mercoledì 23 maggio 2012

Il passaporto da Wikipedia per la spia?

Corriere della sera


La Rete: «Majid Jamali Fashi impiccato dal regime iraniano grazie a un documento falso»




Il presunto passaporto israeliano di Majid Jamali Fashi, impiccato in Iran Il presunto passaporto israeliano di Majid Jamali Fashi, impiccato in Iran

WASHINGTON – Su Internet si trova di tutto. È quello che devono aver pensato gli autori di un pasticcio legato ad una spy story. L’antefatto. Il 15 maggio l’Iran ha annunciato di aver impiccato Majid Jamali Fashi. Ex membro della squadra nazionale di boxe, 24 anni, l’uomo è stato ritenuto colpevole dell’uccisione di uno scienziato nucleare nel 2010. Delitto, secondo l’accusa, compiuto in coordinamento con il Mossad. Dopo qualche giorno la tv iraniana Ir ha diffuso una copia del passaporto «israeliano» di Fashi, prova – secondo l’emittente – del suo legame con lo spionaggio di Gerusalemme.

Ed ecco la stranezza: la pagina è molto simile ad un facsimile pubblicato da Wikipedia. L’apparente photoshop è stato evidenziato da alcuni blogger (Potkin Azarmehr, Harry’s place) ed esperti (Emanuele Ottolenghi su Commentary), convinti anche che le accuse contro Fashi siano state prefabbricate. Esaminando la pagina hanno sottolineato alcuni particolari:

1) La foto di Fashi non sarebbe stata mai accettata dalle autorità, in quanto l’uomo non fissa l’obiettivo.
2) La fotografia della presunta spia è recente mentre il passaporto ha come data di rilascio il 2003: se fosse stata autentica Fashi doveva avere l’aspetto di un quindicenne.
3) Il codice a barre non appare completo.
4) La data di nascita non c’è (anche sul facsimile è oscurata).




Il facsimile del passaporto israeliano su WikipediaIl facsimile del passaporto israeliano su Wikipedia

Dettagli che, uniti al confronto con la copia di Wikipedia, farebbero pensare ad un lavoro affrettato. Ma chi sono i responsabili? I blogger non hanno dubbi: il regime, deciso a provare ad ogni costo che Fashi era un agente nemico. Anche se può apparire incredibile che gli iraniani abbiano commesso una tale ingenuità. Possibile che non siano in grado di rimediare un passaporto israeliano? A loro volta, i simpatizzanti del regime rovesciano l’accusa sugli avversari. Il Mossad, però, è noto clonare passaporti di paesi amici. Ed è difficile credere che abbia dato ad un suo uomo proprio un documento israeliano. Ma a Teheran tutto ciò importa poco. È in corso una guerra di ombre. Molti scienziati sono stati uccisi probabilmente dal Mossad: ne sono convinti anche osservatori indipendenti. E il regime vuol dimostrare di essere in grado di scovare i responsabili. Veri o presunti che siano.


Guido Olimpio
23 maggio 2012 | 9:13


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La classifica dei tribunali italiani

La Stampa


Flavia Amabile

Peggio per voi se vi trovate ad avere a che fare con i tribunali di Enna o Lamezia Terme. Più fortunati coloro che i loro problemi con la giustizia devono risolversli a Milano, Modena o Cagliari dove l’attività funziona meglio. Cittadinanzattiva ha realizzato la prima Valutazione Civica del settore inviando cittadini adeguatamente formati in 9 tribunali che hanno accettato l’esame.

Questa è la classifica. (punteggi calcolati dagli utenti rispetto ad un massimo di 100)

Cagliari 63
Modena 59
Trieste e Alessandria 54
Taranto e Milano 53
Napoli 45
Enna 37
Lamezia Terme 31


Qualità
Prima classificata Trieste 73 punti - ultima Enna 24 punti- la media italiana è 51

Rispetto
Prima classificata Modena 62 - ultima Lamezia 38 - la media italiana è 51

Accesso
Cagliari prima classificata con 90 punti - ultima Lamezia con 40 punti - la media italiana è 63

Informazione e comunicazione
Cagliari prima classificata con 56 punti - ultima Lamezia con 18 punti - la media italiana è 42

Partecipazione
Taranto prima classificata con 50 punti contro una media di 6. Le altre a pari merito.


«L'immagine che ne viene fuori è quella della porta chiusa, del palazzo inaccessibile, più che in altri settori della Pubblica Amministrazione, al comune cittadino», è il duro giudizio di Cittadinanzattiva che presenterà questa mattina in Senato i risultati dell’indagine (online su www.cittadinanzattiva.it) condotta da Giustizia per i diritti con l’apporto dell’Agenzia per la valutazione civica di Cittadinanzattiva, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Magistrati e l’Associazione Dirigenti per la Giustizia.

In tutti mancano gli Uffici relazioni con il pubblico, la segnaletica interna degli uffici è spesso insufficiente quindi è facile perdersi nei meandri di corridoi, piani e scale senza capirci nulla. Per orientarsi gli utenti non hanno opuscoli o depliant informativi, nè è possibile richiedere online copia di atti o documenti. Quando bisogna chiedere degli atti in due terzi dei tribunali ci si mette in fila a casaccio e si aspetta. In un caso su due non sono disponibili parcheggi adeguati a poca distanza dal tribunale. Ovunque manca il servizio di mediazione culturale e quello di interpretariato per stranieri è disponibile solo in un terzo dei casi. La Carta dei servizi è assente in oltre la metà dei Tribunali analizzati, così come il Bilancio sociale.

I tribunali analizzati sono Alessandria, Milano, Modena, Cagliari, Napoli, Taranto, Lamezia Terme, Trieste, Enna. Lamezia Terme ed Enna sono gli unici tribunbali ad avere tutti i fattori analizzati con punteggi inferiori alla media nazionale. A Lamezia ottenere un’informazione è facile quanto vincere un terno a lotto. Mancano sportelli e terminali e ovviamente non esiste l’Ufficio Relazioni con il Pubblico come anche nelle altre città considerate. Il sito Internet è stato attivato solo a fine 2011.

Il tribunale di Enna invece è l’unico a non avere ancora attivato alcun sito Internet né per il momento ha intenzione di farlo in un futuro vicino o lontanto che sia. Ha informatizzato gli uffici, però. Peccato che nel frattempo nessuno analizzi i reclami, denuncia il rapporto. Non si rilevano i tempi di attesa per le udienze e non è stata redatta una Carta dei servizi. Inoltre, il personale non è identificabile con il cartellino di riconoscimento. Non pervenuto anche il parcheggio per disabili. A Napoli i monitor destinati a fornire le informazioni per gli utenti sono stati montati ma sono quasi sempre spenti per problemi tecnici non meglio chiariti e non risolti.

Al sud soltanto il tribunale di Cagliari funziona piuttosto bene, pur non avendo un vero e proprio URP, ha un ufficio informazioni ben funzionante, i cittadini possono ottenere documenti che li riguardano in meno di 10 giorni e comunque in tempi che vengono persino indicati. E è possibile sapere in anticipi anche i costi per il rilascio. Esistono spazi adeguati per il parcheggio e posti riservati ai disabili. Un vero lusso, insomma. Inoltre, i reclami vengono analizzati e "risolti" tramite provvedimenti ad hoc. I tempi di attesa media sono di 6-12 mesi per una udienza, il personale è ben riconoscibile. Mancano ancora invece la Carta dei servizi e il Bilancio sociale.

Il Tribunale di Milano è sicuramente, fra quelli considerati nella ricerca, quello nel quale si stanno realizzando più progetti innovativi: ha sportelli informativi e canali telefonici differenziati fra cittadini e avvocati; ha presentato il Bilancio sociale, sta per aprire l'Urp; e ancora, sta procedendo alla messa a punto di software per la logistica dei fascicoli, dei documenti amministrativi, nonché migliorare la procedura di assegnazione dei processi ai giudici del settore penale. Il Tribunale di Alessandria è l'unico a prevedere cartellini di riconoscimento differenziati per magistrati, ufficiali giudiziari e personale amministrativo e ancora è l'unico ad avere una sala di attesa.


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Figli a casa fino a 34 anni Pochi matrimoni, più divorzi

Corriere della sera

In ritardo sulle donne al lavoro. L’Ocse: Pil -1,7%, il pareggio si raggiungerà nel 2014



ROMA — È la molla che spinge i genitori a far studiare i figli, lo stimolo che porta ragazzi e ragazze a cercare un lavoro migliore. Fino agli anni Settanta ha funzionato, consentendo alle famiglie di salire qualche gradino, generazione dopo generazione. Adesso l’ascensore sociale si è bloccato. Anzi, va in direzione opposta, dall’alto verso il basso. Dice il rapporto Istat 2012 che se la «mobilità ascendente si è ridotta» è invece «aumentata la probabilità di sperimentare una mobilità discendente». Specie per i figli della «classe media impiegatizia e della borghesia». E non è certo l’unica notizia negativa che arriva dalle 300 pagine del lavoro presentato ieri dall’Istituto nazionale di statistica.

Figli a casa
Aumenta ancora il numero dei giovani che restano a vivere con i genitori: sono il 41,9% nella fascia che va dai 25 ai 34 anni, contro il 33,2% del 1993. Non chiamiamoli bamboccioni, però. La metà di loro, il 45%, resta da mamma e papà non per scelta ma perché non ha un lavoro e non può mantenersi, figuriamoci pagare un affitto. Aumentano anche i cosiddetti Neet, i giovani che non studiano e non lavorano: tra i 15 e i 29 anni hanno superato i 2 milioni, più di uno su cinque. Il guaio è che il momento del distacco si allontana sempre di più: se guardiamo la fascia d’età fra i 35 e i 44 anni, i figli che restano in casa sono arrivati al 7%, il doppio del 1993.

Matrimoni in calo
Scende di parecchio il numero delle coppie sposate che ha figli: appena il 33,7% nel 2010-2011 contro il 45,2% del 1993. La famiglia tradizionale diventa minoranza anche nel Mezzogiorno dove rappresenta poco più del 40% contro il 52,8% di vent’anni fa. Raddoppiano invece le nuove forme familiari: tra single, single con figli, convivenze e nuclei allargati siamo a 7 milioni su un totale di 24 milioni. I matrimoni sono in continua diminuzione: poco più di 217 mila nel 2010, nel 1992 erano 100 mila in più. Mentre aumentano le separazioni: ci si arriva tre volte su dieci, una proporzione raddoppiata in 15 anni. In media ci si separa dopo 15 anni di matrimonio: i mariti ci arrivano a 45 anni, le mogli a 41.

Donne come a Malta
Non c’è più l’alibi di un tempo quando il loro livello di istruzione era mediamente più basso. Ma ancora adesso per le donne il mercato del lavoro è più difficile. Siamo il Paese europeo dove è più alto il numero di coppie in cui la donna non ha uno stipendio. Il 33,7%, una su tre, come noi riesce a fare solo Malta. In un terzo delle coppie il lavoro domestico è tutto a carico della donna e spesso «tale asimmetria è associata con un più limitato accesso al conto corrente della famiglia, basse quote di proprietà dell’abitazione, scarsa libertà di spesa per se stessa, poco coinvolgimento nelle scelte importanti che riguardano il nucleo familiare ». Una condizione di moderna schiavitù che può arrivare anche nel corso della vita: a due anni dalla nascita di un figlio quasi una madre su quattro (il 22,7%) ha lasciato il lavoro.

Povero Mezzogiorno
Bastano due numeri per capire come l’Italia sia ancora a due velocità: al Sud le famiglie povere sono 23 su 100, al Nord scendono a 4,9 su 100. Ed è proprio nel Mezzogiorno, dove ce ne sarebbe più bisogno, che i servizi sociali funzionano peggio. Qualche esempio. Gli asili nido ci sono soltanto in due comuni su dieci, nel Nord Est sono otto su dieci. Per i disabili i Comuni del Mezzogiorno spendono otto volte meno di quelli settentrionali. Più in generale la spesa sociale è scesa dell’ 1,5% al Sud, mentre nel resto d’Italia è cresciuta, fino a un massimo del 6% registrato sempre nel Nord Est.

Famiglie più povere
L’Italia produce più ricchezza ma le famiglie italiane sono diventate più povere. Sembra una contraddizione e invece è il succo, amarissimo, del confronto fra l’Italia di oggi e quella del 1992. Il primo indicatore da guardare è il Pil pro capite, il prodotto interno lordo che misura la distribuzione media della ricchezza in un Paese. In termini reali, cioè neutralizzando gli effetti dell’inflazione, dal 1992 al 2011 è cresciuto dell’11,6%. Il secondo indicatore, invece, è il reddito disponibile procapite, cioè i soldi che restano in tasca alle famiglie e che possono essere spesi davvero.

 Sempre in termini reali, tra il 1992 e il 2011, è sceso del 4%. Italia più ricca ma italiani più poveri, dunque. Come è possibile? In questi 20 anni sono aumentate tre voci che in qualche modo «dirottano » la ricchezza prodotta nel Paese, non la fanno arrivare nelle tasche degli italiani. «La prima — spiega il presidente dell’Istat Enrico Giovannini — è la pressione fiscale, ma poi ci sono le rimesse agli immigrati che spediscono nel loro Paese buona parte di quello che guadagnano da noi e soprattutto i profitti delle multinazionali che, su scala più vasta, fanno la stessa cosa ».

Ultimi per la crescita
Negli ultimi dieci anni, in realtà, anche il Pil ha stentato parecchio. Tra il 2000 e il 2011 il Prodotto interno lordo è salito a un ritmo dello 0,4% l’anno, il più lento tra i 27 Paesi dell’Unione Europea. Anche se ci sarebbe da considerare pure l’economia sommersa che l’Istat stima nel 2008 pari a 275 miliardi di euro. Sarebbe il 17,5% del Pil, mezzo punto in meno rispetto al 2000. Ma l’istituto di statistica sottolinea che con la crisi il peso del nero si è «verosimilmente allargato».

Previsioni
Per la prima volta il rapporto annuale dell’Istat contiene anche le previsioni sull’andamento dell’economia nei prossimi mesi. Nel 2012 il Pil dovrebbe scendere dell’1,5% per poi risalire di mezzo punto nel 2013. Quest’anno scenderanno ancora i consumi delle famiglie, si prevede un meno 2,1%, e soprattutto gli investimenti per i quali viene stimato un crollo del 5,7%. L’unica voce a reggere sono le esportazioni con una domanda estera netta che dovrebbe far segnare un +1,2%. Mentre le importazioni continueranno a scendere con un -4,8%.

Ocse
Ancora peggiori le cifre che arrivano dall’Ocse, l’organizzazione che raggruppa 34 Paesi a economia avanzata. La previsione è che il Pil calerà di più nel 2012 (-1,7%) e continuerà a scendere anche l’anno prossimo con un flessione dello 0,4%. Per questo, sempre secondo l’Ocse, l’obiettivo del pareggio di bilancio è da rinviare almeno di un anno, al 2014. E anzi «potrebbe essere necessaria una manovra fiscale ulteriore, in considerazione della recessione prevista». Un’ipotesi che il presidente del consiglio Mario Monti dice di «non vedere all’orizzonte».



Lorenzo Salvia
23 maggio 2012 | 7:53




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San Giuliano: arrivano le condanne definitive a dieci anni dal sisma che distrusse la scuola

Corriere della sera

Confermati i 5 anni di reclusione per i costruttori della Jovine. Nel crollo delle elementari morirono 27 bambini e una maestra


MILANO - La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a cinque anni di reclusione ciascuno nei confronti dei quattro imputati nel processo per il crollo della scuola Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia, avvenuto a seguito del terremoto del 31 ottobre 2002, in cui morirono 27 bambini e una maestra.

IL PRIMO RICORSO - La terza sezione della Suprema Corte ha rigettato i ricorsi presentati contro la sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Salerno il 26 febbraio 2009 a carico di Giuseppe La Serra, progettista della sopraelevazione della scuola (il secondo piano era stato realizzato in un secondo momento), Mario Marinaro, capo ufficio tecnico comunale e i costruttori Carmine Abiuso e Giovanni Martino. La Cassazione si era già occupata del caso nel gennaio 2010, quando, pur confermando la responsabilità degli imputati, aveva reinviato gli atti alla Corte d'Appello di Salerno per una rideterminazione delle pene: La Serra e Marinaro, infatti, nel primo processo d'appello (dopo l'assoluzione in primo grado) erano stati condannati a sei anni e dieci mesi, mentre Martino e Abiuso a cinque anni. La riduzione della pena stabilita dai giudici salernitani è stata quindi confermata.

NIENTE INTERDIZIONE - Già definitiva era invece la condanna a due anni e undici mesi di carcere per l'ex sindaco di San Giuliano di Puglia, Antonio Borrelli, che nella tragedia perse una figlia. I giudici della Cassazione con la loro pronuncia di mercoledì hanno eliminato la pena accessoria per gli imputati dell'interdizione dai pubblici uffici.

IL SISMA - Alle 11.33 del 31 ottobre 2002 il Molise fu scosso da un terremoto di magnitudo 5.9. L'epicentro fu localizzato proprio vicino a San Giuliano dove, però, un solo edificio crollò completamente: proprio la scuola elementare Jovine.


Redazione Online23 maggio 2012 | 11:38



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Condannato medico che fece trovare Bin Laden

Corriere della sera

Giudici: 33 anni per «tradimento». Organizzò falsa campagna di vaccinazione ad Abbottabad per raccogliere informazioni



MILANO - Un medico pachistano accusato di aver aiutato la Cia a individuare Bin Laden è stato condannato a 33 anni di carcere da un tribunale tribale. Formalmente l'uomo, Shakeel Afridi, è accusato di aver organizzato una falsa campagna di vaccinazione ad Abbottabad, la città dove si rifugiava il leader di al Qaida. La condanna è stata decisa dal tribunale tribale di Khyber. I tribunali tribali sono competenti per l'amministrazione della giustizia nelle regioni semiautonome del Paksitan ma il loro giudizio è valido solo in prima istanza. Tutti i ricorsi in appello vengono poi vagliati dalla giustizia ordinaria.

LA CONDANNA - La condanna a 33 anni è stata decisa «per tradimento» e l'uomo, ha detto un portavoce dell'amministrazione locale, è stato tradotto «nella prigione centrale di Peshawar». Osama Bin Laden venne individuato e ucciso da un raid americano il 2 maggio del 2011. IL raid non venne preventivamente comunicato alle autorità pachistane e questa «violazione della sovranità di Islambad» ha innescato forti tensioni tra Pakistan e Stati Uniti. Il dottor Shakeel Afridi, che lavora per il governo, era stata licenziato due mesi fa dal suo posto di lavoro. Oltre ai 33 anni di carcere è stato condannato a pagare una multa di 320mila rupie (circa 2700 euro).

DIPLOMAZIA - Il caso Afridi a queto punto rischia di complicare ulteriormente i rapporti con gli Usa. Sulla sua vicenda era intervenuto il ministro della difesa Usa Leon Panetta, che aveva detto in un'intervista televisiva: «Non ha commesso alcun atto di tradimento... penso che sia un grave errore processarlo: lui ha dato un contributo nella lotta al terrorismo».


23 maggio 2012 | 15:04



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Cucchi si ruppe la schiena nove anni fa»

Corriere della sera


Un referto del Pertini scagiona in parte la polizia penitenziaria: la frattura chiave del processo risale al 25 agosto del 2003



ROMA - Clamorosa svolta nel processo per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009, sei giorni dopo l'arresto per droga: la frattura alla vertebra L3, che secondo la famiglia sarebbe stata il frutto del pestaggio subito dal giovane nel corridoio delle celle di sicurezza del tribunale, risalirebbe a nove anni fa. Lo rivela il referto del Pertini depositato in corte d'assise dalla procura: il 25 agosto 2003 il geometra si era presentato al pronto soccorso dell'ospedale di via dei Monti Tiburtini «per un'asserita caduta accidentale da scale in seguito all'assunzione di bevande alcoliche».

LE DUE FRATTURE - Al Pertini Cucchi fu sottoposto a una radiografia, rifiutò il ricovero e l'incidente rimase senza conseguenze. Adesso però i consulenti dei pm Vincenzo Barba e Francesca Loy hanno paragonato la lastra del 2003 e quella fatta al Fatebenefratelli pochi giorni prima della morte e sono giunti a una conclusione inattesa: la frattura più vecchia e la più recente (sempre che ci sia stata) sono perfettamente sovrapponibili. La lesione, inoltre, potrebbe risalire anche a prima del 2003. Il referto è stato inviato ai sei periti di Milano incaricati di accertare le cause della morte di Cucchi, che proprio oggi hanno dato il via ai lavori. Il referto dà ragione almeno in parte (la schiena del geometra è risultata fratturata anche in un altro punto) alla procura, che accusa tre agenti della penitenziaria di lesioni e non di omicidio preterintenzionale, come vorrebbe la famiglia.



Fulvio Fiano
23 maggio 2012 | 15:50




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Non vogliono iscrivere figli a scuole dedicate a vittime della mafia»

Corriere della sera

Il procuratore distrettuale antimafia di Lecce Cataldo Motta che coordina le indagini sull'attentato di Brindisi: «L'attentato mirava a colpire la scuola come simbolo ed ha ottenuto un effetto terroristico. I ragazzi hanno dato una lezione anche a noi tutti»

di Alfio Sciacca

Rilasciato il presunto killer
«Giornate da incubo, io innocente»



Cancellieri: «Non è escluso terrorismo»

Il ministro degli Interni riferisce alla Camera. «Non viene scartata nessuna pista e la presenza di complici»


MILANO - «Non escludiamo la pista del terrorismo». Lo ha detto il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri riferendo alla Camera sull'attentato di Brindisi che ha causato la morte di Melissa Bassi e spiegando che sono «in corso ulteriori e intense attività di indagine». «Al momento nessuna pista va esclusa» e si deve cercare «in tutte le direzioni». Poi, il ministro spiega come «si stia procedendo all'identificazione dell'uomo nel video e che non sia esclusa la presenza di complici».

EFFETTO TERRORISTICO - «Indipendentemente dall'accertamento dell'effettiva matrice, che mi auguro possa avvenire già nelle prossime ore, non vi è dubbio che l'attentato di Brindisi, per il gravissimo e diffuso allarme che ne è seguito, possa prestarsi a una lettura in chiave terroristica». E ancora: «se ancora non conosciamo il movente e la mano, sicuramente l'effetto scaturito dall'evento è stato terroristico, nel senso pieno e letterale del termine».

COLPITI GLI STUDENTI - La vicenda, dice ancora Cancellieri, «lascia sgomenti, perchè per la prima volta in Italia vengono colpiti dei giovani studenti mentre andavano a scuola, luogo simbolo in cui convivono i valori formativi della società civile. La risposta del Paese- prosegue- è stata forte, corale e unitaria». Il ministro, inoltre, sottolinea «l'altissimo esempio di valore civile e morale» degli studenti dell'istituto colpito, che si sono «ripresentati in classe senza cedere alla paura».

COLLABORAZIONE TRA PM - Poi il ministro si è soffermata sul lavoro delle procure «All'esito di un approfondimento tecnico tra i vertici delle procure interessate, quella di Brindisi e quella distrettuale di Lecce, è stata incardinata presso quest'ultima un'inchiesta per il delitto di strage con l'aggravante delle finalità terroristiche». E ancora: «i due uffici giudiziari stanno attivamente collaborando ed è stata disposta l'applicazione presso la direzione distrettuale antimafia di un magistrato della procura brindisina».

Redazione Online22 maggio 2012 | 9:57


Il killer e la prova delle telecamere
di Alfio Sciacca

Viaggio al centro della Disabilità

Corriere della sera



Persone con disabilità in fermento (leggi della protesta), persone con disabilità in movimento. In questi giorni infatti sono in itinere due iniziative che vedono due uomini in sedia a rotelle affrontare lunghi viaggi in Italia e in Europa per sensibilizzare sul tema della disabilità. Forme diverse, quelle di chi scende in piazza e quelle di chi viaggia, un unico intento: rendersi visibili, spiegarsi e spiegare al mondo che ci circonda chi siamo, cosa vogliamo e quali sono i nostri diritti. Ma queste avventure itineranti hanno realmente un senso?

Prima di entrare nel merito della riflessione, è meglio fornire qualche dettaglio in più sui due progetti. Il primo ha per protagonista Pietro Rosenwirth, triestino con disabilità motoria fondatore dell’Associazione Viaggiare per un Sogno: oltre le barriere (segui su Facebook), che in sella alla sua moto, per i prossimi due mesi, attraverserà l’Europa. E’ la terza volta che Rosenwirth, 43enne, sale in sella a Handybike, il triciclo adattato alle sue esigenze, per lanciarsi sulle strade europee. 


Quest’anno partirà il primo giugno alle 10 dal colle di San Giusto a Trieste alla volta di Genova. Proseguirà, poi, per Montecarlo, Marsiglia, Barcellona, Valencia, Madrid, Saragozza, Tolosa, Bordeaux, Poitiers, Parigi, Bruxelles, Rotterdam, Amsterdam, Amburgo, Berlino, Praga, Salisburgo, Tarvisio, Lubiana prima di rientrare a Trieste il 20 luglio. Ogni tappa sarà l’occasione per incontri e momenti formativi su tematiche sociali, sulle pari opportunità e sulla Convenzione Onu sulla disabilità.


L’altra iniziativa è portata avanti da Fabrizio Marta, in arte Rotex (leggi il suo blog) che in questi giorni sta percorrendo l’Italia, regione dopo regione, per raccontare «le storie di chi nonostante la “diversità” vive nella “normalità”». Lo scopo è quello di avvicinare e stimolare al viaggio chi ha problemi di mobilità e di porre le basi per l’abbattimento delle barriere architettoniche e culturali.

Ci vuole coraggio, e un pizzico di incoscienza, per fare tanti chilometri. Il medium è messaggio, diceva Marshall McLuhan, uno dei più grandi esperti mondiali della comunicazione. E in questo caso, Rosenwirth e Marta si trasformano nel medium, nel mezzo, per comunicare qualcosa. Prestano volontariamente la loro figura per raccontare la disabilità e i suoi problemi.

Fanno sul territorio quello che Claudio, Franco ed io stiamo facendo su inVisibili prestando le nostre penne alle storie, alle persone e ai sentimenti. Ha senso tutto ciò? Direi di sì a patto che non si resti nella stretta cerchia del mondo della disabilità. A patto che la comunicazione sia indirizzata su un doppio binario: verso chi è disabile mostrando come si possono abbattere le barriere spesso erette dal timore di fare qualcosa, e verso il mondo dei non disabili per avvicinarli all’universo della diversità.

Non è semplice rompere la barriera che separa i due mondi. Anche perché, un po’ di sana autocritica di categoria ogni tanto va fatta, troppo spesso le persone con disabilità si autorinchiudono in stretti ambiti costituiti da chi condivide gli stessi problemi. Troppo spesso si accusa il mondo esterno di essere insensibile al problema della disabilità, ma al contempo non ci si apre… non ci si mostra per quello che realmente si è. E qui l’autocritica si ferma per non dare una scusa a chi il passo verso la disabilità non lo sta facendo.

E sono proprio queste le persone che invece si vogliono coinvolgere: quelli che hanno avvertito la disabilità solo per sentito dire, e che ne hanno paura come si trema di fronte alle cose sconosciute. Sono proprio queste le persone che invito a seguire, Piero, Fabrizio e i giovani delle Paralimpiadi (leggi) che si svolgeranno a fine agosto. Per scoprire questi atleti con una marcia in più capaci di saltare, driblare (come il piccolo Francesco Messori), annullare le proprie difficoltà.

Ma forse mi sbaglio e tutto questo ha senso per pochi. A voi la parola dunque. Io resto in ascolto



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Sandro Ruotolo massacra il finto mostro di Brindisi E il popolo del web lo insulta

di -

Il braccio destro di Santoro si fa prendere dall’ansia di scoop e pubblica nome, cognome e foto della casa di un sospettato. La reazione di twitter: "È linciaggio?"


Roma - È l’anno zero di Sandro Ruotolo, cronista coi baffi. Che in poche ore inanella le seguente prodezze: dà in pasto all’opinione pubblica nome e cognome del sospettato di un crimine orribile, lo abbandona per qualche ora al linciaggio mediatico, fa da tom tom dei possibili giustizieri mettendo in rete la foto della sua abitazione.



Il giornalista Sandro Ruotolo
Il giornalista Sandro Ruotolo

Salvo poi, una volta accertata l’estraneità del suddetto sospettato, fare un’alzata di baffi. Daremo retta a Vittorio Feltri e non parleremo di «metodo Ruotolo». Però, che diamine.


Va bene: essere un giornalista d’assalto con la sindrome del numero uno nell’epoca dei social network non deve essere facile. C’è la tentazione di fare inchieste in 140 caratteri, di essere i primi a dare notizie bomba, di fare i Bolt dello scoop. Un’ansia da prestazione che può far dimenticare a un professionista esperto l’abc del giornalismo: non dare notizie senza averle prima verificate, non dare generalità di semplici sospettati, non renderli identificabili o rintracciabili, essere sempre (sempre!) garantisti.

Esattamente ciò che è accaduto a Ruotolo, 57 anni, «giornalista dal 1˚ maggio 1974» come rivendica con precisione britannica su twitter , inviato di punta di Michele Santoro dapprima in tante trasmissioni Rai e oggi a Servizio Pubblico . Ruotolo sabato scorso non appena ha saputo della bomba esplosa davanti alla scuola di Brindisi, si è fiondato nella città pugliese. A fare il suo lavoro. A raccogliere informazioni per riversarle minuto dopo minuto in un reportage a uso e consumo dei suoi 41mila follower . Per due giorni tutto bene.

Lunedì il pasticcio: sembra che gli inquirenti abbiano identificato il possibile killer ripreso dalla telecamera a circuito chiuso di un chiosco di panini mentre aziona a distanza l’ordigno e Ruotolo si arrapa. «Lo stragista aziona il telecomando con la mano sinistra. Dalla foto sembrerebbe colpito da un ictus sul lato destro», scrive. E poi: «In questura viene sentita una persona ». Poi l’inviato napoletano abbandona ogni prudenza: «Il cognome sarebbe Strada. Il sospettato si chiamerebbe Claudio. Il fratello che sarebbe in questura M.», twitta senza filtri. Qualcuno dei suoi follower lo ammonisce: «Non sarebbe meglio non divulgare troppi dettagli in questa fase? rischio linciaggio e/o scambio di persona...», scrive uno. Ma Ruotolo insiste. Aggiunge dettagli. Pennella: «Quartiere popolare. Lui mano offesa. Vive con il fratello e una signora. All’ultimo piano di un palazzo. Edilizia popolare».

Voci perplesse ma ancora educate si levano: «Per stima, ti domando ciò che si chiedono in moltissimi: non si fa danno divulgando tutto questo?», scrive una donna. E un’altra, più esplicita, si chiede: «Stiamo puntando al linciaggio? ». Niente. Ruotolo è in trance agonistica. Posta pure la fotografia del palazzo del mostro del momento. Quindi si bea: «Ho fatto vedere il volto scoperto dell’uomo che aziona il telecomando a un suo vicino di casa che era titubante: sì, può essere lui».

Tale Lalla lo fulmina: «Sei proprio un Derrick dei morti di fame». E lui: «I due fratelli Strada sono in questura». E poi: «Stanno verificando l’alibi del sospettato». Quindi il colpo di scena: «Dopo i riscontri, i sospetti tornano liberi. Non ci sono indagati per ora». Finita qui? Ma come! Dopo tanta gogna mediatica? La rete- saggiasi ribella a tanto pressapochismo. «Temo che troppo spesso a essere offesa è l’intelligenza delle persone. Stammi buono!», ironizza uno. «Poteva essere più cauto oggi... Domani chi sarà il mostro per un giorno?», butta lì un altro. E un terzo lo bacchetta: «Un minimo di errata corrige, però...».

La rete si scatena: «Ma questo non è sciacallaggio in stile b-tv?», si chiede uno. «Sinceramente non lo so quanto il problema siano i nuovi media e non invece la statura morale del noto giornalista di grande esperienza», considera un altro. «Ruotolo giornalista? Ah sì vero è iscritto all’albo», lo sbeffeggia tale Claudio . E marcoscud addirittura lo pensiona: «Io mi sono fatto un paio di conti. 2012-1974=38 anni. Se ha il riscatto della laurea ha già maturato da tempo la pensione.

 Neppure ai tempi della caduta di Ceausescu si sono viste così lampanti prove di disinformazione». E Ruotolo? Si azzittisce per parecchie ore, non twitta più nulla. Poi, nel pomeriggio inoltrato di ieri, fa un mezzo mea culpa: «Accolgo i vostri rilievi ma tutti sapevano. La mia intenzione era di raccontare i fatti. Mi dispiace di aver ferito sensibilità», ammette. Per lui briciole di solidarietà dai colleghi. «Ho difeso vfeltri quando lo hanno espulso #ordine, mi batterei anche x #ruotolo. Noto però due pesi e due misure», dice asciutto Piero Sansonetti.



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Crolla il mito del corazziere Tolto l'obbligo dell'altezza

Libero

Militari e poliziotti potranno anche non superare i 160 centimetri


Non si potrà più dire "alto come un corazziere" . Perché i corazzieri non saranno più un metro e novanta ma potranno non raggiungere i 160 centimetri. E' il crollo di un mito quello contenuto nei nuovi criteri di reclutamento che la Camera approverà con una pioggi a di sì bipartisan nelle prossime ore.



I critieri -
Come riporta il Corriere della Sera, quello che conterà non sarà più l'altezza ma la "massa corporea". Quindi, che tu voglia fare il finanziere o il vigile del fuoco, poco importa se sei un tappo. L'importante è che tu abbia una buona forza muscolare.

Il sogno della divisa - L'idea di eliminare i limiti sull'altezza è di due parlamentari sardi, Amalia Schirru del Pd e Salvatore Cicu del Pdl, che invece in quanto altezza non scherza. "Da tempo - ha affermato Cicu - ricevevo lettere con lamentele di giovani che per uno o due centimetri vedevano frustrato il sogno di indossare la divisa. Allora ho pensato che le selezioni non dovevano più avvenire in base all'altezza ma considerando l'intera struttura corporea. Come avviene negli Stati Uniti".




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