martedì 3 aprile 2012

Anonymous attacca il sito del ministero degli Interni, della Difesa e dei carabinieri

Corriere della sera

L'operazione contro gli scontri con gli operai Alcoa, il silenzio imposto agli agenti sul G8 e il tentativo di infiltrare il gruppo



La schermata di una delle pagine Facebook degli Anonymous


MILANO - L'attacco anche questa volta non manca di provocazione. Gli Anonymous hanno mandato fuori uso, rendendoli irraggiungibili, il sito del ministero della Difesa (www.difesa.it), quello del ministero degli Interni (www.interno.it) e l'indirizzo internet dei carabinieri (www.carabinieri.it). L'annuncio è stato dato sui profili Facebook e Twitter degli hactivist.



«FEROCI MANGANELLI» - Nella rivendicazione pubblicata sul blog ufficiale del movimento gli Anonymous spiegano le ragioni del loro gesto, rivolgendosi direttamente alle "vittime" del loro attacco: «Vi dichiarate i difensori della legalità, i detentori della sicurezza e i mediatori della giustizia ma il Popolo assiste continuamente alle vessazioni che fingete di non vedere e delle quali molto spesso siete complici. Signori Carabinieri, alcuni giorni fa avete tentato di sopprimere la rabbia degli operai Alcoa con i vostri feroci manganelli. Insieme a quei padri di famiglia, insieme a quei giovani, insieme a quei dignitosi cittadini in rivolta vittime della violenza di Stato, c'eravamo anche noi: la vostra ferocia si scaglia contro il corpo, ma le idee sono immuni a qualsiasi barbaria e varcano ogni tentativo di oppressione».

ILARITA' CON LE SPIE - Il messaggio continua con un riferimento ai fatti del G8: «Il 13 aprile, nelle sale cinematografiche, uscirà il film Diaz: una preziosa ricostruzione su quelli che furono i tragici fatti del G8 2001, anch'essi vittima del bavaglio di Stato. Il Ministero dell'Interno, tramite una circolare, ha vietato alle Forze di Polizia di parlarne e di esprimersi in merito. Ciò si configura come un becero e antidemocratico tentativo di imbavagliare chi volesse offrire la propria testimonianza in merito agli orrori che quel torrido Luglio ospitò». Ma non solo, gli hactvist fanno anche sapere di avere scoperto infiltrati tra le loro file: «Siamo consapevoli anche degli infiltrati che quotidianamente ci fanno visita nei nostri chan; sarebbero i benvenuti, se solo manifestassero un chiaro e cristallino comportamento. In realtà trascorriamo con loro interminabili momenti di ilarità di cui loro, molto probabilmente, non sanno di essere protagonisti. Vogliamo inoltre invitarvi ad abbandonare i nostri server quali agenti infiltrati, fatevi pure avanti, non abbiamo nulla da nascondere. Fin tanto che questo comportamento si perpetuerà, i nostri attacchi diverranno ciclici».



Marta Serafini
3 aprile 2012 | 19:39



Powered by ScribeFire.

Fondi per pagare i conti di Bossi» ma anche riciclaggio in Calabria: indagato tesoriere Lega

Corriere della sera

Le ipotesi: appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato Un filone di inchiesta coinvolge un clan della 'ndrangheta


MILANO - Il tesoriere del partito di Bossi, Francesco Belsito, è indagato per le ipotesi di reato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, proprio in relazione ai finanziamenti pubblici che la Lega percepisce come rimborsi elettorali. Sono anche indagate, in una operazione congiunta tra le procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria, alcune delle persone che hanno gestito le contestate operazioni finanziarie della Lega in Tanzania e a Cipro. Belsito, a quanto si legge nel decreto di perquisizione eseguito dai finanzieri del nucleo tributario di Milano, avrebbe distratto soldi pubblici «per sostenere i costi della famiglia Bossi». Si legge «di esborsi effettuati per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord. Esborsi in contante o con assegni circolari o attraverso contratti simulati».

Le perquisizioni in via Bellerio Le perquisizioni in via Bellerio Le perquisizioni in via Bellerio Le perquisizioni in via Bellerio Le perquisizioni in via Bellerio Le perquisizioni in via Bellerio
Henry John Woodcock

MARONI - «È il momento di cogliere l'occasione di fare pulizia, perché queste cose fanno male alla Lega e ai suoi militanti», è stato il commento a caldo dell'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni, che auspica le dimissioni di Belsito. Belsito avrebbe, da quanto si è appreso, avuto comportamenti illeciti anche quando era sottosegretario alla semplificazione nel governo Berlusconi.

LE PERQUISIZIONI - I tre uffici giudiziari, coordinati dal procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini - con la Guardia di Finanza -, dai pm Henry John Woodcock e Piscitelli per Napoli - con i carabinieri del Noe - e dal pm Lombardo di Reggio Calabria - con i poliziotti della Dia -, hanno disposto una perquisizione, eseguita da militari della Guardia di Finanza e dai carabinieri, negli uffici di Belsito in via Bellerio, sede della Lega, per acquisire alcuni documenti. Belsito è da tempo al centro di polemiche una serie di «stranezze» che lo riguardano, dal diploma taroccato a Napoli alle lauree fantasma, dal giro di assegni all'investimento in Tanzania.






GLI ALTRI INDAGATI - Il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, confermando la notizia pubblicata martedì mattina in esclusiva da Corriere.it, ha specificato che con Belsito sono indagati anche Paolo Scala e Stefano Bonet, «con riferimento al denaro sottratto al partito politico Lega Nord». Per Belsito l'ipotesi di reato è truffa aggravata ai danni dello Stato «con riferimento alle somme ricevute a titolo di rimborso spese elettorali». Inoltre un'altra contestazione di truffa ai danni dello Stato riguarda Belsito e Bonet con riferimento alle erogazioni concesse dallo Stato sotto forma di credito d'imposta a favore della società Siram Spa, con sede a Milano. La Siram, che fa capo al gruppo francese Dalkia, è una grossa società che si occupa principalmente di energie rinnovabili e servizi ambientali, con sedi a Milano, Massa Martana (Perugia) e Roma. Anche la sede milanese della Siram è stata oggetto di perquisizioni martedì mattina.


NOVITA' - E' la prima volta che una procura formula una costruzione giuridica che ritiene di contestare come truffa ai danni dello Stato l'indebita percezione dei rimborsi elettorali da parte di un partito politico. L'idea sottostante è che un partito possa certamente spendere come meglio ritiene i fondi che incassa dallo Stato come finanziamento pubblico, ma deve pur sempre darne un fedele resoconto ai revisori del Parlamento. E nel caso di specie, da quel che si intuisce, alla base della contestazione al tesoriere della Lega ci sarebbe proprio il fatto che il rendiconto delle spese, presentato dal partito ai revisori, del Parlamento sarebbe stato viziato da falsità o omissioni.

RICICLAGGIO - Francesco Belsito è indagato inoltre per riciclaggio, nell'ambito del filone reggino dell'inchiesta. Belsito, secondo l'accusa, sarebbe stato legato ad un intermediario ligure che a sua volta era in stretto contatto con esponenti della cosca della 'ndrangheta De Stefano di Reggio, la più potente della città insieme a quella dei Condello. Nel filone reggino dell'inchiesta sul riciclaggio ci sono più indagati. L'unico politico, secondo quanto si è appreso, sarebbe il tesoriere della Lega Francesco Belsito. Per quanto riguarda la procura di Napoli, sono cinque i destinatari dei decreti di perquisizione, tutti indagati per l'ipotesi di reato di riciclaggio. I destinatari sono Belsito, Bonet e due imprenditori. L'indagine, secondo quanto si è appreso, è concentrata sulle operazioni economiche di Bonet e punta a stabilire l'eventuale liceità delle somme versate al tesoriere della Lega Nord.

Redazione Milano online3 aprile 2012 | 14:10




Maroni: «Ora pulizia, Belsito si dimetta»

Corriere della sera

L' ira dell' ex ministro in corsa per la leadership: «Si poteva fare qualcosa prima». Bossi e Calderoli arrivati in via Bellerio


MILANO - «Le dimissioni di Belsito erano già state chieste. Chi doveva decidere non lo ha fatto». J'accuse di Roberto Maroni sullo scandalo Belsito, il tesoriere della Lega indagato per riciclaggio. Parlando con gli studenti all'Università Cattolica, l'ex ministro del Carroccio in corsa per la leadership del partito ha affermato che «è il momento di cogliere questa occasione per fare pulizia». Al quartiere generale della Lega in via Bellerio a Milano, l'europarlamentare Matteo Salvini ha incontrato brevemente la stampa: «Chi sbaglia paga - ha detto riferendosi a Francesco Belsito - non abbiamo nulla da nascondere e siamo parte lesa. Detto questo, la Lega è un bersaglio, che ci sia un accanimento è fuori discussione, siamo l'unico partito d'opposizione. E che nel giorno del deposito delle liste ci siano venti finanzieri di primo mattino nella sede di un partito che pubblica i bilanci sui giornali...».

BOSSI E CALDEROLI IN SEDE - Il leader Umberto Bossi è arrivato in auto poco dopo mezzogiorno in sede, dove è presente anche Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali della Leha (diretta di Corriere.tv in corso). Bossi, scuro in volto, non si è fermato a parlare con i giornalisti.

RICHIESTA DISATTESA - «Si poteva fare qualcosa prima - ha detto Maroni -. Abbiamo anche chiesto in consiglio federale che si portassero i conti e che Belsito facesse chiarezza e un passo indietro ma purtroppo la richiesta non e’ stata ascoltata e si e’ arrivata alla situazione di oggi...». «Spero che oggi, questa brutta vicenda induca l’amministratore di per se’ a rendersi conto che non può più’ rimanere li’ e il consiglio federale della lega a prendere questa decisione penso inevitabile oggi - ha spiegato - una decisione da prendere da chi doveva decidere».

LA NOTIZIA A RADIO PADANIA - «Poi dicono che Radio Padania nasconde le notizie, un par di palle»: così uno dei conduttori della radio della Lega ha informato gli ascoltatori dell'arrivo di Carabinieri e Guardia di Finanza in via Bellerio. La radio, che ha la sede nell'edificio, ha riferito che la perquisizione si è conclusa. Dopodichè ha proseguito la normale programmazione con il microfono aperto. Tra le telefonate giunte in redazione molte esprimevano perplessità per la tempistica «pre-elettorale» dell'inchiesta. In molti, peraltro, si sono scagliati contro il pm John Henry Woodcook e il fatto che l'inchiesta proviene da Napoli.

3 aprile 2012 | 12:47




La Lega e il cassiere «taroccatore». Dai fondi in Tanzania al falso diploma


Corriere della sera

Lega Belsito, l'ex autista diventato sottosegretario. Nel curriculum anche due lauree annullate


Francesco Belsito, 41 anniFrancesco Belsito, 41 anni

Ma come diavolo li scelgono, i tesorieri dei partiti? Le cose emerse via via intorno al leghista Francesco Belsito, dal diploma taroccato a Napoli alle lauree fantasma, dal giro di assegni «strani» all'investimento in Tanzania, ripropongono dopo lo scandalo del margheritino Luigi Lusi e la rissa sul «patrimonio sparito» di An, una domanda fastidiosa: che fine fanno i rimborsi elettorali?

«Nessuno può permettersi di sindacare dove e come la Lega impiega i suoi soldi», ha detto al Corriere del Veneto il senatore Piergiorgio Stiffoni, che con Roberto Castelli affianca, in seconda fila, Belsito. Una tesi indigesta non solo a tanti leghisti che hanno tempestato di proteste Radio Padania e i siti simpatizzanti ma anche a Roberto Maroni ed esponenti di spicco come Bepi Covre, che sul «Mattino di Padova» ha risposto che no, non sono soldi della Lega, ma dei cittadini italiani. Anche di quelli che leghisti non sono e devono pagare l'obolo dei rimborsi elettorali per una legge che ha aggirato la solenne bocciatura del finanziamento decisa nel referendum.

Soldi che dovrebbero essere spesi in modo limpido ma spesso (solo il Pd fa fare una certificazione esterna) non lo sono. Tanto che Bersani e Casini, nel pieno delle polemiche sui soldi «evaporati» della Margherita, si impegnarono a presentare subito una legge per obbligare i partiti a rendere trasparenti bilanci e patrimoni. Di più, basta soldi ai partiti già morti: quelli già destinati devono tornare allo Stato. Cioè ai cittadini. Gli unici «proprietari», appunto, di quei denari.

E lì si torna: come vengono scelti, i tesorieri? Ne abbiamo visti di ogni colore, negli anni. Dai tesorieri «perbene» come Severino Citaristi che finì per la Dc in 74 filoni d'inchiesta senza che alcuno osasse immaginare che si fosse messo in tasca un soldo («Se tornassi indietro, non rifarei nulla di ciò che ho fatto», avrebbe poi confidato a Stefano Lorenzetto) fino appunto a Luigi Lusi, che sui denari della Margherita ha detto: «Mi servivano, li ho presi». Per non dire degli «uomini della cassa», come Alessandro Duce, Romano Baccarini o Nicodemo Oliviero sotto il cui naso sparì l'immenso patrimonio immobiliare democristiano, finito attraverso il faccendiere Angiolino Zandomeneghi a società fantasma con sede in una baracca diroccata della campagna istriana e intestate a un croato che scaricava cassette a Trieste.

La stessa Lega Nord, sulla carta, avrebbe dovuto essere stata ammonita dall'esperienza col precedente tesoriere, Maurizio Balocchi, che oltre a finire in prima pagina per l'incredibile «scambio di coppie» con il collega Edouard Ballaman (ognuno assunse la compagna dell'altro per aggirare i divieti contro il familismo) fu tra i protagonisti dell'«affaire Credieuronord». La «banca della Lega» salvata dalla catastrofe grazie al faccendiere Gianpiero Fiorani dopo avere sperperato il capitale in pochi prestiti «senza preventiva individuazione di fonti e tempi di rimborso» (parole di Bankitalia) come quello alla società (fallita) «Bingo.net» che aveva tra i soci Enrico Cavaliere (già presidente leghista del consiglio del Veneto) e appunto il tesoriere Balocchi, sottosegretario e addirittura membro (da non credersi...) del cda della banca. Bene, pochi anni dopo quel pasticcio, digerito malissimo da tanti leghisti (a partire da quanti avevano messo tutti i loro risparmi nella banca collassata) chi si ritrova il Carroccio come tesoriere? A leggere la micidiale inchiesta in tre puntate di Matteo Indice e Giovanni Mari pubblicata dal Secolo XIX di Genova, città di Belsito, c'è da restare basiti.

Vi si racconta di «assegni spariti o falsificati. Fallimenti a catena e amicizie pericolose. Un «tesoro» ottenuto da un (ex) amico ammanicato alla peggiore Prima Repubblica, che oggi lo accusa di averlo ridotto sul lastrico. E una serie di acrobazie finanziarie sul filo di due inchieste archiviate per un pelo che ne raccontano un passato finora ignoto, in cui parrebbe aver messo da parte non si sa come almeno due miliardi delle vecchie lire». Una carriera spettacolare e spregiudicata, sbocciata nella promozione ad amministratore dei rimborsi elettorali del Carroccio (oltre 22 milioni di euro nel solo 2010), nella sbalorditiva collocazione nel cda di Fincantieri e nell'ascesa a sottosegretario di Calderoli nell'ultimo governo Berlusconi. Il tutto partendo dal ruolo di autista dell'ex ministro Alfredo Biondi.

Le accuse del quotidiano genovese, che alle minacce di querela ha risposto dicendo d'avere i documenti e facendo spallucce, sono pesanti. C'è di tutto. Una condanna per guida senza patente. Il coinvolgimento in vecchie inchieste dalle quali uscì peraltro senza danni. Il fallimento «della Cost Service, impresa dall'oscura mission, a sua volta intermediaria di un altro gruppo fallito di cui sempre Belsito faceva parte: la Cost Liguria, specializzata (si fa per dire) in operazioni immobiliari». Per non dire dell'abitudine di parcheggiare la lussuosa Porsche Cayenne nei parcheggi dei poliziotti o del contorno di personaggi dai profili oscuri. Non ci vogliamo neppure entrare. Sui reati, eventuali, deciderà la magistratura. Roberto Calderoli spiega d'avere avuto assicurazione che è tutto a posto anche se «un'operazione come quella in Tanzania era da matti, che non si doveva fare»? Buon per lui. Roberto Maroni, che da tempo si lamenta (giustamente) perché il consiglio federale non approva né il bilancio preventivo né quello consuntivo ma delega tutto alla sovranità di Bossi, non è d'accordo. E non fa mistero di considerare la situazione «a dir poco imbarazzante».

Ma certo, nel resto dell'Europa, dove un ministro tedesco si dimette per avere copiato la tesi, la sola storia delle lauree vantate farebbe saltare, al di là dei soldi in Tanzania o a Cipro, qualunque tesoriere che maneggia pubblico denaro. Sostiene dunque Belsito di avere una laurea in Scienze della comunicazione presa a Malta e una (lo scrisse perfino nel sito del governo quando era sottosegretario) in Scienze politiche guadagnata a Londra. L'unica cosa certa, scrive il Secolo XIX , è che l'Università di Genova non solo gli annullò ogni percorso accademico ma, sentendo puzza di bruciato, smistò il diploma alla magistratura. Risultato? Stando al fascicolo, il «titolo» di «perito» preso nel '93 all'Istituto privato napoletano «Pianma Fejevi», a Frattamaggiore, sarebbe taroccato. Rapporto della Finanza: «Il nome di Belsito non risulta nell'elenco esaminandi». Di più: «La firma del preside non corrisponde». E se vogliamo possiamo aggiungere un dettaglio: la scuola non esiste più dopo esser stata travolta da un'inchiesta con 160 imputati su una montagna di diplomi venduti. Lui, il tesoriere, marcato dai cronisti, sbuffò: «Ancora la storia della mia laurea? Ho altro cui pensare, chiedetemi di cose serie». Provi a dare una risposta così in un Paese serio...

Gian Antonio Stella2
6 febbraio 2012 | 17:54

Indiscrezioni false e infondate» Pignatone dirige le indagini

Corriere della sera

Il capo della Procura smentisce voci sul «no» all'apertura della tomba di «Renatino». Identificato il gendarme vaticano che fotografò i partecipanti al sit-in




Il gendarme del Vaticano mentre fotografa i manifestanti Il gendarme del Vaticano mentre fotografa i manifestanti

ROMA – «Ogni ulteriore iniziativa di indagine nel procedimento sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sarà diretta e coordinata dal procuratore della Repubblica, che ha assunto la responsabilità della Direzione distrettuale antimafia». Il giorno dopo le polemiche esplose in seguito alle indiscrezioni sulla decisione di rinunciare all'apertura della tomba del boss «Renatino» De Pedis, il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, interviene in prima persona per smentire voci e illazioni e precisa di occuparsi del duplice intreccio giudiziario anche come capo della Dda.

«INDISCREZIONI INFONDATE» - Nel comunicato, si precisa inoltre che «le dichiarazioni e le valutazioni sul procedimento per la scomparsa della Orlandi attribuite da alcuni organi di informazione ad anonimi "inquirenti della procura di Roma" non esprimono la posizione dell'ufficio». Il riferimento, oltre che alla polemica sull'indegna sepoltura del capo della banda della Magliana nella basilica di Sant'Apollinare, prende spunto dalle notizie diffuse lunedì sul fatto che la verità sulla scomparsa della Orlandi sarebbe a conoscenza di personalità del Vaticano. Piazzale Clodio, dunque, riconferma la piena titolarità dell'inchiesta sul sequestro della figlia del messo pontificio di Giovanni Paolo II (avvenuto il 22 giugno 1983), comprese le connessioni di questo giallo internazionale con la vicenda-De Pedis. E' proprio su quest'ultimo fronte, inoltre, che va segnalata una prima, significativa novità.

IL GENDARME HA UN NOME - L’agente segreto vaticano che lo scorso 21 gennaio si era infiltrato nella manifestazione organizzata da Pietro Orlandi davanti alla basilica è stato identificato: si tratta di Francesco Minafra e da oltre 5 anni è in forze nel Corpo della gendarmeria, agli ordini del comandante Domenico Giani. Il giovane gendarme era stato a sua volta fotografato da alcuni partecipanti al sit-in mentre, con un potente e vistoso teleobiettivo, riprendeva i circa 400 presenti: la macchina fotografica, come documenta l’immagine, era indirizzata all’altezza del volto dei manifestanti, e da più parti si era parlato di “inaccettabile schedatura”.

INDAGA LA SQUADRA MOBILE - Il caso è stato poi portato all’attenzione del Parlamento, con un’interrogazione presentata da Walter Veltroni (Pd). La risposta è arrivata dal ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, nel corso del Question time del 28 marzo. “Durante una manifestazione in solidarietà con sua sorella davanti alla basilica di Sant’Apollinare una persona ha fotografato i partecipanti – aveva detto in aula Veltroni - e questa persona risulta appartenente alla gendarmeria vaticana, cioè ad uno Stato estero che non credo abbia la possibilità di fotografare e documentare la partecipazione di cittadini ad una manifestazione sul suolo di un altro Stato”. Immediata la replica del ministro, che dopo aver precisato che non erano emersi “fatti che abbiano inciso sulla tenuta dell’ordine pubblico”, ha informato i deputati dell’esistenza di un’inchiesta in corso: “Informo che su delega dell'autorità giudiziaria – ha detto Anna Maria Cancellieri - sono in corso indagini da parte della squadra mobile di Roma per identificare il presunto agente della sicurezza del Vaticano, che avrebbe scattato alcune fotografie nel corso dell'evento”.

IL SECONDO 007 - Ora, l’identificazione è arrivata. I successivi accertamenti punteranno a individuare se l’iniziativa del gendarme Minafra sia stata assunta a titolo personale, oppure se l’agente sia stato inviato a Sant’Apollinare su indicazione dei suoi diretti superiori, con un compito preciso. La squadra mobile, inoltre, starebbe anche cercando un secondo 007 vaticano presente alla manifestazione, che non è stato fotografato e di cui per ora si conosce solo il nome di battesimo, Luca.



Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it
3 aprile 2012 | 14:09


Powered by ScribeFire.

Camusso Le canne mandano fuori Il Giornale: "Finalmente una sindacalista con le palle"

Libero

Paolo Guzzanti dedica un ritrattone alla segretaria della Cgil: "Conta perché è brava, ha distrutto la teoria delle quote rosa"





Susanna Camusso si è sbottonata in radio, ai microfoni di Un Giorno da Pecora, una trasmissione che quotidianamente irradia nell'etere una pennellata di follia. L'ultimo tocco, in mero ordine cronologico, è stato quello della segretaria della Cgil, che senza farsi problemi ha candidamente ammesso di essersi fatta le canne in adolescenza. La Camusso ha recintato la sua deriva da figlia dei fiori ai confini temporali del suo liceo. Ma il fumo di quelle canne deve aver volato alto, in lungo in largo, e anche nel tempo. Ed è così che con un pizzico di sorpresa, sul Giornale di oggi, a firma del libero pensatore Paolo Guzzanti, fa capolino un ritrattone della segretaria del sindcato rosso decisamente atipico e inaspettato.


"Una donna con le palle" - Nei giorni più aspri della lotta sulla riforma del lavoro e sul totem-articolo 18 (sorvolando sul fatto che la Camusso vada in radio a raccontarci la sua adolescenza: era opportuno farlo?), da una testata che spinge per la revisione del mercato occupazionale e soprattutto della flessibilità in uscita, non ci si aspettava una presa di posizione così accondiscendente nei confronti della terribile Susanna: "Una donna con le palle", secondo Guzzanti. A Un giorno da Pecora, la segretaria "parla insomma di sé e degli altri, della politica e della vita, come un essere umano e non come un guru. Pensiamo - sottolinea Il Giornale - che vada notato e annotato non tanto e non solo per la qualità dei suoi giudizi, ma anche perché questi giudizi appartengono alla sfera della normalità e non della supponenza divina dei leader, sindacali o politici che siano".

"Conta perché è brava" - Una "donna con le palle", insomma, perché "dimostra da sola quanto sia idiota la teoria delle quote rosa: ha fatto tutto da sé, si è fatta da sé e conta perché è brava e non per la questione del genere sessuale". Peccato che la donna che "ha fatto tutto da sé", nei giorni dei tavoli tra governo e parti sociali, minacciando scioperi e battaglia barricadera stia minando la possibilità di un accordo sul lavoro e sull'articolo 18. Buttando l'occhio agli ultimi dati sulla disoccupazione record in Italia, forse qualche dubbio sulla bravura della segretaria Cgil che nulla vuole cambiare in un contesto disperato, potrebbe anche sorgere.

"Prendo atto del coraggio" - A Un giorno da pecora un esercito di politici e personaggi famosi ha fatto la sua sparata: da Roberto Castelli che sogna L'Isola dei Famosi a Domenico Scilipoti che sbrocca (un must, un pezzo ormai mitologico) parlando di sé in terza persona; dalla moglie di Flavio Tosi che a Verona, fosse per lei, voterebbe il Pd a Daniela Santanché che parla del "governo al Profumo di Passera"; tra gli scivoloni più recenti quello del neo-insediato ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, che poche ore dopo la nomina riapre al nucleare e scatena il primo terremoto nel governo Monti. La Camusso ci ha parlato di hashsih, cartine e profonde boccate: "Non possiamo che prendere atto di un certo coraggio della segretaria generale della Cgil", spiega Guzzanti, perché "farlo espone comunque a critiche".

"Ci ha rassicurato" - Quindi la chiosa del ritrattone pubblicato su Il Giornale di oggi: "Ci sembra insomma che, complice quello strumento onirico e sempre di moda che è la radio, Susanna Camusso abbia reso un buon servizio al suo ruolo e, pur mantenendo con fermezza il punto, abbia dimostrato che si può essere intransigenti senza essere necessariamente faziosi e isterici e questo ci ha rassicurato". Sicuri, però, che la stessa calma olimpica e questa volontà di divagare su canne e primi amori (sindacali, s'intende) siano arrivati anche al tavolo col governo? Forse, oggi, più che la spigliatezza in radio conta portare a casa una buona riforma del lavoro, e in tutta sincerità la Camusso, sembra volere tutto l'opposto.

03/04/2012



Powered by ScribeFire.

L'incredibile storia della fondazione da un miliardo di dollari

Corriere della sera

Se ne parla da almeno un anno: c'è una fondazione, espressione di una charity internazionale, pronta a intervenire per salvare il San Raffaele. È la Marcus Vitruvius – chiamata così in onore dell'uomo vitruviano disegnato da Leonardo e stampato sul logo dell'università creata da Don Verzè – e porta con sé una dote miliardaria da riversare nelle casse assetate del San Raffaele. Ora, curiosità e supposizioni possono lasciare spazio alla verità, un poco grottesca, di certo sconfortante per i conti del San Raffaele: questa fondazione non è mai esistita e non esiste.

Ma cosa c'è dietro questo strampalato ente benefico? Intanto, ci sono tre professori – due del San Raffaele e uno associato al dipartimento di accounting della Bocconi – che da mesi sponsorizzano l’opportunità di un intervento della Marcus Vitruvius. Massimo Clementi al San Raffaele insegna microbiologia e virologia ed è il preside di Medicina, mentre Alberto Zangrillo dirige l'unità operativa di anestesia e rianimazione dell’istituto milanese, dove ha anche l'omologa cattedra all'università. Zangrillo è il più mediatico dei tre, disinvolto con i giornalisti un po' per natura e un po' per esperienza: è il medico personale dell'ex premier Berlusconi. Un doppio lavoro che l'ha spesso scaraventato sotto la luce dei riflettori, a riferire delle condizioni del politico di volta in volta aggredito, operato o ammalato. L'esposizione forzosa l'ha presto portato ad amarle, tutte quelle telecamere. L’esatto contrario dell’ultimo dei tre della Marcus Vitruvius, il bocconiano Maurizio Maria Pini, che invece non appare mai: nessuna intervista, gloria accademica, evento mondano.

Nemmeno una foto, tranne quella che appare sul sito della Bocconi: ritratto sgranato, rubato forse dalla patente, di un uomo qualunque che si trova a rappresentare la fondazione più ricca e generosa. Pini è il più interessante dei tre, perché quando si è così misteriosi, va da sé, ti rappresentano le voci più strane: si narra di una passione mal celata per la massoneria e di rapporti poco «accademici». Solo chiacchiere sul passato di Pini, ma nel suo futuro un fatto c'è: da quando s’impegna per l’arrivo del miliardo della Marcus Vitruvius, al San Raffaele si sono impegnati per un bando ad personam con cui assumerlo all'università. Anche Pini sarà presto un Raffaeliano.  L’incredibile storia della Marcus Vitruvius si dipana con questi tre protagonisti. Vale la pena raccontarla.


Nel giugno scorso, quando il collasso del San Raffaele non si può più nascondere, Don Verzè annuncia che il Vaticano vuole salvare l’ospedale. Aggiunge che c’è l’interesse «di una primaria charity internazionale a partecipare al progetto promosso dalla Santa Sede, attraverso una significativa donazione all’università Vita Salute». Poi a luglio il Vaticano, con i soldi dello Ior e dell’imprenditore Malacalza, si prende la maggioranza del cda. Entrano anche Clementi e Pini, proprio in rappresentanza della «charity» che dovrebbe avere il 20 per cento della futura Newco. Gli uomini della Vitruvius sono usciti allo scoperto quasi un anno fa, ma ogni tentativo per saperne di più del miliardo che sta arrivando a via Olgettina si rivela sempre vano.

Intervistiamo Clementi il 26 novembre scorso. Si è da poco dimesso con Pini dal cda, perché improvvisamente si sono trovati in disaccordo con la maggioranza vaticana e si sono sentiti «messi da parte». Hanno anche consegnato una memoria in Tribunale. Sembra il momento giusto per capirne di più. Eppure niente da fare: Clementi non si preoccupa delle risposte goffe e confuse. Dice che i soldi ci sono, conferma la cifra del miliardo (forse in cinque rate da 200 milioni all’anno), che ora però è destinato solo all’università.

Non una parola sui finanziatori. All’epoca si parla del finanziere Soros come deus ex machina della Marcus Vitruvius, ma Clementi ripete che «è troppo presto per dire di più». Si contraddice, ma alla fine precisa che «la fondazione è in via di costituzione» (si sta formando il board di «primissimo livello») e che «sarà di diritto svizzero». Ci dà appuntamento a «prima di Natale» quando, dice, potrà finalmente parlare.

Poi la storia vuole che in una manciata di giorni accada tutto: Don Verzè muore il 31 dicembre, e subito dopo il re della sanità privata, Giuseppe Rotelli, rilancia fino a 405 milioni di euro per comprarsi il San Raffaele. Il 10 di gennaio il Vaticano dichiara di non allinearsi all’ultima offerta e dice addio alle pretese sull’ospedale. Lo stesso giorno Clementi dà l’annuncio alla stampa: «la Marcus Vitruvius è stata costituita in Svizzera» ed è pronta a finanziare l’università.

Lasciamo passare altro tempo. I creditori votano il 19 marzo scorso a favore del piano di concordato preventivo. È il definitivo via libera al nuovo acquirente Rotelli. La fondazione svizzera Marcus Vitruvius ha già ufficializzato il suo desiderio di finanziare con un miliardo la piccola università privata. A marzo Clementi – che nel frattempo si candida al magnifico ruolo di Rettore – è di nuovo davanti alla nostra telecamera. Conferma, col medesimo impaccio, solo l’offerta ufficiale, anche se ora parla di dollari, non di euro. Dice che la fondazione sta nel Canton Ticino, forse a Lugano, ma non fa i nomi né del board né dei finanziatori. I soliti balbettii, anche su Soros.

Noi allora contattiamo il portavoce del Soros Fund Management, Michael Vachon. Con una mail secca e un po’ scocciata, dieci giorni fa ci dice che il finanziere americano «non ha nessuna connessione con la Marcus Vitruvius. Nessun contatto di nessun tipo». Rumors, soltanto chiacchiere. Cerchiamo la Marcus Vitruvius sul registro delle imprese. Il sito si chiama Zefix ed è consultabile a tutti. Se c’è una fondazione elvetica deve essere registrata e apparire qui, ma il server Zefix non ha dubbi: non esiste.

Abbiamo la fortuna di trovare una fonte, una persona che ha letto la lettera con l’offerta del miliardo e con la carta intestata della Marcus Vitruvius. E finalmente abbiamo un indirizzo: via Favre 6, a Chiasso. Che sta a Lugano come il casinò di Nova Gorica sta a quello di Venezia. Stesso gioco, ma livello inferiore. Andiamo a Chiasso ma l’indirizzo addirittura non esiste: via Favre scivola sotto la ferrovia, ma nessun civico 6. Poi la fonte ci richiama, perché nella lettera c’è un altro indirizzo per l’eventuale corrispondenza: via Motta, 18. Qui c’è una grossa fiduciaria, l’Arifida. Il direttore Battista Ponti, sbotta: «Qui non c’è nessuna fondazione con quel nome e una Marcus Vitruvius in Svizzera non esiste!». Insomma, tutto un bluff?

Da un anno le sorti del San Raffaele sono aggrappate anche a una fondazione che non c’è? Ma quando il signor Ponti si allontana dalla telecamera ci dice che conosce Pini, a cui affida consulenze. E ci fa capire come forse è andata la storia: i tre professori della Vitruvius non erano quelli che da Milano «si adoperavano» per l’arrivo della «charity internazionale». Erano i tre che cercavano addirittura di costruirla, la miliardaria charity. A Chiasso, nella fiduciaria di Ponti, amico di Pini. Ma il miliardo di chi è?

Niente Soros, per cortesia. Fa parte del «tesoro» di Don Verzè su cui indaga la Procura? Chissà. Al resto ci pensano loro, i «professori della Vitruvius», con un’incessante serie di telefonate. Fra tutte quella di Zangrillo: «Senti un po’ – domanda preoccupato – ma tu ti stai facendo l’idea che c’è qualcuno che vuole controllare questa università per esercitare un gioco di potere che si contrappone a quello di chi arriva come nuovo acquirente?». Quando si dice una domanda retorica.

Alberto Nerazzini
(ha collaborato Carlotta Nao)
3 aprile 2012 | 12:07

Il Quirinale denuncia la truffa online

Corriere della sera

Napolitano non è la prima vittima illustre. «Notifica» anche a Catricalà, allora presidente Antitrust




MILANO - Convinti di scaricare software gratuito, solo quando sono stati bersagliati da una raffica di richieste di pagamento decine di migliaia di italiani si sono resi conto loro malgrado di aver sottoscritto un abbonamento-trappola. Ora il sito www.italia-programmi.net è stato sequestrato per essere oscurato su richiesta della Procura di Milano che indaga per truffa, ma una di queste minacciose lettere sgrammaticate con paroloni quali «notifica, recupero crediti, avvocati, tribunali, spese...» lo scorso 6 febbraio non avrebbe potuto fare vittima più illustre e anche un po' curiosa: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

La società titolare del sito, Estesa Limited, sede formale a Mahe, Seychelles, è da tempo nel mirino della rete e dell'Antitrust. Nonostante blog e associazioni di consumatori invitino a non pagare, c'è sempre qualcuno che per evitare rogne decide di mettere mano al portafogli, magari prendendosela con se stesso per non essersi accorto di ciò che ha sottoscritto. Invece il trucco c'è, e non è neppure facile accorgersene, secondo il pm Francesco Cajani, del pool guidato dall'aggiunto Alberto Nobili. Una volta finiti sul sito attraverso motori di ricerca come Google (gli autori del sistema hanno acquistato parole chiave su AdWords, la piattaforma pubblicitaria del gruppo), ci si convince di poter scaricare i programmi (tutti già gratuiti) solamente registrandosi con nome, cognome e indirizzo email. Questo, invece, equivale ad abbonarsi per due anni a 8 euro al mese, 96 euro anticipati all'inizio di ciascun anno. Almeno 25mila le vittime, secondo quanto risultava all'Antitrust qualche mese fa. Probabilmente sono molte di più.

Il Garante della concorrenza e del mercato si è occupato la prima volta della vicenda ad agosto 2011, quando ha imposto a Estesa Limited di modificare la pagina di apertura mettendo in chiaro che c'era da pagare. Le indagini della Squadra reati informatici - oltre 200 le denunce in Procura a Milano - hanno però accertato che la società ha escogitato «un meccanismo truffaldino ancora più sofisticato»: di giorno, «quando gli uffici dell'Antitrust sono aperti», sul sito si legge «Crea il tuo account a soli 8 euro», ma di notte, quando la maggioranza degli utenti naviga e scarica, sparisce il costo e la frase si accorcia a «Crea il tuo account». Per percepire che si tratta di un sito a pagamento, è necessario accedere alla homepage e cliccare su «Diventa socio ora», ma si tratta di «avvertimenti quasi invisibili all'occhio dell'utente», scrive il Gip Cristina Di Censo che ha disposto il sequestro preventivo del sito ordinando a tutti i provider italiani di oscurarlo.

Un mese fa l'Antitrust ha sanzionato per 1,5 milioni la società per pratiche commerciali scorrette trasmettendo il dossier alla Procura di Roma e segnalando che dietro Estesa probabilmente c'è Euro Content, la stessa società di diritto inglese che nel 2010 gestiva easy-dowload.net, sito che funzionava con lo stesso meccanismo degli 8 euro e che fu multato per 960 mila euro. Una volta «iscritti», la «articolata strategia truffaldina» prevede richieste di pagamento sempre più inesistenti e minacciose. Come una convocazione di fronte a un fantomatico «Tribunale regionale giudiziario» che dovrebbe «vincere la resistenza dei recalcitranti» e spingerli a pagare. Immaginate la sorpresa del Quirinale - dove probabilmente nessuno si è mai registrato di persona - quando si è visto notificare il sollecito di pagamento dei 96 euro più 8,5 per spese di recupero. Nella lettera indirizzata direttamente a Napolitano c'è tanto di causale (F681819) e Iban per il bonifico da inviare entro il 23 febbraio (CY300005001400001400154795201, che fa riferimento a una banca di Cipro). Napolitano, che tramite gli uffici del Quirinale ha denunciato l'accaduto alle forze dell'ordine, non è nemmeno la prima vittima illustre: nel 2011 lo stesso Antonio Catricalà, allora presidente dell'Antitrust, aveva dichiarato a «Striscia la Notizia», di aver ricevuto la notifica pur non avendo mai avuto accesso al sito.


Giuseppe Guastella e Massimo Sideri
3 aprile 2012 | 7:52




Powered by ScribeFire.

Padre padrone pakistano esce con i domiciliari e accompagna la figlia a scuola. Ritorna in carcere

Corriere della sera

«Mia moglie non può uscire perché è una donna e deve stare a casa», l'uomo era stato arrestato per aver picchiato sua figlia che non voleva un matrimonio combinato



MILANO - «Mia moglie non può uscire perché è una donna e deve stare a casa». Si è giustificato così, un uomo di origine pakistana (arrestato nelle scorse settimane per aver picchiato sua figlia che non voleva un matrimonio combinato) con i carabinieri che l'hanno sorpreso fuori di casa mentre accompagnava i bimbi più piccoli a scuola. Il problema: era sottoposto alla misura dei domiciliari. Il gip di Milano Chiara Valori, dopo aver acquisito la relazione dei militari, ha disposto nuovamente il carcere per l'immigrato, che era stato scarcerato dallo stesso giudice a fine febbraio scorso.

LA VICENDA - L'uomo e il genero della ragazza picchiata erano stati arrestati lo scorso 22 febbraio con l'accusa, il primo, di aver pestato la figlia che non voleva cedere agli abusi a cui il secondo invece l'avrebbe costretta. La ragazza infatti, stando alle indagini del pm milanese Gianluca Prisco, sarebbe stata costretta ad avere rapporti sessuali con il marito che aveva sposato «a forza» nel Paese d'origine. La vicenda era venuta alla luce nell'ottobre scorso quando la ragazza, accompagnata da un amico, era andata in questura per denunciare le violenze subite dal marito e il fatto che il padre la picchiava per costringerla a cedere. Entrambi, davanti al gip, avevano però negato le accuse e poi erano stati scarcerati. Qualche giorno fa, però, l'uomo, difeso dall'avvocato Maurizio Pizzi, ha violato i domiciliari per portare i figli a scuola, perché «sua moglie è una donna e deve stare a casa». Intanto il giudice ha disposto per i due il processo con rito immediato che inizierà il prossimo 15 maggio davanti alla quinta penale.



Redazione Milano online
2 aprile 2012 | 18:17




Corriere della sera

Ogni volta che leggo la parola “Pakistan” vibra in me la speranza di trovare qualcosa che esalti le bellezze della terra dei miei genitori. Troppe volte, leggendo il resto, la speranza lascia spazio alla disperazione. Oggi i giornali parlano della ragazza pakistana violentata dall’uomo che i genitori hanno costretto a sposare (addirittura con l’aiuto del padre della ragazza). Leggendo questo tipo di notizie, speranza e disperazione si confondono in me. La speranza (forse vana) è che tutto sia clamorosamente falso; la disperazione è dettata dalla consapevolezza di quanto questa storia di cronaca possa essere tragicamente vera.



Ritengo doveroso che se certi reati sono stati commessi, siano puniti con pene severe ed esemplari.
In ogni caso, non è superfluo aggiungere che così dovrebbe essere sia in Italia, sia in Pakistan, sia in qualunque altra parte nel mondo, e a prescindere dalla nazionalità dei rei e delle loro vittime. La speranza è che la giustizia sia sempre veramente efficace. La disperazione, invece, deriva dal fatto che purtroppo i reati di questo genere non sempre vengono scoperti e che spesso rimangono impuniti. Pur non conoscendo i dettagli di questa triste vicenda, mi permetto di spendere qualche parola suoi protagonisti della stessa, augurandomi che la giustizia completi a dovere il proprio percorso.
Un uomo che violenta una donna, un padre che aiuta un uomo a violentare la propria figlia… Non c’è da vergognarsi di esser pakistani, c’è da vergognarsi di essere uomini!
La speranza è che questo genere di uomini sia soltanto una rarità. La disperazione deriva dal constatare che, purtroppo, esistono. Un sentito ringraziamento va al concittadino milanese (ex fidanzato, amico, amante, o chiunque egli sia per questa mia compaesana), perché, aiutando la ragazza pakistana, ha dimostrato che gli uomini non sono tutti uguali e che la speranza nella giustizia non deve essere abbandonata neanche nei momenti di maggior disperazione. Sinceramente, è difficile trovare parole per la ragazza pakistana: non credo un uomo possa mai provare ciò che lei ha dovuto patire. In ogni caso mi auguro che il suo sia un passaggio dalla disperazione alla speranza che possa contribuire ad aiutare le donne maltrattate a maturare la consapevolezza che la vita non è una somma matematica, e che già cambiando l’ordine delle parole, o meglio, passando dalla disperazione alla speranza, il risultato cambia!



Powered by ScribeFire.