martedì 29 maggio 2012

Gli Usa pronti ad armare i droni italiani

Corrirere della sera

Obama sta per vendere i missili e le bombe a guida laser per i Reaper in dotazione all'Italia, versione avanzata dei Predator


MILANO - Anche l'Italia potrebbe presto essere in grado di individuare e uccidere i terroristi dall'alto attraverso velivoli senza pilota, come fanno da tempo gli Usa. L'amministrazione Obama vuole armare la flotta italiana di sei droni Reaper e la decisione potrebbe aprire la porta alla vendita della sofisticata tecnologia anche ad altri Paesi alleati. Lo scrive il Wall Street Journal, secondo cui la vendita farebbe dell'Italia il primo Paese, oltre alla Gran Bretagna, ad avere droni statunitensi armati con missili e bombe a guida laser.


LA DECISIONE DEL GOVERNO - L'Italia, prosegue il quotidiano statunitense citando fonti ufficiali americane, potrebbe impiegare i droni per la protezione delle proprie truppe in Afghanistan. Il quotidiano fa notare che la scelta di armare gli aerei senza pilota italiani renderà difficile negarlo ad altri alleati della Nato, e ostacolerà lo sforzo americano di frenare vendite analoghe da parte di altri Paesi, per esempio Israele. I sei droni Reaper in possesso dell'Italia sono versioni più grandi e potenti dei Predator. Per illustrare i suoi piani, ad aprile l'amministrazione ha inviato una pre-notifica riservata alla commissione congressuale preposta; l'amministrazione, prosegue il WSJ, ha dato al Congresso un periodo più lungo del solito, per esaminare la proposta di vendita (40 giorni); la scadenza era il 27 maggio e non è arrivato alcuno stop, il che - secondo fonti del Congresso- apre la strada all'accordo che potrebbe essere notificato al Congresso già in settimana. Il Congresso potrebbe ancora bloccare la vendita se venisse approvata una risoluzione congiunta, tanto alla Camera che al Senato, entro due settimane; ma le fonti giudicano la mossa improbabile. Tuttavia diversi esponenti di punta del Parlamento americano hanno espresso perplessità sul fatto che questo tipo di tecnologia segreta finisca progressivamente per diffondersi in tutto il mondo.

Redazione Online
29 maggio 2012 | 18:56

I dati choc dell'Inps: un pensionato su due con meno di mille euro

di -

In Italia 7,2 milioni di pensionati hanno un reddito inferiore ai mille euro al mese. Di questi il 17,2% prende meno di 500 euro


In Italia un pensionato su due deve tirare la fine del mese con meno di mille euro. Secondo i dati choc pubblicati oggi dall'Inps, in Italia ci sono oltre 7,2 milioni di pensionati (circa il 52,1% del totale) che hanno un reddito inferiore ai mille euro al mese.


Anziani

Secondo la relazione annuale dell'ente previdenziale, il reddito pensionistico medio è di 1.131 euro: "Se si guarda al complesso delle pensioni in essere sono sotto 1.000 euro il 77% degli assegni". Solo il 2,9% dei pensionati (poco più di 400mila persone) può, infatti, contare su più di 3mila euro al mese, mentre il 76,2% (oltre tre quarti del totale) deve fare i conti con meno di 1.500 euro. Hanno meno di 500 euro di reddito pensionistico al mese 2,39 milioni di pensionati, il 17,2% del totale. Il reddito pensionistico medio (1.131 euro) dei pensionati è superiore alla pensione media (770 euro) perchè i pensionati possono essere titolari di più trattamenti.

Come si legge nel rapporto dell’Inps, alla fine del 2011, i pensionati erano 13.941.802, 59% dei quali donne. "Le donne percepiscono il 44% del totale degli importi pensionistici mentre gli uomini che rappresentano il 41% del totale dei pensionati possono contare sul 56% dei redditi da pensione", spiega l'ente previdenziale facendo presente che il reddito pensionistico medio è di 1.131 euro in aumento del 4,33% rispetto ai 1.084 euro del 2010. L’importo medio delle pensioni è pari a 770 euro. Le pensioni previdenziali, quelle cioè che traggono origine da contribuzione, hanno un importo medio di 859 euro mentre quelle assistenziali valgono in media 399 euro.

Il valore medio delle pensioni percepite dalle donne (pari a 569 euro) è notevolmente inferiore a quello dell’assegno medio degli uomini (pari a 1.047 euro). Questo dato è dovuto, a detta dell'Inps, alla maggiore presenza femminile fra i titolari di prestazioni assistenziali  sia ai valori medi delle pensioni previdenziali, più basse per le donne che sono titolari soprattutto delle pensioni di vecchiaia mentre gli uomini sono largamente prevalenti tra i titolari delle pensioni di anzianità che hanno importi medi più alti. "Se si guarda agli importi delle pensioni quasi la metà è inferiore ai 500 euro mentre un altro 27,9% è tra i 500 e i mille euro", conclude il rapporto annuale dell'Inps.


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Scoperto in Medio Oriente super-virus informatico che ruba segreti di stato

Corriere della sera

«Flame» ha colpito i network di Iran, Arabia Saudita, Siria, Libano, Sudan, Egitto: è in azione da 5 anni


WASHINGTON (USA) - Si chiama «Flame», fiamma, ed è un super-virus informatico che ha colpito i network in diversi Paesi mediorientali. Tra questi l’Iran, l’Arabia Saudita, la Siria, il Libano, il Sudan, l’Egitto e i territori palestinesi. Un «baco» che ruba qualsiasi tipo di informazione, registra comunicazioni e dialoghi, intercetta Skype. Qualcosa - affermano gli esperti - che deve essere stato messo a punto da un apparato statale. Ossia da un servizio segreto o da una struttura militare di alto livello.

ALLARME - L’allarme è scattato dopo una segnalazione arrivata dall’Iran. La compagnia petrolifera nazionale ha denunciato problemi alla rete Internet e ai computer. Il virus - hanno specificato da Teheran - si sta impadronendo dei nostri dati. Un laboratorio russo è allora intervenuto per esaminare il caso. La risposta è stata chiara: l’attacco rappresenta una nuova fase ed è molto insidioso. «Flame» è qualcosa di più «letale» dei due virus, «Stuxnet» e «Duqu», che sono stati usati per colpire in è passato diversi impianti strategici in Iran. Per gli esperti si tratta di un «baco» tecnologicamente avanzato, difficile da scoprire. Uno strumento di sabotaggio e spionaggio. Qualcuno lo ha introdotto nel sistema informatico iraniano nel 2010 ma è stato individuato solo di recente. In realtà le prime tracce risalirebbero al 2007 (in Europa) e all’anno seguente a Dubai. Una prova evidente della sua efficacia.

E’ opinione comune che «Stuxnet» e «Flame» siano stati realizzati per condurre la guerra segreta contro l’Iran. Un piano per creare problemi alla ricerca nucleare condotta da Teheran. Infatti sembra che alcuni snodi di ricerca abbiano subito danni importanti, con un conseguente ritardo nel programma atomico. Gli iraniani, dopo aver denunciato le incursioni, hanno sostenuto di essere riusciti a parare il colpo. Ma la comparsa di «Flame» segnala che l’emergenza non è finita anche se Teheran ha annunciato di aver trovato la risposta. Chi c’è dietro il caso di cyberwar? I sospetti, in questi mesi, si sono concentrati su Israele, anche se poi la lista si è allargata ad altri Paesi (dagli Usa alla Germania) decisi a ostacolare i piani dell’Iran. E poi, visto il successo, i «bachi» si sono propagati ad altre aree come dimostra la diffusione di «Flame».



Guido Olimpio
28 maggio 2012 | 21:24





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Così è stato preso il maggiordomo» In casa dossier pronti per la consegna

Corriere della sera

Fra i destinatari prelati, cronisti e personaggi inseriti in ambienti cattolici. Denuncia per sottrazione di documenti

 


ROMA - I tasselli che avevano raccolto nelle ultime settimane sembravano combaciare alla perfezione. E così, quando sono entrati nell'appartamento di via di Porta Angelica, gli agenti della Gendarmeria vaticana sapevano esattamente dove cercare, soprattutto che cosa. Erano consapevoli del clamore che quell'irruzione avrebbe suscitato in tutto il mondo e dopo aver ottenuto il via libera delle alte gerarchie, hanno pianificato i dettagli dell'operazione. Nella consapevolezza di non poter fallire. Perché avevano già la conferma che lettere e documenti segreti erano custoditi tra quelle mura dove Paolo Gabriele vive con la moglie Manuela Citti e i tre figli. Ben prima di effettuare la perquisizione conoscevano gli atti che il maggiordomo del Papa custodiva a casa. E avevano la certezza che altre consegne stessero per essere effettuate.

I nomi dei destinatari

L'arresto è dunque servito a impedire che nuove carte riservate fossero portate all'esterno della Santa Sede e, presumibilmente, rese note. Comunque utilizzate in una guerra interna al Vaticano che ha già avuto numerose ripercussioni anche fuori da quelle mura. Misura preventiva che rappresenta soltanto una tappa in questa ricerca della verità avviata dopo la pubblicazione di carte riservate. E potrebbe non essere sufficiente a fermare ulteriori «fughe». Perché la «rete» che si è mossa all'ombra della segreteria di Stato e dell' entourage più stretto dello stesso Papa Benedetto XVI appare in parte ricostruita, però ci sono altri responsabili da individuare, altri presunti colpevoli da fermare.

Le indicazioni già raccolte dagli investigatori coordinati dal comandante Domenico Giani appaiono comunque sufficienti a comprendere quale fosse il «sistema» messo in piedi per veicolare informazioni e atti ufficiali. Su alcuni plichi c'erano infatti annotazioni che riguardano coloro che avrebbero dovuto ricevere gli incartamenti. Prelati, ma anche giornalisti e personaggi ben inseriti negli ambienti del mondo cattolico che avrebbero potuto utilizzare - ognuno con scopi diversi - i nuovi documenti trafugati all'interno degli uffici vaticani. Una catena di cui Gabriele appare soltanto un anello e neanche quello più forte. Ma è proprio per chiarire il suo ruolo che bisogna ripercorrere quanto accaduto qualche mese fa, quando nessuno sapeva che i «corvi» avevano già cominciato a volare. La vecchia segnalazione

Nei viaggi ufficiali come nella vita di tutti i giorni, nelle cerimonie ma anche durante le vacanze, Gabriele era sempre accanto al Pontefice. E proprio questa sua vicinanza può averlo trasformato in una fonte preziosa per chi - anche soltanto per riempire le cronache giornalistiche - aveva necessità di carpire un dettaglio inedito, una curiosità sulle abitudini private di Benedetto XVI. O forse qualcosa di più, come le indiscrezioni su quanto accadeva tra le alte gerarchie ecclesiastiche, retroscena sugli scontri che si sono consumati in questi mesi, informazioni anche di carattere personale su alcuni prelati. Circa sei mesi fa qualcuno aveva segnalato la eccessiva familiarità di Gabriele con persone esterne alla Chiesa. Ma in quel momento il maggiordomo godeva ancora della massima fiducia e le voci sul suo conto furono presto messe a tacere, addirittura allontanando colui che si era permesso di sospettare sulla sua assoluta fedeltà.

Quando è cominciata la pubblicazione di lettere e documenti su giornali e tv, i sospetti si sono così concentrati sulla Segreteria di Stato. L'ipotesi più accreditata assicurava che proprio da quelle stanze fossero cominciate le «fughe». I controlli, le intercettazioni i pedinamenti si sono concentrati su alcuni funzionari che rimangono sotto osservazione ma nei confronti dei quali non è stata ancora trovata una vera prova. La vera svolta è arrivata quando è stato pubblicato «Sua Santità», il libro di Gianluigi Nuzzi. E si è scoperto che alcune lettere ottenute dal giornalista non erano mai uscite dall'appartamento papale. Dunque, proprio lì bisognava cercare. Nella iniziale rosa dei sospettati sono finiti tutti, comprese le quattro Memores Domini di Comunione e Liberazione che vivono con Benedetto XVI. Ma poi è arrivata l'indicazione giusta, qualcuno parla di una «soffiata» decisiva. E l'attenzione si è concentrata su Gabriele.

Gli altri complici

La scelta di contestargli soltanto il furto e non l'attentato alla sicurezza del Pontefice fa ben comprendere come il maggiordomo sia ritenuto - almeno fino a questo momento - soltanto un esecutore di ordini. Pedina di un gioco più grande che i suoi avvocati assicurano sia disposto a svelare. Mentre c'è chi dice che abbia già cominciato a farlo. In queste ore si è parlato addirittura di una ventina di persone che avrebbero maneggiato e veicolato documenti segreti. In realtà l'indagine si concentra su quattro, cinque persone interne alla Santa Sede con ruoli e mansioni diverse.

Dieci giorni fa con un comunicato pubblicato sull' Osservatore Romano , la Santa Sede ha annunciato la presentazione di una denuncia per «sottrazione e pubblicazione di documenti che rappresenta una violazione dei diritti personali di riservatezza e di corrispondenza di Benedetto XVI, dei suoi collaboratori e dei mittenti di messaggi e fax a lui diretti». Un'iniziativa che avrebbe dovuto coinvolgere le autorità italiane attraverso il ministero della Giustizia, ma che al momento non risulta ancora intrapresa. La scelta sarebbe quella di attendere l'esito dell'indagine svolta dalla Gendarmeria in modo da poter segnalare l'elenco di tutti i cittadini italiani che si ritiene siano coinvolti nella vicenda e che dovrebbero essere eventualmente indagati dalla Procura di Roma. Non solo chi ha pubblicato le carte segrete, ma anche coloro che si sono adoperati per farle uscire oppure hanno accettato il ruolo di mediatori per le consegne. Anelli di quella catena che non appare affatto spezzata.


29 maggio 2012 | 8:02




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Terrorismo il coraggio di chiamarlo per nome

Corriere della sera

L'intervento del giuslavorista Piero Ichino sul Corriere


Caro direttore, fin dall'inizio, in primo grado, del processo contro gli appartenenti alle «nuove Brigate rosse», che si è concluso ieri con la seconda sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano, ho proposto a ciascuno degli imputati di rinunciare alla mia costituzione in giudizio contro di loro, in cambio del puro e semplice riconoscimento del mio diritto a non essere aggredito.

Ieri, durante l'ultima udienza del processo, ho ripetuto quella mia offerta di conciliazione e di dialogo. La risposta del loro leader, Alfredo Davanzo, è stata: «Questo signore - che sarei io - rappresenta il capitalismo, lui è l'esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». Dove «sbarazzarci» è evidentemente un eufemismo, mentre l'accento sinistro della frase sta tutto in quell'«eseguiremo». In ogni caso, la risposta alla mia proposta è stata chiara: «non ti riconosciamo il diritto a non essere aggredito». E la stessa minaccia ha numerosissimi destinatari, poiché di «esecutori di questo sistema» in giro per l'Italia ce ne sono evidentemente molti altri.

A questo punto qualcuno potrebbe sorprendersi che il processo si sia poi concluso con una sentenza che riconosce gli imputati colpevoli, sì, di associazione sovversiva (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis). Ma chi è addentro nelle cose della giustizia si è sorpreso un po' meno di questo esito. È plausibile, infatti, che con questa decisione la Corte d'Assise d'Appello abbia inteso conformarsi alla sentenza con cui il 2 aprile scorso la Cassazione aveva annullato la prima decisione, del 2010, della stessa Corte d'Assise, nello stesso processo, nella quale invece le finalità di terrorismo erano state riconosciute.

In sostanza, la Cassazione imputava alla Corte milanese di non avere sufficientemente individuato e dimostrato, nel comportamento di questi brigatisti, «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l'intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», oppure «la volontà di destabilizzare» o addirittura «distruggere gli assetti istituzionali del Paese». Dunque, progettare un attentato alla sede di un grande quotidiano nazionale e un agguato mirato a ferire o uccidere una persona qualsiasi, assunta quale «rappresentante del capitalismo», secondo questa nuova giurisprudenza, non è «terrorismo». Resta il problema di capire che cosa, allora, secondo la Corte di Cassazione, sia «terrorismo».

Se non è «terroristico» quel progetto dei nuovi brigatisti, ancor meno può qualificarsi come tale quello degli anarchici che a Genova hanno ferito il dirigente dell'Ansaldo di Genova Roberto Adinolfi. Questi ultimi infatti confessano di non credere nel valore politico della loro azione violenta, ma di farlo soltanto per motivi esistenziali e di auto-gratificazione: «impugnando la pistola abbiamo solo fatto un passo in più per uscire dall'alienazione»; «con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore scegliere e seguire l'obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un'idea di giustizia, il rischio di una scelta e nello stesso tempo un confluire di sensazioni piacevoli»; «non cerchiamo consenso, ma complicità». Qui c'è principalmente la soddisfazione di una qualche pulsione sadica, ma con un'esplicita rinuncia a perseguire concretamente e credibilmente effetti politici generali. Gli attentatori di Genova mostrano una piena consapevolezza della propria incapacità di «esercitare costrizione sui pubblici poteri» o, tanto meno, di «destabilizzare o addirittura distruggere gli assetti istituzionali del Paese».

Ancor meno, probabilmente, potrà ravvisarsi un siffatto intendimento politico nell'attentato di Brindisi contro un istituto scolastico, dal momento che chi l'ha compiuto non lo ha in alcun modo esplicitato: come potrebbe «destabilizzare o distruggere gli assetti istituzionali del Paese» un attentatore che neppure fa conoscere all'opinione pubblica tale suo preciso intendimento? Neppure lì, dunque, può essersi trattato di terrorismo. A ben vedere, questo è un bene per il Paese: tra le tante piaghe da curare, almeno questa del terrorismo non ce l'abbiamo più.


Pietro Ichino
29 maggio 2012 | 9:03




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Quando il lavoro viene negato ai gay

Corriere della sera

Rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti: Hanno il 30% di possibilità in meno di essere chiamati da una azienda


«Come un negro in una società razzista». Così si sentiva, tanti anni fa, Pier Paolo Pasolini. E così devono sentirsi, al di là delle ipocrisie politicamente corrette, i gay italiani oggi. Lo dice una ricerca sul campo: trovar lavoro di questi tempi è dura per tutti, ma per un giovane omosessuale la difficoltà aumenta del 30%.

I risultati del rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti, diretta da Tito Boeri, non svelano una realtà sorprendente. Un dossier dell'Agenzia dell'Unione Europea per i diritti fondamentali del 2009 diceva che il Paese più omofobo d'Europa era la Lituania, dove il Parlamento si è avventurato a votare una legge che vieta programmi tivù, libri, giornali, pubblicità, film e ogni cosa che «possa dare una rappresentazione di tipo positivo dell'omosessualità e della bisessualità».

Ma al secondo posto c'era l'Italia. E una decina di giorni fa, in occasione della Giornata internazionale contro l'omofobia, un rapporto dell'Ilga (International Lesbian and Gay Association) su 49 Paesi europei ha confermato che, tolti i Paesi dell'Est europeo come Moldavia e Russia, Azerbaijan e Ucraina e certi Paesi molto conservatori (come il Liechtenstein, il principato di Monaco e San Marino) o di cultura islamica tipo la Turchia, siamo sempre, per rispetto dei diritti omosessuali, in coda.
Si dirà: colpa delle tradizioni culturali. No. Anche la Gran Bretagna era un Paese omofobico.

Basti ricordare che sono stati necessari 55 anni perché Gordon Brown chiedesse scusa alla memoria di Alan Turing, il matematico che, come ricorda Piergiorgio Odifreddi, era così strambo da legare con la catena al termosifone la sua tazza del tè ma fu determinante nella guerra a Hitler grazie alla sua capacità di scoprire il «codice enigma» nazista, cosa che non lo salvò dalle vessazioni omofobiche che l'avrebbero spinto a uccidersi: «A nome del governo britannico e di quanti vivono liberamente grazie al lavoro di Alan, sono fiero di dire: perdonaci». Per non dire del secolo trascorso prima che a Westminster fosse collocata una targa a Oscar Wilde, condannato al carcere per atti osceni e sodomia.


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Era spietato con gli omosessuali, il Regno Unito. E anche lì si regolarono per secoli come in Italia, dove certi statuti comunali come quello di Treviso stabilivano pene feroci per i «sodomiti»: «Il maschio privo di ogni vestito, in piazza, impalato e con il membro infilzato, rimanga lì tutto il giorno e tutta la notte. Venga arso vivo il giorno seguente fuori dalle mura...» Lì, però, le cose sono cambiate. E il dossier Ilga riconosce all'Inghilterra (21 punti) di essere il Paese meno razzista nei confronti dei gay davanti a Germania e Spagna (20 ciascuno), Svezia (18), Belgio (17).

Noi, staccatissimi, siamo a 2,5: «Sotto Andorra e Lituania e appena al di sopra di Estonia, Grecia, Kossovo e Polonia». «Nel tuo lavoro attuale, è mai successo che una persona con cui lavori (capi, colleghi, sottoposti, clienti / utenti / committenti) sia stata discriminata e/o trattata ingiustamente perché è LGBT oppure sembra LGBT», cioè gay, lesbica o transessuale? Alla domanda del sociologo Raffaele Lelleri, per l'inchiesta presentata in questi giorni «Lavoro e minoranze sessuali in Italia: il punto di vista della popolazione generale», l'enorme maggioranza (l'83%) degli eterosessuali risponde di no: mai sentito.

Eppure pochi giorni fa l'Istat spiegava che «omosessuali e bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola e all'università, così come al lavoro, più degli eterosessuali: il 40,3% dichiara di essere stato discriminato contro il 27,9% degli eterosessuali. Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite nella ricerca di una casa, nei rapporti con i vicini, nell'accesso a servizi sanitari oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto».

Il rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti taglia la testa al toro: la discriminazione c'è. Pesante. Eleonora Patacchini, Giuseppe Ragusa e Yves Zenou, autori de «Dimensioni inesplorate della discriminazione in Europa: religione, omosessualità e aspetto fisico», studio che sarà presentato il 9 giugno prossimo a Trani, hanno inviato nel periodo gennaio-febbraio 2012 a centinaia di aziende che offrivano lavoro a Milano e a Roma attraverso i siti web Monster e Job Rapido, 2.320 curricula fittizi. Sette profili professionali: impiegato amministrativo, impiegato contabile, operatore di call center, receptionist, addetto alle vendite, segretario e commesso.

«A differenza del sesso di una persona - spiegano gli autori dell'indagine - le preferenze sessuali non sono una caratteristica di facile e diretta osservazione. Così, per distinguere i candidati con una presunta "identità omosessuale", ad alcuni dei curricula è stato inserito uno stage lavorativo presso note associazioni di difesa e patrocinio dei diritti delle persone omosessuali (quali, ad esempio, ArciGay, ArciLesbica, etc.). Al resto dei candidati è stato invece associato uno stage presso un'associazione culturale generica o in azienda».

Di più: «Per valutare l'impatto dell'aspetto fisico, a ogni curriculum è stata associata la fotografia di un ipotetico candidato (di età appropriata rispetto alla durata dell'esperienza lavorativa e degli studi dichiarati), che era stata preventivamente valutata in termini di "bellezza"». Risultato? Per quanto riguarda la bellezza, nelle assunzioni delle donne pesa. Molto più che per gli uomini. Ma i numeri più interessanti sono sulle preferenze affettive. «Se confrontati con i maschi eterosessuali, gli uomini omosessuali hanno il 30% in meno di probabilità di essere richiamati per un colloquio.

Le donne eterosessuali e omosessuali, invece, non mostrano significative differenze nei tassi di richiamata. L'effetto penalizzante individuato per gli uomini è mitigato dal fatto di avere curricula "migliori" (più qualificati)? Niente affatto. È anzi vero il contrario: l'effetto negativo di un'identità omosessuale è addirittura più forte nel caso di persone con profili professionali più qualificati». E torniamo a quanto diceva Pasolini nel suo paragone fra omosessuali e neri: passi per assumere un «negro» per i lavori bassi. Ma assumerne uno così in gamba da avere sogni e ambizioni...


Gian Antonio Stella
29 maggio 2012 | 8:10

Berlusconi morto. Ma è un'opera d' arte

Corriere della sera


E' «Il sogno degli italiani», una statua di silicone dentro una teca trasparente. E' esposto a un passo da Palazzo Chigi




Il volto di Berlusconi Il volto di Berlusconi

ROMA - Gli occhi chiusi, il sorriso sulle labbra, il capo poggiato su un cuscino di raso: forse morto, forse addormentato. Ma sorridente, chiuso in una teca di vetro. Una statua a un passo da Palazzo Chigi Berlusconi forse l'ha sempre sognata, ma certo non poteva immaginarla così. Si chiama «Il sogno degli italiani» (riferimento dichiarato alla frase usata dall'ex premier al telefono con le amiche), e l'hanno realizzata Antonio Garullo e Mario Ottocento, coppia artistica e non solo: i due sono stati la prima coppia gay a sposarsi nel 2002 ad Amsterdam. La si può visitare a Palazzo Ferrajoli, poche centinaia di metri da Palazzo Chigi, appunto. Scelta, ovviamente, non casuale.

Arte e politica Arte e politica    Arte e politica    Arte e politica    Arte e politica    Arte e politica

IL CAVALIE
RE ADDORMENTATO - Il Berlusconi di silicone sta disteso dentro una teca di vetro, su un tappeto di velluto, come fosse un papa o un santo o un lider maximo. O, anche, la Bella addormentata della favola. La mano destra poggiata sul libro fatto recapitare celebrativo di qualche anno fa Una storia italiana, la sinistra dentro i pantaloni slacciati. Doppiopetto blu d'ordinanza, ma babbucce di Topolino ai piedi.

CONSERVAZIONE - «Abbiamo pensato Berlusconi , il suo corpo, l’idea stessa che noi tutti spettatori ci siamo fatti in questi anni del leader italiano, chiuso in una teca riservata nella tradizione cristiana alla conservazione dei corpi dei santi, ma anche da una prospettiva laica alla conservazione dei corpi dei potenti e degli eroi (dalla mummia di Mazzini a quelle di Mao e Lenin) per sottolineare il culto della personalità di cui egli è stato e forse sarà oggetto negli anni a venire. E allo stesso modo porre un diaframma tra la realtà contingente e il giudizio storico. Se gli italiani sono in ultima analisi “Un popolo di santi, di poeti,di navigatori..” allora l’arcitaliano Silvio ne costituisce degno simulacro», scrivono i due autori nella presentazione dell'installazione. Chissà se Berlusconi avrà tempo e voglia (resterà esposta fino al 30 maggio) di andarla a vedere. Certo, vedendo i sondaggi più recenti che danno il Pdl in caduta libera, vorrà credere anche lui che sia solo un brutto sogno.


Stefania Ulivi
28 maggio 2012 | 23:06



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Brindisi, il video del presunto attentatore

Corriere della sera

L'uomo sembra azionare un telecomando e poi lo scoppio
Immagini di SkyTg24: l'uomo aziona un telecomando e poi lo scoppio

28 maggio 2012

Il Messaggero


ROMA - Quando Anna Longhi, romana, attrice caratterista nel cinema e in tv, il 13 maggio dello scorso anno se n’è andata, Gigi Proietti, sul Messaggero, l’ha ricordata così: «Sfido qualcuno a trovare chi non abbia avuto voglia di dare un morso al panozzo che Anna, la buzzicona, divora di gusto con suo marito, Alberto Sordi, alla fine delle Vacanze intelligenti, episodio del film Dove vai in vacanza del 1978. Seduti per terra, disgustati dagli snob e dagli intellettuali fra i quali annegano i figli, i due celebrano il rito di Trimalcione, la sana abbuffata alla romana in barba a quelli che muoiono di fame fra verdure lesse e gamberi al vapore». Ancora: «E proprio Sordi l’ha beatamente condannata, Anna, al ruolo della consorte troppo in carne, un vagone di simpatia capace di ogni schiettezza capitolina».





A un anno da quella scomparsa, il Teatro Vittoria ha preparato un omaggio in memoria di una figura alla quale tutti i romani sono affezionati. Domani sera, sul palcoscenico della sala di piazza Santa Maria Liberatrice, ci sarà Stefano Dradone con il suo E’ vero!, spettacolo di cui è autore e interprete. Il recital tocca, con quella di domani, le centoventi repliche, a dimostrazione dice Dragone «del gradimento che il pubblico continua a dimostrare a una donna capace di rappresentare sullo schermo il prototipo della romana di buona forchetta e buoni sentimenti». Sono due ore di viaggio, dalla comicità al dramma e viceversa, in cui, attraverso «la buzzicona», l’attore tratta «argomenti come il rispetto della donna, la solidarietà, l’ambiente, la terza età».

Continua Proietti: «Con Sordi, che la volle anche nei due film del Tassinaro, Anna la trasteverina ha fissato il personaggio, un tipo romano assoluto contro il quale puoi andare a sbattere tutti i giorni, al mercato, per la strada, in un negozio. La matrona del popolo, a Roma, è una che si fa amare. Pensiamo alla sorella di Aldo Fabrizi, la sora Lella, alle sue ricette, alle sue raccomandazioni di chioccia disinibita. Anna Longhi, più giovane di lei, ne ha ricalcato le orme. O meglio, ha accettato di perpetuare il ruolo (a Roma è una costante) della Giunone senza fronzoli, all’apparenza paciosa, un po’ indolente, che però ti sega in due con una battuta».

Longhi, nel cinema, ha fatto anche tanto altro. Ha lavorato con Mike Newell e Anthony Minghella, con Lina Wertmuller, Pupi Avati, Vincenzo Salemme. Roma però la ricorda Proietti ha ragione come «buzzicona», termine che nell’Urbe è più tenero che offensivo, seduta su una sedia troppo alta per le sue gambotte e scambiata, alla Biennale d’Arte di Venezia, per una scultura contemporanea. La ricorda con la famosa mezza pagnotta in mano, accanto a Sordi, mentre si risarcisce di eleganti digiuni patiti per sembrare alla moda. I romani adorano la mamma, che nel fondo, senza saperlo, associano a Cibele dalle grandi cosce e dalle cento mammelle, mutatis mutandis all’abbondante Anna che l’ha incarnata, metaforicamente e non.

Proprio interpretando la sora Lella nel film Una milanese a Roma, scritto e diretto da Diego Febbraro, Longhi ripercorse tutti gli itinerari della mitica sorella di Fabrizi, il mercato di Campo de’ Fiori, piazza della Cancelleria, via Aurelio Saffi a Trastevere, fino al famoso ristorante dell’Isola Tiberina. «La Sora Lella stava bene - scherzava - recito anch’io, ma a me me pagano poco. Comunque so’ felice, la sora Lella la conoscevo bene, una signora. Te diceva tutto in faccia come fanno le romane pure. Cucinava alla grande, coda alla vaccinara, matriciana e pasta e patate. E che crostatine...».
«Buzzico’, ce mancherai», conclude Proietti.
Lunedì 28 Maggio 2012 - 15:02
Ultimo aggiornamento: 16:10




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