venerdì 6 aprile 2012

Intercettazioni, assegni, documenti: l'inchiesta che ha travolto il Senatùr

Corriere della sera

Citato nelle conversazioni telefoniche anche il figlio Renzo: «Peggio di Cosentino». Una cartella con la scritta «Family»


MILANO - «Umberto Bossi ha deciso di dimettersi da segretario federale della Lega nord perché le inchieste che riguardano la gestione dei rimborsi elettorali toccano anche la sua famiglia». È questa la motivazione del passo indietro del leader del Carroccio data da Stefano Galli, capogruppo leghista al Pirellone e membro del consiglio federale. La decisione delle dimissioni arriva infatti dopo che gli inquirenti napoletani hanno esaminato il materiale sequestrato parlano di documentazione contabile che attesterebbe la distrazione di alcune somme destinate alle spese dei parenti più vicini a Bossi. Nel frattempo le carte sono state trasferite anche ai pm di Milano.

CARNET DI ASSEGNI E INTERCETTAZIONI - Ed è nel capoluogo lombardo che è stato nuovamente interrogato Paolo Scala, consulente della Lega e anche lui indagato con l'accusa di appropriazione indebita. Numerosi sono gli stralci delle intercettazioni resi noti. In una conversazione l'8 febbraio scorso Nadia Dagrada, dirigente amministrativa di via Bellerio, chiama dal suo cellulare Francesco Belsito che risponde a un numero della Camera dei deputati. La dirigente amministrativa e responsabile del settore gadget della Lega consiglia Belsito «sulle strategie da assumere in occasione dell'appuntamento» imminente con Umberto Bossi. La donna consiglia l'ex tesoriere su quel che deve dire: «Capo, io ti rammento solo una cosa. Che, in questi anni ho dovuto tirar fuori, su vostra richiesta, per tua moglie, per Riccardo, per Renzo, delle cifre che se qualcuno va metterci mano fa... il mio... Tu gli devi spiegare, che tu vuoi proteggere lui e se altri vanno a vedere queste cose... eh, lui è nei guai. Ma quelle sono cifre, cioè, o tuo figlio lo mandavano in galera...». Belsito aggiunge: «... Ah, Rì...». Dagrada: «...O c'era da pagare». Belsito: «... Ah, Riccardo». Dagrada: «Esatto. Poi gli devi dire: poi tua moglie cosa faccio, Gli dico di no? Tu mi dicevi di sì. Fai conto, che ti fai fare l'elenco di quello che hai dato alla scuola Bosina, gli dici...». Belsito: «... E come faccio a saperlo, io adesso non ho niente per capire...».

Facce da tesorieri Facce da tesorieri Facce da tesorieri Facce da tesorieri Facce da tesorieri Facce da tesorieri

IL RUOLO DI RENZO - Importante, come si evince dagli atti delle inchieste, il ruolo di Renzo Bossi, che insieme alla fidanzata Silvia Baldo «sono stati insieme alla sede della Lega di via Bellerio e si sono portati via i faldoni della casa per timore di controlli». Una dichiarazione della stessa Dagrada, che si riferiva, secondo gli inquirenti, ad alcuni faldoni dei lavori di ristrutturazione dell'abitazione di Gemonio, pagati - questa l'accusa - con i rimborsi elettorali della Lega. Dalle conversazioni telefoniche emerge anche un episodio legato a un presunto fascicolo formatosi sul figlio di Bossi che sarebbe stato affossato da «Silvio». Al telefono con Francesco Belsito a parlare è ancora Nadia Dagrada. La donna menziona un fascicolo e chiede: «È vero che continuano a dire ai magistrati di mettere sotto il fasciolo?... ma prima o poi il fascicolo esce». Il riferimento, da quanto emerge, è a episodi di cui sarebbe responsabile il figlio di Bossi. Su questo fascicolo, secondo la donna, sarebbe «intervenuto più Silvio» che Umberto Bossi «e so che ci sono di mezzo anche alti, alti Pd e non è che hanno detto chiudi il fascicolo, hanno detto manda, ci sono 50 fascicoli quello era il quinto. Gli hanno detto inizia a farlo scivolare ventesimo e dopo è passato il tempo, si doveva andare a elezioni a marzo e hanno detto inizia a metterlo quarantesimo, ma appena arriva l'ordine di tirarlo fuori... fuori tutto... i fermi, l'utilizzo della macchina con la paletta, perchè lui sulla macchina c'ha la paletta...».

«ALTRO CHE COSENTINO» - Sempre al telefono la Degrada consiglia Belsito di farsi tutte le copie dei documenti che dimostrano i pagamenti fatti a favore della famiglia Bossi e di Rosy Mauro e di nascondere gli originali in una cassetta di sicurezza. Una cassaforte aperta dagli inquirenti che, oltre ai documenti, hanno trovato un carnet di assegni che reca la scritta «Umberto Bossi». Il carnet, relativo al conto corrente della banca sul quale vengono versati i contributi per il Carroccio, è ora all'esame dei pm di Napoli e di Milano. Nel corso della telefonata con Belsito, poi, la dirigente avverte: «quando esce una cosa di questo genere sei rovinato... il figlio di lui che ha certe frequentazioni... altro che Cosentino!».

LA RINOPLASTICA DI SIRIO E LE MULTE DI RENZO - Tra i documenti dei figli compaiono anche ricevute di spese sanitarie e scolastiche dei familiari. E salta fuori anche la ricevuta relativa a un intervento di rinoplastica cui si sottopose Sirio, uno dei figli di Bossi, e documenti riguardanti il pagamento di multe per Renzo Bossi. Poi l'assicurazione per l'abitazione dei Bossi a Gemonio e le spese - 20mila euro - per il tutor di Renzo.

LA SCUOLA DI MANUELA E IL BAR DI UMBERTO - Ma c'è anche la moglie tra i beneficiari dei soldi girati alla famiglia: Belsito infatti avrebbe sottratto dalle casse della Lega Nord un milione di euro da destinare alla scuola Bosina di Varese per Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi. Per il Senatùr invece Belsito: «ha acquistato a Milano dei bar per conto di Bossi», utilizzando «fondi pubblici» cioè quelli del partito.

CASTELLI E CALDEROLI - Per quanto riguarda il denaro, «veniva elargito - stando agli atti - senza lasciare traccia a Bossi e ai suoi familiari». È quello che risulta anche dalla telefonata sul «nero» con Belsito che risale al 29 gennaio 2012: si fa riferimento anche al fatto che Roberto Castelli (esponente della Lega Nord ed ex ministro) voleva controllare le spese, ma di questo bisognava «parlare col capo, per far allontanare Castelli» ed «evitare così i controlli sui conti sulle uscite fatte a favore di Bossi e dei suoi familiari». Mentre sempre dalle intercettazioni tra Belsito e Nadia Dagrada emerge che il denaro sottratto alle casse della Lega è andato «a favore» tra gli altri di «Bossi Umberto» e «Calderoli Roberto».

Il tesoriere nel mirino della Procura Il tesoriere nel mirino della Procura Il tesoriere nel mirino della Procura Il tesoriere nel mirino della Procura Il tesoriere nel mirino della Procura Il tesoriere nel mirino della Procura

L'AMMIRAZIONE PER LUSI - Per quanto riguarda Belsito, invece, sempre dall'intercettazione si profila una sentita ammirazione per il senatore del Pd Luigi Lusi. «Era meglio... guarda un po' Lusi - dice Belsito parlando con Nadia Dagrada, dirigente amministrativa della Lega - ha rubato 13 milioni e adesso se ne sbatte il ca..». La frase di Belsito si trova in una conversazione in cui si lamenta di essere stato convocato da Bossi in seguito all'uscita della notizia degli investimenti in Tanzania.

«LA LEGA FINISCE NELLA M...» - Poi, uno scambio di battute che pare una premonizione. «Se comunque lui (Belsito ndr) - dice Dagrada - passa per uno che ha rubato, il capo comunque l'ha scelto quindi il capo finisce nella m... con lui, la Lega finisce nella m..., perchè con uno scandalo del genere non è che ci sono i salvatori della patria Maroni e Castelli, la Lega affonda...». E, ancora, tra Belsito e Dagrada: «Quello che deve capire il capo, è che con te è in una botte di ferro su quello che può uscire, con gli altri no (...) e la paura, non è quanto speso, ma che se lo sanno i militanti, ma quanto speso (...) per i figli e per la moglie». E Dagrada consiglia anche come "relazionarsi" con la senatrice Rosy Mauro: «Lei è convinta che tu non parlerai mai». Invece, secondo Dagrada, Belsito dovrebbe far capire alla fondatrice del Sinpa che se apre «bocca» lui «il capo salta e se salta il capo tu (ossia Rosy Mauro, ndr) sei morta».

«TRADITRICE» - Ma anche con la stessa Mauro i rapporti non sono ottimali. «La traditrice è lei», dice Belsito a Nadia Dagrada in un'intercettazione dell'8 febbraio, agli atti dell'inchiesta. L'ex tesoriere appare convinto di «una serie di congiure nei suoi confronti da parte di Rosy Mauro e Bossi». Nadia Dagrada ribatte: «Lei (Rosy Mauro, ndr) è convinta che gli vada evidentemente sempre tutto bene, cosa ti devo dire, ormai si è convinta che tanto lei, ma non ha capito che non è per nulla così... A far circolare roba, ma scherzi?...». Poco più avanti Belsito aggiunge: «Cioè capisci, la traditrice è lei eh!». E ancora la Dagrada: «È lei che sta manovrando tutto, la cosa è che è lei che sta manovrando tutto, è questo il (sembra dire "il brutto", ndr)». E ancora la dirigente amministrativa: «A questa stregua, morti per morti, tanto non è perseguibile, la rovini con quello che prende... Ribadisco questo, che esca fuori quello che viene dato al Sinpa (Sindacato Padano, ndr), quello che viene dato alla Bosina (scuola, ndr)». Belsito: «Sì tutto». Dagrada: «viene fuori, vedi dopo che fine fanno! (...) l'importante è giocarsi bene le carte e poi fargliela pagare, però».

PATATA BOLLENTE - La Dagrada consiglia Belsito di pretendere di parlare da solo con Umberto Bossi, dopo che Rosy Mauro gli aveva annunciato che le cose per lui si stavano mettendo male per via degli investimenti a Cipro e in Tanzania, per spiegare al «capo«, che «adesso questa diventa una patata troppo bollente con la storia della famiglia». La donna, nella conversazione, il giorno prima dell'incontro di Belsito con Bossi nel suo ufficio romano in cui si suppone che venga «licenziato», spiega: Tu gli dici "Sei sicuro che parliamo dei conti in presenza di altri? O meglio sei sicuro che vuoi che parliamo della tua famiglia in presenza di altri?". A questo punto - continua la dirigente - guarda che secondo me gli altri si alzano perché nessuno vuole entrare in questo gioco, adesso questa diventa una patata troppo bollente con la storia della famiglia». E ancora: «Gli dici: guarda io sono rimasto disgustato perché è vero, magari sarò stato ingenuo, stupido, mi sono fidato di queste persone, ho fatto quello che mi hanno chiesto, anche se secondo me va contro la mia etica. Tieni presente che il fondo che hai fatto tu - prosegue - l'ha fatto Speroni, quello lì della Tanzania».

«PAPALE PAPALE» - In un altro passaggio dell'intercettazione Nadia Dagrada ritorna sul discorso da fare a Bossi: «A quel punto tu dici (...) il punto è che fino adesso quello che è stato speso per tua moglie, per tuo figlio Renzo, per tuo figlio Roberto, per la Rosy Mauro, per l'amante della Rosy Mauro, è rimasto per me. Sicuro che se mettiamo di mezzo altra gente queste cose non escono? Però così glielo devi dire - continua - papale papale, quando siete tu e lui senza mezzi giri di parole, deve avere chiaro quello che è il rischio...». Belsito più avanti ammette: «E io sono stato un deficiente che mi sono preso a banconote la scuola, capisci tutti i soldi a quella grande p.... della moglie (di Bossi), che stupido che sono». E sempre in vista del colloquio con il «capo» la Degrada ribadisce a Belsito di spiegargli: «È che finché c'ero io tutto è stato silenziato, ma ricordati che qui ci vanno di mezzo tua moglie, Riccardo, Renzo, Roberto, la Rosi, l'amante della Rosi e tu (...). Ascolta me - dice ancora la donna - ma quando verrà fuori tutto, meglio che sia preparato perché tu non pensi che, se fanno fuori te, poi salta fuori tutto?».

A TRE - La convocazione di Belsito da parte di Bossi viene preceduta da una telefonata «a tre» con Rosy Mauro. La Mauro chiama Belsito e poi gli passa Bossi. Poi Belsito riparla con Rosi Mauro che gli dice «la vedo brutta», riferendosi, annotano gli investigatori, alla sua eventuale «fine politica».

Rosi Mauro: Pronto
Belsito: ehi
Rosi Mauro: ti vuole il capo (Bossi) che sono qui, eh Umberto
Bossi: pronto
Belsito: ciao capo dimmi tutto
Bossi: domani mattina, quando ritorno da Monti
Belsito:
Bossi: ti voglio lì da me
Belsito: va bene ci vediamo domani a mezzogiorno. Ciao capo
Rosi Mauro: hai capito a mezzogiorno?
Belsito: sì sì, va bene, va bene
Rosi Mauro: eh
Belsito: ok
Rosi Mauro: noi siamo qua a casa, se vuoi venire?
Belsito: sto a letto io, non sapevo niente
Rosi Mauro: c'è anche Castelli
Belsito: sì, sì
Rosi Mauro: eh m ah, la vedo brutta
Belsito: va be', non ti preoccupare
Rosi Mauro: ah no, eh.

Scrivono i carabinieri che «questa telefonata sarà oggetto di ulteriore preoccupazione per Belsito il quale pensa già che ormai è spacciato e che è imminente la sua fine di amministratore della Lega.

CARTELLA «FAMILY» - Infine, dalla cassaforte di Francesco Belsito sono spuntati una serie di documenti, alcune fatture e soprattutto una cartella denominata «Family» che ha letteralmente travolto la Lega. «È materiale utile ai fini investigativi» hanno gli inquirenti napoletani che hanno esaminato il materiale sequestrato. L'inchiesta napoletana è coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e affidata ai pm Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli.

Marta Serafini
@martaserafini5 aprile 2012 | 23:59



Girardelli, l'«ammiraglio» della cosca: «Il sottosegretario mio socio»


Corriere della sera

L'uomo vicino alla 'ndrangheta si foga contro Belsito in un'intercettazione: «Si abbuffa e raschia tutto»


ROMA - C'è un uomo che secondo i magistrati rappresenta l'anello di congiunzione tra il tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito e la 'ndrangheta. Si chiama Romolo Girardelli, ma per tutti è «l'ammiraglio». È genovese, ha 53 anni. Nel 2002 finì sotto inchiesta con Paolo Martino e Antonio Vittorio Canale «soggetti al vertice della cosca De Stefano di Reggio Calabria». L'accusa era di associazione a delinquere di stampo mafioso «per aver messo a disposizione del clan le proprie competenze finalizzate - oltre che a fornire supporto logistico alla latitanza di Salvatore Fazzalari, esponente di spicco della 'ndrangheta calabrese attraverso la messa a disposizione di somme di denaro - alla negoziazione, allo sconto ovvero alla monetizzazione di "strumenti finanziari atipici" di illecita provenienza». Dunque, un procacciatore d'affari per la criminalità organizzata. Proprio il ruolo che svolgeva anche per Belsito, al quale risulta legato da almeno dieci anni.

Bossi, Belsito, Castelli: tutti al mare Bossi, Belsito, Castelli: tutti al mare Bossi, Belsito, Castelli: tutti al mare Bossi, Belsito, Castelli: tutti al mare Bossi, Belsito, Castelli: tutti al mare Bossi, Belsito, Castelli: tutti al mare

Era tanto stretto il loro rapporto che alla fine decisero di mettersi in società e crearono la «Effebiimmobiliare» con sede a Genova, che si occupa di mediazioni nel settore immobiliare e commerciale, ma anche di consulenza e amministrazione di stabili. Insieme procuravano commesse alle società dell'imprenditore Stefano Bonet - che oltre ai guadagni otteneva anche i crediti d'imposta - e poi reinvestivano i soldi. E dunque, come sottolineano i magistrati di Reggio Calabria «l'ufficio genovese della Polare Scart e affidato a Girardelli è stato aperto al fine di sfruttare l'operatività del gruppo riconducibile a Belsito per accaparrarsi commesse da parte delle più grandi realtà societarie genovesi, in particolare Fincantieri - del quale Belsito era consigliere di amministrazione - e Grandi Navi Veloci».

«Il mio socio è il sottosegretario»
I magistrati reggini arrivano al tesoriere leghista indagando sulle attività di Girardelli ma anche dell'avvocato Bruno Mafrici, calabrese con studio a Milano, che cura la parte legale e i ricorsi amministrativi relativi a questi affari. E così motivano il provvedimento di perquisizione: «Ampiamente accertata appare la presenza di un gruppo di soggetti, variamente inseriti in contesti imprenditoriali, professionali ed istituzionali - in cui operano Stefano Bonet, Paolo Scala, Francesco Belsito e Bruno Mafrici - dipendenti o collegati alla figura di Girardelli. Si ritiene sostanzialmente certa l'esistenza e l'operatività di un gruppo di soggetti protagonisti di un complesso sistema di "esterovestizione" e di "filtrazione", e quindi di riciclaggio o reimpiego, di capitali di provenienza illecita, almeno in parte verosimilmente riconducibili alle attività criminali poste in essere dalla cosca De Stefano a cui il Girardelli risulta collegato sulla base di pregressi accertamenti».


Quando Belsito inaugurava Euroflora con Bagnasco e il sindaco Vincenti Per evidenziare il legame tra Girardelli e Belsito gli inquirenti allegano il brogliaccio di un'intercettazione telefonica del 10 settembre scorso tra lo stesso Girardelli e una donna durante la quale lui racconta le proprie mansioni nell'impresa di Bonet: «Girardelli dice che è stato assunto da quel gruppo di San Donà del Piave che gli hanno fatto un contratto come manager perché gli ha portato due risultati che non si aspettavano e hanno aperto uno "sportello" a Genova nei suoi uffici e lo hanno nominato reggente... La donna chiede se è stata una cosa improvvisa, lui dice che è stata una promozione per il risultato ottenuto anche perché lui non voleva essere contrattualizzato ma gli hanno fatto un contratto importante e poi ha avuto dei risultati importanti... poi fa un accenno al suo socio che è il sottosegretario» (Belsito ha ricoperto l'incarico dal febbraio 2010 al novembre 2011).

I soldi, gli orologi e il Sol Levante
Fino all'autunno scorso i rapporti tra Belsito e Girardelli appaiono idilliaci. I due si parlano spesso al telefono, pianificano gli incontri per ottenere i lavori. Ma alla fine dell'anno c'è uno scontro violento. Al centro della disputa proprio le elargizioni che sarebbero arrivate da Bonet, che i due chiamano «lo shampato», e dall'avvocato Mafrici. Accade il 23 dicembre scorso. E così è raccontato nel brogliaccio: «Litigano al telefono e si insultano reciprocamente con particolare riferimento alle scorrettezze sul piano del lavoro. Girardelli gli esterna la sua rabbia per il comportamento tenuto da Belsito in questi dieci anni di collaborazione ... l'avvocato ti ha regalato gli orologi e non me ne hai dato neanche mezzo a me e i soldi che ti sei pigliato da shampato ... se vuoi te li faccio vedere i numeri e poi ti faccio vedere pure le quote del Sol Levante». Il riferimento è allo «stabilimento balneare più bello della Liguria» che il tesoriere della Lega risulta aver preso in gestione grazie al denaro ricevuto da Bonet. È scritto ancora nel brogliaccio della telefonata: «Belsito nega di aver preso gli orologi da Bruno e i soldi da shampato mentre sulle quote del Sol Levante dice che è roba sua... i finanziamenti li fa a nome suo. Belsito minaccia Girardelli e gli dice che gliela farà vedere lui». Al termine della telefonata Belsito sembra però essersi calmato e gli spiega che «hai preso un abbaglio».

In realtà in una telefonata del giorno dopo con un amico comune è proprio Girardelli a scagliarsi contro Belsito dicendo che «adesso farà fare tabula rasa, senza pietà, userà tutti i suoi mezzi e le sue conoscenze». I due, annotano gli investigatori «sono concordi nel dire che Belsito è bastardo dentro» e poi Girardelli aggiunge: «Lui si è abbuffato, perché si vede che sente il fiato corto e allora ha detto raschio più che posso... a un certo punto si dovrà rendere conto di quello che fa, cioè bisognerà stringerlo un attimino e dirgli: senti amico... bisognerà distruggerlo su tutti i fronti e poi andare all'attacco, prendere shampato e dirgli cosa ha messo nel piatto... una volta che shampato lo molla, lui rimane con una mano nel culo... bisognerà distruggerlo». Un mese dopo, il 23 gennaio scorso, «Bonet parla al telefono con Girardelli e gli chiede notizie di Belsito. Girardelli gli fa presente che ha subito duri attacchi all'interno del movimento, tanto da rischiare una possibile rimozione dall'incarico e un successivo commissariamento della gestione amministrativa del partito».
Fiorenza Sarzanini4 aprile 2012 (modifica il 5 aprile 2012)


Case, Porsche, lauree. La lista dei soldi ai Bossi


Corriere della sera

Le telefonate tra una segretaria del Senatur e Belsito: «Dillo a Umberto: se io parlo, finite in manette»


MILANO - È una fitta sequela di telefonate, intercettate dai carabinieri del Noe per la Procura di Napoli, a cogliere l'indagato tesoriere leghista Francesco Belsito mentre, sfogandosi al telefono in febbraio con la non indagata impiegata amministrativa leghista Nadia Dagrada, «rievoca tutte le elargizioni fatte ai Bossi e alla vicepresidente del Senato Rosy Mauro»; si vede consigliare di «fare tutte le copie dei documenti che dimostrano i pagamenti fatti a loro favore e di nascondere gli originali in una cassetta di sicurezza»; e «riferisce di essere in possesso di copiosa documentazione e di una registrazione compromettente per la Lega».

Dillo a Bossi: se io parlo, voi finite in manette
Il contesto delle conversazioni è la vigilia della convocazione che Belsito riceve da Bossi a Roma e che, anche sulla base del gelido commento di Rosy Mauro («la vedo brutta»), interpreta come anticipo della propria defenestrazione da tesoriere leghista, a causa delle spinte che dentro il partito (a suo dire specie da Castelli e Stiffoni) lo vorrebbero estromettere in seguito alle prime notizie giornalistiche sui milioni di euro di rimborsi elettorali investiti da Belsito in Tanzania. Ma altro che Tanzania, prospetta la responsabile leghista dei gadget nel suggerire a Belsito: «Gli dici (a Bossi, ndr): capo, guarda che è meglio sia ben chiaro: se queste persone mettono mano ai conti del Federale, vedono quelle che sono le spese di tua moglie, dei tuoi figli, e a questo punto salta la Lega (...).

Papale papale glielo devi dire: ragazzi, forse non avete capito che, se io parlo, voi finite in manette o con i forconi appesi alla Lega». L'elenco che i due riassumono al telefono poco prima di mezzogiorno del 26 febbraio (e che viene riassunto dai carabinieri) comprende «i costi di tre lauree pagate con i soldi della Lega», «i soldi per il diploma (Renzo Bossi)»; «i 670.000 euro per il 2011 e Nadia dice che non ha giustificativi, oltre ad altre somme ingenti per gli altri anni»; «le autovetture affittate per Riccardo Bossi, tra cui una Porsche»; «i costi per pagare i decreti ingiuntivi di Riccardo Bossi»; «le fatture pagate per l'avvocato di Riccardo Bossi»; «altre spese pagate anche ai tempi del precedente tesoriere Balocchi»; «una casa in affitto pagata a Brescia»; «i 300.000 euro destinati alla scuola Bosina di Varese per Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr), che Belsito non sa come giustificare, presi nel 2011 per far fare loro un mutuo e che lui ha da parte in una cassetta di sicurezza».




I «costi liquidi» dei ragazzi di Renzo
In altre telefonate la lista si allunga con «l'ultima macchina del Principe, 50.000 euro... e certo che c'ho la fattura!». Oppure con «i costi liquidi dei ragazzi di Renzo» (forse gli uomini di scorta), che Belsito ricorda in «151.000» euro ma Dagrada corregge in «no, un momento, 251mila euro sono i ragazzi, ma sono fuori gli alberghi, che non ti riesco a scindere quando girano con lui, mi entrano nel cumulo e riprendere tutte le fatture è impossibile». Poi c'è la casa di Gemonio, e più precisamente «i soldi ancora da dare per le ristrutturazioni del terrazzo»: «Che io sappia, pare che siano 5-6.000 euro», ridimensiona Belsito alla Dagrada, che teme invece la somma sia molto più alta anche a causa di minacce di azioni legali dai fornitori, e che sprona Belsito: «Gli devi dire poi: capo (Bossi, ndr), c'è da aggiungere l'auto di tuo figlio».

I franchi e gli euro per Rosy Mauro
Spesso Belsito ironizza su chi nel partito lo avversa ma non sarebbe in condizione di farlo perché parimenti da lui beneficato: «Sai quanto gli ho dato l'altro giorno alla nera? (Rosy Mauro, ndr)? Quasi 29mila, 29.142 in franchi eh... vuoi che ti dica tutti gli altri di prima?»: ovvero quelle che poi gli inquirenti traducono come «altre somme che le dà mensilmente», e come i «200.000-300.000 euro dati al sindacato padano Sinpa» che avrebbe «bilanci truccati». La dipendente leghista Dagrada raccoglie lo spunto sull'atteggiamento di Rosy Mauro e rilancia, invitando Belsito a dire alla vicepresidente del Senato: «Se apro bocca io, il capo salta e se salta il capo tu sei morta...Perché se lei non c'ha il capo a difenderla, lei domani è in mezzo a una strada, e non è detto con le gambe intere». A Bossi, la donna auspica che il tesoriere dica chiaramente: «Gli devi dire: noi manteniamo tuo figlio Riccardo, tuo figlio Renzo, tu gli devi dire guarda che tu non versi i soldi, tuo figlio nemmeno, ed è da quando sei stato male. Gli devi dire: capo, io so queste cose e finché io sono qui io non tradirò mai, ma ricordati cosa c'è in ballo, perché se viene fuori lo capisci che cosa può succedere, altro che barbari sognanti».

«Ho una registrazione  e documenti come prova»
Si prepara un ricatto al Senatur? No, questo no, almeno a sentire i due che parlano al telefono la notte dell'8 febbraio. Nadia Dagrada suggerisce: «Non è che tu glielo metti come ricatto», piuttosto si tratterebbe di informare Bossi che «i militanti si spaventano di più se esce fuori Rosy che non la Tanzania».  Belsito si prepara a giocare le proprie carte se il partito lo metterà al muro. E dice di poterlo provare : «Dico cosa mi volevano far fare, glielo dico della Fondazione e... che dovevo portargli dei soldi». Dagrada gli domanda: «Giusto! Ma tu quello poi ce l'hai registrato?». Belsito: «Sì». Dagrada: «Dopodiché si affrontano le due signore (Rosy Mauro e Manuela Marrone, ndr) ....altro che la Tanzania se vanno in mano ai militanti! Non vengono a prendere me, le dici eh, vengono a prendere voi!».


Luigi Ferrarella, Giuseppe Guastella
lferrarella@corriere.it, gguastella@corriere.it
5 aprile 2012 | 18:15



«Gli manteniamo moglie e figli. Se lo sanno i militanti è finito»


Corriere della sera

Nella cassaforte del tesoriere spunta un fascicolo intestato «The Family»: «Renzo neanche il caffé in Regione si paga...»


Dimissioni, la base leghista sotto-choc MILANO - Le prime conferme al fiume di parole intercettate nel gennaio e febbraio scorsi tra il tesoriere leghista Francesco Belsito e la responsabile contabile Nadia Dagrada arrivano dall'interrogatorio della testimone e dal contenuto della cassaforte dell'indagato sequestrata dalla Guardia di Finanza milanese: compreso un fascicoletto intestato «The Family», spese sanitarie e scolastiche, multe pagate, l'assicurazione per la casa di Gemonio, un carnet di assegni con sopra la scritta «Umberto Bossi», 20.000 euro di spese per il tutor del figlio Renzo. E così, dopo il via libera della Camera ai pm milanesi del secondo dipartimento Robledo-Pellicano-Filippini, prende corpo quella che i carabinieri del Noe, nel rapporto per i pm napoletani Woodcock-Piscitelli-Curcio, definiscono «la serie di confessioni reciproche» di Belsito e Dagrada nei giorni in cui il tesoriere temeva di essere allontanato dopo i primi scoop sugli investimenti di 7 milioni di rimborsi elettorali in Tanzania: confidenze che «elencano i benefit che da tempo, e tutt'ora, vengono elargiti dalla cassa del partito a favore di interessi privati di Bossi e dei suoi familiari, di Rosy Mauro e di altri soggetti del partito e non». In più i militari valorizzano anche un riferimento della donna al «"nero" che Bossi dava tempo fa al partito», e che ritengono di interpretare come «contante» che «sottende» una «area dell'illecito su cui si sviluppano tematiche corruttive».

«Tutte cose per la famiglia»

Nadia : «Lui (Bossi, ndr ) non ha idea del cumulo di spese, fidati, tu gli devi far capire che se questi vanno a vedere quelle che sono le spese, lui e la sua famiglia sono finiti. E poiché si tratta di cose della famiglia, non sono cose che compri tu, perché sono tutte per loro, perché le auto sono per loro, i ragazzi sono per loro, il figlio le spese sono loro, il diploma è loro, i lavori di casa sono loro».

«Sai quanto ho dato a Rosy Mauro?»
Traspare l'irritazione per la vicepresidente del Senato, segretaria del sindacato padano Sinpa e protagonista del "cerchio magico" bossiano, che a loro avviso non avrebbe titolo per fare la morale.
Belsito : «Eh lo so io... Quello che non capisco di lei, che fa ancora la spiritosa».
Nadia : «È convinta non parlerai mai...».
Belsito : «Sai quanto gli ho fatto l'altro giorno alla nera? (soprannome di Rosy secondo i militari, ndr) Quasi 29.000, 29.142 in franchi, eh...Vuoi che ti dica tutti gli altri di prima?».
Nadia : «(...) Perché non porta i conti del Sinpa? Voglio vedere cosa succede».
Belsito : «Per me gli viene un infarto».
Nadia : «Ah beh per forza, non sono usati per il sindacato, quindi...».
Belsito sarcastico: «C'avevamo quei 7.000 iscritti, no?».
Nadia : «Secondo me saranno...».
Belsito: «...pochi».
Il tesoriere si rammarica di non aver tenuto prova delle dazioni di contanti «alla signora», che per i carabinieri è la vice del Senato.

Dimissioni Bossi, i momenti salienti della sua parabola politica Belsito: «Stavo pensando, i soldi cash che gli ho dato li ho scritti da qualche parte, però quelli come faccio a dimostrare che li ho dati? Non è molto, eh...».
Nadia : «Ma parli della signora?».
«Sì. Eh mi sono fregato io, molte cose son cose riconducibili ma molte cose come faccio a dire che ho pagato?».
Nadia : «Tu non mi ascolti mai, gli assegni devono essere intestati alle fatture da pagare, non con prelievi cash! (...) E l'acquisto, quando hai fatto l'assegno a lei per l'auto e sul certificato di proprietà è scritto "ceduta a zero", era un assegno a lei personale?».

Belsito : «Sì, sì».
Nadia : «Ma di quello c'è copia?».
Belsito : «Eh, quello non ricordo».
L'«operazione urgente» per Rosy
Pochi giorni prima, il 22 gennaio quando è già scoppiato lo scandalo della Tanzania, Belsito al telefono proprio con la vicepresidente del Senato appare però molto più remissivo, e anzi si premura di esaudirne una richiesta a voce e urgente.
Mauro : «Comunque France', se adesso puoi, ricordati di fare quella cosa che ti ho detto l'altro giorno a voce».
Belsito : «Sì sì, sì sì, certo».
Mauro : «Succinta, così da fare in questo momento, perché dopo non potrai più, perché se no addio».
Belsito : «La faccio adesso diversamente».
Mauro : «Purtroppo è urgente, eh... perché bisogna organizzare tante cose».Belsito : «Sì sì, tranquilla».
E l'8 febbraio, riassumono i carabinieri, il tesoriere comunica a Rosy Mauro che le ha fatto l'operazione «dalla filiale della Camera dei deputati del Banco di Napoli dove la Lega ha un conto, perché con la Banca Aletti a Genova (quella utilizzata per l'operazione Tanzania) era pericoloso. Mauro si mostra un po' perplessa, dicendo che forse non era il momento di farla».
Belsito : «Vedi che io non mollo mai».
Mauro : «E secondo te quando si conclude tutto, col rientro (degli investimenti dalla Tanzania, ndr ) e tutto?».
Belsito : «Secondo me martedì».
Mauro : «Meno male».
Belsito : «L'operazione, quella tua, l'ho fatta dal Napoli eh...» (Banco di Napoli).
Mauro : «Uhm».
Belsito : «...perché quello lì non viene neanche visto».
Mauro : «Ma non era meglio se lasciavi perdere, visto il momento, prima che dopo...?». Belsito : «No, ma lì non vanno a vedere su Napoli, figurati. Tutta la malattia ce l'hanno sull'Aletti, cosa pensano di trovare non so».

A Gemonio, il paese di Bossi: «Vergogna» Le richieste e le somme
I carabinieri ascoltano inoltre Belsito e Dagrada discutere di «altre somme che avrebbe preso "Cald" (diminutivo di Calderoli) e che il tesoriere non sa come giustificare, mentre la segretaria sul punto dice che in un anno si riesce a giustificare quelle somme»: il discorso emerge quando il tesoriere rievoca una richiesta per la scuola della moglie di Bossi.
Belsito : «La richiesta ricordo benissimo era uno (1 milione di euro, ndr)...Gli ho detto "no, 1 non ce la faccio adesso, dovete darmi almeno tre anni"... E invece quelli di Cald, come faccio? Come li giustifico quelli?».
Nadia : «Ma quello non è un grosso problema! Nell'arco dell'anno non è un problema quello, è un problema tutto il resto!».
«Capo, noi manteniamo i tuoi figli»
Belsito e Dagrada indugiano sulle spese per i figli del senatur, a cominciare da Renzo.
Nadia : «Quella cifra che tu gli hai dato era la cifra dei titoli di studio, ma c'è tutto il restante, e se ci mettono le mani i Castelli e Stiffoni di turno, tu non puoi garantire che le cose restino segrete». Si passa a un altro punto.
Belsito : «E' possibile avere l'elenco degli scontrini? Renzo (dice, ndr ) "voglio confrontarmi con il mio calendario per vedere se era vero che erano con me"» (la scorta).
Nadia : «Giuro che non ho parole».
Belsito : «Ma io non posso reggere così, dai, questi sono una gabbia di pazzi. Questo (Renzo, ndr ) ha paura che (quelli della scorta, ndr) erano in albergo per cavoli loro».
Nadia : «Ma sono lì segnati, c'è tutta benzina, ristoranti, è quasi tutta benzina».
Belsito : «A me (Renzo, ndr) ha detto che paga di tasca sua, ti giuro».
Nadia : «Ma che non dica cavolate, neanche il caffè in Regione, non paga neanche il caffè» (Renzo è consigliere regionale lombardo
«Renzo portò via le carte da via Bellerio»
I carabinieri accennano forse a un problema di ristrutturazioni in base a questo passaggio.
Nadia : «Per la storia della casa (...) Renzo e la fidanzata sono venuti a prendere tutti i faldoni da via Bellerio (sede della Lega a Milano, ndr) e li hanno portati tutti via».
Negozi, dentista, bollette

E la leghista Goisis ipotizza la scissione La contabile è ricca di richiami a «fatture del dentista di Sirio», altro figlio di Bossi, e alle «bollette del telefono di Renzo».
Belsito : «Riccardo (il primogenito, ndr) mi dà 250.000».
Nadia : «Eh no ragazzo, molti di più, molti di più, tu non hai i vecchi che ho io».
Belsito : «No no, io parlo di quello che ho fatto io, ho fatto solo 2010 e 2011».
Nadia : «Eh...126 uno...».
Belsito : «American Express era, giusto?».
Nadia : «No no, è nei soliti negozi...e poi ce ne sono anche altri ma quelli ce li ho tutti».
Belsito : «Ma cosa gli posso dire?» (a Bossi).
Nadia : «(...) Digli "capo, io ti rammento solo una cosa, che in questi anni io ho dovuto tirare fuori su vostra richiesta, per tua moglie, per Riccardo, per Renzo, delle cifre che se qualcuno va a metterci mano...lui è nei guai". O tuo figlio lo mandavano in galera o c'era da pagare».
Belsito : «Ah, Riccardo (...) Le macchine che ha affittato Riccardo, le Porsche, le cose...».
Nadia : «Esatto. Ma ti diranno "chi ti ha detto di farlo?"».
Belsito : «Lui, eh».
Nadia : «Ho capito, ma ci devono essere le fatture dell'avvocato di Riccardo, tutti i pagamenti!». I carabinieri aggiungono che «Belsito dice che lui sa quali sono i negozi dove sono stati spesi, ma non ha fatture, ha solo i decreti ingiuntivi c0n il timbro dell'avvocato, e ha pagato in contanti perché così gli è stato ordinato, aggiungendo che non le ha pagate tramite bonifico bancario perché Riccardo non fa parte del partito». E Nadia: «Gli affitti glieli paghiamo tutti cash!».
Le elezioni del fanciullo e del trota
Nadia : «Hai le carte di quanto hai pagato?».
Belsito : «Soldi della campagna elettorale del fanciullo e del trota? E no, perché gli davo a lui alla Rizzi e a lei...portavo cash!» (Monica Rizzi è assessore regionale lombarda). E lo stesso per «la casa presa là da Brescia, pagato cash...mi sembra 10.000 euro, 6.000 euro...eh tesoro mio ma come faccio a trovare della Monica Rizzi i giustificativi!».

La moglie e Pontidafin

Gli aiuti alla scuola privata paritaria Bosina di ispirazione padana fondata a Varese da Manuela Marrone, evocano guai.
Nadia : «Digli (a Bossi, ndr): "Poi tua moglie cosa faccio, gli dico di no? Tu mi dicevi di sì" (...) La paura non è quanto speso, ma quanto per i figli e per la moglie, che se lo sanno i militanti...».
Belsito : «Solo la scuola allora te lo ricordi 1 milione e mezzo di mutuo, la Pontidafin? (finanziaria della Lega, ndr ) Vogliamo parlare di quel contributo che gli diamo tutti gli anni? Tra i 150.000 e i 200.000?».
Nadia : «Ma difatti tu gli devi dire (a Bossi, ndr ) "tua moglie e i tuoi figli ti rovineranno con i costi che hanno". Punto. E che se da te esce fuori qualcosa della famiglia, lui è rovinato, non può dire che non sa (...) Da far capire al capo, "guarda che tu non hai la possibilità di rimediare a tutto quello che è stato dato a tua moglie sia per lei sia per la scuola sia per i tuoi figli", perché sono troppi, troppi soldi».
Ma quali revisori dei bilanci...
In effetti la parola "bilanci" pare un optional.
Nadia : «Ti sto dicendo che io del 2011 ho 670.000 euro non giustificati... toglierò quelli di cassa e però ho già inserito quel discorso... diciamo che io ne ho, toh, fai 400.000 da giustificare (...) Castelli vuole sapere chi sono i revisori, e allora gli ho detto "ma tu sai come funziona?" Lui fa: "No, fammi una nota"».
Belsito : «Ah! Questo qui è scemo. E chi sono i revisori, che non abbiam mai visto manco noi?».
Nadia : «Io. Gli preparo tutto io. Glielo mando e loro firmano, perché i bilanci sono certificati da tre revisori esterni e da tre interni».
Belsito : «Eh, ma pensa te!».
Nadia : «(...) Io gli preparavo tutta la relazione, gliela inviavo e loro non facevano altro che firmarmela, non guardavano un cavolo».

Luigi Ferrarella6 aprile 2012 | 8:45


«I soldi a Calderoli come faccio a giustificarli?»

Corriere della sera

Somme a Brancher, mazzette a Belsito. Gli affari in Vaticano: «Mi posso far mandare in Eni, però meglio alla Rai, alle Poste»


E la leghista Goisis ipotizza la scissione ROMA - Nella ragnatela di rapporti che aveva tessuto negli ultimi anni, Francesco Belsito si muoveva con disinvoltura grazie alla gestione dei soldi. E nella sua lista di beneficiari il tesoriere della Lega aveva inserito anche Roberto Calderoli. Le telefonate intercettate e i riscontri effettuati dai carabinieri del Noe per conto dei pubblici ministeri di Napoli - Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio - svelano quanto fitta fosse questa rete. E consentono di scoprire che Stefano Bonet, l'imprenditore in affari con Belsito e adesso finito sotto inchiesta con lui per riciclaggio, aveva ottenuto commesse anche dal Vaticano mentre il tesoriere trattava un affare con Selex, società controllata da Finmeccanica. Nella lista dei politici in contatto con i due ci sono il parlamentare del Pdl Aldo Brancher che avrebbe ricevuto un contributo di 150 mila euro «per la festa del Garda» e il suo collega di partito Filippo Ascierto, «referente per i problemi con le forze dell'ordine», il leghista Francesco Speroni «che ha fatto il fondo che hai fatto tu con la Tanzania» e Gianpiero Stiffoni, componente del comitato amministrativo del Carroccio indicato dagli investigatori come uno dei destinatari «di rilevanti somme di denaro». Sono le carte processuali a rivelare che cosa sia accaduto all'interno della Lega dopo la scoperta degli investimenti all'estero decisi da Belsito e agevolati da Bonet, la preoccupazione dello stesso Belsito che precisa di poter giustificare «soltanto il 70 per cento delle spese», il ruolo di Roberto Castelli che prima chiede di poter visionare l'intera documentazione contabile e poi avvia un'indagine privata per scoprire come sia stata gestita la cassa.

«Pronto a restituire 4,5 milioni» Annotano i carabinieri: «Dopo le polemiche sui media per l'investimento in Tanzania s'è creato fermento nel partito e tutti vogliono avere contezza dell'operazione e più in generale della gestione delle risorse del partito, tra questi proprio gli altri due componenti del comitato amministrativo, Castelli e Stiffoni. Proprio Castelli, di fatto, si è fatto portavoce di iniziative volte a "verificare" la regolarità degli investimenti e più in generale dei conti e del bilancio del partito. In questo senso ha avuto diversi contatti - anche riservati - e incontri proprio con Bonet per adottare strategie e acquisire informazioni sull'operazione. In questo Castelli, si è avvalso anche di Lubiana Restaini, già impiegata al ministero dello Sviluppo, e attualmente all'Ufficio legislativo della Pcm. È "vicina" al deputato Pdl Filippo Ascierto, ma soprattutto importanti sono i suoi rapporti con alcuni leghisti (Calderoli, Castelli, Galli, Rivolta) con cui ha un'assidua frequentazione. Ed è proprio la Lusiana che ha creato una serie di incontri, a Como, Milano, Roma, tra Bonet e Castelli per carpire informazioni sull'operato di Belsito e acquisire documentazione e dossier al riguardo dell'operato di Belsito».

L'investitura di Renzo È un'attività che il tesoriere del Carroccio cerca di fermare. Al telefono con la segretaria amministrativa Nadia Dagrada li definisce «i due scemi», ma poi è proprio la donna a esortarlo «a parlare con il "capo" Bossi per far allontanare Castelli dal comitato amministrativo ed evitare così controlli sui conti e sulle uscite fatte a favore della famiglia». Belsito non immagina che a tradirlo è stato proprio Bonet. Lo scopre l'8 febbraio scorso quando viene contattato da Dagrada.
Dagrada: Ti sto continuando a chiamare perché è arrivata una raccomandata di Bonet alla Lega Nord Consiglio federale, alla tua attenzione. È stata inviata anche a Castelli e Stiffoni
Belsito: Aprila
Dagrada: iio sottoscritto Stefano Bonet, codice, riferimento all'operazione finanziaria che ha portato al trasferimento di fondi appartenenti al partito Lega Nord sul mio conto corrente personale per la somma di 4 milioni e mezzo, nonché sul conto della società di consulenza cipriota Kris Enterprise per la somma di 1.200.000, con la presente dichiaro, la piena volontà e disponibilità nel collaborare a far rientrare i soldi nei conti del partito e in tal senso mi faccio portavoce della medesima volontà dell'avvocato Scala, amministratore della Krispa. Dichiaro inoltre la sospensione del predetto importo pari a euro 4 milioni e mezzo, non accreditato sul mio conto, ma appunto in sospeso presso la banca di Nicosia».



«Come giustifico Calderoli?»

Belsito capisce che la situazione sta precipitando e cerca di correre ai ripari. Ma pianifica anche una serie di richieste e ricatti per assicurarsi il futuro: «Mi posso far mandare in Eni, però meglio alla Rai, alle Poste». In realtà è preoccupato di non riuscire a ricostruire ogni spesa e il 26 febbraio si sfoga con Dagrada.
Belsito: Quelli di Cald (Calderoli), come faccio? Come li giustifico quelli?
Dagrada: Ma quello è un... nella cosa che c'hai, quello non è un grosso problema! Nell'arco dell'anno non è un problema quello, è un problema quello di tutto il resto! Però t'ho detto, bisogna fare i conti precisi!
Già da settimane Bonet ha accettato di incontrare alcuni esponenti della Lega, in particolare Castelli. Il primo appuntamento risale al 3 febbraio scorso quando i carabinieri registrano una telefonata tra i due.
Castelli: Signor Bonet, buongiorno è Castelli.
Bonet: Onorevole buongiorno.
Castelli: Senta per l'appuntamento di oggi io le proponevo la sala vip della Sea, potrebbe andarle bene?
Bonet: La Sea, cioè aeroporti
Castelli: Lì a Linate?
Bonet: Linate va bene.

Dimissioni Bossi, la base leghista sotto-choc A Bonet viene proposto di incontrare anche Roberto Maroni, ma non se ne fa nulla e lui continua a dialogare con Castelli. E il 22 marzo scorso, parlando con Romolo Girardelli (il procacciatore d'affari indicato come referente della cosca De Stefano che era socio di Belsito), gli racconta l'esito dei colloqui. Annotano i carabinieri: «Bonet riferisce che il partito dopo aver ricevuto la restituzione dei residui dei fondi Tanzania e gli altri soldi da Bonet, vuole coprire Belsito. Bonet poi precisa che farà una denuncia contro Belsito per le tangenti prese da Fincantieri». Effettivamente per anni i tre hanno avuto contatti con numerose aziende per ottenere commesse. Nella lista degli intermediari era stato indicato anche il geometra Marcello Ferraina, candidato per la Lega all'europarlamento, che però precisa «di non aver mai incontrato, né conosciuto Belsito».
Affari in Vaticano
e con Fincantieri

Tra i filoni che saranno approfonditi c'è quello che porta direttamente alla Santa Sede. Nell'informativa i carabinieri svelano che «Bonet e la Restaini collaborano con Andromeda, l'associazione per la sicurezza di Filippo Ascierto, sede anche dell'unità locale di "Polare" (una delle società di Bonet) a Roma. Insieme stanno costituendo a Roma un osservatorio per la pubblica amministrazione da affiancare a "Polare". Dopo vari incontri, insieme a don Pino Esposito, l'arcivescovo Zygmunt Zimoswki e altri soggetti, hanno in atto trattative per vari progetti con le strutture sanitarie del Vaticano e per alcuni investimenti in Paesi dell'Est Europa da realizzare con "Polare". In una telefonata intercettata Bonet dice: "Quello che stiamo facendo sul Vaticano, centoventitremila cliniche nel mondo sotto il controllo del Vaticano che oggi non controlla niente" e dice "facci l'Osservatorio sull'innovazione" e da domani parte"». Un altro affare trattato dal gruppo fa emergere «il ruolo strategico di Belsito in Fincantieri, il quale per agevolare la società "Santarossa Spa" che produce arredamenti per la casa ed anche per il settore navale veniva pagato regolarmente da questi con la copertura di un contratto di lavoro (ieri con una nota Fincantieri ha smentito di aver mai pagato commesse o tangenti, ndr ). Infatti qualche giorno prima Belsito aveva ricevuto altri 15.000 euro da questi. E Santarossa ha riferito di aver tirato fuori più di 1.500.000, di euro nell'ultimo anno per Belsito e per l'amministratore di Fincantieri Giuseppe Bono».

Fiorenza Sarzanini6 aprile 2012 | 8:23


Il Po mormorava

A Bossi, che cade in una brutta storia di soldi inghiottiti dal «cerchio magico», va riconosciuta la grandezza di un leader che ha imposto la «questione settentrionale»

L’indomito guerriero si è lasciato irretire dal clan familiare. Il capo carismatico di un movimento nato nella lotta alla corruzione di «Roma ladrona» si è inabissato nei gorghi di una cricca familista vorace e spregiudicata.

A Umberto Bossi che cade in una brutta storia di soldi inghiottiti dal «cerchio magico» va però riconosciuta la grandezza di un leader che ha imposto nell’agenda politica nazionale la «questione settentrionale». E ha interpretato i sentimenti di un popolo che non aveva rappresentanza politica. Ora di quella grande rivoluzione resta solo il guscio voto. Ma l’establishment non deve illudersi nella fine ingloriosa di un outsider valoroso che seppe farsi politico accorto: quella frattura tra il Nord e il Palazzo non si è ricomposta. E non sarà una miserabile vicenda di fondi stornati a cancellare una storia iniziata nelle periferie del sistema e sul cui futuro nessuno avrebbe scommesso un soldo. Bossi ce l’aveva fatta da solo, ma termina la sua carriera di leader indiscusso prigioniero di un partito diventato proiezione di un capo circondato da figure mediocri ai quali chiedeva fiducia incondizionata e protezione psicologica. Gli ultimi anni di leadership erano diventati un tormento: l’insulto e il gestaccio al posto dell’argomento, il figlio onnipresente al posto di una classe dirigente, l’imitazione stanca del machismo come surrogato di un’energia perduta, il tatticismo politico esasperato al posto di una strategia politica.

Bossi era il leader dell’unico partito «vero» della Seconda Repubblica. Ma il popolano prigioniero della sua paranoia politica, sempre più ossessionato dal «complotto» mano a mano che la sua leadership si indeboliva, ha perso sempre più contatto con il mondo vasto dei ceti produttivi del Nord che nella Lega avevano visto uno sfogo e una scommessa. Bossi si rinchiudeva nel suo recinto sacro. Riceveva l’omaggio devoto del popolo che si riuniva sui pratoni di Pontida, si commuoveva per l’ampolla alle fonti magiche del Po, urlava «secessione» per sentirsi più forte. Ma, fuori della cerchia militante, chi aveva creduto nella rivolta fiscale, nella libertà dalle pastoie burocratiche e stataliste, nell’affrancamento del Nord non si fidava più già da tempo del miracolo leghista. Bossi aveva tutti contro, ma ha contribuito a scardinare la Prima Repubblica, portando istanze nuove dove prima il Nord era solo un’espressione geografica. Ha fatto della sua Lega quel che voleva: partito di lotta ma anche di governo, orgoglioso della sua rozzezza ma anche capace di padroneggiare con maestria i virtuosismi tatticisti della politica romana. La forza di Bossi è stata straordinaria. La malattia non lo ha sconfitto. Ma qualcosa si era rotto nel meccanismo delicatissimo di un partito abituato a muoversi sui ritmi imposti dal suo leader. E stavolta il leader non ce l’ha fatta, si è asserragliato nel suo bunker familiare. Nel bunker dove è finita la sua avventura politica.

Pierluigi Battista6 aprile 2012 | 8:34


Calderoli respinge le accuse «I soldi li ho usati per il partito»

Corriere della sera

L'ex ministro: nei verbali non esistono accuse. Sulle dimissioni di Bossi: «Dimostriamo di essere diversi dagli altri»


Roberto CalderoliRoberto Calderoli

Le dimissioni di Bossi? «Un atto d'amore verso la Lega». L'accusa di aver ricevuto denaro dall'ex tesoriere dei lumbard Francesco Belsito? «Non esiste. Dicono che avrei preso dei soldi. Sono andati a guardarmeli, i verbali delle intercettazioni. Non ci trovo niente che possa essere un'imputazione concreta nei miei confronti». L'ex ministro Roberto Calderoli parla al telefono dalla sede del Carroccio di via Bellerio.
Respinge le accuse, quindi?
«Io dico: non esistono accuse. È questo il fatto. Sono andato a vedere i verbali delle intercettazioni: niente in cui sia io a parlare, niente di diretto. A un certo punto si dice soldi "a Calde", esplicitato dagli inquirenti, e quello sarei io? E quali soldi? Gli unici soldi che possono essere riferiti a me sono quelli utilizzati per le attività del movimento (Calderoli è coordinatore delle segreterie nazionali del Carroccio , ndr ), o a titolo di rimborsi. Tutto alla luce del sole, basta andare a vedere».
Sulla Lega si è abbattuto uno tsunami.
«È stata una giornata difficilissima. E dico: onore al merito, quella di Umberto Bossi è stata una decisione pesante. Ma, da parte mia, assolutamente condivisa».
Può esistere la Lega senza Umberto Bossi?
«A una cosa del genere io continuo a non credere. È stata una giornata, lo ripeto, pesantissima. Bossi comunque continuerà a essere il presidente della Lega, anche se non si occuperà più della gestione ordinaria».
Il denaro in cassa che prenderebbe vie strane, la spaccatura interna. In passato avete criticato altri partiti per vicende come questa, adesso è successo a voi.
«Ma proprio quanto è accaduto nella giornata di oggi dimostra che la Lega è un partito diverso. Bossi si è dimesso e la sua scelta è unica. È un atto d'amore verso la Lega».
I vostri militanti però sono parecchio arrabbiati. Capiranno questa scelta?
«Io spero di sì. Ho visto oggi gli attestati di solidarietà su Radio Padania, e anche altrove».
Ma non c'è solo Bossi. Ci sono le accuse di denaro alla sua famiglia. Aveva sentito voci di questo tipo in precedenza?
«Di voci ce ne sono tante. Però no. Non, almeno, di una cosa del genere...».
È chiamato con Roberto Maroni e Manuela Dal Lago a traghettare il partito. Che messaggio manda ai militanti?
«Faremo chiarezza, senza sconti. Si va al congresso federale in autunno, e dico questo: la frase più bella è stata quella pronunciata da Maroni. Ha detto che se Bossi deciderà di ricandidarsi, lo sosterrà. Noi tutti lo sosterremo».
Però il Carroccio è spaccato. Ne uscirete?
«Abbiamo avuto in passato un problema gravissimo, quando Bossi è stato male. Ne siamo usciti allora, ne usciremo anche adesso».

Anna Gandolfi6 aprile 2012 | 10:28



«Mi avete preso per i fondelli ma l'errore è mio:mettere i figli in politica»


Corriere della sera

Auto in leasing e «normali affitti» per le case: così il leader spiegava quella vita sopra le righe


E la base attacca il "giuda" Maroni MILANO - «Mi avete preso per il culo. Ma la cazzata piu grande l'ho fatta io, tutta da solo: non avrei dovuto far entrare i ragazzi in politica». Nel giorno dell'amarezza più straziante, Umberto Bossi racconta a un amico la sua ultima serata da segretario federale della Lega. Un lungo, doloroso redde rationem con la famiglia: «Qualcuno me lo aveva anche detto: "Umberto, devi scegliere tra la Lega e i figli". Lo sapevo anch'io, avrei dovuto scegliere la Lega. I figli potevano fare qualcosa d'altro». Nel pomeriggio di mercoledì, infatti, Bossi ha abbandonato via Bellerio mentre la segreteria politica del movimento era ancora in corso. Le evidenze di quello che non aveva mai voluto vedere gli sono state rivelate in un'epifania progressiva di fatti, circostanze ed eventi che fino a quel momento aveva sempre, letteralmente, ignorato. I macchinoni dei figli Renzo e Riccardo? Dei leasing. Gli appartamenti di Renzo? Normali affitti. D'altronde, un consigliere regionale guadagna mica male. Tutto poteva pensare Umberto Bossi nella sua vita di ventura, tranne che a far tremare dalle fondamenta la sua costruzione sarebbero stati i figli. La famiglia. C'è chi parla di responsabilità oggettive: «Non passa per una volpe? E come mai non si è accorto di nulla?». Ma qui, appunto, a far scricchiolare l'edificio è stato il più insidioso dei cavalli di Troia. I figli. La famiglia. Strozza la gola il pensare che, ancora pochi mesi fa, nell'infuriare dello scontro tra «cerchio magico» e «barbari sognanti», il capo padano preso in contropiede dal conflitto sottovalutato dichiarasse che «Renzo è l'unico di cui mi fido».

Tutto nasce nella notte nevosa tra il 10 e l'11 marzo 2004, quando il cuore di Umberto Bossi impazzisce. Manuela Marrone, la moglie, si ritrova a fare cupe riflessioni sul futuro: il marito è tra la vita e la morte, lei ha tre figli da crescere e la sua naturale diffidenza la porta a non fidarsi di nessuno. A partire da quei colonnelli che vede pronti a impadronirsi del movimento da lei stessa fondato vent'anni prima. Nelle primissime ore, c'è spazio soltanto per l'amica Rosi Mauro e per Luciano Bresciani, il cardiologo convertito da Bossi alla Padania, oggi assessore lombardo alla sanità. La prima decisione è subito presa: bisogna andarsene dall'ospedale di Varese. Nessuno deve parlare a nome suo, nessuno deve nemmeno essere in grado di fare scommesse sulla sua salute. Nella paranoia di quelle ore concitate, si teme addirittura che qualcuno possa approfittare della situazione per togliere Bossi di mezzo. E così il leader semicosciente si volatilizza nella notte in direzione della svizzera Sion con gran rabbia del governatore lombardo Roberto Formigoni. È più o meno in quei giorni che nasce il «cerchio magico», quel cordone che renda Bossi, paradosso tra i paradossi, sempre più inaccessibile. I suoi ordini vanno filtrati, le informazioni che riceve, selezionate. È lì che nasce il soprannome di Manuela Marrone, il «vero capo». Che trasmette i suoi ordini attraverso «la Nera», la «badante» Rosi Mauro.


Le dimissioni di Bossi, base leghista sotto-choc Ma quel che fa precipitare la situazione è l'ingresso sulla scena politica di Renzo. Ancora nel settembre 2009, Umberto Bossi racconta ai giornalisti dei figli, della sua preoccupazione che, per la loro giovinezza e inesperienza, possano essere utilizzati contro di lui e soprattutto contro la Lega: «Renzo deve andare via. Deve studiare all'estero. Voi non lo lascereste in pace». Che cosa poi accada non è dato sapere. Fatto sta che in gennaio, Renzo è candidato in Regione. La stretta su Bossi diventa, se possibile, ancora più severa. La realtà deve essere ancora più filtrata. Perché il perno di tutto è proprio Renzo. Giuste le ipotesi dei magistrati, sono gli «amici» di Renzo, quelli che ogni giorno ne magnificano al padre le doti, a trarre i benefici economici dal sistema. Ma perché il gioco regga, il papà non deve sapere. Meno contatti ha, meglio è. E così la maggior parte dei suoi appuntamenti pubblici scompare dalla Padania e dal web della Lega, i giornalisti vengono tenuti il più lontano possibile e lo stesso vale per i dirigenti del movimento. Bossi ama trascorrere le nottate libere al bar Bellevue di Laveno? Sul posto vengono organizzati turni di guardia. E se arrivano importuni, siano essi giornalisti oppure dirigenti che attendono da settimane di parlare con il «Capo», scatta l'allarme e arrivano i rinforzi per «proteggere» il leader. Il «cerchio» è chiuso.

Marco Cremonesi
6 aprile 2012 | 8:01


Bossi: «Tutto organizzato da Roma ladrona, l'Italia non riuscirà mai a essere democratica»

Corriere della sera

Il Senatur: «Ricandidarmi? Non ho ancora deciso». Poi lascia via Bellerio senza avere incontrato Maroni


MILANO - «La mia impressione è che la faccenda puzzi». «Sa tanto di organizzato, noi siamo nemici di Roma padrona e ladrona, dell'Italia, uno Stato che non riuscirà mai a essere democratico». Il giorno dopo essersi dimesso da segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi parla prima da Gemonio e poi da via Bellerio, a Milano, delle inchieste sulla gestione dei fondi del Carroccio. Secondo il Senatur (che nel primo pomeriggio ha poi lasciato la sede del partito senza incontrare, come era stato annunciato, Roberto Maroni) il caso Belsito sarebbe stato fatto scoppiare ad arte, «nel timore che noi (la Lega, ndr) sequestrassimo i voti del nord. A Roma l'unica cosa che pensano è sopravvivere con i soldi del nord». E ancora: «Si è rotta l'alleanza con il Pdl ed è successo questo. È un caso? Non è un caso» attacca Bossi, che nel frattempo però ribadisce parole di amicizia per Silvio Berlusconi: «Ci sarà rimasto male».

- Rispondendo alle domande dei giornalisti, Bossi affronta poi lo scomodo capitolo dei figli, a proposito dei quali aveva già pronunciato il suo mea culpa: «Ho sbagliato a farli entrare in politica». Adesso però difende Renzo. In particolare dall'accusa che si sia comprato la macchina con parte dei soldi della Lega. «Mi ha portato le prove che l'automobile è sua e l'ha pagata lui, di questo sono certo perché l'ho visto con i miei occhi». Il Senatur ribatte anche sull'ipotesi che la ristrutturazione della villa di Gemonio sia stata pagata con i fondi di via Bellerio: «È falso» dice. E scende nei dettagli ricordando che durante i lavori «hanno sbagliato a rifare un balcone che perdeva acqua e abbiamo chiamato uno della Lega bergamasca che poi non ha mandato la fattura».


L'INCONTRO CON MARONI - Confermato per il pomeriggio di venerdì l'incontro di Bossi con Roberto Maroni in via Bellerio. «Me lo ha chiesto lui ieri (giovedì, ndr) - dice il Senatur - ci si vede per discutere su cosa dobbiamo fare».
A proposito dell'ex ministro e di chi insinua sia un traditore, Bossi invita alla cautela «perché la militanza è fatta di gente che ci crede». E spiega: «Maroni non è Giuda», ha «solo fatto una specie di corrente, i barbari sognanti, che non penso sia con me ma neppure contro di me».

IL FUTURO - Bossi risponde anche a chi gli chiede se si ripresenterà come candidato alla poltrona di segretario federale della Lega: «Non abbiamo ancora deciso quando faremo il congresso... allora te lo dirò».

Alessia Rastelli
@al_rastelli6 aprile 2012 | 15:06

Due minuti per "bucare" WiMi Rete comunale a rischio hacker

Il Giorno

In appena un minuto e 40 secondi l'esperto informatico entra nel sistema gestito da Atm e con un clic riesce spegnere l'iPhone di un utente connesso alla rete pubblica

di Massimiliano Mingoia


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Milano, 6 aprile 2012

Per «bucare» la rete WiMi bastano due minuti. Sì, avete letto bene, appena due minuti per entrare all’interno del sistema che offre connessioni Internet senza fili e gratuite in centro città. Insomma, WiMi è a rischio hacker. Qualche malintenzionato esperto di informatica potrebbe appropriarsi illegalmente di dati sensibili inseriti dagli utenti che utilizzano la rete wireless del Comune gestita da Atm. Lo dimostra un video realizzato dal sistemista informatico Manolo D’Amico, che cura le applicazioni per il presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni. Dopo la verifica tecnica su WiMi realizzata nei giorni scorsi da D’Amico, i consiglieri della Lega Nord Matteo Salvini e Alessandro Morelli hanno già annunciato che presenteranno in Consiglio comunale un’interrogazione sui rischi per i cittadini che utilizzano la rete senza fili. Rischi che, a dar retta al video realizzato da D’Amico mercoledì sera all’Autogrill in Galleria Vittorio Emanuele, sembrerebbero esserci.

Il filmato, che si può guardare integralmente sul sito Internet del Giorno (www.ilgiorno.it/milano), mostra come «bucare» la rete WiMi. Passo dopo passo. Clic dopo clic. Dopo 1,40 minuti del video, D’Amico è già in grado di utilizzare le parole d’ordine standard per entrare nel sistema. User: cisco. Password: cisco. «Ed ecco che siamo all’interno della rete, che non è sicura».

Sono passati meno di due minuti da quando il sistemista si è collegato a WiMi. In quel momento, sono quasi le 22 di mercoledì, «gli utenti sono 64». Non basta. «Come vedete — mostra con il dito sulle schermo D’Amico — siamo all’interno del “System location Atm Via Monterosa 89, Milano». L’esperto di informatica aggiunge: «A questo punto possiamo visualizzare molte cose». Un hacker potrebbe spingersi fino a tentare di entrare in possesso di numeri di carte di credito e password varie. Giova ricordare che dal sito Internet del Comune, utilizzabile dalla rete WiMi senza chiedere parole d’accesso, si può anche pagare Area C. Non basta. D’Amico, ieri pomeriggio, effettua un nuovo test su WiMi, stavolta di fronte ai nostri occhi, in un bar di via Pellico. Il sistemista fa connettere alla rete comunale l’IPhone di un amico che l’ha accompagnato, si fa dare il numero identificativo della connessione alla rete comunale e con clic dal suo computer, che è dentro la rete WiMi, spegne l’IPhone dell’amico. Un hacker avrebbe potuto fare ben di peggio.

massimiliano.mingoia@ilgiorno.net

Celentano: ecco i bonifici di Sanremo 500.000 euro destinati a 25 famiglie

Il Mattino


Il notaio dividerà la somma tra i sindaci di Roma, Napoli Bari e Cagliari. Gli aiuti agli ospedali di Emergency




ROMA - E’ un secco no la risposta di Adriano Celentano a chi ieri gli domandava se fosse rimasto amareggiato dalle polemiche sollevate sui presunti ritardi nell’adempimento della sua promessa di beneficenza sanremese.

I bonifici. Il Campidoglio aveva chiesto chiarimenti in merito ai ritardi nei pagamenti, attesi con comprensibile ansia dalle famiglie a cui erano stati promessi, si è risolto nel giro di poche ore.
«Abbiamo ricevuto il compenso di 700 mila euro per la partecipazione al Festival di Sanremo. Sono quindi stati bonificati in data odierna 200mila euro a due ospedali di Emergency (il centro chirurgico e pediatrico di Goderich in Sierra Leone e l’ospedale di cardiochirurgia di Khartoum in Sudan); i 500mila euro destinati a 25 famiglie italiane saranno inviati dal notaio sanremese ai sindaci di Roma, Napoli, Bari e Cagliari che avranno ciascuno a disposizione 20.000 euro per 4 famiglie.

Le altre città.I sindaci di Milano, Verona e Firenze avranno invece a disposizione 20.000 euro per 3 famiglie», aveva comunicato l’altro ieri Claudia Mori. Il ritardo, in realtà, non c’era stato: nel senso che il compenso a Adriano da parte della Rai ha seguito l’abituale procedura burocratica con i relativi tempi. Celentano non conoscerà i nomi delle famiglie individuate: unica richiesta, che all’interno del nucleo familiare ci siano dei bambini. Ne ha otto una delle due famiglie romane, quattro maschi, e quattro femmine, due dei quali disabili; il papà è un regista disoccupato, la mamma educatrice in un asilo. L’altra è una giovane coppia, lui 30 anni e lei 28, con un bimbo appena nato: la mamma ha scoperto di avere un cancro durante la gravidanza e lotta ancora contro la malattia, assistita dal marito che ha dovuto rinunciare al lavoro. Almeno ora arriverà quell’aiuto che Celentano aveva promesso. Sul quale apre un nuovo fronte Monica Cirinnà, presidente della Commissione delle elette in Campidoglio: «Per le somme messe a disposizione da Celentano vorrei che non fossero seguiti i criteri clientelari che hanno caratterizzato la parentopoli ai quali questa amministrazione ci ha abituati. Chiedo pertanto di considerare i nuclei monoparentali composti da donne sole con figli ospitate nei centri antiviolenza del Comune».

Venerdì 06 Aprile 2012 - 10:07    Ultimo aggiornamento: 10:33



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