mercoledì 9 maggio 2012

Aldo Moro e Peppino Impastato, il ricordo a 34 anni dalla scomparsa

Il Messaggero


ROMA - Parlava Peppino Impastato. Faceva nomi e cognomi. Da palchi improvvisati, dalle colonne di piccoli giornali, dai microfoni di Radio Aut denunciava quotidianamente gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini e le complicità dei politici "amici".





La voce di Peppino. Fu la sua voce a condannarlo a morte, in un paese muto e sordo diventò un'eco assordante. La fine di Peppino arrivò il 9 maggio del 1978, cinque giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia proletaria. Aveva 30 anni Peppino, quando il tritolo di Cosa nostra ne dilaniò il corpo. Lo fecero a pezzi sui binari della ferrovia di Cinisi. Lo stordirono, colpendolo con una pietra, poi trasportarono il corpo sulle rotaie, lo adagiarono sull'esplosivo e lo fecero brillare.

Ci sono voluti 23 anni, però, perché Peppino Impastato diventasse un morto di mafia. È stata necessaria la tenacia di mamma Felicia Bartolotta e l'intensa attività del fratello Giovanni, perché al giovane fondatore di Radio Aut venisse restituito l'onore. Per lungo tempo, infatti, il ricordo è stato seppellito sotto una montagna di falsità, di depistaggi, di ricostruzioni di comodo, che indicarono in quella morte prima il fatale destino di un terrorista vittima del suo stesso esplosivo e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, un suicida.

Peppino era nato a Cinisi in una famiglia mafiosa. Suo padre, Luigi, era amico del numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti, suo zio era Cesare Manzella, capomafia ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Una vita già tracciata, una strada da seguire, quella dell'onore alimentato dal sangue e dalla violenza, a cui, però, Peppino si ribellò, rompendo con il padre quando era ancora poco più che un ragazzo.

L'antimafia. Neli anni successivi Peppino si lanciò in un'intensissima attività politico-culturale antimafiosa. La denuncia dei traffici internazionali di droga e delle speculazioni dei signori del cemento arrivò con la nascita di Radio Aut, un'emittente privata autofinanziata attraverso la quale Impastato puntò il dito contro gli affari del capomafia Gaetano Badalamenti. Nel 1978 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. La sua elezione, però, arrivò qualche giorno dopo la sua morte.

La marcia dei 100 passi dei sindaci
, in ricordo di Peppino Impastato, si è aperta a Cinisi con un saluto di Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse nella stessa data in cui la Sicilia ricorda l'assassinio del militante di Cinisi. «Mi piacerebbe tanto che un giorno potessimo ricordare i nostri cari non nel giorno della loro morte - scrive Agnese Moro in una lettera indirizzata a Giovanni Impastato - ma nel giorno nel quale festeggiamo la nascita della nostra Repubblica, il 2 giugno. Allora avrebbero davvero il loro posto, che non è quello di vittime, ma quello di costruttori coraggiosi di un Paese in cui ci sia posto posto per tutti, con uguale dignità e rispetto».

Impastato e Moro.
«Tuo fratello e mio padre erano molto diversi. Ma qualcosa li unisce - aggiunge -, qualcosa che viene prima e va al di là del fatto di essere stati uccisi, e per di più lo stesso giorno. Credo che entrambi amassero la giustizia e la liberazione, da ottenere con la mite e coraggiosa strada della democrazia, che è tale solo con l'assunzione di responsabilità da parte di ognuno». I sindaci hanno percorso con le fasce tricolori, insieme agli studenti, i 100 passi che separano Casa Badalamenti da casa Memoria, e hanno scoperto la prima pietra d'inciampo di un percorso della memoria dedicato a Impastato e alle altre vittime di mafia.

Il «Giorno della memoria» dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice - celebrato oggi al Quirinale - è cominciato proprio con la deposizione da parte del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di una corona di fiori in via Caetani, davanti alla lapide che ricorda il sacrificio dell'on. Aldo Moro e degli agenti della sua scorta.

Mercoledì 09 Maggio 2012 - 15:07
Ultimo aggiornamento: 16:43




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Napolitano più furbo che cieco

di -
Il presidente Napolitano ieri ha detto di non aver visto un boom del partito di Grillo. E dove diavolo stava guardando? Forse pesano i problemi che l’età porta inevitabilmente alla vista.



Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Se fosse così sarebbe scusato, prima o poi sono guai che toccano a tutti. Ma a pensarci bene, per Napolitano, la miopia è un problema non nuovo, ne è afflitto fin da giovane. A metà degli anni Cinquanta, già politico d’alto bordo,non vede le atrocità commesse dai soldati russi nell’invasione dell’Ungheria, che infatti benedice sventolando la bandiera rossa in segno di festa.

Passa il tempo e, da vicesegretario del Pci, non vede il flusso di rubli che Mosca riversa in nero nelle casse del partito (finanziamento illecito ai partiti). La vista poi continua a peggiorare. Negli anni Novanta non vede i privilegi di cui gode come presidente della Camera, e neppure vede bene come i partiti, compreso il suo, decidono di finanziarsi con soldi pubblici nella misura in cui oggi sappiamo. Le cose non migliorano al Quirinale: la miopia gli impedisce infatti di vedere che mentre fuori la gente tira la cinghia lui vive come un re nell’istituzione più costosa al mondo (quattro volte la Casa Bianca). È da capire Napolitano.

Che forse non ci ha visto bene neppure quando, dopo aver volutamente fatto macerare il governo Berlusconi nella palude del conflitto istituzionale, ha insediato Monti come salvatore della Patria. Perché le cose non stanno andando come aveva pre-visto, soprattutto è in forse la fase due del piano: consegnare il Paese alla sua adorata sinistra.

Già, perché come se non bastassero gli inciampi di Monti è pure arrivato imprevisto quel pazzo di Grillo a prosciugare il già arido mercato dei voti. Da suonatore, il presidente rischia di diventare suonato e più che la vista perde nervi e controllo. L’arbitro si rivela giocatore, quale è, e non riconosce i milioni di legittimi voti raccolti dal capocomico genovese. Napolitano mi sembra come Scalfaro nel ’93: con i suoi amici e colleghi magistrati aveva preparato la salita al potere della sinistra di Occhetto quando all’ultimo spuntò dal nulla tal Berlusconi, che non era comico ma ci divertì uguale. Apra gli occhi, presidente Napolitano, ma soprattutto teniamoli ben aperti noi.



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Voip, chat e social: l'Fbi vuole un accesso alle comunicazioni

La Stampa

Il Bureau promuove una proposta di legge per facilitare le intercettazioni
FEDERICO GUERRINI


L'Fbi chiede aiuto. Tanto era facile intercettare una volta le comunicazioni (bei tempi quelli – sospirano gli agenti federali in pensione quando esisteva soltanto il telefono o al limite il fax), tanto oggi col diffondersi di chat, programmi di telefonia Voip e instant messaging come Skype o Gtalk, applicazioni come FaceTime o iChat, l'agenzia federale ha paura di restare al buio e di farsi sfuggire qualche informazione delicata.

Per questo, racconta il sito Cnet, il Bureau sta cercando di promuovere una proposta di legge che obbligherebbe le grandi società di Internet, da Microsoft, a Facebook, a Yahoo! a inserire dei backdoor, degli accessi di servizio, nei loro software e a metterli a disposizione dell'autorità competente.

Rappresentanti dell'Fbi stanno perciò incontrando membri del congresso, funzionari della Casa Bianca e delle aziende che operano sul Web per convincerli a sostenere un emendamento al Communications Assistance for Law Enforcement Act (Calea), la normativa risalente al 1994 che disciplina la sorveglianza sulle reti di telecomunicazioni. Il Calea era già stato modificato una prima volta nel 2004 affinché si applicasse anche ai fornitori di servizi Internet a banda larga, e non solo alle compagnie telefoniche tradizionali.

La nuova disciplina, punterebbe a espandere il monitoraggio anche a singoli prodotti, come social network e servizi di chat, usati per comunicare via Internet, solo nel caso però che raggiungano una considerevole massa critica di utenti. L'Fbi vorrebbe ragggiungere l'obiettivo con le buone: lo stesso direttore dell'agenzia, Robert Mueller, aveva in programma un viaggio, poi rimandato sulla costa Ovest, questo mese, per incontrare i rappresentanti delle società interessate in modo da valutare insieme la maniera di limitare al massimo l'impatto del provvedimento.

Secondo quanto riferito dal un funzionario del bureau a Cnet “esiste ormai un gap crescente fra il potere statutario conferito dalla legge di intercettare le comunicazioni elettroniche a seguito di un ordine del giudice, e la nostra capacità pratica di effettuare tali intercettazioni. Se questo gap dovesse continuare a crescere, c'è il rischio reale che il governo “resti al buio” con conseguente aumento dei rischi per la sicurezza nazionale e la salute pubblica”.

Naturalmente, non è così che la vedono le associazioni per la difesa della privacy dei cittadini e le stesse aziende Internet, preoccupate che i consumatori fuggano dai loro servizi, sapendo di essere constantemente sorvegliati e monitorati. Non convince l'eccessiva delega in bianco che verrebbe affidata ai tutori della legge (che dovrebbero adoperarla solo dietro delega giudiziaria, ma il problema è sempre quello: chi controlla i controllori) e i commentatori più taglienti, come Glenn Greenwald su Salon si sono spinti fino a paragonare una normativa del genere a simili provvedimenti repressivi vigenti negli Stati totalitari e anti-democratici.

L'accusa all'America (o meglio a una parte di essa), e non è la prima volta che le viene rivolta, è in sostanza di ipocrisia. Greenwald ricorda il biasimo dell'amministrazione Obama di fronte alla minaccia di Arabia Saudita e Emirati Arabi di non consentire l'utilizzo dei Blackberry sul loro territorio perché “non intercettabili”. Che però è proprio quello che anche l'Fbi si proporrebbe di fare, visto che, se l'espansione del Calea dovesse essere approvata, anche società straniera come la canadese Rim sarebbero costretto ad adeguare i loro software per poter operare sul mercato americano.

Critiche vanno anche al modo con cui il Bureau sta cercando di ottenere il suo obiettivo, ossia senza coinvolgere la cittadinanza in un dibattito aperto, ma incontrandosi in semi-segreto con le persone che “contano”. Una tendenza purtroppo sempre più frequente, non solo in America, quando si tratta di prendere decisioni che, regolando e alterando il funzionamento di Internet, influenzano di fatto la libertà di espressione di milioni di persone.



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Il diktat di Grillo ai suoi: "Non andate mai più in tv" Ma è polemica sul blog

di -

Poco dopo l'apparizione di Paolo Putti a Ballarò, Grillo scrive: "Chi partecipa ai talk show d'ora in poi farà una scelta di campo"


"Chi partecipa ai talk show deve sapere che d'ora in poi farà una scelta di campo". Eccola l'ultimo diktat di Beppe Grillo ai suoi. Un comandamento che il comicosemprepiùpolitico annuncia qualche istante successivo alla partecipazione di Paolo Putti (arrivato terzo nella corsa a sindaco di Genova) a Ballarò.


Beppe Grillo



"Se il MoVimento 5 Stelle avesse scelto la televisione per affermarsi, oggi sarebbe allo zero qualcosa per cento. Partecipare ai talk show fa perdere voti e credibilità non solo ai presenti, ma all’intero MoVimento", scrive in un post datato 8 maggio alle ore 23 Grillo. Che poi rincara la dose e spiega meglio il suo anatema: "Nei talk show il dibattito avviene con conduttori di lungo corso e con le mummie solidificate dei partiti. C’è l’omologazione con il passato. Che senso ha confrontarsi con Veltroni o con Gasparri in prima serata?". Insomma, pare che la scelta di Putti - che ha spiegato il programma del Movimento 5 stelle nella trasmissione di Rai3 e che ha dibattuto con Piero Fassino e con il ministro Mario Catania - non sia andata giù al capo del movimento. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Infatti, sul blog di Grillo si è scatenato il dibattito tra pro e contro.


"Caro Beppe , i tuoi passaggi da Santoro nel talk show televisivo Servizio Pubblico a mio avviso ti ha fatto avere consensi espressi in voto ...in modo particolare mi riferisco alla puntata "Uscire dall'euro?"...la tua analisi era perfetta.Generalizzare a mio modesto avviso è sbagliato ..La tv farà avere davvero un boom di voti al M5S . Putti a tenuto testa a Fassino egregiamente....fortissima la battuta ..ma lei parlando così mi sta faccendo avere altri voti !! ripensaci..con grande stima", scrive Sandra. La pensa alla stessa maniera Norbz, che afferma: "Inacettabili i diktat. Il movimento non è proprietà esclusiva di una persona. Beppe, se una cosa non ti sta bene, fai che sia votata dai meet up, non il contrario. Una testa, un voto. I candidati e gli eletti sopratutto non sono pupazzetti in mano a una persona o a un politburo, ma individui dotati di una testa e di capacità decisionali".


C'è anche chi insinua un complotto: "Volevo informare tutti che i commenti a favore dell'uso della TV (e che hanno ricevuto anche + di 20 voti) sono finiti in fondo alla classifica!!! Misteri del blog!!!", denuncia Gian Lorenzo Molinari di Busalla Genova. "Io eviterei le gogne mediatiche, grazie", scrive invece Marco. Insomma, non c'è un pensiero unico e dominante all'interno dei sostenitori del Movimento 5 stelle. Che magari preferirebbero che scelte così drastiche venissero prima discusse democraticamente. Di unico e dominante invece para esserci solo il pensiero di Grillo.



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Sei medici di Milano per la super-perizia sulla morte di Cucchi

Il Giorno

La squadra di tecnici è stata incaricata oggi dalla III Corte d'assise di Roma ed entro il 18 luglio deve fornire un dossier per far luce sulle cause della morte del geometra 31enne

Milano, 9 maggio 2012





Sei tecnici milanesi sono i superperiti a cui la III Corte d'assise di Roma ha affidato oggi l'incarico di stabilire la causa della morte di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni fermato a Roma il 15 ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo all'ospedale 'Sandro Pertini'. Il pool di esperti è guidato da Marco Grandi e da Cristina Cattaneo, entrambi del 'Labanof' (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) situato presso la sezione di Medicina legale del Dipartimento di Morfologia umana e Scienze biomediche dell'Universita' di Milano

Insieme a loro sono stati incaricati anche Giancarlo Marenzi (specialista in cardiologia e medicina interna), Erik Sgazerla (direttore della Clinica neurologica dell'Universita' Bicocca di Milano), Gaetano Iapichino (ordinario di Anestesia e Rianimazione dell'Universita' di Milano), e Luigi Baranga (urologo dell'Asl ICP di Milano).

Entro il prossimo 18 luglio dovranno depositare la perizia con la quale dovranno accertare: epoca, cause e mezzi che causarono la morte di Cucchi; natura e causa delle lesioni prima dell'ingresso del giovane nel carcere di Regina Coeli; se l'assistenza sia stata prestata nel rispetto delle regole proprie dell'attivita' medico-sanitaria e se la stessa abbia contribuito a causare la morte.




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Rubato il busto di Totò a Valmontone L'appello del sindaco: «Riportatelo»

Il Mattino


VALMONTONE - Rubato il busto di Totò nei giardini di viale XXV Aprile a Valmontone. La statua dedicata al grande attore napoletano, si legge sui quotidiani locali, era stata eretta dieci anni fa per ricordare un bel gesto del principe della risata che, durante la seconda guerra mondiale, soggiornò per un periodo proprio a Valmontone e nel luglio del 1943 , passeggiando lungo l'attuale via XXV Aprile si fermò a raddrizzare un alberello che era stato piegato dall'onda d'urto di uno dei tanti bombardamenti aerei che stavano devastando il comune casilino.



Quell'albero (un cedro del Libano) esiste ancora ed è noto come l'albero di Totò. Sotto di esso è stato eretto nell'attobre del 2002 un piccolo monumento commemorativo con in cima il busto rubato la scorsa notte. Ad accorgersi del furto i cittadini, che hanno subito avvisato il sindaco Egidio Calvano. «È un atto odioso - ha detto il primo cittadino - Quel busto non vale neppure dal punto di vista economico, ma rappresenta tantissimo per i valmontonesi, visto che ricorda loro un periodo buio della storia di questa città».

«Ci siamo già prontamente attivati - ha aggiunto il sindaco di Valmontone - per fare in modo che presto il busto di Totò possa tornare al proprio posto».

Mercoledì 09 Maggio 2012 - 12:59   
Ultimo aggiornamento: 13:00



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