domenica 20 maggio 2012

Terrore in Emilia, 75 scosse sismiche

Corriere della sera

Emergenza sfollati: sono tremila. Il premier Monti torna dagli Usa in anticipo. Verrà dichiarato lo stato di emergenza


Di Nino Luca

MILANO - SeI morti, una cinquantina di feriti, almeno tremila (ma le stime sono molto prudenti) gli sfollati che si apprestano a passare la notte fuori casa, col maltempo in arrivo. Sono ore delicate per la popolazione dell'Emilia Romagna che continua a sentire la terra tremare sotto i suoi piedi. E continua a rivivere l'incubo di quei venti secondi di onde sussultorie (magnitudo 6.0) che li ha buttati giù dal letto alle 4.04 di domenica mattina. Un sisma inaspettato, che sconvolge perchè è avvenuto in un'area considerata a media-bassa pericolosità. Eppure, col passare delle ore, le scosse di assestamento sono state 75: la più forte, alle 15.18 è arrivata a 5.1 e ha provocato il ferimento, non grave, di un pompiere che stava facendo un sopralluogo. Incalcolabili i danni economici, compresi quelli alle chiese e al patrimonio artistico. Lunedì le scuole saranno chiuse per le verifiche dei tecnici.


EMERGENZA NAZIONALE - Il Presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, chiederà l'emergenza nazionale che sarà formalizzato nella riunione di martedì del Consiglio dei ministri. E il premier Monti, a Chicago per partecipare al vertice Nato, ha anticipato il suo rientro in Italia per affrontare le emergenze in Emilia Romagna e Brindisi.

LE VITTIME - Cinque persone sono morte sotto le macerie e una in seguito a malori. La prima vittima, un operaio di 29 anni, è rimasta schiacciata dal tetto dell'azienda Uru di Ponte Rondoni di Bondeno, nel ferrarese. Un altro operaio ha perso la vita mentre lavorava in turno alla Tecopress, fonderia a ciclo continuo di Dosso, frazione di Sant'Agostino. Altre due vittime a Sant'Agostino nel reparto monocottura della Sant'Agostino Ceramiche. Una signora di 103 anni, sempre nel ferrarese, è morta per il crollo del tetto della sua abitazione. Una donna tedesca stava invece dormendo a Sant'Alberto di San Pietro in Casale, nel bolognese, ed è morta per un malore. Può essere conteggiata tra le vittime del terremoto anche una 86enne di Vigarano Mainarda che si è sentita male dopo la scossa della mattina ed è deceduta dopo il ricovero all'ospedale a causa di un ictus.

TREMILA SFOLLATI - Il capo della protezione Civile, Franco Gabrielli, ha assicurato che la priorità sarà quella di sistemare al più presto le persone sfollate. In totale le persone che hanno dovuto lasciare la propria casa, secondo le prime stime, sono circa tremila. La maggior parte, circa 2.500, si trovano nel modenese, gli altri 500 in provincia di Ferrara. In realtà, i numeri sarebbero più alti visto che solo a Finale Emilia, uno dei comuni più colpiti, sono quattromila le persone senza alloggio. Sono già stati allestiti centri di prima accoglienza: pronti quelli di Camposanto e Medolla, entro sera saranno operativi centri anche a Finale Emilia, San Felice e Mirandola. Evacuati anche 500 detenuti del carcere di Ferrara, tra cui alcuni collaboratori di giustizia. E con il maltempo in arrivo la tenda è sconsigliata: per gli sfollati si stanno organizzando rifugi in strutture comunali e in alberghi.


PAURA AL CENTRO NORD- L'epicentro della scossa delle 4.04 è stato a San Felice sul Panaro, nel modenese, a 36 chilometri a nord di Bologna e l'ipocentro a 6.3 secondo km di profondità secondo l'Ingv. Un terremoto potente che è stato avvertito in diverse regioni del Centro-Nord Italia: Toscana, Veneto, Lombardia, Liguria, Marche, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Danni lievi anche in Veneto, in provincia di Rovigo. Notte di paura anche a Milano e in altre zone della Lombardia, dove la scossa è stata percepita distintamente. Anche in sette comuni lombardi (Moglia, Sermide, Felonica, San Giacomo delle Segnate, San Giovanni del Dosso, Poggio Rusco e Quistello) sono stati registrati danni a edifici pubblici e privati. Anche la Lombardia ha chiesto lo stato di emergenza.

Una foto postata su Twitter: «Torre di Finale Emilia», segnala un lettoreUna foto postata su Twitter: «Torre di Finale Emilia», segnala un lettore

I DANNI - Incalcolabili, come detto, i danni alle case e alle aziende. Ma soprattutto quelli al patrimonio artistico. A Sant'Agostino, uno dei comuni più colpiti dove sono morte tre persone, sono crollati numerosi capannoni industriali e quello di un campanile e il palazzo comunale si è come squarciato, A San Felice sul Panaro, l'epicentro della scossa più forte, è crollata la torre della Rocca. Il sisma delle 15.18, invece, ha buttato giù definitivamente la Torre dei Modenesi di Finale Emilia, già fortemente lesionata. Nella cittadina è crollato mezzo castello e il duomo non esiste quasi più. Gli orologi dei campanili si sono fermati alle 4.04. «Mille anni di storia se ne vanno così» dice sconsolato il sindaco Fernando Ferioli.


L'ARTE - «I danni al patrimonio culturale, ad una prima ricognizione, risultano notevoli» afferma con una nota il ministero dei Beni culturali, Francesco Profumo. I danni sono arrivati anche a Ferrara dove è stato danneggiato il castello estense, simbolo della città. Una statua all'interno della chiesa di San Giovanni in Persiceto è crollata sul pavimento e crepe hanno causato l'inagibilità alla chiesa di Caselle di Crevalcore.

IN CAMPAGNA - Il primo bilancio della Coldiretti dei danni causati nelle campagne dalle scosse sismiche in Pianura Padana è di circa 50 milioni di euro. Nelle campagne si sono verificati crolli negli edifici rurali con case, stalle, fienili, macchinari e serre lesionati. Sono state danneggiate da 400 a 500mila forme di Grana e di Parmigiano per un totale di circa cento milioni di euro di danno. È allarme anche per gli animali che sono rimasti intrappolati sotto le macerie delle stalle.


I TRASPORTI - Inevitabili i disagi al traffico ferroviario. Per la verifica dell'agilità delle linee, si sono accumulate fino a tre ore di ritardo alla stazione di Bologna, Una dozzina i regionali cancellati. Risulta invece interrotta la Bologna-Verona a causa dell'inclinamento della torre piezometrica di San Felice, in corso di svuotamento.Nessun problema, invece, alla viabilità su strada né nel modenese né nel ferrarese. L'unico disagio riguarda il tratto della strada provinciale che attraversa San Possidonio.

 SEGNALAZIONE EMERGENZE - Il comune di Ferrara ha attivato due numeri per la segnalazione delle emergenze da parte dei cittadini: si tratta dello 0532-771546 e 771585 (Protezione Civile - sede Comune di Ferrara, via Marconi 35/39) per segnalare sia emergenze e necessità abitative, sia danni agli edifici o situazioni di pericolo degli stessi. Il numero della Protezione Civile di Modena è, invece, 059/200200.

Redazione Online20 maggio 2012 | 19:31







Domande all'esperto: la Pianura Padana sta diventando meno sicura?

Corriere della sera

L'articolo dopo le prime scosse di mercoledì, nel Veronese e nel Reggiano



Mercoledì scorso il Corriere ha pubblicato questo articolo in collaborazione con Domenico Giardini, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Il contenuto rimane valido per ragionale anche sulla scossa di venerdì pomeriggio.


1 Come mai due terremoti in Val Padana così ravvicinati nel tempo, otto ore, e anche nella geografia, tanto da essere separati soltanto da appena una settantina di chilometri?
Sono due manifestazioni di uno stesso fenomeno che si è caricato di energia fino a sprigionarla in due momenti vicini e in due luoghi non lontani. Ma entrambi hanno la stessa causa.

2 Quale è la causa che li ha scatenati e può esistere un collegamento fra i due?
La Val Padana è il lembo più settentrionale della placca africana la quale spinge e si scontra con la placca euroasiatica. Da questa frizione costante, che vede gli Appennini andare contro le Alpi, nascono i terremoti nella nostra grande pianura. Il primo sisma non ha innescato il secondo arrivato più tardi di sole poche ore. Il collegamento tra i due fatti esiste solo per l'origine che li accomuna.

3 Perché il secondo sisma in Emilia di 4.9 gradi della scala Richter si è avvertito molto più di quello nel Veronese di 4.2 gradi?
Innanzitutto c'era una differenza nella magnitudo, quasi un grado di più, e non è poco. Ma, inoltre, ha pesato la profondità dell'epicentro che era maggiore nel caso dell'Emilia: 33,2 chilometri. Questo significa che le onde si sono potute trasmettere in modo più ampio prima che si esaurissero rapidamente come è avvenuto nel Veronese con un epicentro più superficiale a 10,3 chilometri. In tale circostanza, tra l'altro, essendo la località vicina alle montagne, queste fanno sì che si avverta di meno. C'è da aggiungere che la pianura è formata da sedimenti alluvionali, una natura geologica che amplifica le onde facendole sentire di più.

4 Quale è il pericolo terremoti in Val Padana?
La pericolosità naturale non è accentuata anche se non si può escludere totalmente il verificarsi di un grande sisma. Il più violento di cui si abbia traccia risale al 1695 ed è avvenuto nell'Asolano con una magnitudo di 6.6 gradi Richter. Nel Veronese bisogna andare al 1117 con 6.4 gradi. In terza posizione c'è Brescia nel 1222 (6 gradi). In Emilia Romagna il record è stato raggiunto nel Reggiano nel 1832 con 5.6 gradi. Tra Est e Ovest, però, bisogna distinguere perché i comportamenti sono molto diversi anche nelle conseguenze. Se le aree centrali della pianura e quelle a Ovest sono tranquille, cioè generano terremoti di contenuta intensità, a Est, in Friuli, la situazione cambia in peggio perché in quella zona c'è una convergenza tra le placche da cui si sprigionano movimenti della crosta più violenti. Tutti ricordiamo il terremoto del 1976 (6.4 gradi).

5 Erano emerse delle indicazioni nel recente passato?
C'erano state delle avvisaglie. Gli scienziati avevano constatato che negli ultimi sei mesi la frequenza dei movimenti tellurici nella regione del Nord era diventata più elevata del solito con livelli tra i quattro e cinque gradi della scala Richter. Ma ciò rientrava, comunque, in un'attività di assestamento giudicata ancora normale.

6 Nella mappa dell'area mediterranea, dalla Turchia al Nord Europa, si vede che nella giornata precedente le due scosse in Val Padana si sono registrati oltre ottanta terremoti anche se di potenza inferiore ai due italiani. Quale significato può avere?
L'arco delle zone coinvolte che attraversa l'Anatolia è caratterizzato da una continua sismicità con livelli, come in Grecia, spesso superiori ai nostri nella Penisola. Pur nel grande numero di eventi rilevato la loro intensità mostra solo un «rumore di fondo» sismico che rientra nella norma. Se si guarda lo stesso panorama anche domani, dicono gli esperti, non dovrebbe cambiare molto.

7 Ma la Val Padana sta diventando più a rischio come altre parti d'Italia e ci possiamo aspettare ulteriori scosse?
Non è detto e non si può prevedere nulla; di certo gli assestamenti possono continuare come in precedenza perché la causa resta inalterata. Dopo il sisma maggiore di ieri mattina ci sono state altre tre scosse in Emilia e tre in Lombardia fra i 2.3 e 3.5 gradi.

(Risposte elaborate in collaborazione con Domenico Giardini, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia)

twitter@giovannicaprara
Giovanni Caprara27 gennaio 2012 | 16:39


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Bike Sharing, numeri da boom ma si può accedere al servizio solo con la carta di credito

Corriere della sera

Un problema per giovani e stranieri che vorrebbero muoversi in bici per la città



MILANO - Un ostacolo di plastica sottile. Il sistema di bike sharing milanese è in continua crescita, in termini di numeri, di infrastrutture e di «appeal». È uno dei servizi su cui la nuova giunta di centrosinistra sta puntando di più per promuovere il trasporto «green» come alternativa reale all'auto e ai mezzi pubblici. Il suo limite però si chiama carta di credito. Senza l'utilizzo di una tessera bancaria, infatti, non è possibile diventare utenti o accedere al servizio. Un problema non da poco, soprattutto per i giovani e per gli stranieri di passaggio in città, che vorrebbero muoversi per il capoluogo meneghino pedalando sulle due ruote targate BikeMi.

«Siamo consapevoli di questo limite oggettivo – ammettono da Clear Channel, la multinazionale americana della pubblicità che gestisce il servizio -, ma per il momento non esiste altro metodo per garantire una cauzione in caso di danno, di smarrimento o di furto della bici. In ogni caso, abbiamo cercato di rendere più agevoli le cose facendo in modo che un utente possa anche utilizzare la carta di credito di un amico o di un familiare per registrarsi». Intanto, grazie anche a una massiccia campagna di comunicazione, Milano appare sempre più un laboratorio per la mobilità sostenibile.


BikeMi è stato inaugurato nel dicembre 2008 e già nel 2010 contava 13mila utenti. Il capoluogo lombardo è terzo in Europa nella classifica stilata da Legambiente per utilizzo del bike sharing. Con circa duemila biciclette, Milano è infatti superata da Londra (ottomila mezzi) e Barcellona (seimila). Se consideriamo la media europea, però, i numeri cambiano. Obis (Optimising Bike Sharing in European Cities) è un progetto che da tre anni analizza la mobilità in Europa.

Secondo uno studio condotto insieme a Legambiente, i servizi di bike sharing presenti nelle città con popolazione superiore ai 500mila abitanti offrono mediamente 15,6 biciclette ogni diecimila abitanti. Il che significa che BikeMI dovrebbe avere almeno 2.090 biciclette giornalmente a disposizione degli utenti. Una forbice davvero minima, soprattutto rispetto alle altre città italiane: a Roma, infatti, le biciclette dovrebbero essere 4.330 (oggi sono pochissime, solo 335), a Torino 1.420 (ma non vanno oltre le 600).

Al momento i numeri milanesi parlano di oltre tremila stalli, 127 stazioni, 18mila abbonamenti annuali, tremila settimanali e 14mila giornalieri in un anno. Il profilo dei circa duemila utenti giornalieri è composto in prevalenza da uomini (62%), interessa una fascia di età media di 41 anni ed è così suddiviso in base alle professioni principali: impiegato (27%), imprenditore (25%), manager (15%), studente (6%), pensionato (2%), operaio (1%). Le fasce orarie più calde sono quella mattutina tra le 8 e le 10 e quella serale tra le 18 e le 19. Numeri in crescita costante, che rappresentano il volano per un uso sempre più consapevole del mezzo a due ruote e che entro fine anno dovrebbero toccare quota 201 stazioni e 3.560 bici, con un investimento di 3,5 milioni di euro da parte dell'amministrazione comunale.

Miglioramenti che non si limiteranno solo a bici e stazioni. Nei prossimi mesi sarà infatti possibile utilizzare il proprio smartphone per abbonarsi o dialogare con la centrale per segnalare guasti o problemi alle bici. L'estensione dell'orario del servizio, che oggi è disponibile dalle 7 del mattino a mezzanotte, non è invece previsto per il momento, se non in periodi di eventi straordinari come il salone del mobile. “Nei mesi scorsi abbiamo provato a sperimentare il servizio notturno – aggiungono da Clear Channel -, ma non abbiamo avuto una grande risposta da parte della città. Parliamo di 15-20 prelievi a notte, un numero troppo esiguo per tenere aperto il call center, i furgoncini dell'assistenza e la centrale”. In termini di costi c'è un margine di miglioramento, ma il bike sharing è comunque relativamente poco costoso se paragonato ad altre infrastrutture e servizi di mobilità. La manutenzione di ogni bici costa circa 1.500 euro all'anno, per un totale di 2,5 milioni di euro.

Ilaria Morani Antonio Nasso
20 maggio 2012 | 17:36

Precipita l'aereo dei narcos con 3,5 milioni I pescatori rubano la valigia piena di soldi

Corriere della sera

L'aereo volava a bassa quota per sfuggire ai radar, il pilota fa male i calcoli del carburante: il velivolo, a secco, precipita




Un Cessna identico a quello precipitato in EcuadorUn Cessna identico a quello precipitato in Ecuador

WASHINGTON – Forse dei poveri pescatori. Oppure degli abitanti di un villaggio. Qualcuno di loro si è impadronito di 3,5 milioni di dollari che erano su un piccolo aereo precipitato sette giorni fa in Ecuador. Un velivolo dei narcos messicani. Storia incredibile - degna di un romanzo – raccontata dal quotidiano Universal.

LA COSTA - Siamo a Taiche, non lontano dalla cittadina di Pedernales, sulla costa ecuadoriana. Il velivolo, un Cessna T210 N, vola a bassa quota per sfuggire ai radar. Probabilmente ha come meta una pista semi-preparata ma il pilota ha fatto male i calcoli oppure ha avuto problemi durante il volo. Infatti, ha consumato tutto il carburante e neppure le scorte contenute in cinque fusti sono bastate. L’aereo, a secco, precipita.

I SOCCORSI - Quando le squadre di soccorso arrivano nella zona dell’impatto trovano tra i rottami i corpi di due cittadini messicani, tre cagnolini (anche questi senza vita), abiti, una copia di Playboy, santini e una valigia azzurra. La aprono: all’interno oltre un milione di dollari. Poi ricevute di versamenti in una banca di Sinaloa, la base del più importante cartello messicano.

LE INDAGINI - L'indagine si allarga. Si muove anche l’antidroga americana (Dea), sono svolti dei controlli incrociati. Gli investigatori accertano che, ovviamente, il Cessna non aveva un piano di volo. Inoltre i due messicani erano schedati. Per precedenti penali e soprattutto perché legati a organizzazioni criminali attive in Bassa California. Nulla di strano. Il velivolo è uno dei tanti che ogni giorno seguono la rotta Sud-Nord-Sud. Alcuni portano droga in Messico, altri tornano con il pagamento in contanti. Ma questo caso ha una coda intrigante.

I SOLDI - La Dea, insieme alle autorità locali, svela un “pezzo” di informazione che apre un piccolo giallo. Sull’aereo – sostengono gli americani - c’erano 5 milioni di dollari e non solo la valigia con il milione e mezzo. Forse destinati ad un laboratorio della coca scoperto due giorni dopo dalla polizia. E allora dove sono finiti i soldi? L’ipotesi è che gente del luogo, arrivata subito dopo l’incidente, si sia impossessata di buona parte dei dollari lasciando la valigia nella speranza di ingannare gli investigatori e magari anche i criminali. Chi li ha presi dovrà stare in guardia. È vero che per i cartelli della coca 3 milioni di dollari non sono una cifra elevata ma è difficile che dimentichino lo sgarbo. E magari con il tempo vorranno scoprire colui che ha avuto il coraggio di sfidarli.


Guido Olimpio
20 maggio 2012 | 14:02


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Rocco e i mille altri Nereo nascosti nel calcio del 2000

di -

Le frasi ad effetto di Mourinho, i modi duri e il calcio spiccio di Capello, il buon vino con cui festeggia Ferguson, il football di Ancelotti


Nereo Rocco compie oggi cento anni. Portati benissimo. Senza ritocchi, trucchi, cerone e sovrattacchi. Basta guardarsi attorno. Il football è pieno zeppo di Rocco e i suoi fratelli e figli, parenti stretti e lontani, tutta gente furba e astuta che sa vendere il prodotto rivisto e corretto con il linguaggio moderno e stupidotto.



Nereo Rocco
Nereo Rocco

Smascherati, riappare la vera identità, non prenderle e darle.


Nereo Rocco, dunque, è vivissimo, presente dovunque, non più, ahimè, nello stile goldoniano del personaggio ma nel dire e nel fare di mille dei suoi eredi, colleghi e sodali. Perché, forse, Josè Mourinho di zero tituli o che storpia il cognome dei concorrenti non è il paron che, a chi gli domandava un parere su Pippo Marchioro da Affori, di passaggio al Milan che fu, così replicava: «Cossa gha vinto?»; non abbisogna di traduzione, lo special one già esisteva tra di noi.
Personaggio felliniano, perché il regista di Rimini lo tentò inutilmente come protagonista di Amarcord, nel ruolo di Aurelio, il padre di Titta.

Nereo non era tipo da riflettori e Cinecittà, il suo set era il campo, i suoi profumi erano quelli dell'olio canforato dello spogliatoio.  La bazza, il mento di Nereo e il muso rincagnato di Fabio Capello, parole poche, sostanza tanta, calcio spiccio, pratico, comunicazione immediata, Venezia Giulia e Friuli hanno analogie mille, vapori e silenzi, solitudine e generosità, vino e cibo.

Rocco, per gli incompetenti e superficiali, veniva considerato un buon fattore, un uomo rozzo con l'animo buono (Brera così li riduceva ai minimi) così qualcuno dice di Edy Reja che da quelle terre viene e deve fare i conti con un mondo che lo respinge, per le idee di gioco, datate, superate, come, negli anni Cinquanta, la critica intelligente e il popolo bue, di Trieste e di Padova, insultava, sputava, prendeva a calci e pugni il torpedone che trasportava le squadre di Nereo, l'allenatore del «meso sistema, con un unico difenzore» che era il Blason, un cognome da garanzia.

La tattica e non il tatticismo, la logica disposizione degli uomini secondo necessità e caratteristiche degli stessi e non l'inseguimento a formule di moda che conducono a sconfitte e retrocessioni, come accadde alla Triestina del doppiovemme prima che Nereo cambiasse usi e costumi, creando poi un Padova energico, da terzo posto, ostacolato e disprezzato ma capace di offrire cinque, dico, cinque attaccanti alla nazionale, Rosa, Stivanello, Nicolè, Mariani, Brighenti. Una bottiglia di vino serviva a capire meglio le idee, i pensieri, la vita di Rocco.

Perché pochi conoscono le abitudini di sir Alex Ferguson il quale è scozzese, è figlio del popolo, resiste al logorio del football moderno, ha scorza durissima come la gente coraggiosa della sua terra ma dopo le grandi partite sa regalarsi una bottiglia di rosso, di Francia e di Toscana, dipende dal fornitore di Manchester. Facile dire di Trapattoni che dal maestro ha imparato l'arte e il mestiere, di Ancelotti che, per voce di popolo bue come sopra, è rozzo e ha la faccia da maiale ma sa fare di football e senza giocare con le tre carte del modulo offensivo e spettacolare. Rocco e mille altri Nereo, camuffati per ignoranza e vergogna miserrima.

Palla lunga e pedalare, nient'altro che correre e andare all'attacco, pensateci bene, badando alle spalle, perché vince chi segna un gol ma non ne prende due, vince chi sa amministrare le forze e i cervelli di ragazzi cresciuti in fretta, se i presidenti sono ricchi scemi, secondo antica definizione di Giulio Onesti presidente del Coni, i calciatori sono ricchi ma per niente scemi, anzi. Rocco lo sapeva, giocava sull'animo infantile dei suoi, su Rivera detto bambin, su Anquilletti detto gagliardetto perché ogni lùnedi (con l'accento sulla prima vocale, come màrtedi, secondo pronunzia del paron) faceva il giro dei club dei tifosi a raccogliere premi e distintivi, su Karl Heinz Schnellinger che «mona, el xé bravo perché xé biondo». 

Cento anni si vivono così, con il pallone, il freddo, la nebbia, il fango nelle scarpe, l'odore di segatura nell'area di rigore, il cappello sulle ventitré, il bavero alzato per difendersi dalla bora, scudetti, coppe, applausi, nostalgia, lacrime. Il tempo non conta. Conta quello che resta. Auguri Nereo. Anzi, auguri signor Rocco.



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Lockerbie, morto l'attentatore libico

Corriere della sera

Abdelbaset al-Megrahi, 59 anni, era malato di cancro. Scarcerato dalla Scozia nel 2009 per motivi umanitari.


MILANO - È morto l'ex agente dei servizi segreti libici, Abdelbaset al-Megrahi, unico accusato per la strage di Lockerbie che nel 1988 costò la vita a 270 civili su un volo della Pan Am nei cieli scozzes. Lo ha riferito il fratello. Al-Meghrai, 59 anni, era da tempo malato di cancro ed era in coma dall'agosto scorso. Nel 2009 era stato scarcerato dal governo scozzese per motivi umanitari e viveva a Tripoli. Lo scorso luglio l'uomo era apparso alla tv libica: inquadrato brevemente, seduto su una sedia a rotelle, è stato presentato come una vittima del colonialismo.

MALATO DI CANCRO - Quando venne rilasciato, le autorità scozzesi dissero che era ammalato di cancro alla prostata e che gli restavano solo tre mesi di vita.

Al-Megrahi in comaAl-Megrahi in coma

IN COMA -Lo scorso agosto, la tv statunitense Cnn aveva rivelato che l'attentatore era in coma per le metastasi di un cancro alla prostata. Il figlio Jaled aveva ammesso alla Cnn che la situazione estremamente grav e che il padre era tenuto in vita grazie alle somministrazioni di ossigeno.

ACCOGLIENZA TRIONFALE - Tornato in patria, l'ex agente segreto libico, condannato all'ergastolo nel 2001, era stato accolto come un eroe da Muammar Gheddafi. Un'accoglienza trionfale che suscitò l'indignazione nel Regno Unito e negli Stati Uniti. I familiari delle vittime hanno chiesto più volte l'estradizione, ma il Cnt (il consiglio nazionale transitorio) ha negato la consegna agli inglesi.



Una delle due immagini dell'attentatore di LockerbieUna delle due immagini dell'attentatore di Lockerbie

LA PRESSIONE INTERNAZIONALE - La pressione internazionale e lunghi negoziati con Gheddafi portarono finalmente alla consegna dei due accusati nel 1999 in Olanda, dove si celebrò il processo di fronte a un tribunale composto da 3 giudici scozzesi. Il 31 gennaio del 2001 Al Megrahi fu condannato per omicidio a 27 anni di carcere mentre il secondo accusato fu assolto. L'anno seguente il governo libico offrì un risarcimento di circa 10milioni di euro per ogni vittima e nell'agosto del 2002 accettò formalmente la responsabilità dell'attentato. Poi nel 2009 le autorità britanniche decisero di metterlo in libertà per motivi umanitari, date le sue precarie condizioni di salute e un cancro che gli concedeva solo tre mesi di vita.


INNOCENZA - A proposito della strage di Lockerbie, al-Megrahi ha sempre sostenuto la sua innocenza e anche il regime di Tripoli, nonostante abbia accettato di risarcire i familiari delle vittime, ha sempre affermato di non avere niente a che fare con l'attentato. Abdul Rahman Shalgham, ex ambasciatore libico all'Onu passato poi nelle fila degli insorti, ha ammesso che il suo Paese ha avuto un ruolo nella strage di Lockerbie, aggiungendo però che non si è trattato di una operazione di marca unicamente libica.

Redazione Online20 maggio 2012 | 15:01

Suicidi, la Chiesa cambia atteggiamento: ora per le vittime c'è il funerale religioso

Il Mattino

Decine di imprenditori si sono tolti la vita nel 2012: «La vita è un dono di Dio ma c'è più comprensione per la sofferenza»




VENEZIA - Dante nella Divina Commedia colloca i suicidi all’Inferno, immaginandoli privi di corpo (è il loro contrappasso) e degradati a sterpi e arbusti. Il suicida più famoso della storia, Giuda Iscariota, è collocato ancora più in basso, nella bocca stessa di Lucifero, ma egli aveva a sua carico colpe ben più gravi. D’altra parte per lunghi secoli l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei suicidi è stato di dura condanna, col divieto dei funerali religiosi e della sepoltura sul terreno consacrato.

Sono stati 34 i suicidi tra gli imprenditori italiani avvenuti in questo primo scorcio del 2012; 12 (il 35% del totale) riguardano i titolari d’azienda del Veneto. Dall’inizio della crisi (gennaio 2009) si stima che nel Veneto siano stati 37 i suicidi avvenuti tra i piccoli imprenditori per motivi economici. Oggi però non c’è uno dei numerosi casi di suicidio "economico" che non si concluda in una chiesa, con una cerimonia religiosa e la benedizione di un sacerdote. Pochi giorni fa ad esempio i funerali di Maurizio Cevenini hanno riempito all’inverosimile la Basilica di San Francesco a Bologna e si sono chiusi con l’inevitabile commosso e lungo applauso. È cambiata la liturgia, oppure siamo soltanto in presenza di una prassi un po’ allentata?

«Il suicidio continua a essere un atto contrario all’insegnamento della Chiesa - spiega don Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia e responsabile pastorale della salute per le diocesi del Triveneto -. La vita è un dono di Dio che a noi non è dato rifiutare. Oggi però c’è una maggior presa di coscienza del fatto che un suicidio può essere motivato non tanto dalla volontà di farla finita, ma da una sofferenza insostenibile, oppure da una patologia mentale, o ancora da un perdere le forze che diventa un grido di solitudine». Aggiunge don Giuseppe Toffanello, docente di spiritualità nel seminario di Padova, che «pur restando la condanna del gesto, la Chiesa spinge l’intera comunità a interrogarsi sulla scelta di chi si toglie la vita, senza deresponsabilizzare il singolo ma al tempo stesso senza lasciare sulle sue spalle l’intero peso del suo atto: una scelta così drammatica, infatti, interpella tutti noi».

Anche don Giuseppe Trentin, docente di morale alla Facoltà teologica del Triveneto, sottolinea questa connotazione "sociale" del suicidio, aggiungendo che secondo la Chiesa «la società dovrebbe interrogarsi sul perchè non è riuscita ad aiutare una persona che soccombeva sotto il peso del suo dolore». Aggiunge, per spiegare la concessione dei funerali religiosi anche in questi casi, che «bisogna sempre distinguere l’aspetto oggettivo del suicidio, che rimane grave, dall’aspetto soggettivo, che rimanda alla sfera intima della persona, e su cui a nessuno è lecito emettere giudizi».

Viene inevitabilmente in mente, però, il caso di Piergiorgio Welby, a cui dopo il suicidio assistito la Chiesa ha negato la cerimonia religiosa: «Si è trattato di un caso in cui fu enfatizzato l’elemento ideologico per farne un caso esemplare - spiega monsignor Trentin -. Ciò non toglie che anche in quell’occasione a mio parere si sarebbe potuto fare diversamente, affidando la persona a Dio con tutti i suoi problemi».

Come si intuisce, comunque, se la dottrina è univoca, le sfumature anche nella Chiesa sono disparate: Don Dino Pistolato ad esempio rileva che ai richiami alla prudenza contenuti nei documenti in materia della Congregazione della Fede corrisponde una certa rigidità dei parroci, soprattutto quelli dalla formazione più tradizionale. Differenze che, a ben vedere, non sono neppure tanto nuove, se si considera che già nella sua splendida omelia del giovedì santo del 1958, don Primo Mazzolari si rivolse a Giuda chiamandolo "nostro fratello".

Domenica 20 Maggio 2012 - 14:09    Ultimo aggiornamento: 14:11



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