e stimolare i muscoli. «Questo - conclude - può essere utile per la riabilitazione dopo un incidente o lunghi periodi di riposo a letto, inoltre, migliorando le funzionalità Wi-Fi, questa pelle elettronica potrà anche inviare informazioni ad un medico».



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Arrestati, il pm li manda a casa E loro fuggono due ore dopo

Il Giorno

Svuotacarceri: in fuga due romeni ai domiciliari per furto
di Paola Pioppi


Cantù, 28 marzo 2012 



A casa sono resistiti poco, giusto il tempo di preparare i bagagli e trovare un’auto che li portasse lontani dagli arresti domiciliari. Veloci nell’organizzarsi, come due professionisti che non sanno mai dove li portano gli impegni. Ion Chirita e Filip Gigi Narcis, romeni di 38 anni senza occupazione, il primo domiciliato a Cantù, l’amico suo ospite, hanno vissuto in rapida sequenza un momento di sfortuna e uno di insperata beneficienza: quella concessa dal decreto svuota carceri, in virtù del quale sono stati mandati agli arresti domiciliari anziché in camera di sicurezza, in attesa del processo per direttissimo che li attendeva ieri mattina.

I carabinieri di Como e Merate, li avevano arrestati all’alba di lunedì, dopo un furto in azienda che gli aveva reso un campionario di attrezzature nuove di zecca. Dal magazzino della Pro.Ma.Vet di Brivio, ditta di lavorazione materie plastiche, da cui era sparita una refurtiva da migliaia di euro: due trapani, quattordici flessibili, due seghe elettriche, un avvitatore, un saldatore, una smerigliatrice e un caricabatterie. Saliti sulla Golf di Ion, stavano avviandosi verso casa, con le attrezzature in due borsoni e all’orario in cui gli operai vanno al lavoro


I carabinieri, che avevano sospetti su Chirita, li hanno però fermati, controllati e arrestati in flagranza. Furto aggravato in concorso, processo per direttissimo martedì mattina a Lecco. Qui è però intervenuto il decreto svuota carceri che, applicato alla lettera dal magistrato di turno, ha consentito di applicare ai due gli arresti al domicilio di Ion. Nonostante i pericoli di fuga e altre valutazioni di opportunità, i due stranieri privi di occupazione, e con tutto da perdere presentandosi davanti a un giudice, sono stati portati a casa.

La scansione temporale parla da sola: alle 12 i carabinieri di Como li hanno lasciati in piazza Garibaldi, facendo loro le ultime raccomandazioni circa obblighi e divieti. Alle 15 la pattuglia ha fatto il primo controllo, e loro erano ancora lì. Due ore dopo erano spariti, lasciandosi alle spalle solo la Golf con cui erano stati arrestati poche ore prima.

Ieri mattina , in Tribunale a Lecco, Chirita è stato condannato a sei mesi di carcere, Narcis a dieci, entrambi senza sospensione condizionale. Nel frattempo sono stati denunciati (a piede libero, per forza di cose) alla Procura di Como per evasione. Nel frattempo, i carabinieri hanno recuperato la refurtiva restituendola al proprietario, lo Stato italiano ha risparmiato una notte di mantenimento in cella moltiplicata per due arrestati, e il Tribunale ha fatto un processo per direttissimo a due fantasmi.


Resta l’amarezza, per chi ha lavorato tutta la notte alla ricerca di persone che producono danni incalcolabili alle aziende, di vedersi sfumare sotto gli occhi la possibilità di vedere applicata una sanzione che pareggi i conti. A questo si aggiunge il grosso interrogativo sulle conseguenze prodotte dall’applicazione letterale di un decreto che, per far risparmiare qualche soldo allo Stato, rischia di tradursi in un invito alla fuga per le centinaia di arrestati che ogni giorno sembrano destinati a restarsene a casa in attesa di processi per direttissimo, per reati per cui la legge impone l’arresto in flagranza.


di Paola Pioppi





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Nel Seicento la temperatura era simile a oggi

Corriere della sera

Studiati per la prima volta i dati di una rete europea di rilevamento voluta dai Medici




Una stampa di vecchi termometri ad alcol (Museo Galileo, Firenze)Una stampa di vecchi termometri ad alcol (Museo Galileo, Firenze)

MILANO - La meteorologia è nata in Italia. La prima rete meteorologica del mondo è stata infatti realizzata dai Medici di Firenze nel 1654, pochi anni dopo l’invenzione del termometro, avvenuta nel 1641. Comprendeva undici stazioni di rilevamento europee tra cui Milano, Parigi e Varsavia. Ora, inaspettatamente, si è scoperto che i dati meteorologici rilevati da quella rete, voluta dal granduca Ferdinando II, di cui Galileo Galilei era il pupillo, sono di grande affidabilità, tali da consentire il confronto con quelli odierni. E gli studiosi hanno potuto concludere che, a distanza di tre secoli e mezzo le variazioni non sono così rilevanti. Le temperature medie estive a Firenze (che presenta la serie più lunga di dati dal 1654 al 1670) sono rimaste pressoché invariate, mentre si osserva che d’inverno in media c’era un grado in meno.

PRIME MISURE METEOROLOGICHE - Il carattere eccezionale di questi documenti è dato dal fatto che si tratta delle prime misure strumentali della storia, riferite alla temperatura, con tabelle ricche di dati, e con rilevazioni effettuate costantemente ogni 3-4 ore, esponendo i termometri a nord e a sud, per un lungo periodo di anni. Precedentemente, e anche successivamente per molto tempo, le indicazioni meteorologiche che ci sono pervenute, sono di solito descrizioni generiche sui fenomeni più o meno anomali che venivano osservati in natura, ma non misure strumentali. L’esistenza di queste misure di temperatura era nota. «Ma è stato difficile reperirle, soprattutto per i danni arrecati agli archivi dall’alluvione di Firenze del 1966», spiega Dario Camuffo dell’Istituto delle scienze dell’atmosfera del Cnr di Padova, che con Chiara Bertolin ha condotto un’accurata ricerca pubblicata sulla rivista specializzata Climatic Change. «Ci sono voluti molti anni per reperire e restaurare i documenti. Un secondo problema è stato quello di trasformare le osservazioni sulla temperatura nelle unità di misura odierne: sia per quanto riguarda i gradi, sia per quanto riguarda l’ora di riferimento che allora veniva indicata a partire dal tramonto, variabile nel corso dell’anno».

AFFIDABILI E CORRETTE - La questione fondamentale che gli studiosi si sono posti è stata la seguente: questi dati sono utilizzabili o sono una pura curiosità storica? E ancora: dal punto di vista meteorologico, furono questi primi rilevatori capaci di fare un buon lavoro, accettabile dal punto di vista degli standard moderni? La risposta a entrambi i quesiti è stata affermativa. I termometri utilizzati erano ad alcol, in vetro, e quelli conservati nel Museo di storia della scienza di Firenze sono tuttora funzionanti, per cui è stato possibile verificarne l’affidabilità. L’unità di misura, il grado Galileo, corrispondeva a circa 1,4 gradi centigradi. I rilevatori erano di solito gesuiti e monaci benedettini. I dati venivano riportati in un diario e fatti pervenire a Firenze all’Accademia del Cimento. L’intento della rete istituita dai Medici che comprendeva, oltre alle città citate anche Vallombrosa, Pisa, Cutigliano, Bologna, Parma, Innsbruck e Osnabrück, doveva servire per comprendere la differenza di temperatura nelle varie regioni, in pianura, in montagna, a latitudini diverse.

SOLO UN PO’ PIÙ FREDDO - Le due stazioni principali con le serie più lunghe di dati sono quelle di Firenze e di Vallombrosa (quest’ultima a 1000 metri di altitudine). I termometri a Firenze erano posti a Palazzo Pitti, nel Giardino di Boboli e nel convento di S. Maria degli Angeli. La rete venne chiusa nel 1667 per ragioni politiche, essendo considerata vicina a Galileo e alle sue pericolose idee che contraddicevano la Bibbia. Solo a Firenze e Vallombrosa si proseguì fino al 1670 quando il granduca mori. «Le medie si fanno su 30 anni», dice Camuffo. «Dai dati di Firenze si evince che nel periodo 1654- 1670 la temperatura media estiva era di 0,18 °C inferiore rispetto a quella del trentennio 1961-1990 (l’ultimo completo a disposizione in attesa di arrivare al 2020, anche se indubbiamente dal 1990 a oggi c’è stata un’impennata delle temperature). Mentre la media invernale era inferiore di circa un grado. A Vallombrosa, più in quota, sia estate che inverno erano mediamente più freddi con una media annua di 1,41 °C in meno di quella odierna».


Massimo Spampani
27 marzo 2012
(modifica il 28 marzo 2012)



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Con i gas di scarico diesel più rischi di cancro ai polmoni

Corriere della sera

Già classificati nel 1989 come possibili cancerogeni dall’Agenzia per la Ricerca sul Cancro, ora arrivano nuove prove da uno studio ventennale



MILANO – I gas di scarico dei motori diesel, classificati già nel 1989 come possibili cancerogeni dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), aumentano le probabilità di morire di tumore ai polmoni. A dare la conferma sui possibili e a lungo sospettati danni per la salute provenienti dall’inquinamento sono due studi iniziati negli anni Ottanta i cui esiti sono stati pubblicati nei giorni scorsi sul Journal of the National Cancer Institute. «Gli ultimi esiti delle ricerche americane – commenta Sergio Harari, direttore dell’Unità di pneumologia all’ospedale San Giuseppe di Milano - rafforzano i dati di altre analisi precedenti che documentavano come l’inquinamento atmosferico fosse causa oltre che di malattie respiratorie e cardiovascolari anche di tumori, e in particolare di tumori polmonari. Bisogna però ricordare che la prima causa di questo killer è di gran lunga il fumo di sigaretta, nel nostro Paese sempre più diffuso tra i giovani e fra le donne. E se si aggiunge che l’azione nociva del tabacco è potenziata dallo smog è chiaro che smettere di fumare è ancora più fondamentale per chi vive in città industriali».

LE CITTA’ INQUINATE UGUALI A MINIERE - I ricercatori statunitensi (nei due studi noti come Diesel Exhaust in Miners Study condotti da Michael D. Attfield e Debra T. Silvermanhanno analizzato i dati di oltre 12mila minatori che in otto miniere diverse utilizzavano macchinari con motori diesel, trovandosi a respirarne in varia misura i gas di scarico in livelli comunque generalmente più alti rispetto al resto della popolazione e ad altre categorie di lavoratori. Le loro conclusioni indicano che i minatori più esposti ai gas (quelli attivi a lungo sottoterra più di quelli addetti alle aree minerarie in superficie) hanno maggiori rischi sia di ammalarsi di tumore ai polmoni che di morirne. «I risultati delle nostre ricerche sono importanti non sono per chi lavora in miniera ma anche per l’1,4 milioni di americani e i tre milioni di europei che quotidianamente devono usare macchinari diesel. E per chi vive in città molto inquinate, dove l’esposizione ai gas di scarico diesel è simile» ha spiegato Debra Silverman, facendo riferimento ai centri urbani di Cina, Messico e Portogallo che nell’ultimo decennio hanno raggiunto livelli di smog simili a quelli registrati sottoterra in miniera.

L’ARIA INQUINATA SARA’ IL PRIMO BIG KILLER - Secondo l’ultimo rapporto dell’Ocse da qui al 2050 l’inquinamento dell’aria diventerà il «big killer» principale causa di 3,6 milioni di morti all’anno in tutto il mondo (attualmente è già il responsabile di oltre un milione di decessi). Oggi, sottolinea il documento, solo il due per cento della popolazione urbana mondiale vive con concentrazioni di pm10 accettabili, sotto i 20 microgrammi per metro cubo, mentre il 70 per cento ne deve subire più di 70, una cifra che è destinata a crescere nei prossimi anni. Un altro aspetto preoccupante è quello dell’ozono nelle città, che raddoppierà le proprie vittime dalle 385 mila l’anno a più di 800 mila. Secondo il rapporto, molte di queste morti saranno concentrate in Asia, ma anche i paesi occidentali saranno colpiti soprattutto a causa del fatto che gli anziani, sempre più numerosi, sono più sensibili a questo gas. Anche i livelli di ossidi di zolfo e azoto sono destinati, in assenza di interventi, ad aumentare rispettivamente del 90 e del 50 per cento e, nello stesso lasso di tempo, le emissioni di gas serra potrebbero aumentare del 50 per cento.




28 marzo 2012 | 9:42



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Cile, morto il giovane gay torturato dai neonazi

Corriere della sera

L'aggressione in pieno centro a Santiago: sei ore di inferno



Daniel ZamudioDaniel Zamudio

MILANO - È morto martedì sera, ora del Cile, poco prima dell'1,00 in Italia, Daniel Zamudio, il giovane omosessuale cileno aggredito, picchiato e torturato da un gruppo di neonazisti. L'annuncio è stato dato dal direttore del Policlinico di Santiago del Cile, il Posta Central.

L'AGGRESSIONE E LE TORTURE - Zamudio, che aveva 24 anni, è stato assalito a inizio marzo in un parco della città, il San Borja: è stato torturato per oltre sei ore (gli è stato staccato un orecchio, bruciata una gamba, incise delle svastiche su petto e spalla usando cocci di bottiglia, lo hanno colpito al cranio con un masso) e poi è stato ridotto in fin di vita a calci e pugni. Tutto questo in un punto in pieno centro, ben custodito per la presenza di una casermetta dei carabinieri a guardia di un monumento nazionale. Il dieci di marzo sono stati arrestati quattro giovani tra i 19 e i 26 anni con l'accusa di tentato omicidio, accusa che ora naturalmente sarà modificata. Rischiano dai dieci anni all'ergastolo.

GLI ARRESTI - Domenica sera era stata decretata la morte cerebrale per Zamudio giovane. Numerose persone, in questi giorni, si sono recate davanti all'ospedale per testimoniare il proprio dolore e sostegno, lasciando fiori e candele. Il portavoce del Movimento di integrazione e liberazione omosessuale cileno (Movilh), Jaime Parada, ha ribadito al giornale El Mostrador che Zamudio «è una vittima dell'intolleranza, dell'omofobia e dell'odio che certe persone coltivano» e che coloro che non hanno voluto una legge antidiscriminazione «sono i primi discriminatori».


Redazione Online28 marzo 2012 | 12:30



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Il potere dei doodle (oggi Google celebra Mies van der Rohe)

La Stampa


VALERIO MARIANI

Oggi è il 126mo anniversario della nascita di Mies van der Rohe, famoso architetto tedesco. Ce lo dice Google, con un doodle. E noi andiamo al bar contenti di poter sfoggiare l’ennesima perla di cultura, vantandoci, previo controllo su wikipedia, di conoscere bene la persona commemorata e addirittura ringraziando Google di averla ricordata. Secondo la pagina “about doodles” che Google costruisce per qualsiasi cosa lo riguardi, dal 2000 a oggi sono stati costruiti più di mille doodle, alcuni circoscritti alle homepage locali. Presso il colosso americano lavora un “Chief Doodler” e per ogni personalizzazione del logo si riunisce una commissione ad hoc con queste finalità: “un gruppo di googler si riunisce regolarmente per decidere quali eventi celebrare con un doodle. Le idee per i doodle provengono da numerose fonti, inclusi i googler e gli utenti di Google”.

La novità è che ci si incomincia a chiedere il perché di questi doodle e si inizia a dimenticare che forma avesse il logo originale di Google. Nella pagina di istruzioni, Google sostiene che “Il processo di selezione dei doodle mira a commemorare eventi e anniversari interessanti che rispecchino la personalità di Google e il suo amore per l'innovazione”. Il concetto di “interessante” è ovviamente soggettivo e vorremmo capire come il doodle creato per il primo giorno di primavera possa rispecchiare “la personalità di Google e il suo amore per l'innovazione”. L’impressione è che l’eterno alternasi del concetto devil-evil della casa di Mountain View colpisca ancora a ogni pubblicazione di un nuovo doodle. I personaggi illustri, per esempio, in genere si commemorano a 100 anni dalla nascita, o dalla morte, e non a 126 anni, che senso ha? Allora (quasi) ogni giorno si potrebbe commemorare qualcuno di "interessante e che rispecchi la personalità di Google e il suo amore per l'innovazione".

Una conseguenza certa del quasi quotidiano doodle di Google non è niente di casuale, personale o innovativo e si chiama “visibilità”. Ormai quasi tutti i siti di informazione sentono il bisogno di scrivere del nuovo doodle di Google sperando nell’onda lunga di un pugno di pageviews, noi compresi. E questo va a tutti vantaggio di Google che vede parlare di sé a costo zero. È la strategia di marketing furbetto a zero budget di cui Apple è campione da sempre. Ancora, Google non è forse un servizio web e i suoi fondatori non hanno sempre dichiarato che il loro lavoro non è fare gli editori? Se però decidi di fare un doodle su Mies van der Rohe e non su Carl Barks, nato il 27 marzo del 1901, stai compiendo una scelta editoriale, stai suggerendo un contenuto ai tuoi utenti, che poi sono i lettori delle Google News. Dunque stai suggerendo, o influenzando, un percorso di lettura.

L’esempio degli innocui doodle, insomma, dovrebbe far riflettere sul potere che può avere un servizio così diffuso come Google sulla cultura, sulla conoscenza e sull’educazione degli utenti, che poi, guarda un po’, sono praticamente tutti i navigatori del mondo. Chi modera il brainstorming tra i doodler di Google, allora, è devil o evil?


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Libro su Cosentino, sporta querela Chiesto 1 milione e la distruzione di copie

Corriere del Mezzogiorno

Azione legale del fratello del deputato, Giovanni, contro la casa editrice del volume «Il Casalese»



La copertina del libro su Cosentino


NAPOLI - Alla Cento Autori, editrice del libro collettivo Il Casalese su Nicola Cosentino, è stato chiesto un milione e 200mila euro di risarcimento per la presunta diffamazione contenuta nei capitoli scritti da Massimiliano Amato, Arnaldo Capezzuto, Vincenzo Senatore, Peppe Papa. Querela intentata non dal deputato Pdl Cosentino (il «casalese» del titolo) bensì dal fratello Giovanni, titolare delle aziende di famiglia Aversana Petroli e Ip service. Nello specifico: un milione per «danni morali materiali e patrimoniali» e duecentomila euro «per riparazione pecuniaria» (l'altra querelata, oltre Centoautori, è la società Data print). Non solo: al primo punto dell'atto pervenuto ai cronisti figura anche la richiesta con «procedura d'urgenza» di sequestro e persino di distruzione delle copie già distribuite in tutta Italia dell'inchiesta edita da Cento Autori (gli altri contributi al volume sono di Luisa Maradei, Ciro Pellegrino, Giuseppe Crimaldi, Corrado Castiglione, Antonio Di Costanzo). L'udienza è fissata per il 5 aprile.




CONFERENZA STAMPA ALL'ORDINE - Stamane, martedì, si è svolta nella sede dell'Ordine dei giornalisti campani una conferenza stampa con gli autori de Il Casalese, il presidente dell'Ordine Ottavio Lucarelli, Lucia Licciardi dell'Assostampa, Maria Chiaria Aulisio, consigliere nazionale dell'Ordine. È intervenuto anche l'avvocato di Cosentino, Sergio Carlino, che ha polemizzato con alcuni degli autori presenti, i quali hanno definito la distruzione dei libri «una pratica da nazisti». Presente anche il parlamentare Francesco Barbato dell'Idv interrogazione parlamentare al sottosegretario all'editoria sul caso. Gli autori sono stati invitati da Corrado Formigli negli studi della trasmissione «Piazza Pulita», giovedì sera. Della vertenza e relativa richiesta di maxi-risarcimento ha scritto anche il quotidiano spagnolo El Mundo.

DE MAGISTRIS: SOLIDARIETA' AGLI AUTORI- «Sto con "Il casalese". Ovviamente il libro, non Nicola. Solidarietà agli autori. L'articolo 21 della Costituzione non si tocca» ha scritto su Facebook il sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

ARMATO (PD): AUTORI VITTIME DI INTIMIDAZIONE - E la senatrice del Pd Teresa Armato: «Gli autori sono vittime di una vera e propria intimidazione giudiziaria non solo per la cifra chiesta per il risarcimento ma soprattutto per la pretesa del sequestro e della distruzione del libro, va la mia piena e convinta solidarietà». Prosegue: «Proprio in questi giorni stiamo ascoltando in Commissione Antimafia esponenti della Federazione della stampa e dell'Ordine dei giornalisti e proseguiremo le audizioni trattando anche la vicenda in questione».


Alessandro Chetta
27 marzo 2012

Misurato con precisione il raggio del Sole

Corriere della sera

Grazie al transito di Mercurio davanti al disco della nostra stella



Il transito di Mercurio avvenuto l'8 novembre 2006 (Nasa)Il transito di Mercurio avvenuto l'8 novembre 2006 (Nasa)

MILANO - Il raggio del Sole è di 696.342 chilometri (±65 km). È la misurazione finora più accurata delle dimensioni della nostra stella, quella precedente era di circa 150 km minore. È stata ottenuta da un gruppo di scienziati di Brasile, California e Hawaii utilizzando uno strumento a bordo del satellite Soho (Solar and Heliospheric Observatory) della Nasa e, soprattutto, due transiti del pianeta Mercurio davanti al Sole avvenuti il 7 maggio 2003 e l'8 settembre 2006. Due avvenimenti eccezionali, se si considera che i transiti di Mercurio sul Sole sono 13-14 per ogni secolo.

VENERE - Il gruppo di studio sta ora mettendo a punto gli strumenti per il transito di Venere sulla superficie solare, che avverrà il prossimo 6 giugno - un avvenimento astronomico ancora più raro di quello di Mercurio, visto che il prossimo è previsto solo nel 2117 - e che consentirà di effettuare misurazioni ancora più accurate.


Redazione Online27 marzo 2012 | 20:44



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Villastellone, "Ho rifiutato quel lavoro e mi hanno licenziato"

La Stampa

La denuncia di un operaio dopo i 5 feriti nell’incendio


FEDERICO GENTA
Torino


Se la Lafumet mi ha licenziato è proprio perché mi sono rifiutato di lavorare in quelle condizioni. L'incidente di lunedì dimostra che avevo ragione». Le parole sono di Mohammed Belhaddad, marocchino di 40 anni. C'era anche lui ieri mattina davanti ai cancelli dello stabilimento alle porte di Villastellone. Mescolato tra i colleghi in sciopero, a contestare i vertici della fabbrica e fermare i camion che cercavano di scaricare i fusti esausti. Nell’azienda che ricicla rifiuti lavorava dal 2001 come addetto alle manutenzioni. Un'esperienza troncata all’improvviso, alcuni giorni dopo Natale.

Tre mesi fa
«Era il 28 dicembre 2011 - precisa - Mi hanno chiamato in ufficio e mi hanno detto che dal mattino seguente non potevo più entrare. Mi hanno lasciato a casa, senza stipendio e con una moglie e un figlio piccolo da sfamare». Il motivo? «Niente di personale» assicura l'azienda, che parla di dipendenti in esubero dopo la chiusura del reparto di manutenzione. Ma la storia raccontata da Mohammed è un'altra. Dice: «E' stata una scusa per liberarsi di quelli che davano fastidio. Io chiedevo solo di poter lavorare in sicurezza».

Continua: «Da tempo le manutenzioni più importanti vengono affidate a ditte esterne, ma per le operazioni di routine la fabbrica ha continuato a utilizzare i dipendenti. La mia colpa è stata quella di aver chiesto che i macchinari venissero spenti durante gli interventi, e le canaline svuotate». Lui non ha dubbi: «Con queste semplici precauzioni l'esplosione dell’altro giorno non si sarebbe verificata». I vertici Lafumet, però, contestano la sua versione. «Verso di lui non c'è stato alcun accanimento» conferma Stefania De Pandis, responsabile dell’impianto di via Don Eugenio Bruno. Continua: «Semplicemente le sue competenze non erano più necessarie. Ci sarebbe piaciuto ricollocare l'operaio, che per altro ha sempre svolto un ottimo lavoro, ma non è stato possibile». Ora del licenziamento di Mohammed Belhaddad se ne stanno occupando i legali e la causa si annuncia lunga.

L’inchiesta
Le indagini sull’incidente proseguono. Il pm Raffaele Guariniello ha iscritto nel registro degli indagati l'amministratore delegato, Sergio Marchiaro. Le ipotesi di reato sono di disastro e lesioni colpose. Secondo le prime testimonianze raccolte dalla Procura sembra probabile che il primo scoppio non sia stato provocato dalle scintille di una saldatrice, ma dal malfunzionamento di una macchina per la triturazione. Le fiamme si sarebbero poi propagate lungo le canaline di scolo. La fabbrica resta divisa. Da una parte ci sono gli operai che protestano: anche per oggi i sindacati hanno confermato altre otto ore di sciopero. Dall’altra ci sono quelli che preferiscono non smettere di lavorare. Anche loro sono preoccupati per le condizioni dei cinque colleghi feriti nell’incendio, ma difendono l'azienda. «Non è vero che qui si lavora senza sicurezza».



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Sos dell'Fbi: "Stiamo perdendo la battaglia contro il cyber-crimine"

La Stampa


Shawn Henry al "Wall Street Journal": troppo veloci, sono imprendibili. La ricerca Verizon: il 58 per cento dei furti di dati commessi per motivi politici
Troppo veloci, talentuosi, giovani. Insomma imprendibili. L’America sventola bianca: la sfida ai cyber criminali è a un passo dalla sconfitta. Nella partita in corso contro gli hacker gli Stati Uniti «non stanno vincendo», ammette il numero uno del dipartimento informatico dell’Fbi Shawn Henry in un’intervista al Wall Street Journal.

Henry, che si appresta a lasciare l’Fbi dopo 20 anni per approdare in una società privata come responsabile della cyber sicurezza, punta il dito contro le aziende, che devono cambiare radicalmente l’approccio ai network di computer per evitare ulteriori danni all’economia e alla sicurezza, e contro le reti, «troppo vulnerabili». Sia quelle delle multinazionali, sia quelle delle start-up. Insomma, dice Henry, manca una strategia di cyber-sicurezza globale, mentre i pirati alzano il tiro: nel mirino sono finite centrali elettriche, impianti nucleari, multinazionali e persino il Nasdaq Omx Group, la cabina di regia della Borsa americana.

Corre almeno su due fronti, l’offensiva hacker: quello economico e quello politico. Secondo l’ultima rilevazione di Verizon, il 58% dei furti di dati nel mondo è stato commesso nel 2011 per motivi sociali. Blitz in stile Anonymous, rivendicati dagli hacktivisti. «Non è più un problema solo di soldi - spiega il responsabile della ricerca Bryan Sartin, che ha lavorato con l'intelligence Usa e i reparti specializzati delle polizie olandese, australiana, irlandese e britannica.- e questo rende più difficile capire quali saranno gli obiettivi, perchè le organizzazioni dei cyber-attivisti non seguono le stesse logiche degli altri». Nel 2011, gli attacchi sono partiti da 36 paesi, contro i 22 dell'anno precedente. Quasi il 70 per cento ha avuto origine dall'Europa orientale e circa il 25 per cento dal nord America.



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Licenziabile chi timbra il cartellino per il collega

La Stampa


Può perdere il posto di lavoro chi "beggia" (in gergo, timbra il cartellino) per un collega. L’espulsione si applica sia a chi timbra sia a chi ne beneficia. La misura serve a contastare l’assenteismo che ha portato la Cassazione (sentenza 4693/12) a convalidare il licenziamento disciplinare inflitto  a tre dipendenti napoletani della Alenia Aeronautica che in due occasioni avevano "timbrato" il cartellino facendo risultare la loro presenza in ufficio mentre erano rimasti fuori per l’intera giornata lavorativa.

La Suprema Corte, sposando la tesi del giudice di merito, ha ritenuto legittimo il licenziamento inflitto per la «lesione del rapporto fiduciario» tra i lavoratori e l’azienda. Due di loro, anche se risultanti regolarmente al lavoro sino alle 16.45, ora in cui un collega aveva timbrato in uscita i loro cartellini marcatempo, in realtà erano stati assenti per l'intera giornata, cosa accaduta anche il giorno prima. L'azienda aveva contestato l'irregolarità e licenziato in tronco i tre. I licenziamenti erano stati convalidati dalla Corte d’appello. Poi, il ricorso in Cassazione, nel quale si affermava che «il potere disciplinare» va utilizzato «con gradualità prima di ricorrere alla sanzione espulsiva».

La Suprema Corte, invece, ha affermato che «la condotta posta in essere dai lavoratori fu frutto di un preventivo accordo diretto a fare risultare fittiziamente ottemperato l’obbligo di regolare presenza sul posto di lavoro dei due dipendenti» e che non c’erano dubbi sulla «idoneità della condotta a ledere la fiducia dell’azienda nella futura correttezza dell’adempimento della prestazione lavorativa». La Cassazione ha perciò confermato i licenziamenti.


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Ecco tutta la verità sull'oro di Santoro

di -

In un libro-intervista l’ex dg Masi racconta i retroscena dell’addio del conduttore. Nel 2010, dopo aver raggiunto un accordo da 17 milioni, trovò il pretesto per fare dietrofront.


Roma - Una serie tv dal titolo «il signor M », uno sceneggiato storicogiudiziario sull’Olocausto, una miniserie in giallo da girare a Pantelleria... Ecco i format che Michele Santoro ha proposto alla Rai, nella primavera 2010, per «transare » la sua uscita dalla tv pubblica.



Michele Santoro

I documenti originali escono per la prima volta, insieme al dettaglio della cifra monstre chiesta da Santoro (e approvata dal Cda Rai) per la rinuncia a tutti i suoi ricorsi contro l’azienda, oltre alla vendita, da produttore esterno, dei suddetti format della sua Zerostudio’s: 17 milioni di euro.

Pari a tre annualità di stipendio (2.799.000 euro), 69.600 euro di ferie non godute, il Tfr, e 14 milioni più Iva per le sue miniserie. Tutto è raccontato direttamente dal protagonista di quella vicenda, l’ex direttore generale di Viale Mazzini, Mauro Masi, in un librointervista che ha generato un’enorme attesa (specie in Rai, visti i contenuti esplosivi...) e che esce a giorni, il 4 aprile.

Eccolo qui, Un nemico alla Rai - 800 giorni «contro» nella tv pubblica (ed. Marsilio, pagg. 240), dove l’ex dg, intervistato da Carlo Vulpio, racconta la sua versione della (controversa) stagione Masi alla Rai, togliendosi molti sassolini e facendo nomi e cognomi, accompagnati da giudizi a dir poco schietti ( Masi pratica la boxe, da giovane ha fatto il parà, insomma le scazzottate sembra lo attirino).

Primo nome, quello di Santoro, con cui Masi chiuse un accordo nel maggio 2010, nato dalla volontà del giornalista. All’inizio, racconta Masi, «Santoro si comporta da trattativista scafato e manda da me, a negoziare la sua uscita plurimiardaria dalla Rai, Lucio Presta », cioè il manager di Antonella Clerici, Benigni e altri divi tv. Si discute e si arriva a quell’accordo, che il 18 maggio il Cda (presidente Garimberti incluso) approva. Poi, dopo pochi giorni, Santoro cambia idea: non vuole più lasciare la Rai (dopo aver espresso «soddisfazione » per l’accordo raggiunto), e riveste i panni della vittima della censura.

Ma perché? «Garimberti aveva fatto delle dichiarazioni un po’ a effetto e anche un po’ curiose, visto che aveva votato a favore in cda,sulla libertà di scelta di Santoro (“ È una risorsa per la Rai e deve restare”, ndr ). Santoro ne trasse pretesto per dire che se Garimberti non avesse ritrattato pubblicamente sarebbe saltato tutto, perché quelle parole - sosteneva Santoro - lo spiazzavano nei confronti del “suo” pubblico».

Masi chiama il presidente Rai e gli fa presente i rischi di un fallimento della trattativa. Ma Garimberti non muove un dito. Scrive Masi: «Credo che abbia visto l’occasione per farmi fare flop e l’abbia colta al volo», poco dopo aver ricordato che «era poco presente in azienda, si interessava per lo più di Rai Sport e di alcune questioni internazionali». Salta tutto: «Credo che a un certo punto Santoro, prigioniero del suo personaggio, abbia pensato che quell’accordo, vantaggiosissimo per lui e utile per la Rai, non sarebbe stato capito dal “suo” pubblico».

E se non ci fosse stata la clausola di esclusiva con la Rai per tre anni? chiede Vulpio. «Santoro avrebbe già bell’e chiuso l’accordo. Invece, dovendo rispettare l’esclusiva, si è ricordato del “suo” pubblico... » chiosa Masi, che in allegato pubblica tutto il carteggio con Santoro (che prima gli dà del tu, poi del lei,e poi fa scrivere dall’avvocato...). Annozero quindi torna nei palinsesti, dopo mille polemiche, inizia col vaffan...bicchiere a Masi, in diretta («un’offesa insanabile ») e prosegue con la famosa telefonata di Masi.

Perché la fece? «Forse ho commesso un errore» ammette Masi. Ma serve il contesto. Siamo in pieno Ruby-gate, e in Rai girava voce che quella sera Santoro avrebbe «mostrato immagini, foto o, meglio presunte foto, in ogni caso compromettenti, che riguardavano Ruby». Quindi Masi chiama in diretta, sbagliando, ma con una convinzione: «Se quel mio intervento “sbagliato”ha evitato che Santoro tirasse al massimo la corda, allora sono quasi contento di aver commesso quell’errore ».

Mai più sentito Santoro da allora, tranne due incontri casuali: «Nel negozio di Armani a Roma e al Grand Hotel delle Terme di Saturnia. Due posti, come tutti sanno, frequentati da profughi, muratori e giornalisti indignados...». Oltre alla vicenda Santoro, il libro è una miniera di aneddoti, anche spassosi, sulla galassia Rai e i suoi abitanti.

I consiglieri di amministrazione e le loro richieste (quello che vuole raccomandare una ballerina zoppa...), lo sgomento dei massimi dirigenti quando Masi chiede quale gamba del capitano Achab sia quella di legno (e solo Fabrizio Del Noce azzecca la risposta: Melville non lo dice mai), «l’immediata antipatia reciproca con Paolo Ruffini» (allora direttore RaiTre, oggi La7), i poteri dell’inossidabile «partito Rai», la saga degli aspiranti famosi che telefonano (spesso direttamente al direttore generale) per farsi ospitare in qualche programma, con i chirurghi plastici tra i più molesti («dei veri rompicoglioni »), seguiti da politici (per essere infilati nel «pastone» dei tg), attori, soubrette che si autopropongono, giornalisti compresi.


E del suo successore, Lorenza Lei,cosa dice Masi?L’ex dg risponde per le rime a una intervista in cui la Lei dice che quando si è insediata ha trovato i conti in rosso. «Non voglio polemizzare... Ma il bilancio previsivo per il 2011, da me presentato, prevedeva un avanzo di oltre 20 milioni di euro. Il bilancio era parte del Piano industriale 2010/2012 che ha permesso di realizzare maggiori entrate o minori spese per oltre 200 milioni. Aggiungo poi che il bilancio 2010, chiuso con 90milioni di disavanzo, era stato costruito in moda tale da far sì che il successivo potesse essere in attivo. Sono cose che la dottoressa Lei sa benissimo. Forse è stata fraintesa». Forse. «Il pareggio di bilancio per l’esercizio 2011 è in larghissima parte frutto del mio Piano industriale. In Rai lo sanno tutti, anche se non lo dicono».

In un capitolo Masi spiega perché la governance Rai non può funzionare e va cambiata (il dg è ostaggio del Cda, di cui non fa parte, che a sua volta non può approvare nulla che non sia proposto dal dg...), in una direzione che è molto simile al progetto Monti-Passera. E infine sul Trani-gate e Berlusconi: «Mai, dico mai, ha esercitato pressioni nei miei confronti come direttore generale Rai». Ottocento giorni da nemico in Rai, «difficili, esaltanti, faticosi, mai banali». E qualche nemico in più dopo questo libro.


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Stretta "parentela" tra Luna e Terra

La Stampa

Molti materiali di origine terrestrenella composizione del nostro satellite



Milano

Uno studio dell’università di Chicago pubblicato su Nature Geoscience ha rivelato una “parentela” tra Luna e Terra molto più stretta di quanto si pensasse fino ad oggi. Gran parte dei materiali che costituiscono la luna sarebbe infatti di origine terrestre, e sarebbe stata strappata dalla Terra ancora “bambina”. Come in un test del Dna per corpi celesti, i ricercatori guidati da Junjun Zhang hanno messo a confronto le diverse forme assunte dagli atomi di titanio (ovvero gli isotopi) sulla Terra e sulla Luna. Hanno così scoperto che, da questo punto di vista, i due corpi celesti sarebbero quasi “gemelli”: il rapporto fra i vari isotopi del titanio presenti sulla Terra è infatti praticamente identico a quello lunare. Quello che apparentemente potrebbe sembrare una cosa di poco conto, rischia in realtà di riscrivere almeno in parte la storia della nascita della Luna. La teoria più accreditata, quella del cosiddetto “impatto gigante”, vorrebbe il nostro satellite nato da un grande scontro avvenuto 4,5 miliardi di anni fa tra la Terra ancora bambina e un corpo celeste delle dimensioni di Marte chiamato Theia.

Le simulazioni di questo impatto hanno finora dimostrato più volte che dal mantello della Terra primordiale sarebbe derivato non più del 60% del materiale che avrebbe poi formato la Luna: la parte restante sarebbe arrivata invece da questo misterioso Theia che, secondo l’ipotesi più diffusa, avrebbe dovuto avere una composizione chimica diversa da quella del mantello terrestre. Questo nuovo studio dimostra invece che questa ipotetica “impronta” chimica lasciata da Theia non sarebbe rilevabile, lasciando agli astronomi ancora un difficile rompicapo da risolvere. «Non stupisce che oggi si discuta ancora della formazione della Luna, perché negli anni si sono susseguite molte ipotesi che poi, alla prova dei fatti, sono tramontate», commenta Gianluca Masi, curatore scientifico del Planetario di Roma e responsabile del Virtual Telescope.

«Inizialmente abbiamo avuto la teoria della fissione, che voleva la Luna come una “costola” distaccata della Terra, poi quella della cattura, secondo cui la Luna sarebbe stata un corpo di passaggio catturato dalla forza di gravità terrestre, e ancora la teoria dell’accrescimento, secondo cui Terra e la Luna si sarebbero formate assieme nello stesso periodo. Al momento - aggiunge l’esperto - la teoria dell’impatto è quella più credibile, l’unica a giustificare l’età della Luna (più giovane della Terra) e la particolare inclinazione della sua orbita. La “ricetta” è ancora quella giusta - conclude Masi - bisogna solo capire la giusta quantità degli ingredienti».



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Fidanzato-maiale: è caos sulla pubblicità di agenzia investigativa

Il Mattino

Un muso rosa con la parrucca: "era il compagno ideale". La consigliera Boselli: manifesti «lesivi della dignità»


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PADOVA - Manifesti «lesivi delle dignità della persona umana». Sono state bollate così le affissioni pubblicitarie dalla consigliera comunale Milvia Boselli le affissioni pubblicitarie di una agenzia investigativa di Padova.


I manifesti: un musone rosa con tanto di parrucca. I cartelli, sparsi in tutta la città, mostrano il muso di un maiale coperto da parrucche e scritte tipo "era la compagna ideale" o "era il fidanzato ideale". Un'ironia che non è piaciuta alla consigliera e che sta scatenando la polemica.  La Boselli, nel 2009, si era scagliata contro la campagna pubblicitaria di una società di abbigliamento femminile che raffigurava due poliziotti che con fare sadico perquisivano due donne in abiti succinti, e l'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria li aveva fatti rimuovere da tutto il territorio nazionale. Secondo la consigliera, sono inaccettabili le affermazioni dell'amministratore delegato dell'agenzia investigativa che, sentito dalla stampa locale, parla di un messaggio forte e impattante, considerato geniale da molti pubblicitari; di un'immagine paradossale ed ironica e che punta sull'intelligenza di chi la guarda.
 
«La pubblicità è un potente mezzo per suggerire occultamente e diffondere modelli di comportamento - ha detto la consigliera Boselli - è un veicolo importante anche da un punto di vista educativo. Il messaggio di questa pubblicità è volgare e stimola l'aggressività. Per questo motivo ho provveduto, anche su sollecitazione di molti cittadini e associazioni che operano nel campo dei diritti e contro la violenza, a segnalarla al Comitato di Controllo dell'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria perché in contrasto con quanto stabilito dal Codice dell'Istituto stesso e in particolare, all'articolo 9, divieto di rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti e all'art. 10, rispetto per la dignità della persona umana».

Martedì 27 Marzo 2012 - 21:55    Ultimo aggiornamento: 21:56

Perché l'Ikea ora è il nostro specchio

Corriere della sera



Le raccomandazioni respinte, le file, i no del Nord. I mobilifici erano contro, ora lavorano per gli svedesi


C on una battuta potremmo dire che l'Ikea si avvia a diventare la nuova autobiografia di una nazione (l'Italia). A leggere le cronache che arrivano dalle città di provincia sembra quasi che la multinazionale svedese stia catalizzando su di sé tutti gli epifenomeni della nostra vita associata. Al Sud ci si mette in coda per es- ser assunti ma allo stesso tempo a Treviso il centrodestra si è a lungo spaccato nel tentativo di impedire l'apertura di un nuovo punto vendita. Anche nel Torinese e nel Pisano è successo qualcosa di simile, protagoniste in entrambi i casi le amministrazioni di centrosinistra.

L'ultima nuova viene dall'Abruzzo, da San Giovanni Teatino e narra di un politico locale di centrodestra che ha premuto sull'Ikea per pilotare le assunzioni e si è trovato in mano una formale lettera di protesta dell'azienda. La verità è che l'Ikea in Italia ormai è quasi dappertutto, nonostante la recessione continua a macinare ricavi e profitti, è una delle poche multinazionali che assumono ed è riuscita a far soldi persino con il food. Grazie ai ristoranti che ha aperto dentro i suoi punti vendita e che servono mirtilli, polpettine svedesi con la marmellata e salmone in tutte le salse. La nostra politica locale si è accorta dell'onnipresenza Ikea e ha capito che le decisioni che riguardano gli svedesi sono elettoralmente sensibili, vengono analizzate al microscopio dalle varie constituency e possono decidere della sorte di un sindaco.

Prendiamo i commercianti. Sicuramente non amano l'Ikea e tendono a premere sugli enti locali per dire no. A Casale sul Sile, in provincia di Treviso, i negozianti - tendenzialmente elettori di centrodestra - si sono trovati a fianco di ambientalisti, vendoliani e grillini in un'alleanza inedita pur di premere sul sindaco contro un insediamento Ikea da 1.300 nuovi posti di lavoro. Il responsabile della Confcommercio, Guido Pomini, ha tuonato contro «gli incalcolabili danni all'ambiente e alla viabilità» e ha messo in guardia «dalla nuova cementificazione». L'offensiva dei commercianti ha creato molti mal di pancia in casa leghista e solo lunedì 24 marzo il consiglio provinciale di Treviso ha dato il via libera per la prima pietra di un nuovo centro commerciale dopo mesi di impasse.

I produttori di mobili del Nord est in una prima fase erano rimasti anche loro tremebondi davanti all'avanzata svedese, ora invece fanno a gara per essere fornitori della multinazionale. Così tra il centro commerciale di Villesse sulla A4 e il nuovo di Treviso si sta formando una specie di distretto Ikea, aziende italiane che fanno la stragrande maggioranza del fatturato vendendo agli scandinavi e ne vanno fiere. I margini di profitto sono bassissimi perché l'Ikea avrà pure un'immagine sobria ed elegante ma quando si tratta di contratti non regala un euro a nessuno e così capita che in qualche riunione di artigiani la cosa venga fuori.
Del resto quando si nominano gli svedesi davanti a una platea di industriali e artigiani del mobile brianzoli seguono sempre sorrisini imbarazzati. Perché lo straordinario successo della multinazionale gialloblù rappresenta per il made in Italy un clamoroso autogoal. Se c'era un sistema Paese che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro. Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui.

I piani dell'Ikea per l'Italia sono ambiziosi: investimenti per 700 milioni e una dozzina di nuove aperture in una congiuntura in cui i posti di lavoro valgono oro. Già più di un anno fa a Catania davanti a un bando di 240 assunzioni si erano registrate 24 mila domande in sole 72 ore. Calcolarono che avendo Catania e dintorni una popolazione di 600 mila persone almeno il 13% degli etnei coltivava il sogno di diventare commesso, magazziniere, telefonista, contabile, cameriere dell'Ikea. A Bari e Salerno le cose negli anni precedenti non erano andate diversamente, nel primo caso i candidati erano stati 30 mila per 262 posti e nel secondo 21 mila per 210 assunzioni. Con questo potenziale «bellico» è evidente che i manager dell'Ikea hanno un potere di condizionamento fortissimo sugli enti locali. I concorrenti italiani raccontano di favoritismi ottenuti qua e là lungo la penisola addirittura per ridisegnare le strade di accesso ai magazzini gialloblù. La cosiddetta variante Ikea sarebbe la prima richiesta che un sindaco si trova davanti e alla quale - sostengono sempre i rivali - non riesce mai a dir di no. In Abruzzo nei giorni scorsi i posti in palio erano 200 e sul sito Ikea sono stati 30.446 abruzzesi a candidarsi. L'idea che è venuta agli amministratori di San Giovanni Teatino è stata quella di inaugurare un nuovo tipo di scambio italo-svedese. Ma evidentemente i politici abruzzesi devono aver sottovalutato i rapporti di forza e così sono stati messi alla berlina.

Se i designer di grido raccontano come gli scandinavi siano dei gran copioni, bravi solo a sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare, la multinazionale dell'arredamento aggiorna continuamente la sua immagine di responsabilità sociale e modernità. Di recente ha addirittura sponsorizzato la prima indagine realizzata in Italia sull'inclusione di gay, lesbiche, bisex e transessuali (acronimo: Gblt) nel mondo del lavoro. A presentarla a Milano c'era Ivan Scalfarotto, è venuto fuori che tra i 500 lavoratori Ikea che avevano risposto al questionario il 14% si dichiarava Gblt e i manager Ikea hanno potuto concludere che «si può partire dal luogo di lavoro per costruire quell'idea di comunità e reciproca attenzione che negli ultimi anni in Italia è stata picconata». Per chiudere il cerchio manca solo che a qualcuno, nella crisi delle ideologie, venga in mente di lanciare il Partito Ikea. Giustizia e comodità.




28 marzo 2012 | 9:58



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