sabato 5 maggio 2012

Sequestratore dell'Agenzia delle Entrate: ecco la verità. E la Lega lo difende

Il Mattino

Guantanamo, si apre il processo del secolo

Corriere della sera

Alla sbarra i cinque presunti organizzatori degli attentati dell'11 settembre 2001. Alle udienze 60 giornalisti autorizzati


MILANO - Si apre a Guantanamo il processo ai cinque presunti organizzatori degli attentati dell'11 settembre 2011: si tratta di Khalid Shaikh Mohammed, l'uomo che si è autoproclamato la mente degli attacchi, Aziz Ali, Walid Muhammad Salih Mubarak Bin Attash, Ramzi Binalshibh e Mustafa Ahmed Adam al-Hawsawi. Nove anni dopo il loro arresto, i cinque compariranno davanti al tribunale militare americano della prigione di Guantanamo Bay sull'isola di Cuba, chiamato a stabilire la loro innocenza o colpevolezza in merito alla morte di 2.976 persone. Il «processo del secolo» potrebbe durare oltre un anno. Le udienze, alle quali assistono 60 giornalisti autorizzati e una decina di familiari delle vittime, saranno ritrasmesse in diretta (con una differita di appena 40 secondi), ma è prevista la possibilità di censura; quattro schermi giganti sono stati allestiti in quattro basi militari americane.



IL PROCESSO - I cinque sono accusati di aver finanziato e addestrato i 19 dirottatori che hanno poi perpetrato gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono e che hanno dirottato il volo United 93 in Pennsylvania. I capi d'accusa includono terrorismo, dirottamento di aereo, associazione a delinquere, omicidio in violazione delle leggi di guerra e strage. Dopo le polemiche sul rispetto dei diritti dei detenuti e l'opportunità che questi siano processati da un tribunale militare, i procuratori americani cercheranno di dimostrare che il sistema giuridico militare voluto dall'Amministrazione Obama è rispettoso degli standard internazionali. Le nuove regole approvate dal Congresso vietano l'uso di prove estorte sotto tortura. Precedentemente, l'amministrazione Usa aveva tentato a spostare il processo in un tribunale penale di New York ma l'opposizione repubblicana al Congresso l'aveva impedito. Il processo viene dopo oltre un decennio dagli attacchi dell'11 settembre e cade nella settimana del primo anniversario dal raid dei Navy SEAL che ha portato alla cattura e conseguente uccisione di Osama bin Laden, il 2 maggio 2011. Se dovessero essere giudicati colpevoli, i cinque rischiano la pena di morte.

Redazione Online
5 maggio 2012 | 12:32

La crisi? Ridateci i Colonnelli"

La Stampa

Nella sede del partito neonazista che potrebbe entrare in Parlamento: "Noi fermeremo gli immigrati"




I militanti del movimento Alba Dorata manifestano vicino ad Atene


TONIA MASTROBUONI
inviata ad atene

L’ingresso è talmente insignificante che se non fosse per i due nerboruti militanti che lo presidiano con occhio torvo e braccia conserte, sarebbe difficile scovarlo. La sede di «Alba dorata» è un appartamentino al secondo piano di un vecchio edifico malandato, di fronte alla stazione di Atene. Dentro, una decina di replicanti dei due guardiani all’ingresso, con enormi bicipiti e tatuaggi sotto magliette attillate, si aggirano indaffarati nei preparativi per gli ultimi comizi. Alle pareti, una foto della festa annuale del partito per ricordare la vittoria di Leonidas, appena due millenni e mezzo fa. Ma anche striscioni di manifestazioni che recitano amenità tipo «La Macedonia è Grecia». Fuan e rune come piovesse, su uno scaffale nero pece un libro dedicato al neofascista Mikis Mantakas.

Donne in giro, una. La somiglianza non inganna: è Urania, la figlia 24enne del capo, Nikos Michaloliakos. Siamo venuti a capire come fa un partito dello zero virgola (0,29% alle politiche del 2009) a balzare al 5,4% nei sondaggi con parole d’ordine come «Hitler è stato un grande personaggio» o proposte come quella di riempire le frontiere di mine antiuomo o di nazionalizzare le banche. «Tanto sono comunque di proprietà degli ebrei», taglia corto Urania. Ah, ecco. E la dittatura dei colonnelli greci che si è conclusa neanche quaranta anni fa? «Ha avuto molti lati buoni, la sicurezza ad esempio» spiega come se niente fosse. La sicurezza è ovviamente un grande tema di «Alba dorata» con un grande capro espiatorio, gli immigrati. Una delle idee che ha fatto crescere questo partito, almeno ad Atene dove sono entrati nel consiglio comunale, è che i militanti si offrono per accompagnare le vecchiette a ritirare la pensione o a fare un bancomat. Facendo leva sul mito della capitale violenta, assediata da immigrati.

Quando viriamo di nuovo sugli argomenti che li hanno fatti rimbalzare sui giornali di tutto il mondo, come i campi di sterminio, Urania non ha incertezze: «ci sono state molte bugie su quesi sei milioni. E poi anche i comunisti hanno ucciso milioni di persone». Anche se lei nega, «siamo nazionalisti, non neonazisti», le parole d’ordine sono esattamente quelle. Ogni tanto, mentre parliamo, si avvicina un ragazzo con aria minacciosa e le chiede se è tutto a posto. Ci domandiamo se è uno di quelli noti per terrorizzare e picchiare gli immigranti in giro per la città. Urania deve averci letto nel pensiero: «Non siamo stati noi a terrorizzare gli immigrati. È una bugia messa in giro dalla propaganda di sinistra». E anche sull’Europa, la posizione è aggressiva: «L’abbiamo pagato caro e dunque noi restiamo nell’euro. Ma i debiti non li ripaghiamo, sono delle banche che sono in mano ad americani ed ebrei».

Per la prima volta da quando è stato fondato, 27 anni fa, questo partito potrebbe superare la soglia di sbarramento e mandare una dozzina di deputati in Parlamento, se i pronostici saranno confermati. E negli ultimi tempi ha anche approfittato del calo di consensi che è toccato all’altro partito dell’estrema destra, il Laos. Che sconta il fatto di aver appoggiato per mesi il governo Papademos. Nostalgico, ma troppo poco arrabbiato, il partito di Yorgos Karatzaferis. 

Che è dato attorno al 3 o 4% e propone dazi e una doppia valuta per due anni: l’euro per il commercio con l’estero e la «eurodrachma» per l’economia domestica. Insieme, la destra estrema euroscettica sfiora insomma il 10%. Ma il fronte politico che minaccia di ridiscutere l’accordo con la Ue e il Fmi che in cambio dei mega salvataggi ha imposto un radicale aggiustamento dei conti è molto più vasto. A sinistra i comunisti del Kke non scendono a patti con nessuno ma chiedono tout court l’uscita dalla Ue oltre che dall’euro e sono al 10-12%. Altri partiti di sinistra come Syriza o la Sinistra democratica sono fumosi sulla moneta ma rifiutano la tabella di marcia della trojka. Nei sondaggi sono accreditati rispettivamente all’11 e al 3%.

Domani si presenteranno ben 32 partiti alle elezioni politiche greche, unanimemente considerate le più importanti dal 1974, dall’uscita dalla dittatura. Circa 10 riusciranno probabilmente a entrare in Parlamento superando il limite del 3%. Di questi, quelli che tifano esplicitamente per mantenere gli impegni con l’Europa per salvarsi dal fallimento sono solo due, quelli attualmente al governo. Sarà una domenica da brivido domani. E non solo a Parigi.




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Albania contro Bossi jr, studenti in rivolta e si muove la Procura

Corriere della sera

Dal database della polizia di frontiera di Tirana il Trota non risulta mai entrato nel Paese




La protesta dei giovani dell'Alleanza Rossonera. Chiedono le dimissioni del ministro dell'Istruzione (da www.shqiptarja.com)La protesta dei giovani dell'Alleanza Rossonera. Chiedono le dimissioni del ministro dell'Istruzione (da www.shqiptarja.com)

MILANO - I guai, l'imbarazzo e la polemica. La Procura di Tirana vuole vederci chiaro sulla laurea triennale presa da Renzo Bossi (e Pier Moscagiuro) all'Università privata «Kristal». Gli inquirenti, poi, cercano anche di capire se il figlio del Senatur - chiamato a Tirana «Trofta» (trota, in albanese) - abbia mai messo piede nel Paese e come.

Secondo fonti della Polizia di frontiera nel «Tims» (il sistema che in Albania memorizza arrivi e partenze da porti e aeroporti) non ci sarebbe nessun documento riconducibile a Renzo Bossi. E anche dall'Ambasciata italiana, in via preliminare, fanno sapere che a loro non risulta una comunicazione sull'arrivo dell'ex consigliere regionale lombardo. Soprattutto dal 2010, anno del suo incarico al Pirellone. «Per prassi - spiega un funzionario in servizio nell'ufficio diplomatico italiano a Tirana - l'arrivo nel Paese degli esponenti politici, nazionali e locali, ci viene comunicato». Il «Trota», stando al certificato di laurea, è diventato «dottore» il 29 settembre 2010.

L'università privata «Kristal» giovedì sera ha confermato la veridicità del documento (che in Albania si chiama «diploma») e ha aggiunto che Renzo Bossi «si è laureato in Gestione aziendale. È stato regolarmente iscritto, sulla base delle leggi albanesi, nell'anno accademico 2007/2008». Più di un anno prima dell'esame di maturità superato nel 2009 non si sa come e dove.

Ma c'è di più. «Come ha fatto il figlio del Senatur con gli esami in lingua albanese?», si chiedono ancora i magistrati. Dall'università hanno deciso di non comunicare più con i giornalisti. Ma una docente dell'ateneo ha detto che «le lezioni al "Kristal" sono quasi tutte in lingua locale e senza traduttori». Poi c'è il giallo di uno dei professori che ha firmato il certificato di laurea. Marenglen Spiro prima ha detto di non aver mai firmato quel documento, poi ha confermato che la sigla è la sua, aggiungendo che «Renzo Bossi ha studiato qui per ben quattro anni». Il professor Spiro ai tempi era rettore del «Kristal». Ora fa lo stesso lavoro, ma in un altro ateneo privato di Tirana.

L'inchiesta italiana sull'ex tesoriere della Lega finisce per scatenare polemiche e accuse anche nell'altra parte dell'Adriatico. Il leader socialista albanese Edi Rama - da Firenze, dove ha incontrato i connazionali che studiano in Italia - si è scagliato contro le «fabbriche dei diplomi a pagamento». Mentre sul web molti lettori ironizzano sulla vicenda. «Ma il figlio di Umberto Bossi ha studiato da clandestino in Albania?», si sono domandati ieri decine di giovani albanesi di fronte al ministero dell'Educazione (che ha deciso di fare luce sull'ateneo privato). Capeggiati da un partito appena nato, l'«Alleanza Rossonera», hanno chiesto le dimissioni del ministro Myqerem Tafaj.

«A noi in Italia ci fanno sputare sangue per avere il permesso di soggiorno per motivi di studio», hanno raccontato alcuni. «Renzo Bossi ce l'aveva quel pezzo di carta?». A far luce sul caso ci penserà una task force della sezione «Crimini economici», hanno precisato dalla Procura di Tirana. Nel gruppo «ci saranno alcuni esperti del ministero dell'Educazione». Le indagini «si concentreranno soprattutto sul registro delle presenze dei corsi universitari per capire se Renzo Bossi sia davvero stato iscritto all'ateneo e se abbia mai frequentato una lezione».

Immersa tra grandi centri commerciali e altri atenei privati, la sede dell'università «Kristal» - fondata nel 2005, alla periferia della capitale albanese - vive negli ultimi giorni momenti di notorietà indesiderata. È appoggiata da una tv privata, «Planet Television», che non manca di ricordare le eccellenze dell'ateneo. E di far vedere la facciata della sede di Tirana (ce ne sono altre sparse in Albania) con il suo ingresso che vorrebbe ricordare un college americano.

Intanto ai microfoni di Radio24 Matteo Salvini, europarlamentare del Carroccio, non ha nascosto il suo fastidio per la vicenda: «Mi incazzo con Renzo Bossi, con quelli che fanno furbate. Rispetto e capisco chi non ci voterà più dopo questi fatti. Preferisco perdere questo giro piuttosto che avere l'indifferenza degli elettori». E il «Trota»? «Ha chiuso con la politica - ha risposto l'europarlamentare -. Se si dovesse candidare di nuovo glielo diranno gli elettori».


Leonard Berberi
5 maggio 2012 | 9:12



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La cartella clinica di Hitler: «Usava cocaina e soffriva di flatulenza incontrollabile»

Il Mattino


BERLINO - Adolf Hitler soffriva di sinusite che curava con la cocaina, soffriva anche di una flatulenza «incontrollabile»; mentre per aiutarsi sessualmente usava estratto di testicoli di toro.



Lo rivelano le cartelle cliniche del fuhrer richieste al suo medico personale Theodor Morell dall'esercito americano, in tutto 47 pagine, che saranno messe la settimana prossima all'asta sul sito web della "Alexander Historical Auctions" di Stamford, in Connecticut. Secondo i documenti pare che Hitler usasse cocaina per alleviare il mal di testa da sinusite e ingerisse qualcosa come quasi trenta medicinali nel tentativo di controllare la sua flatulenza. Le cartelle cliniche comprendono anche radiografie del cranio di Hitler e disegni che raffigurano l'interno del suo naso.

È emerso, inoltre, che il dittatore nazista veniva curato con stricnina, un veleno, per risolvere i problemi all'apparato digerente. Tuttavia la cura non fece altro che portargli ulteriori dolori allo stomaco. Infine, nei documenti il dottor Morell aveva annotato che Hitler si faceva iniettare estratti di testicoli di tori giovani, per ravvivare la sua libido. Secondo le stime, ognuno dei referti contenuti nelle cartelle cliniche vale almeno duemila dollari.

Venerdì 04 Maggio 2012 - 17:41   
Ultimo aggiornamento: 19:31



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Io, arabo, omosessuale. La prima storia d’amore? L’ho avuta con un prete”

Corriere della sera

Siamo in un periodo di “primavere” nel mondo arabo, almeno istituzionalmente parlando. Il passo più grande sarà il cambiamento della società, la sua apertura, anche verso l’accettazione dell’omosessualità. Paolo – nome inventato – è un ragazzo di trenta anni, alto e con un viso sereno. Sprizza allegria e gentilezza nonostante quello che ha passato. Ho ritenuto giusto pubblicare l’intera intervista, evitando di accorciare o omettere le molte cose che ha detto, perché ritengo il suo un atto di coraggio. Sulla sua omosessualità, l’essere arabo e sul percorso che l’ha portato a capirsi, questo è quello che mi ha detto.
Non c’è stato un momento spartiacque. Da piccolo giocavo con le bambole di mia sorella. Non mi ricordo di essere mai stato attratto da una ragazza.
A scuola le classi erano divise tra ragazzi e ragazze. A quel tempo confondevo l’amicizia con l’attrazione verso i maschi. A 14 anni mi ero innamorato di un ragazzo palestinese e quando si trasferì stetti male ma solo oggi capisco che lo amavo. Non mi conoscevo a quel tempo e la mia famiglia non mi ha aiutato a scoprire la mia natura perché era molto chiusa. L’unica cosa di cui sono certo oggi, è che a quel tempo mi prendevano in giro a scuola perché ero effeminato. Noi adulti diciamo le cose molto spesso “politicamente” tentando di non offendere, gli adolescenti no . A livello verbale sono stato molto aggredito e per difendermi da quella situazione, cominciai a studiare molto. Volevo far capire agli altri di essere come loro. Studiavo tutto il giorno e i miei compagni venivano da me per chiedere aiuto, così facendo mi sentivo circondato da “amici”.
Mi ricordo una volta, quando avevo 17 anni,  mentre leggevo un libro di psicologia mi colpì una frase che diceva, più o meno, che la natura sessuale di un figlio può essere compromessa, molto spesso, dai comportamenti delle madri. Sottolineai la frase e la mostrai a mia madre, lei non comprese. Non risolvemmo la cosa. Questo è normale perché in una società chiusa, come quella araba, si va avanti con ipocrisia e parole non dette.
Avevo 18 anni. Il mio barbiere era cristiano e per curiosità ho cominciato a fargli domande sul Vangelo e il cristianesimo. Così cominciai a passare ore da lui in negozio a leggere la Bibbia. In Siria è normale avere amici cristiani. Questo mio amico cominciò a spiegarmi alcune cose della religione cristiana e leggendo i testi sacri, ho cominciato a fare paragoni tra l’Islam e il cristianesimo.
A un certo punto ho deciso di convertirmi.
Perché hai fatto questa scelta. Cercavi nel cristianesimo più “libertà”?
Probabilmente sì. Sinceramente perché l’ho fatto non lo so e forse non te lo saprò mai dire. Certamente è un atto di ribellione. Volevo infrangere qualche tabù, perché io sono fatto così. Detesto la società araba tutte queste regole e regolette. E’ una società gerarchica, dove ti dicono cosa fare o non, e ho trovato nella religione la via per dire “no, non ci sto”, almeno credo. Ma c’è anche il fatto che leggendo il Vangelo o andando a messa, il linguaggio è diverso da quello nell’Islam. Forse 500 anni fa il linguaggio era molto cruento anche nel cristianesimo, non lo so.

Mi spiego meglio. Uno va in chiesa e il prete ti parla in un modo tranquillo e ti dice cose positive. Quando uno va in moschea e sente l’Imam, quando fa il sermone, lo sente urlare, a volte piangere. A me questa cosa metteva ansia. Già io stavo male di mio, poi andavo in moschea, per tentare di trovare conforto, stavo ancora peggio. Nel cristianesimo mi ha aiutato molto la figura della Madonna. La vedevo come una madre, una mamma che non ti giudica e attraverso lei cercavo di capire chi io fossi. Parlavo molto con la Madonna, era quasi la mia psicoterapeuta. Io fino ad oggi, anche se sono diventato apateista, ogni volta che starnutisco, e non mi chiedere perché siccome mi viene spontaneo, non dico “alhamdulillah” ma pronuncio il nome di “Maria”.

I tuoi genitori cosa hanno fatto quando hanno saputo della tua conversione?
Mio padre aveva saputo di questa scelta perché aveva trovato una Bibbia nel mio comodino e tornando a casa non l’ho trovata nel cassetto. Sono dovuto scappare in un monastero vicino a Damasco perché mio padre non so cosa mi avrebbe fatto. Dopo qualche tempo sono andato in un monastero in Libano per poi ritornare in quello vicino a Damasco. In questo ultimo monastero ho ricevuto il battesimo. C’era una signora di nome Myrna (mia madrina al battesimo), la quale ha avuto più volte visioni e le stigmate. Dopo aver vissuto un periodo in quel monastero sono stato mandato in Italia, in un centro di formazione per preti gesuiti. Ci sono rimasto due anni e pendevo dalle labbra del rettore. In questo centro di formazione una delle regole era: “Vietato ammalarsi”. Pensa che mi era venuto il varicocele al testicolo sinistro e me lo sono dovuto tenere per parecchi mesi, tentando di rispettare questa regola. Quando la situazione si è fatta seria il rettore, comunque, non mi ha negato le cure di cui necessitavo.
Uscii da quel istituto perché avevo scelto di non continuare con il seminario per diventare prete e cominciai a lavorare in un centro di arredi sacri. Lì ho conosciuto due preti che mi hanno invitato a pranzo. La sera stessa mi sono arrivati dei messaggi da uno dei due preti, a sfondo sessuale e sono rimasto scioccato, perché non immaginavo che un prete potesse scrivermi certe cose. Puoi crederci o no, ma ero molto ingenuo a 22 anni.
Non è stato un bel approccio da parte del prete nei miei confronti. A Natale sono andato a trovare questo prete a casa sua. Mi aveva detto che aveva “l’abitudine” di ospitare una persona a Natale. C’è voluto da parte mia un coraggio immenso per prendere il biglietto e andarlo a trovare. Ero libero, ovviamente, di fare tutto quello che volevo. Però sappi che per un ragazzo arabo che non ha mai avuto a che fare, neanche a livello di parole, con questa “situazione” era molto difficile. Io non avevo nessuno strumento per capire me stesso.

Già il fatto di cambiare fede è una cosa pesante da affrontare da soli e io poi mi ero sentito “fregato” a causa della rigidità incontrata. Ero molto stanco dopo l’esperienza della conversione e ora mi trovavo da solo a toccare un tasto veramente dolente dentro di me; la cosa era tremenda. Non avendo nessuno che mi poteva aiutare, perché magari questo prete mi avesse detto “guarda ho capito che tu sei gay, parlami di te”, allora sarebbe stato tutto più facile. Ovviamente il prete non sapeva nulla di me e dava per scontato che io fossi già consapevole della mia omosessualità. Pensavo che con lui sarei riuscito a affrontare la mia “natura”ma alla fine mi ha confuso di più le idee.
Tornato a Roma ho cominciato a frequentare l’altro prete che avevo visto quella volta nel negozio di arredi sacri. Mi sono subito trovato a mio agio con lui e mi ero anche innamorato.
E’ stato un rapporto molto strano. Secondo me la cosa peggiore per un ragazzo è innamorarsi di un prete o un frate. In primis perché un prete non dovrebbe avere rapporti sessuali, altrimenti dovrebbe cambiare mestiere. Poi c’è la chiesa cattolica che è contro i gay, anche se pullula di omosessuali, e proprio per questo che stare con un prete fa paura perché siccome non sarà mai sincero fino in fondo, non potrà mai sfogarsi con un ragazzo che non appartenga al clero. Infatti questo prete mi diceva “guarda che non posso avere una storia con te perché sono un prete” , però al cuore non si comanda e per un anno e mezzo siamo stati insieme.

Con lui hai avuto la prima esperienza sessuale?
Diciamo di sì.

E poi da lì hai preso consapevolezza di chi eri?
Sì. Trovando una persona tranquilla con cui stare, sentendomi felice e innamorato, ho potuto avvicinarmi a internet, a leggere e cercare. Non sapevo ancora dell’esistenza delle sedi di Arcigay. Durante la mia permanenza nell’Istituto non potevo considerarmi in Italia, ero in un altro mondo.

I tuoi genitori non sapevano nulla di te durante questo periodo?
No non sapevano, non sanno e non penso di dirglielo. Io non mi vergogno di quello che sono ma i miei vivono in Siria, lontani. Non so quanto possa essere utile e fattibile dirgli queste cose. Tanto loro non sanno di cosa io stia parlando. Non vale la pena di spendere tutte quelle energie e litigare a telefono.

Come ti senti in Italia?
Adesso sto bene. Il sesto anno in cui ero qui è stato un disastro. Lavoravo in un monastero in Umbria e il priore guardando su Internet aveva scoperto che navigavo in siti Internet Gay e mi ha sbattuto fuori. Non avevo più nulla. Avevo perso il lavoro e l’alloggio e sono venuto qua in Emilia Romagna dal mio ragazzo.

Dove vi siete conosciuti tu e il tuo fidanzato
Su una chat.

Lui è arabo, italiano?
Italianissimo. Siamo insieme da cinque anni e mezzo.

Oggi sei felice?
Molto. Ho concluso anche la maturità. Nel passato ho avuto molti problemi di soggiorno, un nostro amico, anche lui gay che ha una cinquantina di anni, mi ha adottato. Così ho risolto il problema del permesso di soggiorno.

Ma non pensi di poter tornare in futuro in Siria? Magari ad aiutare i ragazzi che come te non capiscono la loro natura?
Non penso di stabilirmi altrove. Qui ho il mio ragazzo che è la mia famiglia. Altrimenti non sarei rimasto in Italia. Al momento non sono molto ottimista per la situazione in Siria, va bene che si parla di libertà, la gente muore e si continua a scendere per le strade. Secondo me per la coscienza della società siriana, e in generale di quella araba, ci vuole ancora molto tempo. Da più frutto lavorare su internet, anche se ovviamente sarebbe meglio andare lì sul campo. In questo momento stò aiutando l’associazione libanese “Helem” che si occupa soprattutto dei gay libanesi, ma è un punto di riferimento anche per molti altri gay arabi. Per me aiutare quella associazione è aiutare i gay in siria.

Cosa ti auguri per il tuo futuro? Speri di poter presentare il tuo fidanzato ai tuoi genitori?
Sarebbe troppo bello. Loro in questi anni sanno che io vivo con un amico. Sai in Siria è normale vivere con un amico, anche camminare per la strada mano nella mano. Ma sono certo che non capirebbero cosa vuol dire essere gay. Non so se riuscirò a dirglielo anche se sarebbe il massimo. Loro sanno che ho cambiato religione. Io sono un libro aperto. A mia madre forse lo dirò , a mio padre non penso, mentre a mia sorella molto probabilmente.



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Mafia, Grasso a Grillo "Prima di parlare apra negozio a Palermo"

di -

Il procuratore nazionale antimafia: "Forse Grillo non conosce bene la realtà di cui parla, dovrebbe vivere un po' qui e avviare un esercizio commerciale. Capirebbe se viene strangolato oppure no dalla mafia"


Non appena Beppe Grillo ha parlato a Palermo, dicendo che la mafia non strangola le proprie vittime, a differenza dello Stato, è venuto giù il finimondo.



Pietro Grasso e Beppe Grillo
Pietro Grasso e Beppe Grillo



Travolto dalla polemica il comico-politico genovese è corso ai ripari negando di aver detto che la mafia non uccide. Ma la "frittata" ormai era fatta. Oggi torna sull'argomento il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso"Forse Grillo non conosce bene la realtà di cui parla, dovrebbe vivere un po' qui e avviare un esercizio commerciale e magari potrebbe capire se viene strangolato oppure no. D’altra parte Grillo ha un suo modo paradossale di esasperare le contraddizioni e ha anche un suo obiettivo politico, io no".

La frase incriminata di Grillo

Ma cosa aveva detto di tanto clamoroso il leader del Movimento 5 Stelle? A Palermo per sostenere il candidato sindaco Riccardo Nuti, Grillo ha iniziato a parlare della grave crisi economica in cui versa il Paese e dei provvedimenti necessari per fronteggiarla. Poi, a un certo punto, ha pronunciato la frase incriminata: "La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo al 10%. Ma qua vediamo un’altra mafia che strangola la propria vittima".

I numeri di Grasso sulla mafia

Nei giorni scorsi il procuratore nazionale antimafia Grasso, parlando alla trasmissione radio Un giorno da pecora aveva bollato quella di Grillo come "un’esagerazione che serve ad andare sui giornali. Non si può affrontare la mafia senza conoscerla. E secondo me da Genova è difficile conoscere la mafia siciliana. Certo ci sono infiltrazioni fuori dalla Sicilia, ma nelle zone d’origine c’è il controllo del territorio".
Poi Grasso ha fornito alcuni numeri utili a comprendere meglio la realtà di Cosa nostra in Sicilia: "C’e’ un’area grigia che fa la vera forza della mafia, fatta di persone insospettabili: politici, imprenditori. Grasso ha citato alcune stime secondo cui in Sicilia sono 5 mila i soggetti mafiosi, contro 5 milioni di abitanti. Poi c’è tutta quest’area grigia e a quel punto potremmo arrivare ad un milione. E gli altri 4 milioni, non sono tutti combattenti: alcuni sono sudditi o sono rassegnati".



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Se un giudice ordina il silenziatore all'oratorio

Corriere della sera

Obbligo di pannelli fonoassorbenti. Il prete: chiudo



Don Francesco Tondello, 46 anni (Don Francesco Tondello, 46 anni

Tempi duri per i parroci del Triveneto. Prima don Gianni Antoniazzi che a Carpenedo, Venezia, il mese scorso s'è visto comminare una multa di 1.282 euro per «utilizzo non regolamentare» delle sue campane. Troppo fracasso! E ora ecco don Francesco Tondello, parroco della chiesa di San Paolo Apostolo, a Padova, 4 mila anime e 250 ragazzi, condannato in primo grado dal giudice civile, Antonella Guerra, a mettere a norma il campetto in cemento del suo oratorio con un fondo d'erba sintetica e pannelli fonoassorbenti: in totale, 45 mila euro di lavori più 15 mila di spese legali. Una bella botta: «Se il giudizio d'appello, a giugno, si concluderà come il primo grado non ci resta che chiudere tutto e negare per sempre questo spazio ai giovani», confessa candidamente don Francesco, 46 anni, patavino doc.

A denunciarlo è stata la signora Silvia Cesarin, 48 anni, commercialista, che abita in via Brandolese, ha le finestre praticamente affacciate sul campetto e, nonostante una siepe e la rete di protezione alta tre metri, lamenta di non riuscire più a dormire nè a lavorare («Il rumore, lo ha stabilito una perizia del tribunale, supera di 19 decibel la soglia consentita mentre per legge potrebbe al massimo sforare di 3...», protesta la donna). La signora racconta di avere la casa ormai strapiena dei palloni sequestrati da lei, palloni che più volte le avrebbero sfondato le tegole del tetto: insomma, è esasperata e da 8 anni conduce la sua battaglia in completa solitudine. Nel quartiere, infatti, ha tutti contro: basta sentire a caso gli altri parrocchiani con le case intorno all'oratorio.

Orfea Francescon, 80 anni: «Io do ragione a quel povero Cristo del prete, che fa di tutto per evitare che i nostri ragazzi vadano in giro a combinare guai. Cambi casa la signora, allora, se le dà fastidio il rumore». Linda Camporese, 73 anni: «I miei 7 nipotini giocano tutti lì al calcetto. Ma cosa vuole la signora Cesarin? Che i ragazzi del quartiere vadano a farsi le canne giù al prato della valle? Prima di lei in quella casa ci abitava un signore molto più comprensivo che la sera si metteva felice a guardare giocare i bimbi...». Addirittura è nato un comitato per difendere l'oratorio, quasi 50 tra genitori e animatori che si sono costituiti parte civile con l'avvocato Angela Furlanetto. I genitori si sono autotassati più volte per sostenere le spese di tutti i procedimenti intentati dalla signora Cesarin (ben 51 denunce dal 2004!). La domenica poi si mettono a vendere torte davanti alla chiesa per raccogliere altri fondi («In cassa al momento abbiamo appena 23 euro», annuncia preoccupato Piercarlo Romagnoli, uno dei membri del comitato).

Ma la signora Cesarin, difesa dall'avvocato Maria Maddalena Tormen, rifiuta la parte della strega cattiva e tantomeno della pazza beghina ossessionata: «Forse nessuno vi ha mai detto che la prima proposta che avevo fatto alla parrocchia era di sostituire l'area in cemento con un prato verde, di metterci due giostrine e di farci un parco giochi. Ma la verità è che le mamme non hanno nessuna voglia di portare i bambini al parco: è più facile mandarli a giocare a palla dove le urla non le sentono loro, le bestemmie non le sentono loro, i danni non li pagano loro».

«Ai miei tempi - continua la commercialista - le festicciole si facevano in casa. Alcuni di quei genitori riuniti in comitato sanno che i loro figli hanno frequentato la mia casa, durante le feste organizzate da mia figlia. E io mi mettevo ai fornelli, magari dopo una lunga giornata di lavoro. Ora evidentemente è più facile prendere in affitto un campo o una stanza e lasciare i giovani in autogestione: non importa se poi fumano spinelli, bevono vodka e le ragazze vestono in maniera poco conveniente e si fanno sbaciucchiare. In questi anni ho ricevuto minacce, una volta pure un proiettile, perciò ho dovuto assoldare un detective. Forse però queste cose non le sa quell'abbronzatissimo sacerdote che altro non ha da fare che mettersi in posa e rilasciare interviste...».

Don Francesco, assistito in questa furiosa battaglia legale dagli avvocati Paolo Marson e Lorenzo Pilon, è incredulo: «Falsità, io ho provato in tutti i modi a parlare con la signora, ma lei rifiuta ogni contatto. Dal 2006 abbiamo pure accettato di aprire il campo solo per tre ore al giorno. Ma lei evidentemente mira proprio alla chiusura! Mi ha anche denunciato per atti di terrorismo e detenzione di sostanze esplosive. Beh, volete sapere la verità? Si trattava della notte di Capodanno. E le sostanze che riteneva esplosive erano i petardi lanciati dai ragazzi...».



Fabrizio Caccia
5 maggio 2012 | 7:48



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Scout cattolici: i capi omosessuali sono un problema educativo

Corriere della sera


«Non tutte le posizioni hanno la stessa dignità morale. Se un giovane manifesta tendenze serve uno psicologo»


MILANO - «Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore (quindi per noi i capi che hanno una tendenza omosessuale profondamente radicata o forse predominante) costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo scout è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell'effetto educativo dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall'adulto». Sono parole di padre Francesco Compagnoni, assistente ecclesiastico nazionale del Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani), in un passaggio della sua relazione al seminario «Omosessualità, nodi da sciogliere nelle comunità capi. L'educazione fra orientamento sessuale e identità di genere». L'incontro organizzato dall'Associazione guide e scout cattolici italiani si è svolto in novembre ma la stessa Agesci ha pubblicato solo in questi giorni gli atti.

«UN PROBLEMA SERIO» - «Il capo omosessuale ha un vantaggio rispetto agli altri capi - prosegue Compagnoni, che è docente di teologia morale nelle facoltà di Teologia e di Scienze sociali della Pontificia università San Tommaso di Roma - in linea generale ha tendenze artistiche, è molto sensibile, è dotato per le relazioni personali. Spesso una persona omosessuale nei rapporti affettivi ha un vantaggio rispetto agli altri capi che faticano a comunicare con i ragazzi». Un'apertura, quindi? Non proprio, perché per il sacerdote l'Agesci «ha ragione di interrogarsi intorno a questo aspetto che è indubbiamente un problema serio. Il capo trasmette dei modelli e i capi che praticano l'omosessualità, o che la presentano come una possibilità positiva dell'orientamento sessuale, costituiscono un problema educativo».

«NON HANNO LA STESSA DIGNITÀ» - Compagnoni, parlando dell'educazione sessuale, ritiene che un eventuale capo scout omosessuale non debba affrontare il discorso con il suo reparto da solo, e che comunque «deve essere chiaramente sottolineato che non tutte le posizioni al riguardo hanno la stessa dignità morale. Questo è un punto importante nella nostra società che è per definizione "tollerante". Ma la tolleranza non vuol dire che tutti i comportamenti abbiano uguale dignità umana e abbiano lo stesso valore morale».

IL GAY DALLO PSICOLOGO - Infine, padre Compagnoni affronta il tema del «che fare» quando emergano casi di omosessualità tra i giovani scout. «Secondo me - afferma - bisognerebbe parlare con i genitori e invitare un esperto con cui consigliarsi. In linea generale uno psicologo dell'età evolutiva o ancora meglio un pedagogista. Non si può semplicemente evitare il problema non affrontandolo». Infatti a detta del teologo l'omosessualità del ragazzo riguarda tutto il suo gruppo: «Coinvolti nel problema - aggiunge -, ci sono non solo l'adolescente, ma tutti gli altri adolescenti della comunità che si sono accorti di questo. In questo caso secondo me la questione va affrontata con tutte le persone che sono implicate. Soprattutto non va nascosta: non si può far finta di niente».


Redazione Online
4 maggio 2012 | 20:19




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Borsellino disse: io nel nido di vipere

Corriere della sera

Così definì la procura secondo la testimonianza di un collega


PALERMO - Un mese prima di morire Paolo Borsellino «appariva come trasfigurato, senza più sorrisi. Era provato, appesantito, piegato». Da poche settimane la mafia aveva ucciso il suo amico Giovanni Falcone nel massacro di Capaci, e lui continuava a lavorare nel suo ufficio di procuratore aggiunto a Palermo, che però considerava «un nido di vipere». È un altro squarcio sugli ultimi giorni di vita del magistrato assassinato il 19 luglio 1992 nella strage di via D'Amelio affidato al ricordo di un giovane magistrato dell'epoca, Massimo Russo, che ora fa l'assessore Sanità nel governo della Regione Siciliana. Russo ha deposto ieri nel processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori, accusato della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 e indagato per l'altrettanto presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra avviata a cavallo delle stragi del '92.

La sua testimonianza si somma a quella di Alessandra Camassa, altra «allieva» di Borsellino presente all'incontro di giugno del 1992 nel quale il giudice che con Falcone aveva istruito il maxi-processo alla mafia confidò di essere stato «tradito» da un amico. Questo è il particolare più nitido rievocato dalla Camassa: «Paolo si distese sul divano che c'era nella stanza e cominciò a lacrimare in modo evidente dicendo: "Non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire"». Chi fosse quell'amico i due giovani magistrati non lo chiesero. «È il mio grande cruccio», confessa Russo.

Ma mentre la Camassa sostiene che sul momento pensò a una vicenda personale appena scoperta, lui associa il pianto e l'affermazione sul tradimento a un incontro conviviale con ufficiali dell'Arma dei carabinieri che Borsellino avrebbe avuto poco prima a Roma. Per alleggerire il clima e cavarsi dall'imbarazzo, proprio Russo chiese a Borsellino: «E qui come va?». Risposta: «È un nido di vipere». Un dettaglio in più per chiarire, a quasi vent'anni dalla morte e alla vigilia delle celebrazioni che stanno per aprirsi in occasione dell'anniversario, in quale ambiente si fosse ritrovato a lavorare l'amico di Falcone che fremeva perché non poteva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci. Ma nonostante non ne fosse il titolare, ricordano Russo e Camassa, seguiva con grande interesse, per come e per quanto gli era consentito, gli sviluppi di quell'inchiesta.

A parte il rammarico per non aver approfondito la questione del tradimento, sottovalutando la confidenza ricevuta, i due magistrati sostengono che fino al 2009 - quando uscirono le prime notizie sull'indagine che stava svelando la trattativa tra Stato e mafia - non avevano collegato lo sfogo con l'eventualità che Borsellino fosse venuto a sapere dei contatti tra rappresentati delle istituzioni e di Cosa nostra. Solo dopo riferirono l'episodio agli inquirenti.  L'indagine sulla trattativa riguarda anche l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, già processato e assolto dall'accusa di concorso esterno con la mafia e ora inquisito per ipotetiche pressioni fatte nel '93 sull'allora vice-direttore degli istituti di pena, Francesco Di Maggio, con l'obiettivo di alleggerire il «carcere duro» ai boss detenuti.

Ma ieri, sempre nel processo Mori, il principale teste d'accusa contro l'ex ministro ha mostrato più di una crepa. Si chiama Nicola Cristella, ed era il capo-scorta di Di Maggio. A fatica, tra contraddizioni e titubanze, ha ricordato che Di Maggio si lamentava delle insistenze di chi voleva allentare il «41 bis»: «Percepii frammenti di dialoghi in cui si parlava di pressioni, e uscì il nome di Mannino», ha detto genericamente il testimone. Il quale nel 2003, interrogato dai magistrati di Firenze sugli stessi temi, non fece cenno all'uomo politico. «Non me l'hanno chiesto, e io non ne volevo parlare», ha provato a giustificarsi, suscitando l'irritazione del tribunale degli stessi pubblici ministeri.



5 maggio 2012 | 7:45



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Ma quali competenze aveva l'ex tesoriere della Lega? Il diploma di Belsito non c'è

di -

Spuntano altri titoli di studio conquistati in modo spensierato: non c'è alcuna traccia delle competenze di Belsito in amministrazione e finanza


Almeno lui pare che se le sia pagate di tasca propria. Ma nell'inchiesta sulla Lega spuntano altri titoli di studio conquistati in modo spensierato: sono quelli del personaggio chiave dell'indagine, l'ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito. Sui criteri che portarono i vertici del partito di Bossi a scegliere proprio Belsito come cassiere del movimento i magistrati di Milano e di Reggio Calabria si stanno interrogando fin dall'inizio, perché negli atti della vicenda non c'è alcuna traccia di competenze specifiche in termini di amministrazione e finanza da parte del vulcanico parlamentare padano. E questi dubbi sono stati rafforzati dalla analisi del percorso di studi di Belsito.


Alla domanda di rito sui titoli di studio posseduti, che viene fatta all'inizio di ogni interrogatorio, Belsito avrebbe risposto di avere un diploma in ragioneria. Approfondendo il tema però gli inquirenti hanno accertato che il titolo sarebbe stato conseguito presso un istituto privato di Frattamaggiore, di dubbia attendibilità e fallito da tempo. Ancora più interessanti sono i passaggi successivi, perchè pare che Belsito abbia voluto anche lui conquistare a tutti i costi il titolo di dottore: laurea conseguita on line presso una non meglio precisata Università John Kennedy. Corso di laurea in scienze politiche. Nonostante questo curriculum di studi non troppo impressionante, Belsito venne designato alla morte del tesoriere leghista Balocchi a gestire il robusto patrimonio di liquidità della Lega. E le indagini hanno accertato che la libertà di movimento lasciata a Belsito era decisamente ampia, visto che gli veniva consentito di riferire ai vertici solo sulle linee generali delle spese e degli investimenti, senza fornire rendiconti. Perchè tanto potere e tanta autonomia? E' questa una delle risposte cui il lavoro sotto traccia che gli inquirenti stanno proseguendo in questi giorni sta cercando di trovare risposte.



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