lunedì 2 aprile 2012

In dieci han più di 3 milioni: ecco i Paperoni d'Italia

Libero

Studio di Bankitalia: in 10 hanno un patrimonio superiore a quello dei 3 milioni più poveri. Ecco chi sono i super-ricchi del Belpaese




In dieci posseggono quello che, in totale, hanno i 3 milioni di italiani più poveri. E' quanto emerge da uno studio di Bankitalia, pubblicato tra gli Occasional Papers, in cui viene sottolineato come la ricchezza sia sempre più legata ai patrimoni e che i giovani sono più poveri degli adulti. Ma il dato che fa più impressione è che con l'avanzare della povertà, in Italia, si allarghi sempre di più la forbice tra i ricchi, sempre più ricchi, e chi è costretto a una vita di stenti e sacrifici.


Confronto europeo - La ricchezza degli italiani è composta così sempre più dal patrimonio accumulato in passato, e il reddito ha un'incidenza sempre minore. Nel corso degli ultimi anni, inoltre, si è invertita la distribuzione della ricchezza tra le classi di età: oggi, rispetto al passato, gli anziani sono più ricchi dei giovani, che non riescono ad accantonare risparmi. Bankitalia analizza così l'evoluzione della ricchezza e la diseguaglianza nel nostro pase: se da un lato i dati evidenziano l'esistenza di un conflitto tra le generazioni in termini di redditi, lo studio conclude sottolineando come il livello di disuguaglianza sia comparabile rispetto ad altri Paesi del Vecchio Continente.

Chi sono i più ricchi/1 - Lo studio diffuso da Palazzo Koch non fa i nomi dei dieci paperoni che, con i loro patrimoni, posseggono quanto hanno i tre milioni di italiani più poveri. A stilare la classifica ci ha provato l'agenzia di stampa Ansa, che ha attinto dai dati della celebre graduatoria di Forbes. E così, stando all'ultima graduatoria diffusa dalla rivista americana, risulta che il più ricco d'Italia sia Michele Ferrero, il patron del gruppo dolciario d'Alba, con un patrimonio di 14,2 miliardi di euro (al 23esimo posto della graduatoria mondiale). Seconda posizione per Leonardo Del Vecchio, il fondatore di Luxottica: con 8,6 miliardi di euro si assesta alla 74esima posizione su scala globale. A chiudere il podio dei ricchi sfondati c'è Giorgio Armani, con un patrimonio di 5,4 miliardi.

Chi sono i più ricchi/2 - La classifica continua con Miuccia Prada, al quarto posto con 5,1 miliardi (per inciso, secondo Forbes, Miuccia è anche la 79esima donna più potente al mondo). Il marito di Miuccia Prada, Patrizio Bertelli, ad del gruppo, con un patrimonio di 2,77 miliardi è settimo in classifica: i due, in coppia, balzano alla terza posizione della classifica dei più ricchi d'Italia. Al quinto posto i fratelli Paolo e Gianfelice Rocca, azionisti di maggioranza di Tenaris, che contano su un patrimonio, rispettivamente, di 6 e 4,5 miliardi. Silvio Berlusconi con il suo impero Fininvest e Mediaset e un patrimonio di 4,4 miliardi, si piazza al sesto posto. Ottava posizione per Stefano Passina, patron di Alliance Unichem, con un patrimonio di 1,95 miliardi. Poi i Benetton, titolari del marchio di abbigliamento, che vengono considerati tutti assieme: Carlo, Gilberto, Giuliana e Luciano possono contare su un patrimonio di 1,5 miliardi ognuno. Chiude la top-ten dei paperoni Mario Moretti Polegato, il presidente di Geox, che nonostante il calo delle quotazioni azionarie può contare su un patrimonio di 1,35 miliardi.
02/04/2012


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Gerusalemme: il rabbino che non svelò mai la formula «magica» della Coca Cola

Corriere della sera

Morì a cento anni e non rivelò mai quel segreto. Un libro ne racconta la vita e i tormenti




Dal nostro corrispondente Francesco Battistini



GERUSALEMME – Acqua, zucchero, caramello, caffeina, acido fosforico, lime, vaniglia, noce moscata, arancia, cannella, coriandolo… Dopo Tutankhamon, Fatima e Pulcinella, quello della ricetta della Coca-Cola è probabilmente il segreto più raccontato della storia. La leggenda vuole che in azienda solo due manager alla volta, e ciascuno solo per metà, siano ammessi a conoscerne l’esatta formula, custodita nel caveau d’una banca. La storia dice che ci fu una sola persona al di fuori della fabbrica, uno che non c’entrava nulla con la bibita più venduta del mondo, a sapere come la si fabbrica. Si chiamava Tobias Geffen (1870-1970), era un ebreo lituano di Kovno che giovanissimo era emigrato in Georgia e che negli anni Trenta faceva il rabbino proprio ad Atlanta, «Coke City». Un giorno, qualcuno in sinagoga gli pose la domanda: ma siamo sicuri che questa Coca, che tutti bevono, sia fatta come la Legge ebraica comanda? La questione cominciò ad assillarlo: e se quelle bollicine non fossero kosher? Bisognava scoprirlo: il rabbino ne fece una missione, bussò all’azienda e alla fine a lui, a lui solo e in via eccezionale, dietro promessa di non rivelare nulla a nessuno, fu mostrata la Formula Proibita. «E’ kosher!», fu il responso finale di Tobias. Che per quarant’anni, fino alla tomba, portò con sé il segreto.

IL MISTERO DEL “7X - Morì vecchissimo, a cent’anni. E mutissimo: con gli otto figli, coi diciotto nipoti e perfino con la moglie che, senza mai fargli una domanda, era rimasta sei decenni al suo fianco. La storia di Tobias, con le carte che la testimoniano, oggi è finita in una biografia scritta da Ruth Adler, lontana pronipote, presentata a Gerusalemme dallo storico Tom Segev. Nel libro si leggono i dubbi, i tormenti d’un uomo religioso che scambiava pareri coi rabbini di Memphis o di Chicago. E che nel 1935 rimase senza parole, quando la figlia Helen – che studiava chimica in università – analizzò una bottiglietta e scoprì come vi fosse contenuta glicerina animale vietata dal Cashrut, le regole alimentari fissate dalla Parola. Fu allora che Geffen decise di rivolgersi a uno dei quattromila ebrei di Atlanta, Harold Hirsch, il capo dell’ufficio legale della Coca-Cola, perché a sua volta questi lo presentasse al mitico Asa Candler, il proprietario, l’uomo che per 2.300 dollari aveva comprato da un oscuro farmacista la ricetta della bibita.

«Che cosa? – sbottò Candler – C’è gente che non è sicura di poter bere la Coca? Io voglio che tutti possano berla! Fate qualcosa!...». Fu fatto: il rabbino poté vedere, annotare, ragionare. Nei suoi appunti, gl’ingredienti segreti – quelli che oggi i documenti della multinazionale di Atlanta indicano con l’asettica sigla “7X” - venivano indicati con due lettere, “M” (che stava per “muris”, un condimento dell’epoca romana) e “A” (“anigron”: un cibo talmudico). Tobias scrive che la quantità di sostanze non kosher “è minima, quasi irrilevante”, però sufficiente per ottenere un risultato: da quel momento, gl’ingredienti di provenienza animale sarebbero stati sostituiti da glicerina vegetale e con derivati della canna da zucchero.

DIARI CHIUSI A CHIAVE - Fedele al patto stretto nella fabbrica, il rabbino Tobias chiuse i suoi diari a chiave e i suoi ricordi nel silenzio. Più volte fu avvicinato da società rivali della Coca-Cola, ma inutilmente. Qualcuno provò a coinvolgerlo nelle dispute ideologiche sul marchio della bibita, sul presunto anti-islamismo del logo, ma senza risultato. Due anni fa, a quarant’anni dalla morte, Geffen fu commemorato con una cerimonia religiosa a Gerusalemme. Il rabbino amava l’America, si ricordò in quell’occasione, perché l’aveva accolto senza pregiudizi e gli aveva aperto il cuore dei suoi segreti. Alla fine, superati tutti i dubbi, per Tobias quella storia della ricetta segreta era diventata il simbolo d’un modo di vivere: «Perché è uguale per tutti – disse una volta Andy Warhol – e per quanti soldi tu abbia, non potrai mai berne una più buona di quella che beve il barbone all’angolo».



1 aprile 2012 | 23:01




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Comunisti Contro le banche furia degli zombie Morti in piedi e pure nudi: che schifo a Milano

Libero

Nella manifestazione di sabato un antagonista passeggiava per milano completamente nudo: la marcia dei ferrivecchi del comunismo




Nella marcia dei "ferrivecchi del comunismo" di sabato pomeriggio a Milano, tra gli antagonisti che si riempiono la bocca di citazioni d'oltreoceano (Occupy Wall Street, si sono fatti chiamare, come il movimento che ha assediato la Borsa di New York), ecco che spunta anche il manifestante completamente nudo (ripreso in un video pubblicato su You Report). Per mantenere fede allo slogan "ci han tolto anche le mutande", il ragazzo sfilava con indosso soltanto una camicia. Un esempio lampante della "furia degli zombie", come la ha fotografata Francesco Borgonovo nel commento che segue.


Sabato pomeriggio: paesaggio milanese con zombie, fuorisciti dalle catacombe nonostante il sole splendente per  trascinarsi berciando lungo le vie del centro. Partenza alle 14 da piazza Medaglie d’oro, si consiglia pranzo al sacco onde evitare l’acquisto dei terrificanti panini semoventi spacciati a pochi euro sui camion. I ferrivecchi sono al completo: sindacati di base, qualche bandiera di Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Sinistra critica, una folta rappresentanza del Partito marxista-leninista italiano, quello che qualche anno fa esibiva una bandiera con Lenin, Mao, Marx et similia e lo slogan «Coi maestri vinceremo». Non potevano mancare i No Tav, calati dalla Val di Susa per un tranquillo weekend di teppismo. A un certo punto, compare anche un tale senza pantaloni e mutande, che passeggia tranquillo, puntualmente ripreso e sbattuto sul web.

In totale, qualche migliaio di persone inferocite con il governo Monti e intenzionate a «occupare Piazza Affari», simbolo del Grande Capitale Internazionale. Un tempo, siffatta compagnia circense sarebbe rimasta ai margini di un più grande corteo delle sinistre. Ora, senza il comune nemico Berlusconi, a sfilare ci sono soltanto i comunisti o quel che ne resta. Le tipologie umane sono essenzialmente due: i residuati bellici di epoche antiche, i Ribellosauri con capello rado e mal lavato, ostinati nei loro sandali a gridare nel megafono ritornelli contro il «padronato». E poi i giovani tipo centro sociale, con birra in mano, pantalone sfatto e maschera di V for Vendetta da esibire ai fotografi, per sentirsi un po’ americani come gli indignati di Occupy Wall Street. Tra le due categorie pare comune la scarsa dimestichezza con lo shampoo.

A tratti, come lampi dal passato, si manifestano Paolo Ferrero e Vittorio Agnoletto (un uomo, un flashback), alla disperata ricerca di una telecamera da aggredire o di un microfono a cui dichiarare. Risuonano le solite canzoni da battaglia dei 99 Posse, roba talmente antica che il gruppo nel frattempo è riuscito  a cambiare idea e a separarsi. Tutt’intorno, il deserto. I negozianti calano le saracinesche come un velo pietoso, ed è divertente notare l’esercente tartassato dal Fisco che si blinda impaurito nella bottega mentre i ragazzotti con i rasta vogliono il «potere agli operai» e si lamentano delle tasse. Certo, se poi fosse un governo sovietico a imporle, a loro starebbe pure bene. Ma in questo caso ce l’hanno con gli squali della finanza. Alcune istanze sarebbero perfino condivisibili, solo che a fianco dei coretti contro il «governo golpista» e la crisi che viene fatta pagare ai poveri cristi, i manifestanti offrono anche qualche soluzione. Per esempio che il socialismo reale salverebbe l’Italia. Oppure che «i padroni» devono essere appesi a testa in giù, possibilmente a piazzale Loreto. 

Numerosi i bandieroni con falce e martello, un tizio con il passamontagna che avrà sì e no 17 anni dipinge su un muro un’immagine di Marx con la scritta «Modello tedesco». Il corteo si era inaugurato con proclami minacciosi, guardandosi in giro s’intravedeva qualche grugno apparentemente ben disposto a spaccare tutto. Il rischio c’era, visto che in mattinata due pullman provenienti da Napoli e contenenti mazze, spranghe e altri indispensabili utensili da guerriglia erano stati fermati al casello di Melegnano. Alla fine, nessuna violenza, per fortuna. Soltanto i consueti e fastidiosi vandalismi, che qualcuno dovrà poi ripulire.

Scritte sulle banche, adesivi appiccicati sui cartelli stradali, il tentativo di appiccare un incendio alla filiale Unicredit a Porta Romana. Un paio di volonterosi si sono imbarcati nell’ardua impresa di costruire un muretto davanti a una Bnl:  probabilmente trattavasi del primo lavoro manuale in vita loro. L’avanzata degli zombie prosegue, ululante, fino all’agognata Piazza Affari, circondata da una nube di agenti in tenuta anti sommossa (e supponiamo dotati, vista l’occasione, di paletti di frassino, aglio e pallottole d’argento). Un valsusino, in piazza Cordusio, domanda spaesato: «È questa Piazza Affari?».  


Poi si accorge che i compagni stanno proseguendo. Giunti sul posto, fanno gridare dal palco improvvisato Alberto Perino dei No Tav, il quale conferma di aver partecipato perché il governo Monti è nemico del suo movimento (come tutti gli altri governi, secondo lui, dunque un corteo vale l’altro). Seguono altri oratori, ma la folla s’avvia a disperdersi. Giusto il tempo di comprare una birra al baracchino apposito e farsi rifilare uno dei tanti giornali disponibili, tra cui Lotta continua - nuova edizione (titolo lungo come un articolo: «Solo il conflitto potrà spazzarli via. La fase due facciamola noi!»), Il Bolscevico, La Comune... Infine, gli zombie sciamano via lenti, solo un po’ più brilli di quando sono arrivati. A pochi passi di distanza, in piazza del Duomo e  via Torino, i vivi fanno shopping. Dopo tutto, è una bella giornata di sole.



di Francesco Borgonovo
02/04/2012



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Obama citò Monti? Ebbene sì: ecco la prova

Quotidiano.net

Il discorso del presidente Usa sul sito della Casa Bianca. Video Secondo la ricostruzione di La7 era una 'bufala'

La circostanza aveva suscitato non poche polemiche per il fatto che Monti s'era perso i complimenti del presidente Usa per colpa di una telefonata di Cicchitto

ROMA, 2 aprile 2012

E dunque era vero, che Obama aveva citato il premier italiano Mario Monti nel corso del suo intervento a Seul.
La cosa aveva scatenato risate sul web - soprattutto su twitter - per il fatto che Monti si sarebbe perso il passaggio cruciale dell'intervento del presidente degli Stati Uniti per colpa di una telefonata improvvida di Cicchitto.

Circostanza poi smentita da alcuni giornali, che addirittura mettevano in dubbio che Obama avesse mai parlato di Monti, nel suo discorso.
Ebbene, ora ecco la prova: la Casa Bianca ha pubblicato sul proprio sito l’intervento finale del presidente americano Barack Obama al vertice sulla sicurezza nucleare di Seul nel quale ha citato il premier Mario Monti (Leggi il testo in inglese).


Il discorso è disponibile - in inglese - anche sul sito del governo italiano.

Grand Hotel Montecitorio Barbato incastra i presidenti

di -

Il deputato-pirata dell’Idv è entrato alla Camera con una telecamera nascosta per svelare le stanze riservate agli ex: per ognuno decine di lussuosi uffici




Non si dice «quarto piano», si dice«altana»il piano nobile di Montecitorio riservato al mega ufficio del «presidente Casini» (cioè ex presidente, ma fa lo stesso in questo caso). Saremo sui duecento metri quadri, mobili d’epoca, statue classiche, travi a vista, corridoio di quindici metri che apre su sei o sette uffici e termina nella stanza di rappresentanza dell’ex terza carica dello Stato,ambiente intimo-quasi domestico, foto di famiglia sui tavolini di legno pregiato (Casini dice che rinuncerà alla sua «altana», che però usa da sei anni...).

E il «presidente Violante»? Anche lui ha altrettanti metri quadri alla Camera, ma in più ha un meraviglioso terrazzo addobbato con piante, dove usa fare una festicciola a fine anno con gli amici deputati del Pd. Eccoci qui: per la prima volta entriamo in questi appartamenti dov’è difficile o impossibile mettere piede (perché, come dice una delle molte segretarie dedicate agli ex presidenti della Camera, «questi uffici sono equiparati ad abitazioni private »),grazie alla telecamerina nascosta nel bavero dell’onorevole Franco Barbato, neo-brigante (si è vestito proprio così per un convegno al Gambrinus di Napoli) e spina nel fianco della casta parlamentare, da lui denunciata, filmata e variamente sputtanata.

«Sono hotel cinque stelle, resort di lusso», più che uffici. «E dentro ci ho trovato due, tre o anche quattro segretarie »,tutte in organico all’ex presidente di turno. Che non è solo Casini o Violante, ma anche Bertinotti e la Pivetti, che hanno i loro «appartamenti» alla Camera dei deputati. In quello dell’ex leghista, numero uno di Montecitorio dal 1994 al 1996, Barbato si è imbattuto in due segretarie che lavorano a tempo pieno per la Pivetti. Lei ci va «per fare attività istituzionale » dice una delle sue segretarie (dipendenti della Camera), come «ex presidente riceve molti inviti e mail», e quindi le servono due uffici, uno dei quali inaccessibili perché «abitazione privata».

La porta del super ufficio di Violante indica già nella targhetta la nobilissima destinazione: «Presidente Luciano Violante ». Poi apri, e chi ci trova Barbato? Il segretario di Rosy Bindi. «Mi ha spiegato che una parte dell’appartamento è usata dal gruppo del Pd, mentre nelle altre stanze, tutte bellissime, ci sono i segretari di Violante». E poi il terrazzo, enorme, con piante.

«Lì prima dell’estate ci fanno una festa.Ma non si potrebbe usare tutto ’sto spazio per fare gli uffici dei deputati normali?» chiede l’onorevole-brigante, che ricorda un particolare. «Ora invece noi stiamo in palazzi che la Camera affitta, a peso d’oro, da una società dell’immobiliarista romano Scarpellini. Un contratto stipulato, senza gara, sapete da quale presidente della Camera nel 1997? Proprio da Violante! Se vuole fare il tutor del Pd perché non lo fa a casa sua? Ma questi non tengono proprio vergogna!» s’infiamma Barbato, che ormai fa ombra anche a Di Pietro. Una statua greca introduce al corridoio delle molte stanze di Violante, che a giudicare dagli spazi che occupa deve avere un enorme lavoro come ex presidente della Camera.

«E poi c’è anche Bertinotti che ha il suo appartamento, anche lui aspetta le decisioni altrui senza rinunciare ai privilegi. Casini poi è il massimo, è l’ “onorevole altana”. Mi hanno detto che quello spazio ce l’ha per effetto di una convenzione con la Democrazia cristiana europea. La Dc è morta, ma lui casca sempre su qualche bella poltrona». Le segretarie finite nel film-pirata di Barbato difendono i loro presidenti e privilegi. «Lei piuttosto vada a guardare nei magazzini della Camera, cosa c’è. Argenterie, quadri, arazzi, magari con le ragnatele sopra- dice una di loro- . E vada pure al Senato, dove c’è la moglie di un ex presidente del Senato, defunto, che ha ereditato i suoi uffici».In effetti al Senato la situazione si ripropone, anche se il deputato-insider Barbato non ha fatto ancora il suo blitz video.

Anche lì gli ex presidenti hanno diritto a uffici ( i loro sono a Palazzo Giustiniani), personale (fino a tre segretarie personali) e auto blu. Di cui dunque beneficiano ancora Carlo Scognamiglio, Nicola Mancino, Marcello Pera (che in base alla nuova disposizione dell’ufficio di presidenza avrà questi benefit fino al 2016), Franco Marini (pacchia fino al 2018). Il costo annuale per questi benefit è - ci dice una fonte di Palazzo Madama- di circa 2 milioni di euro complessivi. Ma non basta.


Il Senato prevede, in base a vecchi regolamenti, un servizio di segreteria (ancora personale) in dotazione agli ex presidenti del Consiglio che siano stati senatori, quindi per Ciampi, Dini e Andreotti. Costo annuo: circa 200mila euro l’anno (ma dalla prossima legislatura anche questo verrà tagliato). Camera e Senato hanno tagliato i comfort degli ex presidenti, ma non da subito... Occhio che il brigante Barbato è sempre armato di lupara e telecamerina nascosta.




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