sabato 7 aprile 2012

E morto Fang Lizhi: ispirò Tienanmen

Corriere della sera

Il fisico fu tra i protagonisti della rivolta studentesca del 1989. Rifugiatosi presso l'ambasciata Usa, fu costretto all'esilio



L'immagine simbolo della rivolta di TienanmenL'immagine simbolo della rivolta di Tienanmen

MILANO - È morto negli Stati Uniti Fang Lizhi, a 76 anni a Tucson, in Arizona, dove insegnava Fisica. Era considerato uno dei massimi ispiratori della rivolta studentesca che nel 1989 sconvolse la Cina, poi repressa brutalmente nella pechinese Tienanmen.

CONTESTATORE DEL MAOISMO - Negli anni 80, Lizhi era emerso come uno dei più forti contestatori del maoismo e del marxismo cinese, tanto da essere espulso dal partito nel 1987. Alcuni suoi scritti si diffusero rapidamente nel Paese e ispirarono molti giovani di allora.

ESPATRIATO NEGLI USA - Il 5 giugno del 1989, il giorno dopo la violenta repressione di Tienanmen, Fang e sua moglie Li Shuxian trovarono rifugio nell'ambasciata americana a Pechino dove rimasero un anno, accusati da Pechino di crimini anti rivoluzionari. Alla fine di giugno del 1990, il dissidente fu autorizzato a lasciare la Cina e un aereo militare lo portò prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove si è stabilito successivamente. In questi lunghi anni, ha continuato a criticare il regime comunista chiedendo maggiore democrazia. E senza mai tornare in patria.


Redazione Online
7 aprile 2012 | 13:29




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Pagliarini: "I conti della Lega? Poco chiari già prima di Belsito"

Il Giorno

"Lo dissi e mi zittirono"



Il fiscalista: "Posi il problema nel 2006 ma non lo si volle affrontare. Bossi avrebbe fatto bene a dimettersi già nel 2006, da allora non è stato in grado di guidare il movimento"
di Giambattista Anastasio




Milano, 7 aprile 2012



Di salda confessione «federalista», fu leghista della prima ora. Ministro al Bilancio nel governo Berlusconi, nel ’94, «primo ministro della Padania» due anni dopo. Ma Giancarlo Pagliarini, allontanatosi dalla Lega Nord nel 2007, è anche un «ragiunatt», un ragioniere con laurea in Economia, titolare dell’omonima società di revisione dei conti. Uno che i numeri sa leggerli. Uno che per questo in Lega fu scherzosamente ribattezzato «Tagliarini».


Pagliarini, possibile che Bossi non sapesse com’erano gestiti i soldi della Lega?
«Io posso dire che il problema dei conti fu posto già nel 2006. E fu io a porlo personalmente a Umberto Bossi, Roberto Calderoli e ai vertici della Lega. Nel novembre di quell’anno presentai alla segreteria politica un documento in 10 punti per altrettanti problemi irrisolti del movimento. Il punto 8 riguardava i conti: il bilancio chiuso al 31 dicembre 2005 parlava di 9 milioni di euro a disposizione della Lega. Chiesi se quel dato fosse veritiero, chiesi perché, nonostante quel fiume di denaro, alle sezioni non arrivasse un centesimo e, quindi, come fossero impiegati tutti quei soldi».


Che risposero i vertici?
«Non ebbi risposta. A gennaio 2007 si tenne il congresso, ma non si volle affrontare il tema. Si preferì discutere del fatto che in alcune parrocchie le funzioni fossero celebrate secondo il rito romano e non ambrosiano. Fu allora che consegnai la mia tessera e lasciai la Lega. Ai vecchi amici del Carroccio propongo di pubblicare i bilanci ed eventualmente chiedere scusa ai militanti: questo sì che sarebbe un comportamento da veri leghisti».


Nel 2006 il tesoriere era Maurizio Balocchi, venuto a mancare nel 2010. Allora non è tutta colpa di Belsito, c’è una tradizione di poca trasparenza che unisce le due gestioni?
«La continuità è un dato di fatto. Belsito era uno stretto collaboratore di Balocchi».


Ha fatto bene Bossi a dimettersi da segretario del partito? La sua era è finita?
«Ha fatto bene, ma avrebbe fatto meglio a dimettersi nel 2006. Da allora, da quando è iniziata la malattia, non è stato più in grado di gestire il movimento. Era palese che non avesse più le energie necessarie: il vecchio Bossi girava come una trottola per tutto il Nord, sapeva carpire gli umori della gente e tradurli in idee e in azione. Dopo la malattia non fu più così. Io e altri proponemmo il progetto Ducario, proponemmo che fosse affiancato da consiglieri eletti dalla base. Invece scelse di circondarsi di consiglieri eletti da nessuno, lontani dal territorio. È lì che la Lega è finita: da movimento è diventato un partito come tutti gli altri».


Anche lei contro il Cerchio magico. Secondo la base l’origine di tutti i mali risiede lì.
«Secondo me l’origine di tutti i mali è Bossi stesso, per non aver deciso di dimettersi nel 2006. L’altro peccato originale è stato allearsi a Berlusconi ed andare al governo: la Lega delle origini non puntava al governo, ma al federalismo».


giambattista.anastasio@ilgiorno.net




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Castelli difende il Capo: non sapeva nulla E Belsito non mi faceva vedere i documenti

Corriere della sera

Sul caso Tanzania Bossi non era a conoscenza della vicenda. Mi ha chiesti di chiarire. Soldi alla famiglia? Vedremo se è vero


BERGAMO - «Se ci mettono le mani i Castelli e Stiffoni di turno...». Nadia Dagrada e Francesco Belsito, intercettati, sembrano avere un ostacolo da dribblare: i due membri del comitato amministrativo della Lega. Castelli, scrivono anche gli inquirenti, chiede con insistenza carte e documenti sul caso Tanzania. «Volevo vederci chiaro. Non mi fidavo più»: l'ex Guardasigilli ricostruisce quelle giornate, raccontando dalla sua casa di Cisano Bergamasco. Proprio la segreteria provinciale di Bergamo, roccaforte lumbard, a gennaio era stata fra le prime a votare un testo duro in cui si chiedevano chiarimenti sui fondi della Lega. Sulla Tanzania e sul cerchio magico era stato fuoco di fila, Castelli aveva partecipato alla riunione. E, fra i malumori dei militanti, aveva difeso Renzo Bossi.

Lo farebbe anche oggi?
«Sì, politicamente. Renzo è stato eletto con le preferenze, non era nel listino».

E se i soldi del partito fossero stati usati per lui?
«Altra storia. Se qualcuno ha sbagliato, dovrà pagare».

Nelle intercettazioni si parla anche di Stiffoni. Avrebbe preso 50 mila euro da Belsito.
«Mi ha detto che gli erano stati trasferiti per pagare l'affitto delle sedi del Veneto».

Anche Calderoli ha parlato di rimborsi.
«Non conosco il caso. Con Stiffoni invece ho parlato».

Torniamo alla Tanzania. Per vederci chiaro ha dovuto avviare un'indagine personale.
«L'obiettivo del segretario federale era capire dove fossero i soldi. Non era a conoscenza della vicenda, ha dato ordine di far tornare indietro il denaro. Ci siamo riusciti. Ho fatto luce, ma è stato difficile».

Era nel comitato di tesoreria ma non conosceva i conti?
«Non avevamo accesso ai documenti».

Le sembra normale?
«No. Però era così. I rapporti fra me e Belsito non erano idilliaci, io e Stiffoni per chiarire ci siamo dovuti arrangiare».

Al telefono Belsito e Dagrada vi chiamavano «i due scemi».
«Intanto i due scemi, io e Stiffoni, sono a piede libero. Gli altri due pure, ma con qualche problemino. Mi sono mosso a tutto campo per ricostruire cosa fosse successo, avevo dubbi su ciò che Belsito mi raccontava».

Cioè aveva sospetti prima che la vicenda finisse sui giornali?
«No, no».

Si è fatto il suo nome come possibile successore alla tesoreria, poi è stato scelto Stefano Stefani.
«Giusto. Era necessario un rinnovamento completo».

Segnalazioni di leghisti, voci sui soldi anche alla famiglia di Bossi. Possibile che in tesoreria non vi siate accorti di nulla prima?
«Le voci spesso sono infondate. Ora queste persone dicono di aver dato soldi alla famiglia Bossi. È vero o no? Vedremo».

Lei cosa pensa?
«Anche fosse tutto vero, Bossi non era al corrente».

C'è chi ha parlato di lei come uomo vicino al cerchio magico.
«Non ho mai partecipato a nulla che somigliasse a un cerchio magico. Io mi ritengo un bossiano di ferro, ho cercato sempre buoni rapporti con tutti e di fare il mio lavoro».

Il Carroccio è spaccato.
«Se un risultato immediato è stato raggiunto dalle dimissioni di Bossi, è aver ricompattato la Lega».

Però Maroni è stato contestato in via Bellerio.
«Prima la divisione era fra i Barbari sognanti e il presupposto cerchio magico. Il quale non so se prima esistesse, ma adesso, e lo garantisco, non esiste più. Ci son solo i leghisti, ora».

E come hanno preso lo tsunami?
«Malissimo».

Per cosa dovete recitare il mea culpa?
«Se è vero quanto è accaduto allora, e qui mi ci metto anche io, dovevamo vigilare di più. Ma del senno di poi son piene le fosse...».



Anna Gandolfi
7 aprile 2012 | 8:24



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Belsito sbianchettò i conti" Ma per ora Bossi non rischia

di -

Ai pm la Dagrada spiega come l’ex cassiere truccò una delibera per sbloccare gli investimenti a Cipro. "Soldi anche per le cure mediche della famiglia"

Milano - Umberto Bossi non verrà incriminato fino a quando non ci saranno elementi concreti che dimostrino che era al corrente di come venivano spesi illegalmente i soldi della Lega Nord. Ma il trattamento «morbido» riservato al Senatùr - in considerazione anche di uno stato di salute che probabilmente ha ridotto le sue capacità di attenzione - non vuol dire che l’inchiesta sui fondi del Carroccio non verrà portata fino in fondo e fino alle sue conseguenze estreme.




Poi, passato il ponte di Pasqua, si inizierà a lavorare alla fase 2, sul base dell’imponente materiale sequestrato durante le perquisizioni di martedì scorso e delle confessioni torrenziali che già nei primi giorni d’inchiesta sono state messe a verbale. Come quelle esplosive di Paolo Scala, il faccendiere che doveva gestire gli investimenti a Cipro e in Tanzania, e come quella delle due segretarie, Daniela Cantamessa e Nadia Dagrada, interrogate nei giorni scorsi. Napoli cederà a Milano parte dell’inchiesta, e sarà dunque il capoluogo lombardo a scavare più direttamente sui conti di via Bellerio: la Procura milanese è consapevole che una delle accuse contestate ai leghisti, quella di truffa allo Stato, è giuridicamente fragile, se non altro perché è la prima volta che questo reato viene contestato ai funzionari di un partito politico, mentre decisamente più solida appare l’accusa di appropriazione indebita.

Alla Procura di Reggio Calabria rimane il filone più cupo, quello sulla contaminazione di fondi occulti del partito di Bossi con quattrini provenienti dalla ’ndrangheta: per questo i pm calabresi, che utilizzano le indagini della Dia, avrebbero voluto agire con tempi più lunghi, e arrivare forse alla richiesta di una raffica di arresti. Ma alla fine la sovrapposizione delle tre indagini (emersa quando la Direzione nazionale antimafia ha avvisato i tre procuratori che stavano intercettando i medesimi telefoni) ha costretto i pm a una mediazione, scaturita nel clamoroso blitz di martedì. È stata - e lo si capisce bene solo adesso, leggendo le carte - una operazione militare in grande stile e giocata sull’elemento sorpresa. Tutto avviene nel cuore della notte. I funzionari del Carroccio vengono sbrandati nelle loro abitazioni e costretti a portarsi nei loro uffici.

Uno degli interrogatori chiave, quello di Nadia Dagrada, inizia alle sette del mattino, negli uffici di via Bellerio. La Dagrada si trova da sola di fronte a cinque uomini che la interrogano. Tra loro c’è il pm milanese Paolo Filippini, il suo collega napoletano Henry John Woodcock. E c’è anche «Ultimo», ovvero Sergio De Caprio, il colonnello dei carabinieri che nel 1992 arrestò Totò Riina. Davanti a quei cinque uomini, la Dagrada si libera di un peso accumulato nel tempo: da quel lontano 2004, racconta, in cui l’ictus che colpì Bossi cambiò la storia della Lega. Da allora, dice, nulla è stato più come prima. Sotto la gestione del vecchio cassiere Balocchi, semmai, i fondi neri entravano: la Dagrada racconta di venti milioni di lire portati dal vecchio tesoriere in contanti e chiusi in cassaforte. Con la malattia del leader invece è iniziato l’assalto alla cassa, divenuto devastante quando a Balocchi si sostituisce Belsito.

Racconta la funzionaria: «Vi sono una serie di somme di denaro provenienti dai finanziamenti pubblici erogati dallo Stato alla Lega nord che non hanno nulla a che vedere con le finalità del partito. Faccio degli esempi: mi risulta che con i soldi pubblici sia stata comprata l’auto Audi A6 acquistata da Renzo Bossi e poi passata a Belsito; sono stati usati soldi pubblici per pagare conti dei medici anche per cure ricevute da membri della famiglia Bossi; il Belsito mi ha riferito di avere pagato con i soldi della Lega cartelle esattoriali e conti vari di Riccardo Bossi». La Dagrada parla anche di come Belsito sbloccò l’investimento a Cipro truccando col bianchetto una delibera che per quelle somme avrebbe imposto una delibera degli organi dirigenti. E fa anche il nome dell’amico di Rosi Mauro (che nelle intercettazioni veniva definito bruscamente il gigolò) cui la Lega avrebbe persino pagato la laurea: è Pier Giuramosca, poliziotto, che la Lega avrebbe persino fatto assumere alla presidenza del Senato.



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Gemonio non tradisce il capo e si sfoga sul Trota

Il Giorno

Tutte le antipatie per il figlio: "Errore portarlo al Pirellone"



"I guai della Lega sono cominciati con lui". Un ragazzo grida: "Bossi è l’unico pulito. Controllate gli altri". Romano Piva, nel Carroccio da vent’anni: "Il nostro capo è sempre più grande. Ha dato una lezione a tutti. E ha detto, non dimentichiamolo: ‘Se qualcuno ha sbagliato paghi, non importa il cognome che porta’"



dall’inviato Gabriele Moroni

GEMONIO (Varese), 7 aprile 2012



GEMONIO piccola capitale mediatica. I mezzi delle televisioni ingolfano piazza della Vittoria. Microfoni e taccuini raccolgono reazioni contrastanti dove confluiscono sentimenti difformi e antitetici, amarezza e rabbia, fiducia e delusione, la fede incrollabile che i vecchi militanti non smettono di riporre nel grande demiurgo.

MADRE
e figlia, coppia montata su uno scooter. Francesca, mamma e insegnante di sostegno, spegne il motore e comunica: «Voto e voterò Lega, ma spero che facciano piazza pulita di quelli che hanno agito in maniera losca. Bossi non poteva non sapere. Un po’ ci ha giocato anche la storia del figlio. Una mia amica l’ha avuto come scolaro, lasciamo perdere. È stata una stupidaggine allucinante metterlo al Pirellone. Bossi ha fatto bene a passare la mano e farà bene a non riproporsi. Stia qui a Gemonio». Già, il mai abbastanza citato Trota. L’antipatia di Paola, la figlia, affonda nell’infanzia: «Una volta stavamo giocando e lui voleva prenderci la palla. I guai della Lega sono cominciati con lui».

Salvatore Palazzo apre la porta, uniformemente tinteggiata di verde della sede, a un passo dal villino liberty de capo. Salvatore ha origini frusinate, è a Gemonio da 44 anni, nella Lega dal ’90, è capogruppo in consiglio. Le sue parole riecheggiano le frasi bossiane della mattinata: «È un polpetta avvelenata arrivata da Roma per colpirci. Bossi è una persona pura. Metto la mano sul fuoco. Ha sempre combattuto per il popolo padano. Ha dedicato la vita alla Lega. Ci saranno anche state delle mele marce, sia sa, quando girano tanti soldi, ma lui non poteva saperlo». Fiducia tetragona come quella di Romano Piva, nel Carroccio da vent’anni: «Il nostro capo è sempre più grande. Ha dato una lezione a tutti. E ha detto, non dimentichiamolo: ‘Se qualcuno ha sbagliato paghi, non importa il cognome che porta’».

FROTTE di giornalisti scorrazzano per le strette strade del paese arpionando al volo i rari passanti. «Bossi — urla un ragazzo da balconcino di casa — è l’unico pulito. Controllate gli altri». Gemonio dei contrasti. Aria da 25 luglio al Red Cafè. «Conosco — sorride, malizioso, il barista Attilio — come la pensano i miei clienti. Questa mattina nessuno ammetteva di votare Lega».
Varese, piazza del Podestà. Sezione del Carroccio, 140 militanti e 150 sostenitori. Lo sforzo della normalità. Gente indaffarata e un ospite, Sinan Celisku, giovane turco, studente alla Columbia University di New York, in città da quattro mesi per preparare una tesi sul movimento leghista. «Siamo qui - dice Marco Pinti, giovane segretario cittadino -, a lavorare come sempre. La militanza è la prima a volere che sia dissipata ogni ombra, che non si guardi in faccia a nessuno. È consapevole di essere l’ultimo baluardo della politica». Su una parete la foto di un abbraccio fra Bossi e Maroni, sorridenti. «L’ho attaccata io —spiega Livio, militante ventennale —. Maroni non è un rivale di Umberto. Sono grandi amici».





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Il Gioco dell'Oca

Corriere della sera

MILANO - Adesso dice che la «faccenda puzza» e la Lega è vittima del «centralismo italiano». Ma i ripensamenti complottisti di Umberto Bossi appaiono poco convinti: il post scriptum di una storia politica per ora finita. E finita male, tra familiari famelici, collaboratori astuti, piccole ambizioni. Per l'Italia del Nord, un'altra sconfitta. La Lega, su scala nazionale, non s'è mai arrampicata molto oltre il 10%, ma ha rappresentato, per molti settentrionali, il sogno di una politica diversa: comprensiva e comprensibile, interessante e disinteressata. Il federalismo, l'ambizione confusa di poter controllare le proprie vite.


Anche chi non ha mai votato Lega, e non amava le fanfaronate di alcuni dirigenti, doveva ammetterlo: c'era passione, in certi raduni. La violenza, che ha toccato movimenti secessionisti stranieri, s'è limitata alle fantasie orobiche sui «trecentomila valligiani in armi» e alle ronde di Borghezio, finite nel nulla: troppo faticose. Perfino l'incoerenza pirotecnica di Bossi - sulla secessione, gli alleati, l'inesistente Padania - aveva, comunque, un aspetto spettacolare. Ogni tanto l'uomo ci faceva arrabbiare: annoiare, mai.

Le sue proposte sono sempre state poche e poco chiare. Ma le denunce, almeno all'inizio, erano condivisibili e arrivavano al cuore di tanti lavoratori testardi e delusi, dal Monviso all'Adriatico: la voracità della spesa pubblica, l'opacità di certi ambienti romani, il favoritismo e il clientelismo come stile di vita. Le diagnosi erano sempliciste; le soluzioni, spesso, improponibili. Ma Bossi - il capo carismatico in una politica senza carisma - le urlava comunque.

Poi, nel 2004, la malattia e la privatizzazione della Lega da parte di famigliari, alleati interessati e collaboratori in carriera: il movimento s'è fermato allora. La spinta propulsiva s'è trasferita dalla testa alle gambe, pronte ad accomodarsi al banchetto della politica. Banche improbabili, debiti e fondazioni, consigli d'amministrazione e consiglieri finanziari dai tratti lombrosiani. A Bossi e ai leghisti vien voglia di ripetere il consiglio che davano, in Lombardia, ai preti di campagna: lasciate stare i soldi, finirete imbrogliati o imbroglioni.

Noi settentrionali, per carattere e cultura, siamo cauti nel concedere credito e fiducia. Quando lo facciamo, e veniamo delusi, possiamo essere crudeli. Umberto Bossi lo sa ed è per questo che oggi si leggono amarezza e preoccupazione, dietro le giustificazioni poco convinte. Prenderà voti comunque alle prossime amministrative? Forse. Ma l'uomo che ha inventato la Lega e ha contribuito a demolire un sistema, non ha saputo costruirne un altro. Questo vale anche per il suo amico, alleato e concorrente, Silvio Berlusconi; e per la sinistra, cui la Lega ha rubato le parole d'ordine per parlare alla gente semplice. Al Nord, solo macerie politiche.

Siamo tornati indietro di vent'anni. Dopo le illusioni del 1992, le delusioni del 2012. Due stagioni italiane finiscono sulla stessa istantanea: la politica con le mani sui soldi. È un perverso gioco dell'oca e siamo di nuovo alla casella di partenza. Eppure bisogna tornare a giocare. E la Lega, che è italiana come voi e come me, dovrà fare la sua parte.



7 aprile 2012 | 8:02



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Quel posto al Senato e un gesto atteso

Corriere della sera

Se Bossi ha dato un segnale per amore della Lega. Rosy Mauro dovrebbe darne un altro per il ruolo che ha


MILANO - U n vicepresidente del Senato che briga col potere tra soldi e interessi privati non è solo una macchia al decoro di un'istituzione. Tradisce la fiducia dei cittadini e consegna la politica al peggiore dei luoghi comuni: quello del familismo e dell'intrallazzo.

Se Umberto Bossi ha dato un segnale per amore della Lega, la senatrice Rosy Mauro, pasionaria del Carroccio e autorevole esponente del Cerchio magico che gestiva carriere e beneficiava di rimborsi elettorali del partito, dovrebbe darne un altro, per il ruolo che ricopre e la fiducia che ha incrinato. Dovrebbe fare un passo indietro, per pudore e per rispetto. Un'intercettazione non è una condanna (e fino a prova contraria bisogna essere garantisti) ma adesso l'interrogatorio di una testimone conferma le accuse e mette in difficoltà la posizione della senatrice leghista. Chi occupa un posto istituzionale deve potersi difendere senza coinvolgere la carica che in qualche modo rappresenta.

In Germania un presidente della Repubblica si è fatto da parte per un prestito e un finanziamento sospetto. Chapeu . In Italia il vicepresidente del Senato che si fa pagare dal partito diplomi e lauree in Svizzera e agevola l'assunzione di un amico personale a palazzo Madama resta lì, sulla sua poltrona in Senato, senza fare una piega, senza avvertire qualsivoglia imbarazzo o disagio.

L'imbarazzo lo proviamo noi, come i tanti cittadini che dalle cariche dello Stato si aspettano comportamenti onesti e qualche imitabile esempio, e chiedono alla politica più attenzione verso il bene pubblico, che non va confuso con quello privato. Nel giorno in cui il presidente del Senato Schifani sollecita al Parlamento uno scatto d'orgoglio per allontanare le ombre sui partiti che ricevono finanziamenti dallo Stato e invita la politica a recuperare un po' di credibilità, uno dei suoi vice finge di non sentire. La sconfitta della politica, che alimenta l'antipolitica, si evidenzia anche così.

Rosy Mauro ha tutto il diritto di protestare contro l'assedio mediatico, di minacciare querele, di ritenersi parte offesa. Ma non dovrebbe ignorare il giudizio morale che oggi pesa anche sul ruolo che rappresenta, come vicepresidente del Senato.


Giangiacomo Schiavi
gschiavi@rcs.it
7 aprile 2012 | 7:56


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80 anni fa la Balilla, foto dalla storia

La Stampa





E' l'8 aprile 1932 quando il Senatore Agnelli presenta a Mussolini la Balilla.

Fiat è in crisi, il crollo di Wall Street ha avuto le sue conseguenze anche in Italia e le vendite sono tremendamente in calo.  Serve un'auto che venda molto, costi poco e sia approvata dalla dittatura. Esce Balilla, l'"ultrautilitaria" che costa solo 10.800 lire, la meno costosa in vendita. Ma non basta, parte la campagna pubblicitaria firmata da Plinio Codognato che omaggia il regime: "L’automobile finalmente verso il popolo, il dono della Fiat agli italiani"  recitano i cartelloni. Finalmente il Duce accorda l'esenzione fiscale dalla tassa sulla circolazione a chi acquista l'auto, ed è boom di vendite.

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