sabato 31 marzo 2012

De Pedis, Cancellieri rivela: Sepoltura ebbe ok dalla Cei

Libero

Il ministro dell'Interno dà alcune delucidazioni sul caso della sepoltura del boss della magliana nella Basilica di S.Apollinare





Il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri dà nuove delucidazioni circa la questione della sepoltura del capo della banda della Magliana nella Basilica di S.Apollinare. In una lettera inviata all'ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, il ministro esplicita che "ad autorizzare la sepoltura del boss fu il cardinale Ugo Poletti", allora presidente della Cei. In aggiunta a questa delucidazione, la Cancellieri inserisce anche una cronologia degli eventi che seguirono il trasporto della salma di De Pedis dal cimitero alla Basilica.

In questo inframezzo, una serie di autorizzazioni tra le quali quella decisiva di Ugo Poletti. Sarebbe stato lui a mettere la firma decisiva per avviare la pratica della tumulazione del boss all'interno di S. Apolinnare. Il ministro precisa inoltre che stando ai Patti Lateranensi, sottoscritti tra Santa Sede e Italia nel 1929, il territorio della Basilica gode del "privilegio di estraterritorialità", il che signfica che la Chiesa può disporre del mobile "l'assetto che creda".

31/03/2012




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Bertinotti e Violante mantengono i privilegi Il vizietto dei comunisti di tenersi il malloppo

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Violante e Bertinotti sono stati entrambi presidenti della Camera. Godranno per altri dieci anni dei benefit previsti per gli ex presidenti di Montecitorio, come uffici, auto e segreterie. Lo stesso varrà per Fini. Casini rinuncia


E bravo Casini: poche righe, secche quanto tempestive, che paiono uscite da un film americano e giustamente hanno strappato l’applauso di molti. «Ho avuto il privilegio- scrive il leader del Terzo polo al presidente di Montecitorio di guidare la Camera dei deputati dal 2001 al 2006 e ritengo di averla servita con onestà ed equilibrio, come da più parti mi è stato riconosciuto.



Luciano Violante e Fausto Bertinotti

Ho preso atto delle decisioni assunte ieri, a maggioranza, dall’ufficio di Presidenza in relazione allo status degli ex presidenti. Ringrazio Lei e i colleghi ma Le comunico che non intendo avvalermi della delibera e rinuncio, con effetto immediato, a ogni attribuzione e benefit connessi a questo status».

L’ufficio di Presidenza della Camera aveva deciso l’altro giorno (con il voto contrario del Pdl, dell’Idv e della Lega) di ridurre a dieci anni i privilegi a vita riconosciuti agli ex presidenti dell’aula: un ufficio con quattro addetti, un’auto di servizio in caso di bisogno, e un plafond di biglietti aerei. Ma per gli ex presidenti eletti deputati in questa o nella scorsa legislatura, ecco il trucco: i dieci anni di benefit scattano dal 2013. Il privilegio riguarda Violante, Casini e Bertinotti (oltreché il presidente in carica, Fini). Il profilo di Casini esce esaltato da questa scelta, almeno quanto ne escono ammaccati Violante (i cui dieci anni di privilegi sarebbero già scaduti l’anno scorso) e l’ex leader di Rifondazione Bertinotti.

Non è la prima volta che un (ex) democristiano prende in contropiede due ( ex) comunisti: certo, è curioso che avvenga in un campo così delicato e sensibile come quello dei costi e dei privilegi della Casta, dove la sinistra dovrebbe dare il buon esempio. Tanto più quando la crisi impazza e un italiano su due non supera i 15mila euro l’anno. Se anche Luciano Violante e Fausto Bertinotti seguissero l’esempio del leader dell’Udc - e francamente dovrebbero a questo punto ritenersi obbligati a farloarriverebbero comunque in ritardo, e il loro gesto avrebbe piuttosto il sapore di una toppa indotta dalla necessità di non fare una figuraccia.

Del resto Violante, ex magistrato e deputato per ben otto legislature, gode già di un prestigioso trattamento pensionistico; e in pensione è anche Bertinotti, deputato per quattro legislature e orgoglioso difensore del vitalizio per gli ex parlamentari: «Se mi toglierei il vitalizio? - disse qualche mese fa ospite della Zanzara - . Se mi dessero qualcos’altro per vivere sì, se mi dessero una pensione sì. Ho lavorato una vita e ho diritto a una pensione: poi come si chiami non conta».

L’ondata dell’antipolitica è più impetuosa e alta che mai, e lo scarto di Casini non soltanto lo colloca in singolare sintonia con un sentimento che culturalmente gli è del tutto estraneo, ma anche ne disegna il possibile profilo politico futuro. Molti indizi indicano proprio in Casini il leader di un nuovo centrodestra che nel 2013 si proponga esplicitamente come l’erede dell’esperienza dei tecnici e del governo Monti. È un’ambizione legittima e persino naturale, per chi per primo ha spezzato l’incantesimo del bipolarismo tribale all’italiana, presentandosi da solo alle elezioni del 2008. Ma è anche una strada irta di ostacoli e di difficoltà, che peraltro Casini conosce benissimo.

Nell’attesa - cominciata quattro anni fa e destinata a protrarsi ancora- , il leader dell’Udc costruisce intanto un’immagine adatta all’impresa,innervando la moderazione e il buonsenso democristiano con un po’ di sano rigore british . Non basterà a mandarlo a Palazzo Chigi, ma certo è un buon esempio per tutti.



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Picchetto davanti a fabbrica: operai picchiano sindacati

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La crisi ha rivoluzionato tutte le certezze: un gruppo di lavoratori veronesi di Adl Cobas picchiati dagli operai




Il Veneto è bello perché è vario. Capita di tutto, compresa la rissa fra operai e sindacalisti. Cosa impensabili fino a poco tempo fa. Ma la crisi ha rivoluzionato tutte le nostre certezze.  Succede tutto a Padova, alle prime ore del giorno. Un gruppo di lavoratori veronesi aderenti al sindacato Adl Cobas  allestisce un banchetto davanti all’azienda, sperando di ottenere nuovi consensi per dare vigore allo sciopero in corso nella filiale veronese. La classica operazione di sensibilizzazione, nulla di nuovo. Invece succede l’impensabile. All’improvviso dallo stabilimento esce un gruppo di lavoratori capeggiati dai responsabili della cooperativa che cura l’appalto. Partono bastonate e addirittura minacce di morte. Risultato finale: dieci persone al pronto soccorso.

La sveglia
- Gianni Boetto, dell’Adl Cobas, promette battaglia: «È inaccettabile una cosa del genere. Si parla tanto dell’articolo 18 - spiega al Mattino di Padova - e poi succedono cose come questa. Noi ci comporteremo di conseguenza». Peccato che non la pensino come lui parecchi lettori del sito del quotidiano padovano. Si leggono infatti commenti anti sindacati. «Non dubito della generosità dei sindacalisti, ma diciamo che in queste condizioni è molto, molto difficile convincere dei lavoratori a scioperare. Anche perché una volta che ti hanno licenziato stai sicuro che ora come ora il lavoro non lo trovi più». E ancora: «Beh, alla fine cosa aspettavano baci ed abbracci? Battaglia pensioni persa, battaglia riforma del lavoro persa, battaglia sugli esodati... non parliamone, opposizione alla scelleratezza di un governo che impoverisce le classi più deboli strapersa, dismettessero queste bandierine e se ne tornassero al lavoro... per la cronaca gran parte dei sindacalisti... diciamo visti i risultati che portano a casa... “parassiteggia” sulle spalle degli altri». «Era ora che qualcuno si svegliasse... I sindacalisti sono pagati per fare sciopero, l’operaio non percepisce retribuzione... SVEGLIA».

Delegati - Ovviamente c’è chi patteggia per i poveri delegati. Un lettore, per esempio, si dice «solidale. Ora ce lo possiamo permettere di sputare loro addosso. Un domani, senza diritti (roba da 1800) rimpiangeranno le  “le quaglie d’Egitto”. Senza difese, senza tutele per un piatto di lenticchie. Splendido futuro». E l’Adl Cobas di Padova precisa:  «I lavoratori che hanno aggredito, a detta dei lavoratori presenti, sono i capi (i responsabili) della cooperativa che ha preso l’appalto del magazzino di Verona a dicembre, senza riconoscere i livelli retributivi maturati dai lavoratori che in quel magazzino lavorano da più di 10 anni. Quindi nessun conflitto lavoratori-sindacati, almeno in questo caso...»


31/03/2012



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Per fare affari con gli emiri il Real Madrid toglie la croce

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Il club ha iniziato i lavori per un mega resort negli Emirati Arabi E per evitare malumori tra i musulmani cancella il simbolo cristiano

Non c’è più religione è una di quelle frasi comode che, nel football, non hanno più valore. Chiedete a quelli del Real Madrid, nella persona di Florentino Perez, il presidente padrone.




Lo stemma del Real senza croce


Il club delle merengues ha avviato i lavori per un lussuoso resort a Ras Al Khaimah, una delle magnifiche sette isole che formano gli Emirati Arabi; l’inaugurazione della struttura, che comprenderà alberghi, ristoranti, campi di football aperti sul mare e altri impianti per discipline sportive, un museo calcistico del club, numerose sale cinematografiche, è prevista per il duemila e quindici, salvo contrattempi e casi diplomatici. La prima pietra, come si usa per cerimoniale, è stata già posta, presente, tra gli altri, Zinedine Zidane, di religione musulmana. Non è un dato marginale. Anzi.

La giunta direttiva del Real Madrid, ricevuta una relazione «storico-ambientale» ha già anticipato eventuali problemi: ha infatti deciso di togliere dallo stemma della società la croce che sovrasta la corona. L'autorizzazione ad aggiungere il simbolo religioso sull'insegna regale del club venne concessa nel millenovecentoventi dal re Alfonso XIII.

Ai cittadini dell'isola e dintorni il particolare storico non interessa, anzi risulta fastidioso, quasi provocatorio. La croce potrebbe creare malumori tra i fedeli musulmani, il simbolo degli infedeli deve restare fuori dai campo di calcio, i grandi club europei portano interesse e popolarità in un mondo ancora chiuso ma che sta cercando proprio nel football una visibilità anche sontuosa, gli investitori supermilionari del Qatar, nel campionato inglese, francese, spagnolo, sono la conferma più evidente del fenomeno che si sta allargando in ogni zona del vecchio continente, fatta eccezione per l’Italia, forse proprio per motivi religiosi.
Il progetto del Real Madrid, che conta oltre centocinquanta milioni di tifosi in tutto il mondo, prevede un investimento grandioso nella terra degli emiri con ritorni finanziari altrettanto consistenti, va da sé che qualunque dettaglio che possa disturbare i rapporti commerciali e politici tra il club e le autorità degli Emirati Arabi Uniti debba essere evitato e cancellato in partenza.

Anche il Barcellona, in occasione di una finale nel torneo di Abu Dhabi, ha dovuto togliere dallo scudo, che ne rappresenta lo stemma, la croce di San Jordi. Non so se anche ai calciatori e agli allenatori verrà proibito il segno della croce prima del fischio di inizio della partita, così come eventuali tatuaggi che ricordino Cristo e la sua Passione, collane, ciondoli e monili vari raffiguranti personaggi delle Sacre Scritture o, addirittura, chiedere a Cristiano Ronaldo di cambiare il nome in Musulman Ronaldo.

Di certo la scelta diplomatica del Real Madrid potrebbe provocare reazioni tra i tifosi madridisti, già scatenati sui social network, denunciando il declino occidentale, l’inchino alle imposizioni non di mercato ma di potere religioso. Il Real Madrid è un club più vicino alla religione cattolica rispetto ai rivali del Barcellona. Secondo una indagine svolta da Metroscopia, infatti, il 30 per cento dei tifosi del Real si dichiara cattolico praticante contro il 14 dei catalani, mentre soltanto il 9 per cento dei madridisti si dice ateo o non credente contro il 26 per cento della popolazione "blaugrana". Ma gli affari sono affari, soprattutto se i dollari arrivano dagli emiri che hanno culto e riti diversi.


Il Real Madrid conserva la corona ma rinuncia alla croce. Un sacrificio che vale più di trenta denari.





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