domenica 29 aprile 2012

Tutte le strategie di Apple per pagare meno tasse

Corriere della sera

I vantaggi fiscali dell'«economia digitale» delle società tecnologiche che le altre aziende non possono utilizzare



MILANO - Quando si è la compagnia tecnologica che produce la maggiore quantità di profitti al mondo e si prevede di guadagnare 45,6 miliardi di dollari solo nell'attuale anno fiscale americano, si cercano tutte le strategie per pagare meno tasse. Per esempio spostando un ufficio in Nevada, si evita di versare alcuni milioni di dollari al fisco statunitense. Il New York Times illustra tutte le strategie messe in atto da Apple per ridurre la quantità di soldi che ogni anno sono chiesti dal fisco Usa. Tra queste, appunto, c'è lo spostamento dell'ufficio che si occupa di raccogliere e investire i profitti aziendali dalla sede centrale Apple di Cupertino a Reno. A parte i circa 350 chilomentri di distanza, cosa cambia? In California le tasse sulle aziende sono pari all'8,84% (un'inezia rispetto a quelle italiane). E in Nevada? Zero. Nul. Nothing. Nada.

TASSE BASSE - Apple, spiega il giornale newyorkese, ha creato una serie di sussidiarie in posti come Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Isole Vergini britanniche che in realtà sono poco più di un indirizzo e una sede legale alla quale ricevere la posta. Ciò che accomuna queste località è la bassissima tassazione sulle aziende e una corporation come Apple - che secondo gli analisti stabilirà il record dei profitti più alti della storia per una società americana - non fa eccezione rispetto a quanto già fanno migliaia di grande aziende di tutto il mondo. Che sfruttano regole scritte per l'«era industriale» ma che male si adattano all'attuale «economia digitale». Specie se buona parte dei profitti di compagnie come Apple, Microsoft, Google, Amazon e Hewlett-Packard non derivano dalla vendita di beni fisici, ma da diritti sulle proprietà intellettuali, come i brevetti sui software o le canzoni da scaricare. Beni immateriali che possono essere venduti ovunque, anche negli Stati con basse tassazioni. A differenza di chi vende molto più «materiali», come le auto per esempio.

VANTAGGI - Tutto ciò dà un evidente vantaggio alle società tecnologiche. Negli ultimi due anni le 71 società tecnologiche che fanno parte dell'indice borsistico Standard & Poor's 500, hanno pagato tasse complessive (in tutto il mondo) pari a un terzo in meno rispetto alle altre società non tecnologiche che fanno parte dello stesso indice.


Redazione Online29 aprile 2012 | 19:20



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Troppe tasse, vado via dall'Italia»: l'ira del titolare di «Amica chips»

Il Mattino


ROMA - «Con l'imposta sui cibi considerati non sani dovrei pagare un euro per ogni chilo di prodotto: 75 mila euro al giorno. Piuttosto vendo tutto a una multinazionale e me ne vado via dall'Italia». È quanto afferma al Giornale, Alfredo Moratti , titolare del colosso degli snack, «Amica chips».


«L'Italia - protesta l'imprenditore - è ormai finita, spacciata. La gente non ha più voglia di lavorare e ai pochi che ce l'hanno ci pensa Monti a farla passare». Moratti lamenta di «non trovare gli operai: i giovani non vogliono faticare» mentre sul governo aggiunge: «Vogliono rendersi conto sì o no che gli operai guadagnano poco e a noi costano troppo? Lo sanno che il 20 per cento dei miei dipendenti ha dovuto fare ricorso alla cessione del quinto dello stipendio per mantenere la famiglia?».

Domenica 29 Aprile 2012 - 12:54    Ultimo aggiornamento: 12:55



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Operaio in nero per il palco del primo maggio

Corriere della sera

Al responsabile del cantiere i carabinieri hanno notificato una multa di tre mila euro



CAPANNORI (Lucca) – I carabinieri sono sicuri: nel cantiere dove si stava allestendo il palco della festa dei lavoratori c’era un giovane operaio in nero. Inflessibili, i militari hanno così verbalizzato a un imprenditore versiliese una multa da 3 mila euro e deciso la sospensione temporanea dell’attività. E se lunedì sarà confermata la violazione e scoperti altri illeciti, scatteranno nuove misure e il concerto del Primo Maggio potrebbe essere a rischio. Il blitz, scattato nella centralissima piazza Aldo Moro, ha provocato non poche polemiche a Capannori, cittadina lucchese di 50 mila anime, dove ci si sta preparando alla manifestazione di martedì con alcuni eventi e tra questi un concerto gratuito di Samuele Bersani.

LE DENUNCE - L’operazione di carabinieri e ispettorato del lavoro è arrivata a pochi giorni di distanza dalla scoperta di 61 operai in nero a Caserta, impegnati nel montaggio della struttura per il concerto di Tiziano Ferro. E soprattutto alle otto denunce scattate venerdì a Roma contro alcune cooperative che stavano allestendo il concertone del Primo Maggio in piazza San Giovanni. La ditta multata, in una nota, ha confermato i controlli di carabinieri e ispettorato del lavoro. Ma ha precisato che non ci sarebbero irregolarità nel cantiere. «E’ stato richiesto di produrre entro lunedì mattina copia di un contratto di prestazione occasionale di un lavoratore di una cooperativa di servizi che stava svolgendo le proprie regolari mansioni», ha scritto l’imprenditore titolare del cantiere.



Marco Gasperetti
29 aprile 2012 | 11:22



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Banda della Magliana, faide dopo gli affari Così finisce un mito (sbagliato)

Corriere della sera

I misteri e gli scontri che segnarono il declino del gruppo. Chi è rimasto, non ha trovato di meglio che tornare a fare il malavitoso. Attesa per la riesumazione di De Pedis




Il corpo di Angelotti,Il corpo di Angelotti,

ROMA - Chi la considerava un mito, adesso può rassegnarsi alla fine del mito. Alla dimostrazione che non esiste un livello criminale che ti mette al di sopra degli altri, e che se non sei in grado di uscire dalla malavita con la tua testa e le tue gambe il destino sarà sempre un'incognita tra la galera o la tomba. Perché continuerai a fare il criminale, e in tempi di crisi puoi incappare in una rapina dove ci lasci la pelle. Anche se appartenevi alla «leggenda» della banda della Magliana, o l'hai solo sfiorata.

I volti dei principali componenti della Banda della Magliana
Dopo tanti altri, è andata così pure ad Angelo Angelotti, che a 61 anni è morto in un'alba in cui tentava di raggranellare qualche gioiello insieme alla sua «batteria». L'età era da pensione, ma in quel ramo è difficile ritirarsi. La vecchia banda è finita da un pezzo; chi ne ha fatto parte sopravvivendo all'autocombustione che l'ha consumata e ha scelto di riciclarsi nella malavita ordinaria rischia di finire all'obitorio in attesa dell'autopsia. È cosi che tramonta un mito sbagliato.

Il caso ha voluto che Angelotti, da qualcuno battezzato «Caprotto», sia morto ammazzato pochi giorni dopo l'annuncio della prossima apertura di una tomba che dovrebbe sciogliere qualche mistero legato alla famosa banda di cui fece parte: quella di Enrico De Pedis detto Renatino, una delle anime della gang che quando si misero una contro l'altra ne provocarono la fine.

La tomba di De Pedis in Sant'ApollinareLa tomba di De Pedis in Sant'Apollinare

Renatino fu inspiegabilmente sepolto nella cripta della basilica di Sant'Apollinare, tra papi e porporati, con tanto di apostolico permesso firmato dal vescovo vicario di Roma dell'epoca, il cardinale Ugo Poletti, dopo essere stato assassinato nel cuore della città, a due passi da Campo de' fiori. Con la complicità proprio di Angelotti. Così hanno raccontato i pentiti e così ha stabilito una corte d'assise, anche se lui ha sempre negato ogni responsabilità in quell'omicidio.

Accadde ventidue anni fa, nel 1990. Quelli che volevano preservare l'anima «genuina» della banda avevano dichiarato guerra ai «testaccini» guidati da Abbruciati e De Pedis, i quali s'erano messi a trescare con qualche strano potere trasformando la banda in una sorta di «agenzia del crimine» a disposizione di chiunque offrisse denaro o protezione, commettevano omicidi per conto terzi senza metterne a parte gli amici e avevano preso una strada che non si sapeva dove avrebbe portato. Almeno questo pensavano i vecchi complici del traffico di droga su Roma, e questo raccontarono quando scelsero di evitare la galera collaborando coi magistrati.Fu allora che cominciò la resa dei conti e che, per esempio, Edoardo Toscano detto «Operaietto» decise di ammazzare De Pedis perché non gli piaceva più come gestiva gli affari. Ma De Pedis arrivò prima di lui, e Toscano fu assassinato in una strada di Ostia mentre parlava con un panettiere che gli faceva da «cassiere», nel marzo del 1989. 


Per tutta risposta gli amici di Toscano decisero di chiudere i conti con Renatino, e ci riuscirono quasi un anno dopo. Quello si guardava le spalle, serviva uno di cui si fidava che lo «portasse a dama», come dicevano loro in gergo, perché chi di dovere lo potesse «parcheggiare» con comodo. Fu scelto Angelotti, dissero i pentiti, che gli diede appuntamento per la compravendita di articoli d'antiquariato. De Pedis si presentò puntuale, e puntuali arrivarono i suoi killer a bordo di una moto, che raggiunsero il piccolo scooter sul quale se ne stava andando e lo riempirono di piombo.

Il cast della fiction tv «Romanzo criminale»Il cast della fiction tv «Romanzo criminale»

A voler fissare il momento della fine della banda della Magliana nata alla fine del 1977 con il sequestro del duca Grazioli Lante della Rovere, quello può essere il più azzeccato. Da allora si andò avanti con la diaspora fino agli arresti e ai processi degli anni Novanta. Una volta scontate le pene, o scovato qualche altro modo per uscire, molti non hanno trovato di meglio che tornare a fare quello che facevano: i malavitosi. Ma non c'erano più l'ambiente e l'atmosfera di un tempo.

Si sono dovuti adeguare a nuove realtà e nuovi complici. Com'è successo ad Angelo Angelotti, che evidentemente ha fatto male i calcoli dell'ultimo «colpo». Portandosi via i misteri appresi ai tempi della banda, penserà qualcuno. Chissà. Se e quando si aprirà la tomba dell'uomo che secondo i suoi accusatori e giudici aveva contribuito a far uccidere, De Pedis, qualche altro enigma sarà risolto. O forse no, resterà tutto come prima perché si scoprirà che in quella cripta ci sono semplicemente i resti di un criminale. Ma insieme alla morte di Angelotti, sarà un'altra stoccata al mito ingannevole della banda della Magliana.



Giovanni Bianconi
29 aprile 2012 | 10:52


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Il Codacons accusa: «Su Italo non si può passare da una classe a un'altra»

Corriere della sera

Il presidente Rienzi: «E impossibile per chi ha un biglietto Smart accedere alle carrozze dei livelli superiori»


MILANO - E' solo il primo viaggio, ma c'è già chi si lamenta. Parte male infatti, almeno per il Codacons l'associazione a difesa dei consumatori, il nuovo treno di Ntv, oggi al battesimo del suo primo viaggio. «La Wi-fi non funzionava ed è impossibile per chi ha un biglietto Smart accedere alle carrozze dei livelli superiori», denuncia al termine del viaggio il presidente Carlo Rienzi, salito a bordo per «testare la qualità del servizio.




IL RACCONTO - «Dalla classe Smart - racconta Rienzi- abbiamo provato a visitare gli altri ambienti del treno, ma un addetto ci ha sbarrato la strada spiegandoci che chi viaggia in classe economica non può accedere alle carrozze riservate ai possessori di biglietti Prima e Club, e che avremmo potuto osservarle dall'esterno attraverso i finestrini una volta scesi in stazione». Una «discriminazione» denuncia Rienzi che adombra l'eventualità che questo possa ripercuotersi sulla sicurezza del convoglio: «in caso di incendio su una carrozza Smart, infatti, come faranno i passeggeri a mettersi in salvo se non possono accedere alle altre aree del treno?», si chiede Rienzi.

LA SMENTITA - Per Ntv non è prevista invece alcuna restrizione al passaggio da una classe all'altra. La società infatti smentisce «nel modo più assoluto che ai viaggiatori sia stata impedita la possibilità di muoversi fra gli ambienti del treno». «In considerazione del grande entusiasmo dei viaggiatori e del fatto che fosse il primo viaggio di Italo, il personale di bordo ha accompagnato numerosissime persone a visitare il treno, sebbene le regole di una buona condotta, del rispetto per gli altri passeggeri e della doverosa tutela della privacy, suggeriscano che ogni passeggero viaggi nell'ambiente assegnato», si puntualizza. Quanto invece al wi-fi, Ntv rileva come ci sia stato «un malfunzionamento nella sola tratta tra Roma e Bologna, peraltro prontamente risolto dai tecnici specializzati a bordo, che in questi giorni accompagnano i treni proprio per verificare il regolare funzionamento delle tecnologie e supportare il personale».

SODDISFATTI - Al di là del presunto problema del passaggio tra le classi c'è anche chi, salito a bordo, è rimasto soddisfatto del servizio offerto. Tra questi Valerio, che all'arrivo a Bologna indossava la maglietta rossa con la scritta «'28 aprile 2012 - Io parto con Italo» distribuita alla partenza del treno da Roma. «Finalmente un'alternativa», sottolineava raccontando il suo viaggio in prima classe: «Un buon servizio, il personale ci ha serviti e coccolati, speriamo che non sia soltanto perchè sono appena partiti». Più concreto Gianni, che nel scegliere Italo ha guardato soprattutto il prezzo del biglietto: «L'offerta era buona - dice - ed ero curioso di vedere questo nuovo treno». Grandi sorrisi tra il personale di bordo, in prevalenza giovani: «Il debutto? Non siamo tesi, ma carichi», sottolinea un addetto al servizio di terra in attesa dei viaggiatori. «È andato tutto bene - spiegano i macchinisti - e a terra i commenti ci sono sembrati buoni».


Redazione Online28 aprile 2012 | 17:22

Grillo è più attore adesso di quando girava i film

Corriere della sera

Critica le tasse, ma fornisce un alibi agli evasori



Prima della famosa battuta sui socialisti ladri patentati («Fantastico 7», 1986), prima di essere allontanato dalla Rai, Beppe Grillo era solo una scoperta di Pippo Baudo, una delle tante. Sì, è vero, si era distinto con due programmi poco convenzionali, «Te la do io l'America» (1981) e «Te lo do io il Brasile» (1984), diario di viaggio di un provinciale nei luoghi comuni di quei Paesi: comicità bonaria, racconto moderatamente dissacrante, niente di più.

Fuori dalla tv, Grillo ha cominciato a intraprendere un lungo viaggio nei teatri, nelle piazze, nei siti, una sorta di «Te la do io l'Italia», mantenendo intatto il meccanismo di fondo (la perlustrazione dei luoghi comuni), ma acuminando lo sguardo. Come ebbe a dire il grande Dino Risi, «Grillo è più attore adesso che non quando girava film».

Nel frattempo, il commediante è diventato lo spauracchio della politica italiana, il capofila di quell'antipolitica che sta facendo perdere le staffe a molti leader (che lui battezza come «dementi, dilettanti allo sbaraglio»). In un mondo in cui tutti necessariamente recitano, secondo le regole della politica pop, il suo successo deriva dal fatto che lui è il più bravo a recitare. Con un repertorio ormai collaudato («La Gasparri permette a un iPod Nano di possedere tre televisioni e venti giornali»,

«Le banche ti chiedono soldi e fiducia, però legano la biro a una catenella», «D'Alema è uno che si è finto di sinistra essendo di destra», «L'Udc è l'Unione dei carcerati», «Rigor Montis»...) irride la concorrenza con intolleranza. Lisciando il pelo al populismo, incanaglisce contro le tasse («se tutti pagassero le tasse si ruberebbe il doppio», «i controlli della Finanza sono un modo per istillare l'odio sociale») e finisce per offrire un insperato alibi agli evasori. Sono i rischi della demagogia, il paradosso del Buffone che volle farsi Re.

«Te la do io l'Italia» è uno spettacolo triste dove un buffone dice di farsi beffe di altri buffoni, dove il malumore e la rabbia si travestono da ultima risata, dove il «vaffa» esprime l'inconfessabile esultanza del proselitista, felice di incatenare gli altri nel nome della libertà.



29 aprile 2012 | 8:50



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Venezia, la maledizione del ponte di Calatrava su chi l'ha fatto nascere

Corriere della sera

L'opera di Calatrava e i fallimenti. «Ha distrutto i sacrifici di una vita». All'architetto la Corte dei Conti ha chiesto 3,4 milioni di danni



Le celebrazioni in corso per il centenario della ricostruzione del campanile di San Marco offrono l'idea di una Venezia-fenice che rinasce, con le proprie forze, dalle ceneri. Ma se cambiamo elemento architettonico, e al posto del campanile mettiamo il ponte, l'equazione cambia. E anziché di rinascita ci troviamo a parlare di affossamento.


Le aziende che hanno realizzato il quarto ponte sul Canal Grande, quello di Calatrava, stanno infatti sprofondando al punto di dover chiudere. È quasi una maledizione quella del Quarto ponte, che si somma ad alcune storiche maledizioni dei ponti veneziani. A partire dal concorso del 1551 per quello di Rialto, che vide sconfitto il più grande architetto veneto di tutti i tempi, Andrea Palladio.

Lino Lorenzon, ex amministratore delegato della Lorenzon Techmec System, la ditta che ha realizzato le opere in carpenteria del ponte di Calatrava, travolta dalle vicende del ponte e dalla crisi, è fallita. Questo un anno fa: adesso Lorenzon racconta le sue difficoltà in una lettera al Corriere del Veneto . «A causa del ponte ho visto andare distrutti i sacrifici di una vita - scrive -.

Ho perso un'azienda nata dall'esperienza di mio padre e portata alla ribalta negli scenari internazionali. E la cosa che mi addolora è il non vedere considerati gli sforzi e la passione che tanti hanno profuso nella realizzazione del Quarto ponte, che non era un ponte qualsiasi, ma un'opera d'arte». Ebbene, continua Lorenzon, «io non ero a conoscenza, a contrario di altri, che i soldi non sarebbero bastati. Tanto che ora mi chiedo perché il lavoro sia stato appaltato nonostante una copertura economica quantomeno dubbia, con 5 perizie, 80 nuovi prezzi, e altro ancora».

Il caso della ditta di Lorenzon non è l'unico: la maledizione del Quarto ponte ha colpito anche altre aziende legate alla costruzione. E pure l'architetto, al quale, recentemente, la Corte dei Conti ha chiesto 3,4 milioni di danni (unitamente ai responsabili tecnici del progetto) «in quanto l'opera è affetta da una patologia cronica caratterizzata dalla necessità di un costante monitoraggio e dal continuo ricorso a interventi non riconducibili alla ordinaria manutenzione». Solo l'inchiesta conoscitiva della magistratura sul ponte è stata archiviata da Carlo Nordio, perché non sono stati rilevati reati penali.

Il Quarto ponte è stato da subito al centro di controversie. Dopo aver speso molti anni a discutere se a Venezia si potesse costruire o meno una nuova architettura (cosa giusta e ovvia), si è usato meno tempo nella valutazione dell'adeguatezza del progetto dell'archistar spagnola. Durante la realizzazione sono emerse innumerevoli difficoltà costruttive e il ponte è stato inaugurato in ritardo, e in gran sordina (cosa mai successa per i ponti veneziani), la notte dell'11 settembre 2008.

Il mattino dopo agli occhi dei veneziani e dei turisti è apparso un ponte dalla bella forma arcuata, con una campata di 81 metri, struttura in acciaio e pavimenti in vetro Saint Gobain. Un ponte salutato dalla critica architettonica come «progetto squisitamente moderno, ma che stilisticamente non fa a pugni con lo scenario».

Lieto fine? No, le polemiche sono continuate. Si è scoperto che il costo era passato da 6,7 milioni a 11,3; inoltre, il ponte risultava una barriera architettonica insuperabile per i diversamente abili e i gradini diventavano scivolosi con la pioggia. Il transito dei passanti, nel corso del tempo, è risultato al di sotto delle aspettative. Così la politica si è progressivamente sfilata, tanto che pochi sanno che si chiama Ponte della Costituzione (forse era meglio Ponte della Zirada, come proposto dall'ex sindaco Massimo Cacciari), e la maledizione ha colpito chi l'ha realizzato. Tanto che il Quarto ponte è diventato quasi una Ca' Dario dell'architettura: molti che ne hanno avuto a che fare sono colpiti dagli strali della sfortuna.


Pierluigi Panza
29 aprile 2012 | 9:17



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Ci si potrà fidare dei nuovi farmaci bio-similari?

Corriere della sera

Si discute se le copie di molecole tanto complesse possano mantenerne l'efficacia



MILANO - La vecchia Aspirina è una molecola (acido acetilsalicilico) composta da 21 atomi. L'insulina ricombinante (ottenuta cioè attraverso le biotecnologie, copia conforme della sostanza naturale) è fatta di 788 atomi organizzati in 52 molecole. L'eritropoietina, un ormone anch'esso riprodotto in laboratorio, arriva a 4 mila atomi. Nei più evoluti farmaci biologici si arriva oggi a 20 mila. Queste cifre spiegano chiaramente la differenza tra i farmaci tradizionali, figli della chimica, e quelli moderni, prodotti della biologia e costruiti elaborando cellule (del sangue o dei tessuti, da virus o tossine) attraverso complicate tecniche di purificazione e di ingegneria genetica (la più importante è quella del DNA ricombinante).

MALATTIE - I farmaci cosiddetti biologi costituiscono ancora oggi solo il 30% del mercato (erano l'11% nel 2000), ma sono quelli più avanzati, quelli su cui si fa affidamento per affrontare alcune delle malattie più gravi: il cancro innanzitutto e malattie autoimmuni come l'artrite reumatoide, il lupus, la sclerosi multipla, le malattie infiammatorie dell'intestino, la psoriasi. E sono soprattutto i farmaci del futuro. Ora il problema che si pone è il seguente: è possibile "copiare" molecole così complesse, ottenere dei "replicanti" che abbiano lo stesso valore terapeutico?

La questione non è solo accademica o inerente al marketing delle aziende farmaceutiche. Perché i farmaci biologici, tra i tanti pregi, hanno anche un importante difetto: sono molto cari. Sono la causa principale dei pianti e delle lamentele di direttori sanitari, Asl e amministrazioni regionali per la loro incidenza attuale e soprattutto futura sui bilanci. E non solo in Italia. Il poter disporre di copie valide, e meno costose, potrebbe alleviare la sofferenza economica dei sistemi sanitari. Si possono realizzare insomma i farmaci "biogenerici", che vengono denominati biosimilari?

SCADENZE - La questione si pone, a maggior ragione, perché già sono scaduti i brevetti dei primi biologici (a cominciare dall'insulina, nel 2001) e ora si attende la scadenza di molte importanti molecole. I primi cinque biologici oggi più venduti (tutte molecole dai nomi complicati che finiscono in "mab") scadranno tra il 2014 e il 2018. Biosimilari, dunque, esistono già, ma si prevede un esplosione del mercato di questa classe di farmaci (da 243 milioni di dollari attuali a 3,7 miliardi nei prossimi cinque anni) via via che si libererà una trentina di brand. Al di là degli aspetti economici, medici e amministratori sanitari, ed è questa la questione più importante, si chiedono se ci si potrà fidare dei biosimilari.

Su questo tema è in corso un dibattito analogo, ma ancora più complesso, a quello che ha accompagnato per anni la contrastata crescita dei generici. Esiste in primo luogo un problema di sicurezza. «Le molecole dei biologici sono grandi, complesse e instabili — spiega Martin Van Trieste, vice presidente e responsabile del controllo di qualità della Amgen, azienda californiana che è stata tra i pionieri nella ricerca e produzione di farmaci biologici —. Ogni molecola è prodotta da un singolo processo industriale e bastano piccole variazioni nella catena produttiva per cambiarne le caratteristiche.

È quindi praticamente impossibile produrre farmaci identici. Ci sono inoltre problemi di contaminazione, non solo nella produzione ma anche nel trasporto, aggravati dal fatto che la produzione è globalizzata. Da una singola fabbrica il farmaco va in tutto il mondo e d'altra parte i principi attivi arrivano da tutto il mondo. Negli Stati Uniti l'80% delle sostanze arriva da fuori, da almeno 150 Paesi».

EFFICACIA - Gli allarmi riguardanti biologici contaminati o falsi sono frequentissimi: l'ultimo in ordine cronologico riguarda un farmaco antitumorale, importato negli Usa, forse proveniente dalla Turchia. Famoso è il caso che nel 2008 riguardò l'eparina: allora una malattia colpì i maiali cinesi, che erano i principali "fornitori" del principio attivo, ricavato dalle loro mucose; ne seguì un rialzo mondiale del prezzo, che spinse alcuni fornitori ad adulterare la sostanza alla base dei farmaci. Il secondo problema riguarda la reale efficacia di questi nuovi generici. Visto che è impossibile (su questo tutti concordano) realizzare copie identiche dei biologici, - tant'è che si chiamano "biosimilari" - che cosa garantisce medici e pazienti sul fatto che funzionino davvero come le molecole originali?

L'Europa, per prima, ha emanato nel 2005 linee guida per l'approvazione dei biosimilari, recepite anche dall'Italia, gli Stati Uniti solo da pochi mesi, al termine di lunghe discussioni e diatribe, che sono comunque significative delle difficoltà incontrate. L'idea di fondo è che i biosimilari (come i generici) non devono seguire le normali procedure che accompagnano l'approvazione dei nuovi farmaci, ma devono dimostrare la loro equivalenza terapeutica ai farmaci di marca che vanno ad affiancare.

DIFFERENZE - Ma i biologici sono molto diversi fra loro, sono spesso molto specifici e la loro efficacia dipende molto dall'appropriatezza del loro uso e talvolta sono anche contestati per lo scarso vantaggio terapeutico che offrono a fronte di costi molto elevati. I biosimilari insomma andranno a complicare un quadro già molto articolato. «In verità ci sono almeno due tipi di biosimilari — dice Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri e presidente della commissione Ricerca e Sviluppo dell'Aifa .

Per quelli più semplici, a struttura chimica ben definita, come l'insulina o l'ormone della crescita, possono bastare le stesse regole dei generici. Per gli altri più complessi occorrono per l'approvazione studi clinici di confronto con i farmaci di marca. In qualche caso questi test non saranno semplici, perché richiederanno tempo. Saranno questi test comunque a tagliare la testa al toro: una volta superati non ci sarà motivo per preferire l'uno o l'altro farmaco». Se la qualità, insomma, verrà garantita, la salute potrà essere difesa a un costo più basso, con una riduzione prevista nel lungo periodo di circa il 30 per cento.


Riccardo Renzi
29 aprile 2012 | 10:15



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Anche se mantiene la nuova famiglia deve versare l’assegno divorzile alla ex

La Stampa


Marito e moglie si separano. Lei nei 25 anni di matrimonio ha fatto la casalinga fornendo un fondamentale apporto alla conduzione familiare e all’azienda del marito e ora lavora come donna delle pulizie. Lui, dopo la separazione si è rifatto una vita trovando una nuova compagna, vedova con figli a carico.

L’oggetto della causa è l’assegno divorzile. I due si ritrovano davanti al giudice poiché la donna vuol far valere il suo diritto a percepire un assegno divorzile vista la sua precaria situazione economica, peggiore di quella del marito tutt’ora imprenditore anche se di una attività formalmente intestata alla nuova compagna solo per motivi fiscali. Il Tribunale stabilisce che sia versato un assegno di 120 euro mensili in favore della donna che in appello ne chiede 800. Il marito nega di svolgere qualsiasi attività economica e sostiene di percepire solo una pensione con la quale deve farsi carico del mantenimento dei figli della nuova compagna, orfani di padre.

La Corte territoriale stabilisce che l’assegno debba essere aumentato a 250 euro mensili e l’uomo ricorre in Cassazione. Vengono posti alla Suprema Corte due quesiti di diritto. Il marito chiede di conoscere se il diritto all’assegno divorzile sussista anche quando il coniuge che abbia goduto di un assegno di mantenimento concordato in sede di separazione, successivamente sia venuto ad appartenere ad una fascia economica superiore a quella goduta in costanza di matrimonio e se l’assunzione di obblighi di mantenimento di una nuova famiglia debbano essere considerati nella valutazione della richiesta di assegno di mantenimento. Il ricorso è però inammissibile poiché presentato senza rispettare quanto disposto in materia dalla legge.

La Cassazione spiega come deve essere presentato il ricorso. La Prima sezione Civile della Suprema corte, con la sentenza 3376/12, precisa che « secondo l’art. 366 bis c.p.c., applicabile nel caso di specie, nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c. nn. 1), 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo di ricorso si deve concludere con un quesito di diritto, mentre nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, un momento di sintesi, che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera di non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

Nei casi previsti dagli altri numeri dell’art. 360, il quesito deve essere formulato in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta non potendo il quesito risolversi in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di specifico riferimento alla fattispecie in questione e alla soluzione datane nella sentenza impugnata, né potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo od integrare il primo con il secondo». In ogni caso poi, la corte d’appello ha ben motivato la sua decisione di rivedere l’importo dell’assegno divorzile sia valutando le condizioni economiche dei coniugi, sia considerando la nuova convivenza intrapresa dal marito.


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La spia che morì in una borsa Il giallo che imbarazza i servizi di Sua Maestà

Corriere della sera

Lo 007 morto per asfissia o avvelenamento




Gli autori di spy stories sanno che per quanto si esercitino, la loro fantasia non potrà mai superare la realtà. Il mondo intero segue da settimane il caso di Bo Xilai, l'alto funzionario cinese caduto in disgrazia per aver coperto la moglie accusata di aver avvelenato un «presunto» agente occidentale con cui era in affari. L'interesse per la vicenda non è dovuto solo a ciò che sembra svelarci sulla lotta politica in atto nel Paese, ma anche perché ogni autore di thriller darebbe qualsiasi cosa per poter dire di averla inventata.

Ci sono tutti gli ingredienti necessari: l'intrigo politico, il sesso, gli affari e lo spionaggio internazionale. Il genere ha anche una patria di elezione; con buona pace degli americani, l'intrigo spionistico è inglese. Ciò è vero nella letteratura, da Ian Fleming a John Le Carré a Graham Greene, ma anche nella realtà. Probabilmente non è un caso. Di che nazionalità è il «presunto» agente assassinato in Cina? Inglese, ovviamente. Negli anni della Guerra fredda i sovietici usavano il famoso «ombrello bulgaro» per ammazzare i dissidenti. Dove? A Londra. In tempi più recenti, i russi post-comunisti hanno affinato la tecnica e hanno inventato il tè al plutonio. Dove se non a Londra? Si potrebbe continuare a lungo.

Negli ultimi giorni è esploso un nuovo caso che potrebbe appassionarci a lungo, anche se la vicenda non è recente. Nell'agosto del 2010 Gareth Williams, giovane e brillante agente dell'MI6, fu trovato morto nell'appartamento che il suo servizio gli forniva nell'elegante quartiere londinese di Pimlico. Era nudo nella vasca da bagno vuota, in posizione fetale e chiuso in una grande borsa da viaggio. Williams era un matematico di talento che lavorava sui sistemi informatici antiterrorismo. Immediatamente furono ventilate le possibilità di tutti i complotti possibili: Al Qaeda, i russi, gli stessi servizi britannici; sarebbe stato avvelenato, forse con una dose letale di barbiturici. Invece l'ipotesi, se non proprio la tesi, ufficiale sembra essere un'altra: Williams è stato vittima di un gioco erotico finito male. Gli elementi in questo senso non mancano.

Della sua vita privata si sapeva poco, ma nel suo appartamento furono trovati numerosi e costosi travestimenti e scarpe femminili; alcuni erano nuovi e imballati, altri usati. Nel salotto troneggiava una grande parrucca arancione; dalle indagini emerse anche che frequentava siti di travestiti. Anche su questo piano l'Inghilterra ha un non invidiabile primato. Nel 1954 Alan Turing, un genio matematico che fu uno dei padri dell'informatica nonché il capo della squadra che decriptò i codici tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, si uccise con una mela al cianuro dopo essere stato condannato per omosessualità; sul suo caso restò tuttavia una doverosa dose di mistero. Anni fa, un giovane e brillante deputato conservatore fu trovato morto, nudo e soffocato da un sacchetto di plastica; anche in quel caso l'inchiesta concluse che si era trattato di un gioco erotico finito tragicamente.


Tuttavia, la vicenda è più complicata. Il corpo fu scoperto dopo una settimana e in avanzato stato di decomposizione; stranamente i suoi superiori non avevano dato l'allarme malgrado diversi giorni di assenza dal lavoro. Lo stato del cadavere non consente di stabilire con certezza la causa della morte: avvelenamento o asfissia. Sulla borsa furono trovate tracce di Dna non appartenenti a Williams, ma troppo piccole per indagini conclusive. La verità è che, contrariamente a quello che ci suggerisce la popolare serie CSI, ma come sanno bene gli italiani appassionati da Cogne, Perugia e Avetrana, le prove di laboratorio sono molto meno «scientifiche» di quanto si pensi. C'è un elemento che sembra accertato. Due abili contorsionisti con una corporatura simile a quella di Williams hanno tentato di entrare da soli in una borsa delle stesse dimensioni e di chiuderla, ma non ci sono riusciti. Quindi, se anche si trattò di gioco erotico la vittima non era sola. Del resto, la polizia pensa che la borsa fu posta nella vasca da bagno dopo la morte di Williams. Tuttavia, non sono state trovate altre impronte digitali.


L'inchiesta ha messo in luce anche un altro problema. L'omosessualità non è più reato in Gran Bretagna e i responsabili dei servizi segreti hanno dichiarato di «non voler dettare regole per la vita privata degli agenti». Tuttavia non sembrano sapere cosa fare per evitare che eventuali comportamenti trasgressivi sottopongano gli agenti a ricatti da parte di elementi ostili. La distanza fra regole ormai permissive e una persistente ostilità culturale verso comportamenti considerati devianti crea un vuoto difficile da gestire.


Questi gli elementi. Tutto lascia pensare che il mistero resterà tale e che la nostra fantasia potrà esercitarsi liberamente. Confessiamolo, la tesi del gioco erotico non ci convince e soprattutto non ci soddisfa. Di gran lunga meglio sarebbe un bel complotto internazionale o, a scelta, un intrigo interno ai servizi di spionaggio. Per esempio, Gareth Williams è stato ucciso perché sapeva troppe cose. Su chi? Su cosa? Le possibilità sono numerose e propongo un concorso. Il premio? Un'elegante confezione con sei monodose di plutonio.


Riccardo Perissich
29 aprile 2012 | 9:18



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