sabato 21 aprile 2012

Mortadella a scuola, è guerra tra commercianti e Regione

Corriere della sera


«Impensabile bandire un prodotto tipico». E viale Aldo Moro: «Le linee guida sono un indirizzo, non un obbligo»



Una mortadella
BOLOGNA - È guerra sulla mortadella tra Regione Emilia-Romagna e associazioni di agricoltori e commercianti. La bufera si scatena dopo la decisione della Regione che, con una delibera intitolata «Linee guida per l'offerta di alimenti e bevande salutari nelle scuole», ha chiesto a mense e bar degli istituti scolastici di abolire cibi ad alto contenuto calorico. Tra questi ci sono per esempio maionese, panna, patatine, salame e, appunto, mortadella. Tra gli affettati e i salumi, infatti, nelle raccomandazioni della Regione si salvano solo il prosciutto crudo magro dolce e il cotto (senza polifosfati aggiunti), oltre a lonzino magro e bresaola.

«LA REGIONE CI RIPENSI» - Letta la notizia, Confesercenti, Coldiretti e Confcommercio Ascom salgono sulle barricate: «La mortadella non fa male: è un prodotto sano», dicono in coro le associazioni, che chiedono alla Regione un passo indietro.

CONFESERCENTI: «GETTATA UN'OMBRA SU UN PRODOTTO TIPICO» - «La mortadella è un prodotto sano, sicuro e di grande qualità apprezzato dai consumatori in tutto il mondo - afferma in una nota Sergio Ferrari, presidente di Confesercenti Bologna - e che ha contribuito alla promozione economica culturale e turistica del territorio bolognese. Siamo stupefatti da questa decisione della Regione che sconsiglia l'utilizzo della mortadella nelle mense degli istituti scolastici». Secondo Ferrari, «non si sono valutate attentamente le conseguenze negative sia culturali che economiche di questa scelta, che getta un'ombra sul prodotto tipico per eccellenza sul nostro territorio, che ha contribuito all'immagine della città, quanto e più delle Due Torri, tanto che comunemente nel mondo viene chiamata "la Bologna"».

COLDIRETTI: «LA MORTADELLA FA BENE» - Anche secondo Coldiretti «il provvedimento della Regione può essere rivisto». L'importante, dice Massimiliano Pederzoli, numero due regionale degli agricoltori, è «non fare provvedimenti che fanno credere che alcuni prodotti fanno male. La mortadella fa bene come la pasta o la frutta, l'importante è essere equilibrati».

ASCOM: «È IL CIBO CHE HA CRESCIUTO GENERAZIONI DI BOLOGNESI» - Chiede alla Regione un passo indietro anche l'Ascom. Per Eros Palmirani, presidente dei ristoratori, «è impensabile bandire la mortadella dalle mense proprio perché è con questa che numerose generazioni di bolognesi sono cresciuti in ottima salute». Aggiunge Giuseppe Boccuzzi, presidente Unione Cuochi Bolognesi: «Alcuni prodotti potrebbero essere troppo calorici, ed è giusto per questo vietarli, ma non la mortadella che è uno dei salumi in commercio meno grassi. Bisogna educare i bambini alla buona alimentazione, che sia sana, semplice e basata su prodotti genuini e la mortadella, secondo ricetta tradizionale, è uno di questi».

LA REGIONE: «LE LINEE GUIDA NON SONO UN OBBLIGO» - «Molto rumore per nulla. Le linee guida regionali non sconsigliano affatto la mortadella», è la replica degli assessori regionali dell'Emilia-Romagna all’agricoltura e salute Tiberio Rabboni e Carlo Lusenti . «La mortadella – spiegano Rabboni e Lusenti – non è nemmeno citata né direttamente, né indirettamente tra gli alimenti da evitare, perché il documento regionale parla di prodotti di salumeria freschi, da cuocere e stagionati, mentre invece la mortadella, come è noto, è un insaccato cotto. Peraltro, proprio la Mortadella di Bologna IGP è oggi, non solo un prodotto di elevata qualità e dalle inimitabili caratteristiche organolettiche, ma anche adatto a un’alimentazione corretta ed equilibrata per grandi e piccoli».

Fatto sta che, come detto, nel capitolo affettati e i salumi, le raccomandazioni della Regione parlano solo di prosciutto crudo magro dolce e cotto (senza polifosfati aggiunti), oltre a lonzino magro e bresaola. Ad ogni modo, dicono gli assessori, «le linee guida regionali costituiscono un indirizzo e non un obbligo e come tali sono un invito alla corresponsabilità per il benessere dei giovani e giovanissimi verso scuole, istituzioni locali, famiglie e media». Tenendo presente che «l’Italia ha la stessa percentuale di obesi sulla popolazione giovanile degli Usa».


Redazione online20 aprile 2012


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Scontri in Bahrein. «Ma il Gran Premio si farà» E Anonymous attacca il sito della F1

Corriere della sera

Cinquemila manifestanti in piazza, incidenti con la polizia. Il principe garantisce lo svolgimento della gara



La home page del sito della Formula 1 attaccato da Anonymous La home page del sito della Formula 1 attaccato da Anonymous

MILANO - La situazione sempre più tesa in Bahrein, dove sono in corso manifestazioni di piazza che minacciano il regolare svolgimento del Gran Premio di Formula 1 previsto per domenica. Se, da una parte, il principe Salman ben Hamad ben Isa Al Khalifa cerca di gettare acqua sul fuoco dichiarando che «un annullamento rinforzerebbe solo gli estremisti, il Gran Premio è qualcosa di positivo per la nazione, non qualcosa che la divide», dall'altra le piazze del Paese si incendiano per un nuovo «venerdì della collera».

SCONTRI - Nella principale manifestazione in programma questo venerdì, quella di Budaiya, vicino alla capitale Manama, circa 5mila persone sono scese in piazza per protestare contro il governo cercando di sfruttare l'attenzione mediatica veicolata dal Gran Premio. I manifestanti sciiti si sono duramente scontrati con la polizia tirando molotov e pietre contro gli agenti, che hanno risposto con gas lacrimogeni. I manifestanti sciiti sono determinati a sfruttare l'attenzione della stampa mondiale per dare risalto alle loro proteste contro la leadership sunnita che governa il Paese. L'anno scorso il Gran Premio fu cancellato proprio a causa dei timori legati alle proteste anti-governative.

ATTACCO DI ANONYMOUS - In supporto alle rivolte, Anonymous venerdì ha paralizzato il sito web del Gran Premio del Bahrein, riuscendo a violare il sito ufficiale e facendo apparire sulla home page del sito della Formula 1 un messaggio di rivendicazione. «Per un anno - si legge - il popolo del Bahrein ha lottato contro il regime oppressivo del re. Sono stati assassinati per le strade, travolti dai veicoli, picchiati, torturati, colpiti da lanci di gas lacrimogeni anche nelle loro case, sequestrati dalla polizia». Il comunicato di Anonymous continua sostenendo che la situazione dei diritti umani in Bahrein, già tragica, diventa più drastica giorno dopo giorno. Il messaggio si chiude con la richiesta di «rilascio immediato di tutti gli attivisti per i diritti umani arrestati», in particolare di Abdulhadi Alkhwaja, in sciopero della fame da più di 70 giorni.



Redazione Online20 aprile 2012 | 19:31


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Dimostra l'illusione ottica del vigile E lo scienziato non paga la multa

Corriere della sera

Il giudice accoglie il ricorso motivato con un teorema



Il grafico che dimostra il teorema di KrioukovIl grafico che dimostra il teorema di Krioukov

MILANO - «La conoscenza è potere», recita un noto aforisma del filosofo inglese Francesco Bacone e a volte permette di contestare «scientificamente» anche la legge. Lo sa bene Dmitri Krioukov, fisico dell'Università della California che, avvalendosi delle sue conoscenze matematiche e supportato da svariati grafici, è riuscito a farsi togliere una multa dimostrando che il vigile urbano che lo aveva sanzionato era stato vittima di un'illusione ottica.

LA MULTA - Lo scienziato che lavora a San Diego era stato multato per non essersi fermato a uno stop con la sua Toyota Yaris e aveva immediatamente ricevuto una contravvenzione di 400 dollari. Invece di pagare l'ammenda, il fisico ha contestato la multa e in tribunale, per discolparsi, ha presentato un suo articolo scientifico, già pubblicato online lo scorso 1 aprile. Il documento, intitolato «La prova dell'innocenza», è stato anche insignito di un premio speciale (Krioukov ha ricevuto per il lavoro 400 dollari, la stessa cifra che avrebbe dovuto pagare allo Stato della California per l'infrazione stradale).

Nell'articolo il fisico ha dimostrato che «un osservatore, come ad esempio un vigile urbano che si trova a una distanza perpendicolare alla traiettoria dell'auto, avrà sicuramente l'illusione di aver visto che la macchina non si è fermata allo stop, se le seguenti tre condizioni sono soddisfatte: a) l'osservatore non ha determinato la velocità lineare ma quella angolare della vettura; b) l'auto rallenta e successivamente accelera in modo relativamente veloce; c) un oggetto esterno, ad esempio un altro veicolo, ostacola per un lasso di tempo minimo la visione dell'osservatore, nell'istante in cui le due vetture si trovano vicino al segnale di stop».

LA SPIEGAZIONE SCIENTIFICA - Il vigile - secondo la ricostruzione del fisico - era a circa 30 metri dall'incrocio ed è stato ingannato sia dalla percezione errata della velocità sia da un secondo veicolo che gli ha ostruito temporaneamente la visuale: «Il vigile ha commesso un errore - conclude lo studio -ma è chiaramente giustificato perché si tratta di una sfortunata coincidenza. Tuttavia è chiaro che la sua percezione non rifletteva oggettivamente la realtà dei fatti«. Alla fine sembra che la spiegazione scientifica dello studioso abbia convinto tutti: «Il giudice era d'accordo, così come l'ufficiale che mi ha multato - ha confessato Krioukov al blog di Physical Central, la rivista della società americana di fisica. Poi ha aggiunto: «Chiedo ai lettori di trovare una falla nel mio ragionamento».



Francesco Tortora
20 aprile 2012 | 17:44



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Senza la mia compagna farei il barbone"

La Stampa

Perso il lavoro a 50 anni, ha vissuto tre mesi in un camper




Lavoro, sale il numero degli inattivi




TONIA MASTROBUONI
Torino

Se la sua compagna non lavorasse, se non portasse a casa un magro stipendio da insegnante precaria, Paolo Papillo sarebbe un senzatetto. Te lo dice senza scomporsi, «tanto ormai mi sono abituato al pensiero». La voce è ferma, tranquilla. Su internet ne ha lette tante di storie, di drammi come i suoi. E ha letto dei suicidi, dei disoccupati che non hanno retto, «ma io non mi suicido, io resisto. Anzi, mi incazzo» sibila al telefono di casa - la casa della compagna, ovvio. Elenca i mestieri che ha fatto prima del disastro: «un po’ di tutto, il pizzaiolo, il muratore l’autotrasportatore». Contributi? Un lusso: «In trent’anni che mi sono spezzato la schiena, ne avrò accumulati sì e no dieci». Ha accettato tanto lavoro in nero, ovvio, come altri milioni di fantasmi che nelle statistiche chissà dove finiscono. E il risultato è tragico. La pensione, chiosa con voce piatta, non la prenderà mai.

Due anni fa Paolo ha perso il lavoro, faceva l’autotrasportatore per una cooperativa che da un giorno all’altro ha deciso di mandare a casa metà della gente, tutti assunti con contratti a progetto. «Capito che presa in giro?», ridacchia, «contratti a progetto, per un autotrasportatore!». Morale: «sono tornato a casa a reddito zero, altro che disoccupazione o cassa integrazione». Per tre mesi ha vissuto in un camper. Il rapporto con la sua compagna di allora è andato in frantumi. Unica consolazione, il figlio ventenne che era già fuori di casa, che già lavorava: «almeno non mi sono dovuto preoccupare per lui».

È andato avanti così, facendosi aiutare dalla parrocchia del paesino della Valdarno dove viveva, cercando di mettere insieme pranzo e cena e di dare un senso alla sua nuova esistenza. «Una roba da dare le craniate contro il muro. Per una persona di 50 anni che ha lavorato sempre, da quando ha vent’anni, lei non può capire, la disoccupazione è l’inferno!». Per la prima volta la voce al telefono si altera, si incrina. In quei tre mesi, ammette, aveva anche cominciato a bere più del solito. Poi un colpo di fortuna, l’unico. «Un giorno ho incontrato una donna e ci siamo innamorati. È la mia attuale compagna». Lei lo ha tirato fuori dal camper, lo ha portato al nord, in provincia di Varese dove vive tuttora, gli ha dato un tetto e una ragione per andare avanti.

Nel primo periodo, ma anche successivamente Paolo chiesto aiuto ai servizi sociali: «una delusione pazzesca. Mi hanno dato due buoni per la spesa in quattro mesi e poi basta. Perché non c’era un centesimo, dicevano. Assurdo». Nel frattempo non riusciva ad avere più notizie neanche della causa alla cooperativa che lo aveva impiegato per anni con i contratti-truffa: «li avevo denunciati anche per recuperare gli straordinari, i notturni che avevo fatto». Un giorno ha telefonato a Roma, all’ispettorato del lavoro. «Sa che mi hanno detto? Si regga forte. Se conoscevo qualcuno lì all’ispettorato del lavoro: si erano persi la mia pratica!».

Il collocamento? Paolo scoppia in una fragorosa risata. A cinquant’anni passa le giornate a spedire fax e mail per trovare un lavoro. Ma l’ufficio di collocamento dove è regolarmente iscritto gli ha procurato un solo colloquio in due anni. Per cacciare lo spettro della depressione, per scongiurare pensieri brutti si è messo a fare l’attivista «un mese fa sono sceso pure a Roma per una manifestazione – e sono anche volate le botte». Lui che era iscritto al sindacato, da ragazzo, ora dice di odiare il sindacato e i partiti. «Mi sono ribellato al sistema. Sì, sono No Tav, aderisco al sindacalismo di base e simpatizzo con i centri sociali. Non solo perché sono stati gli unici a darmi una mano quando stavo così male, due anni fa. Ma perché questa struttura sociale e questo sistema non meritano alcun rispetto».



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Pagato 3 mila euro al mese non andava mai al lavoro

La Stampa

Assunto all’Aress dal padre, gli pagavano anche gli straordinari



La sede dell'Aress, dove il figlio di Cicorella (addetto del personale) avrebbe dovuto garantire la sorveglianza notturna, è in corso Palestro 3. Il direttore Zanon: «Non ne sapevo nulla»


ALBERTO GAINO
Torino


All’Aress (Azienda Servizi Sanitari) Piemonte il sorvegliante di notte era il figlio del responsabile economico e finanziario del personale. Ma il ragionier Pietro Cicorella, dopo aver imposto all’agenzia interinale interpellata dall’ente regionale di servizi sanitari un unico candidato per quel posto, suo figlio Marco Giuseppe, avrebbe fatto il possibile e l’impossibile per ridurre al minimo la fatica al proprio rampollo. Così al minimo, secondo i carabinieri del Nas, che il «sorvegliante di famiglia» neanche si presentava al lavoro.

Lo stipendio
Il ragazzo prendeva 3 mila euro netti al mese, straordinari compresi: già che c’era, perché non arrotondarne lo stipendio anticipando l’inizio del turno previsto dalle 22 alle 7 del mattino dopo. E’ successo dal 1° aprile 2011 (un bel pesce per la Regione che paga le spese dell’Aress) al 31 ottobre scorso. Data in cui i carabinieri si sono presentati nella vecchia sede di corso Palestro 3 dell’ente pubblico e hanno comunicato al direttore Claudio Zanon che stavano indagando su padre e figlio Cicorella. Un anonimo dipendente li aveva messi sull’avviso.

Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Andrea Beconi sono tutt’altro che concluse e una certa prudenza è d’obbligo. Il fatto che i due Cicorella siano indagati per truffa aggravata è significativo di un caso debordato dal familismo smaccato in un ente pubblico, alla faccia di quei tanti contribuenti con il doloroso problema della disoccupazione giovanile in casa, a quello di un’organizzazione familiare accusata di essere dedita alla truffa. Gli investigatori del Nas hanno accertato che, una notte, il sorvegliante non si era presentato al lavoro ma che il giorno dopo era risultato presente. Sono andati a fondo con i controlli e avrebbero scoperto che era la segretaria di Cicorella padre, Antonella Arcidiacono, avrebbe regolarmente inserito nel sistema meccanografico dal suo computer la «timbratura» del giovanotto nella bollatrice. Questo è il motivo per cui l’impiegata risponde della stessa accusa dei due Cicorella ed è stata rispedita dal direttore Zanon all’ufficio regionale, in piazza Castello, da cui proveniva.

L’auto della segretaria
Pietro Cicorella è invece rimasto all’Aress, «ma senza potere di firma», puntualizza Zanon, «l’ho sostituito con il direttore amministrativo delle Molinette preso come consulente». Il potere di firma aveva consentito a Cicorella senior di ripagare la cortesia cui si sarebbe prestata la segretaria: è accusato di aver fatto passare per auto di servizio della Regione Piemonte la Lancia Ypsilon dell’impiegata per pagarle riparazioni dal meccanico e dal carrozziere. Piccole somme ma sempre sottratte al bilancio pubblico. Il segno, piuttosto, di un certo andazzo.

L’anonima guardia
«Il ragioniere era all’Aress da sempre - commenta il direttore - e io sono caduto dalle nuvole quando i carabinieri mi hanno detto chi era il nostro sorvegliante di notte. Avevo un elenco del personale interinale: nome e cognome di tutti, tranne dell’ultimo, indicato come “guardia notturna”». «E poi quello arrivava la sera, non ho mai avuto occasione di incontrarlo. Credevo, anzi, fossero due, perché, quando ci accorgemmo di piccole ruberie, fui io a decidere l’assunzione di sorveglianti notturni per 12 ore consecutive. Ce ne voleva più d’uno per notte. Dopo ottobre, finché siamo rimasti in corso Palestro, ne ho fatto chiamare un altro».

Zanon non sapeva chi fosse il sorvegliante di notte, tanto meno sapeva che non si recasse al lavoro. «Due volte è scattato l’allarme l’estate scorsa e mi hanno detto che lui era presente». Sono in corso gli ultimi accertamenti della procura per chiarire se il giovanotto almeno un po’ il suo lavoro l’abbia fatto.



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Locali di lusso e massaggi? Politico condannato e fine della bella vita

La Stampa


La Corte di Cassazione, con la sentenza 8094/12, ha precisato che «sono erogabili o rimborsabili da parte dell’ente le sole spese che abbiano comunque un nesso con le finalità dell’Ente e con gli scopi dello stesso e della missione demandata al funzionario in trasferta».


Il Caso


Il presidente di un Consiglio comunale di un paese del sud Italia, si era recato in missione a Milano alla «Borsa internazionale del turismo» per conto del municipio. Per le spese di viaggio gli erano stati anticipati 2.500 euro, ma “una cosa tira l’altra” e il politico, dopo aver offerto una cena «a persone estranee all’amministrazione» in un ristorante di lusso meneghino, aveva comprato dei costumi da bagno, fatto massaggi, pedicure e manicure al centro benessere di uno degli Hotel più famosi di Milano.

Tornato dal viaggio, si era recato dal dirigente del servizio economato costringendolo a consegnare immediatamente alla banca un ordine di pagamento pari a 1.380 euro a titolo di rimborso per «le spese aggiuntive impreviste ed imprevedibili». Per questo, sia in primo che in secondo grado, veniva condannato - per truffa e minaccia - a 7 mesi di reclusione e interdetto per un anno dai pubblici uffici.
Sette i motivi di ricorso per la cassazione della sentenza, che però la Corte ha rigettato in toto.

Gli Ermellini, infatti, ritengono corretta la decisione della Corte territoriale, che ha ritenuto «illegittima perché indebita» la natura dei rimborsi. «I rimborsi richiesti» – precisa il Collegio –«per il soddisfacimento di esigenze strettamente personali dell’imputato» (pedicure, manicure, massaggi, costumi da bagno pranzo offerto ad ospiti per fini non istituzionali) hanno natura concretamente indebita. Sulla scia di tali considerazioni, dunque, il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, appare scontato.


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Il portale del ministero del Lavoro che non dà #lavoro

La Stampa
Flavia Amabile

Seicentomila euro spesi in una struttura che non funziona come appare dalle nostre prove mostrate nei video

Nutrivano grandi speranze Maurizio Sacconi e Renato Brunetta, allora ministri, quando il 22 ottobre 2010 presentarono la loro nuova idea per aiutare gli italiani a trovare lavoro: il portale Cliclavoro. Secondo il ministro Brunetta, avrebbe dovuto far “ incastrare domanda e richiesta”. Investimento iniziale: 400mila euro. A un anno e mezzo di distanza, con un’ulteriore aggiunta di 200mila euro, in quel portale domanda e richiesta forse si incastreranno anche, ma un po’ troppo di rado e con una certa difficoltà. Ho creato una trentenne, manager nel settore dell’informatica alla ricerca di lavoro. Le ho fatto inserire il suo curriculum e la sua domanda e aspetto. Sulla mia casella arriva una sola offerta per un'attività da svolgere a quasi 700 chilometri di distanza, a Trieste invece che a Roma come avevo chiesto. Con il motore di ricerca va ancora peggio: decine di offerte abbastanza improbabili, dal manager che si occupa di contabilità a quello che ha come sua area di mercato le Filippine.


Anche i numeri non sono brillanti: ogni mese arrivano al portale 900 curriculum e il 7% riesce a stabilire un contatto con le aziende. In pratica ogni CV costa oltre 18 euro. Per cercare lavoro in rete su può usare anche il portale di Almalaurea, un consorzio nato nel 1994 e formato da 64 atenei italiani. Anche in questo caso esiste una quota rilevante di finanziamento pubblico: nel 2011 il ministero dell’Istruzione ha contribuito con 1 milione e 300 mila euro. Altrettanti ne hanno spesi le aziende e le università per permettere l’incontro di domanda e offerta di lavoro ma non solo. Con il suo milione e 620 mila e oltre curriculum liberamente consultabili e con cura certosina catalogati, è una preziosa banca dati sui laureati italiani.


Provo a inserire nel suo motore di ricerca la domanda della mia povera manager trentenne a caccia di lavoro. Per email non arriva nulla. Sul video mi appare un’offerta del tutto corretta, compatibile e interessante. Anche i numeri sono più rilevanti di quelli di Cliclavoro: la media è di 17.500 curriculum in arrivo ogni mese per un costo di poco più di 6 euro per Cv a carico delle tasche degli italiani, un terzo rispetto al portale del ministero del Welfare. La Bibbia delle ricerche di lavoro in rete però è un’altra. Si chiama Infojobs, era una start-up nel 2004, due anni dopo è già un piccolo colosso. Inserisco la richiesta e ho solo l’imbarazzo della scelta sulle offerte a cui rispondere: ne arrivano 47. Tutte ineccepibili e interessanti. Il tutto per un finanziamento totale in otto anni di alcune centinaia di migliaia di euro. Ogni mese arrivano 1 milione e 700mila candidature e due terzi vengono considerate attinenti dalle aziende. Costo dei curriculum per le tasche degli italiani? Zero. Costo per Infojobs? Cinque-sei centesimi. Forse anche meno.


Autoaffondato lo squalo dei narcos

Corriere della sera


Minisommergibile intercettato dalla guardia costiera Usa



WASHINGTON - Sulla prua avevano disegnato le fauci di uno squalo. Poi una mano di blu sul resto dello scafo per mimetizzarlo. Ma non è bastato. Un’unità della Guardia costiera americana ha intercettato il semisommergibile usato dai narcos per trasferire cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti. L’equipaggio, composto da 4 «pirati», quando si è visto scoperto, si è lanciato in mare ed ha affondato il battello. L’operazione - svoltasi il 30 marzo ma rivelata giovedì - è stata condotta al largo delle coste dell’Honduras, nella parte occidentale dei Caraibi. Una zona che è il punto di arrivo dei semisommergibili costruiti dalle organizzazioni criminali colombiane o dai ribelli delle Farc.



I narcos usano molte imbarcazioni, non solo i sottomariniI narcos usano molte imbarcazioni, non solo i sottomarini

LE ROTTE - L’episodio rappresenta una conferma di una tendenza. Per anni i narcos hanno utilizzato la rotta del Pacifico. Le unità sono costruite nella giungla da squadre di tecnici specializzati, quindi sono portate fino sul mare attraverso una rete di canali. Da qui si dirigono verso il Centro America, poi proseguono via terra fino negli Usa. In seguito ai controlli nel Pacifico, i cartelli hanno aperto da oltre un anno la rotta caraibica. E infatti la Marina statunitense, a partire dal luglio 2011, ne ha già intercettati cinque. Ma molti altri sono riusciti a passare.

CACCIA SENZA TREGUA - I minisub possono percorrere fino a 4 mila chilometri, con una velocità di 5-8 nodi e trasportano 10-12 tonnellate di cocaina. Il costo di fabbricazione oscilla tra 1 o i 2 milioni di dollari, a seconda del modello. E una volta che hanno trasportato la droga vengono abbandonati. Di solito i battelli navigano lasciando fuori dal pelo dell’acqua una parte minima dello scafo e una piccola torretta. Questo per renderli invisibili ai radar. Per scoprirli è necessario usare aerei da ricognizione che usano apparati in grado di rilevare l’intenso calore prodotto dai motori. Nel corso degli anni gli Usa, insieme alle Marine della regione, sono comunque riusciti a individuarne decine. Dal 2010 i trafficanti hanno iniziato a costruire modelli più sofisticati. Minisub in grado di procedere a sei metri di profondità, con periscopio, cuccette e wc. Due esemplari sono stati scoperti al confine tra Ecuador e Colombia: un segnale che i cartelli non sono disposti a rinunciare alla via sottomarina. Twitter



Guido Olimpio
20 aprile 2012 | 14:07


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Il Cessna senza-controllo si eclissa in mare

Corriere della sera

Il conducente avrebbe perso conoscenza e il velivolo sarebbe stato costretto a volare in cerchio per ore



La rotta del Cessna precipitato nel golfo del MessicoLa rotta del Cessna precipitato nel golfo del Messico

MILANO - Due caccia F15 si erano levati in volo giovedì mattina per intercettare il velivolo, ma il pilota non dava più segni di vita: un aereo fuori controllo sopra il Golfo del Messico è precipitato davanti alle coste della Florida. In base alla rotta aerea ricostruita dalle autorità aeronautiche l’apparecchio è volato in cerchio per diverse ore.

INCIDENTE - Si è schiantato in mare nel Golfo del Messico a 280 km dalle coste della Florida un piccolo bimotore Cessna 412 il cui pilota non aveva dato segni di vita da almeno un'ora. Il velivolo era decollato da Slidell, in Louisiana, ed era diretto a Sarasota, in Florida. A circa 300 chilometri a sud della città di Panama City, il Cessna avrebbe volato in cerchio sul mare per almeno tre ore. Prima di scomparire definitivamente nei fondali la coda dell’apparecchio è rimasta a galla per alcuni minuti, ha riferito la guardia costiera statunitense. Secondo i primi accertamenti il pilota ai comandi, Peter Hertzak - un medico 65enne e unica persona a bordo - avrebbe perso conoscenza. Squadre di soccorso stanno perlustrando la zona dell’incidente alla ricerca del corpo dell’uomo.


Elmar Burchia
20 aprile 2012 | 13:08




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E’ apparso Cristo»

La Stampa

Un drappo dell’altare assume la forma del volto di Gesù e centinaia di pellegrini gridano al miracolo.


Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

I parrocchiani non hanno dubbi sull’autenticità del prodigio, ma la diocesi raccomanda cautela e prudenza. Una processione senza sosta sta affollando la chiesa di Sant’Antonio Abate a Canevara, in  provincia di Massa Carrara, dove il volto di Gesù sisarebbe  materializzato sul drappo d’altare dell’edificio religioso. Per prassi secolare, le autorità ecclesiastiche (sia a livello locale sia centrale) non prendono posizione su presunti eventi prodigiosi finché non ne sia certa la natura, però qui i segnali sembrano effettivamente di particolare rilievo e razionalmente inspiegabili.

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La  sembianza di Cristo sarebbe apparsa nella messa della prima domenica  dopo Pasqua, la «Domenica in Albis», sul tessuto misto in cotone e  fibre sintetiche realizzato da due donne che solitamente si occupano  di decorare la chiesa. Ad accorgersi della immagine insolita è stato un uomo, che  ha fatto una foto e ha notato il volto impresso sopra il tessuto, avvertendo gli altri fedeli. Da quel giorno, sono iniziati dei pellegrinaggi spontanei. La diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, come sempre avviene in questi  casi, non commenta, ma a quanto si apprende viene mantenuto un  atteggiamento di prudenza e cautela. Il vescovo Giovanni Santucci informerà il Vaticano. La voce si sta spargendo sempre di più e il drappo mantiene ancora questa forma che viene ritenuta una sacra sembianza. «Il primo ad accorgersene è stato un parrocchiano che ha fotografato l'altare durante la funzione.


Quando ha visto la foto nello schermo della macchina digitale si è accorto che si era materializzato il volto di Gesù», racconta Serena Lazzini, che è una delle due donne che abitualmente si occupa degli arredi in chiesa. «Siamo scosse, non ci aspettavamo una grazia simile, la figura è apparsa non in un giorno qualunque», aggiunge l'altra testimone, Federica Ceri. Era , infatti, «il giorno della festa del dipinto», aggiunge la donna riferendosi al grande quadro che raffigura Gesù nella chiesa. «Ora siamo un po’ in apprensione, perché è previsto che lunedì dobbiamo smontare la decorazione con il drappo miracoloso", concludono le due donne. Il tessuto del drappo è in organza, un materiale misto di cotone e fibre sintetiche ed è stato realizzato da due donne che abitualmente si occupano delle decorazioni all'interno dell'edificio sacro.

Thomas Beatie, il primo «mammo», si separa

Corriere della sera

L'annuncio in tv, dopo nove anni e tre figli. È stato il primo uomo, nato donna, a partorire dei bambini. «Definitivamente uomo»


Thomas Beatie in tvThomas Beatie in tv

MILANO - Già la vita matrimoniale può essere difficile di suo, se poi ci metti tre figli nati da una mamma che in realtà è anche il loro papà e le ovvie difficoltà economiche che ne derivano per riuscire a mantenere la famiglia, ecco che le speranze di condurre una vita normale praticamente si azzerano e il divorzio diventa quasi inevitabile. Ne sa qualcosa il 38enne Thomas Beatie, il transgender dell'Oregon noto come «l'uomo incinto» per aver dato alla luce tre figli con l'inseminazione artificiale e prestando il suo utero per la gestazione (Susan nel 2008, Austin nel 2009, e Jensen nel 2010), che ha annunciato la separazione dalla moglie Nancy durante la registrazione di una puntata di «The Doctors», in onda il prossimo 7 maggio sulla CBS. I due erano sposati dal 2003, anche se in realtà Thomas era nato nel 1974 alle Hawaii come Tracy Lagondino e ha dovuto sottoporsi a iniezioni di testosterone e a un intervento per la rimozione del seno prima di essere dichiarato «legalmente uomo» nel 2002, motivando il cambio di sesso con il fatto di essersi sempre sentito «un ragazzaccio intrappolato in un corpo da donna».

IL CAMBIO DI SESSO - All'epoca però Beatie decise di non farsi asportare gli organi riproduttivi femminili per non pregiudicare a lui e a Nancy la possibilità di avere figli, visto che la donna, che ha 11 anni più di lui e ha già due figlie adolescenti nate dal primo matrimonio, aveva subito un'isterectomia a 28 anni a causa di una grave forma di endometriosi. «Tutti i matrimoni vivono degli alti e bassi – ha raccontato Beatie – e anche per me e Nancy è stato così. Attualmente stiamo attraversando un momento difficile e ora come ora siamo separati».

DEFINITIVAMENTE UOMO - L'uomo ha anche ammesso di aver vissuto momenti difficili in passato, quando venne resa pubblica la notizia della sua prima gravidanza, con quella foto di lui vistosamente «incinto» sul Mirror che scandalizzò il mondo, perchè in molti lo accusarono di aver fatto tutto per soldi e gli arrivarono persino minacce di morte che richiesero l'intervento dell'Fbi e lo costrinsero a chiudere bottega (aveva una ditta che stampava magliette ma ha dovuto dichiarare bancarotta). «Ho perso un sacco di denaro con questa storia, perchè diventare uomo costa tanto e ancora di più rimanere incinto, senza contare le spese per gli avvocati per farmi riconoscere come il padre di Susan sul suo certificato di nascita». Beatie, che lo scorso anno ha scelto di sottoporsi ad un'isterectomia per farsi asportare l'utero e non poter più così concepire altri figli, ha poi rivelato di aver completato l'iter chirurgico per diventare definitivamente uomo. «Nancy non ha ancora visto il vero me», ha spiegato. Ma se il divorzio diverrà effettivo potrebbe non vederlo mai.



Simona Marchetti
20 aprile 2012 | 13:30



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Il direttore della biblioteca di Vico? Laureato honoris causa in Argentina

Corriere del Mezzogiorno

Ornaghi ha chiesto la destituzione di De Caro: unico titolo di studio certo in Sudamerica



NAPOLI — Chissà se è arrivato davvero il giorno della verità. Stamane, alle 11, la conferenza-stampa presso la Biblioteca dei Girolamini a Napoli, dove il Conservatore del Monumento, don Sandro Marsano, annuncia che chi vorrà partecipare trarrà le giuste informazioni «perché di fronte ai fatti, ne siamo certi, resterà piacevolmente sorpreso». Sulla graticola delle polemiche, invece, resta il direttore della storica Biblioteca, Marino Massimo de Caro, che ha denunciato la scomparsa di 1500 volumi rari. Una denuncia arrivata dopo l'appello rivolto al ministro Lorenzo Ornaghi da centinaia di intellettuali e personalità della cultura che hanno, invece, chiesto la destituzione di de Caro.


COMPETENZA CONTESTATA - Al direttore della Biblioteca, già commerciante di libri antichi e collaboratore dell'ex ministro Galan, oltre che con un passato di console onorario del Congo, responsabile delle pubbliche relazioni dell'Inpdap nel Nord-Est, di manager del gruppo Renova dell'oligarca russo Victor Vekselberg e una stretta amicizia con il senatore Marcello Dell'Utri, viene contestata un'inadeguata competenza per il ruolo che occupa. Contestazione che lui ha seccamente respinto. Ora, però, spunta un sito di una università argentina, la Uai (Universidad Abierta Interamericana (http://biblioteca.vaneduc.edu.ar/raiz/ActoBiblioteca.asp) che riporta le foto della cerimonia, avvenuta il 22 settembre del 2004, nel corso della quale fu conferita a de Caro una laurea honoris causa per aver donato alla biblioteca dell'ateneo sudamericano quattro edizioni originali, risalenti ai secoli XVII, XVIII e XIX, di opere di Galileo Galilei e un pezzo di meteorite del deserto del Sahara. Proprio così: un pezzo di meteorite del Sahara.

UNICO TITOLO IN SUDAMERICA - Nei giorni scorsi, con il Corriere del Mezzogiorno, de Caro aveva provato ad abbozzare una linea di difesa: «Mi sono laureato a Siena, ho insegnato Storia e tecnica dell'editoria nei master di specializzazione dell'Università di Verona. Sono stato consulente del cardinale Mejia, bibliotecario del Vaticano, ho pubblicato un libro su Galilei, sono stato direttore della Biblioteca del Duomo di Orvieto». Invece, oggi si scopre che l'unico titolo di studio certo, dopo che Gianantonio Stella, sul Corriere della Sera, ha verificato l'insussistenza di tutti gli altri, è quello ottenuto in Sudamerica, dall'Universidad Abierta Interamericana, grazie alla donazione di alcune opere di Galileo Galilei e di un pezzo di meteorite del deserto.

Era stato lo storico dell'arte, Tomaso Montanari, a denunciare i primi sospetti in un articolo su Il Fatto quotidiano, dopo aver dedicato una visita alla Biblioteca, ricca di oltre 150 mila manoscritti e volumi, e averla trovata in preda al disordine. Poi, una lunga petizione, firmata da centinaia di intellettuali, è stata spedita al ministro della cultura Ornaghi. «Le chiediamo come sia possibile — è scritto nell'appello — che la direzione dei Girolamini sia stata affidata dai padri filippini, con l'avallo del Ministero che ne è ultimo responsabile, a un uomo (Marino Massimo De Caro) che non ha i benché minimi titoli scientifici e la benché minima competenza professionale per onorare quel ruolo.

E perché questa scelta sia stata fatta in un Paese e in un'epoca affollati fino all'inverosimile di espertissimi paleografi, codicologi, filologi, storici del libro, storici dell'editoria, bibliotecari, archivisti, usciti dalle migliori scuole universitarie e ministeriali, e finiti sulle strade della disoccupazione o della sotto-occupazione (call centers, pizzerie, servizi di custodia). Le chiediamo inoltre di spiegarci come mai Marino Massimo De Caro, sebbene del tutto estraneo al mondo della biblioteconomia e della funzione pubblica, abbia avuto e abbia comunque curiose implicazioni con i libri, che lo portano tuttavia nel mondo del commercio, facendo emergere fin qui – sempre e soltanto – episodi degni di essere vagliati non da una commissione di concorso, ma dalle autorità giudiziarie (sia pure con l'auspicio dell'innocenza)».

"E' SOLO INVIDIA..." - Oggi, la parola tocca alla difesa. A don Marsano che ha invitato i cittadini a far visita al preziosissimo luogo che ospitò anche Giovan Battista Vico: «Perché tutto questo ? — si chiede il Conservatore del Monumento dei Girolamini — Forse perché esiste qualcuno che è mosso da puro spirito di invidia (...). Oltre allo sconcerto per essere piombati all'attenzione delle cronache quotidiane si aggiunge l'amarezza di vedersi accusati falsamente di ruberie e cattiva amministrazione proprio quando il monumento, e in particolare la biblioteca, vivono un periodo di rinascita a fronte di un durissimo e disinteressato lavoro e soprattutto grazie alla provata competenza e l'indefesso impegno del dott. Marino Massimo de Caro». Vada per l'indefesso. Quanto alla provata competenza — alla luce delle contestazioni sollevate da Montanari e da chi ne chiede la rimozione — resta ancora da dimostrare.


Angelo Agrippa
19 aprile 2012



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Le stanze di Fermi diventano un museo. La fisica ha casa a Roma

Il Messaggero

di Carla Massi

ROMA - Via Panisperna 89a. Il Padreterno, il Papa, il Cardinale vicario, il Basilisco, il Grande inquisitore e il Cucciolo lavoravano qui negli anni Trenta. Qui passavano giornate e nottate intere nei laboratori, facevano esperimenti e, di fatto, hanno dato inizio alle scoperte che portarono allo sviluppo e controllo dell’energia nucleare.

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Erano i fisici Orso Mario Corbino, Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo che si erano dati dei goliardici soprannomi. Come tutti i ragazzi. Anche i ragazzi di via Panisperna, lì nella sede del Regio istituto di fisica nel cuore del rione Monti a due passi dal Quirinale, scherzavano mentre lavoravano al primo esperimento di scissione nucleare. Solo Edoardo Amaldi, di soprannomi, non ne hai mai voluto sapere. Quei laboratori, quelle biblioteche, quei lunghi e quel giardino vennero abbandonati dai professori e dagli studenti nel’37 quando l’istituto venne trasferito nella città universitaria. Da allora, l’immobile costruito nel 1880, divenne parte del ministero dell’Interno. Circa dieci anni fa, era il centenario della nascita di Fermi, la decisione di riportare gli scienziati in quella palazzina. E trasformarla nel museo della Fisica e Centro studi e ricerche Enrico Fermi. Stamattina l’inaugurazione dei lavori. Alla presenza del presidente Napolitano, dei ministri dell’Interno Anna Maria Cancellieri e dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi.

Nel cortile verranno posti un cippo e un targa. Lì, proprio lì accanto alla famosa fontana dei pesci rossi, quella in cui si svolse l’esperimento chiave per la prima fonte di energia non derivante da combustione.  Una prima rudimentale verifica avviene, appunto, nell’acqua della vasca del giardino dell’istituto. Lo stesso Fermi ha confessato di non sapere bene che cosa lo spinse, il 20 ottobre del ’34, a prendere la decisione che gli avrebbe fatto avere il premio Nobel per la Fisica nel 1938. Anno in cui, per le leggi razziali, il gruppo dei ragazzi si disperse. Parte di loro emigrò all’estero. Ettore Majorana, fisico catanese, scomparve nel nulla la sera del 27 marzo 1938 in occasione di un viaggio sul piroscafo che da Palermo lo avrebbe portato a Napoli. Dove, però, non arrivò mai.

Il Viminale si separa da una sua costola, dunque, per ridare spazio ai luoghi dove i ragazzi hanno costruito le basi di un’autentica rivoluzione: un modo nuovo di concepire la Fisica. Con i professori, giovanissimi, che si confondevano con gli studenti. Con i ragazzi che partecipavano alle intuizioni dei maestri e con loro dividevano pranzi e cene. Tanti consumati nella trattoria La Carbonara vicino all’istituto. Dove, si narra, davanti a piatti di amatriciane e cacio e pepe siano stati avviati i progetti di ricerca. La trattoria, aperta nel 1906, ancora vanta quegli illustri clienti. Quei ragazzi che, raccontano gli storici della scienza, hanno condiviso tante giornate e tanto lavoro con la Sora Cesarina. Un’accudente donna delle pulizie del Regio istituto che andava a riempire i secchi nel laboratorio di Rasetti (contravvenendo alle regole dei laboratori) e poi li andava a nascondere sotto il tavolo di Pontecorvo. La Sora Cesira aveva contaminato l’acqua. Si rese così colpevole di una contaminazione scientifica della quale i ragazzi tennero conto nei loro esperimenti in via Panisperna 89a.


Venerdì 20 Aprile 2012 - 11:49    Ultimo aggiornamento: 12:30

La guerra del fruttivendolo: «La Snai paghi i miei 9 milioni»

Il Messaggero

Una falla nel sistema informatico ha annullato il premio. Neanche un euro al vincitore di Ostia: andrò in tribunale




di Giulio Mancini

ROMA - «Io a quei soldi non ci rinuncio, la vincita è regolare e mi dovranno pagare». Con lui, la fortuna è stata cieca ma non accetta che dopo averlo baciato, ora si volti dall’altra parte.
A quella vittoria di nove milioni e mezzo di euro con la videolottery Snai, il fruttivendolo di Ostia ci aveva fatto la bocca. «Una falla nel sistema informatico», come sostengono i gestori, lunedì pomeriggio tra le 15,00 e le 16,00 avrebbe prodotto false vincite che non saranno riconosciute. Inclusa la sua. Capelli corti, faccia da bonaccione, orecchino al lobo sinistro, il milionario contestato, adesso ha disegnato sul viso il suo tormento oltre che una vita di fatica. «Mi sembra di stare sulle montagne russe - racconta l’uomo, 39 anni e tre figli di cui uno in arrivo - Da quel lunedì pomeriggio non dormo più. Prima una gioia incontenibile, poi i dubbi, infine le smentite. Questa storia la sto vivendo male ma non mi arrendo. Quei soldi sono miei e me li devono dare».

Un sogno infranto. L’idea di poter offrire un futuro dignitoso ai figli, per i quali avrebbe acquistato un appartamento ciascuno, ma di dover cancellare quel sogno per un errore del sistema di videoscommesse, non dà pace al fruttivendolo. Che non è solo in questa rabbia infinita. «Lunedì pomeriggio - svela, infatti - ho vinto giocando insieme ad un mio amico. Eravamo fianco a fianco davanti alla slot machine del PuntoSnai di piazza Baroni e lui ha contribuito al 10 per cento della spesa per le scommesse di quella giornata». La coppia ha speso alcune centinaia di euro ma è stato l’ultimo chip da 10 euro, a far sbancare il jackpot. Anche il partner della vincita chiede l’anonimato. Si sa solo che ha 57 anni e che ha lavorato per tanti anni come fornaio e come commesso in negozio di alimentari a Ostia.

La causa legale. Insieme, i due giocatori con il loro tagliando in mano sono andati dall’avvocato che ha ricevuto l’incarico di avviare una trattativa con Snai. La società di scommesse, al momento, specifica solo che «nessun jackpot è stato vinto nell’intera giornata di lunedì» e che «le cause degli eventi che hanno portato alla stampa di biglietti anormalmente indicanti importi associabili a jackpot sono state circoscritte e saranno condivise con le autorità di vigilanza, prontamente informate. Il Sistema Barcrest, sospeso dalle operazioni, permane bloccato anche a piena tutela dell’integrità del database informatico».

Il fruttivendolo non si arrende. «Ci dovranno pagare» insiste lo scommettitore di Ostia sventolando il biglietto che è stato già autenticato come copia conforme da un notaio donna. Il cedolino indica che lunedì 16, alle ore 15 minuto 37 e secondo 27, dal terminale 299200037 la Snai ha disposto «uscita contante di pagamento» per «incassare il denaro dal cassiere» pari a 9 milioni 597 mila e 274 euro. «Hanno detto che su molti dei ticket di vincita - aggiunge la coppia di beneficiati sospesi - era presente la dicitura giocata da validare. Nel nostro caso è scritto chiaramente che la disposizione era immediata».

Un caso anche in Toscana. Al Tribunale di Firenze da qualche mese si discute del ricorso presentato da un giocatore toscano che a ottobre ha vinto oltre 13 milioni di euro sempre ad una videolottery. «La Snai si rifacesse con i costruttori delle slot machine o con i gestori del sistema: ai nostri sogni noi non ci rinunceremo» sostiene il fruttivendolo in coro con l’amico fornaio, aggrappandosi forte all’ultima carta da giocare, quella delle aule giudiziarie.

Venerdì 20 Aprile 2012 - 10:56    Ultimo aggiornamento: 11:59



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E possibile un prezzo più basso per la benzina meno inquinante?

La Stampa


Veronica Caciagli

La proposta europea di calcolo della carbon footprint, l’impronta di carbonio, del carburante costerebbe solo mezzo centesimo per pieno di benzina: è questo il risultato del report "Carburanti fossili a basso contenuto di CO2: grandi vantaggi, bassi costi amministrativi" commissionato da Transport & Environment, associazione con sede a Bruxelles. Lo studio, realizzato da tre agenzie indipendenti (CE Delft, Carbon Matters e Energy Research Centre of the Netherlands), analizza la legislazione europea corrente riguardo alle attività di reporting dei carburanti, arrivando a concludere che la nuova proposta non comporterebbe molte attività aggiuntive. Già oggi, infatti, l'industria di settore deve ottemperare ad altre normative vigenti riguardo alla rendicontazione delle informazioni, ad esempio per le dogane e per la sicurezza energetica. Mancano dunque solo alcune informazioni, riguardanti i prodotti finiti e intermedi, che rappresentano il 20-25% del consumo di petrolio dell'Unione Europea. Anche riguardo a questi prodotti, per altro, molte aziende hanno già cominciato un'attività di reporting volontario da integrare nei propri Bilanci di Sostenibilità.

La necessità di misurare la carbon fooprint  non è un vezzo da ambientalisti, ma deriva dalla Direttiva sulla Qualità dei Carburanti (FQD), in base alla quale l'Europa si è impegnata a ridurre l'impronta nel settore trasporti del 6% entro il 2020, in termini di emissioni CO2. Ora però la discussione ha fatto un passo in più e si concentra su come calcolare quest'impronta. “E’ evidente che l'impronta di carbonio può essere efficacemente ridotta solo se misurata con precisione”, si legge chiaramente nel rapporto.

La questione sembra tecnica, ma in realtà avrà delle ripercussioni importanti sulle emissioni di CO2: implementando le regole della proposta, si permetterebbe di distinguere tra petrolio più e meno inquinante, raggiungendo un differenziale di prezzo e un premio per i carburanti a basso contenuto di carbonio. Non è infatti noto a tutti che alcuni carburanti sono più inquinanti di altri. Ad esempio l'estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose provoca il 23% di emissioni di CO2 in più rispetto al greggio tradizionale, perché si utilizza un processo altamente energivoro, che richiede anche l'utilizzo di gas naturale.

Tra i maggiori giacimenti di sabbie bituminose al mondo ci sono quelli della provincia di Alberta, in Canada: “entro il 2012, per le sabbie bituminose si utilizzerà tanto gas quanto basterebbe per riscaldare tutte le abitazioni del Canada”, avverte un report di Environmental Defence. Nel 2007 le emissioni di CO2 associate alla sola estrazione dalle sabbie bituminose canadesi (senza considerare la successiva combustione), sono state stimate in 40 milioni di tonnellate all'anno, che potrebbero arrivare a 142 milioni entro il 2020. Per questo il progetto viene considerato, dagli ambientalisti, “il più distruttivo del mondo”, mentre proprio il Canada sta portando avanti consistenti azioni di lobbying per impedire l'approvazione della proposta europea, che di fatto ne impedirebbe l’importazione.

La questione dei costi amministrativi nel calcolo della carbon footprint è stata proprio uno dei cavalli di battaglia utilizzati dalle compagnie petrolifere come argomento contrario all'approvazione della proposta europea (facendo leva anche sulla paura dei consumatori per un ulteriore aumento dei prezzi della benzina), tanto da portare a una situazione di stallo politico sulle norme di attuazione della Direttiva. Dopo il mancato accordo nella riunione tecnica degli Stati membri del 23 febbraio scorso, nel corso della quale il governo italiano aveva votato contro la proposta, la palla passerà ai Ministeri dell'Ambiente, che – a differenza di prima - avranno ora a disposizione i dati dello studio sugli effettivi costi di implementazione.



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Xna, il sosia artificiale del Dna

La Stampa

Il primo Dna creato dall'uomo capace di immagazzinare informazione e di evolversi come quello naturale



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Il Dna ha un sosia costruito in laboratorio chiamato Xna ossia Acido Xeno-Nucleico, a sottolineare la sua origine non naturale. La molecola sintetica imita perfettamente il suo modello, al punto da evolversi spontaneamente ed autonomamente. È descritta sulla rivista Science e le sue proprietà sono state studiate da un gruppo internazionale coordinato dalla Gran Bretagna, con il Medical Research Council. Dopo la prima cellula artificiale, realizzata nel 2010 dall’americano Craig Venter, la biologia sintetica fa un altro passo in avanti, con la produzione del primo insieme di molecole capaci di immagazzinare, copiare l’informazione genetica e evolversi proprio come sa fare il Dna naturale.

Secondo gli esperti questo nuovo esperimento offre nuovi spunti per studiare l’origine della vita, apre a nuove applicazioni nelle biotecnologie e fornisce nuovi strumenti per studiare eventuali forme di vita su altri pianeti. Tutti gli organismi viventi sfruttano le proprietà di due molecole, il Dna e l’Rna, che hanno la capacità di immagazzinare e trasmettere le informazioni genetiche come in una sorta di manuale di montaggio e funzionamento di ogni cellula. Le due molecole della vita sanno inoltre adattarsi nel tempo attraverso processi evolutivi.

Lo studio internazionale pubblicato su Science dimostra adesso, per la prima volta, che anche il “cugino artificiale” del Dna, la molecola Xna, sa svolgere i compiti dei suoi parenti naturali: non solo codifica e trasmette informazioni, ma “memorizza” le migliori soluzioni adattative elaborate nel rapporto con l’ambiente esterno, evolvendosi esattamente come fanno tutti i viventi.



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Obama, l'eroina nera e quello sguardo dal bus

La Stampa

PAOLO MASTROLILLI


Solo, seduto sul sedile dell’autobus come un impiegato che torna a casa, guardando fuori dal finestrino. Se uno non sapesse che quello è il presidente degli Stati Uniti, la foto di Barack Obama sul pullman di Rosa Parks potrebbe sembrare un ritratto di Edward Hopper nell’Alabama di mezzo secolo fa. Il Presidente l’ha fatta scattare quando era in Michigan per un comizio e ha visitato l’Henry Ford Museum. Poi ha rivelato: «Mi sono seduto là un momento, a ponderare il coraggio e la tenacia che sono parte della nostra storia recente. Per ottenere il cambiamento ci vogliono cittadini ordinari, determinati a combattere, e continuare ad avvicinare il paese centimetro per centimetro agli ideali più alti. Perciò ho bisogno di tutti voi».

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E’ stata una trovata elettorale, dunque. Evocare lo spirito della sartina, che nel 1955 rifiutò di cedere ad un bianco il suo posto sopra un bus di Montgomery, per convincere i sostenitori ad appoggiarlo ancora a novembre. Quelli neri in particolare. Ma è stato anche un atto simbolico, che incarna la responsabilità unica del primo presidente nero: l’impossibilità di deludere.

Il rapporto con la comunità afro-americana è stato complicato. L’attore Morgan Freeman ha detto che Obama alla Casa Bianca ha esacerbato il razzismo, perché la destra del Tea Party è pronta a tutto pur di abbatterlo. Il professore di Princeton Cornel West l’ha accusato di essere diventato «la mascotte nera di Wall Street». I media conservatori non perdono occasione per assalirlo, al punto che il Drudgereport ha usato la foto sul bus fuori contesto, come illustrazione della solitudine del presidente.

«Un liberal come me - ci dice il filosofo di Princeton Michael Walzer - si rincuora a vedere Obama al posto della Parks, perché vuol dire che non ha dimenticato i suoi obiettivi, anche se non li ha realizzati. Tra i tagli al Welfare, l’istruzione pubblica e l’impiego statale, la comunità nera oggi è più debole. Forse ha pensato che la sua elezione fosse da sola un cambiamento radicale». A difendere il presidente, però, ci pensa chi le violenze dell’epoca di Rosa le ha sentite sulla pelle.

Come James Young, sindaco nero di Philadelphia, la cittadina dove furono ammazzati gli attivisti del film «Mississippi Burning»: «E’ arrivato nel pieno della crisi: nessun uomo avrebbe potuto cambiare da solo l’America in tre anni. Io non voglio favori, solo pari opportunità. E non mi importa che sia nero, ma che sia giusto. Vederlo seduto su quel bus, però, mi ha fatto pensare a quanto coraggio c’è voluto per arrivare fino qui, e a quante persone negano ancora la storia dell’America solo per dividerci».

Viaggio nell'ultima monarchia rossa dove gli operai-schiavi spazzano l'asfalto

Corriere della sera

Diario di due studenti italiani dalla Corea del Nord tra controlli e scene surreali


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PYONGYANG - Non ci sono racconti, documentari o romanzi che ti possano preparare per un viaggio in Corea del Nord. Sul volo Pechino-Pyongyang s'incrociano sguardi tra estasi e apprensione. Attraversare il mar Giallo a bordo di un ex velivolo sovietico degli anni Settanta non rassicura. Ma stiamo per vivere un'esperienza riservata solo a pochi fortunati. Al ritiro bagagli siamo contornati da una quantità impressionante di uomini in divisa. Solo ai più fedeli al regime, inclusa la nazionale di calcio rimpatriata sul nostro volo, è permesso lasciare il Paese. Sul nastro trasportatore scorrono tv al plasma, aspirapolveri e frullatori. Nel parcheggio solo Suv e macchine tedesche: chiaramente i pochi privilegiati non hanno difficoltà ad aggirare le sanzioni internazionali.

Sull'autobus ci presentano i nostri accompagnatori. Oltre all'autista, saremo seguiti da due guide - Mr W. e Miss Y. - e da un cameraman. Mr W. appare infastidito dalla quantità di foto che inevitabilmente tutti stanno scattando e ci ricorda immediatamente che «la Corea non è un Paese come gli altri», nel caso non ce ne fossimo ancora resi conto. Tra gli obblighi, quello di rimanere sempre in gruppo, di non fotografare militari né qualsiasi cosa potesse mettere in cattiva luce il regime. Per sei giorni su sette pernottiamo all'Hotel Ryanggang, uno dei tre alberghi per i pochi turisti stranieri. Ci accorgiamo subito di un problema che riscontreremo durante tutto il viaggio: la mancanza di elettricità e riscaldamento, anche all'interno degli edifici più importanti della capitale. Nelle nostre stanze la luce è fioca e l'acqua calda un bene raro e prezioso. Nonostante ciò la televisione si accende e possiamo godere dei tre canali nazionali che propongono le prodezze dei tre Kim in rotazione continua.


Percorrendo le strade della capitale si ha l'impressione di essere stati catapultati da una macchina del tempo indietro di almeno mezzo secolo. Ci sentiamo sul set di un film, un misto tra 1984 e Goodbye Lenin . Ovunque fervono i preparativi per i festeggiamenti in occasione del centesimo anniversario dalla nascita del «Grande Leader» Kim Il-sung. In centinaia si affannano a risistemare strade e marciapiedi sotto l'attenta sorveglianza di soldati armati. Abituati all'inquinamento visivo londinese, ci disorienta l'assenza di insegne luminose e messaggi promozionali. Al loro posto slogan patriottici e tanta propaganda. Sin dal primo giorno cominciano gli attriti con le nostre guide. Anche comprare una bottiglietta d'acqua può rivelarsi un problema: in quanto stranieri ci è vietato entrare nei negozi comuni e maneggiare la valuta locale.

Veniamo invece dirottati verso una bottega esclusivamente per turisti. I nostri giri proseguono con un'immersione quasi verticale all'interno della metropolitana di Pyongyang. Il colpo d'occhio è immediato, colonne e lampadari sfarzosi per un progetto che, almeno esteticamente è di livello superiore perfino a quello londinese. A questo punto decidiamo di correre un rischio e in un momento di disattenzione delle nostre guide saltiamo su un treno in partenza. Il tragitto è breve ma noi siamo chiaramente fuori posto e gli sguardi dei passeggeri variano tra il sorpreso ed il preoccupato. Decidiamo quindi di uscire all'aria aperta ma capiamo subito che non saremmo in grado di arrivare lontano. I taxi sono vietati agli stranieri e sono troppi gli uomini in divisa che cominciano a fissarci. Prima di potercene rendere conto siamo scortati da un soldato verso una destinazione ignota. La nostra assenza non è passata inosservata e in soli dieci minuti veniamo raggiunti da un Mr W. in chiaro stato di agitazione.


Questa nostra insubordinazione si trasforma inaspettatamente in un'occasione per poter chiacchierare in maniera più rilassata con le nostre guide. Miss Y. ci confida la sua passione per il cibo e la musica italiana sorprendendoci con un'improbabile interpretazione di «O Sole Mio». Ci annuncia anche molto fieramente che da qualche anno anche in Corea è giunta l'autentica pizza italiana. Per volontà del buongustaio Kim Jong-il, infatti, pizzaioli italiani furono invitati a diffondere i loro segreti a Pyongyang circa un decennio fa e recentemente una delegazione di chef coreani è stata mandata a istruirsi a Roma e a Napoli. Non potendo resistere alla curiosità, la sera stessa ci troviamo a testare una delle due pizzerie in città, sorseggiando vino dei castelli romani. Dopo questa inaspettata parentesi italiana è tempo di lasciare la capitale. Cinquanta chilometri più a sud, alla foce del fiume Taedong sorge la città di Nampo.

Durante il tragitto a bordo del nostro inconfondibile pullman per stranieri, rimaniamo colpiti dalla particolarità delle autostrade coreane. Viaggiamo su una carreggiata a dodici corsie nonostante l'assenza quasi totale di altri veicoli. Si susseguono check-point militari: senza un permesso del regime è impossibile viaggiare da un paese all'altro. All'improvviso scorgiamo un muro di persone in mezzo alla strada. Sono oltre 3.000 lavoratori incaricati di spolverare il manto stradale per il nostro passaggio, muniti di piccole spazzole fatte di foglie intrecciate. Non possiamo credere ai nostri occhi. Le guide tentano invano di proibirci di scattare foto mentre l'autista accelera suonando il clacson all'impazzata e quasi investendo una ragazza. Per un episodio di questo tipo, possiamo solo immaginare quanti altri ci siano stati sottratti alla vista.

Arriviamo a destinazione, al Ryonggang Hotspa Hotel destinato in passato ai piani alti delle gerarchie del partito. Nelle immediate vicinanze attraversiamo campi brulli e numerose baraccopoli erette nel fango. Qualche ora dopo, immersi in una Jacuzzi mosaicata e contornati dal lusso, ci viene difficile immaginare come la dottrina socialista possa essere conciliata con una tale disparità di tenori di vita. La visita alla centrale idroelettrica West Sea, collegata a Nampo da una diga di otto chilometri, mette in evidenza alcune delle problematiche attuali del Paese. Ci spiegano che strutture di questo tipo costituiscono una fonte energetica fondamentale. Ma, come spesso succede, ci viene vietato di vedere da vicino i macchinari momentaneamente non funzionanti. È evidente anche a noi, infatti, che il prodotto energetico lordo non riesca a soddisfare il fabbisogno nazionale. La corrente salta in media una decina di volte al giorno anche nella capitale. Ma non è solo l'energia a mancare. A seguito della carestia prolungatasi nel corso degli anni 90 e costata la vita a oltre 3 milioni di persone, il regime ha dovuto affidarsi sempre più ad aiuti umanitari.

Quando ormai stavamo iniziando ad affezionarci al Paese e alle nostre guide, è ora di partire. Durante la cena d'addio ci imbattiamo in una decina di operai bergamaschi. Lavorano per la Zamperla Spa, una ditta italiana che fornisce giostre anche ai vari Disneyland, cui è stata appaltata la costruzione di un parco divertimenti. Un progetto imponente nel cuore della capitale che costerà 20 milioni di dollari. Per chi venga costruito rimane uno dei numerosi quesiti a cui è difficile trovare una risposta in questo misterioso Paese. Nonostante il legame che siamo riusciti a stabilire a livello umano con le nostre guide, rimane la netta sensazione che persista una barriera ideologica insormontabile. Voliamo, liberi finalmente di poter esprimere i nostri pensieri.


Giovanni B. Conte
Ludovico Tallarita20 aprile 2012 | 8:03