martedì 15 maggio 2012

Uscire dall'inerzia… a sinistra o a destra?

La Stampa




YOANI SANCHEZ


Non avevo ancora l’età per andare a scuola e mi trovavo in quel parco che gli abitanti della zona chiamano “Carlos III”, anche se le mappe insistono a etichettare come “Karl Marx”. Io e mia sorella giocavamo nella fontana priva di acqua e saltavamo da una panchina all’altra. All’improvviso guardammo verso la sede della loggia massonica situata all’incrocio con la calle Belascoaín e ci rendemmo conto che il mappamondo sopra il tetto emanava un fumo grigio, prendendo fuoco lentamente davanti ai nostri occhi. Ricordo che gridammo a mio padre: “Papà, il mondo sta bruciando!” per poi correre tutti e tre ad avvisare il custode dell’edificio. In pochi minuti arrivarono i pompieri e da quel giorno quella riproduzione del pianeta smise di girare, il suo meccanismo rotatorio non funzionò più… per decenni. Proprio in quel parco della mia infanzia, l’Osservatorio Critico nella giornata di sabato ha realizzato un incontro di solidarietà con il movimento mondiale degli indignati.

Alcune ore prima che arrivassero gli invitati, la polizia politica e persino guardie in uniforme avevano presidiato la zona. Diversi attivisti e giornalisti erano stati arrestati prima di poter raggiungere il parco ed erano stati dispersi verso quartieri distanti per evitare che partecipassero. L’evento ha avuto luogo ugualmente, anche se è stato organizzato in fretta e ha fatto registrare  una scarsa partecipazione. Nonostante tutto, i manifestanti hanno potuto esporre un paio di cartelloni anticapitalisti, scattare alcune foto e ricordare da lontano una corrente di anticonformismo che mette in fibrillazione paesi come Spagna, Inghilterra e Stati Uniti. I presenti hanno cantato l’Internazionale e alcuni frequentatori abituali del luogo hanno scoperto - soltanto allora - il volto dell’autore de Il Capitale scolpito su quel muro. Quindici minuti dopo il #12MGlobal dell’Avana era già finito, i bambini potevano riprendere possesso della loro fontana vuota, delle panchine e del busto in rilievo di un uomo nato in Germania nel 1818. Durante la notte, il notiziario più seguito dava notizia delle proteste a Londra e a Madrid ma non diceva una parola sulla dimostrazione avvenuta in territorio nazionale.

Malgrado il limitato numero di partecipanti e lo stretto carattere ideologico della manifestazione, l’evento contribuisce ad arricchire la società civile cubana. Il settarismo ufficiale non distingue tra anticonformisti di sinistra o di destra, sospetta di chiunque si azzardi a criticarlo senza dare molta importanza ai motivi ideologici. Negli uffici della Sicurezza di Stato c’è un fascicolo aperto sia per José Daniel Ferrer che per Pedro Campos, il regime controlla con sospetto tanto l’Unione Patriottica di Cuba come l’Osservatorio Critico. Per un regime totalitario non importa se i dissidenti dicono di abbracciare la stessa dottrina dei manuali che in altri tempi venivano considerati ufficiali, è sufficiente criticare per andare a finire nel sacco comune dei nemici. Questo paese arenato nell’inerzia politica ha bisogno di ripartire, deve prendere con urgenza il sentiero del pluralismo e della democrazia. Come il mappamondo all’incrocio tra Carlos III e Belascoaín, Cuba deve cominciare a muoversi. Forse in un primo momento girerà a sinistra o a destra, andrà avanti con difficoltà e oscillerà fino a quando non troverà il ritmo giusto. Ma sin d’ora nessuno può imporle una sola direzione, nessuno ha diritto di obbligarla a intraprendere un solo percorso.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Le nuove Br: «Viva la rivoluzione, usare le armi». Il giudice fa sgomberare l'aula

Corriere della sera

Antagonisti in presidio davanti al tribunale e all'interno con T-shirt a formare la scritta «Solidarietà»

Momenti di tensione in aula MILANO - Momenti di tensione martedì mattina nella maxi-aula della Corte d'Assise di Milano, durante il secondo processo d'appello alle nuove Brigate Rosse. Tre dei presunti brigatisti hanno anche invocato l'uso delle armi. I giudici ad un certo punto sono stati costretti a richiedere l'intervento delle forze dell'ordine, che hanno fatto uscire giovani e parenti degli arrestati dallo spazio riservato al pubblico. L'aula è stata fatta sgomberare e un presidio di carabinieri è stato disposto davanti all'ingresso. Ad un cronista che gli chiedeva cosa pensasse di quello che sta accadendo in questi giorni, con riferimento anche alla gambizzazione di Roberto Adinolfi, Alfredo Davanzo, uno degli imputati, ha risposto dalla gabbia: «Viva la rivoluzione, avanti la rivoluzione, questo è il momento buono». Davanzo, presunto ideologo delle Nuove Br del Partito Comunista Politico-Militare, è stato condannato nel precedente giudizio di secondo grado a 11 anni e 4 mesi. All'inizio dell'udienza dalle gabbie sono stati mostrati anche i pugni chiusi da parte degli imputati.



«CON LE ARMI» - Alcuni dei cinque imputati detenuti (sono sette in totale, ma due non erano presenti) hanno chiesto ai giudici di poter rilasciare dichiarazioni spontanee. A prendere la parola è stato tra gli altri Vincenzo Sisi, il presunto capo della cellula torinese condannato a 13 anni e 5 mesi nell'appello poi annullato dalla Cassazione. «Io parlo come operaio comunista che ha preso le armi - ha affermato - solo con le armi si sovvertono i poteri e noi rinunciamo alla difesa e revochiamo il mandato». Un altro degli imputati ha dichiarato che il Partito Comunista Politico-Militare «si pone dentro questo processo solo con i documenti politici», e proprio uno di questi documenti è stato consegnato dagli imputati, attraverso i difensori, ai giudici. Claudio Latino, presunto leader della cellula milanese, ha affermato: «Noi non amiamo la violenza e non crediamo al mito della violenza, ma diventa inevitabile», perché, come hanno sostenuto gli imputati, «l'unica via è quella rivoluzionaria».

TENSIONE IN AULA - Le parole dei presunti brigatisti sono state salutate con molti applausi da parte di amici, parenti e altri giovani presenti nella parte dell'aula destinata al pubblico. I giovani hanno esposto anche magliette con lettere dell'alfabeto, che messe vicine formavano la parola «Solidarietà». Già in mattinata all'esterno del tribunale una trentina di antagonisti aveva manifestato solidarietà agli imputati davanti a Palazzo di Giustizia: i giovani, soprattutto vicini al centro sociale Gramigna di Padova, hanno allestito un gazebo in corso di Porta Vittoria e hanno affisso alla cancellata esterna uno striscione con la scritta «Rivoluzione e lotte non si processano», firmato dall'«Associazione parenti e amici degli arrestati il 12/02/2007».

RESTANO IN CARCERE - I giudici della seconda Corte d'assise di Milano hanno respinto le richieste di scarcerazione avanzate dai difensori di 7 dei 12 imputati. A partire da uno degli imputati detenuti, infatti, i termini della custodia cautelare scadono a partire dal 13 giugno. Ma la Corte, presieduta da Anna Conforti, ha bocciato le richieste così come ha respinto le eccezioni che chiedevano la nullità del decreto di citazione a giudizio di oggi per alcuni difetti formali delle notifiche.

L'ANNULLAMENTO - Questo è il secondo processo d'appello alle nuove Brigate Rosse dopo che, a febbraio, la Cassazione ha annullato con rinvio le condanne inflitte il 24 giugno 2010 ai 13 imputati, accusati di aderire al movimento, che tra gli obiettivi avrebbe avuto anche il giuslavorista Pietro Ichino. La suprema corte ha annullato anche la costituzione a parte civile del giurista. A condurre l'inchiesta, che nel 2007 aveva portato agli arresti nel Nord Italia, era stata condotta dal pm Ilda Boccassini. Gli imputati erano stati condannati in primo grado a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo, banda armata, detenzione illegale di armi e altri reati.

Nel 2010 la sentenza era stata confermata in appello. Le condanne più pesanti (14 anni e 7 mesi) erano andate a Davide Bortolato e Claudio Latino, ritenuti rispettivamente a capo delle cellule padovana e milanese delle nuove Brigate rosse-Partito comunista politico militare (Pcpm). Alfredo Davanzo, che secondo l'accusa era l'ideologo del gruppo, è stato condannato a 11 anni e 4 mesi, una pena di 13 anni e 5 mesi era stata inflitta a Vincenzo Sisi, 10 anni e 10 mesi a Bruno Ghirardi, 10 anni e 8 mesi a Massimiliano Toschi; 8 anni a Massimo Gaeta. Altre quattro persone erano state condannate a pene inferiori ai 4 anni imputati avevano invece avuto pene inferiori ai 4 anni. Federico Salotto, in primo grado condannato a 3 anni e 6 mesi, era invece stato assolto.

Redazione Milano online15 maggio 2012 | 15:55

Garrone: incontrai il vice del boss ma non ho pagato tangenti per Gomorra

Corriere del Mezzogiorno

Il regista ammette l'incontro con Cirillo («ma non sapevo chi fosse») ma smentisce il pentito Spagnuolo sul pizzo


Garrone e una comparsa sul set di GomorraGarrone e una comparsa sul set di Gomorra

NAPOLI - «Sì sono stato a casa di Alessandro Cirillo, ma non sapevo che fosse ai domiciliari. Aveva un atteggiamento strano, sembrava un po' camorrista». Il regista Matteo Garrone ha raccontato ai magistrati della Dda di Napoli l'incontro con Cirillo, ovvero il vice del killer dei casalesi Giuseppe Setola, avvenuto proprio nei giorni in cui girava il film «Gomorra» nel Casertano. Come riporta il Mattino, Garrone venne sentito dai pm Giovanni Conzo e Cesare Sirignano, titolari dell'inchiesta su una presunta tangente pagata dalla produzione del film per girare nelle zone controllate dalla camorra. Ipotesi di taglieggiamento sortita dalle parole di Oreste Spagnuolo, ora collaboratore di giustizia, che indica una cifra pari a 20mila euro e dell'incontro con Cirillo (circostanza raccontata anche nel libro di Daniela de Crescenzo Confessioni di un killer).



PAGATE SOLO LE COMPARSE - Versamento di danaro assolutamente negato da Garrone: «Incontrai Cirillo - ha spiegato ai pm - perché me lo chiese zì Bernardino (Bernardino Terracciano, attore anche in un altro film, L'imbalsamatore, ndr), non sapevo fosse ai domiciliari. Non ero solo e nessuno parlò di soldi...». Sul set c'erano quasi tutti attori presi dalla strada, non professionisti, come nella filosofia verista della pellicola. «Vennero pagate solo le comparse con contratti regolari» aggiunge il regista romano. Dunque, mai soldi alla camorra. Un doppio verbale - Spagnuolo e Garrone - che sarà ulteriormente passato al vaglio della Procura per fare luce sul caso «Gomorra», ancora oscuro a 5 anni dalle riprese. C'è un altro particolare emerso dalla confessione di Spagnuolo: in giro si credeva che Garrone volesse fare un film di "guapparia", non direttamente ispirato al libro di Saviano. «Se l'avessimo saputo avremmo fermato le riprese».

Redazione online15 maggio 2012

Dal boia per uno scambio di persona Il caso che riapre la polemica sulla pena di morte

Corriere della sera

Carlos De Luna giustiziato per un crimine commesso dal suo sosia omonimo: si era difeso fino all'ultimo giorno



Carlos De Luna, il condannato vittima di uno scambio di personaCarlos De Luna, il condannato vittima di uno scambio di persona

MILANO - Giustiziato per un crimine commesso dal suo sosia omonimo. Che la pena di morte fosse uno strumento fallibile l'aveva raccontato con grande pathos nove anni fa il regista Alan Parker nel film "The life of David Gale" interpretato da un superbo Kevin Spacey. Adesso, grazie al lavoro del professore di diritto James Liebman, coadiuvato da un folto team di studenti della Columbia University di New York, vi sono le prove concrete che dimostrano come in passato una persona sia stata giustiziata per un delitto portato a termine da un'altra persona. La vittima del tragico errore giudiziario si chiamava Carlos De Luna, era un americano di origine ispanica e fu arrestato dalla polizia per aver ucciso il 4 febbraio del 1983 Wanda Lopez, un’impiegata della stazione di servizio Sigmor Shamrock nella cittadina americana di Corpus Christi, in Texas. Il docente, che ha lavorato sul caso per cinque anni e che ha pubblicato recentemente un lungo dossier intitolato «I sosia Carlos: anatomia di un errore giudiziario», è riuscito a dimostrare come quel delitto fu commesso da Carlos Hernandez, un vecchio amico di De Luna che non solo aveva il suo stesso nome, ma assomigliava tantissimo al ragazzo giustiziato nel 1989.

IL DELITTO - Durante il processo, De Luna, che aveva appena 20 anni all'epoca dell'arresto, avrebbe raccontato la verità, ma non sarebbe stato creduto dalla Corte. Il giovane avrebbe dichiarato di aver incontrato Hernandez in un bar e di essersi fermato a parlare con lui. Più tardi avrebbe visto il suo amico litigare animatamente con una donna nella stazione di servizio e per non ritrovarsi nei guai sarebbe scappato via (De Luna era in libertà condizionata). Dopo 40 minuti la polizia lo avrebbe arrestato e in seguito sarebbe stato condannato a morte sulla base del racconto di un testimone oculare che avrebbero visto un ispanico sul luogo del delitto, nonostante «tutti gli altri indizi dimostrassero la sua innocenza». Il lavoro del docente della Columbia University afferma che le indagini furono compiute in un modo «troppo spedito e superficialmente», identifica «numerosi errori, indizi perduti, occasioni mancate che hanno portato all'accusa contro De Luna».

Carlos Hernandez, il presunto assassinoCarlos Hernandez, il presunto assassino

LA CONDANNA - Hernandez che era già stato in carcere per diversi reati e più tardi sarebbe stato condannato a 10 anni di galera per aver tentato di uccidere un'altra donna, fu definito dal giudice che seguì il processo contro De Luna «un fantasma frutto dell'immaginazione dell'imputato». Questa teoria fu supportata anche dall'avvocato d'ufficio che difese l''allora ventenne: il legale dichiarò che Carlos Hernandez «probabilmente non era mai esistito». Nel 1986, un giornale locale ritornò sulla vicenda pubblicando la foto di Carlos Hernandez definendolo "il vero omicida di Walda Lopez", ma non servì a nulla: De Luna fu giustiziato con un'iniezione letale tre anni dopo: «Se un nuovo processo fosse condotto oggi, la giuria dovrebbe assolvere De Luna», ha dichiarato Richard Dieter, direttore del Death Penalty Information Center, organizzazione no profit fondata nel 1990 - Fino ad oggi non avevamo ancora un caso così eclatante in cui una persona innocente era stata condannata a morte. Ma grazie a questo studio ci siamo arrivati». «Nonostante tutto sia andato storto in questo processo, l'imputato poteva essere salvato», rileva l'autore del lavoro che alla fine dell'opera denuncia: «Disgraziatamente le stesse crepe che hanno portato alla condanna per errore di De Luna continuano oggi a mandare a morte persone innocenti».


Francesco Tortora

15 maggio 2012 | 15:52



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Brasile e India ci sbeffeggiano E gli doniamo milioni

di -

Nonostante i casi di Battisti e dei marò, l’Italia pompa aiuti Anche se le loro economie viaggiano meglio della nostra


Gli indiani considerano gli oltre 350 milioni di euro in aiuti e progetti umanitari che il governo di Londra spende nel loro paese alla stregua di «noccioline». Non solo: uno dei leader del maggior partito d'opposizione invita l'ex impero coloniale a tenersi i soldi.



Cesare Battisti
Cesare Battisti


D'altro canto il governo di New Delhi sborsa di tasca sua quasi la stessa cifra per aiutare i paesi poveri in giro per il mondo.


L'Italia, che da quasi tre mesi si ritrova con due fucilieri di marina nelle galere indiane, ha continuato, negli ultimi anni, ad «aiutare» l'India, un paese con un terzo dei poveri del mondo, ma potenza nucleare ed economica super emergente. Solo quest'anno non ci sono stati «erogazioni per progetti intergovernativi», anche se un progetto a dono a favore delle piccole e medie imprese indiane è in fase di conclusione. E la realizzazione di un'altra iniziativa, «a credito d'aiuto» di 25,8 milioni di euro è sospeso. Nulla rispetto a Londra, ma nel 2010 per la Cooperazione allo sviluppo l'India era ancora fra i dieci paesi che «aiutavamo» di più, con 12 milioni di dollari. Nonostante non fosse una nazione «prioritaria» dal 2008. Per assurdo davamo una mano anche al Brasile, che ha messo in libertà il terrorista Cesare Battisti, con 9 milioni di dollari nel 2010. Pure il Brasile non è più prioritario, ma spulciando nel sito della Cooperazione si scoprono fior fiore di progetti ancora attivi o avviati quando il presidente Lula si rifiutava di estradarlo. Battisti è stato arrestato in Brasile nel 2007 e poi definitivamente rilasciato, beffando l'Italia, nel 2011.

Dal 2010 al 2013 è in vigore un programma triennale a dono sulL’agricoltura familiare di 1.608.852 Euro. Quando stavano rimandando in libertà Battisti è partito un progetto di «attenzione integrale a persone in età evolutiva» di 786.410 euro contro l'emarginazione giovanile. Abbiamo aiutato i ragazzi delle «aree svantaggiate di Rio de Janeiro», con 838.048 euro a dono, mentre il governo locale li caccia per costruire gli impianti migliori in vista del campionato del mondo di calcio del 2014. In un paese che economicamente viaggia come una locomotiva si è deciso di avviare nel 2011, per te anni, un programma di un milione e 550mila euro, «Amazzonia senza fuoco», sul contrasto agli incendi.


L'India è un altro paradosso degli aiuti, come il Brasile. Il Times di Londra ha riportato con risalto la dichiarazione provocatoria dell'ex ministro degli Esteri, Yashwant Sinha. «Dite ai cittadini britannici che si tengano i soldi, che li usino per il loro benessere sociale o che li utilizzino in paesi più bisognosi» ha sentenziato il leader del Bjp, il Partito popolare all'opposizione, conservatore e nazionalista. Si riferisce ai 279 milioni di sterline (oltre 350 milioni di euro), che l'Inghilterra ha speso in India, solo fra il 2010 e 2011, per aiuti ed interventi umanitari. Peccato che New Delhi sborsi quasi la stessa cifra (238 milioni di sterline l'anno) per aiutare i paesi poveri in giro per il mondo. Sinha concorda con il ministro delle Finanze indiano, Pranab Mukherjee, che ha bollato come «noccioline» gli aiuti inglesi. Figuriamoci cosa pensavano a New Delhi degli «aiutini» italiani, che almeno si sono arenati con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in galera. Nel 2010, però, l'Italia è intervenuta in India con 12 milioni di dollari. L'anno prima, con 15,3 milioni di dollari. Il paese che incarcera i marò era fra i primi dieci beneficiari, anche se non più «prioritario».


Il progetto più ingente e bilaterale prevede uno stanziamento di 25.800.000 euro. Si tratta dell' «approvvigionamento idrico e trattamento dei rifiuti in 16 municipalità del West Bengala». La Farnesina dichiara che la progettazione è conclusa, ma «al momento è sospeso». Lo scorso anno abbiamo finito un progetto a dono di 3,1 milioni di euro per la regione del Marwar con l'obiettivo di aiutare «le comunità del deserto a gestire le scarse risorse idriche». Mentre l'Italia è in recessione stiamo concludendo in India un «programma di supporto all'internazionalizzazione» delle piccole e medie imprese locali, attraverso un’agenzia dell'Onu, che ci è costato 3,2 milioni di euro.


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Corte di Strasburgo: rivenditore d'auto tedesco , rapito per sbaglio dalla Cia, chiede risarcimento

Corriere della sera

Khalid el-Masri, scambiato per un terrorista, fu prelevato in Macedonia e tenuto per 5 mesi segregato in Afghanistan



Khalid el-MasriKhalid el-Masri

MILANO - Un rivenditore di auto tedesco, rapito per sbaglio e trasferito in un carcere di massima sicurezza in Afghanistan dalla Cia, chiede giustizia alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Mercoledì prossimo, per la prima volta dopo otto anni, un tribunale composto da una commissione di 17 giudici, ascolterà la storia di Khalid el-Masri, rivenditore di auto di nazionalità germanica di origini libanesi che nel dicembre del 2003 fu arrestato dalla polizia macedone al confine con l'Albania e tenuto segregato per 23 giorni in un hotel nella capitale Skopje con l'accusa di essere un pericoloso terrorista. Più tardi l'uomo fu consegnato agli agenti dei servizi americani che lo portarono con un volo segreto nel paese asiatico dove rimase fino al maggio del 2004. Per cinque interminabili mesi il quarantottenne fu picchiato e malmenato dagli agenti della Cia e solo dopo aver scoperto di aver preso la persona sbagliata, i membri del servizio d'intelligence decisero di rilasciarlo cercando di coprire il misfatto.

LA CONFESSIONE DELL'EX MINISTRO - Khalid el-Masri, dimagrito di diversi chili e psicologicamente distrutto, fu abbandonato nel maggio del 2004 su una strada di montagna in Albania e quando raccontò ai media la sua storia sia il governo americano sia quello macedone negarono le accuse. Tuttavia adesso un ex ministro dello stato balcanico è pronto a comparire davanti alla Corte di Strasburgo e a confermare le peripezie vissute dal tedesco: «Testimonierà che la Macedonia l’ha arrestato su richiesta della Cia e che lo ha trattenuto per un certo periodo - ha dichiarato James Goldston, legale del cittadino teutonico». Al tempo sarebbe stato lo stesso ex ministro a chiedere al governo americano «di andarselo a prendere oppure il governo balcanico lo avrebbe lasciato libero». «Alla fine – taglia corto Goldston - la Cia si sarebbe convinta e lo avrebbe portato via con un aereo». In realtà el-Masri sarebbe stato scambiato per il terrorista Khaled al-Masri colpevole tra l'altro di aver convinto due futuri dirottatori dell'undici settembre ad addestrarsi in Afghanistan. Durante i mesi di prigionia il tedesco avrebbe chiesto più volte di poter parlare con l'ambasciata tedesca e avrebbe intrapreso anche uno sciopero della fame.

LA BATTAGLIA LEGALE - In questi anni, secondo l'avvocato di el-Masri, il suo assistito non avrebbe ricevuto né scuse né compensazioni economiche per l'illegittima detenzione. Solo durante un incontro bilaterale con la Cancelliera Angela Merkel, l'allora segretario di Stato americano Condoleezza Rice avrebbe ammesso che nel caso dell'imprenditore tedesco era stato commesso «un errore». Tuttavia quando il quarantottenne ha tentato di far causa alla Cia negli Usa, la sua citazione è stata respinta perché «si correva il rischio di rendere pubbliche informazioni classificate». Khalid el-Masri non si è mai arreso e adesso spera che finalmente i suoi diritti siano riconosciuti: «Si aspetta che i governi macedoni e gli altri che hanno partecipato al suo rapimento dichiarino la loro responsabilità per quello che gli è accaduto» conclude l'avvocato Goldston.



Francesco Tortora
15 maggio 2012 | 12:45



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I sindacalisti costano 151 milioni allo Stato

di -

Nel rapporto sul costo del lavoro pubblico la Corte dei Conti mette il dito nella piaga dei permessi e delle assenze. Il ministro Patroni Griffi: stiamo preparando delle ispezioni a sorpresa


Pagati per non lavorare, sette giorni su sette, 365 giorni all’anno. Fortunati che hanno sbancato un «turista per sempre»? No, più di 4.500 dipendenti pubblici per i quali il Paese di Bengodi non è un luogo immaginario, ma la nostra Italia.



Bandiere sindacati

La stessa assediata dalla crisi, con le aziende costrette a chiudere, dei posti di lavoro tagliati e degli imprenditori suicidi. A certificarlo è la relazione della Corte dei conti, che ha calcolato il costo dei permessi sindacali nel 2010: 151 milioni di euro. Tranquilli paga Pantalone, cioè noi. Spiegano i magistrati contabili: «La fruizione dei diversi istituti (aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili, distacchi) relativamente al 2010 può essere stimata come equivalente all’assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità di personale, pari a un dipendente ogni 550 in servizio». E sì,perché è la somma che fa il totale. «Applicando a tale dato il costo medio di un dipendente pubblico- sottolinea la Corte dei contiil costo a carico dell’erario è stato di 151 milioni al netto degli oneri riflessi».

Altrettanto dolenti le note sulla produttività del settore pubblico. «In un contesto caratterizzato dalla perdita di competitività del sistema Italia» si ravvisano «preoccupanti segnali». In particolare, «il blocco della crescita delle retribuzioni complessive e della contrattazione collettiva nazionale hanno comportato il rinvio, da un lato, delle norme più significative in materia di valutazione del merito individuale e dell’impegno dei dipendenti »e,dall’altro, «impeditol’avviodelnuovomodello di relazioni sindacali delineato nell’intesa del 30 aprile 2009, orientato ad una effettiva correlazione tra l’erogazione di trattamenti accessori e il recupero di efficienza delle amministrazioni», scrive nero su bianco la Corte.

Per il governo dei Prof non ci sono buoni voti. È allarme sui «reiterati tagli lineari agli organici» che rischiano di avere «inevitabili, negativi riflessi sulla quantità e qualità dei servizi».Dubbi soprattutto sull’intesa di maggio tra tecnici, enti locali e sindacati sulla capacità dell’attuale sistema di collegare «premialità individuale » e aumento di produttività del settore pubblico. La Corte dei conti interviene sul fronte già caldo del costo del lavoro pubblico e sull’efficienza della burocrazia sottoposta negli ultimi anni a una cura dimagrante e a un ridimensionamento degli stipendi. Il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi è costretto a puntualizzare: «Le perplessità espresse dalla Corte sono le stesse che ci inducono a intervenire per far sì che questo meccanismo possa realizzarsi nella pratica. Premiare i migliori e aumentare la produttività sono le nostre priorità». Tanto che Patroni Griffi ora pensa ai blitz. «Stiamo lavorando assieme alla Guardia di Finanza per fare verifiche ispettive un po’ a sorpresa sulle consulenze esterne».

Lotta agli sprechi e ai fannulloni, insomma. Cavalli di battaglia di Renato Brunetta, che ora può prendersi una rivincita: «Il ministro Patroni Griffi farebbe bene ad andarsi a rileggere con attenzione il rapporto. La Corte promuove le riforme del governo Berlusconi e boccia l’intesa Patroni Griffi sindacati della notte del 3 e 4 maggio ». Ecco i passaggi che consentono all’ex ministro di rivendicare il buon lavoro svolto. «Al termine del 2010 i dipendenti in servizio presso tutte le pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo indeterminato sono diminuiti dell’ 1,9%, calo che fa seguito a quello di analogo valore del 2009.

Per la prima volta dalla privatizzazione del pubblico impiego- rileva la magistratura contabile - il conto annuale rileva una significativa diminuzione del costo del personale, su un valore di 152,2 miliardi» (1,5% in meno rispetto al 2009, sebbene venga stigmatizzato il boom di assunzioni alla Presidenza del Consiglio nel 2010). Alla fine per Brunetta la chiosa è quasi scontata: «Il governo dei tecnici è nato per risolvere i problemi del Paese, non per realizzare regressioni a favore della cattiva burocrazia e del cattivo sindacato». E 5mila assenteisti (col permesso dallo Stato) ringraziano.





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L'uomo senza casa: il giorno a fare la chemio in ospedale, la notte in macchina a lottare con il dolore

Corriere della sera

La storia-limite di Gaspare Tumminello: non ha casa e vive in auto da due anni a Milano. Il dramma dell'emergenza abitativa e delle case popolari che non ci sono più


MILANO - È un sabato qualsiasi nella periferia milanese di via Mac Mahon. Persone impegnate a fare la spesa e passanti frettolosi che girano la testa nell’altro lato quando si avvicinano a quella macchina ferma dove Gaspare Tumminello vive da circa due anni. Non è un barbone, ma un uomo di cinquantaquattro anni che da qualche anno ha perso il lavoro, la dignità ed infine la casa. È un caso estremo ma non raro. Tumminello gestiva un bar, pagava le tasse ma un giorno i debiti l’hanno sommerso e scaraventato nella terra di nessuno. Da poco gli hanno scoperto un tumore maligno allo stomaco: lui è stato operato ed ora va in ospedale di giorno a fare la chemioterapia per poi tornarsene nella sua macchina la notte a lottare con la nausea e il dolore.



Loredana Esposito ha trentatre anni, una storia familiare complessa ed un figlio di 11 anni a carico. Attende angosciata lo sfratto per morosità. Era una dei tantissimi milanesi che pagava l’affitto in nero; due anni fa il proprietario della piccola ex casa popolare di 30 metri quadri ha deciso di sfrattarla e per riuscirci ha registrato un contratto senza dirle niente. Il lavoro come cassiera di un supermercato e i 600 euro che guadagna non le permettono di vedere un futuro né per lei nè per suo figlio. Non si rassegna, ma l'orizzonte è grigio se si pensa che di case popolari a Milano non ce ne sono più molte: gran parte è stata venduta negli ultimi vent’anni, e le rimanenti - quasi 90.000 - sono occupate. A disposizione dell’enorme richiesta ne rimangono solo poche centinaia.

Marco Pitzen, sindacalista del Sicet, - il sindacato degli inquilini della Cisl considerato il più attivo sul territorio - ha delle cifre in mano che fanno paura. «Ogni anno il Comune di Milano assegna un migliaio di alloggi popolari ma più di venticinquemila famiglie hanno fatto domanda e attendono un alloggio». Facendo i conti si capisce che le possibilità sono bassissime: solo pochissime famiglie avranno un posto in cui vivere dignitosamente quest’anno. Un vero e proprio «macello» sociale che si consuma di fronte all’indifferenza generale.

Ma questo fenomeno, con la crisi, innesca un altro fattore di emergenza abitativa: i pignoramenti. Secondo Pitzen «su 3.500.000 mutui in Italia le banche ci dicono che oltre 500mila sono in sofferenza e che 200mila sono in fase di pignoramento». Ma il dato drammatico è che negli ultimi tre anni sono stati pignorati 100mila alloggi. Ma allora il decantato miracolo italiano dove circa l’ottanta per cento della popolazione è proprietaria di un alloggio ci rende davvero così diversi da altri paesi europei? Pitzen non ha dubbi: «Quasi un quarto della popolazione italiana vive in case in affitto o vive mal-alloggiata, specie nelle aree metropolitane. La maggior parte di questi sono nuclei familiari con redditi bassi. Non c’è dubbio che i tagli alla spesa sociale porteranno ad un peggioramento delle già precarie condizioni economiche di molti».

Una crisi, quella abitativa , che ha una lunga storia di sprechi e malaffare. Negli ultimi venti anni, a livello nazionale, gran parte del patrimonio abitativo statale è stato venduto, in molti casi a prezzi irrisori, con un prezzo medio di 23mila euro ad abitazione. Mentre le domande di alloggi popolari crescevano esponenzialmente fino ad arrivare alle oltre 700.000 attuali (con indici di soddisfacimento bassissimi), si è messo in atto un massiccio processo di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, riducendolo di un quarto. In più è stata tolta l’unica tassa di scopo (ex–Gescal) che permetteva il mantenimento e lo sviluppo di questo patrimonio. Nel 1998 è stata varata la legge di liberazione del mercato dei fitti ( L.431/98) che provoca - in concomitanza del passaggio della lira all’euro - l’impennata dei canoni di locazione e di conseguenza l’inesorabile dramma degli sfratti per morosità. Parole dure e chiare quelle di Marco Pitzen, in attesa che l’attenzione della politica si posi per un momento su una problematica che se non verrà risolta in fretta diventerà una catastrofe sociale di dimensioni inimmaginabili.

di Ruben H.Oliva
9 maggio 2012 (modifica il 15 maggio 2012)

Rai, si candida Mago Zurlì «Il mio vice sarà Topo Gigio»

Corriere della sera

Cino Tortorella: «Freccero? La mia tv è più intelligente»




ROMA - «Come collaboratore avevo pensato a Pippo Baudo ma dopo il suo deciso rifiuto ho ripiegato su un altro mio caro amico, Topo Gigio. Non si tratta di uno scherzo, la mia proposta è serissima...». Nulla di nuovo all'orizzonte del rinnovo dei vertici Rai. Per ora tutto stagna tra veti politici incrociati. Ma intanto Mario Monti riceverà probabilmente oggi stesso, con tanto di regolare raccomandata, una lettera che solo apparentemente può sembrare un gioco: l'autocandidatura di Cino Tortorella, classe 1927, alias Mago Zurlì, alla presidenza o alla direzione generale della Rai.

Comincia così la lettera di Tortorella: «Egregio presidente Monti, avendo letto la proposta di autocandidatura di Michele Santoro e di Carlo Freccero alla direzione generale e alla presidenza della Rai, ho pensato, forse con un po' di presunzione, che anch'io potrei avere qualche motivo per avanzare la stessa richiesta. Ho perciò stilato il curriculum che le allego con la speranza di avere qualche probabilità di essere preso in considerazione».

Tortorella indica subito Topo Gigio come collaboratore: solo apparentemente un paradosso, in realtà sofisticato simbolo di una Tv pubblica di qualità: «Gigio è entrato nel mondo dello spettacolo nel lontano 1959, due anni dopo il sottoscritto, ha partecipato a migliaia di spettacoli in tv e a teatro». Segue elenco delle apparizioni mondiali del personaggio creato da Maria Perego: Brasile, Argentina, Messico, Stati Uniti «dov'è stato ospite novantanove volte dell'Ed Sullivan Show».

Tortorella assicura a Monti che lui e Topo Gigio metteranno tutta la loro esperienza «gratuitamente al servizio della Rai». Il Mago Zurlì spiega di non voler «ardire a paragonarsi a Michele Santoro ma posso assicurare che ho realizzato programmi molto più gradevoli e intelligenti di quelli di Freccero». Progetto di fondo: «Ridare alle famiglie italiane la Tv dei Ragazzi indecentemente cancellata dalla programmazione Rai». Tortorella conclude con una nota ironica: «Se la mia proposta non verrà presa in considerazione non farò lo sciopero della fame, come minacciato da Freccero, poiché considero troppo importante mangiare. E mangiare bene».

E così, dopo Pippo Baudo che aveva progettato di inviare il suo curriculum a Palazzo Chigi, un altro «grande vecchio» della tv italiana si rivolge a Monti per proporsi come possibile guida della Rai post-Paolo Garimberti (presidente uscente) e del dopo-Lorenza Lei (direttore generale in scadenza). Tortorella rappresenta un grande pezzo della storia della tv pubblica: inventa il Mago Zurlì («il mago del giovedì», 225 puntate), realizza la prima edizione dello «Zecchino d'oro» trasferendolo poi all'Antoniano di Bologna, propone «Chi sa chi lo sa», quiz per ragazzi, 483 puntate, e poi produzioni per le tv private, per il teatro, per l'editoria. Adesso questa candidatura-provocazione per la presidenza o la direzione generale della Rai. Chissà che il Mago Zurlì con la sua apparizione non riesca comunque in un prodigio politico: far varare un nuovo vertice Rai. Non nell'interesse dei partiti ma della disastrata tv pubblica.


Paolo Conti
15 maggio 2012 | 10:18



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Quello che non ho», Saviano torna alla tv e attacca la Lega sugli «affari con la ndrangheta»

Corriere della sera

Il nuovo programma presentato da Fabio Fazio su La7. Tra gli ospiti Favino, Litizzetto, Avati, Elisa e Petrini


MILANO - La parola. Prendendo slancio dalle parole, ogni tipo di parole, è partita la nuova avventura televisiva di Fabio Fazio e Roberto Saviano. A Vieni via con me c'erano le liste, dieci validi motivi per restare o per partire. A Quello che non ho, il nuovo programma questa volta in onda su La7 e in tre serate consecutive, dal 14 al 17 maggio, ci sono singoli sostantivi, verbi, aggettivi, persino avverbi. Spunti per scatenare il racconto e far piovere storie. Il «verbo» che si «incarna» in una chiesa laica come le Officine Meccaniche di Torino. Con i toni solenni dei monologhi dello scrittore antimafia e la naturale morbidezza ecumenica del conduttore di Che tempo che fa. In mezzo una sfilza di nomi e volti della letteratura, dello spettacolo o anche della politica, a dare un senso alle proprie parole e un valore letterario ad un evento televisivo.


LA FRECCIATA - Per cominciare Saviano ha estratto dalla naftalina dell'oblio televisivo la polemica con Roberto Maroni, all'epoca ministro dell'Interno, sui rapporti della Lega con la mafia al Nord. «Dicemmo che la 'ndrangheta cercava di interloquire con tutti i partiti, anche con la Lega. Si arrabbiarono tutti. Ci dissero che era inammissibile pensare una cosa del genere. Invece il tesoriere della Lega interloquiva e come, conosceva benissimo i broker del clan De Stefano». La piccola vendetta servita con ironia: «Del resto la ndrangheta è uno dei migliori moltiplicatori di ricchezze in Italia. Sapeva come far fruttare i soldi della Lega. Che bello se invece di arrabbiarsi, avessero avuto voglia di interloquire con la procura antimafia. O magari nessuno nella Lega sapeva che il suo tesoriere interloquisse con la ndrangheta, chissà. Quindi interloquire è una parola, che può non piacere, ma è vera». Poi, al suo primo monologo, il tema bollente e drammatico di chi muore suicida per il morso della crisi: «Non è possibile scegliere la morte dinanzi a un problema economico», ha detto l'autore di Gomorra, prima di rivolgersi direttamente al governo Monti: «Aprire sportelli dove la gente possa rivolgersi per capire come affrontare il debito, le tasse, il denaro per pagarle, sarebbe già qualcosa».


GLI OSPITI - Tra gli ospiti Pierfrancesco Favino, Francesca Inaudi, Carlo Petrini, Pupi Avati, Elisa, Gad Lerner, Marco Travaglio ed Erri de Luca. E Luciana Litizzetto, che con un lungo pezzo comico ha alleggerito il clima teso della serata: «Non riusciremo mai a cambiare degli uomini maneschi. Continueremo ad amarli ma questo non cambierà come sono. Denunciamoli. E se abbiamo una figlia che ha un fidanzato del genere, dobbiamo impacchettarla e portarla a casa. Lei si incazzerà ma noi impediamole di vederlo». Ha detto l'attrice, immergendosi fino al collo, con espressioni colorite e le solite metafore veraci, nel tema della violenza sulle donne.



I BRIVIDI SULLA SCUOLA DI BESLAN- Il secondo monologo di Saviano è dedicato ad un fatto di pochi anni fa, ma che sembrava dimenticato. Una storia che invece andrebbe raccontata ogni giorno, il più possibile, per non farla svanire nella memoria. È la strage di Beslan, l'eccidio di 186 bambini, ed oltre 700 feriti nella scuola Numero 1: «Oltre mille, molti bambini, rinchiusi in una palestra tre giorni. Senz'acqua. Morirono di sete, o sotto le bombe dei terroristi e i fucili dell'esercito russo. Sulle loro tombe hanno messo una bottiglia d'acqua, ciò che più è mancato loro negli ultimi tre giorni della loro vita».

Antonio Castaldo
@gorazio14 maggio 2012 (modifica il 15 maggio 2012)

Rito da maestro Manzi nel clima di redenzione

Corriere della sera

La debolezza di questo «reading» è che tutti fanno venire il senso di colpa



Il destino delle parole è che invecchiano e si usurano con gli uomini che le usano. Un po' martire, un po' rockstar Roberto Saviano vive di parole, ha costruito il suo successo con le parole e, nonostante la giovane età, viene già osannato come un venerato maestro. Così, con l'aiuto di Fabio Fazio e di illustri «parolieri» come Francesco Piccolo e Michele Serra (seduti in prima fila), ha trovato ospitalità su La7 per ripensare le parole che usiamo (idea non nuovissima). Se un tempo le Officine Grandi riparazioni di Torino servivano a riparare i treni, adesso, come location, riparano parole. Una sfilata di ospiti illustri o meno prende una parola e la spolvera. Annotava nei suoi diari Lev Tolstoj: «Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata». Questo è il destino delle parole: a furia di ripeterle, di sentirle nella quotidianità diventano gusci vuoti. Solo i veri scrittori sanno restituire loro il senso della vita, sanno restituircele come «visione» non come «riconoscimento». Fazio e Saviano vogliono educarci, redimerci, farci sentire migliori. Senza gioia, con pedanteria.

Le loro trasmissioni sono le sole eredi del maestro Manzi, le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento, la demagogia per redenzione, la retorica per vaticinio. E, ovviamente, hanno successo perché la tv del dolore conosce tante forme, anche quella di predicare sui suicidi o sui bambini di Beslan. Il clima è sempre quello del rito, della celebrazione: una sorta di consacrazione laica della parola, una necessaria penitenza perché lo sproloquio si offra a noi come eloquio. Sotto le parole, niente. Solo un po' di omelia televisiva, dove quello che non ho si confonde volentieri con quello che non so.

La debolezza di questo reading è che tutti ti fanno venire il senso di colpa, persino Pupi Avati con i suoi ricordi felliniani al borotalco, persino il duo Travaglio-Lerner: se non sei impegnato, sei non vuoi cambiare il mondo con noi, se non usi le parole come arma di difesa civile, insomma sei poco propenso alla bacchettoneria, che tu sia dannato in eterno.
Fra i tanti luoghi comuni, ci sono anche le parole che il ceto medio riflessivo non dovrebbe mai pronunciare perché fanno cafone: sbaglio o la parola marketta non c'era?

Aldo Grasso
15 maggio 2012 | 9:24

In onda sulla tv italiana i telepredicatori islamici

di -

Su un'emittente bresciana il primo programma condotto da un imam, si chiama Dall'interno della terra dei romani ed è rivolto alle minoranze musulmane

Una Al-Jazeera all'italiana? Non proprio. Il primo programma di telepredicatori islamici della tv italiana va in onda da un paio di settimane su un'emittente locale bresciana.



Non si tratta però di una televisione di notizie e approfondimenti come quella del Qatar, ma di un pulpito via satellite rivolto ai musulmani che vivono nei paesi occidentali. La trasmissione si chiama Dall'interno della terra dei romani (tradotto: Min Dakhil al-Rumia), per sottolineare che è trasmesso da un Paese non musulmano e che il pubblico è quello delle minoranze islamiche presenti in Europa. Va in onda in lingua araba via satellite ogni venerdì sera, in replica la domenica, sul canale dell'emittente Rtb. Si appoggia alla piattaforma "Hotbird" ed è visibile appunto anche nei paesi arabi. Il conduttore è l'imam sudanese Abu Ammar al-Sudani, che da anni svolge l'attività di predicatore itinerante tenendo sermoni in 400 luoghi di culto islamici in Italia.

"Abbiamo iniziato da poche settimane - spiega Abu Ammar all'Adnkronos International - non per copiare i programmi già esistenti e trasmessi dalle tv dei paesi arabi, ma per parlare del ruolo dell'Islam in Occidente e in Italia dal punto di vista sociale, culturale e religioso, trattando argomenti come le origini stesse dell'Islam e cercando di applicarne i principi alla nostra vita quotidiana". I progetti per il futuro: "Reportage sulla condizione dei musulmani in Italia e la registrazione di trasmissioni in altre città, come Milano, Torino e Venezia, dove ospiteremo gli esponenti delle comunità musulmane locali - precisa al-Sudani -. Ampio spazio sarà dato anche ai musulmani italiani".

Ma l'obiettivo è, continua l'imam, "dare vita a breve a una vera e propria televisione islamica, la prima in Italia. Abbiamo già ottenuto finanziamenti dai paesi arabi del Golfo e stiamo aspettando di riceverne altri per partire. Le prossime puntate saranno inoltre sponsorizzate da aziende italiane. Questo perché la comunità islamica in Italia rappresenta un mercato importante a cui molte compagnie, come quelle telefoniche o aeree, intendono rivolgersi". Pare che le prime puntate della nuova trasmissione siano andate bene. «Ho ricevuto telefonate di complimenti dal Marocco, dall'Egitto e dalla Francia - sottolinea il religioso-. La pubblicazione su Youtube ha prodotto in poche ore più di 60mila visualizzazioni".

C'è da scommettere però che non mancheranno le polemiche. Basta leggere le dichiarazioni di al-Sudani sui contenuti che tratterà: "Non sono in alcun modo salafita - assicura -, ma rispetto tutte le correnti dell'Islam. Uno dei miei ospiti fissi è l'imam marocchino Abdel Bari al-Zamzami, molto amico dello sceicco Yusuf Qaradawi, noto telepredicatore di Al-Jazeera, che nella seconda puntata della serie ha parlato della sua ultima fatwa (editto religioso, ndr) che ha scatenato forti polemiche nel mondo arabo e in particolare in Egitto". Il riferimento è alla discussa vicenda di fine aprile sul cosiddetto "rapporto dell'addio". Il Parlamento del Cairo ha discusso se approvare o meno un disegno di legge basato proprio sulla fatwa di al-Zamzami che permetteva a un marito vedovo di avere rapporti sessuali con la moglie anche alcune ore dopo la morte della donna.



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Caso Orlandi, analisi sull'ossario Si cercano tracce di Emanuela

Il Messaggero

Il corpo nella bara è di Renatino. Sotto la basilica un ossario: duecento cassette e un sacco di juta pieni di resti


di Cristiana Mangani


ROMA - Duecento cassette e un sacco di juta pieni di ossa, conservati dopo un restauro avvenuto nel 2005. Una sorta di grande cimitero sotterraneo, che ha costretto gli uomini della polizia scientifica a un surplus di lavoro. Ci vorrà almeno una settimana per analizzarle tutte. E gliesperti della questura dovranno controllarle una per una, perché se è stato immediatamente accertato che nel sarcofago alto quasi due metri, c’era il corpo mummificato di Enrico De Pedis, non si sa a chi quelle ossa potrebbero appartenere.

NELLA TOMBA IL CORPO DI DE PEDIS

Ossa in un sacco. E soprattutto come mai alcune ossa siano custodite dentro un sacco e non nella cassetta. La basilica di Sant’Apollinare ospitava un cimitero prenapoleonico e potrebbero risalire a 2-300 anni fa. Ma quando si parla di Emanuela Orlandi e della sua misteriosissima scomparsa, ogni cosa diventa un giallo. E così la scoperta dell’ossario ha lasciato tutti per ore con il fiato sospeso, anche perché, in un primo momento, sembrava che la cassetta fosse stata recuperata all’interno della bara di Renatino. Poi è arrivato il chiarimento: si trovavano dietro un tramezzo che è stato abbattuto e che era stato costruito con il restauro. L'ossario, infatti, è stato risistemato e bonificato per riparare ai danni del tempo e dell'umidità. E in quell'occasione i resti sono stati collocati in cassette zincate.

L'ossario nella basilica di Sant'Apollinare. La sua presenza in quest'area della chiesa sarebbe legata al fatto che un tempo nella zona attigua all'edificio sacro c'era il collegio germanico-ungarico. Molti seminaristi, studenti o sacerdoti che studiavano nel collegio, ma anche esponenti di famiglie facoltose che pagavano per questo, vennero sepolti proprio lì. Ma quando intervennero le leggi napoleoniche, che ai primi dell'Ottocento vietarono le sepolture nelle chiese, i resti furono trasferiti nella cripta. L’ambiente è preceduto da un'area adibita a magazzino dopo la quale c'era un muro tirato di recente. Il muro che è stato abbattuto ieri.
Per avere risultati precisi bisognerà aspettare gli esami macroscopici, anche se a occhio nudo è già possibile stabilire quali siano le ossa più antiche. I test del dna verranno effettuati solo su alcune, di cui sembra dubbia la datazione. Tutti gli accertamenti verranno eseguiti sul posto, «fatta eccezione per quelli molecolari».

La decisione della Procura di perquisire la basilica. A far decidere alla procura che era arrivato il momento di andare a vedere cosa ci fosse dentro quella bara, è stata una telefonata arrivata alla trasmissione «Chi l’ha visto?» a settembre del 2005. Già nel ’97 Il Messaggero aveva dato la notizia della sepoltura di De Pedis in quella chiesa, ma a far muovere i pm furono le dichiarazioni di un uomo che diceva anonimamente al telefono: «Per trovare la soluzione al caso di Emanuela Orlandi andate a vedere chi è sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare, e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca». In seguito anche l’ex amante del boss, Sabrina Minardi, decise di parlare con i magistrati e rivelò che a sequestrare la figlia del commesso vaticano era stato proprio De Pedis.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, circa due anni fa, ha effettuato un sopralluogo nella cripta. Una visita che è stata organizzata in maniera informale, dopo l'audizione come persona informata sui fatti, di don Pedro Huidobro, attuale rettore della basilica che ha collaborato all'iniziativa. A costruire la tomba, simile a quelle papali, era stato proprio uno dei marmisti della Santa Sede. L’inchiesta è ripartita con interrogatori e sopralluoghi e tuttora risultano indagati Sergio Virtù, Angelo Cassani, detto Ciletto, Gianfranco Cerboni, detto Gigetto, tutti ex componenti della gang che ha infiammato la capitale tra gli anni Settanta e Ottanta. Durante il sopralluogo, il pm ha anche scoperto che dalla cripta, attraverso dei cunicoli sottostanti ora chiusi, si poteva raggiungere la vicinissima scuola di musica frequentata da Emanuela. Quella dove è stata vista per l’ultima volta.

Martedì 15 Maggio 2012 - 09:19
Ultimo aggiornamento: 09:44



Caso Orlandi, Walter Veltroni: «Sulla vicenda azioni di depistaggio»

Il Mattino


di Massimo Martinelli


ROMA - La spallata decisiva l’ha data lui, dopo anni di polemiche e di proteste che rimbalzavano dai corridoi della procura ai saloni del Vaticano. Fino a che Walter Veltroni ha preso carta e penna e ha scritto un’interrogazione al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, per chiedere cosa ci facesse il boss in quella basilica di Roma.

Onorevole Veltroni, quella di ieri è anche una sua vittoria.
«Il merito principale è della famiglia Orlandi. E il fatto che loro non siano rimasti soli, che abbiano avuto sostegno mediatico e politico, per me fa parte per me fa parte di quell’idea di comunità che mi ha ispirato quando ero sindaco. Detto questo per me è stata una giornata importante come lo è stata per tutti i cattolici e i cittadini che hanno una certa idea della legalità».

I cattolici avranno percepito pure che in questi anni, dal Vaticano, non sia stata fornita sempre la massima collaborazione?
«Posso aggiungere che mi ha fatto molto piacere ascoltare le ultime dichiarazioni del portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, dalle quali sta emergendo un atteggiamento di maggiore sensibilità del Vaticano su queste tematiche. Adesso dobbiamo lavorare perché si faccia chiarezza sulle vicende di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori».

A questo proposito, ieri per qualche ora si è avuto il sospetto che altre ossa trovate accanto alla salma di De Pedis potessero appartenere a Emanuela Orlandi. Poteva essere possibile?
«Non c’era da aspettarsi rivelazioni clamorose da questa riesumazione; era ragionevole immaginare che si sarebbe trovato solo quello che però era uno scandalo che fosse lì».

Lei lo definisce uno scandalo?
«Io l’ho definito così nella mia interrogazione e poi nel question-time alla Camera: era un vero e proprio scandalo per i cattolici e per i cittadini che un uomo responsabile di tanti assassini, uno dei capi della Banda della Magliana fosse sepolto in una basilica tra le più importanti di Roma. E questa situazione è stata rimossa grazie alla pressione di Pietro Orlandi, della sua famiglia, di chi ha li ha sostenuti, dal Messaggero a Chi L’ha Visto. E credo anche di poter dire che il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo negli anni scorsi non ha mai considerato chiusa questa vicenda».

Si riferisce alla vicenda di Emanuela Orlandi?
«Penso che sia importante tenere acceso un faro sulla sparizione di Emanuela Orlandi, senza dimenticare che c’è anche il mistero che avvolge la scomparsa di Mirella Gregori. Entrambe sono state risucchiate nel buio e da allora sono oggetto di una vicenda che non smette mai di rivelare il suo carattere complesso, intricato e oscuro. Così allo stesso modo mi auguro che anche sulla vicenda Pasolini si venga a capo di questa quantità immensa di stranezze che ci sono ancora sulla ricostruzione dei fatti».

Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono vicende più attuali da risolvere.
«Io dico che non è roba del passato; non ci stiamo occupando di antiquariato. Ci stiamo occupando della morte di esseri umani e poi, forse, stiamo cercando di capire il nostro paese. E’ chiaro che intorno a queste vicenda c’è un gigantesco sistema che ha dentro di se la chiave per capire la stragrande maggioranza delle storie irrisolte di questo paese. C’è stata un’industria del depistaggio che purtroppo ha giocato con il dolore della famiglia di Emanuela Orlandi e delle altre vittime di quegli anni».

Forse resta da capire se esiste un collegamento tra la scomparsa di Emanuela Orlandi e il Vaticano. Lei cosa pensa?
«Se esiste un collegamento tra il Vaticano e la scomparsa di Emanuela Orlandi non sono in grado di dirlo; quello che non riesco a spiegarmi è perché De Pedis fosse seppellito a Sant’Apollinare, questa è una domanda che neanche la rimozione della salma può cancellare».


Martedì 15 Maggio 2012 - 11:24



Caso Orlandi, Mancini alias l'accattone: «La banda della Magliana è ancora viva»

Il Mattino


ROMA - «Sono anni che dico che la Magliana è viva. I magistrati mi danno retta a intermittenza, ma nessuno ha la forza di smentirmi. Io non ho opinioni. A domanda rispondo e se non so, sto zitto». Lo dice in una lunga intervista al Fatto Quotidiano firmata da Rita Di Giovacchino e Malcom Pagani, il collaboratore di giustizia Antonio Mancini, uno dei componenti del primo nucleo della banda, alias l'accatone: «quando la cavalcata epica si è trasformata in una pozzanghera di sangue - dice -, ho detto basta».

De Pedis? Oggi sarebbe in Parlamento. De Pedis, afferma, «non era più un bandito, si era imborghesito. Oggi sarebbe in Parlamento. Dalla nuova banda che si era creato tra Tor Pignattara e Marranella si faceva chiamare Presidente». «Era entrato in un giro strano con Massimo Carminati - prosegue -, un fascista che oggi fa i miliardi con i ristoranti. Sabrina Minardi l'ex compagna di De Pedis dice che tutti sapevano che Renatino era l'uomo del Vaticano».

Nel rapimento Orlandi, aggiunge, De Pedis «guidò la macchina che servì al sequestro della ragazza. Il rapimento fu deciso da mafiosi e testaccini. C'erano soldi che non rientravano e la scelta era tra lasciare qualche cardinale a terra ai bordi della strada o colpire qualcuno che fosse vicino al Papa e che aveva rapporti economici con noi per marcare un segno. Scegliemmo la seconda strada». A proposito dei soldi Mancino parla di «più di duecento milioni di dollari che la banda aveva riciclato per lo Ior e che non aveva più rivisto dopo il crack dell'Ambrosiano».



Martedì 15 Maggio 2012 - 11:08


De Pedis, Renatino alias Dandi, il boss della banda della Magliana

Il Mattino


ROMA - C’è chi dice che la banda della Magliana non sia mai morta. Che il 2 febbraio del ’90 quando Enrico De Pedis, l’ultimo dei capi, è stato ucciso in via del Pellegrino dietro Campo de’ Fiori, la sua eredità sia servita a far vivere tutti gli altri. Quelli che, tra pentimenti e omicidi, erano ancora operativi. E che tutte queste esecuzioni che stanno insanguinando senza un apparente criterio né progetto le strade della Capitale, si muovano proprio intorno alla necessità di ricreare un’unica gang più potente delle altre. Poco più di un anno fa Nino l’Accattone, al secolo Antonio Mancini, della «batteria» di Maurizio Abbatino, ha affermato: «La banda esiste ancora. Ha usato e continua a usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. Non ha più bisogno di sparare, o almeno di sparare troppo spesso».

Ha cambiato abitudini e modi di agire, si è ripulita. Un po’ come le grandi mafie che investono fiumi di denaro e comprano le città. Sarebbe piaciuto a Enrico De Pedis, il «Dandi» nella fiction televisiva, poter continuare a fare la bella vita. Andare a braccetto con i potenti. Il suo vero delirio, però, era in quel sogno maturato durante il matrimonio: avere una sepoltura degna di un Papa. Una tomba nella Basilica di Sant’Apollinare. E infatti, il giorno in cui ha portato all’altare Carla Di Giovanni, le ha detto: «Quando mi toccherà, vorrei essere sepolto qui». Dal 24 aprile ’90 Renatino riposa nella Basilica dietro al Senato, in un sarcofago di marmo bianco e argento. Ne aveva fatta di strada dal giorno in cui si era legato a Franco Giuseppucci, Er negro, 33 anni, fondatore della gang che per vent’anni ha comandato sulla Capitale. 



De Pedis è in carcere quando Giuseppucci matura l’idea di una banda unica e non verticistica. E il giorno in cui esce, ne fa già parte. La sua ascesa, però, avverrà nell’83, quando Er Negro verrà ucciso in piazza San Cosimato a Trastevere. Toccherà a Renatino gestire gli anni difficili, quelli della faida interna alla malavita: il suo nome verrà associato alla droga, all’alta finanza di Roberto Calvi e Michele Sindona, ai servizi segreti deviati, al terrorismo di Nar, Prima linea e anche delle Brigate rosse. Al contrario degli altri componenti della banda è uno dei pochi ad avere spirito imprenditoriale.

Investe e fa la bella vita, tra donne e auto di lusso. Rimane sposato con Carla, ma diventa amante di Sabrina Minardi, la donna che oggi lo accusa del sequestro di Emanuela Orlandi. Cresce, compra e sogna. Sogna di morire ed essere sepolto come un faraone. E il giorno arriva. Quando smette di dividere i proventi delle sue attività con i compari carcerati è l’inizio della fine. Lo uccidono due killer toscani, assoldati per l’occasione, ma poi le indagini diranno che sulla moto che lo ha raggiunto fuori dalla sua bottega, c’era Antonio D’Inzillo terrorista dei Nar, morto latitante in Sud Africa. 



Dopo l’omicidio di De Pedis, verrà trovato un rapporto dell’Alto commissariato contro la mafia: era già scritto tutto dell’attentato, sin dalla preparazione. Il documento permetterà di avviare il processo contro i killer, anche se chi l’aveva stilato non aveva mosso un dito per fermarne l’esecuzione. Si è sempre parlato dell’omicidio come di una vendetta della malavita. Rimane il sospetto che qualche «mano esterna» possa aver sobillato gli assassini di Renatino, ormai troppo potente e informato.


C. Man.

Martedì 15 Maggio 2012 - 09:31



De Pedis, il testimone: «Ho visto il corpo era ben conservato, prese le impronte»

Il Mattino


ROMA - E' ancora scosso, perché non aveva mai visto un cadavere. «Mi gira la testa, mi stavo sentendo male, non avevo neanche la mascherina» dice un testimone che ha visto il corpo di Enrico De Pedis. La bara è stata portata dalla cripta della basilica di Sant'Apollinare, nel cortile dell'Università Pontificia a ridosso della chiesa.

La polizia scientifica ha allestito un tendone bianco. «Era impossibile fare le analisi all'interno della cripta - dice il testimone - non c'erano le condizioni igieniche». Poi il racconto di quello che ha visto: «Era il corpo di un uomo, era ben conservato ed era vestito con un completo blu scuro, una camicia bianca e una cravatta nera». Il testimone racconta di aver visto gli inquirenti mentre alzavano un braccio della salma: «Gli hanno preso le impronte digitali».



Lunedì 14 Maggio 2012 - 17:30







Quel pomeriggio di un giorno da Kanu

Corriere della sera

Alle tradizionali visite mediche il dottor Piero Volpi si accorse che qualcosa non andava: fu operato al cuore


Nwankwo Christian KanuNwankwo Christian Kanu

Il suo nome, impronunciabile e inconfondibile, è tornato improvvisamente a essere pronunciato in occasione della tragica morte in diretta di Piermario Morosini. Nwankwo Christian Kanu (Owerri, 1 agosto 1976) non ha ballato neanche un'estate nell'Inter. Arrivò nell'agosto del 1996 direttamente da Atlanta (via Ajax Amsterdam) dove aveva conquistato uno storico oro olimpico con la Nigeria, le Supereagles, le aquile verdi, rapaci e micidiali. A segnalarlo a Moratti, addirittura Fabio Capello dopo la finale di Coppa dei Campioni di Vienna persa dal Milan con i Lancieri (0-1) l'anno prima.

Alto, dinoccolato, apparentemente sgraziato, Kanu era un attaccante geniale e potente. Aveva vent'anni e tutta la vita, calcisticamente e umanamente, davanti. Il presidente nerazzurro lo preferì a Ronaldo. Ma alle tradizionali visite mediche il dottor Piero Volpi si accorse che qualcosa non andava (tra l'altro il club olandese aveva trasmesso una cartella clinica lacunosa). Il cardiologo Bruno Carù formulò la diagnosi: malformazione alla valvola aortica. Kanu venne stoppato immediatamente, ma l'Inter non lo abbandonò, sebbene ci fossero gli estremi per rispedirlo al mittente.

Il 28 novembre venne operato (per quattro ore) alla Cleveland Clinic Foundation dal dottor John R. Kramer. Il 27 luglio del 1997, guarito, vestì per la prima volta la maglia nerazzurra contro il Manchester United nella Coppa Pirelli. L'incubo era finito. Kanu ringraziò Moratti: «Mi ha trattato come un figlio». Però il suo lieto fine era destinato a viverlo altrove. L'Inter gli aveva salvato la vita, ma non gli trovò più un posto in squadra. Il pallone rotola veloce e crudele. Quel giorno d'estate, infatti, i titoli dei giornali erano tutti per la passerella di Ronaldo, 17 minuti, promesse/ premesse da Fenomeno. Kanu disputò 12 partite con un gol (all'Atalanta, 14/3/1998), poi andò a vincere in Inghilterra, dov'è ancora. I miracoli succedono, le favole non sempre.


Roberto Perrone
15 maggio 2012 | 10:53




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