lunedì 21 maggio 2012

Acquistare su Internet: limiti e tutele

La Stampa

Stefano Santini

Con il termine e-commerce (commercio elettronico) ci riferiamo all'insieme delle operazioni realizzate via Internet per la commercializzazione di beni e servizi offerti da un produttore a un consumatore. Negli ultimi anni il commercio elettronico in Italia è cresciuto esponenzialmente di valore, principalmente nei settori del gioco e del tempo libero, del turismo e dell’elettronica di consumo.
Nel dettaglio quindi il commercio elettronico consiste nell’impiego di computer collegati in rete per le attività di produzione, distribuzione, vendita e consegna di beni (di consumo, attrezzature di ogni tipo) e servizi (di informazione, finanziari, legali o altre attività quali i negozi virtuali). Rientrano in questa definizione quindi tutte le forme di transazione commerciale, alle quali partecipino sia organizzazioni che individui, basate sulla trasmissione di informazioni digitalizzate, ivi inclusi testi, suoni e immagini: si svolgono attività commerciali e transazioni per via elettronica, si commercializzano telematicamente beni e servizi, si distribuiscono on line contenuti digitali, si effettuano elettronicamente operazioni finanziarie e di borsa.

Tipi di e-commerce

E’ possibile anzitutto distinguere fra commercio elettronico in senso stretto, quando la transazione e il pagamento del corrispettivo si realizzano per via telematica, e commercio elettronico in senso lato, nel caso in cui l’ordine viaggia in rete ma il pagamento è operato con differenti modalità. Dato che l’e-commerce non si esaurisce nella sola conduzione della transazione (può includere altri stadi del rapporto commerciale, dal momento della ricerca  ed individuazione dell’ interlocutore a quello delle trattative e della negoziazione, dalla fase degli adempimenti formali a quella dei pagamenti e della consegna materiale o elettronica del bene o servizio oggetto della transazione stessa), soltanto nell’ ipotesi di beni immateriali (software, prodotti di editoria elettronica, giochi, servizi informatici, video)  per i quali l’ ordinazione, il pagamento e la consegna avvengono interamente on-line si parla di commercio elettronico diretto; diversamente, tutte le altre fattispecie  in cui l’ ordinazione avviene per via elettronica, ma la consegna fisica avviene tramite canali di consegna tradizionali si qualificano come commercio elettronico indiretto. 

Con riferimento alle modalità di attuazione dell’electronic commerce si distingue fra:
1) e-commerce, in quanto il rapporto si realizza attraverso il computer;
2) v-commerce (virtual commerce), in cui la transazione avviene solo con l’ausilio della voce che un apposito supporto traduce in un comando;
3) m-commerce (mobile commerce), quando lo scambio si verifica attraverso l’utilizzo dei tasti di un supporto mobile dotato di una particolare tecnologia (WAP - Wireless Application Protocol).

I soggetti coinvolti

In riferimento ai soggetti  delle transazioni commerciali per via telematica è possibile individuare :
1) il commercio elettronico fra aziende, altrimenti denominato business to business. Consiste in un’attività on-line a supporto delle transazioni commerciali tra imprese, cioè in una forma di e-commerce che non coinvolge gli utilizzatori finali dei beni e dei servizi prodotti;
2) il commercio elettronico tra aziende e consumatori finali - business to consumer - che si sostanzia nella vendita on line di beni e servizi rivolta al consumatore finale, privato cittadino;
3) il commercio elettronico tra consumatori finali - consumer to consumer - che si concretizza nella più recente forma di e-commerce a seguito della forte espansione delle aste in rete. Su questi siti gli utenti possono scambiare tra loro prodotti, proprio secondo il modello dell’ asta;
4) il commercio elettronico intra-aziendale - intra business - che interessa un’azienda con più sedi allocate sul territorio ovvero un insieme di aziende appartenenti al medesimo gruppo;
5) i rapporti tra la P.A. e le aziende – Public Agencies to business o business to Administration - che fa riferimento a tutte le relazioni intercorrenti tra le imprese e gli enti statali gestiti attraverso reti telematiche;
6) i rapporti tra la P.A. e i cittadini – Public Agencies to citizens - limitatamente, soprattutto, all’ utilizzo di specifiche procedure telematiche come il documento informatico, la firma digitale ed i pagamenti elettronici (si pensi, in via esemplificativa, alla dichiarazione dei redditi telematica e al pagamento delle imposte per via elettronica).

E-commerce e diritto

Sotto il profilo giuridico, per commercio elettronico s’intendono una serie di procedure che consentono di perfezionare un contratto a distanza, previo lo scambio di documenti che, redatti su supporti informatici, contengono la proposta e la correlata accettazione. La trasformazione di questo scambio di informazioni con strumenti telematici in atto telematico avente rilevanza giuridica si ha con l’attribuzione di paternità, cioè con la riconducibilità al suo autore. Il documento cartaceo con la firma apposta in calce ha il “riconoscimento giuridico del valore probatorio attribuito all’atto pubblico” (artt. 2699, 2700, 2701 c.c.) e alla scrittura privata (artt. 2702, 2703, 2704 c.c.). Nel documento cartaceo infatti la carta e l’ inchiostro rendono immodificabile il contenuto del documento e il supporto cartaceo associa inscindibilmente il testo alla firma che identifica la persona. 

Per quanto riguarda il documento informatico, l’Italia ha accolto nel proprio ordinamento una normativa organica sulla  firma digitale (DPCM 13 gennaio 2004, pubblicato sulla G.U. n. 98 del 27 aprile 2004, recante “Regole tecniche per la formazione, la trasmissione, la conservazione, la duplicazione, la riproduzione e la validazione, anche temporale, dei documenti informatici”). Attraverso il mezzo informatico è possibile concludere diversi contratti o atti telematici di rilevanza giuridica. Il più comune è sicuramente la compravendita, ma anche i contratti di affitto di immobili, di noleggio di beni mobili, di leasing e di accesso a banche dati sono ricorrenti. La principale ed innovativa particolarità dei contratti on-line è costituita dalla possibilità di poterli perfezionare a distanza e soprattutto dalla immaterialità della transazione e della mancanza del documento cartaceo.

Per conferire affidabilità alle transazioni commerciali telematiche bisogna garantire:
1) la riservatezza (nessun soggetto estraneo deve poter avere conoscenza dei contenuti delle comunicazioni scambiate tra le parti);
2) l’autenticità (è necessario il reciproco riconoscimento tra gli interlocutori);
3) l’integrità (il contenuto delle transazioni deve essere perfettamente conforme alla volontà manifestata dalle parti).

Considerato che  “il contratto è l’ accordo fra due o più parti per costituire, regolare e estinguere un rapporto giuridico patrimoniale” (art 1321 c.c.), anche il contratto on-line rientra in questa nozione. Lo scambio di proposta ed accettazione però in questo caso avviene fra soggetti distanti, utilizzando mezzi di trasmissione elettronica.  Le modalità più comuni di formazione di un contratto sono le  e-mail, per cui attraverso la posta elettronica si realizza un vero e proprio scambio delle dichiarazioni contrattuali dell’offerta e dell’accettazione e i moduli elettronici web, con i quali l’offerente colloca in rete la sua proposta cui l’altra parte può aderire attraverso la compilazione e l’ invio del modulo elettronico predisposto (c.d. contratto per adesione). 

Poiché a norma dell’art.1326 c.c. il contratto si considera concluso ”nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte”, se il contratto è concluso per mezzo della posta elettronica, esso si perfeziona quando l’accettazione giunge all’indirizzo di posta elettronica del proponente. Inoltre sono applicabili ai contratti on-line le disposizioni normative contenute negli artt. 1336 c.c. (offerta al pubblico) e 1341 c.c. (condizioni generali del contratto). In Italia, la normativa riguardante il commercio elettronico si compone di una serie di disposizioni successive:

- Decreto legislativo 15 gennaio 1992, n. 50 : Attuazione della direttiva n. 85/577/CEE in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali (art.15, comma 7);
- Decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (art. 18 e 21 in particolare) : Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'articolo 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997.
- Decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 185 : Attuazione della direttiva 97/7/CE relativa alla protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza (in particolare nell’art. 3 sono contenute una serie di informazioni circa il fornitore, le caratteristiche del bene o del servizio, le modalità di pagamento, che devono essere fornite in tempo utile al consumatore);
- Circolare n. 3487/C del 01.06.2000 "Disciplina della vendita di beni tramite mezzo elettronico" del Ministero dell'industria, commercio e artigianato sul decreto legislativo n. 114/98.

Quest’ultimo provvedimento mira a definire con una maggiore precisione la materia trattata dal DL n.114/1998, che solo nell’articolo 21 contiene un esplicito riferimento al commercio elettronico, altrimenti relegato ad una delle “forme speciali di vendita al dettaglio” (art. 4, comma 1, lettera h) e, con più esattezza, “alla vendita per corrispondenza o tramite televisione o altri sistemi di comunicazione” (art. 4, comma 1, lettera h, numero 3). L’ articolo 18 di tale decreto (“Vendita per corrispondenza, televisione o altri sistemi di comunicazione”) si occupa di questi generi di vendita:

1. La vendita al dettaglio per corrispondenza o tramite televisione o altri sistemi di comunicazione è soggetta a previa comunicazione al comune nel quale l' esercente ha la residenza, se persona fisica, o la sede legale. L'attività può essere iniziata decorsi trenta giorni dal ricevimento della comunicazione.
2. E' vietato inviare prodotti al consumatore se non a seguito di specifica richiesta. E' consentito l'invio di campioni di prodotti o di omaggi, senza spese o vincoli per il consumatore.
3. Nella comunicazione di cui al comma 1 deve essere dichiarata la sussistenza del possesso dei requisiti di cui all'articolo 5 e il settore merceologico.
4. Nei casi in cui le operazioni di vendita sono effettuate tramite televisione, l'emittente televisiva deve accertare, prima di metterle in onda, che il titolare dell'attività è in possesso dei requisiti prescritti dal presente decreto per l'esercizio della vendita al dettaglio. Durante la trasmissione debbono essere indicati il nome e la denominazione o la ragione sociale e la sede del venditore, il numero di iscrizione al registro delle imprese ed il numero della partita IVA. Agli organi di vigilanza è consentito il libero accesso al locale indicato come sede del venditore.
5. Le operazioni di vendita all'asta realizzate per mezzo della televisione o di altri sistemi di comunicazione sono vietate.
6. Chi effettua le vendite tramite televisione per conto terzi deve essere in possesso della licenza prevista dall'articolo 115 del testo unico delle leggi di sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773.
7. Alle vendite di cui al presente articolo si applicano altresì le disposizioni di cui al decreto legislativo 15 gennaio 1992, n. 50, in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali.”

Il decreto legislativo n.70/2003

In seguito alla direttiva UE n. 31/200 (volta ad assicurare la libera prestazione dei servizi on-line nell'insieme della Comunità, creando regole uniformi per il commercio elettronico) nel nostro ordinamento è stato emanato il Decreto legislativo 9 aprile 2003, n.70, recante “Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno. Tale decreto stabilisce gli obblighi informativi del prestatore di servizi (artt. 7 e 12):

a) il nome, la denominazione o la ragione sociale;
b) il domicilio o la sede legale;
c) gli estremi che permettono di contattare rapidamente il prestatore e di comunicare direttamente ed efficacemente con lo stesso, compreso l'indirizzo di posta elettronica;
d) il numero di iscrizione al repertorio delle attività economiche, REA, o al registro delle imprese;
e) gli elementi di individuazione nonché gli estremi della competente autorità di vigilanza qualora un'attività sia soggetta a concessione, licenza od autorizzazione;
f) per quanto riguarda le professioni regolamentate:

1) l'ordine professionale o istituzione analoga, presso cui il prestatore sia iscritto e il numero di iscrizione;
2) il titolo professionale e lo Stato membro in cui è stato rilasciato;
3) il riferimento alle norme professionali e agli eventuali codici di condotta vigenti nello Stato membro di stabilimento e le modalità di consultazione dei medesimi;

g) il numero della partita IVA o altro numero di identificazione considerato equivalente nello Stato membro, qualora il prestatore eserciti un'attività soggetta ad imposta;
h) l'indicazione in modo chiaro ed inequivocabile dei prezzi e delle tariffe dei diversi servizi della società dell'informazione forniti, evidenziando se comprendono le imposte, i costi di consegna ed altri elementi aggiuntivi da specificare;
i) l'indicazione delle attività consentite al consumatore e al destinatario del servizio e gli estremi del contratto qualora un'attività sia soggetta ad autorizzazione o l'oggetto della prestazione sia fornito sulla base di un contratto di licenza d'uso”; (art. 7, comma 1)

a) le varie fasi tecniche da seguire per la conclusione del contratto;
b) il modo in cui il contratto concluso sarà archiviato e le relative modalità di accesso;
c) i mezzi tecnici messi a disposizione del destinatario per individuare e correggere gli errori di inserimento dei dati prima di inoltrare l'ordine al prestatore;
d) gli eventuali codici di condotta cui aderisce e come accedervi per via telematica;
e) le lingue a disposizione per concludere il contratto oltre all'italiano;
f) l'indicazione degli strumenti di composizione delle controversie”. (art. 12 comma 1).

Ai fini della individuazione degli operatori del commercio elettronico, la normativa vigente dispone che tutti i soggetti che intendono assumere la qualifica di impresa commerciale, che riguarda qualsiasi soggetto che intenda svolgere detta attività, sono obbligatoriamente tenuti alla iscrizione presso l’apposito “registro delle imprese”, istituito presso le Camere di commercio che provvedono al rilascio del corrispondente numero di registrazione e del numero di Repertorio economico amministrativo (REA), attraverso il quale viene univocamente identificata ogni singola impresa. Con il Decreto ministeriale 15 febbraio 2001, le Camere di commercio su richiesta delle imprese possono attivare un dispositivo “cert. impresa” (certificazione d’impresa), mediante il quale è possibile accedere ai dati delle imprese, consultabili e estraibili da chiunque abbia interesse (il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, Codice in materia di protezione dei dati personali regola tale servizio).

Sicurezza

Un elemento importante nella gestione del commercio elettronico è quello della sicurezza nei pagamenti, che possono avvenire tramite bonifico bancario, contrassegno o carta di credito. Per evitare che nel trasferimento dei dati alcune informazioni personali possano essere intercettate e utilizzate da terzi a fini illeciti e per garantire quindi la maggiore riservatezza possibile di tali dati, vengono utilizzati dei sistemi di crittografia dei dati (ad esempio il protocolli HTTPS e SET).




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Le regala un diamante, ma lei lo lascia Trilogy da 12mila euro donato a ente di ricerca

Corriere della sera

L'innamorato abbandonato ha deciso di fare beneficenza: l'anello andrà all'asta e la somma ottenuta sosterrà la lotta contro il cancro e le leucemie



CATANIA - Un diamante è per sempre. Anche se non arriva a destinazione, e viene donato ad un ente di ricerca. Succede a Catania, dove un innamorato ha acquistato in gioielleria un trilogy da 12 mila euro ma è stato lasciato dalla sua fidanzata prima di poterglielo infilare al dito, come vuole la tradizione. Così, ha pensato di darlo in beneficenza e si è rivolto al Codacons per sapere come fare. Gli avvocati dell'associazione di consumatori, guidati dal presidente regionale Giovanni Petrone, non riuscivano a credere alle proprie orecchie ma poi hanno dato una mano al cuore infranto portando a termine la transazione, avvenuta qualche giorno fa: «Con grande soddisfazione - spiega il Codacons - i legali hanno spiegato a G. che la donazione è possibile e che può procedere serenamente nel suo intento. G. ha così trasformato il suo atto d'amore nei confronti di una donna, in un atto d'amore più ampio nei confronti di chi ha bisogno di aiuto».

LA STORIA - In questo caso, perciò, non è vero che dai diamanti non nasce niente: stavolta è fiorita una buon'azione da film. L'infelice giovanotto catanese vuole restare anonimo, ma con il Codacons ha vuotato il sacco confidando tutte le sue pene d'amore: «La storia - ha detto con un sospiro - durava da otto anni, nonostante a complicare la situazione ci fossero altri precedenti matrimoni. Avevamo anche deciso di andare a convivere, così le ho comprato l'anello. Volevo acquistarlo da anni, ma non avevo mai avuto la possibilità economica: fino a quando ho ricevuto una somma di denaro che aspettavo da tempo, e con quei soldi ho acquistato il Trilogy. Ma lei mi ha lasciato prima, senza sapere dei diamanti». Il ragazzo, però, non si è dato per vinto e dopo qualche tempo è tornato alla carica: «Volevo consegnarle l'anello comunque, a storia finita - ha proseguito - durante la festa per il suo compleanno: ma lei non l'ha accettato. E non sa nemmeno quanto ho speso! A vederlo, io soffrivo perché racchiudeva in sé ricordi di noi due insieme. Così, ho pensato che era un atto d'amore e che preferivo donarlo a chi ne ha bisogno».

L’ENTE DI RICERCA - L'ente di ricerca a cui è andato l'anello si occupa di lotta contro il cancro e le leucemie: lo rivenderà o lo metterà all'asta per recuperarne denaro utilissimo alla propria causa. A Catania un gesto così succede per la prima volta. Ma se «i diamanti sono i migliori amici delle donne», qualche volta hanno anche una doppia vita, e si riciclano con disinvoltura. «La maggior parte di questi regali arriva a destinazione - spiega all'Italpress Amelia Saguto dell'omonima gioielleria in centro - ma, nei casi in cui non succede, generalmente l' ex fidanzato lo cambia con un dono per se stesso, come un orologio. C'è chi lo ha regalato alla propria mamma, chi lo ha fatto diventare un ex voto. E c'è pure chi lo conserva per una futura destinazione...».

Fonte Italpress21 maggio 2012


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Luna e sole show Eclissi sul Pacifico

Corriere della sera

Una rara eclissi anulare di sole osservata in Cina, Giappone e Ovest degli Usa

Avete un vecchio Mac, un iPod, un iPhone che fa la muffa? Donatelo al Museo della Scienza

Corriere della sera




Come noto, i pezzi da collezione Apple valgono un capitale. Soprattutto se molto rari. Ma proprio un capitale, roba da estinguere un mutuo. Non tutti i vecchi oggetti con una Mela sopra, anche se ben conservati, però possono farvi spuntare quelle cifre. E magari non hanno più neppure un collegamento emozionale con i propri possessori. Per ogni Macintosh conservato con religioso fervore da fan di Cupertino di vecchia data, è facile pensare che ci siano decine di Quadra, di G3 e magari di Powerbook che giacciono dimentichi in scantinati aziendali e privati.

E allora perché non donarli a un Museo, in modo che oggetti che hanno fatto la storia dell’Informatica smettano di far ruggine e, dopo essere stati catalogati e archiviati, possano un domani essere esposti e studiati? La donazione è una pratica consueta nel mondo dell’arte. Assai meno nel mondo della Scienza e ancor più della tecnologia, soprattutto se parliamo di un’operazione  pubblica con una comunicazione dedicata.

Una mossa che ora fa il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, un’istituzione ben nota ai milanesi (e non solo) che negli ultimi 10 anni si è scrollata di dosso parecchia polvere (sì, i treni e gli aerei e le macchine di Leonardo ci sono ancora, ma c’è anche molto altro) per diventare un Museo proiettato nel XXI secolo (nonostante i cronici problemi di finanziamenti pubblici sempre più esigui).


Insomma, se in uno scatolone del garage avete un vecchio Mac o un iPod prima edizione o anche un software Apple d’antan, fateci un pensierino. Purché non sia un rottame. Per quelli ci sono le discariche. A seguire dettagli e informazioni sull’iniziativa, con il comunicato del Museo della Scienza che spiega meglio i perché di una donazione:

Da oggi per la prima volta il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia lancia una campagna per ampliare le proprie collezioni con oggetti significativi per la storia recente della tecnologia.
Attraverso il sito www.museoscienza.org promuove la donazione da parte di cittadini di computer, stampanti, accessori a marchio Apple. Questa operazione, piuttosto insolita per un Museo, mira a stimolare il contributo di tutta la collettività per preservare il patrimonio tecnico-scientifico contemporaneo per le generazioni future.


Il Museo svolge infatti un ruolo di riferimento sul territorio regionale e nazionale per la salvaguardia del patrimonio tecnico scientifico, sia storico sia contemporaneo, secondo un accordo con il Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Partecipa inoltre al consorzio europeo sulla Salvaguardia del patrimonio tecnico-scientifico degli ultimi 60 anni. Il patrimonio del Museo, costituito dalle collezioni (15mila beni tecnico-scientifici e artistici), dalla biblioteca (40mila volumi e riviste) e dall’archivio, è in continua espansione grazie a donazioni di singoli cittadini, aziende e istituzioni.

Non tutte le collezioni del Museo sono esposte. Tutte però sono conservate e studiate. Lo stesso varrà per gli oggetti donati: il Museo non garantisce che verranno esposti, ma certamente saranno custoditi in luoghi sicuri, catalogati e messi a disposizione degli studiosi. Potranno essere anche concessi in prestito per mostre o esposizioni di altre istituzioni.

Inoltre, in occasioni speciali, i conservatori e i curatori del Museo accompagneranno il pubblico a visitare i depositi e questo permetterà di rendere visibile il lavoro “dietro le quinte” per la conservazione del patrimonio. Infine le schede degli oggetti donati potranno essere pubblicate sul catalogo online delle collezioni, che attualmente è costituito da 3mila elementi ed è in continua implementazione. Questo rappresenta un ulteriore strumento per rendere accessibile a tutti l’intero patrimonio del Museo.

Per avere maggiori informazioni o proporre una donazione, la pagina da visitare è: www.museoscienza.org/donazioni/


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Caso Orlandi, sospesi esami salma De Pedis

Corriere della sera

La bara del boss della Magliana nella cripta di S. Apollinare è stata aperta e richiusa. Malato un medico legale del team: analisi delle ossa tra una settimana


ROMA - Gli accertamenti sull’ossario nella basilica di Roma di Sant’Apollinare, dove da lunedì 14 maggio erano al lavoro i tecnici della polizia scientifica, il gruppo Ert (Esperti ricerca tracce) e gli antropologi forensi del laboratorio Labanof di Milano guidato dal direttore Cristina Cattaneo, sono stati sospesi. Si allungano quindi i tempi per accertare se tra le 400 cassette di ossa ci sia anche un solo frammento riconducibile a Emanuela Orlandi, la ragazza con cittadinanza vaticana scomparsa nel 1983.

INDISPONIBILITA – La causa della sospensione è legata all’indisponibilità, causa malattia, di un medico legale del team. Il lavoro riprenderà la mattina di lunedì 28 maggio. La bara del boss «Renatino» De Pedis, che era stata aperta per verificare che all’interno non ci fossero tracce utili all’indagine, resta dunque nella cripta della basilica, appoggiata accanto a una parete, tra le valigette con i kit della Scientifica. Il feretro è stato risigillato.

SARA’ CREMATO - Gli avvocati della vedova, Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, hanno chiesto che la bara del boss non venga spostata fino alla conclusione degli accertamenti tecnici. Carla Di Giovanni, che sposò De Pedis a Sant’Apollinare e anche per questo espresse il desiderio di seppellirlo nello stesso luogo dopo la sua uccisione nel febbraio 1990 (richiesta accolta nel marzo del 1990 dall’allora cardinal vicario Ugo Poletti), è orientata a cremare i resti del marito. La sua preoccupazione è che, sull’onda del clamore, qualche fanatico possa compiere atti di profanazione sulla tomba di famiglia, al Verano: per questo, nei giorni scorsi, è stata valutata la possibilità di seppellire il Dandi di «Romanzo criminale» sotto falso nome.

 Fabrizio Peronaci
21 maggio 2012 | 13:07




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Margherita Hack "I miei primi novant'anni da splendida ribelle"

La Stampa



Margherita Hack è stata ordinaria di astronomia alla Università di Trieste dal 1964 al 1992. Ha diretto l’Osservatorio della città dal ’64 all’87 portandolo a livelli d ieccellenza
FEDERICO TADDIA
Bologna

La mia amicizia con Margherita Hack nasce grazie a una telefonata di qualche anno fa, quando le proposi di fare insieme un libro per bambini. Temevo di avere un approccio troppo informale. Dall’altra parte della cornetta c’era invece una voce tranquilla, ben disposta, curiosa di buttarsi in una nuova avventura. Tempo una chiacchierata e il primo appuntamento era fissato. Il telefono che squilla è una costante della sua vita. Come lo è lei che risponde sempre. E che non dice mai di no: al giornalista, all’organizzatore di un festival, all’associazione benefica che cerca un testimonial o allo studente che vuole una dritta per la scelta della facoltà.

Margherita cerca di capire. Segna sul calendario, fissa appuntamenti, immagina ipotetici itinerari e fantastica coincidenze tra treni e taxi. Spiega che è affaticata. Che per lei camminare non è più cosa da poco. Che il respiro è sempre più affannoso. Ma non dice mai di no. Perché, come ti confessa con i suoi occhi vivissimi, il suo corpo i 90 anni li sente tutti: ma la testa no, quella no. Ed è quello che racconta con forza e sincerità in «Nove vite come i gatti», il libro che abbiamo scritto insieme per i suoi 90 anni. Sono stato nella sua casa tutta libri e gatti decine di volte. Ho avuto la fortuna di parlare con lei di tutto e di ridere di tutto. Con lei ho girato l’Italia tra scuole, biblioteche e festival: Tshirt, un sacchetto di plastica dove mettere il cambio necessario per qualchegiorno,ilbastoneperlavoglia di muoversi sempre. Non vorrebbe fermarsi mai! Poi magari ti sussurra: «Sono un po’ stanca». Subitodopoperòtiguardaetidice, dicendolo soprattutto a se stessa: «Ma non me ne frega niente».

E quel«Non menefrega niente» ritorna come risposta a mille domande: «Perché non ti emozioni guardando le stelle?», «Perché non hai mai cercato Dio?», «Perché non sei mai andata da una parrucchiera?». Una scrollata di spalle è la risposta più diretta che dà alle domande che ritiene non degne di considerazione. Margherita ti sa continuamente spiazzare: a 90 anniguardaancorailmaritoconamore, ancora lotta per i suoi ideali, ancora con pazienza spiega a un bambino per l’ennesima volta cos’è un buco nero. E capisci qual è il suo segreto per non aver paura di morire: non ha mai avuto paura di vivere. E non ha mai perso tempo a cercare i piaceri della vita perché da sempre porta con sé il piacere della vita.


CONFESSIONI E PROVOCAZIONI
(Tratto da «Nove vite come i gatti», Margherita Hack con Federico Taddia, Rizzoli, 16 euro)

La scuola
Rimandata di matematica

Di quegli anni ho un ricordo meno piacevole. In seconda liceo avevo un professore sempre intento a squadrarci dalla testa ai piedi per beccare qualche attività sospetta. Una specie di guardia carceraria: io tenevo gli occhi bassi per il gusto di farlo imbufalire e mi divertivo a far finta di leggere sotto il banco. Alla mia ennesima provocazione mi si precipitò addosso come un falco per cogliermi sul fatto. Subito si rese conto che non stavo nascondendo nulla e per rimediare alla figuraccia mi tirò via la cartella da sotto il banco. La aprì e dentro ci trovò il giornale. Alla fine dell’anno ebbe la sua vendetta: mi rimandò a settembre in matematica.

La religione
Profondamente lontana dal credere

C’ è stato un periodo in cui mi vergognavo di essere diversa dagli altri. Andavo al liceo, ed essere cresciuta aveva ingigantito differenze alle quali sapevo di non dover dare peso. Eppure sentivo qualcosa che mi distingueva dai miei compagni: il credo dei miei genitori, il fatto di essere esonerata dall’ora di religione e il non mangiar carne. Credevo che trovare un compromesso sulla religione avrebbe attenuato l’aspetto della mia «stranezza» che più di tutto mi faceva sentire vulnerabile. Ho fatto anche la prima comunione per sentirmi meno diversa dagli altri, giusto per fare il compitino, senza nessun tipo di fede.

L’università
Iscritta a Lettere per qualche mese

Scelsi lettere perché gli unici laureati che i miei genitori conoscevano erano passati per lettere. Inoltre avevo sempre dimostrato una certa inclinazione per la scrittura: al liceo liquidavo in mezz’ora una traccia per cui avevo tre ore a disposizione e poi mi rintanavo al cesso a riposare. Mi iscrissi a lettere. La prima lezione fu l’unica che seguii. Le tenne un professorone che parlò per un’ora di «Pesci rossi», una raccolta di scritti di Emilio Cecchi. Mi annoiai a morte a capii subito di aver fatto un errore madornale. Mi precipitai in segreteria e decisi di cambiare facoltà. Stavolta tutto mi era chiaro: al liceo la mia materia preferita era la fisica. E fisica fu.

I figli
Non ho mai avuto la vocazione da madre

Un mio collega di Merate mi diceva: «Sei un bestione tutto stupore e tutto senso». Mi ritrovo in quella definizione. Non ho mai avuto tormenti metafisici, ma a volte mi meraviglio guardando la vastità di quel che ci circonda. A 90 anni c’è chi mi chiede se ho rimpianti, ma non è un sentimento che mi appartiene. Altri, lo vedo nei loro occhi, vorrebbero sapere perché non ho figli. Credo che la risposta potrebbe lasciarli delusi: Aldo e io non li abbiamo voluti perché non avevamo quella vocazione. Non mi manca non essere stata una madre: non è una cosa che sentivo mia. Da sempre mi attirano di più gli animali che i bambini, non penso sia una colpa.

La felicità
Non desiderare ciò che non si può avere

Sono felice perché non desidero quello che non posso avere. Una volta facevo lunghe camminate nel Carso, oppure nuotavo per ore. Adesso non posso più fare queste cose, ma non rimpiango quei momenti. Non li posso far tornare, quindi faccio altro. La felicità è essere contenti di quello che si ha. E io non posso proprio lamentarmi. Ho avuto tanto senza mai scendere a compromessi. Ho battagliato, certo, ma fa parte del gioco. Sono sempre stata una persona riservata, anche un po’ scorbutica. Eppure ancora oggi sono circondata da gente che mi vuole bene, compresi tanti perfetti sconosciuti che per strada mi salutano con affetto.

La morte
Una cosa a cui non penso proprio

Ho 90 anni e anche se con il sentimento il pensiero della morte è lontano, la logica mi dice il contrario. Non voglio dire che vivo nell’angosciosa attesa di quel momento, anzi a dirla tutta non ci penso proprio. So di aver goduto gran parte del tempo a mia disposizione e quindi mi riesce difficile pensare troppo al futuro. Vivo alla giornata. Ormai la mia carriera l’ho fatta, sono in pensione da un bel pezzo, invecchio ogni giorno di più e faccio sempre più fatica a fare qualsiasi cosa.



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Gli orfani della mafia fissati coi complotti

di -

È partita la corsa per individuare nessi e intrecci tra le cosche e l’attentato pugliese: ma è solo una gara a chi la spara più grossa



Roma

E se alla fine viene fuori che è stato l’atto di un singolo demente, una specie di Breivik alle cime di rapa, chi glielo spiega alla Camusso o a Ingroia, alla Annunziata, alla «Carovana della legalità» o ai maniaci delle trame alla Don Brown, tipo il fratello di Borsellino o i frequentatori di blog come quello de il Fatto quotidiano?


Il pm Antonio Ingroia
Il pm Antonio Ingroia


Bastava accendere la tv, sfogliare i giornali o frugare nella rete, in questi due ultimi giorni, per assistere ad una sfrenata fiera delle vanità complottiste, ad una imbarazzante gara a chi metteva insieme più «nessi» e «coincidenze» e disegnava inquietanti intrecci (tra mafie, Stato, politica, servizi segreti, finanza mondiale, massoneria, terrorismo di destra e di sinistra e pure di centro, magari una spruzzata di banda della Magliana dell’appena riesumato De Pedis) per spiegare l’ordigno a gas fatto esplodere davanti alla scuola di Brindisi. E così, per molti analisti eccitati dall’idea di stare assistendo ai primi, tragici vagiti di una nuova e oscura strategia della tensione, le parole degli investigatori, ieri, sono state una vera doccia fredda.

Il «gesto di un singolo», probabilmente squilibrato, abbastanza inetto da farsi riprendere dalle telecamere mentre innescava la bomba. Una delusione. Uno che magari non aveva neppure nozione di tutte le pazzesche coincidenze elencate da Susanna Camusso su l’Unità: «Difficile non pensare a un atto della criminalità organizzata, magari con collegamenti con l’eversione, mentre ci sono le elezioni, c’è la carovana della legalità in città, alla vigilia del ventesimo anniversario della strage di Capaci e del funerale di Stato di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia». Nient’altro? Quanto agli obiettivi di cotanta organizzazione stragista, la leader Cgil non ha dubbi: «Ci sono poteri violenti, interessi nascosti che vogliono occupare lo spazio della politica con l’arroganza, le armi e la violenza. È un progetto che non casualmente emerge in un paese in grave difficoltà economica, con la classe politica divisa e indebolita», e via così.

Anche Lucia Annunziata non ci stava, a restare orfana del Grande Complotto: aveva organizzato tutta la sua puntata di In Mezz’Ora attorno a Brindisi, starring il mitico Ingroia, e un’ora prima gli inquirenti smontano tutto dando la colpa a un pazzo? Ecco allora i pensosi ragionamenti sulla «stagione delle stragi» e le sue similitudini con l’oggi offerti ai telespettatori, ecco il tizio della Carovana antimafia che, collegato in diretta da Brindisi, assicura che il killer «non poteva essere solo», checché ne dicano gli investigatori; ecco i vaticini di Ingroia. Lucia Annunziata gli mette la questione su un vassoio d’argento: quando ha saputo della bomba ha ripensato alle stragi del ’92-’93? «Devo dire che ci ho pensato subito», sospira lui.

Poi si cautela, mette le mani avanti spiegando che si tratta di «opinioni personali» e che si è ancora «nel campo delle supposizioni», ma lui l’analogia ce la vede tutta e la sua analisi è a 360 gradi: «Siamo in una fase di passaggio politico e istituzionale molto delicato, con la formazione di nuovi partiti politici, di nuove maggioranze e coalizioni. Siccome, come sappiamo, la mafia non riesce a fare a meno di rapporti con la politica, come dire, si mette sul mercato». La bomba forse vuole anche fermare Grillo, sta a vedere. Di certo il comico ci crede, e per altro fa sapere che per lui l’esplosione di Brindisi non è certo una sorpresa: «Era nell’aria», e di certo serve ad «impedire il cambiamento», che sarebbe lui. Quanto a Ingroia, il pm è certo che, seppure si fosse trattato del gesto di un singolo, si tratterebbe di «una mente raffinata e non un pazzo», e la risposta da dare è «approvare in tempi brevi» la legge anti-corruzione.

Se Ingroia ci va cauto, il Fatto invece dà per certo (nell’edizione on line) che ci sia una pista che porta nientemeno che «alla trattativa bis tra Stato e mafia». Ah, ecco. E prima o poi lo zampino di Berlusconi, anche a Brindisi, lo troveranno.


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La Marcia su Roma? Servì a Mussolini per rassicurare l’Italia

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Né colpo di Stato, né insurrezione, né crisi parlamentare. I fatti del ’22 riportarono all’ordine un Paese indisciplinato


Ma cosa sarebbe accaduto se il Re avesse firmato lo stato d’assedio e avesse impedito la Marcia su Roma? Ci sarebbe stata la guerra civile, i rossi sarebbero accorsi a dar manforte ai militi che fino al giorno prima sputavano o si sarebbero alleati ai fascisti? Non ci sarebbe stato il fascismo? Domande di patafisica che mi ponevo l’altro giorno a Gorizia, parlando della Marcia su Roma novant’anni dopo, al Festival «èStoria».




Cosa fu la Marcia su Roma? Una controrivoluzione preventiva, come scrisse l’anarchico Luigi Rossi e dissero i comunisti? Un colpo di stato, come scrisse Missiroli? Una crisi parlamentare con salutare soluzione extraparlamentare, come pensò Croce? Una rivoluzione indolore, senza vittime e senza caos, come poi disse il Re? Un’insurrezione che poi diventò regime, come scrisse Mussolini? Una rivolta solo minacciata, una parata con prova simulata di rivoluzione? Sul piano dei fatti la Marcia su Roma fu tutto questo. Ma nel suo significato politico la Marcia su Roma fu una «rivoluzione rassicurante». Così fu concepita dal suo Capo. Fu una rivoluzione rassicurante perché volle rassicurare il Paese e il suo establishment, il popolo e i “palazzi”.

Già dal 1921 il rivoluzionario Mussolini aveva lasciato i toni antisabaudi, anticlericali e antiborghesi. Con la Marcia rassicurò la Corona, lo Stato, le Istituzioni, le forze armate e i militi, la Magistratura, la Chiesa, la Borghesia, il Capitale, e pure il Parlamento, fece un governo di coalizione. E rassicurò gli italiani che si sarebbe ripristinata la legalità, l’ordine pubblico, la vita normale, la sicurezza sociale. «Tutto funzionò in quei giorni - disse sette anni dopo il Re - non ci furono vittime, le scuole restarono aperte, i tribunali, i magistrati fecero il loro dovere, gli operai andarono ugualmente fiduciosi a lavorare». La rivoluzione, per il Re, riportò ordine nel «popolo più indisciplinato della terra».


In secondo luogo, la Marcia su Roma non fu la calata dei barbari sulla capitale. L’azione fascista nasceva dal grembo della cultura italiana, dopo lunga incubazione. Non la sostennero solo gli agitatori dell’arte e della letteratura, del giornalismo e del pensiero, i futuristi e i nazionalisti, Papini, Prezzolini, Soffici, D’Annunzio, Malaparte. Ma all’inizio anche fior di liberali come Benedetto Croce e Giovanni Gentile, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, Maffeo Pantaleoni e Luigi Einaudi, Alberto de’ Stefani, Luigi Albertini e Ugo Ojetti. E personalità come Giacomo Puccini e Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello, Ada Negri e Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba e Giuseppe Rensi, il duca d’Aosta e la Regina Margherita. Croce addirittura presiedette nel 1914 il Fascio d’ordine che auspicava l’alleanza tra liberali nazionali e cattolici e criticava la massoneria, il giudaismo e il parlamentarismo. Poi paragonò le squadre fasciste alle «orde del cardinale Ruffo che avevano servito a scopi nazionali» e, da seguace di Sorel, disse a Giustino Fortunato che «la violenza è levatrice della storia». Alla Camera votò la fiducia al Duce anche dopo il delitto Matteotti.


Quando Lenin ricevette al Cremlino una delegazione della sinistra italiana guidata da Giacinto Menotti Serrati, disse che in Italia la rivoluzione potevano farla solo tre capi: D’Annunzio, Marinetti e Mussolini. Però gli altri due erano poeti... Ma D’Annunzio a Fiume fornì il prototipo alla Marcia su Roma. Nel 1921 Mussolini siglò un patto di pacificazione con i socialisti, mentre nasceva il partito comunista dalla costola rivoluzionaria del Psi che era stata più vicina a Mussolini ai tempi dell’interventismo rivoluzionario: da Gramsci e ad Angelo Tasca, dall’interventista Peppino Di Vittorio a Nicola Bombacci, che poi finì fascista, ucciso insieme a Mussolini a Salò. Non a caso l’Italia fascista fu il primo Paese a riconoscere l’Unione Sovietica pochi mesi dopo la Marcia su Roma. Per Soffici la differenza tra la rivoluzione fascista e quella sovietica fu netta: «Mussolini è italiano, cioè appartenente a una civiltà superiore, a una razza di liberi, di saggi, di generosi.


Mussolini non è un pazzo, un degenerato, un sanguinario cittadino di un paese incivile, primitivo, brutale e malato come la Russia... il fine di Mussolini è la pacificazione sotto la bandiera italiana».
Dove nasce la Marcia su Roma? Dalla Guerra vinta e sanguinante, frustrata e mutilata, i tanti caduti, l’esperienza del fronte con l’adrenalina ancora in circolo, le sue ferite aperte e le sue energie rimaste attive. Nasce poi dal caos del dopoguerra, dagli scioperi e dalle violenze del biennio rosso. E ancora: nasce dal cortocircuito tra decadenza politico-civile ed esuberanza giovanile-culturale. Infine dalla forte personalità di un Capo che fu chiamato Duce (dicono che il primo ad appellarlo in quel modo fosse stato Pietro Nenni, già suo compagno di galera, ai tempi dell’interventismo rivoluzionario).


Il fascismo fu, come scrisse Nolte, «il modello di una rivoluzione conservatrice e incruenta». Rivoluzione-restaurazione. Eppure era imbevuta degli umori più rivoluzionari: Marx, Nietzsche e il loro anello di congiunzione, Sorel, teorico della violenza. La stessa cosa avvenne con il totalitarismo: la parola fu coniata per il fascismo, la rivendicarono Gentile e Mussolini, ma il fascismo non fu mai un regime totalitario compiuto: non ne ebbe i tratti delineati dalla Arendt e la ferocia, ma anche perché durante il regime Monarchia e Chiesa, Capitale e Apparati dello Stato restarono in piedi, quasi indenni. Il fascismo fu un regime autoritario di massa, e poi una dittatura cesarista e nazionalpopolare.


Nel ’21 Mussolini si fece monarchico e legalitario, fu il primo «ateo devoto», ritenne la missione universale della Chiesa romana un orgoglio per l’Italia. Impresse la svolta di regime, come egli stesso scrisse su Gerarchia, quando istituì il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale, da un verso costituzionalizzando il fascismo ma dall’altro ponendo sotto tutela fascista lo Stato. È curioso infine ricordare che nel ’21 nelle consultazioni al Quirinale l’allora deputato Mussolini suggerì al Re di nominare capo del governo il presidente della Camera di allora, Enrico De Nicola. Quando cadde il fascismo e poi la monarchia, il monarchico De Nicola fu il primo provvisorio presidente della Repubblica. Heri dicebamus, avrebbe detto Croce. La democrazia riprese laddove era stata interrotta, e seguì il consiglio del Dittatore...



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