domenica 3 giugno 2012

Israele, trovato dopo tremila anni in una brocca il tesoro di Megiddo

La Stampa


Una collezione di gioielli che risale ai tempi della Bibbia




I punti rossi indicano gli scavi archeologici in Israele


E' tornata alla luce una collezione di gioielli appartenuta ad un’aristocratica cananea. Una brocca d’argilla risalente al periodo cananeo, recentemente scoperta nel sito archeologico dell’antica città stato di Megiddo, nascondeva un tesoro in oro e argento. Gli archeologi israeliani dell’Università di Tel Aviv hanno così scoperto uno dei più grandi reperti di preziosi mai trovato in Israele risalente ai tempi biblici.  Gli oggetti, rinvenuti in una brocca d’argilla portata alla luce durante uno scavo a Tel Megiddo, vengono fatti risalire a 3.100 anni fa, cioè all’Età del Ferro, quando il luogo era abitato da una tribù cananea. I ricercatori, riferisce il sito Israele.net che cita come fonte della notizia il giornale «Israel Hayom», avevano rinvenuto la brocca d’argilla nel 2010 mentre operavano a Tel Megiddo, nella parte meridionale della valle Jezereel (nord Israele), ma l’hanno aperta solo nel luglio 2011 ed ora, dall’esame del contenuto, è venuta l’affascinante sorpresa.

Gli studiosi esitavano ad aprire il vaso perchè era pieno di terra e temevano di danneggiare quello che ritenevano potesse essere un contenuto molto fragile. Solo nell’estate scorsa i restauratori dell’Università di Tel Aviv si risolsero a vuotare il contenuto della brocca e restarono sbalorditi nel trovarsi davanti a una notevole quantità di gioielli ben conservati. Il tesoro comprende nove grandi orecchini con incisa la figura di un pesce, tutti in oro, oltre a più di mille piccole perline d’oro, d’argento e di corniola, intrecciate a formare una splendida collana. Il ritrovamento include anche un cordino ricoperto di lino con attaccati pezzi di gioielleria in argento. Un orecchino d’oro ha la forma di un cestino che contiene la figurina di un uccellino. Otto animali muniti di corna in miniatura ricoprono la sezione esterna.

Gli scavi, diretti da David Ussishkin e Israel Finkelstein, archeologi dell’Università di Tel Aviv, e da Eric Cline, archeologo della George Washington University (Usa), durano da 20 anni. L’area in cui sono stati trovati questi reperti è diretta da Eran Aryeh dell’Israel Museum. Il fatto che i gioielli hanno un’aria egizia viene spiegato da Cline, che ricorda come «in quel periodo Megiddo era sotto l’influenza degli egizi». 

La brocca è stata trovata in un angolo di un grande cortile tappezzato di piastrelle di pietra. Sopra di essa stava un altro contenitore, presumibilmente usato per coprirla. «Probabilmente si tratta di una collezione di gioielli appartenuta a una donna aristocratica cananea del posto», ha detto Ussishkin. Fino ad oggi sono stati trovati 25 tesori di gioielli che risalgono all’Età del Ferro. La maggior parte di essi è composta da pezzi fatti in argento.

«L’importanza della nuova scoperta a Tel Megiddo consiste nell’alto contenuto di oro trovato tra i reperti - ha sottolineato Finkelstein - Inoltre, il fatto che risalga all’inizio dell’Età del Ferro ci permetterà di studiare le prime utilizzazioni dell’argento nella nostra zona e la quasi totale scomparsa di oggetti in oro che coincide con la fine dell’impero egizio nella regione cananea, verso la fine dell’Età del Bronzo».




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Disastro Air France Rio-Parigi Fu colpa del copilota

Corriere della sera

Il copilota rallentò troppo l'Airbus A330 con a bordo 228 persone. Il pilota non fece in tempo a correggere la manovra


Il recupero della coda dell'Airbus A330 dell'Air FranceIl recupero della coda dell'Airbus A330 dell'Air France

MILANO - Fu una manovra errata del copilota a causare il disastro del volo Air France AF447 da Rio de Janeiro a Parigi precipitato il 1° giugno 2009 nell'Atlantico. Il co-pilota rallentò eccessivamente la velocità dell'Airbus A330 con a bordo 228 persone, e il pilota non fece in tempo a correggere la manovra sbagliata perché il velivolo perse portanza ed entrò in stallo, avvitandosi e precipitando in mare.




IL RAPPORTO - È quanto riferisce il blog G1 della rete brasiliana O Globo, che anticipa il rapporto finale del Bureau d'Enquetes et d'Analyses (Bea) di Parigi che è stato inviato alle autorità brasiliane e che sarebbe dovuto essere reso noto il 5 luglio. Il rapporto attribuisce parte delle responsabilità anche al design e alla disposizione dei comandi nella cabina di pilotaggio che hanno ostacolato la percezione della realtà da parte di pilota e co-pilota. Il capitano si era allontanato per andare a dormire e ai comandi era rimasto solo il copilota. Nelle registrazioni della scatola nera si sente l'allarme di stallo suonare oltre 70 volte in un minuto per indicare la velocità troppo bassa. A quel punto il copilota ha erroneamente alzato il muso del jet, rallentandolo ulteriormente invece di abbassarlo per fargli acquisire velocità e riassumerne il controllo. Il comandante rientrò in cabina dopo tre minuti ma non fece in tempo a capire cosa fosse successo e compiere le misure corrette.

Redazione Online2 giugno 2012 (modifica il 3 giugno 2012)

Venere transita davanti al Sole La prossima volta sarà nel 2117

Corriere della sera

Un evento rarissimo e storico, importante per mettere a punto strumenti per la ricerca di pianeti extrasolari



MILANO - Mercoledì 6 giugno all’alba, cominciando da Trieste alle 5.17 perché si trova più ad est, e poco dopo altrove in tutta la Penisola, potremmo osservare un evento astronomico rarissimo e storico: il transito di Venere sul Sole. Lo attraverserà nella parte superiore in sei ore e 40 minuti e tutto si concluderà alle 6.34.

DALL'ITALIA - Ma noi dall’Italia potremmo vedere solo le ultime battute del fenomeno perché quando l’astro sorgerà il pianeta avrà quasi completato il suo tragitto. Più fortunata per la sua posizione sarà appunto Trieste. Ma vale comunque la pena perché è uno spettacolo celeste che, noi che leggiamo, non avremo più l’occasione di ammirare: la prossima volta succederà fra 105 anni nel 2117.

ESPLORAZIONE - Oltre la rarità, l’evento trascina con sé una lunga e affascinante storia con personaggi protagonisti della scienza e dell’esplorazione ed è per questo, tutto sommato, che conserva il suo fascino dal momento che adesso la scienza guarda al passaggio con occhi meno avidi. Anche se, in realtà, un certo interesse esiste e non è di poco conto. Non tanto per indagare Venere o il Sole ma per andare molto più lontano, verso i pianeti extrasolari.






PIANETI EXTRASOLARI
- Infatti per cercare di scoprire nuovi corpi celesti attorno ad altre stelle della galassia si cerca di misurare l’attenuazione della luce quando un pianeta transita davanti. È uno dei metodi, e forse il più interessante finora, perché è abbastanza affinato per poter cogliere la presenza di pianeti di minore taglia analoghi alla Terra. Quindi, indagare Venere che passa davanti al Sole permetterà di affinare la tecnica trasferendo la conoscenza nella ricerca extrasolare.

STORIA DELLA SCIENZA - In passato, invece, l’accanimento nell’inseguire il fenomeno mirava a rispondere a due domande: quanto è lontano il Sole e quanto è grande il sistema solare. Non erano domande da poco considerando gli strumenti dell’epoca a partire dal Seicento quando Keplero, sbagliando (in parte) i conti, per la prima volta predisse il transito. Era il 1627 e sostenne che doveva passare nel 1631. Ma in quell’anno nessuno lo vide (perché non era visibile dall’Europa), e nemmeno Keplero che era già morto l’anno precedente. Venne invece osservato, per la prima volta, otto anni dopo il 4 dicembre 1639 dal britannico Jeremiah Horrocks dalla sua abitazione vicino a Preston. Keplero aveva calcolato che il passaggio sarebbe dovuto avvenire di nuovo nel 1761: era vero, ma non aveva previsto che ce ne sarebbe stato un altro prima nel 1639.

IN COPPIA - A quel punto il fenomeno era stato ben inquadrato tanto da capire che avveniva in coppia, due volte a distanza di otto anni, per poi ripetersi ogni 120 anni circa. Il grande Edmund Halley, lo scopritore della celebre cometa che porta il suo nome, suggeriva di usarlo per calcolare la distanza del Sole. E da allora così gli astronomi fecero, avvicinandosi via via al valore esatto che va da 147 a 152 milioni di chilometri per le variazioni dell’orbita terrestre. E questo valore divenne l’unità astronomica di base usata nelle misure celesti.

LOMONOSOV E COOK - Il transito del 1761 permise a Mikhail Lomonosov di stabilire dall’Osservatorio di San Pietroburgo che Venere aveva un’atmosfera. Sarà tuttavia il 1769 l’occasione per rendere l’avvenimento popolare per due ragioni: la prima perché vennero organizzate numerose spedizioni per inseguirlo nel miglior modo possibile; la seconda è che in una di queste era protagonista il grande esploratore James Cook il quale si recherà ad Tahiti compiendo con la nave Endeavour (nome che per questa ragione venne dato all’ultimo shuttle costruito dalla Nasa) un viaggio che sembrava un’avventura quasi impossibile. Tahiti, tra l’altro, era stata scoperta l’anno prima. Cook compirà un’esplorazione scientifica di notevole importanza ma questa era, per certi aspetti, solo una copertura perché il vero obiettivo, che allora era un segreto, doveva essere la ricerca di un grande continente nell’emisfero sud che invece non esisteva. Arrivò in Nuova Zelanda e in Australia ma il mitico continente pensato come un contrappeso all’Europa nel Nord rimase un falso sogno scientifico. Il viaggio durò fino al 1771 e poi ne compì altri due ma nel terzo, alle Hawaii, finì accoltellato dagli indigeni durante uno scontro per un furto di scialuppe.

DALLO SPAZIO - Nella notte tra martedì e mercoledì il transito sarà osservato anche dallo spazio con i potenti occhi del Solar Dynamics Observatory della Nasa ma anche con il telescopio spaziale Hubble che lo seguirà puntato verso la Luna che farà da specchio. In Italia si mobiliteranno gli osservatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Trieste, Bologna, Padova, Palermo e Catania. Inoltre gli astronomi europei riuniti nel progetto Gloria trasmetteranno in diretta sul loro sito le fasi dell’evento visto da tre postazioni diverse: Australia, Giappone, Norvegia. E altrettanto si potrà fare sui siti italiani: da quello dell’Inaf a quello dell’Unione astrofili italiani.


Giovanni Caprara
2 giugno 2012
(modifica il 3 giugno 2012)




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Incurabili, l'affresco della farmacia torna al suo posto dopo oltre trent'anni

Corriere del Mezzogiorno

L'opera di Pietro Bardellino è tornata finalmente nella sua collocazione originaria, il cielo della grande sala dove si riunivano i sapienti del tempo col busto del fondatore


NAPOLI - «Le ferite guarite dell'Ospedale del Reame»: recitava così l'invito alla presentazione del restauro di un'importante tela del Settecento nel complesso monumentale degli Incurabili. E in effetti si è trattato davvero di una notevole opera di «risanamento», perché a essere letteralmente «tirato su» (e rimesso a posto), è stato il grande dipinto che tre decenni addietro fu staccato dal soffitto (minato da infiltrazioni d'acqua) e appoggiato su un lato della splendida sala di rappresentanza della Farmacia storica.

UNA FERITA GUARITA - Una vera e propria ferita che sintetizzava tutte quelle inferte negli ultimi decenni al nosocomio-gioiello costruito dalla beata Maria Longo agli albori del Cinquecento. Venerdì 1 giungo dunque - grazie agli sforzi congiunti del governatore Stefano Caldoro, del generale Maurizio Scoppa (Asl Na1), di Fabrizio Vona (Soprintendenza) e di Gennaro Rispoli (Museo delle arti sanitarie) e alla collaborazione di funzionari e volontari - si è posto rimedio a quello sfregio: l'opera di Pietro Bardellino è tornata finalmente nella sua collocazione originaria, il cielo della grande sala dove si riunivano i sapienti del tempo e dove ancora oggi fa bella mostra di sé il busto in marmo di colui che ne rese possibile la realizzazione: il governatore Antonio Maggiocca, circondato dalle mensole che ospitano gli oltre 500 bellissimi vasi in maiolica e porcellana realizzati da Donato Massa tra il 1747 e il 1748. Dopo complesse e complicate procedure di verifica statica, si è dunque potuto ripristinare quello scrigno che è il «Salone di rappresentanza» della Farmacia, uno degli spazi d'arte più suggestivi e intensi della città, e raro esempio del decorativismo settecentesco napoletano.


UNA SALA CON ARREDI UNICI - L'apparato e l'arredo della sala, infatti, costituiscono un unicum di eccezionale valore storico-artistico e documentario. Un intervento-evento (per una volta il termine appare appropriato) che vuole essere la prima tappa di un più ampio progetto di restauro del complesso monumentale e, al tempo stesso, è la migliore espressione della fattiva collaborazione tra istituzioni pubbliche e private: il restauro è stato promosso dall'Asl Napoli 1 e dalla Soprintendenza speciale per il patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale, ed è stato realizzato dall'associazione Il Faro d'Ippocrate (la stessa che cura il Museo delle arti sanitarie) grazie agli sforzi dei «volontari dell'arte e della medicina» e alla professionalità e alla sensibilità dei funzionari della Soprintendenza con in testa Anna Pisani e Ida Maietta. Mentre ad eseguire i lavori sono stati i restauratori Paola Cavaniglia, Valeria Brancaccio, Gaetano Corradino (dell'impresa "Ambra Restauri") con la collaborazione di Francesco Solimene. La ricollocazione del dipinto è il punto di arrivo di una articolata vicenda conservativa che era iniziata negli anni '60, con successivi interventi negli anni '70 e poi negli anni '80, quando fu di nuovo smontato dal soffitto.

QUEI CENACOLI ALCHEMICI - Dalla prossima settimana, dunque, si potrà rivedere nella sua interezza l'elegante e simbolico ambiente dove si riunivano i membri delle Accademie e dei cenacoli alchemici tre secoli fa (visite sempre su prenotazione, che si può fare chiamando al Museo delle arti sanitarie, 081-440647), e si potrà ammirare di nuovo, nella sua interezza, anche il pavimento in cotto e maiolica realizzato nel 1750 da Giuseppe e Gennaro Massa (che volle simbolicamente riprendere gli stessi colori dominanti dei vasi). Lo spettacolare dipinto di Pietro Bardellino mostra la scena del mitico Macaone, grande medico dell'antichità, intento a guarire un guerriero ferito, un episodio tratto dal libro IV dell'Iliade. Si tratta di una tela di forte carattere antologico-narrativo, con le scene riprese in fuga da sinistra verso destra, che mostra in primo piano una battaglia, poi il momento delle cure prestate al guerriero, quindi un'allegoria (forse Marte) e, a sinistra, un gruppo di angeli.

QUELLA TROIA A NAPOLI - Lo scenario è la città di Troia (che si intravede di scorcio) perché, come è noto, secondo la mitologia greca Macaone, figlio di Asclepio ed Epione, era tra i pretendenti di Elena e giunse al porto di Aulide insieme al fratello Podalirio e ben 40 navi. Macaone era un medico (apprese le arti guaritrici dal padre e dal maestro Chirone) e curò le ferite degli Achei (guarì Menelao colpito dalla freccia di Pandaro) ma era anche un guerriero che combatteva in prima linea. Secondo una tradizione ripresa anche nell'Eneide, inoltre, Macaone era tra i guerrieri che si nascosero nel celebre cavallo di legno, e per chi tiene alle sorti del complesso monumentale di Caponapoli la speranza è che questo primo intervento di restauro costituisca anch'esso una sorta di «cavallo di Troia» per riuscire a vincere le resistenze dei burosauri e dei lamentosi strateghi del «nonsipuotismo», così da poter cominciare a recuperare tutti gli immensi tesori d'arte degli Incurabili (e di tutta la zona dell'Acropoli). E il pensiero corre subito alle chiese di Santa Maria del Popolo agli Incurabili e di Santa Maria delle Grazie Maggiore a Caponapoli, alla Cappella dei Bianchi, al cortile barocco dell'ospedale e alla splendida Sala del Consiglio (tutta affrescata) da decenni consegnata al degrado più selvaggio. Perché le ferite inferte all'Ospedale del Reame (e a tutto il borgo) sono davvero tante, troppe, persino per la capitale dei monumenti abbandonati.

Antonio Emanuele Piedimonte
02 giugno 2012

La sfida degli operai-alpinisti nel cantiere più alto d'Europa

La Stampa

Lavorano a quota 3400 metri per costruire la nuova funivia del Monte Bianco




Al cantiere gli operai lavorano con raffiche di vento gelato che superano i cento metri orari


LODOVICO POLETTO
inviato a courmayeur (aosta)

C’ è un uomo grande e grosso che ha meno di trent’anni e da una settimana sta su, in cima al tetto dell’Italia, a mescolare cemento, manovrare ruspe piccole e giganti, spostare rocce. Ghiacciate. Arriva dal Ghana e adesso se ne sta lì, stretto nella sua tuta rossa, imbottito come un pinguino, con il cappellino in microfibra nero e le mani nodose a sfidare il vento gelato che ti taglia la faccia e la neve che non vuole andarsene. La cima del Monte Bianco è lì, sembra quasi si possa toccare. Giri gli occhi e c’è il Dente del Gigante. L’uomo del Ghana sorride: «Fa freddo, sì. Ma poi ti abitui. Sono due anni che lavoro qui».

Il «qui» è punta Helbronner, dove nel 2015 arriverà la nuova funivia del Monte Bianco. Duemila metri di salita quasi verticale partendo da Courmayeur: cabine girevoli, wifi, un sistema supertecnologico che indicherà ai turisti nome ed altezza delle cime che stanno osservando. Il «qui», per ora, è soltanto un immenso cantiere, il più alto d’Italia, messo su per rifare la funivia. Un investimento da 105 milioni: il 20% solo per attrezzare l’area dei lavori. Un’opera ciclopica, quasi. Che deve fare i conti con il meteo, le difficoltà tecniche e i limiti che la natura ha imposto all’uomo. Se i problemi pratici si possono superare con trovate ingegneristiche, sono gli aspetti umani quelli più complessi.

Lavorare a 3 mila e 400 metri quota è un’attività estrema che deve fare i conti con un meteo impazzito rispetto alla pianura - fino a una settimana fa regalava ancora neve un giorno sì e uno no - e con un calo di pressione che ti fa andare tilt. Senza contare che lì si fatica per otto o dieci ore al giorno, spostando pesi su e giù per la montagna. E per questa ragione ci si può anche ammalare. Un dato per tutti: lo scorso anno una decina di operai è stata fatta scendere di gran carriera. Erano tutti affetti da Ams, la sindrome di mal di montagna. Colpa del fatto che a quelle quote la pressione barometrica cala e il respiro è più povero di ossigeno. Per compensare si inspira aria più in fretta. E lo sforzo diventa evidente. Abituarsi a quel clima è questione di fisico, non di voglia. E l’Ams - acute mountain sikness - è in agguato. Il mal di testa è il guaio minore. Poi arrivano gli svenimenti, il sonno che sparisce e mille altre complicazioni. Nei casi peggiori si rischia la vita.

Dieci uomini lo scorso anno si sono arresi, o li hanno fatti arrendere quelli del Cordée Mont Blanc, consorzio di imprese capeggiato dalla Cogeis. Li hanno portati a valle con l’elicottero quando il meteo era clemente, oppure con la funivia.

Quest’anno, dopo un inverno infinito, che ha reso impraticabile la cima per cinque mesi, hanno affrontato il problema come se si trattasse di una spedizione alpinistica sul Bianco. O sull’Himalaya. Prima hanno sottoposto gli operai alle normali visite mediche. Poi a una prova simulata di fatica in alta quota, in un laboratorio che l’Asl di Aosta ha attrezzato apposta per quel cantiere. Così medici e dirigenti hanno scelto, e senza prova d’appello, chi poteva andare lassù. A punta Helbronner, dove quasi si sfiora la cima del Bianco. «Ne abbiamo scartati parecchi. Era questione di prudenza e di serietà» taglia corto Renzo Cipriano direttore di cantiere della Cogeis. A metà aprile i prescelti sono saliti in quota. Una trentina in tutto. Ora lavorano su due turni. Quando quelli del giorno scavano il permafrost - quel conglomerato di rocce e ghiaccio che forma la cima - gli altri dormono al rifugio Torino. Quando i primi vanno a riposarsi, gli altri si alzano e iniziano a scavare, stendere cemento, spostare rocce. E non importa se si è nel cuore della notte: i fari alogeni illuminano a giorno la montagna.

Le squadre se ne stanno lassù per sette giorni consecutivi. Poi rientrano a valle per 96 ore di riposo che faranno tornare le loro funzioni vitali a livello di normalità. Nel frattempo il loro posto viene preso da un’altra squadra. E via così, all’infinito.

«All’inizio pensavamo a turni di 5 giorni in quota e due in pianura. Ma abbiamo visto che il fisico non era in grado di recuperare e così abbiamo inventato una formula del 7 più 4. Funziona» commenta Sergio Ravet, il coordinatore della sicurezza nel cantiere, l’uomo che deve vigilare che anche a due passi dal Monte Bianco siano rispettate le regole. E che nessuno si faccia male. Certo, poi è tutto relativo: qui, ad esempio, può capitare di vedere una mini ruspa che scava mentre i suoi cingoli sono quasi sospesi nel nulla. O che gli operai salgano o scendano con agilità da camosci scale con due dita di ghiaccio che s’è formato in una notte di temperatura precipitata a meno 10 e vento a cento chilometri l’ora. Ecco è qui che lavora l’uomo del Ghana. Lui e altri 29 ragazzi, quasi tutte della valle. Tra salite e discese le squadre lavoreranno lassù per 100 giorni. Poi tornerà il brutto tempo. «Cento giorni - dice Cipriano - che valgono un anno di fatiche in pianura». Cento giorni prima di un altro inverno polare quando nella Vallée Blanche si potranno incrociare al massimo gli alpinisti o gli sciatori in fuoripista. Anche la loro è fatica. Ma è niente rispetto a quella dei 30 sherpa dell’Helbronner.




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Basta lettini solari, provocano i tumori"

La Stampa

L'allarme degli esperti




Chicago

È una malattia subdola, per anni latente e poi capace di esplodere e portare alla morte in pochi mesi. Il melanoma è un tumore tutt’altro che «raro»: 7000 nuovi casi l’anno e 1500 morti solo in Italia. È l’allarme lanciato da Paolo Ascierto, vicedirettore dell’Unità Oncologica e medicina innovativa dell’istituto tumori di Napoli «Pascale», dal congresso mondiale di oncologia Asco a Chicago. «Negli ultimi dieci anni spiega l’esperto - abbiamo visto un incremento del 30 per cento di casi di melanoma. Colpa delle abitudini sbagliate, dell’abbronzatura “mordi e fuggi”, di creme solari spesso non all’altezza, e anche dei lettini solari».

Un fenomeno, quello dei solarium, sempre più diffuso, malgrado i dati parlino chiaro: «Il loro utilizzo aumenta del 75 per cento il rischio di avere un melanoma». L’ideale, secondo l’oncologo, sarebbe «ridurre il più possibile l’utilizzo dei lettini, e avviare un’efficace campagna informativa sui rischi, che comprenda anche messaggi di “warning” come per le sigarette, qualcosa come “nuoce gravemente alla salute”». Contro la malattia la prima arma è la diagnosi precoce: «Se individuato in tempo il melanoma si può contrastare con facilità, perché rimane allo stato superficiale». Poi, però, le cose cambiano: se il tumore avanza, l’unica terapia è farmacologica, e dopo anni un nuovo farmaco dimostra la sua efficacia nel limitarne la progressione.




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Yoani Sánchez, ricorso al ministero "Lasciatemi uscire dal mio Paese"

La Stampa

La blogger cubana chiede le motivazioni del rifiuto che le viene sempre opposto ogni volta che chiede il permesso per un viaggio all'estero



Gordiano Lupi


La blogger cubana Yoani Sánchez ha presentato un ricorso al Ministero degli Interni per chiedere i motivi del rifiuto a compiere viaggi fuori dal suo paese. Il ricorso pretende dal Ministro degli Interni, Abelardo Colomé Ibarra, una spiegazione sulla mancata risposta alla richiesta del 18 novembre dove chiedeva il motivo dei rifiuti. Colomé Ibarra adesso dispone di 60 giorni per rispondere e motivare il “silenzio amministrativo”. Se non lo farà, la blogger potrà citare in giudizio il Ministro per esigere una risposta. “So già cosa succederà, ma voglio mantenere l’innocenza della speranza”, ha detto Yoani Sánchez, facendo capire che le sue proteste non raggiungeranno alcun obiettivo in un paese dove i tribunali seguono fedelmente la linea del governo. I cubani che vogliono viaggiare all’estero hanno bisogno di un permesso ufficiale noto come “tarjeta blanca”, che viene regolarmente negato ai dissidenti. Il governo ha respinto diverse richieste della Sánchez per uscire dal paese e ricevere premi, partecipare a conferenze e rispondere ad altri inviti.

Sánchez, autrice del famoso blog Generación Y, pubblicato in Italia da La Stampa (www.lastampa.it/generaciony), ha chiesto diverse volte una spiegazione ma non ha mai ricevuto risposta. Adesso si rivolge al Ministro, prima di esperire un’azione giudiziaria che la Costituzione consente quando un cittadino non riceve risposta dall’autorità. I tribunali di solito rigettano ogni caso presentato contro il governo, anche se il sistema consente in linea teorica l’azione legale. Tra l’altro Yoani sarà invitata in Italia dal Comune di Torino per ricevere la cittadinanza onoraria. Ma il governo cubano la lascerà uscire? La risposta pare scontata…




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Cosa c'è sotto?

Corriere della sera

Dal giorno della prima scossa la popolazione comincia a chiedersi: esiste un collegamento tra le attività di estrazione degli idrocarburi e i terremoti?


TERRA DI ESTRAZIONE - In Emilia Romagna da decenni si estraggono petrolio e gas naturale. Da quando due diversi governi, tra il 1998 e il 2001, hanno liberalizzato il mercato è finito il monopolio di Eni. Così anche l'Emilia Romagna è diventata terra di conquista da parte di tutte le compagnie. Dal 20 maggio, però, l’Emilia Romagna si è scoperta anche una regione a rischio sismico: in pochi giorni i sismografi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia hanno registrato oltre 400 scosse di magnitudo Richter compresa tra 2 e 4.


FRACKING - In rete, da diversi giorni, circolano variegate versioni che imputerebbero a tecniche di ricerca di idrocarburi invasive come il fracking l'origine dei terremoti in Emilia. Secondo gli esperti, però, è vero che questo tipo di attività ha la capacità di indurre un terremoto o di "triggerarlo", ovvero accelerare un processo geologico in grado di provocarlo. Ma i dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico ci dicono che le imprese che hanno fatto richieste in questo senso sono ancora in attesa di un via libera definitivo.

SUBSIDENZA - A Off the Report cercheremo di fare chiarezza anche su un altro punto. La pianura padana, come altre regioni italiane, è soggetta al fenomeno della subsidenza. In poche parole si tratta di un fenomeno naturale che consiste in un progressivo abbassamento del suolo. Mentre per le compagnie petrolifere la subsidenza "fa parte del gioco", secondo alcuni geologi è evidente la correlazione tra un'attività massiccia di estrazione di idrocarburi (greggio e gas naturale) e un aumento della subsidenza in grado di aumentare notevolmente un eventuale attività sismica come quella che ha colpito le province di Modena e Ferrara.

Un capitolo è dedicato anche al tentativo di una cordata di imprese guidate da Erg di realizzare, in un'area di sottosuolo vasta qualche chilometro quadrato, un sito di stoccaggio per 3 miliardi di metri cubi di gas con una tecnica mai provata prima in Italia definita "in acquifero". I comitati, che da 6 anni si battono con decisione al progetto, dicevano che era pericoloso perché non si poteva prevedere un eventuale evento sismico. Che alla fine, purtroppo, è arrivato.

Antonino Monteleone
2 giugno 2012 | 17:54

Peppone e Don Camillo Grillo attacca la Chiesa e il parroco va a zittirlo

di -

Show durante un comizio ad Alghero. Il parroco non riesce a continuare la funzione per il rumore dei grillini e sale sul palco per lamentarsi


Come Don Camillo e Peppone. Beppe Grillo, galvanizzato dal successo di Parma e dai sondaggi che lo danno prossimo al 20 per cento dei consensi, vuole prendersi anche un pezzo di Sardegna.



Beppe Grillo e don Tonino Manca
Beppe Grillo e don Tonino Manca

Il 10 e l'11 giugno si vota in 64 comuni dell'isola. E Grillo c'è. Non per le solite vacanze in Costa Smeralda, ma per l'ultima tanche della campagna elettorale a Cinque Stelle. Lo show va in onda ad Alghero: il nonpiùcomico è sul palco accompagnato da un gruppo musicale. Urla, sbraita e se la prende con tutti. Come al solito. Non risparmia attacchi a nessuno, compresi il Papa e la Chiesa. "Ho visto il Papa a Milano davanti a una mezza piazza, c'è più gente qua stasera", inizia così lo spettacolo-comizio e prosegue su questo tono. Un attacco alla politica e uno alla Chiesa. Tutto urlato nel microfono con la consueta enfasi e sparato dagli altoparlanti. Poi, per un attimo, Alghero diventa Brescello.

Mentre in piazza va in scena la liturgia profana del guru a Cinque Stelle, nella Chiesa adiacente alla piazza si celebra il secolare rito della Santa Messa. Don Tonino Manca, il parroco, presiede la funzione. Mentre manca ripete i salmi Grillo bercia nel microfono. Il religioso, spazientito dal fracasso che interrompe la funzione, molla i fedeli in Chiesa e, in tonaca bianca, si precipita sul palco del M5S. Per ingaggiare una singolarissima tenzone. Roba strappata dalle pagine di Giovannino Guareschi. Pura letteratura. "Io non sono contro di te - ha detto il parroco - ma tu parli di libertà ma non la rispetti. Ti ricordi? ci siamo conosciuti al Rock Café". Grillo la butta in ridere: "Sì, lui spacciava". Il pubblico ride. Poi finisce il parroco porge l'altra guancia e la disputa si conclude con un abbraccio pacificatore. Non ho nemmeno sentito le dichiarazioni di Grillo sul Papa - spiegherà poi il religioso -, ma le sue urla e la musica disturbavano i fedeli e la funzione. Il grande Guareschi è sempre attuale.




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La principessa saudita in fuga non paga il conto da 6 milioni

Corriere della sera

Da dicembre con 60 servitori nell'hotel di lusso Shangri occupava 41 suite e camere al settimo e ultimo piano






Il negozio parigino di lingerie dove la principessa ha lasciato un conto non pagato di 89 mila euro nel 2009Il negozio parigino di lingerie dove la principessa ha lasciato un conto non pagato di 89 mila euro nel 2009

PARIGI - La principessa saudita Maha Al-Sudaïri ha tentato di lasciare l'albergo senza pagare il conto, nella notte tra giovedì e venerdì, intorno alle 3. Il progetto era di abbandonare lo Shangri-La, nel quale risiedeva dal 23 dicembre, per il poco lontano Royal Monceau ma - che strano - il personale dell'hotel si è lasciato insospettire dai movimenti della donna e del suo seguito, circa 60 persone alloggiate nelle 41 suite e camere del settimo e ultimo piano. È arrivata la polizia, che ha fermato tutti con il loro carico di valigie, bauli e cappelliere: restano ancora sei milioni di euro da pagare, su un conto totale di 16.

Il trasloco al Royal Monceau, di proprietà del forse più comprensivo emiro del Qatar, è per adesso rimandato, mentre l'ambasciata dell'Arabia Saudita si sta dando da fare per risolvere la questione. Non è facile, perché Maha Al-Sudaïri è sì moglie del potentissimo principe ereditario e ministro dell'Interno Nayef bin Abdul Aziz, 79 anni, primo nella linea di successione al trono, ma è stata ripudiata dopo che nel 2009 sempre a Parigi si dedicò allo shopping. In quell'occasione, la principessa oggi cinquantenne accumulò debiti per 15 milioni di euro: oltre ai 30 mila di lavanderia alla settimana (per lei e il seguito, come sempre), si registrarono circa 89 mila euro di biancheria intima acquistata nella boutique «O Caprices de Lili» proprio davanti all'albergo di allora, il Georges V di proprietà di suo nipote, il principe Al Waleed. «È mia cliente da otto anni e finora aveva sempre pagato», disse allora una costernata Jamila Boushaba, proprietaria del negozio, che si rivolse all'ambasciata e poi al consolato. Lo stesso fece Jacky Giami, titolare del negozio di abiti casual Key Largo dove Maha Al-Sudaïri e i suoi amici presero in pochi giorni - senza pagare - merce per 140 mila euro, «pari al 7 per cento del mio giro d'affari di un anno», disse Giami.

E poi debiti da Dior, nelle gioiellerie Chaumet e Victoria Casal e, già allora, in albergo, il Crillon in place de la Concorde. Dopo quell'episodio, riportato dai giornali di tutto il mondo, la principessa venne allontanata dal marito e il re saudita Abdullah la confinò per qualche tempo in uno dei palazzi del regno. L'anno successivo, riguadagnata la libertà di movimento, la donna spese in mezz'ora 20 mila dollari di piatti e bicchieri da D. King Irwin sulla 34th Street a New York. Il Post assicura che provò - senza successo - a mercanteggiare sul prezzo, ma comunque uscì non prima di avere pagato. Il soggiorno parigino segna invece la ricaduta di Maha Al-Sudaïri nel sovrano distacco dal denaro, sebbene la donna fosse riuscita a strappare una tariffa di favore (20 mila euro a notte) allo Shangri-La, l'albergo di lusso aperto due anni fa dalla catena di Hong-Kong nell'antica residenza del principe Roland Bonaparte, davanti alla Senna e con incomparabile vista sulla Tour Eiffel.

Le spese della principessa sono destinate a essere saldate dalla casa regnante, e lei non incorre in conseguenze penali perché gode tuttora dell'immunità diplomatica. La direzione dell'albergo assicura che «non esiste alcun problema», e la reputazione di Parigi come nuova Mecca - dopo Londra - dei miliardari del Golfo viene rafforzata. Se fino a poco tempo fa i favori dei principi arabi andavano al quartiere londinese di Knightsbridge, negli ultimi anni molti preferiscono la Parigi del XVI arrondissement (dove sorge lo Shangri-La) e soprattutto del Triangle d'Or , la zona compresa tra avenue Montaigne, avenue Georges V e gli Champs Elysées. Accanto alle follie della principessa, e ai crescenti investimenti del Qatar, che negli ultimi anni si è comprato la squadra di calcio del Paris St-Germain, una quota di Total, del gruppo Lagardère e gli storici alberghi Royal Monceau a Parigi e Carlton a Cannes, ci sono i circa 500 mila facoltosi turisti arabi che ogni anno visitano la capitale per spendere soldi, più di giapponesi, americani e chiunque altro, nei negozi di lusso degli Champs Elysées.


Stefano Montefiori
3 giugno 2012 | 8:39



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