domenica 8 aprile 2012

Il blitz sul Tamigi spaventa Londra: "Basta un idiota a rovinare i Giochi"

La Stampa

Polemiche sull'invasione dell’attivista australiano che ha interrotto la Oxford-Cambridge:
"Imitatemi durante le Olimpiadi"

GIULIA ZONCA

Mentre l’attivista australiano che ha interrotto la Oxford-Cambridge firma i fogli per il rilascio, il comitato olimpico srotola ansioso i piani di sicurezza per i Giochi e programma l’ennesima riunione di aggiornamento.


Il tema, semplice e immediato sarà il seguente: «Basta un idiota a rovinare le Olimpiadi». Già, basta un idiota a rovinare quasi tutto e lo sapevano anche prima che Trenton Oldfield si buttasse nel Tamigi, ma questo ragazzo un po’ svitato che prima di farsi arrestare ha lasciato un blog con l’esplicito invito «imitatemi durante i Giochi a Londra» ha messo di cattivo umore gli organizzatori. Uno così è imparabile, nemmeno è tanto chiaro il perché si sia tuffato nel mezzo di due imbarcazioni lanciate nella sfida: Oldfield si dichiara anti-elitarista, proclama un generico disprezzo per la tirannia (e come dargli torto) e invoca il caos olimpico. Suggerimento che agita Londra: “la sicurezza è pronta a riconoscere il pazzo tra il pubblico”, ma è chiaro che il folle estemporaneo li preoccupi più degli allarmi terroristici. La caccia all’idiota è partita.



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Moneta da 2 euro per celebrare il centenario della morte di Pascoli

Il Messaggero


LUCCA - Una moneta da 2 euro per celebrare il centenario della morte di Giovanni Pascoli: sarà immessa in circolazione in 15 milioni di pezzi dal 23 aprile. 


La moneta stata presentata oggi a Barga (Lucca) nel corso delle celebrazioni per i cento anni dalla morte, che hanno avuto un prologo alla casa del poeta sul Colle di Caprona. Tra i presenti la senatrice Maria Pia Garavaglia e il sottosegretario ai beni culturali Roberto Cecchi. Il ministro dei beni culturali Lorenzo Ornaghi ha inviato un messaggio letto dal sindaco di Barga, Marco Bonini. «Abbiamo sostenuto con grande convinzione il calendario delle celebrazioni - ha detto Cecchi con un finanziamento di un milione di euro che resterà nel tempo e che prevede la digitalizzazione dell' archivio di Pascoli ed il restauro della sua casa museo».

La cultura come collante del sapere.
«La celebrazione del centenario della morte di Giovanni Pascoli - ha detto nel suo intervento l'assessore regionale alla cultura Cristina Scaletti - ricorda l'importanza essenziale della cultura come collante del sapere collettivo, baluardo delle coscienze che devono sempre conservare la loro capacità di rimanere libere in ogni situazione». «Con il centenario - ha spiegato il senatore barghigiano Andrea Marcucci - non onoriamo soltanto un grande poeta oggi finalmente rivalutato ma anche uno di noi, un uomo che ha scelto questa terra per vivere». Dopo, la celebrazione ufficiale al Teatro dei Differenti, dove Pascoli tenne il famoso intervento sulla Grande Proletaria. Seduti nelle prime file anche gli ultimi pronipoti del poeta.

Venerdì 06 Aprile 2012 - 20:13   
Ultimo aggiornamento: Sabato 07 Aprile - 16:20



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Israele, Günter Grass «persona non grata»

Corriere della sera

Dopo la poesia contro il nucleare di Gerusalemme



(Reuters/Christian Charisius)(Reuters/Christian Charisius)

MILANO - Israele domenica ha dichiarato il Nobel tedesco Günter Grass «Persona non grata» dopo la recente poesia nella quale sottolineava «Perché dico solo adesso, invecchiato e con l'ultimo inchiostro: la potenza nucleare d'Israele minaccia la potenza nucleare d'Israele minaccia la pace mondiale, di per sé così fragile?», spiegando che «domani potrebbe essere ormai troppo tardi».

IL PASSATO NELLE SS - Grass non potrà più visitare lo stato mediorientale per il suo «tentativo di infiammare l'odio contro lo Stato di Israele e il popolo di Israele, e così portare avanti l'idea alla quale si era pubblicamente affiliato indossando in passato l'uniforme delle SS», scrive il ministro degli Interni Eli Yishai in una nota. La poesia è stata pubblicata da diverse testate, ma rifiutata dal settimanale Die Zeit. Grass condannava anche la vendita di armi da parte della Germania a Israele, specie in vista di un possibile intervento contro l'Iran.

«PARLAVO DEL GOVERNO NETANYAHU» - La poesia, intolata «Quello che deve essere detto» era stata condannata anche dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, ma anche da diversi partiti politici tedeschi tra i quali il ministro degli Esteri Guido Westerwelle. Grass, in una successiva intervista concessa alla Sueddeutsche Zeitung aveva ammesso che avrebbe fatto meglio a strutturare in modo diverso la sua opera spiegando che «avrebbe dovuto essere più chiaro che sto parlando prevalentemente del governo Netanyahu. Ho spesso appoggiato Israele, l'ho visitata spesso, e voglio che lo Stato esista e trovi alfine la pace con i suoi vicini».


Redazione Online
8 aprile 2012 | 12:45




Una poesia contro lo Stato d’Israele

Corriere della sera


Pubblichiamo alcuni brani del proclama in versi firmato da Günter Grass, premio Nobel per la letteratura nel 1999, contro lo Stato d’Israele e i suoi progetti di attacco preventivo per fermare il programma nucleare iraniano. La poesia è stata pubblicata da diverse testate, ma rifiutata dalla rivista «Die Zeit»


Ma perché ho taciuto finora?
Perché credevo che la mia provenienza,
segnata da una macchia che mai si potrà annullare,
vietasse di imputare quale esplicita verità questo fatto
alla terra d'Israele, cui sono
e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,
invecchiato e con l'ultimo inchiostro:
la potenza nucleare d'Israele minaccia
la pace mondiale, di per sé così fragile?
Perché deve essere detto
ciò che domani potrebbe essere ormai troppo tardi;
anche perché noi - in quanto tedeschi già abbastanza gravati da colpe -
diventeremmo latori di un delitto
che si può prevedere, e perciò la nostra correità
da nessuna delle solite scuse
potrebbe essere assolta.

(traduzione di Alessandra Iadicicco )


Günter Grass
5 aprile 2012 | 15:10




Grass, l'indignazione a senso unico

Corriere della sera


Una poesia contro lo Stato d’Israele, accusato di minacciare la pace nel mondo



Günter Grass è sempre stato un magnifico pierre di se stesso. Per decenni ha incarnato nella Germania occidentale la figura ieratica dell'antifascista intransigente e senza macchia, occultando tuttavia la sua giovanile adesione volontaria al corpo speciale delle Waffen SS. E in questi giorni, infiammato d'indignazione anti-israeliana, ha curato sin nei minimi dettagli la pubblicazione di una poesia contro Israele, scegliendo con fredda strategia di marketing le testate da cui lanciare la sua invettiva brechtiana per contrastare una grande Menzogna («Non taccio più»).

Günter Grass
Grass ha così deciso di consegnare in contemporanea alla «Süddeutsche Zeitung» («Die Zeit» l'aveva rifiutato), a «El País», a «Repubblica» e a «Politiken» in Danimarca il suo furente j'accuse contro lo Stato ebraico, indicato come la principale minaccia mondiale per la pace a causa delle sue bombe atomiche, e contro la Germania in procinto di fornire di sottomarini lo Stato d'Israele. Sotto accusa è «l'affermato diritto al decisivo attacco preventivo che potrebbe cancellare il popolo iraniano», giacché «si presume», declama Grass, che Teheran stia per portare a termine la «costruzione di un'atomica». «Si presume»: vuol dire che la «presunzione» potrebbe non essere vera? Vuol dire che non è vero che l'Iran di Ahmadinejad stia costruendo l'atomica per annientare «l'entità sionista», come è stato più volte e sempre più minacciosamente proclamato?

Per Grass l'Iran non è una «minaccia», lo è solo Israele. A capo di Teheran c'è, scrive, «un fanfarone». E i «fanfaroni» sparano assurde stupidaggini, non atomiche sullo Stato degli ebrei da annientare. L'indignazione di Grass si ferma qui. Non s'indigna per chi raffigura gli ebrei come «maiali da sgozzare». Non s'indigna se alla corte di Ahmadinejad si riunisce con meticolosa puntualità l'internazionale dei negazionisti, che considerano Auschwitz un'invenzione dei sionisti per legittimare il loro Stato. Queste per lui sono mere «fanfaronate», non pericolose come la fornitura di armi della Germania a Israele.

Grass è molto scaltro e nei suoi versi ha l'accortezza di formulare, per prevenirle, le accuse che certo gli verranno rivolte. C'è il rischio che gli dicano che un tedesco, dopo l'enormità della Shoah, deve maneggiare con molta cura parole e argomenti sul sionismo e su Israele? Ecco allora Grass: «Poiché dal mio Paese, di volta in volta toccato da crimini esclusivi...». Gli potranno dire che non sta bene che un volontario delle Waffen SS possa pronunciare simili accuse contro lo Stato ebraico? Ed ecco ancora Grass: «Pensavo che la mia origine, gravata da una macchia incancellabile...». C'è forse la percezione che la veemenza polemica nei confronti dello Stato d'Israele e l'indulgenza minimizzatrice per l'antiebraismo violento di Ahmadinejad possano alimentare il sospetto di una vena antisemita camuffata da oltranzismo antisionista? Ecco ancora una volta Grass: «Il verdetto "antisemitismo" è d'uso corrente».


Il guaio è che le accuse che Grass si premura di smontare in anticipo sono tutte tremendamente fondate. Chi ha aderito alle Waffen SS dovrebbe essere più prudente nei suoi giudizi. Nel 2006 lo stesso Grass pronunciò su un quotidiano israeliano parole che sembravano dettate da un tormento autentico. «Io so quali ferite il simbolo delle SS, il termine SS, riapra nella memoria di molti degli abitanti d'Israele e devo accettare che la doppia S sarà per me il marchio di Caino fino alla fine dei miei giorni». Per Grass «il marchio di Caino» dev'essere diventato un segno sbiadito. Possibile che le minacce iraniane e il reiterato proposito di costruire la bomba atomica per annichilire lo Stato d'Israele non inducano Grass a ricordare l'odio antiebraico che dominava quella doppia S?

E anche l'accusa di antisemitismo «d'uso corrente». D'uso corrente, purtroppo, non è l'accusa, ma proprio l'antisemitismo. Nella propaganda antisionista dei Paesi musulmani moderati ed estremisti, che negano il diritto stesso dello Stato d'Israele ad esistere, la distinzione tra «ebreo» e «israeliano» è semplicemente scomparsa. L'obiettivo sono gli ebrei, nei Paesi islamici in cui le tv trasmettono sceneggiati ricavati dai Protocolli dei savi anziani di Sion . Possibile che tutta l'indignazione di Grass sia indirizzata sugli armamenti dello Stato d'Israele, mai sull'antisemitismo, «d'uso corrente», che in Europa inneggia alla strage di bambini ebrei a Tolosa? E infine sui «crimini esclusivi» della Germania. Certo, quel passato non può passare facilmente e Grass non si può permettere di fare ironie su un tema incandescente come l'appoggio che il popolo tedesco diede alla politica di annientamento degli ebrei in Europa. Non basta una poesia per nascondere tanta insensibilità.

5 aprile 2012 | 15:14


L’ultimo libro, diario della riunificazione

L’ultimo libro firmato da Günter Grass uscito in Italia s’intitola Da una Germania all’altra (Einaudi): si tratta del diario tenuto dal premio Nobel nel 1990, l’anno nel quale, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, venne realizzata l’unificazione tra le due Germanie. Un processo che Grass criticò duramente, in quanto, a suo avviso, gestito nei termini di una pura annessione del più debole da parte del più forte.

Nato a Danzica nel 1927, Grass raggiunse il successo con il romanzo «Il tamburo di latta» (1959). Altre sue opere sono «Gatto e topo» (1961), «Anestesia locale» (1969), «La ratta» (1986), «Il passo del gambero» (2002) Grass è stato uno degli esponenti più in vista della cultura antifascista, che rimproverava alla società tedesca di aver rimosso il proprio passato hitleriano. Solo nel 2006 Grass rivelò, prima in un’intervista e quindi nella sua autobiografia «Sbucciando la cipolla», di aver vestito, sia pure adolescente, l’uniforme delle Waffen SS



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Pier canta il suo «amore da bodyguard»

Corriere della sera

L'ex poliziotto, compagno di Rosi Mauro, con i cd sulle bancarelle di Pontida. E Radio Padania aiutava il «talento»


MILANO - «Sogno un amore che come un bodyguard sta sempre insieme a me...»: sotto il gessato vistoso, sotto la chioma fluente e la barba non rasata che danno un aspetto sauvage , batte un cuore tenero. Sì, perché Pier Mosca, che ha messo in musica quella lirica d'amore, il suo sogno l'ha realizzato. Era il bodyguard di Rosi Mauro, ne è divenuto il compagno. E lei, come un Pigmalione al femminile, lo ha ripagato strappandolo al suo umile destino: da semplice poliziotto che era lo ha fatto assumere dal Senato in qualità di consulente, gli ha pagato l'università all'estero con i soldi del Carroccio ma soprattutto ne ha assecondato gli estri musicali mettendo in vendita il cd di Pier Mosca alle feste della Lega e garantendo al cantante ospitate a Radio Padania.


Che peccato che adesso quella parabola rosa sia finita banalizzata e triturata dai verbali dell'inchiesta sulla Lega Nord, accostata a storie di fondi pubblici usati per fini privati e per privilegi da «casta». Ieri una delle hit di Pier Mosca intitolata «Kooly Noody» (parole senza significato in inglese, ma basta afferrarne il suono in italiano) è stata molto cliccata su YouTube, ma la favola del bodyguard cantante è la perfetta sintesi della situazione in cui si è cacciata la Lega. Innanzitutto una precisazione anagrafica. Pier Mosca si chiama in realtà Pierangelo Moscogiuri, è nato 37 anni fa a Varese e per anni è stato un agente in servizio alla questura della sua città.


Ignari del talento che avevano in casa, i perfidi colleghi di Moscogiuri gli avevano affibbiato il nomignolo di «Bellicapelli», per l'abitudine del giovanotto di sfoggiare una chioma leonina. E «Bellicapelli» era rimasto tale anche dopo essere stato assegnato alla scorta del segretario lumbard Umberto Bossi.

Si sa com'è il capo leghista: un tiratardi, uno senza orari, uno con cui finisci per condividere giornate e nottate. E dove c'è Bossi, immancabile c'è anche Rosi Mauro, la «badante» o «la pasionaria» che non si stacca mai un attimo dal leader al punto di aver preso un appartamento a Gemonio a pochi metri dalla «real casa» bossiana. E insomma, son cose che accadono e non si possono mai spiegare bene, sta di fatto che la Rosi e il poliziotto cominciano a prendersi in simpatia, cominciano a frequentarsi e piacersi. Alla fine tutti sapevano tutto ma nessuno parlava. Ma nel 2009 Pierangelo si è messo in aspettativa dalla polizia di Stato ed è stato assunto poco dopo da Palazzo Madama; anzi «dalla vicepresidenza del Senato», come ha messo a verbale l'impiegata di via Bellerio Nadia Dagrada interrogata dai pm.

In che cosa consistesse questa consulenza nessuno ha voluto chiederlo, resta che la situazione era praticamente immutata: dove c'era Bossi c'era Rosi Mauro e dove c'era la Rosi ecco apparire anche l'ex agente. Il quale però comincia a lasciar trasparire la sua passione per le sette note: intrattiene Bossi e Tremonti nelle serate a Ponte di Legno cantando «Oh mia bela Madunina», riesce anche a incidere un brano - l'ormai mitico «Kooly Noody» - in tandem con Enzo Iacchetti e a presentarlo alla Notte Bianca di Varese.

Il gran debutto davanti alla platea leghista arriva però in occasione della gita in battello sul lago di Como che il SinPa (il sindacato padano guidato da Rosi Mauro) organizza ogni anno per il primo maggio: lì l'ex agente, presentandosi come Pier Mosca, intrattiene i gitanti con le sue canzoni contenute nel cd che è riuscito a incidere dall'enigmatico titolo, «Tra dire e tradire». Un successone, giura chi c'era, tanto che due giorni dopo Pier Mosca è ospite della trasmissione di Radio Padania «Con l'aria che tira». Lì, con voce velata di modestia, il cantante confessa di avere come modelli Elvis Presley e Johnny Cash ma di non disdegnare il genere melodico come testimonia il brano che dà il titolo al cd e che contiene l'immagine del bodyguard appassionato: in pratica una dichiarazione d'amore. Con gli amici si definisce un crooner , vale a dire quel genere di cantante e intrattenitore i cui connotati sono stati fissati per sempre nella storia della musica da Frank Sinatra.

Anche il conduttore dell'emittente leghista si lascia prendere dall'entusiasmo in occasione dell'ospitata (la registrazione è reperibile sempre su YouTube) e proclama: «Ma se non li aiutiamo noi questi giovani talenti, chi potrà dare loro una mano?». Detto e fatto: «Tra dire e tradire» comincia a circolare sulle bancarelle dei gadget alle feste del Carroccio e c'è chi giura che qualche scatolone pieno di copie intonse del cd sia ancora oggi depositato in qualche ripostiglio di via Bellerio.

Claudio Del Frate
8 aprile 2012 | 13:18

Lusi, Belsito e tesorieri vari: chi gestisce i soldi dei partiti

Libero

Non solo i "cattivi" di Margherita e Lega. All'Idv gestiscono gli immobili di Di Pietro, l'ex Pci vuole più soldi, l'Udc è indagato



Forse sarebbe meglio chiamarli “bilancieri”, cioè coloro che compilano il bilancio dei partiti. Ma, probabilmente, cambiare l’etichetta non basterebbe a rendere meno sexy la carica. Sono i tesorieri. E lo sono perché l’ufficio consiste nella gestione del tesoro dei partiti. Mai nome fu più proprio, mai mestiere fu più pericoloso e tentatore. Provateci voi a gestire flussi di decine di milioni di euro in arrivo dallo Stato tenendo a freno la tentazione di allungare le mani. Qualcuno ci riesce, qualcuno attinge senza farsi sgamare, altri si fanno beccare con braccia e gambe dentro la marmellata. Dal ’94, ovvero dall’inizio della seconda Repubblica, i partiti hanno incassato rimborsi elettorali per 2,7 miliardi di euro, spendendone effettivamente soltanto 700 milioni. Il resto? Boh. Ed è in questa zona grigia che è prosperato il mito dei ras delle note spese, rendendo una loro firma più preziosa di un autografo di Lady Gaga. Il catalogo? È sommariamente questo.


Rocco Crimi (Pdl). Deputato dal 1994, farmacologo, ex sottosegretario allo Sport, è stato anche il tesoriere di Forza Italia. E, tutto sommato, è il più sereno della truppa. Si sa che il grano, a via dell’Umiltà, lo tira fuori il capo ed è sempre stato così, sia ai tempi di Fi sia adesso col Pdl. Non solo: Berlusconi fa fronte anche ai debiti, dato che garantisce con fidejussioni personali  una cifra pari a 179 milioni di euro. Di contro gli azzurri incassano circa 20 milioni di euro all’anno come rimborso elettorale. La soddisfazione di Crimi è essere il tesoriere più ricco: ammonta a 377mila euro la sua dichiarazione dei redditi personale del 2011.  Ma le gioie  finiscono qui. Da quando il Cavaliere ha lasciato Palazzo Chigi, ha anche chiuso i cordoni della borsa e adesso mandare avanti il partito è diventata dura. Il tesoriere azzurro ha dovuto razionalizzare le risorse e dire tanti no ai candidati sindaci arrivati in pellegrinaggio nelle ultrime settimane per pietire un contributo elettorale. 

Antonio Misiani è il “leghista” del Partito democratico. Non per le affinità con Belsito, ma per la competenza in materia di federalismo fiscale. Bergamasco, deputato dal 2006, è il tesoriere del Pd da tre anni. Misiani è  d’accordo circa la necessità di certificare i bilanci, ma è contrario a tagliare i fondi statali dei partiti. Un “indegno”  allievo del suo maestro. Perché Ugo Sposetti, tesoriere della fondazione Ds e storico cassiere del Bottegone, si spinge oltre: la politica italiana «costa poco» rispetto a Germania, Francia e Spagna. Dunque, vuole altri soldi.

Pippo Naro fa rima con denaro e i pubblici ministeri fanno fatica a credere  che si tratti solo di una casualità. Il segretario amministrativo dell’Udc fu arrestato nel ’93  per presunto abuso d’ufficio venendo poi assolto con formula piena. A novembre scorso rieccolo nel mirino delle toghe: sotto inchiesta per una presunta tangente da 200mila euro che un imprenditore ha confessato di avergli pagato. Aspetta l’esito delle indagini, Casini gli ha confermato fiducia.

Silvana Mura, oltre a essere la tesoriera dell’Italia dei valori, è anche l’ombra di Antonio Di Pietro. La deputata è amministratrice di  Antocri, l’immobiliare di Tonino (la sigla nasce dalle iniziali di Antonio, Toto e Cristiano, i suoi figli) che gestisce il patrimonio immobiliare dell’ex pm e affitta alcune sedi di partito all’Idv. Ficcare il naso nei conti dell’Idv è una pia illusione: Achille Occhetto ed Elio Veltri ci hanno provato, chiedendo una parte del rimborso elettorale per le Europee del 2004 (si candidarono in società con l’Idv): sono ancora lì che aspettano.

Luigi Lusi. Che dire? «Sono un tesoriere, non sono un santo», si è giustificato da Santoro. Secondo i pm ha sottratto 20 milioni di euro alla Margherita. Lui: «È il borderline del finanziamento della politica», cioè né lecito né illecito. Ex scout con la passione per i villoni ai Castelli romani, lo snorkeling, gli spaghettini al caviale da 180 euro. L’unica Margherita che ha mai mangiato non era una pizza.

Francesco Belsito. Vicenda che parte al volante e finisce (forse) su una volante: era l’autista dell’ex ministro forzista Alfredo Biondi, poi assistente di Maurizio Balocchi. Scomparso il sottosegretario leghista, ne eredita il posto al governo e al partito: tesoriere di via Bellerio. Il primo sputtanamento con l’investimento di soldi del Carroccio in fondi in Tanzania. Il resto della frittata se la cucina da solo raccontando tutti i fatti suoi al telefono mentre la procura di Napoli gli intercetta il cellulare.

Ma mica sono tutti così, i cassieri. Al catalogo vanno aggiunti i “tesorieri in ramadan”:

Nino Lo Presti di Fli, che si vanta: «Siamo l’unico partito che non prende il finanziamento», non ancora; i “tesorieri pentiti”: il povero Franco Pontone, tirato in mezzo da Fini nella vicenda della casa di Montecarlo; i “tesorieri kamikaze”: 

Mario Staderini dei radicali che vuole abolire i rimborsi; i “tesorieri visionari”: il mastelliano


Tancredi Cimmino, che a Panorama dice: «Monti mi chiami, gli spiego io come risparmiare un miliardo»...


di Salvatore Dama
08/04/2012




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