lunedì 9 aprile 2012

Renzo Bossi: «Dò l'esempio, mi dimetto»

Corriere della sera

Lascia la poltrona di consigliere regionale il figlio del Senatùr. «Sono sereno. Fiducia nei giudici anche se non sono indagato»


MILANO - Dopo il padre lascia anche il figlio. «Mi dimetto», così Renzo Bossi ha annunciato durante un'intervista al Tgcom 24 di voler lasciare la poltrona di consigliere regionale in Lombardia.

«SO COSA HO FATTO» - «Lascio senza che nessuno me l'abbia chiesto, faccio un passo indietro in questo momento di difficoltà, dò l'esempio», ha detto ancora Bossi jr. Poi: «Sono sereno e ho fiducia nella magistratura - aggiunge -, anche se non sono indagato». «È giusto e opportuno farsi da parte, sono sereno e so benissimo cosa ho fatto», ha concluso. Per quanto riguarda le dimissioni da segretario di Umberto, il Trota (questo il soprannome affibbiatogli nel 2008 dal padre) : «È stata una scelta difficile fatta per salvare il movimento e dare alle domande che tutti si pongono, le risposte che nel giro di poco tempo si avranno». La notizia arriva dopo la tempesta che ha travolto via Bellerio e le indagini sull'utilizzo per fini personali dei finanziamenti pubblici ai partiti.

CARRIERA SCOLASTICA E GAFFES - Renzo è nato a Varese nel 1988 ed è stato coinvolto nelle vicende della Lega fin dagli albori. Molto spesso a fianco del padre soprattutto dopo la malattia che lo colpì Umberto nel 2005. A gennaio 2009 è stato nominato membro dell'Osservatorio della Lega Nord sulla trasparenza e l'efficacia del sistema fieristico lombardo, nomina che ha attirato non poche accuse di nepotismo. Alle elezioni regionali lombarde del 2010 è stato candidato dalla Lega Nord nel collegio provinciale di Brescia. La candidatura, ad appena 22 anni e senza che la sua travagliata carriera scolastica lasciasse presumere una specifica preparazione politica, suscitò critiche per quello che appariva come un palese esempio di nepotismo, in contrasto con le posizioni precedentemente adottate dalla Lega. Renzo Bossi fu comunque eletto consigliere regionale con 12.893 preferenze, sarcasticamente attribuite da alcuni critici ai "voti dei compagni di classe". Celebri anche le sue gaffe: nell'agosto 2009 si iscrisse al profilo di Facebook della Lega Nord Mirano, in cui compariva un manifesto autoprodotto con lo slogan "legittimo torturare i clandestini". Successivamente fu oggetto di dure critiche per aver pubblicato sulla rete sociale Facebook un gioco, Rimbalza il clandestino, il cui scopo era allontanare dalle coste dell'Italia vari gommoni di immigrati.

Redazione Online9 aprile 2012 | 13:59

Autista e bodyguard di Renzo Bossi, «Ero il suo Bancomat personale»

Corriere della sera

Marmello: «Il figlio del Senatur mi dava le ricevute delle sue spese personali e io ritiravo i soldi in via Belelrio»



MILANO - «Non ce la faccio più, non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità. Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso basta, sono una persona onesta, a questo gioco non ci voglio più stare». Lo dichiara al settimanale Oggi (in edicola da martedì) Alessandro Marmello, autista e bodyguard di Renzo Bossi.


video


Marmello, che ha documentato le sue affermazioni anche con una serie di video, racconta la sua versione dei fatti in una lunga intervista. Marmello - si legge nell'anticipazione diffusa dal settimanale - ha lavorato come autista di Renzo Bossi per tre mesi nel 2009. Il contratto a progetto era emesso dal Gruppo Lega Nord Padania Camera dei deputati e intestato all'allora capogruppo Roberto Cota. Dall'aprile 2011 Marmello è stato assunto dalla Lega, racconta, con un contratto a tempo indeterminato emesso direttamente dalla Lega Nord Padania. E firmato dal tesoriere Francesco Belsito. «Da quel momento avrei avuto disponibilità di denaro contante per le spese relative al mio servizio. Ogni volta che avevo bisogno di soldi per fare benzina, oppure pagare eventuali spese per la manutenzione dell'auto, ma anche per pagare il ristorante quando ci trovavamo, spesso, fuori Milano, potevo andare direttamente all'ufficio cassa alla sede della Lega, in via Bellerio, firmare un documento che non prevedeva giustificazioni particolari e ritirare ogni volta un massimo di 1.000 euro. Anche più volte al mese».

«Il fatto è - spiega - che questo
denaro mi veniva dato come corrispettivo degli scontrini e delle ricevute che presentavo. E tra queste ricevute molte mi erano state date da Renzo per coprire sue spese personali: poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi. L'ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi. Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici. Certamente, almeno credo, non spendibili per accontentare le spese personali di Renzo Bossi».

(Ansa) 9 aprile 2012 | 12:44




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Se il "made in Ikea" vince anche in Cina

di -

Il colosso svedese conquista la patria del low cost. Nel negozio di Pechino 6 milioni di visitatori l’anno: è il record mondiale

Basta un sabato a Pechino per contarne tanti quanti in una settimana intera in una città d’Europa. Ventottomila in un giorno, tutti nel negozio Ikea della capitale.



È il più frequentato al mondo: sei milioni di visitatori nel 2011, più che tutti i danesi o i finlandesi in massa. Il record successivo, guarda caso, spetta al negozio di Shanghai: 5 milioni di visitatori nel 2011. Anche lì, non basterebbero tutti gli abitanti della Nuova Zelanda o dell’Irlanda. Numeri mostruosi, giganti come l’Impero celeste: che di solito è conquistatore ma, in questo caso, come i romani coi greci, è conquistato. Dal design del marchio svedese, ma soprattutto dal modello che rappresenta, lo stile di vita occidentale che molti cinesi desiderano se non proprio imitare, almeno guardare, conoscere, provare. A guidare le operazioni sul fronte orientale c’è una donna, Gillian Drakeford, che di recente ha spiegato al Wall Street Journal come funziona il mondo Ikea in Cina. Primo: le vendite sono cresciute del venti per cento nell’ultimo anno, per un totale di 775 milioni di dollari (quasi 590 milioni di euro). Il che significa che i cinesi non amano i negozi della catena svedese soltanto per farci un giro, ma comprano pure.

Anche se il fenomeno Ikea-luna park è ancora piuttosto diffuso: come ha raccontato anche il Los Angeles Times tempo fa, molti (e molti in Cina significa sempre moltissimi) amano così tanto gli store che ci portano tutta la famiglia per la scampagnata del weekend, ci trascorrono anche quattro o cinque ore, mangiando gelati e hot dog, bevendo caffè, gironzolando fra i mobili e magari appisolandosi pure su un divano. C’è anche chi ha scelto l’Ikea come luogo romantico: lo Shanghai Daily ha scoperto che nel negozio cittadino, al martedì e al giovedì pomeriggio uomini e donne single fra i 40 e i 60 anni si ritrovano nella zona caffè, sorseggiano una bibita o un tè (se si ha la tessera fedeltà è pure gratis), si incontrano, fanno amicizia, e qualcuno qualcosa di più. All’inizio occupavano il ristorante per ore - hanno spiegato gli inservienti - così alla fine hanno creato un’area apposta per loro.

Ma i numeri della signora Drakeford dicono che i cinesi sono stati conquistati davvero: il cliente tipo è attratto dallo stile di vita occidentale, è giovane (fra i 25 e i 35 anni), ha un reddito e un’educazione superiori alla media. Sono interessati al design, e al marchio. È insomma la middle class delle grandi città, il nuovo ceto in ascesa che acquista le case e anche i mobili, in uno «spazio vitale sempre più ristretto» come spiega la Drakeford: case di 70-90 metri quadri, abitate da varie generazioni della stessa famiglia, stipate all’inverosimile.Il punto è che il reddito, anche se più elevato rispetto a milioni di concittadini, è comunque inferiore rispetto alla classe media occidentale: e perciò Ikea deve fare i conti con la concorrenza al ribasso. «Dal 2000 abbiamo tagliato i prezzi del 60 per cento» confessa Drakeford. Per esempio: il tavolo «Lack» costava 120 yuan quando Ikea ha aperto, oggi ne costa 39.

Il problema non sono i copioni spudorati (come nel caso di Apple, sono stati scoperti anche falsi negozi Ikea), ma i rivali locali che si stanno creando un loro spazio. Quindi: il gigante dell’arredamento di design low cost si è preso la Cina, il Paese del low cost per eccellenza. Ma deve comunque battere sul tasto dell’offerta, ed essere ancora più low cost del solito. Come? Facile, rifornendosi sul posto. Spiega sempre Drakeford: «A livello globale il 30 per cento dell’assortimento Ikea arriva dalla Cina; circa il 65 per cento della merce venduta in Cina arriva da fonti cinesi». Cioè l’Ikea ha conquistato la Cina, ma pure la Cina ha cinesizzato gli svedesi. Il risultato è chiaro a tutti: un grande business. E anche una metamorfosi dell’identità, di quella Cina che guarda a Occidente anche per i valori, l’estetica, lo stile. Perché quando cominci a mettere via i soldi, cambi anche vita. L’ha spiegato un giovane cliente: «Vogliamo essere moderni». È così semplice, e a volte basta solo pagare.



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Investimenti della Lega in Tanzania, Calderoli sapeva tutto»

Il Messaggero

di Claudia Guasco


MILANO - Il 15 maggio del 2009 Roberto Calderoli varca i cancelli della caserma della guardia di finanza di Milano. Qui, in un lungo interrogatorio, si difende dall’accusa di aver intascato due buste contenenti 200 mila euro ciascuna. Mittente del regalo, l’ex numero uno della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani. E a consegnare il denaro, secondo l’accusa, è il parlamentare del Pdl Aldo Brancher, uomo di collegamento tra il Pdl e la Lega. 


Un sodalizio, quello tra Brancher e Calderoli
, che si conferma più forte che mai nella gestione degli affari della Lega, i cui bilanci - sospettano i pm - venivano truccati dall’ex tesoriere Francesco Belsito per camuffare gli esborsi a favore della famiglia Bossi e del cerchio magico.

Tra i beneficiari dei soldi dispensati all’entourage del Senatur, si legge negli atti, figura anche il senatore del Carroccio Roberto Calderoli. Che a quanto emerge dalle intercettazioni non si accontenterebbe di stornare un po’ di denaro dai fondi del movimento padano, ma sarebbe direttamente coinvolto nelle due operazioni più discusse effettuate da Belsito, ovvero gli investimenti a Cipro e in Tanzania. E’ proprio l’ex tesoriere, in una telefonata con la responsabile amministrativa Nadia Dagrada, a mettere a fuoco il ruolo del senatore: «Calderoli arriva, il casino l’ha fatto lui, dice che (parrebbe vuole) i soldi in Tanzania».

Si tratta di denaro che tramite un giro di conti esteri parte da via Bellerio e approda appunto in Tanzania
: sei milioni di euro che Belsito gestisce in parte con fondi del Carroccio e in parte con un finanziamento erogato dal suo ex socio d’affari Stefano Bonet. Il quale a sua volta ha stretti legami con Brancher, condannato a due anni per appropriazione indebita e ricettazione in uno stralcio del procedimento sulla tentata scalata di Banca Popolare di Lodi ad Antonveneta. In almeno due circostanze l’ex ministro lampo per la Sussidiarietà e il Decentramento, che guidò per soli diciassette giorni, si è avvalso della collaborazione di Bonet. La prima da presidente del fondo governativo Odi (Organismo di indirizzo), istituito nel gennaio 2011 con l’obiettivo di finanziare progetti dei comuni confinanti con le province autonome di Trento e Bolzano e una dotazione di 160 milioni di euro. «In occasione di una manifestazione di presentazione del fondo, Bonet è stato presentato da Brancher come suo collaboratore», annotano gli investigatori.

I rapporti tra i due si riallacciano in riva al lago, dove la società Polare di Bonet figura tra gli sponsor principali di «Garda Endurance Lifestyle», una manifestazione equestre con tanto di sceicchi giunti dal medio Oriente. Tra le intercettazioni agli atti c’è il riferimento a un «progetto Garda» di cui Bonet parla con una sua collaboratrice, lamentando un «problema di congruità» con gli «importi indicati». Ma poi conclude dicendo che «lì è un’operazione politica e bisogna pagare e fine della questione». Registrano gli investigatori: «A riguardo Belsito aveva riferito a Nadia Dagrada, tra le altre cose, che il Bonet ha dato al Brancher 150.000 euro per la ”festa del Garda”». L’operazione su cui si concentra l’attenzione degli inquirenti, tuttavia, è quella a rischio riciclaggio che porta alla Tanzania. Come è riportato negli atti, Bonet riferisce a Brancher di «un intreccio da svelare proprio sulla vicenda degli investimenti fatti da Belsito e la Tanzania e che lui ha molte informazioni che si possono dare sulla vicenda».

Bonet sa che Belsito ha sbianchettato la delega del partito che lo autorizza a trattare somme non superiori ai 150 mila euro. Ma secondo gli investigatori altre due persone sarebbero al corrente del ”dossier Tanzania”. Uno è l’eurodeputato leghista Francesco Speroni. Dice la Dagrada a Belsito in un’intercettazione: «Tieni presente che il fondo che hai fatto tu l’ha fatto Speroni quello lì della Tanzania». Poi insiste: «Guarda, quegli investimenti sono talmente tanto folli che Speroni ha fatto lo stesso investimento!...visto che è il cognato di qualcuno di questi qua». E l’altro che sa, secondo gli inquirenti, è Calderoli. Sui suoi rapporti con Brancher il primo ad alzare il velo è stato Fiorani in un interrogatorio in cui parla dei soldi per il leghista: «Brancher diceva di parlare per conto del senatore Calderoli, o si interponeva come richiesta anche per conto di Calderoli».



Domenica 08 Aprile 2012 - 10:09



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Direttore clinica di fertilità usa il suo seme per le fecondazioni e diventa papà di oltre 600 bimbi

Corriere della sera

Due dei suoi figli, insospettiti dalla somiglianza, hanno fatto il test del Dna e iniziato le ricerche degli altri fratelli



MILANO - Non si sa se l'abbia fatto per risparmiare o per delirio di onnipotenza ma un medico, direttore di una clinica fertilità a Londra, ha usato il proprio sperma per aiutare oltre 600 donne a dare alla luce i loro figli. È quanto riferisce il domenicale Sun on Sunday.

DOCUMENTI DISTRUTTI - Il «super-papà» si chiamava Bertold Wiesner. Nato in Austria, è stato il direttore con sua moglie della Barton Clinic dal 1940 fino al 1972, quando è morto. In precedenza si credeva che un gruppo di amici del medico avesse donato lo sperma, ma ora si è scoperto come solo Wiesner fosse il donatore. L'incredibile paternità è stata identificata attraverso il test del Dna per primo da David Gollancz, un avvocato londinese, che insospettito dalla somiglianza si è poi messo sulle tracce dei suoi fratelli e sorelle biologici. A indagare è stato anche il documentarista canadese Barry Stevens, altro figlio biologico di Wiesner, che ha rintracciato altre dodici persone nate dalle donazioni del medico austriaco. Le ricerche sono durate anni perché la moglie del medico, Mary Barton, aveva distrutto tutte le prove delle innumerevoli donazioni di sperma del marito.

Redazione Online
9 aprile 2012 | 10:16





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Iraq, dopo 8 anni rispunta al-Douri ombra di Saddam

Corriere della sera

Izzat Ibrahim al-Douri, il più importante collaboratore del dittatore iracheno Saddam Hussein, è ricomparso per la prima volta in un video dal 2003, anno dell’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione a guida Usa.
Nel video diffuso da un sito web del partito Baath in occasione del 65mo anniversario della sua fondazione, al-Douri accusa l’attuale governo di Baghdad e i Paesi arabi di volere «un’invasione militare straniera» anche in Siria, «come in Iraq e in Libia». E invoca «resistenza e ricostruzione del partito rivoluzionario Baathista».  Al-Douri, oggi 70enne, era con Saddam Hussein vicepresidente del "Consiglio di comando della rivoluzione" ed è il sesto nella lista delle 55 personalità più ricercate dagli Usa.
Su di lui pende una taglia di 10 milioni di dollari. Nel video, che non è stato possibile datare nè autenticare, al-Douri appare con il viso emaciato e le mani tremanti. A tratti si inceppa sulle parole. Indossa l’uniforme dei tempi di Saddam, accanto a lui vi sono la bandiera del vecchio Iraq e alcuni uomini in divisa di cui non si vede il volto.



Come Renzo il "Trota" inguaiò il papà: pasticci e bugie di un ex predestinato

Il Messaggero


di Mario Ajello


ROMA - Giove, figlio di Saturno, fu nascosto dalla madre, per non essere divorato dal padre, e poi distrusse il genitore diventando governatore del cosmo. Se a Renzo Bossi fosse andata come a Zeus - ma il Trota alla mitologia predilige la filosofia: «Amo Popper» - oggi l’Umberto sarebbe nella polvere e lui sugli altari. Invece, sono piombati giù entrambi dall’olimpo della Padania che non c’è. Dove l’anziano leader, che ha sempre creduto alle balle del figliolo, ancora mostra di crederci a dispetto di tutto: «Renzo mi ha portato le prove che l’auto è sua, se l’è pagata lui con il leasing e di questo sono certo perché ho visto le carte con i miei occhi». Le stesse carte che, quando Staffelli di Striscia la notizia lo ha incontrato l’altro giorno in un’area di sosta della Milano-Varese a bordo del suo mastodontico suv Audi, il Trota avrebbe potuto mostrare. Ma non l’ha fatto, e s’è preso il Tapiro.


Anche il libretto universitario, ma non si capiva di quale università, il Trota esibì una volta al genitore (che reagì tutto contento: «E’ pieno di trenta»), ma ora si scopre che i successi accademici dello pseudo-economista Renzo non sono a loro volta limpidissimi come a suo tempo furono quelli di Ricardo o di Sraffa. E comunque ottenuti, se sono stati ottenuti, in una università privata di Londra, pagata da Belsito che a sua volta ha preso laggiù anche una delle sue due lauree, l’altra l’ha vinta o comprata a Malta.

Trota e Belsito, in tempi diversi, avranno dunque frequentato il medesimo college, ovviamente non la London School of Economics e tantomeno la London Business School da cui esce la classe dirigente della Gran Bretagna e non quella che arriva sul sacro pratone di Pontida a cavalcioni delle mucche dei Cobas anti quote latte inneggiando ad Asterix e a Obelix? Quanto alla laurea di Renzo, quella ancora non si vede, neppure in versione tarocca. Del resto anche il papà è un esperto nel ramo dei trofei accademici non ricevuti. «L’Umberto! Le ha mangiate le mie bistecche», ha raccontato sua sorella Angela tempo fa: «Oh, stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea, senza essersi mai laureato». Ma riecco il figliolo.

«So che ogni tanto Renzo va a Londra a frequentare le lezioni - narra agli inquirenti Nadia Dagrada, segretaria amministrativa della Lega - e le spese cono tutte a carico della Lega. Il costo credo sia sui 130.000 euro». Tanti o pochi per la formazione di un Trota che sarebbe potuto diventare delfino, se non avesse rovinato se stesso e soprattutto il suo creatore? Questa piccola grande storia, genere andante spinto, rimanda - se vogliamo divertirci a nobilitare l’impossibile - alla scuola di Vienna nel primo ’900. Allora, con Freud, venne rovesciata la concezione del bambino, visto fino a quel momento come simbolo di innocenza e purezza e ora ”condannato” dalla nuova prospettiva freudiana ad una dimensione che lo vede - secondo lo slang psicoanalitico - come «perverso polimorfo». Ecco, nei confronti dell’Umberto, papà credulone, genitore rovinato dal figlio, Renzo agisce come una Trota perversa polimorfa.

Ma forse Bossi senior se l’è cercata la sua sorte. Quando infatti due anni fa l’allora ministro Renato Brunetta disse che «i bamboccioni devono essere buttati fuori di casa», l’Umberto teneramente replicò: «Io i miei me li tengo». Sarà perché è stato abituato così, a ricevere coccole in famiglia e fuori premi dovuti alla famiglia (i 12.000 euro di stipendio netto mensile che il Trota riceve come consigliere regionale eletto d’imperio a Brescia per volere di mamma e papà), di fatto «al Pirellone neanche un caffè si paga Renzo», assicura la solita Nadia nella sua loquacità. E anche «la scorta, la benzina, le bollette del telefono paghiamo noi», aggiunge la donna.

Ma il Trota si piace così. E’ uno che, insieme a ministri e teste d’uovo del passato governo, frequentava con il genitore i summit economici a palazzo Grazioli e i vertici di maggioranza sulle riforme istituzionali ad Arcore. Fino ad attirare su quei consessi le ironie del transfuga Fini: «A che punto sono arrivati, si portano appresso pure il pupo». Il Trota poteva però, e può tuttora che ne ha particolarmente bisogno, avvalersi dei preziosi consigli politici del Merolone. Chi? Valerio Merola, l’ex conduttore televisivo, di cui è amico per la pelle. Il Merolone, gran sciupafemmine, ha messo a disposizione la sua Lamborghini Countach e le sue conoscenze nel mondo delle discoteche e dei locali notturni per la campagna elettorale del Trota nel bresciano. Risultato: 12.836 preferenze. Anche grazie alla leghista Monica Rizzi, soprannominata Monica della Valcamonica, quella che ha finto di essere psicologa vantando una laurea inesistente, a sua volta citatissima nell’inchiesta in corso, per la casa che le pagava Belsito.

Più ardua la gara del Trota contro con Super-Mario Balotelli. Si sono litigati le grazie di Eliana Cartella, splendida ventenne, una barista col sogno di diventare modella. Il Trota pensava di spaccarle il cuore, lei lo molla subito («Renzo è romantico, Balotelli è bello») e lui si sfoga su Chi: «Tante delle ragazze che mi si avvicinano lo fanno soltanto per andare su qualche copertina patinata». Però tra auto, pupe, calcio (Renzo è il patron della nazionale della Padania, campionessa nel 2008 nel trofeo mondiale delle nazioni non riconosciute) e bici (ha organizzato il primo Giro della Padania nel settembre scorso e a ogni tappa i ciclisti venivano accolti da pernacchie e sputi), il nostro eroe se la gode. E’ stato pizzicato mentre sfrecciava con l’Audi munita di lampeggiante e sventolava la paletta della polizia sotto il naso degli altri automobilisti, per il gusto di vederli sbiancare dalla paura. E questo probabilmente è l’episodio a cui ora si riferiscono i pm e che avrebbe spinto un certo Silvio (Berlusconi?) a dover intervenire per aggiustare la vicenda. Per fare colpo su una certa Stefania, Renzo ha prenotato un intero ristorante di sushi a Milano. Senza avere il coraggio però di fare pasteggiare la sua bella, bevendo le ampolline della sacra acqua del Po che il padre immortalò così in una lirica giovanile: «Scendono calde quelle acque lente, come la piscia».

E i soldi per la campagna elettorale del fanciullo? Anche quelli, indirettamente, provenienti dal Carroccio: ma il Trota lo nega, così come respinge tutte le altre «falsità», compresa quella di avere - parola di Nadia - «brutte frequentazioni, altro che Cosentino». I sospetti riguardano, tornando indietro, anche il suo diploma di scuola superiore, ottenuto al quarto tentativo dopo che i primi tre («E’ colpa dei professori meridionali!», protestò il povero Umberto) erano andati male («E’ solo perché ho presentato una tesina su Carlo Cattaneo e i terun lo odiano», si giustificò il rampollo). Poi è riuscito ad ottenere la maturità, ma la manina della Lega forse s’è insinuata anche in questo suo successo. «Non dirò mai dove ho preso il diploma», ha affermato l’altro giorno Renzo. E chissà che non se lo sia aggiudicato, per corrispondenza, nello stesso istituto di Frattamaggiore, nel napoletano, in cui afferma di averlo ottenuto Belsito.

Questo il milieu in cui nuota il successore mancato al trono della Padania. Al quale - dopo che l’Umberto gli negò il titolo di delfino dicendo: «Che lì, per ora, al massimo l’è una trota» - è cominciato subito a piacere il proprio soprannome: «La trota è un pesce che nuota nelle acque limpide». E nel caso suo, balla pure. Una volta, alla discoteca dei fighetti milanesi e delle arcorine, l’Hollywood, gli presentano un conto troppo salato e lui: «Io pagare? Ma siamo matti? Voi dell’Hollywood lavorate, perché noi stimo al governo!». Un ganassa. Proprio come, ma in maniera meno simpaticamente popolaresca, il suo genitore. «I figli - canta Francesco De Gregori - sono uguali ai padri, e non c’è niente da fare». Se non distruggerli: ma c’è modo e modo per farlo, e il Trota ha scelto il peggiore.



Sabato 07 Aprile 2012 - 11:59


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Ecco i disobbedienti che sfidano il Papa

di -

Il cardinale austriaco, l’irlandese, il tedesco: ci sono loro dietro la spinta per sacerdozio femminile e unioni gay


Da come i capi delle principali diocesi del mondo stanno reagendo alle richieste, continue e in aumento, di rinnovamento e riforma che gruppi di fedeli di mezza Europa rivolgono loro perché le trasmettano in Vaticano, si può comprendere quali schieramenti si fronteggeranno in occasione del prossimo conclave che comunque, stando alle condizioni fisiche di Benedetto XVI, non dovrebbe avere luogo in tempi brevi.


Benedetto XVI

In Austria, Germania, Belgio, Irlanda, Svizzera, ma anche in diversi paesi anglosassoni, su tutti l'Australia, gruppi di fedeli spinti anche da diversi sacerdoti che la Santa Sede definisce «irrequieti», chiedono alla chiesa di adeguarsi allo spirito dei tempi. «La situazione è drammatica», ha detto giovedì il Papa commentando proprio la spinta di questi gruppi che chiedono non solo l'abolizione del celibato sacerdotale vista come antidoto alle pedofilia nel clero, ma anche l'ordinazione sacerdotale femminile, la concessione dell'eucaristia ai divorziati risposati, un governo della chiesa più collegiale e con incarichi e compiti di sempre maggior peso lasciati ai laici.

Se fino a qualche anno fa la leadership della chiesa cattolica, cardinali e vescovi insieme, vedeva contrapposte due fazioni, quella conservatrice e quella più progressista, oggi le cose sembrano cambiate. Ratzinger ha contribuito con le sue nomine a spostare «a destra» le gerarchie, ridisegnando il fronte del comando della chiesa in modo diverso rispetto al passato.

Alla guida delle chiese locali che contano è sempre più difficile che vengano inviati vescovi cosiddetti del dissenso o della disobbedienza. Piuttosto, le nuove nomine sono state sotto il segno della fedeltà (più o meno aperta verso il mondo e le sue istanze) alla dottrina di sempre. Il discrimine risiede nel diverso approccio che gli stessi vescovi hanno rispetto alle sfide della contemporaneità. I fronti fra le gerarchie insomma sono due: conservatori aperti al mondo da una parte, conservatori in ritirata dall'altra. «Conservatori creativi e contemporanei contro tradizionalisti», ha scritto il vaticanista americano John Allen.

Recentemente ha fatto scalpore la decisione del primate d'Austria, il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, di accettare la nomina di Florian Stangl, omosessuale sposato civilmente con il suo compagno, a capo del Consiglio pastorale di Stützenhofen, paesino a nord di Vienna. Secondo diversi vescovi Schönborn ha sbagliato: certe concessioni confondono. Per altri, invece, il suo tentativo di apertura e disponibilità al dialogo è lodevole. Schönborn non è isolato.

Insieme a lui c'è un fronte di berrette rosse, molte europee, che ritengono sia opportuno la chiesa sappia offrire segnali di apertura un tempo impensabili. In Germania c'è il «pari grado» di Schönborn, il capo della Conferenza episcopale tedesca Robert Zollitsch, che recentemente ha parlato in favore delle coppie omosessuali e ha invitato la chiesa a rivedere il celibato ecclesiastico. Quanto alle unioni omosessuali ha detto che «se esistono persone con questa predisposizione, lo Stato può adottare le opportune regolamentazioni».

In Belgio il primate André-Mutien Léonard è di linea diversa. Ma i suoi confratelli no: la maggior parte dell'episcopato si ritrova vicina al predecessore di Léonard, il cardinale Godfried Danneels cioè a colui che alla chiesa di Giovanni Paolo II contrapponeva, con indubbia intelligenza e personale carisma, una chiesa di retrovia, di base. Una chiesa che, di fronte alle sfide del mondo, non rispondesse sfoderando la spada, piuttosto ritirandosi in se stessa.

Anche in Irlanda soffia un vento nuovo. L'arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha attaccato a testa bassa la curia romana in merito alla pedofilia nel clero. Ed è divenuto l'«eroe» del New York Times. È stata Maureen Dowd, lo scorso giugno, a rendere nota una conversazione avvenuta tra lei e Martin nella quale la columnist arriva a dire che «Martin, da sempre dalla parte delle vittime, è un outsider» di una gerarchia dove spiccano in negativo i nomi del cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston che a seguito del deflagrare in diocesi del problema pedofilia si trasferì a Roma, e di Angelo Sodano, l'ex segretario di stato vaticano «che difese il noto pedofilo e padre di più figli Marcial Maciel Degollado», fondatore dei Legionari di Cristo.
 

Con Martin ci sono quei cardinali e vescovi ritengono sia arrivato il tempo di adottare la linea della trasparenza verso il mondo. Tra questi c'è anche l'arcivescovo di Boston Sean Patrick O'Malley il quale, in merito alla pedofilia, ha preso un'iniziativa dirompente: sul sito web della propria diocesi ha pubblicato nomi e cognomi dei preti (159 in tutto) accusati di pedofilia dal 1950 a oggi.



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Riadatta l’immobile affittato senza il consenso della proprietaria: il contratto è risolto

La Stampa


Per i contratti che richiedono la forma scritta, la clausola contrattuale, che prevede una risoluzione "ipso jure", è si una clausola di stile, ma rientrante nella autonomia delle parti, per cui deve essere provata la configurabilità di avvalersi della rinuncia. Questo è l’indirizzo ribadito dalla Cassazione nella sentenza 1761/12.

 Il Caso

Un uomo stipula con la proprietaria un contratto di locazione di un immobile ad uso commerciale. Il conduttore decide poi di effettuare dei lavori di notevole rilievo. Non si premura però di ottenere il consenso della locatrice contravvenendo a quanto esplicitamente previsto dal contratto. La donna, appena accortasi dell’effettuazione dei lavori eseguiti dal conduttore, si rivolge ad un legale di fiducia per contestare per iscritto l’intrapresa ristrutturazione e incarica un proprio tecnico di redigere una relazione. Agisce dunque in giudizio e ottiene la dichiarazione di risoluzione del contratto confermata anche in appello. Il conduttore non ci sta e ricorre in Cassazione. A suo dire, la donna avrebbe prestato il suo consenso e i giudici di merito non avrebbero, con riferimento a questo punto, motivato correttamente la loro decisione. Inoltre, una volta esclusa la validità alla clausola risolutiva espressa, sarebbe stata scorretta la valutazione operata circa la gravità dell’inadempimento posta a fondamento della decisione in favore della risoluzione.

La Suprema Corte rigetta il ricorso. Del resto, «il giudice dell’appello ha fatto proprio quell’indirizzo ermeneutico ormai prevalente secondo il quale per i contratti che richiedono la forma scritta ad substantiam, la clausola contrattuale, che prevedeva una risoluzione ipso jure, fosse si una clausola di stile, ma rientrante nella autonomia delle parti, per cui doveva essere provata la configurabilità di avvalesi della rinuncia». In questo caso, però, è risultata mancante la prova del preteso previo consenso orale della locatrice ed è dunque da escludersi l’ipotesi di una rinuncia tacita al mantenimento della clausola inserita nel contratto. Anzi, il fatto che la donna si sia subito attivata per contestare le ristrutturazioni eseguite dimostrano la sua contrarietà alle operazioni. Infine, ogni censura proposta circa la valutazione della gravità dell’inadempimento non può essere considerata dal giudice di legittimità che non può sindacare in ordine a questioni di fatto.



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Viaggio nella corruzione africana

La Stampa

Un fenomeno che nel Continente Nero è più diffuso della malaria



Lorenzo Cairoli

Ricordo che quando intervistai Marcello Faraggi sul film denuncia che aveva girato in Camerun sulla chicken-connection - l’83,5% dei polli congelati che dall’Europa e dal Brasile sbarcavano in Camerun non erano commestibili - mi confidò che buona parte del suo budget si era volatilizzato in mance e bustarelle. “Il guaio è che la prime volte perdevo il conto delle mance che avevo distribuito. In fondo, era sempre poco. Briciole. Ma a fine serata quando mi mettevo davanti al pc scoprivo di aver dilapidato una fortuna”. Quando si tratta di chiedere mance o mazzette, gli africani sono ricchi di fantasia.

I parcheggiatori di Nairobi, in barba alle camicie che sfoggiano con la scritta ‘Corruption is Evil,’ anzichè incassare i soldi del biglietto, preferiscono intascare i ‘soda money’, i soldi per comprarsi da bere, una tangente che consente a chi la paga di poter parcheggiare abusivamente e a prezzo scontato – una soda in Kenya costa intorno ai 50 centesimi. In Congo, se qualcuno vuole alleggerirti le tasche ti chiederà, in un francese flautato: ‘quelque chose de sucré’ da bere. Nelle carceri congolesi il vitto dei prigionieri è a carico dei familiari. Quando un parente porta il cibo, le guardie pretendono una tangente – dai 1000 ai 1500 franchi congolesi se il parente porta il cibo, senza cibo, dai 300 ai 500 franchi. A Freetown, in Sierra Leone, hanno invece un modo più poetico di spillarti i soldi. Da chi ti cambia il denaro al tassista che si scapicolla per portarti in orario in aeroporto, al momento del commiato tutti, ma proprio tutti, ti ricorderanno: ‘Don’t forget your friend’.

La corruzione in Africa e' piu' diffusa della malaria. Negli anni scorsi Transparency International individuo' nel Camerun di Paul Biya lo stato più corrotto di tutto il continente africano. Un paese dove senza bustarelle non si può abbattere un albero, non si viene promossi a scuola, non si entra all’Università, non si viene ricoverati in ospedale. Perfino in obitorio bisogna corrompere qualcuno. Altrimenti scaraventano a terra il defunto, gli rubano i vestiti, non lo restituiscono alle famiglie per il funerale. In Camerun la spazzatura brucia a cumuli nelle strade perchè il presidente lamenta di non avere soldi per pagare i netturbini ma ne ha a sufficienza per vivere da sibarita in Europa, per regalare cliniche private in Germania alla moglie Chantal, intascando i proventi della corruzione di cui il Camerun è primatista mondiale e del saccheggio criminale e scellerato delle foreste in cambio di legname pregiato (di cui noi italiani siamo i primi acquirenti).

Un altro paese spaventosamente corrotto e' la Nigeria forse il paese più petroliocentrico del pianeta, visto che il 95% delle sue entrate provengono tutte dal settore petrolifero, ma di queste, solo il 10% finisce in tasca alla popolazione. Il 60% viene predato, rubato, estorto, quel che rimane lo trivella la corruzione. E con le briciole lasciate dalla malavita e dal malgoverno si costruiscono scuole, strade e ospedali per i nigeriani. Nuhu Ribadu e' un Giovanni Falcone nigeriano che ha dichiarato guerra alla corruzione in uno dei paesi più marci della terra. Quattro anni di lotta senza quartiere, convinto, come predicava Falcone che ‘gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini’. Messo a capo del EFFC (Economic and Financial Crimes Commission) dal presidente Olusegun Obasanjo, Ribadu ha trascinato in tribunale più di mille corruttori facendone condannare più di un quarto, tra cui il suo diretto superiore, Tafa Bolagun, l’Ispettore Generale delle Forze di Polizia Nigeriane. 

E’ stato implacabile persecutore dei corruttori delle aziende straniere, ha vinto il World Bank’s 2008 Jit Gill Memorial Award for Outstanding Public Service per la sua lotta contro la corruzione, è uscito illeso da due attentati, ha collezionato in quattro anni più di quattromila minacce di morte. I nigeriani lo chiamano lo Zar o l’Obama di Nigeria. Nell’immaginario collettivo è una via di mezzo tra un Eliot Ness e un Robin Hood dalla pelle nera. Quando era a capo del EFFC stimò che la Nigeria dal giorno della sua indipendenza ad oggi s’era mangiata 380 miliardi di dollari in corruzione. Se quei soldi fossero stati investiti adeguatamente, la Nigeria adesso avrebbe un tenore di vita superiore a quello di quasi tutti gli stati europei. Invece è un paese a pezzi, misero, quasi medioevale, dove la maggior parte della popolazione non ha più sei ore di elettricità a settimana, né acqua nelle case. Prima del boom petrolifero, l’economia nigeriana ruotava tutta intorno all’agricoltura. Il paese era leader nel campo dell’esportazione del cacao, della gomma, della canna da zucchero e delle arachidi. Era il paradiso degli “oil rivers”, primo produttore ed esportatore mondiale di olio di palma. Con l’avvento del petrolio, tutto quello che prima esportava oggi lo importa.

Un altro paese incredibilmente corrotto e' il Gabon, feudo della famiglia Bongo - il padre Omar lo ha vessato per quasi mezzo secolo, adesso ci pensa suo figlio Ali' - un paese di nemmeno un milione e mezzo di abitanti ma dal sottosuolo straordinariamente sovraffollato di ricchezze – oltre al petrolio, manganese, oro, uranio e ferro, senza contare il legname delle foreste con i pregiatissimi okoumé e ozigo e le spettacolari piantagioni di caffè e di cacao. Nella capitale Libreville si ammassa la metà della popolazione del paese. E' una delle città più care del mondo, una Miami dalla pelle d’ebano e dall’accento francese con nights, casinò, grandi hotel che si affacciano sull’oceano, banche che applicano commissioni sui cambi da usura, auto a noleggio e taxi più cari che in Europa, droga ovunque, soprattutto marjiuana e un tasso di corruzione tra i più alti del continente.

Secondo gli analisti la ricchezza del suo sottosuolo e la bassa densità di popolazione rende il Gabon uno dei paesi più ricchi del mondo ma più della metà del suo milione e mezzo di abitanti vive al di sotto della soglia di povertà. Perché i Bongo, nonostante i faraonici contratti spuntati alle compagnie petrolifere francesi, hanno regalato alla loro gente nights e prostituzione, hotel a cinque stelle e una feroce censura dei media, corruzione e servizi sociali scadenti, malversazione di fondi pubblici e ospedali da terzo mondo. E infatti, per il suo cancro all’intestino Omar Bongo scelse di curarsi e di morire in una clinica privata di Barcellona. 

Che è una costante dei dittatori africani, in carica o esiliati, quella di morire all’estero perchè in decenni di regime non sono stati capaci di costruirsi uno straccio d’ospedale appena appena decente dove farsi curare. Il dittatore togolese Eyadéma Gnassingbé morì d’infarto mentre veniva trasferito all’estero per le cure. Il tanzaniano Nyerere morì di leucemia in un ospedale di Londra. Il guineano Ahmed Sékou Touré morì a Cleveland durante un’operazione al cuore. La lista è lunghissima, con un’eccezione, il camerunese Biya che ha fatto costruire e intestare alla moglie una sibaritica clinica privata… in Germania, però




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