venerdì 4 maggio 2012

In arrivo la «Super Luna», gli esperti: È la più luminosa di tutto l'anno

Corriere della sera

Si tratta della coincidenza di luna piena con il momento di massimo avvicinamento con la Terra, ma c'è rischio maltempo



(Afp/Mustafa)(Afp/Mustafa)

MILANO - Sarà la più grande e la più luminosa dell'anno e irradierà il cielo nella notte tra sabato 5 e domenica 6 maggio. È in arrivo la «Super Luna», termine coniato nel 1979 per spiegare la coincidenza di luna piena con il momento di massimo avvicinamento con la Terra. Una combinazione che rende la luna apparentemente più luminosa e grande e i cui effetti si fanno sentire anche con un leggero innalzamento delle maree.

IL PANORAMA - Il panorama mozzafiato, dovrebbe verificarsi secondo gli esperti nella notte tra sabato e domenica, confidando in un cielo sgombro da nuvole. L'orbita della Luna attorno al nostro pianeta non è un cerchio ma una curva leggermente ovale, ellittica: la distanza Terra-Luna può infatti variare tra i 400 e i 360 mila km. In questo fine settimana il satellite sarà quasi al culmine del suo ciclico avvicinamento alla terra e contemporaneamente sarà in piena illuminazione, una combinazione che si ripete circa una volta l'anno, l'ultima nel marzo del 2011. L'apparente aumento di grandezza del satellite non è però dato dalla diminuzione della distanza, ma dalla sua forte luminosità. In ogni caso il miglior momento per l'osservazione è proprio quando la Luna si trova bassa sull'orizzonte e il suo disco appare vicino a costruzioni o alberi: per ragioni psicologiche e astrofisiche appare incredibilmente grande. Un'illusione che verrà amplificata ulteriormente nella notte tra sabato e domenica. Lo spettacolo però potrebbe essere rovinato dal maltempo in arrivo proprio in questo fine settimana, in particolare al Nord.



4 maggio 2012 | 19:58


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L'uomo che cerca i soldati dimenticati

La Stampa

Andrea Mariotti esplora i deserti e riporta a casa i resti dei militari della battaglia di El-Alamein. "I rischi? Vale sempre la pena"




Andrea Mariotti, originario di Falconara Marittima, primasommozzatore delle piattaforme off-shore poi manager addetto alla manutenzionedegli impianti per una società italo-egiziana, ha fondato ARIDO


FRANCESCO SEMPRINI
roma


Più che una passione è una missione. Andrea Mariotti si innamora della storia contemporanea da giovanissimo, passa giornate intere su libri e manuali per ripercorrere le vicende della Prima, ma soprattutto della Seconda guerra mondiale. Con il trasferimento in Egitto, sboccia l’amore per il deserto, il teatro di guerra che ha visto tanti connazionali combattere in prima linea. Il colpo di fulmine arriva durante un viaggio esplorativo ad El-Alamein: «Sul posto ci si rende realmente conto dove i nostri soldati hanno combattuto e cosa hanno fatto per sopravvivere», racconta Andrea. Si convince che questa parte di storia, fatta anche di singoli eroismi, non può essere perduta nell’oblio. 

«Quelle trincee e quei cimiteri abbandonati, dimenticati nel cuore del deserto – dice - rappresentano un patrimonio importante per la storia del nostro Paese». Tutto questo accade il 7 agosto del 2000 quando Andrea, originario di Falconara Marittima, prima sommozzatore delle piattaforme off-shore poi manager addetto alla manutenzione degli impianti per una società italo-egiziana, fonda ARIDO, l’Associazione dei Ricercatori Indipendenti del Deserto Occidentale. «Partiamo dai testi reperibili sul mercato, italiani e inglesi in particolare, ricostruiamo determinate situazioni storiche per poter andare poi nei posti dove si sono ambientate e scovare trincee, buche, in generale quei luoghi dove sono avvenuti scontri molto importanti tra giugno e novembre del 1942».

Poi arriva l’incontro con Daniele Moretto, attuale presidente Arido, dottore anestesista dell’ospedale di Bologna, figlio del caporale Giulio Moretto, eroico carrista dell’Ariete, colui che ha resistito sino alla morte all’accerchiamento alleato proprio in queste zone del deserto africano. Insieme ottengono documenti del ministero della Difesa, vecchi brogliacci divisionali, grazie ai quali possono «mappare» tutto quello che è successo durante le tre battaglie di El-Alamein, quelle di luglio, settembre e ottobre. Fin qui la fase di studio. Poi arriva quella esplorativa. Le missioni, conoscitive e verificative, sono state 98, con un’intensificazione pari al 500% negli ultimi tre anni. Andrea, Daniele e il team di Arido, del tutto autofinanziato, riportano alla luce un vero e proprio patrimonio storico. 

Diciotto cimiteri campali dei quali 14 italiani dove erano stati sepolti temporaneamente i militi. Gli stessi eroici combattenti che dal 1947 il nobile Paolo Caccia Dominioni, militare, scrittore e storico, recupera e tumula nel cimitero di El-Alamein. «Abbiamo trovato oggetti di diverso genere, ma anche resti umani, falangi, denti, tibie e parti di cranio». Qualche soldato da lì non è però mai stato portato via, ed è a questi che pensa Arido: «Anche se non ancora ufficialmente stiamo organizzando il recupero di quattro corpi, due sono sicuramente di militari italiani, le piastrine sono del nostro esercito anche se non si legge cosa c’è scritto. Non potranno mai essere identificati ma almeno dargli degna sepoltura».

Arido si sta muovendo in partnership con Onor Caduti che ha dato il permesso di costruire un sacrario in marmo pagato dall’associazione attraverso l’autotassazione dei soci, per ricordare appunto questi luoghi dimenticati dalla storia. Tra le altre iniziative c’è quella in ricordo di Abd El Rasoul Aghila, custode del sacrario e ultimo sopravvissuto della squadra di Caccia Dominioni il cui contributo è stato fondamentale per l’associazione che in segno di gratitudine si occuperà ora del mantenimento della sua famiglia. E’ stato in parte ottenuto, inoltre, il permesso di costruire un cippo commemorativo ad El Alamein per assecondare la volontà dello storico custode di essere sepolto all’interno del sacrario. 

Tra le ultime imprese invece c’è quella che riguarda Santo Pelliccia, paracadutista del IV Folgore che il 3 novembre 1942 ricevette l’ordine di abbandonare la posizione e gestire la ritirata. «Grazie alle sue indicazioni siamo riusciti assieme a ritrovare la trincea dove si trovava, e a ricostruire il campo così come Pelliccia lo aveva lasciato prima di battere in ritirata», spiega Andrea, il quale non nasconde i rischi legati alle insidie del deserto tra contrabbandieri, banditi, miliziani in fuga o in corsa verso i Paesi coinvolti nelle recenti rivolte della Primavera araba. «Ma ne vale sempre la pena», tiene a precisare. Come nell’ultima missione, quella di aprile, la numero 105, durante la quale «i nostri ricercatori hanno individuato ed identificato un cimitero localizzato dietro la prima linea inglese a sud del Munassib in zona di pertinenza dei Royal Northumberland Fusiliers e della Second French Brigade».

Un altro importante successo, propedeutico alla spedizione per il 70esimo anniversario della battaglia di El Alamein, che si svolgerà in ottobre. Ma non è tutto, perché dopo l’Egitto gli avventurieri di Arido son pronti a far rotta verso l’Eritrea, porta di accesso all’Africa orientale. «Un’altra sfida, un’altra pagina di storia da esplorare», dice Andrea che per allora spera di aver chiuso con la sua professione per dedicarsi a tempo pieno a quella che per lui è diventata una missione.


Per saperne di più:
www.arido.eu
www.qattara.it



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Le scuse di Hitler: «Al fronte? Sono dal dentista»

Il Mattino


BERLINO - Spunta una cartolina di Adolf Hitler: «Sono in trattamento da un dentista, sono pronto a tornare sul campo immediatamente. Cordiali saluti A. Hitler». Un messaggio datato 19 dicembre 1916. Il paziente dai denti malati, fa notare la Sueddeustche Zeitung, doveva ancora mettere in atto il peggiore genocidio del secolo. Ora viene fuori che la guida del Reich millenario, durante la prima guerra mondiale, se ne stava lontano dal fronte, causa mal di denti.


Il messaggio sulla cartolina vuole suggerire l'immagine di un combattente che desiderava andare «al fronte» «volontariamente»: era stato ferito quattro settimane prima ma, a quel che pare, gli mancavano le cure odontoiatriche. In realtà la guida della nazione ariana non era affatto schierato fra le prime file del fronte, «ma parecchi chilometri indietro», e si adoperava per «servizi» generalmente non pericolosi. Ma anche così non pareva particolarmente ansioso di tornarvi. Qualcuno è riuscito a vedere in questa apparente contraddizione fra il personaggio oscuro e quello che ipnotizzò un intero paese che rese suo complice, un mistero. Una sostituzione di persona, addirittura.

La verità è, probabilmente, più semplice. L'ipnotizzatore di coscienze, uno dei peggiori assassini seriali della storia, era un individuo comune, banale e non particolarmente coraggioso. La cartolina è venuta fuori diversi anni fa in Baviera, ed è stata catalogata dal portale Europeana, fra reperti che risalgono al periodo fra il 1914 e il 1918. A procurarla fu un bavarese che la scannerizzò e la mise sul web. Il padre, membro di un consiglio comunale dell'alta Baviera, l'aveva ricevuta in regalo da un banchiere per i suoi 65 anni.

Giovedì 03 Maggio 2012 - 22:17    Ultimo aggiornamento: 22:18




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Il miracolo di San Gennaro e il mistero della terza ampolla in Spagna

Il Mattino


di Pietro Treccagnoli


NAPOLI - C’è un mistero nel mistero di san Gennaro, nel mistero del suo sangue e del suo miracolo. Che ci crediate o no, che siate iscritti al gotha degli agnostici e degli atei o siate solo devoti e rispettosi del sacro, non potete disconoscere che il nome del patrono è strettamente legato alla storia di Napoli , di cui il martire cristiano è considerato un cittadino, prima ancora che un santo. Quindi è legittimo pensarla come si vuole, ci mancherebbe, ma attorno al divo Ianuario è stata costruita una leggenda carsica che ogni tanto spunta fuori. Rintracciarne il percorso è un’avventura.



Dunque esiste, o meglio esisteva, oltre le due della teca custodita nella Cappella del Tesoro nel Duomo, una terza ampolla, addirittura d’oro, con il sangue di san Gennaro. Se ne sono perse le tracce durante la guerra civile spagnola, alla fine degli anni Trenta del secolo passato. La sua origine risale al Settecento. Carlo di Borbone, devotissimo al santo napoletano, quando partì per sedere sul trono di Spagna volle portare con sé una parte della reliquia.

Così, secondo testimonianze sempre un po’ ambigue (e ripetute fino a metà dell’Ottocento dai vari viaggiatori e finite addirittura su Wikipedia), sarebbe stata prevelata una parte (circa un quarto) del liquido contenuto nell’ampolla più grande che infatti non è completamente piena. «Ma a quei tempi non era possibile aprire l’ampolla» spiega scettico Vincenzo De Gregorio, abate della Cappella del Tesoro «perché già da un secolo e mezzo prima del 1759, quando Carlo lasciò Napoli, le ampolle erano sigillate alla teca esterna, proprio per impedire la radicata abitudine di nobili e sovrani a caccia di reliquie di grattare un pezzetto del sangue».

Del resto, uno dei motivi che, ancora oggi, impediscono uno studio diretto del contenuto delle ampolle è proprio l’impossibilità di togliere il sigillo, perché si metterebbe a rischio l’integrità dei contenitori. Per questo motivo ci si è sempre dovuti accontentare di analisi scientifiche esterne, che non hanno mai sciolto i dubbi dei cacciatori di bufale. È probabile, insomma, che a re Carlo sia stata rifilata una sòla, magari il sangue di un altro santo, perché allora Napoli e tutto il Regno era un pullulare di liquefazioni. Sia come sia, il sovrano borbonico fece custodire l’ampolla nella cappella del Palazzo Reale madrileno e, secondo quanto scrisse a suo tempo il ministro napoletano Bernardo Tanucci al giovane sovrano Ferdinando IV, il monarca spagnolo, ogni 19 settembre, faceva celebrare una messa per san Gennaro, ma non è ben chiaro se avvenisse o meno lo scioglimento.

Del resto il miracolo (o prodigio secondo la prudente definizione della Chiesa) ha bisogno, per compiersi, della vicinanza del busto angioino che contiene i resti della testa del patrono. È necessario che statua e teca siano vicine e Madrid è abbastanza lontana. In Spagna il sangue era custodito insieme ad altre 20mila reliquie.

Durante la guerra civile, un cappellano dell’aviazione legionaria, il torinese Paolo Stardero, il giorno successivo della conquista di Madrid da parte delle truppe franchiste, fu incaricato da un prelato napoletano di prelevare e salvare l’ampolla. Il sacerdote in divisa ci provò, insieme a un colonnello del «Gruppo Caccia Cucaracia», Giovanni Melotti, ma arrivato alla cappella si trovò davanti un quadro di totale devastazione. Secondo il racconto molto romanzato che ne fece nove anni dopo Arnaldo Cappellini sulla rivista «Il Tempo», «le gocce di san Gennaro non tornarono a Napoli, forse sono state buttate con disprezzo forse qualcuno le custodisce inconsciamente, fino a quando, arrivando a caso ai piedi del Vesuvio nel giorno del miracolo, anch’esse diventeranno liquide, calde, palpitanti d’amore e sbigottiranno il sacrilego o l’inconscio possessore». Un doppio, improbabile, miracolo.

«Da tempo abbiamo avviato ricerche per informarci dell’ampolla scomparsa» commenta Paolo Jorio, direttore del Museo del Tesoro. «Abbiamo anche attivato vie diplomatiche, ma senza esiti certi». Per quello che si sa, il monastero dell’Encarnatiòn a Madrid, fondato nel 1622 da Margherita d’Austria moglie di Filippo III, vanta di possedere del sangue di san Pantaleone, che si scioglie il 27 luglio, e anche sangue di san Gennaro che, però, non si scioglie. Che si tratti, però, di quello portato via da Carlo di Borbone non è dimostrato. E non è dimostrabile.

Venerdì 04 Maggio 2012 - 10:54    Ultimo aggiornamento: 10:55



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