venerdì 27 aprile 2012

Via Poma resta un giallo: assolto Busco 22 anni dopo la verità è ancora lontana

Corriere della sera

Sentenza per l'omicidio di Simonetta Cesaroni: la corte d'Assise d'Appello annulla la condanna a 24 anni inflitta in primo grado all'ex fidanzato, che piange in aula


ROMA - Raniero Busco è innocente, «assolto per non aver commesso il fatto». Arriva dopo 22 anni la sentenza che rivela la verità giudiziaria sull'omicidio di Simonetta Cesaroni, massacrata con 29 coltellate il 7 agosto 1990. La Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Roma, che venerdì 27 aprile si era ritirata in camera di Consiglio intorno alle 11, ha impiegato circa due ore e mezza per decidere la conclusione del nuovo processo per il caso di via Poma. Intorno alle 13.30 la pronuncia: Busco è stato dichiarato non colpevole. E' stata così annullata la sentenza di primo grado che aveva condannato l'ex fidanzato di Simonetta a 24 anni di reclusione. La sentenza è stata accolta da un urlo di sollievo. La verità, l'identità del «mostro» che assassinò la giovane romana, resta un giallo.




LA «PROVA» DEL MORSO - Le Corte d'Assise e d'Appello ha ritenuto dunque fondati i rilievi sollevati dai consulenti nominati dalla corte stessa, gli autori della superperizia secondo la quale il segno sul seno sinistro della ragazza uccisa - considerato in primo grado la «firma» dell’assassino, ovvero il segno perfetto della dentatura anomala di Busco - non era un morso. La conferma della condanna era stata sollecitata dal procuratore generale Alberto Cozzella, insieme con gli avvocati di parte civile. Mentre la tesi dei difensori Franco Coppi e Paolo Loria era che Busco dovesse avere la piena assoluzione «per non aver commesso il fatto», così come prevede l'art. 530 del codice di procedura penale al primo comma. E così è stato.

LA REAZIONE DELL'IMPUTATO - Assenti i familiari di Simonetta, l'imputato Raniero Busco era presente in aula assieme alla moglie Roberta Milletari. «Non so come sarebbe finita la nostra storia ma non ho mai pensato di farle del male - aveva detto Busco durante l'udienza del 23 aprile -. Quando ho saputo della sua morte ho provato lo stesso dolore che ho provato quando ho perso mio padre». E aveva concluso rivolto alla corte: «Da voi mi aspetto il riconoscimento della mia innocenza». Alla lettura della sentenza, Busco avrebbe prima esultato abbracciando la moglie, poi secondo alcune testimonianze sarebbe stato colto da un lieve malore. Ma uno degli avvocati ha smentito: «No, è stato composto. Ha solo pianto di gioia». Abbracci e commozione tra gli amici dell'imputato per la vittoria della linea difensiva, che era stata ripetuta anche giovedì.

LA NOTTE DELL’AUTOPSIA - Il primo a parlare di morso era stato la notte dell’autopsia di Simonetta Cesaroni il medico legale Ozrem Carella Prada, proprio uno degli esperti nominati per la superperizia dal procuratore generale della Corte d’assise d’appello. L’avvocato storico della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, ricorda a memoria le parole della perizia: «Si nota una deviazione del capezzolo del seno sinistro e la formazione di una crosticina che potrebbe essere stata causata da un probabile morso».
«Scrisse probabile o eventuale morso» precisa Molinaro, «usò una formula dubitativa. Il pm Cavallone, una volta ritrovato il corpetto e il reggiseno di Simonetta, si rilesse per l’ennesima volta gli atti e puntò su quelle parole, su quella pista, sui Dna, su quel segno e la dentatura unica di Busco per via di un sovradente».

Redazione Roma Online 27 aprile 2012 | 13:56

Il delitto di via Poma

Corriere della sera



Simonetta Cesaroni viene assassinata in via Poma



• Simonetta Cesaroni, 21 anni, romana, seconda figlia di Claudio, macchinista della metropolitana, e di Anna Di Giambattista, casalinga, nel pomeriggio è in un ufficio al terzo piano di via Poma 2, quartiere Prati, intestato all’Associazione degli ostelli della gioventù. L’ufficio è chiuso e deserto, ma il suo datore di lavoro, Salvatore Volponi, le ha chiesto di andarci lo stesso per tenere la contabilità. Scalza, Simonetta mangia un panino al prosciutto mentre scrive al computer con davanti il ventilatore in funzione. A un certo punto apre la porta a qualcuno che le fa perdere i sensi con uno schiaffone, la spoglia per metà, le sferra un cazzotto nell’occhio sinistro facendola schiantare di testa sul pavimento, e poi la accoltella ventinove volte alla giugulare, all’aorta, al cuore, al seno e al pube. Sono le 18, 18.30 circa. Verso le 20.30 la sorella Paola, non vedendo Simonetta tornare a casa, assieme al fidanzato Antonello Baroni e a Salvatore Volponi va in via Poma e costringe

Giuseppa De Luca, moglie del portiere Pietrino Vanacore, ad aprire la porta. Nell’ultima c’è Simonetta riversa sul pavimento, indosso solo i calzini bianchi, la canottiera di seta arrotolata sul collo, il reggiseno allacciato ma calato verso il basso, coi seni scoperti. Le scarpe da ginnastica sono riposte in un angolo, gli altri indumenti (mutandine, fuseaux bianchi e camicetta) sono scomparsi. Nella stanza del delitto viene trovato un foglio con un pupazzetto e una scritta indecifrabile: “Ce dead ok”. Il pavimento è pulito: l’assassino, prima di andar via, ha lavato tutto. Sulla porta, però, ci sono alcune tracce di sangue che rispondono al gruppo A Rh. [Emilio Radice, Rep. 14/8/1990; Lucio Genovesi, Rep. 28/9/1990, Massimo Martinelli, Mess. 27/1/2011; Corriere.it 9/3/2010]
Interrogato Raniero Busco, il fidanzato di Simonetta

• Raniero Busco, 24 anni, fidanzato di Simonetta, interrogato alle sei mezza del mattino dagli uomini della Squadra Mobile di Roma, V sezione, si dilunga con tutta una serie di considerazioni sulla natura della relazione: «...Voglio precisare che il nostro rapporto sentimentale non era equilibrato, nel senso che io nutrivo un semplice affetto nei suoi confronti, mentre lei...». [Nino Cirillo, Mess. 11/11/09]
Fermato il portiere Pietrino Vanacore

•  Viene fermato Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile di via Poma. Su un suo paio di pantaloni sono state trovate delle macchie di sangue.
Secondo il gip «Simonetta conosceva il suo assassino»

• Gli investigatori continuano a fare interrogatori e a svolgere accertamenti sul conto di Pietrino Vanacore, il portiere finito in carcere perché «gravemente indiziato» dell’omicidio, e di altre persone. «Dalla lettura degli atti giudiziari che già sono stati scritti intorno a questo caso, emergono elementi nuovi, o comunque consacrati dall’ufficialità della firma dei magistrati. Come l’ordinanza che ha lasciato a Regina Coeli Pietrino Vanacore per altri trenta giorni, in attesa che la polizia svolga ulteriori indagini. Contro quella decisione, l’avvocato difensore Antonio De Vita presenterà oggi ricorso al tribunale della libertà.

A leggerla bene, si scopre che gli inquirenti sono arrivati a qualche certezza che consente di restringere il campo dei possibili assassini. Per esempio – scrive il giudice delle indagini preliminare Giuseppe Pizzuti – nei piani dell’assassino il cadavere di Simonetta doveva sparire dall’ufficio nel quale è stata uccisa. Al terzo piano di via Poma non doveva rimanere traccia dell’omicidio. Perché? “La lavatura del pavimento – sostiene il magistrato nell’ordinanza – azione non esperibile in breve tempo, sembra finalizzata, ad esempio, all’occultamento del cadavere”. Ripulire la stanza dove è avvenuto il delitto, insomma, doveva essere un “momento di un processo che richiedeva diversi accessi all’appartamento”.

Qualcosa, dunque, non ha funzionato nel tentativo di organizzare un delitto perfetto. Secondo il magistrato poi, l’assassino è “verosimilmente persona interna al condominio, come è desumibile dal fatto che per la copiosità del sangue uscito l’aggressore sarebbe stato costretto a percorrere i locali del condominio e Roma con i vestiti abbondantemente insanguinati”. Ma c’è di più. Secondo il giudice delle indagini preliminari, che s’è formato le proprie convinzioni sulla base dei primi elementi raccolti dalla Mobile, l’omicidio è stato commesso “da una persona conosciuta” dalla vittima, “di cui aveva la fiducia”. Ciò si desume “dal mancato disordine degli arredi dell’appartamento”, dalla mancanza di “segni di colluttazione prolungata o di un tentativo di fuga”.

Inoltre, Simonetta ha lasciato il computer acceso, e quindi si può immaginare che “la ragazza si era recata nell’altra stanza (quella dov’è avvenuto il delitto, ndr) con il suo aggressore ritenendo che fosse una brevissima pausa nel suo lavoro”. Il delitto è stato “probabilmente commesso con motivazioni di natura sessuale”, viste anche le zone in cui sono state inferte le coltellate sulla vittima e “per l’essere stata raggiunta la Cesaroni da telefonate di natura maniacale”. Ricostruito questo quadro, i sospetti si sono addensati sul portiere perché oltre ad essere “sostanzialmente sprovvisto di alibi” per l’ora dell’omicidio, era anche “persona conosciuta e quindi affidabile” e “perfettamente a conoscenza delle assenze dei condomini” del palazzo». [Giovanni Bianconi, Sta. 17/8/1990]
Scarcerato Vanacore

• Il Tribunale del riesame scarcera Vanacore. Le tracce di sangue trovate sui pantaloni non sono di Simonetta ma sue (soffre di emorroidi). Le indagini ripartono da zero. [Flavio Haver, Cds 27/01/2011]
Nuovo interrogatorio a Busco

• Interrogato di nuovo, Busco racconta che la sera del 6 agosto, il giorno prima dell’omicidio, «ho lavorato fino alle 7 del giorno dopo», come operaio all’Alitalia, «dopodiché sono andato a casa dove sono rimasto a dormire fino all’ora di pranzo». Nessuno gli chiede cosa abbia fatto nel pomeriggio. [Mess. 11/11/09]
Avviso di garanzia a Salvatore Volponi

• Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Simonetta Cesaroni, raggiunto da un’informazione di garanzia nella quale si ipotizza l’accusa di omicidio. [Lucio Genovesi, Rep. 28/9/1990]
I risultati dell’autopsia sul corpo di Simonetta Cesaroni

• Consegnati i risultati dell’autopsia. Il volto presenta sei ferite e diverse ecchimosi; una ferita al collo è trasfossa, ossia passata da parte a parte. Sono otto i tagli nella zona toracica, quattordici in quella pubico-genitale. La morte, avvenuta tra le 18 e le 18,30, è dovuta alle coltellate. [Rep. 26/1/2011]
Volponi esce di scena

• Il pubblico ministero Catalani chiede l’archiviazione della posizione di Salvatore Volponi. Il gruppo sanguigno del commercialista, infatti, è risultato diverso da quello appartenente alla persona (quasi sicuramente l’assassino) che il 7 agosto ha lasciato alcune tracce sulla porta della stanza dell’appartamento di via Poma dove è stata assassinata Simonetta Cesaroni. [Lucio Genovesi, Rep. 28/9/1990]
Roland Voller accusa Federico Valle

• Roland Voller, commerciante tedesco con presunti legami con i servizi segreti, accusa Federico Valle, 20 anni, nipote dell’architetto novantenne Cesare, residente in via Poma, e figlio dell’avvocato Raniero, con studio al quarto piano di via Poma 2, sopra a quello del delitto. Il tedesco racconta di aver saputo dalla madre di Valle, Giuliana Ferrara, che la sera del delitto il figlio era tornato a casa sanguinante. In un confronto con l’uomo, Giuliana Ferrara nega. E anche il ragazzo si barrica sulla difensiva. Ma Voller insiste: Federico avrebbe ammazzato Simonetta perché aveva una relazione con suo padre Raniero. Il pm Catalani si convince che l’assassino sia lui. E che Vanacore abbia cercato di aiutarlo. [Flavio Haver, Margherita De Bac, Cds 17/6/1993]
Il dolore di Claudio Cesaroni

• Claudio Cesaroni a Repubblica: «Dopo la morte di Simonetta mi è rimasto un solo scopo nella vita: trovare l’assassino di mia figlia».  
Avviso di garanzia a Federico Valle

• Avviso di garanzia a Federico Valle, «un ragazzo strano», «alto, magrissimo, biondiccio, dal pallore livido, con due grossi Rayban su un volto sfuggente e senza sorriso» (Emilio Radice). [Emilio Radice, Rep. 4/4/1992; Flavio Haver, Cds 27/01/2011]
Prosciolti Valle e Vanacore

 Il gip Antonio Cappiello proscioglie Valle per non aver commesso il fatto. Il Dna del suo sangue è diverso da quello trovato sulla porta dell’ufficio di via Poma. [Leggi l’articolo pubblicato sul Corriere di Margherita De Bac]
Valle e Vanacore escono definitivamente di scena

• Escono di scena definitivamente Valle e Vanacore: la Cassazione conferma la decisione della Corte d’appello di non rinviare a giudizio i due indiziati.
Simonetta, il Sisde ed Emanuela Orlandi

• «In un’interrogazione parlamentare presentata un mese fa, il senatore leghista Erminio Boso ha sottolineato che l’ingegner Stefano Carucci, al quale era stata chiesta la prima perizia sul computer di Simonetta, fa parte della società “Insirio Spa” “in cui figurano, tra gli altri, personaggi direttamente collegabili al Sisde”. Ieri Boso, che è anche vicepresidente del Comitato di controllo sui servizi segreti, è ritornato sulla vicenda sostenendo che “Simonetta Cesaroni ha pagato con la vita per aver scoperto casualmente nel computer dell’ufficio di via Poma documenti segretissimi dei Servizi contenenti terribili verità. Potrebbe aver letto informazioni sul sequestro di Emanuela Orlandi, sulla tratta delle bianche, commercio di droga ed armi”. Tesi che non vengono tenute in considerazione negli ambienti giudiziari ma che, comunque, potrebbero essere anche oggetto di ulteriori indagini». [Flavio Haver, Cds 29/3/1996]
Il padre: «Tanta gente conosce la verità ma non la dice»

• «Il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, anche oggi, come fa ormai da 11 anni, si recherà nel piccolo cimitero di Genzano a portare un fiore sulla tomba di sua figlia. Il signor Cesaroni, però, appare sempre più sfiduciato. “Un anno fa – dice – avevamo chiesto all’allora ministro della Giustizia Piero Fassino di far svolgere ai suoi ispettori un’inchiesta amministrativa per accertare se vi furono delle negligenze, delle mancanze, degli errori, da parte di chi indagò sulla morte di mia figlia. Ma dopo un anno ancora non sappiamo niente, se questa inchiesta è stata fatta, se è arrivata ad accertare alcunché. Adesso è cambiato il ministro, al posto di Fassino è arrivato Castelli, speriamo di avere da lui delle risposte.

Il suo capo di gabinetto, però, è uno dei magistrati che si occupò di via Poma (Settembrino Nebbioso, ndr). La coincidenza suona alquanto strana”. Stranezze, errori, bugie. “Un complotto di bugie – s’indigna il papà di Simonetta – Qui tanta gente conosce la verità. Perché non la dice? Vorrei guardarli negli occhi: l’ex portiere dello stabile, Pietrino Vanacore; il datore di lavoro di mia figlia, Salvatore Volponi; lo stesso avvocato Raniero Valle... Ma forse è meglio di no, forse se li avessi così vicini da poterli guardare negli occhi, mi verrebbe voglia di alzare le mani. E questo proprio non voglio farlo”». [Fabrizio Caccia, Paolo Brogli, Cds 7/8/2001]
Scoperte nuove tracce di sangue in via Poma

• Dopo quattordici anni gli esperti del reparto scientifico dei carabinieri tornano nel palazzo di via Poma e trovano nuove tracce di sangue nei locali dei lavatoi. [Massimo Lugli, Rep. 5/7/2005]
Muore Claudio Cesaroni

• Claudio Cesaroni, padre di Simonetta, muore per una pancreatite. «Per quindici anni ha lottato senza respiro, si è battuto con tutte le forze, si è improvvisato detective nel tentativo di smascherare l’assassino della figlia. Claudio Cesaroni, il papà di Simonetta, la vittima del delitto di via Poma, è morto a 66 anni, all’ospedale San Filippo Neri dove era ricoverato per il riacutizzarsi di una pancreatite. La famiglia, dignitosa e riservata come sempre, non ha reso pubblica la notizia fino a pochi giorni fa. Dipendente dell’Acotral, Claudio Cesaroni lascia la moglie Anna e la figlia maggiore, Paola ed è stato sepolto nel cimitero di Genzano.

Quindici giorni prima di morire, quasi per un macabro scherzo del destino, Claudio Cesaroni aveva ricevuto dall’avvocato Lucio Molinaro (che assiste la famiglia Cesaroni dal 1990) una pessima notizia: la grande speranza legata alle tracce di sangue rilevate dai carabinieri nel palazzo sembra ormai sfumata. Le tracce ematiche, secondo i carabinieri del Ris, sono sicuramente di un uomo ma i test si fermano qui. Impossibile ricavare il Dna, una prova che avrebbe potuto servire ad incastrare l’assassino.

Il sangue, in sostanza, era troppo poco e troppo “inquinato” anche per l’esame della Pcr, una ricostruzione al computer che permette di ricavare la catena genetica. Eppure, almeno secondo il legale, il caso di via Poma non è ancora definitivamente chiuso: “Il magistrato inquirente, il pm Roberto Cavallone ha avuto un’intuizione importantissima e forse risolutiva – ha spiegato l’avvocato Molinaro –. Il signor Cesaroni, malgrado il fallimento delle indagini tecniche, la pensava come me. E non ha mai smesso di combattere per assicurare alla giustizia e spronare i magistrati a riaprire il caso.

Evidentemente – ha aggiunto il legale – agosto è un mese sventurato per la famiglia Cesaroni. Simonetta fu uccisa il 7 agosto. Chi ha ucciso la ragazza dovrà pagare anche per questa morte”. I cronisti che hanno seguito il caso di via Poma ricordano la forza di Claudio Cesaroni e anche la sua incrollabile fiducia nella giustizia, nonostante le mille delusioni ricavate da un’inchiesta che, troppo spesso, è sembrata a un passo dalla svolta: dall’arresto di Pietrino Vanacore all’incriminazione di Federico Valle, passando per un’impressionante serie di false piste. Ma la famiglia Cesaroni, pur nella sua amarezza, non ha mai smesso di credere nella giustizia». [Massimo Lugli, Rep. 3/9/2005]
Matrix: il dna sugli indumenti di Simonetta è di Busco

• La trasmissione Matrix rivela che dalle analisi del Ris di Parma sarebbe emerso che il dna trovato sugli indumenti di Simonetta è dell’ex fidanzato Raniero Busco. Simonetta inoltre non sarebbe morta alle 18, ma alle 16. Il pm Cavallone decide di querelare Mentana per le rivelazioni.  
Busco indagato per omicidio

• «Busco è iscritto dalla procura di Roma sul registro degli indagati per omicidio volontario. Quando gli chiedono se per il giorno del delitto ha un alibi, tira in ballo un suo amico, un Simone Palombi che il pomeriggio del 7 agosto 1990 dovrebbe averlo trascorso tutto con lui a riparare un motorino. Bastò ripescare fra le carte un’altra delle deposizioni rese quell’8 di agosto, “alle ore 17,00”, quindi neanche dodici ore dopo il primo verbale di Busco, per scoprire che Simone Palombi era stato da tutt’altra parte: “Unitamente ai miei genitori mi sono recato a Frosinone in quanto mia zia Palombi Giselda stava male. Verso le ore 19,00, sempre insieme ai miei genitori, ho fatto rientro a casa. Verso le 19,45 sono uscito dalla mia abitazione e mi sono recato al bar dei portici ove ho incontrato il mio amico Busco Raniero insieme ad altri amici comuni”. Occhio all’orario, 19,45: a quel punto Busco poteva anche essere andato in via Poma e tornato». [Nino Cirillo, Mess. 11/11/09]
Busco rinviato a giudizio

• La procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di Raniero Busco.
La moglie di Busco, Roberta Milletari, difende il marito

• «Raniero Busco, 44 anni, è sposato con Roberta Milletari da undici anni, ha due figli, fa il meccanico per Adr a Fiumicino, e una vita serena fino a qualche anno fa (quando fu iscritto nel registro degli indagati). Il 3 febbraio si troverà davanti alla III Corte d’Assise di Roma a rispondere di omicidio volontario, e la storia di questo efferato omicidio arriverà per la prima volta in un’aula giudiziaria. La moglie: “Ha già sofferto molto per la morte di Simonetta, ma oggi quel ragazzo di vent’anni fa non c’è più. Ora c’è un uomo che si è ricostruito una vita, una famiglia e che vuole andare avanti per la sua strada, come tutte le persone normali”». [Leggi l’intervista di Elena Panarella del Messaggero]

I quattro indizi che accusano Busco

• Gli indizi che hanno convinto il pubblico ministero a bussare alla porta di Raniero Busco sono fondamentalmente quattro: una traccia di saliva sul reggiseno che indossava Simonetta; una somiglianza dell’arcata dentaria di Busco con l’impronta lasciata sul seno sinistro della ragazza; una sua contraddizione nell’indicare dove fosse il pomeriggio del delitto; una compatibilità del suo Dna con una delle tracce trovate nell’appartamento. «Quattro indizi solidi. Che però non sembrano acquisire mai la valenza di “prova” processuale se confrontati con le verità investigative che detective del calibro di Nicola Cavaliere e Antonio Del Greco misero nero sui bianco in quella calda estate del Novanta.

A cominciare dalla relazione di servizio che descrisse la scena del crimine: la camera in cui si verificò l’omicidio venne ripulita accuratamente. Simonetta morì praticamente dissanguata e per terra era tutto asciutto. Almeno tre litri di sangue, disse l’autopsia, furono raccolti e eliminati. Sparirono anche i vestiti che l’assassino strappò via dal corpo della ragazza: una giacca bianca a maniche corte, stile Marina, acquistata per corrispondenza sul catalogo Postalmarket, e un pantacollant blu, descritto come molto provocante.

Il motivo di una condotta del genere, spiegarono gli investigatori, poteva essere uno solo: l’assassino aveva intenzione, con il favore della notte, di far sparire il cadavere dall’ufficio degli Ostelli della Gioventù. Voleva allontanare le indagini, i sospetti, le curiosità da via Poma. Una preoccupazione che poteva avere solo qualcuno che abitava o che lavorava in quel palazzo. Non certo Raniero Busco, che veniva dall’altra parte della città. C’è la saliva sul reggiseno, c’è il morso.

Ma la sera prima del delitto Simonetta vide Raniero: forse si scambiarono effusioni. Sicuramente due sere prima erano a casa di Annarita Testa, un’amica di lei, che raccontò: “In casa ci siamo appartate ognuno con il suo fidanzato e Simonetta è andata in camera mia, dove c’è la moquette...”. E la traccia di sangue, che secondo l’accusa Busco potrebbe aver lasciato dopo essersi ferito nella collutazione, è solo “compatibile”. Che è un concetto vago, quasi quanto quello del colore degli occhi. E poi la perizia sul corpo disse che non c’erano segni di difesa passiva sulle braccia, sulle gambe o sulle mani di Simonetta. Sotto le sue unghie non c’erano tracce di capelli, di peli, di pelle, che sono caratteristici del tentativo di una lotta estrema per la sopravvivenza.

Significa che non ci fu colluttazione: chi la uccise, la colse di sorpresa, a freddo. E ancora: Raniero Busco non aveva movente. Quel sette agosto voleva solo partire per le vacanze con i suoi amici, senza di lei, come aveva fatto l’estate precedente, perché “il nostro rapporto sentimentale non era equilibrato, nel senso che io nutrivo un semplice affetto nei suoi confronti, mentre lei mi amava strenuamente ed a volte mi faceva capire che da me pretendeva un maggior coinvolgimento”, spiegò il ragazzo agli inquirenti. Che raccolsero infinite conferme nella loro comitiva di amici: era Simonetta a inseguire Raniero; lui voleva sottrarsi a quelle richieste di attenzioni e di presenza costante.

E poi: Simonetta fu oggetto di una violenza inaudita: 29 coltellate, molte delle quali nella zona del pube, e poi il morso sul seno, il parziale denudamento. Che quella non fu una messinscena lo conferma il fatto che il killer voleva nascondere il corpo, tanto da ripulire la stanza. Quindi chi la uccise fu colto da un raptus sessuale vero. E Raniero Busco non era esattamente il più sospettabile di un impulso del genere: poteva avere Simonetta quando voleva. È vero però che quando gli chiesero un alibi, lui rispose che era con l’amico Simone Palombi. Che invece era altrove. Ma glielo domandarono sedici anni dopo il delitto, quando il 7 agosto 1990 era ormai un giorno lontanissimo nel tempo». [Massimo Martinelli, Mess. 11/11/09]
Pietrino Vanacore si suicida prima di deporre a Rebibbia

• Verso le 10 di mattina, a poche ore dalla sua deposizione nell’aula-bunker di Rebibbia, Vanacore, che dalla metà degli anni ’90 è tornato a vivere con la moglie nella sua terra, a Monacizzo in provincia di Taranto, va nel garage di casa sua, prende una corda e una boccetta di Paraquat, potente anticrittogamico usato in agricoltura come diserbante, sale sulla Citroen Cx di colore grigio, guida fino a Torre Ovo di Torricella, manda giù il veleno, si lega una corda di venti metri a un albero, l’altro capo lo assicura a un albero in modo che il suo corpo non finisca in fondo al mare, si siede sugli scogli e dopo un paio d’ore, quando sente che il veleno l’ha quasi ucciso, si lascia cadere nell’acqua a faccia in giù.Tre biglietti scritti a pennarello, uno sul tergicristallo, uno nell’auto, uno nel garage di casa sua, con queste parole: «20 anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio. Lasciate almeno in pace la mia famiglia»; «Senza nessuna colpa, né mia né della mia famiglia, ci hanno distrutti nel morale, nell’immagine e tutto il resto. Lo porteranno sulla coscienza». [Tutti i giornali di mercoledì 10 marzo 2010]
Busco interrogato a Rebibbia

• Raniero Busco viene interrogato nell’aula bunker di Rebibbia. «Per mezz’ora il pm Ilaria Calò, gli avvocati e la presidente della corte d’assise, Evelina Canale, gli chiedono di ricostruire il pomeriggio del 7 agosto ’90, quando Simonetta Cesaroni fu uccisa in via Poma. Spesso le risposte dell’ex fidanzato si limitano a dei “non ricordo”, ma Busco ha dalla sua i vent’anni trascorsi da allora. “Sicuramente – precisa – in questura mi hanno chiesto cosa avevo fatto quel giorno, ma il verbale non c’è, cosa che ho saputo solo nel 2005”. Alle tre di notte dell’8 agosto ’90 gli agenti della Mobile avevano prelevato Busco a Fiumicino, dove tuttora lavora, e l’avevano portato in via Genova: “Mi hanno gettato le foto del cadavere davanti: immaginate il mio stato d’animo. Mi gridavano di confessare, mi hanno schiaffeggiato. Nel pomeriggio mi hanno ripreso, mi hanno riconvocato dopo un mese e poi dopo 15 anni”. Nei primi interrogatori Busco aveva spiegato di aver trascorso il pomeriggio dell’omicidio con l’amico Simone Palombi, che però l’ha smentito. Perciò ora l’imputato sostiene: “Ho riparato l’auto di mio fratello Paolo e verso le 18.30 o le 19 sono andato al bar Portici”.

Busco nega di aver telefonato a Simonetta all’ora di pranzo e di sapere che lavorava in via Poma. Le domande del pm tendono a mettere in luce gli aspetti più discutibili della personalità dell’imputato emersi durante il processo: l’accusa gli contesta due tentativi di depistaggio (una falsa segnalazione a carico di un amico; altri tre amici indicati come possibili corteggiatori di Simonetta); un alibi fasullo concordato con due amiche della madre; due liti finite a botte con la cognata e i vicini. Le risposte non convincono la Calò, che però non insiste. Ad aprire l’udienza è la deposizione di Salvatore Volponi, l’ex datore di lavoro della vittima. Lucido, freddo, preciso, il commercialista sottolinea: “Prima della sera del 7 agosto non ero mai stato in via Poma”. All’arrivo, racconta, si era diretto subito all’abitazione del portiere “solo perché c’era una luce”. E un’altra luce, stavolta della luna, lo aveva spinto a entrare proprio nella stanza “giusta”, quella dove Simonetta giaceva morta». [Leggi qui alcuni stralci dell’interrogatorio a Volponi][Lavinia Di Gianvito, Cds 13/11/2010]  
Busco condannato a 24 anni di galera

• Alle 16 i giudici della Terza Corte d’Assise del Tribunale di Roma condannano Raniero Busco a 24 anni di galera (la Procura aveva chiesto l’ergastolo). Per la legge è stato lui ad uccidere la sua ragazza. La sentenza diventerà esecutiva solo dopo il terzo grado. Busco, oggi 46enne meccanico dell’Alitalia, sposato con Roberta e padre di due gemellini di 9 anni (Valerio e Riccardo) è stato anche interdetto dai pubblici uffici e gli è stata sospesa la potestà genitoriale. Poi c’è la condanna al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese legali per le parti civili: per la madre e la sorella di Simonetta, Paola e Anna Di Giambattista, è stata prevista una provvisionale immediata rispettivamente di 100 e 50 mila euro. [Rory Cappelli e Maria Elena Vincenzi, Rep. 27/1/2011]

I commenti. Il penalista Carlo Federico Grosso

• Nel processo di via Poma c’è «un elemento specifico di grande interesse. L’irrompere sulla scena delle investigazioni della cosiddetta “prova scientifica”: la scoperta di una traccia di saliva su alcuni indumenti della ragazza dalla quale è stato isolato il dna di Busco. (...) Vi sono prove scientifiche che sono, di per sé, sul terreno della scienza, sicure. Una di esse è proprio l’accertamento del dna. Tale accertamento deve essere, peraltro, sempre contestualizzato: di per sé dimostra che c’è stato un contatto, un collegamento, la presenza di una persona in un luogo. Per avere la prova della commissione del delitto da parte di chi ha lasciato la traccia occorre tuttavia stabilire quando c’è stato quel contatto, in quale contesto, in quale specifico luogo. Altrimenti il dato rimane equivoco, non risolve (...) Ad esempio, si può ricordare che nel caso Garlasco a nulla è servito all’accusa avere accertato che sul portasapone della casa della vittima vi era l’impronta di Alberto Stasi mista

al suo dna, perché non c’era prova di come e quando quelle tracce erano state lasciate. Nel caso di specie l’accertamento del dna su alcuni indumenti della vittima era incontestabile; quando, tuttavia, quelle impronte erano state lasciate? E ancora: la “compatibilità” con la configurazione dentaria di Busco dei segni di un morso su di un seno della vittima (peraltro contestata dalla difesa dell’imputato) era di per sé sufficiente a dimostrare, assieme all’accertamento del dna, che l’imputato proprio quel giorno si trovava con la vittima? Che ruolo avevano, in questo quadro, gli alibi addotti e contestati? E così via». Il penalista Franco Coppi, docente alla Sapienza: «Un omicidio non va mai in prescrizione però questa è una giustizia non più giustizia.

La giustizia, per dirsi tale, deve realizzarsi a poca distanza dal fatto criminale, altrimenti viene meno la possibilità di recuperare e reinserire nella società chi ha subìto una condanna. Diventa un meccanismo burocratico che deve funzionare per forza, puramente vendicativo. Su un piatto della bilancia c’è la verità ad ogni costo. Sull’altro l’individuo che riveste un ruolo nella società, ha metabolizzato la sua colpa, fa i conti con la sua morale e tutt’al più risponderà al Padreterno per quel che ha commesso». Giuseppe Sartori, direttore della scuola di specializzazione in Neuropsicologia dell’Università di Padova: «Tecnicamente la distanza fra il delitto e la sentenza non ha importanza (...)

Per chi ha commesso un reato è previsto un sistema di punizione e rieducazione, che ha un senso anche se passano molti anni prima di arrivare a un verdetto di colpevolezza». Paolo Loria, difensore di Busco: «Si dice che le sentenze vanno rispettate. Bè a volte le sentenze vanno sopportate. Avete visto tutti i dubbi che queste prove hanno sollevato. La cosiddetta prova scientifica ad esempio è dubbia. E sottolineo che le perplessità non vengono da noi. La difesa si è limitata ad esprimere i dubbi che la stessa accusa ha dichiarato in aula. Un’accusa senza movente, che non ha saputo spiegare le modalità di esecuzione né mostrare l’arma del delitto. Tantomeno una perizia che possa dire “Busco è un pazzo”... perché quello di Simonetta è il delitto di un pazzo. Un uomo rifiutato perché impotente o perché sbeffeggiato, non Busco». Massimo Martinelli sul Messaggero: «...Dal giorno successivo, era il 7 agosto 1990, e nei vent’anni che seguirono, la procura di Roma ha cercato il nome di questo omicida pazzo e pervertito sessuale.

Ieri lo ha consegnato alla platea, che però è rimasta con l’amaro in bocca. Perché il colpevole designato, Raniero Busco, non è un pazzo e non è un pervertito sessuale. Negli atti esistono le prove che non fosse nemmeno troppo interessato a Simonetta; voleva lasciarla e lei insisteva per avere un rapporto stabile. Aveva anche un alibi, ma le due signore che si sono presentate in aula per sostenerlo hanno rischiato l’incriminazione per falsa testimonianza. Soprattutto, se davvero quel pomeriggio si presentò in via Poma, era la prima volta che ci andava. E sempre in quel maledetto fascicolo giudiziario ci sono le prove che l’assassino conosceva il palazzo come fosse casa sua; dagli scantinati ai lavatoi». Cristiano Gatti su Il Gionale: «Prima ipotesi: Busco è davvero colpevole.

La tentazione è dire subito che allora deve andare in galera, perché quello è il posto degli assassini. Ma persino questo caso, apparentemente così semplice e lineare, implica il suo tormento: davvero è giusto che un altro Busco, nei fatti capace di vivere decorosamente in un consesso civico, come chiedono qualunque pena e qualunque recupero, proprio questo Busco paghi adesso, in un’altra vita, la colpa di quel Busco così diverso e così lontano? Comunque, c’è qualcosa che angoscia. Ma poi, purtroppo, c’è la terribile ipotesi due: Busco è innocente. Allora: un uomo innocente viene prelevato a metà del suo cammino di vita, strappato a moglie e figli, e sbattuto a marcire in cella (...)». [Massimo Martinelli, Mess. 27/1/2011; Ilaria Sacchettoni, Cds 28/1; L. Ma. Cds 28/1; Laura Martellini Cds 28/1; Carlo Federico Grosso, Sta. 28/11; Cristiano Gatti, Gior. 27/1]

• Busco, prima della sentenza, stritola in aula le mani della sua Roberta dicendole tra le lacrime «amore mio, ti amo e ti amerò sempre». Quando il giudice Evelina Canale legge la condanna Busco scoppia a piangere e quasi sviene tra le braccia del fratello Paolo, che «lo acchiappa sotto le ascelle mentre quello sviene, tuona contro la corte con la sua voce da baritono popolano «ma che state a ddì?» (...) «“Se la sono presa col più debole, col vaso di coccio”, sacramentano i vicini di casa, accorsi a frotte per fare il tifo, assieme alle colleghe di Roberta – come lei commesse in un grande magazzino – assieme ai colleghi di Raniero – tecnici e operai dell’Alitalia – che alla lettura della sentenza strillano “noooo!” dalle tribune del pubblico, e singhiozzano e strepitano e imprecano contro il mondo mentre le guardie carcerarie di Rebibbia allontanano tutti a fatica (...)». [Goffredo Buccini, Cds 27/1/2011]

• Anna Di Giambattista e Paola Cesaroni, madre e sorella di Simonetta, si definiscono «soddisfatte»: «La sentenza testimonia come non si debba mai smettere di avere fiducia nella giustizia». [Fulvio Milone, Sta. 28/1]

• Chi ha avuto modo di sentire Busco dopo la sentenza, riferisce che piange. Chi è riuscito a vederlo assicura che ha occhi inespressivi, quasi senza vita. Sua moglie Roberta, dicono, interviene anche per accompagnarlo da una stanza all’altra. E lui, rintanato in casa, si dispera: «Tutto assolutamente ingiusto». [Ilaria Sacchettoni Cds 28/1]
Roberta Milletari scrive un libro per scagionare il marito

• Nel libro Al di là di ogni ragionevole dubbio, edito da Aliberti e scritto dalla giornalista Raffaella Fanelli e da Roberta Milletari, fra le altre cose c’è il foglio, in originale, delle presenze in Alitalia di Raniero Busco. Il dettaglio smentisce la ricostruzione fornita dai giudici secondo i quali Busco incontrò Simonetta Cesaroni il 7 agosto, data del delitto, perché il giorno successivo sarebbe dovuto partire per la Sardegna. In realtà il foglio presenze registra come le ferie dell’ex fidanzato di Simonetta cominciarono solo il giorno 17 agosto. Nel libro si riportano anche alcune lettere di Luciano Porcari, uomo vicino ai servizi segreti, che ha dichiarato di aver avuto contatti con un ufficio dei servizi con base nella scala B della palazzina di via Poma. In una di queste, inviate alla giornalista Raffaella Fanelli, Porcari scrive: «C’era un ufficio dei servizi segreti, più che un ufficio… un gabbiotto… nel cortile interno, sul lato destro, accanto alla palazzina B, lì facevano i contratti per il traffico di armi e gli aiuti umanitari… era Simonetta a scrivere quei contratti, c’erano due agenti dei servizi entrambi interessati alla ragazza… di loro farò i nomi, se sarò chiamato in Corte d’appello». La difesa di Busco chiederà in Appello di sentire il Porcari. [oggi.it 28/6/2011]      
Comincia il processo d’appello a Busco

• Comincia il processo di secondo grado a Raniero Busco. L’imputato, in completo grigio, mano nella mano con la moglie Roberta Milletari, accompagnato da alcuni amici e colleghi, entra nell’aula magna della Corte d’appello di Roma senza dire una parola. [Repubblica.it 24/11/2012]
Il destino di Busco nelle mani dei super periti

• La Corte d’assise d’appello nomina tre super periti - Corrado Cipolla D’Abruzzo, medico legale dell’ Università di Chieti, Carlo Previderè dell’Università di Pavia, esperto di genetica forense, e il medico legale dell’Università di Trieste Paolo Fattorini - che avranno 90 giorni per «esprimere le loro valutazioni in merito alle contrastanti prospettazioni dei consulenti del pm e delle parti private, con particolare riguardo all’orario della morte, alle cause e ai mezzi che l’hanno prodotta, alla natura e all’epoca di determinazioni delle lesioni riportate dalla vittima sul seno sinistro e in regione sterno claveare, nonché alle modalità di conservazione dei reperti utilizzati per le analisi genetiche e alla attribuibilità delle relative tracce». Insomma, tutte le «prove» che hanno condotto alla condanna di Busco vengono rimesse in discussione: i periti dovranno stabilire a che ora e in che modo è stata uccisa Simonetta Cesaroni; se la lesione sul suo seno sinistro coincide con la dentatura dell’ex fidanzato; come sono stati conservati gli indumenti usati per i test del dna e se le tracce rimaste sul reggiseno sono riferibili all’imputato. [Cds 6/12/2011]
Nella fiction su via Poma l’assassino non c’è

• Va in onda su Canale 5, mentre il processo è in corso, il film tv di Roberto Faenza Il delitto di via Poma che ricostruisce in 90 minuti vent’anni di misteri, errori (della polizia e della magistratura) e depistaggi senza indicare un colpevole. «Il produttore Pietro Valsecchi e il regista sceneggiatore Roberto Faenza hanno utilizzato gli atti giudiziari per raccontare come l’omicidio resti un groviglio di interrogativi irrisolti. Così, mentre l’inchiesta della procura è approdata a una “certezza” con la condanna di Raniero Busco (…), nella fiction l’assassino non c’è.

“Il colpevole è la giustizia italiana”, sostiene Faenza, convinto del fatto che il killer di via Poma “sia qualcuno che va protetto”. Valsecchi è d’accordo: la morte della Cesaroni “è una verità scomoda, un caso tutto italiano come le stragi di Ustica e piazza Fontana”. Perciò il film ruota attorno alle bugie che hanno costellato e sviato le indagini. “Tutti mentono anche per motivi che non c’ entrano niente con il delitto: una sorta di piccolo Peyton Place in cui l’ unica a farne le spese è Simonetta”, osserva Faenza (…) Anche Paola Cesaroni condivide i dubbi degli autori della fiction. Ricorda Faenza: “Le ho chiesto come reagirebbe all’assoluzione di Busco e lei mi ha risposto: Vorrebbe dire che si sono sbagliati un’altra volta”» [Lavinia Di Gianvito Cds 3/12/2011]
La superperizia scagiona Busco

• La superperizia smonta, pezzo per pezzo, tutti i principali indizi contro Raniero Busco, in primo luogo quella lesione sul capezzolo sinistro della ragazza assassinata che sarebbe stata provocata da un morso di Raniero. Secondo il collegio di periti quella del morso è «una semplice ipotesi» mentre la ferita potrebbe essere stata provocata da un’unghia, dallo sfregamento di un polpastrello o, teoricamente, dal contatto con gli apici dentari. «Gli esperti, con una serie di disegni, mostrano anche che, stando alla ricostruzione dell’omicidio, nessun aggressore avrebbe mai potuto mordere la ragazza in quella posizione: “Impossibile per un essere umano”. Niente morso, insomma un indizio fondamentale che, adesso, esce definitivamente di scena. Ma nella relazione dei consulenti c’ è molto di più: l’ assassino ha lasciato tracce di sangue nell’ ufficio dove lavorava Simonetta e non si tratta di quello di Busco. Le tracce ematiche rilevate sul lato interno della porta e sul telefono, infatti, appartengono a una persona di gruppo

A mentre sia la vittima che l’imputato sono di gruppo 0. Una rivelazione che, in realtà, non è nuova. In una lettera all’avvocato Franco Coppi, depositata in apertura del processo, il professor Angelo Fiori ricordava questa "dimenticanza" che, in primo grado, non è stata neanche presa in considerazione. Non basta: i reperti biologici rilevati sulla parte sinistra del corpetto di Simonetta apparterrebbero a tre uomini diversi, un effetto, questo, che molto probabilmente fa pensare che i vestiti della ragazza siano stati "contaminati". Quanto alla saliva sul reggiseno di Simonetta, il collegio degli esperti conferma: è quella di Raniero ma la difesa ha sempre obiettato che i due ragazzi, anche se si erano lasciati, continuavano ad avere rapporti. Non basta: la superperizia sposta in avanti l’ora dell’ omicidio: Simonetta Cesaroni non sarebbe stata uccisa alle 18 ma, stando al raffreddamento del corpo e alle condizioni meteorologiche del 7 agosto 1990, verso le 19» [Massimo Lugli, la Repubblica, 22/3/2012].

  (a cura di Roberta Mercuri)



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Quei canili come lager, l'Europa si mobilita

Corriere della sera

Quella dei cittadini ha già raccolto centinaia di migliaia di firme per dire stop alle perreras. Ma la Ue tentenna



MILANO - Avete presente il senso di tristezza e di impotenza che vi prende visitando uno dei tanti canili italiani gestiti da associazioni animaliste, gruppi di volontari, Asl o consorzi comunali? Per quanto si possa provare a trovare consolazione nel fatto che i trovatelli presenti in questi rifugi abbiano un tetto sotto cui ripararsi dalle intemperie, non soffrano la fame, siano controllati dai veterinari e accuditi con professionalità e quasi sempre anche con amore non ci si riesce mai a togliere dalla testa l'idea di quanto possa comunque essere triste per loro trascorrere una parte della propria esistenza - che in alcun casi significa mesi o addirittura anni - dietro alle sbarre di una gabbia. Eppure è davvero nulla rispetto alla realtà delle perreras, i canili municipali spagnoli, che sono veri e propri bracci della morte, dove cani e gatti vengono sipati in condizioni precarie in attesa di adozione o, molto più spesso, di esecuzione. Il tempo per trovare una famiglia disposta ad accoglierli è infatti brevissimo, una decina di giorni o poco più. Dopo di che la legge consente di eliminare il problema alla fonte, ovvero sopprimendo gli animali.



LA MOBILITAZIONE DEI CITTADINI - Contro questa pratica è in atto da anni una forte mobilitazione popolare in tutta Europa, dove generalmente le politiche di gestione del randagismo, salvo alcuni casi - vedi gli stermini di massa dei cani di strada praticati in Romania -, sono più rispettose del benessere degli animali. E l'Italia è uno dei Paesi in prima fila in questa campagna. Nei giorni scorsi è stata l'Oipa a farsi carico del problema, incontrando a Bruxelles il rappresentante del commissario europeo John Dalli, per chiedere azioni concrete per la tutela di cani e gatti randagi in tutta l'area comunitaria. Il presidente dell'associazione Massimo Pradella e l'eurodeputato Andrea Zanoni non erano però soli: idealmente, con loro, c'erano anche 112.683 cittadini che hanno firmato una petizione chiedendo l'immediato stop delle esecuzioni nei canili spagnoli. Esecuzioni che avvengono spesso con metodi barbari, dal soffocamento in vere e proprie camere a gas al ricorso a percosse o a farmaci che agiscono sul sistema nervoso. E che, in alcuni casi denunciati dagli animalisti che hanno potuto assistervi o raccogliere testimonianze, hanno sfiorato il pulp, con animali cremati ancora vivi o solo semicoscienti.

MA LA UE TENTENNA - I membri dello staff di Dalli hanno spiegato di essere a conoscenza del problema e di ricevere molte pressioni da cittadini e politici delle varie nazioni. Ma al tempo stesso hanno dovuto ammettere che la Ue ha ancora le mani legate, perché per quanto il Trattato di Lisbona accenda i riflettori sull'esigenza di tutelare gli animali in quanto esseri senzienti, non ci sono ancora leggi applicative che vadano oltre il principio generale e che consentano di intervenire sulle legislazioni nazionali. Tuttavia è stato ribadito l'impegno a fare fonte al più presto a questa lacuna. La petizione italiana è stata affiancata da altre tre presentate da gruppi tedeschi, finlandesi e spagnoli. «E' necessario continuare a fare pressione affinché lo sdegno dei cittadini europei venga ascoltato - ha commentato Massimo Pradella -. Azioni vergognose e indegne di una società civile, come il trattamento riservato ai randagi in Spagna e Romania, devono essere portate sul tavolo di chi ha il potere di porvi fine».

I VIAGGI DELLA SPERANZA - Nel frattempo però c'è chi non resta alla finestra. Diverse associazioni italiane si prendono in carico i cani delle perreras e li portano in Italia per farli adottare. Veri e propri viaggi della speranza, che spesso hanno un epilogo a lieto fine. Ma il lavoro è immane, perché per quanti animali si possano portare nel nostro Paese, dove peraltro sono già molti i trovatelli in attesa di adozione, sono tanti quelli che ogni giorno dovrebbero essere riscattati. Va da sè che quelli che riescono a salvarsi siano solo una minoranza, piccole gocce in mezzo ad un mare di abbandono, di violenze e sopraffazione. Per questo motivo è indispensabile un'azione di tipo istituzionale. «L’intervento dell’Ue nei confronti degli Stati membri che quotidianamente sopprimono migliaia di randagi - dice ancora Pradella - dovrebbe essere tempestivo, perché nei prossimi due anni verranno uccisi e maltrattati ancora moltissimi animali. Tuttavia accogliamo positivamente l’apertura della Commissione Europea e ci auguriamo che ora dia effettivamente seguito alle pressanti richieste dei cittadini».

Alessandro Sala
@alsfiles27 aprile 2012 | 16:26

Ricicliamo le terre rare di smartphone e pc

Corriere della sera

Sono ormai indispensabili nelle apparecchiature tecnologiche dell'ultima generazione. Ma estrarle inquina



Una miniera a cielo aperto di terre rareUna miniera a cielo aperto di terre rare

Dalle lampadine al neon si può recuperare l’ittrio, dalla lucina dello stand-by degli smartphone l’europio, dai magneti dei lettori dvd il neodimio. E poi il gadolinio, il cerio, il lantanio e il disprosio dalle schede e dai circuiti elettronici dei pc. È qui che sta il tesoro. Presenti in piccole percentuali, nascoste tra altri materiali più comuni in prodotti di cui non possiamo più fare a meno, fanno capolino le terre rare: 17 elementi chimici che in natura si trovano solo diluiti in particolari rocce e che sono utilizzati nei settori più all’avanguardia per quanto riguarda elettronica, automobilismo, biomedicina, energie rinnovabili. Il loro valore oscilla tra i 100 e i 3 mila euro al chilo a seconda del tipo di sostanza – cifre in continuo incremento, dato che il 97% della produzione è concentrata in Cina. Un monopolio che preoccupa il mondo intero, a cominciare dagli Stati Uniti: la Repubblica popolare cinese ha da poco iniziato a ridurre le esportazioni, per frenare lo sfruttamento delle risorse che sta causando gravi danni ambientali e rispondere alle esigenze della produzione interna. Spingendo i prezzi alle stelle. Basti pensare che il mercato mondiale delle terre rare vale 4 miliardi di dollari e rende possibile la produzione di beni per 4 mila miliardi di dollari.

LA RACCOLTA DEI RIFIUTI E GLI IMPIANTI - La risposta alla stretta della Cina? «Il riciclo: le moderne tecnologie consentono di recuperare ittrio, lutezio e altre terre rare dai prodotti a fine vita. Insomma, dai rifiuti», spiega Danilo Bonato, direttore generale di ReMedia, consorzio che si occupa in Italia della gestione di Raee (rifiuti apparecchiature elettriche ed elettroniche). Il procedimento è semplice ed ecosostenibile, dato che l’impatto sull’ambiente è minore rispetto a quello estrattivo: «Gli oggetti vengono tritati e la polverina ottenuta viene sciolta in speciali acidi che servono a isolare i diversi elementi».

TECNICHE - La percentuale di riciclo globale delle terre rare si aggira intorno al 5%. Le tecniche sono ancora all’inizio: i primi impianti di recupero sono partiti un paio d’anni fa. In Italia, di impianti per il riciclo dei materiali elettrici ed elettronici ce ne sono 150 ma solo quattro riescono a estrarre le varie terre rare. Un numero che potrebbe aumentare, dato che la raccolta di rifiuti elettrici è in continuo miglioramento: nell’ultimo biennio è passata da 2 a 4,3 chili a persona l’anno (su 25). Se la maglia nera europea spetta alla Grecia, con 2 kg, siamo ancora lontani dalla media europea (7) e dai risultati della Scandinavia, che ne raccoglie 22. «L’Italia si sta muovendo bene, ma può far meglio», sottolinea Bonato. «A livello mondiale non esiste una leadership che guida il settore: c’è spazio per affermarsi. Noi stiamo iniziando a farlo con il progetto E-waste Lab, che riunisce Politecnico di Milano, Regione Lombardia e Assolombarda per la ricerca di nuove tecnologie che migliorino il recupero di terre rare».

BUROCRAZIA - La principale difficoltà per le aziende italiane arriva dalla burocrazia – per ottenere i permessi da Regioni o Province ci vogliono montagne di carte e due anni di pazienza. Per i costi ci si aggira sui 7-10 milioni di euro: per essere davvero redditizio un impianto «deve poter lavorare almeno 5 mila tonnellate di rifiuti all’anno», sostiene Bonato. Alla Dismeco, società bolognese che ha recuperato l’area della vecchia cartiera Rizzoli a Marzabotto per farne un centro di riciclaggio green, sono all’inizio. «L’autorizzazione l’abbiamo ottenuta, dobbiamo trovare la società che completi il processo di riciclo isolando le terre rare», sottolinea Walter Boninsegni, responsabile commerciale. Intanto hanno già avviato un progetto di ricerca europeo per migliorare l’isolamento e l’estrazione delle terre rare, guidato dal dipartimento di tecnologia dell’università svedese di Göteborg.


Greta Sclaunich
17 aprile 2012
(modifica il 27 aprile 2012)




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