venerdì 1 giugno 2012

Il saluto di Benedetto XVI: «Milano crocevia di culture»

Corriere della sera

Il Pontefice accolto da migliaia di persone in piazza Duomo. Pisapia: «Tutela per tutte le realtà famigliari»


MILANO - Papa Benedetto XVI, accompagnato a sorpresa dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, è arrivato a Milano per la visita pastorale e il VII Incontro Mondiale delle Famiglie. La presenza del card. Bertone ha suscitato un certo stupore, in quanto di norma il Segretario Stato non segue il Pontefice durante le trasferte in Italia. Alcuni commentatori hanno interpretato la cosa come un ulteriore attestato di fiducia da parte di Benedetto XVI al suo collaboratore. La sala stampa della Santa sede ha però precisato che la partecipazione «era prevista nel programma ufficiale del viaggio del Papa a Milano, preparato già da moltissimo tempo», perché questa visita, dato che è inserita nell'Incontro Mondiale delle famiglie, «ha carattere internazionale». L'Airbus A319 CJ dell'Aeronautica Militare, messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio, è partito dall'aeroporto militare di Ciampino alle 16.20 ed è atterrato poco dopo le 17 all'aeroporto di Linate. L’autovettura panoramica si è quindi avviata per viale Forlanini verso piazza Duomo. A bordo del mezzo, accanto al Papa, l’arcivescovo milanese Angelo Scola e padre Georg Gaenswein, il segretario del Pontefice.


L'accoglienza in piazza Duomo L'accoglienza in piazza Duomo L'accoglienza in piazza Duomo L'accoglienza in piazza Duomo L'accoglienza in piazza Duomo L'accoglienza in piazza Duomo



Colpo di vento, Pisapia in soccorso di Benedetto XVI Colpo di vento, Pisapia in soccorso di Benedetto XVI Colpo di vento, Pisapia in soccorso di Benedetto XVI Colpo di vento, Pisapia in soccorso di Benedetto XVI Colpo di vento, Pisapia in soccorso di Benedetto XVI



L'attesa in piazza Duomo L'attesa in piazza Duomo L'attesa in piazza Duomo L'attesa in piazza Duomo L'attesa in piazza Duomo L'attesa in piazza Duomo



L'ATTERRAGGIO - Nella piazzola degli elicotteri del Forlanini hanno accolto il Papa il ministro per la cooperazione internazionale Andrea Riccardi e una delazione di altre 13 persone, composta da autorità civili e religiose rappresentative della città. Oltre ai cardinali Angelo Scola e Dionigi Tettamanzi, l'arcivescovo di Milano e il suo predecessore, lo hanno atteso il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e tutte le autorità civili ed ecclesiastiche.

L'arrivo a Linate L'arrivo a Linate L'arrivo a Linate L'arrivo a Linate L'arrivo a Linate L'arrivo a Linate



PISAPIA E LE FAMIGLIE - Poco prima delle 18 una folla festante ha accolto Papa Benedetto XVI arrivato, a bordo della Papamobile, in piazza del Duomo. Il Pontefice ha attraversato le strade principali tra due ali di folla e poi ha percorso tutta la piazza tra lo sventolio di fazzoletti bianchi. Poi il discorso di accoglienza, affidato al sindaco di Milano Giuliano Pisapia. «Da qui, da Milano che grazie a lei è al centro del mondo può partire un messaggio forte per la tutela della realtà familiare», ha detto il sindaco. «Voglio da qui lanciare un messaggio di speranza: lavoreremo insieme perché nessuno si senta più solo», ha detto (leggi il testo integrale del discorso).


«CROCEVIA DI CULTURE» - Il Papa ha poi preso la parola per il suo discorso di saluto. «Sono molto lieto di essere oggi in mezzo a voi e ringrazio Dio, che mi offre l'opportunità di visitare la vostra illustre città», ha esordito il Pontefice. «Il mio primo incontro con i milanesi avviene in questa piazza del Duomo, cuore di Milano, dove sorge l'imponente monumento simbolo della città. Con la sua selva di guglie esso invita a guardare in alto, a Dio. Proprio tale slancio verso il cielo ha sempre caratterizzato Milano e le ha permesso nel tempo di rispondere con frutto alla sua vocazione: essere un crocevia - Mediolanum - di popoli e di culture». In fondo alla piazza le parole del Papa arrivano attutite: l'impianto audio non era ottimale, e i pellegrini stentavano a capire le parole.




Benedetto XVI ha voluto ringraziare oggi la Diocesi di Milano per quanto «ha fatto e continua a fare per andare incontro concretamente alle necessità delle famiglie più colpite dalla crisi economico-finanziaria, e per essersi attivata subito, assieme all'intera Chiesa e società civile in Italia, per soccorrere le popolazioni terremotate dell'Emilia Romagna, che sono nel nostro cuore e nella nostra preghiera e per le quali invito, ancora una volta, ad una generosa solidarietà» (leggi il testo integrale del discorso).

LA MADONNINA - Concludendo il suo discorso, il Papa ha affidato i fedeli in piazza Duomo «alla protezione della Vergine Maria, che dalla guglia più alta del Duomo maternamente veglia giorno e notte su questa città. A tutti voi, che stringo in un grande abbraccio, dono la mia affettuosa benedizione». La Madonnina, simbolo della città, è stata «vestita» a festa: dall'alto della cattedrale sventola la bandiera del Vaticano insieme al tricolore. Migliaia di fedeli all'interno del un perimetro di transenne che dal sagrato, dove è stato piazzato lo scranno di Benedetto XVI, arrivano fino alla metà della piazza. Decine le bandiere agitate dai fedeli, da quella brasiliana a quella inglese, i cartelli, gli striscioni. Tantissimi i giovani e i giovanissimi. Dagli altoparlanti, durante l'attesa, sono state trasmesse le parole di Giovanni Paolo in un video che mostra la sua visita nel 1984. Sulle note di «O mia bela Madonina» il saluto finale della piazza, dopo un discorso segnato da continui applausi. Benedetto XVI, direttamente dal palco allestito davanti la Cattedrale, è salito sulla Papamobile, diretto verso la Scala, dove ha assistito al concerto in suo onore.





MISURE DI SICUREZZA - In piazza Duomo e nei dintorni, misure di sicurezza applicate fin dal primo mattino, cestini dei rifiuti rimossi e buche delle lettere sigillate. Sgomberati gli uffici del Comune che affacciano sulla piazza. In base alle disposizioni delle autorità di pubblica sicurezza, la fermata Duomo della metropolitana (linee 1 e 3) è stata chiusa per tutto il pomeriggio, dalle 16 fino alle 19 circa. Dalle 15.30 alle 18.30 chiuse le principali vie di accesso all'aeroporto di Milano Linate. In via San Clemente, vicino all'arcivescovado, gli artificieri hanno controllato e aperto con una piccola carica esplosiva un'auto rubata. Impiegati venerdì 1.550 vigili, 1.250 sabato e 1.200 domenica fra vigili urbani, poliziotti, carabinieri, tiratori scelti (300), Protezione civile e volontari: saranno 12mila le persone che vigileranno sulla visita del Papa, coordinati dalla prefettura. Per conoscere in tempo reale l’evoluzione della situazione della viabilità in città, consultare i siti Internet www.atm.it, www.comune.milano.it e www.prefettura.it/milano, dove è anche possibile avere tutte le informazioni per raggiungere l’aeroporto di Bresso domenica. Per quanto riguarda l’organizzazione: www.family2012.com.

Giovanna Maria Fagnani e Redazione Milano online1 giugno 2012 | 21:08

Compie 40 anni la foto simbolo della guerra in Vietnam e la «napalm girl» ora si racconta

Corriere della sera


Kim è la protagonista del celebre scatto di Nick Ut che ha vinto il Pulitzer ed è diventato un emblema del pacifismo



Il celebre scatto di UtIl celebre scatto di Ut

MILANO - «Ho passato la vita a cercare di scappare da quella bambina della foto, ma sembrava che quello scatto mi perseguitasse»: così parla Kim Phuc, che per la maggior parte dell’umanità è rimasta la bambina nuda della foto.

QUARANTA ANNI FA - Era l’8 giugno 1972 quando un aereo militare sud-vietnamita, che stava compiendo un raid a caccia di vietcong, sganciò il suo mortale carico di bombe al napalm sulla popolazione del piccolo villaggio di Trang Brang. In un attimo avvenne il finimondo: la terra tremò e subito dopo calore e fiamme avvolsero tutto ciò che incontrarono. Si trattò di un errore, infatti di vietcong non c’era nemmeno l’ombra, ma l’effetto fu devastante. Il fotografo Huynh Cong «Nick» Ut si trovava lungo la Route 1, quando vide arrivare i superstiti del bombardamento: la piccola Kim si era strappata i vestiti in fiamme e completamente nuda stava fuggendo e gridando «Brucia, brucia». Il reporter scattò numerose foto, tra le quali quella che gli consentì di vincere il Premio Pulitzer. «Piansi quando vidi quella bimba correre», spiega oggi Nick Ut, che trasportò subito i bimbi della foto nel più vicino ospedale e si assicurò che venissero curati. «Non avrei potuto accettare la morte di quella creatura innocente», ribadisce Ut, che nella guerra del Vietnam perse un fratello.


LE DUE FOTO SIMBOLO E HORST FAAS Non appena Nick Ut fece sviluppare la foto si capì che poteva diventare un simbolo fortissimo delle atrocità che stavano avvenendo in nome di quella guerra. Ma molti pensarono che la nudità della bambina sarebbe stato motivo di censura in quei tempi. Fu grazie a Horst Faas che venne pubblicata, divenendo ben presto un’icona del pacifismo americano, insieme all’immagine di Eddie Adams del generale vietnamita che uccide un prigioniero vietcong. Faas, che è morto recentemente, fu un grande fotografo dell’Associated Press, due volte premio Pulitzer, e in quegli anni capo dei fotografi di AP. Fu proprio lui a prendere la controversa decisione di diffondere entrambe le foto simbolo del Vietnam e con il tempo arruolò un gran numero di giovani e bravi fotografi, anche vietnamiti, regalando a Associated Press la fama di essere l’agenzia che offriva le fotografie migliori dal Vietnam.


Kim con il reporter  Chris Wain Kim con il reporter Chris Wain

DOPO LA FOTO Furono necessari 17 interventi e 13 mesi perché Kim Phuc fosse dimessa dall’ospedale. E per fortuna il suo visino di bimba non aveva subito alcuna ustione. La bambina che correva vide la foto, ma non sapeva ancora che le avrebbe cambiato la vita. Desiderava solo tornare alla normalità e da grande fare il medico. Tra lei e Ut si creò un forte legame e il fotografo iniziò a considerarla come una figlia. La aiutava e la andava spesso a trovare in quegli anni, incoraggiandola negli studi in cui Kim Phuc dimostrava grande impegno. Ma quella foto iniziò a perseguitarla dal momento i cui, nel 1975, le forze comuniste conquistarono il controllo del Vietnam del Sud. «Mi tenevano gli occhi addosso e mi controllavano», spiega Kim, raccontando anche che continuò a stare male per lungo tempo in seguito a quell’esplosione. «Per loro io ero la napalm girl ed ero comunque scomoda». Alla fine fu costretta a lasciare il college e a tornare nel suo villaggio, anche perché il governo nord vietnamita la trasformò in un emblema della resistenza vietnamita, rendendola suo malgrado una persona anormale. Da lì in poi, sotto il regime, la sua vita divenne un incubo e lei si sentì vittima due volte di quella guerra. A un certo punto però qualcosa cambiò e quella foto iniziò a diventare un’opportunità per lei. Il primo ministro del Vietnam ne fu turbato, la cercò e la aiutò a trasferirsi a Cuba per continuare gli studi.


IL PASSAPORTO PER LA LIBERTA’ Tutto iniziò a funzionare, ma la vita di quell’ex bambina era ancora lontana dalla normalità. Continuava a essere monitorata e non era mai sola, tanto che nemmeno il suo grande amico Ut aveva modo di vederla mai in privato. Un giorno si innamorò, si sposò e fece il viaggio di nozze. Come tante ragazze normali. La coppia trascorse la luna di miele a Mosca e nel volo di ritorno verso Cuba i due neo-coniugi decisero si scappare: «Riuscimmo a scendere in Canada. Per la prima volta dopo le bombe al napalm e quella foto agghiacciante ero di nuovo libera».

UN’ALTRA VITA - Oggi Kim Phuc vive in Canada, è moglie e madre, e ha chiamato uno dei due figli Huan, Speranza. Dopo aver sposato il connazionale Bui Huy Toan è diventata cittadina canadese nel 1996. Nel 1997 è stata nominata ambasciatrice dell'Unesco e due anni dopo è stata pubblicata la sua biografia. Oggi in occasione del triste compleanno della foto Kim Phuc torna a parlare di sé e del desiderio di normalità che ha attraversato la sua vita. Anche se oggi ha capito che l’autore di quella foto le ha salvato la vita e che quello scatto che racconta l’orrore del Vietnam è stato una condanna, ma anche un’opportunità.



Emanuela Di Pasqua
1 giugno 2012 | 15:04




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Trapattoni perde le staffe: «Ho solo scelto un giocatore al posto di un altro»

Corriere della sera

A suscitare critiche è stata l'esclusione di Foley in favore di McShane


Giovanni Trapattoni Giovanni Trapattoni

MILANO - «Vi ho già spiegato perché ho scelto un giocatore al posto di un altro, non voglio più parlarne. Basta». Ancora una volta Giovanni Trapattoni perde la pazienza. Mentre l'Irlanda continua la sua preparazione in Toscana, a Borgo a Buggiano, le scelte dell'ex ct azzurro fanno discutere a Dublino. Sul tavolo l'esclusione di Foley a favore di McShane, col primo che non l'ha presa benissimo, al punto da dire di sentirsi «umiliato» da Trapattoni. «Anch'io mi sento umiliato - replica il tecnico italiano - Ma vi chiedo: McShane è irlandese o straniero? Ho convocato un altro giocatore irlandese, non vedo qual è il problema. Ho chiamato un difensore al posto di un altro».

INFASTIDITO - Foley ha anche detto che finchè ci sarà il Trap lui non vestirà più la maglia dell'Irlanda. «Lui sa come la penso, lasciamolo in pace e poi deciderà quello che vuole fare», taglia corto il ct dei Verdi, infastidito anche dalle critiche relative al fatto che da subito abbia deciso di affidarsi a un gruppo ristretto: i 23 convocati più cinque riserve. «A 50 km da qui c'è un'altra nazionale, partita con 32 giocatori e nove sono andati a casa - replica Trapattoni riferendosi all'Italia di Prandelli - Siamo professionisti, non siamo idioti. Mandarne a casa uno o quattro è lo stesso, chi resta fuori ci sta male». Confermati, infine, i recuperi di Given e ÒShea: «saranno titolari nell'ultimo test e quella sarà al 90% la squadra che debutterà agli Europei». I Verdi debutteranno a Euro2012 il 10 giugno contro la Croazia, poi le gare con Spagna e Italia.


GESTO SCARAMANTICO - Spazio anche per un gesto scaramantico. «Il secondo posto nel girone? Magari, ma aspettate che mi giro e faccio un gesto scaramantico» è stato il commento nella zona mista dello stadio di Borgo a Buggiano mentre parla con la stampa italiana e irlandese, alternando frasi in inglese e simpatiche espressioni in italiano. E proprio con i giornalisti irlandesi si è lasciato sfuggire un «cazzarola», («tanto si capisce anche all'estero»), dopo l'ennesima domanda sul ritorno a casa del difensore Kevin Foley, dopo il test in amichevole di martedì con una selezione di giocatori locali. Il Trap parla del ritiro della sua Irlanda, che fa base a Montecatini Terme: «Tutto ok e tutto tranquillo. I giocatori hanno avuto libertà totale e si sono anche fatti qualche birrozza». La favorita per Euro 2012?: «Ovviamente la Spagna, ma occhio anche all'Inghilterra».

Redazione Online31 maggio 2012 (modifica il 1 giugno 2012)

Gigli di Barra, Narducci impone la pubblica abiura alla camorra

Corriere del Mezzogiorno

L'assessore comunale: la condanna dei clan dovrà comparire sui manifesti ufficiali della festa a settembre



I Gigli di Barra I Gigli di Barra

NAPOLI — La Rolls Royce bianca, senza capote, fende la folla. A bordo due persone in giacca nera salutano la gente che si accalca e che fa festa. Subito dopo un uomo in camicia blu e cappellino bianco viene accerchiato da un nugolo umano. In tanti gli si avvicinano e lo baciano platealmente. Lui è Angelo Cuccaro, boss del quartiere Barra. La scena, che sembra rubata a un film di Francis Ford Coppola, si è svolta nel popoloso rione dell'area orientale a fine settembre scorso in occasione della storica Festa dei Gigli. A riprenderla un video e un servizio del giornalista Claudio Pappaianni, poi pubblicato dall'Espresso.

L’ESEMPIO STABIESE - Una scena che indignò il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e l'assessore alla legalità, già magistrato della Dda, Giuseppe Narducci. «Quanto è accaduto a Barra è vergognoso» tuonò all'epoca il primo cittadino che se la prese anche con quanti «laici o religiosi» avevano contribuito a organizzare una festa di quartiere di fatto monopolizzata dai boss. Una replica di quanto accadeva a Castellammare durante la processione di San Catello, con l'«inchino» che i portatori della statua del santo eseguivano davanti al balcone della casa del capozona. Il sindaco stabiese Bobbio è riuscito quest'anno a mettere fine alla «tradizione» ottenendo, d'accordo con il nuovo vescovo, che i portatori tirassero dritto e rinunciassero all'inchino. Un modo per ribadire che le istituzioni, civili e religiose, non possono e non devono mai accettare compromessi con le forze dell'antistato e nemmeno lasciare che le feste religiose si trasformino in occasione per sfoggiare il potere di padrini e affiliati.

VOLTARE PAGINA - De Magistris e Narducci hanno deciso che è ora di voltare pagina e che la festa barrese (di antichissime tradizioni fu importata da Nola e visse nel XVII secolo il suo momento di massimo splendore) debba essere sottratta al controllo dei clan. Così, con una decisione senza precedenti, hanno approvato una delibera e un protocollo d'intesa con la municipalità di Barra che regola in maniera dettagliatissima i permessi e l'organizzazione della festa e che tende a mettere fuori gioco camorristi e affini, con una serie di regole stringenti e soprattutto con una pubblica abiura della camorra.

SCONFESSIONE DELLA CRIMINALITA
- Il comitato organizzatore per la festa di settembre dovrà infatti inserire nel manifesto ufficiale dell'evento una pubblica sconfessione della criminalità, con queste parole: «La tradizionale festa dei Gigli di Barra è un momento di convivialità, di unione e fratellanza. Essa ripudia la camorra e ogni fenomeno di criminalità organizzata e di controllo delinquenziale del territorio di Barra, come di ogni altra zona della città di Napoli. I valori storici, civili, culturali e religiosi della festa sono incompatibili con le aspirazioni di potere e di arricchimento economico che le organizzazioni di camorra incarnano».

VALORI DA DIFENDERE - E ancora: «Essa riconosce che unici valori da difendere e valorizzare sono quelli testimoniati dalle istituzioni e dalle associazioni dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e rigetta la inaccettabile equiparazione tra vittime innocenti e persone comunque uccise per mano di camorra o nell'ambito di scontri tra gruppi di camorra...Essa non permette che esponenti della camorra possano, in qualsiasi forma, strumentalizzare alcun momento che riguarda la preparazione, l'organizzazione e lo svolgimento della festa stessa».

CAPITOLO CONTRIBUTI - Ovviamente le prescrizioni non si limitano al manifesto con l'abiura, ma il comitato organizzatore dovrà fornire al comitato di controllo (ne fanno parte prefettura, assessore alla sicurezza, polizia municipale e municipalità) l'elenco degli organizzatori con i relativi casellari giudiziari e carichi pendenti, ma anche dichiarazioni che riguardano loro parenti e affini). Altro capitolo delicato: i contributi per la festa chiesti ai commercianti e ai cittadini del quartiere. Dai 500 euro in su ci sarà l'obbligo di rilasciare la ricevuta della donazione con le generalità di chi ha versato i soldi. Non saranno ammesse, né potranno essere richieste donazioni anonime. Spiega l'assessore Narducci: «Vogliamo concretamente evitare che i clan locali utilizzino la festa per rafforzare la loro presenza e il loro prestigio nell'ambito della comunità barrese».

BATTAGLIA PER LA LEGALITA - Il Comune ha coinvolto nella battaglia per la legalità anche la municipalità (presieduta da Anna Iozzino e il referente del comitato organizzatore Luigi Credo). La speranza adesso è che pure i sacerdoti di Barra firmino quel protocollo per la legalità: sarebbe un segnale importante di un'alleanza tra istituzioni laiche e religiose. Col tempo potrebbe servire a smuovere le coscienze della gente.


Roberto Russo
01 giugno 2012




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Così Roma ha accolto Fakhra, giovane pachistana sfregiata con l’acido Ma non è riuscita a salvarla

Corriere della sera

di




Fakhra Younas era una danzatrice pachistana del quartiere a luci rosse di Karachi. Nel 2000 fu sfigurata con l’acido: denunciò l’ex marito, che si è sempre detto innocente ed è stato assolto. Fakhra ha ottenuto l’asilo politico in Italia e ha scritto un libro, Il volto cancellato, con la giornalista Elena Doni, ma il 17 marzo 2012, a 33 anni, si è buttata dal sesto piano del suo appartamento di Roma. Abbiamo chiesto a Elena Doni di ricordare chi era Fakhra, un racconto che viene pubblicato contemporaneamente in tre Paesi: in Italia sul blog La 27esima Ora del Corriere della Sera, in Pakistan sul quotidiano Dawn e in una versione più breve in America, sulla rivista Women Writers, Women Books.



Quando Fakhra era capricciosa, incostante, pigra  o prepotente, per non arrabbiarmi dovevo pensare alle “divine” del primo Novecento europeo: cantanti o attrici celebrate dai poeti e adorate dal pubblico come mai più è accaduto in seguito in Italia. Perché invece, in Pakistan, Fakhra è stata una vera diva e  il suo successo ha fatto sognare milioni di ragazze povere.


Poverissima è stata anche lei, da bambina: con i suoi fratellini affamati aspettava ogni sera con ansia il ritorno della madre (l’ho conosciuta, era una donna di grande dignità) che allora guadagnava qualche soldo vendendo il proprio corpo. Quando Fakhra, poco più che adolescente, cominciò a danzare, la vita cambiò per tutta la famiglia: gli uomini buttavano banconote ai suoi piedi e non aveva ancora vent’anni quando girò il primo film da protagonista.



Ebbe ovviamente diversi amanti, un bambino bellissimo (Noman, che ora vive in Italia) e, come in tutte le favole, sposò poi un “principe”, in realtà, il figlio del governatore del Punjab, il quale immediatamente lo diseredò. Di conseguenza Fakhra e Bilal precipitarono nella povertà, lui anche nell’alcol e nella violenza. 


Fakhra fuggì nella casa della sorella, qui la raggiunse il marito, le versò in faccia l’acido che cancellò per sempre la sua bellezza e, appena fu dimessa dall’ospedale, la segregò per molti mesi in una lontana sua proprietà di campagna. Liberò Fakhra da questa prigionia Tehmina Durrani, che era stata in precedenza moglie del governatore, e la portò a Roma dove aveva amici influenti.


Fu così che Fakhra fu presentata all’allora sindaco Walter Veltroni, che la ricevette in Campidoglio, l’accompagnò nel suo studio, aprì il balcone che affaccia sul Foro Romano e, indicando la Roma moderna in lontananza, le disse: “Questa città non ti abbandonerà”.


Ha mantenuto Roma la sua promessa? Per parecchi anni avremmo potuto rispondere: sì, Roma non ha tradito Fakhra. Non solo attraverso strutture pubbliche, come la Sanità, la Onlus Smileagain, che aiuta le vittime di attacchi con l’acido e l’ha ospitata per diversi anni, il Comune che le ha permesso, quando Noman è cresciuto, di vivere insieme in un appartamentino,  la Casa delle Donne, dove abitò all’arrivo dal Pakistan e, più di recente, la Onlus CO2 che qualche giorno fa l’ha ricordata in musica.


Quando Fakhra arrivò a Roma, la cosa più urgente fu trovare un chirurgo che la curasse. La prima persona contattata rinunciò dopo averla vista, la seconda fu il professor Valerio Cervelli, il quale decise che bisognava innanzitutto restituire a Fakhra la possibilità di alzare la testa: non aveva più il mento e le sue labbra erano attaccate al petto. 


Una missione impossibile, secondo altri dottori (com’era possibile anestetizzarla se non si poteva inserirle la cannula nella gola?), ma Cervelli ci riuscì (con l’intubazione endoscopica) e, dopo alcuni giorni, Fakhra fu in grado di sollevare la testa e guardare di nuovo al bel viso di suo figlio. Dopo ci sono state altre 38 operazioni, tutte fatte da Cervelli a Roma: non le hanno restituito la bellezza, ma il suo volto, sebbene sfregiato, era un volto “normale”.


Tutte queste persone che le hanno voluto bene hanno per anni scongiurato inutilmente Fakhra di imparare a leggere e scrivere, anche in vista di un possibile lavoro. Ma non ci fu verso. Accadde così che nel 2004 la Mondadori mi propose di scrivere per lei un libro sulla sua vita. Nacque così “Il volto cancellato”: Fakhra parlava e io scrivevo, integrando la sua narrazione con racconti sulle consuetudini pachistane, tanto diverse dalle nostre. Lei ricordava e io prendevo nota: così ho imparato a conoscere questa “diva” generosa e spendacciona, spiritosa e pigra, socievole e legatissima alle tradizioni del suo Paese.


Giorno dopo giorno ho imparato a conoscerla e a capire quanto era difficile per lei accettare le nostre regole e le nostre abitudini. Un giorno eravamo insieme in automobile sul Grande Raccordo Anulare che circonda Roma. Improvvisamente lei disse “Voglio prendere la patente e comprarmi una macchina”. Mi fermai e le indicai il grande cartellone verde che indicava le direzioni, con ROMA scritto in grande. “Cosa c’è scritto?” chiesi. 


E lei, imbronciata: “Sai bene che non voglio imparare a leggere”. Quel giorno abbiamo riso insieme: ma credo che la sua incapacità di fare del nostro anche il “suo” Paese sia stata una delle cause della disperazione di Fakhra. L’ultima volta che l’ho vista, un anno e mezzo fa, non era più la ragazza che avevo conosciuto. Era molto ingrassata, fumava erba in continuazione, si accompagnava a un pachistano che davvero non avrebbe potuto integrarsi nel piccolo mondo che era stato il suo negli ultimi sette anni.


Mi rimane di lei una graziosa collana di strani sassi lisci che mi regalò quando lavoravamo al libro. Non la porto più ma spesso la riguardo con malinconia mista a rabbia per non essere, in tanti, riusciti a salvarla, e mi chiedo: “Perché?”



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Il finiano Scanderebech dorme in Parlamento. Il Fli: "Non violate la sua privacy"

Libero

Un giornalista immortala il deputato su un divanetto. In Aula il collega Di Biagio s'arrabbia: "Stava solo riflettendo, questo linciaggio favorisce l'antipolitica"




La Casta dorme in Parlamento
, il giornalista la riprende, sputtanandola. E i parlamentari che fanno? S'arrabbiano con il giornalista, accusandolo di aver violato la privacy. Visto che non è giusto generalizzare, meglio fare nome e cognome dei protagonisti di questa grottesca vicenda, riportata dal sito del Fatto Quotidiano. Il deputato Deodato Scanderebech, oggi al Fli ma con alle spalle una transumanza da Forza Italia all'Udc, dal Pdl di nuovo all'Udc e infine alla corte di Fini (e celebre per un jingle rap registrato nel 2010 insieme a Pippo Franco per sostenere la candidatura del leghista Cota alla Regione Piemonte), s'appisola su un divanetto. Un fotografo lo riprende e tanto basta a un collega futurista, Aldo Di Biagio, per levarsi in piedi in aula lo scorso 30 maggio e condannare l'atto "di straordinaria gravità". "Un giornalista ha immortalato un parlamentare mentre con gli occhi chiusi era seduto su un divano in un momento di riflessione", grave gesto di "antipolitica". "Eventi come questi - la foto, non l'appisolamento - rischiano di alimentare riflessi drammatici. Il linciaggio mediatico portato avanti da un giornalista di discussa professionalità rappresenta un elemento da condannare". E giù botte (verbali) a quegli "uomini d'informazione privi di alcuna morale"...


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Toscani: «Grillo? Cose giuste dette da nazista»

Corriere della sera

Il fotografo e creativo milanese: «Ci vuole la rivoluzione dei giovani»
di Alessandra Arachi

Gli ori di Lombardia viaggiano in metrò

Corriere della sera


A 59 giorni da Londra, omaggio ai nostri atleti: abbiamo ribattezzato con i loro nomi le stazioni




MILANO - È la Lombardia la regione italiana con il maggior numero di campioni olimpici nei Giochi estivi: 82 (su un totale di 366). Per rendere omaggio a chi è nato in Lombardia e ha contribuito a spingere in alto lo sport italiano dall'edizione del 1908 a quella del 2008, abbiamo ripreso l'idea-gioco del Comitato organizzatore dei Giochi 2012, che ha ribattezzato le fermate della metropolitana di Londra con i nomi dei più grandi campioni di tutto il mondo (per l'Italia: Mangiarotti, Nadi, Dibiasi, Mennea, Pezzo, Bettini, gli Abbagnale e Pietri). Ecco, dunque, la metro di Milano trasformata in passerella degli ori lombardi.

La storia dei «nostri» campioni olimpici comincia proprio a Londra nel 1908 con Enrico Porro, classe 1885, figlio di due varesini trapiantati a Milano, cresciuto a Porta Ticinese, oro nella lotta greco-romana, che fa sport per sfogare il proprio carattere irrequieto, dopo essere stato mandato dalla madre a fare il mozzo sulle navi in America. L'ultimo oro lombardo è quello di Roberto Cammarelle, genitori lucani, ma di Cinisello Balsamo (gli inizi nella società «Rocky Marciano), vincitore del titolo olimpico nella boxe (supermassimi) il 24 agosto 2008.

La fermata di piazza Duomo, dove convergono linea 1 e linea 3, è stata dedicata a Edoardo Mangiarotti, il più vincente degli atleti italiani, con i suoi 6 ori olimpici, distribuiti nelle edizioni dei Giochi del '36, '52, '56 e '60: nato a Renate il 7 aprile 1919, ha sempre considerato Milano la sua città. Nella lista ci sono quattro uomini dell'atletica leggera, perché una volta la Lombardia era la regione-pilota di tutto il movimento (e non lo è più): si parte dal doppio oro di Frigerio nella marcia per arrivare a quello di Brugnetti, ancora nella marcia, passando attraverso le vittorie di Luigi Beccali (1.500, nel '32 a Los Angeles) e di Alberto Cova (10.000, ancora a Los Angeles nell'84).

L'occasione è stata utile anche per integrare l'elenco con alcuni atleti non nati entro i confini regionali ma legati comunque alla Lombardia (la precisazione è per i cultori della storia olimpica, uno su tutti Aronne Anghileri, firma mitica della «Gazzetta»). Le wild card sono dunque state assegnate a Carlo Airoldi, di Origgio, classe 1869, maratoneta, che aveva tentato di prendere parte ai Giochi di Atene 1896, ma che era stato squalificato con l'accusa di professionismo; ad Adolfo Consolini, oro del disco a Londra '48, veronese di Costermano, ma milanesissimo di adozione; a Sara Simeoni, anche lei veronese (di Rivoli), prima nell'alto a Mosca '80, che aveva firmato il suo primo record del mondo a m 2,01 a Brescia (4 agosto '78). E, infine, a Maurizio Damilano, oro nella 20 km di marcia a Mosca '80, piemontese di Scarnafigi (Cuneo). Ma uno con quel cognome non può che essere il più lombardo di tutti. A sua insaputa.


Fabio Monti

29 maggio 2012
(modifica il 30 maggio 2012)




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