lunedì 4 giugno 2012

Gli Usa chiedono alla Cina di liberare i detenuti di piazza Tienanmen

Quotidiano.net

Pechino infastidita dalla richiesta

Le autorità cinesi non hanno accolto bene l’appello lanciato ieri da Washington, alla viglilia del 23esimo anniversario, perchè vengano rimesse in libertà tutte le persone ancora in carcere per le proteste del 1989 a piazza Tienanmen

Pechino, 4 giugno 2012

Pechino ha respinto l’appello lanciato ieri da Washington perchè vengano rimesse in libertà tutte le persone ancora in carcere per le proteste del 1989 a piazza Tienanmen. Il ministero degli Esteri cinese ha espresso oggi “forte malcontento” per la richiesta arrivata dagli Stati Uniti alla vigilia del 23esimo anniversario dei fatti di Tienanmen.

“Noi invitiamo il governo cinese a liberare tutti quelli che stanno ancora scontando la pena per aver partecipato alle manifestazioni - si legge nel comunicato diffuso ieri dal Dipartimento di Stato Usa - lo invitiamo a rendere un resoconto completo di quanti vennero uccisi, imprigionati e di quanti risultarono scomparsi; a mettere fine alle continue vessazioni contro quanti presero parte alle manifestazioni e alle loro famiglie”.


CENTINAIA DI ATTIVISTI FERMATI - Le autorità cinesi hanno fermato centinaia di attivisti arrivati a Pechino per il 23esimo anniversario della repressione di piazza Tienanmen. “Hanno portato tanti autobus e sabato notte hanno fatto una retata contro i dimostranti alla stazione ferroviaria di Pechino Sud - ha raccontato Zhou Jinxia, un attivista della provincia nord-orientale di Liaoning - c’erano tra 600 a 1000 attivisti provenienti da tutta la Cina. Siamo stati sottoposti a processo, hanno preso i nostri dati e poi hanno cominciato a rimandare le persone nelle loro città”.

La polizia aveva fatto sapere che avrebbe fatto retate contro attivisti e dissidenti decisi a manifestare davanti agli uffici governativi di Pechino. La Cina considera le manifestazioni del 4 giugno come “una rivolta contro-rivoluzionaria” e non ha mai riconosciuto gli errori commessi nel 1989 nè ha mai valutato possibili risarcimenti per le persone rimaste uccise più di 20 anni fa. Il governo ha impedito anche ogni tentativo di discussione pubblica sui fatti del 1989, arrestando o costringendo agli arresti domiciliari gli attivisti.

Anche sui media è vietato fare qualsiasi riferimento alle proteste del 1989. Nonostante tali misure, sabato scorso più di 80 attivisti per i diritti umani si sono riuniti in una piazza di Pechino sventolando striscioni e urlando slogan per una revisione dei fatti del 1989. “Tante persone vennero uccise il 4 giugno - ha detto alla France presse Wang Yongfeng, un attivista di Shanghai - noi crediamo che il governo dovrebbe rendere pienamente conto di quanto avvenne”.

Autista muore trafitto da una lastra di metallo

Corriere della sera

Ma riesce a salvare tutti i passeggeri del bus

E' morto compiendo un gesto eroico il conducente di un bus in Cina: trafitto all'altezza dell'addome da una lastra di metallo staccatasi improvvisamente dal camion che aveva davanti, è riuscito agonizzante a fermare il mezzo e a salvare i passeggeri a bordo. Il video dell'incidente, girato dalle telecamere interne al bus, è sconsigliato a un pubblico sensibile.

Coraggio Italia, i Maya possono aspettare

Corriere della sera



Chiamiamola con il suo nome, iella. Sotto schiaffo dal primo giorno del raduno, tra bufere e imprevisti, dallo svolazzare di avvisi di garanzia a Coverciano agli sberloni in amichevole (vedi Russia), gli “sfigatelli” della Nazionale di Prandelli vivono giorni da perseguitati. Azzurro tenebra.

Peseranno più le tensioni giudiziarie o le gigantesche amnesie in difesa, si chiede il tifoso da bar e/o Twitter a poche ore dal volo per Cracovia? Mah, comunque bisogna trovare in fondo all’abisso la forza di sperare. Ne bastano sei, in fondo, di motivi cui aggrapparsi per non celebrare in anticipo il funerale della Nazionale. Altrimenti sai che noia in Polonia.

1) Affidarsi al blocco Juve è una scelta vincente del ct Cesare. La formazione dettata dalla magistratura – fuori Buffon, Bonucci e chissà quanti altri – dava meno garanzie.

2) Nonostante quello che si va sentendo in giro, la comunità calcistica ci guarda con indulgenza e simpatia: il boss Platini è un vecchio piemontese d’adozione. L’Uefa dell’amico Michel, piccolo esempio, distribuisce in Rete ciambelle di salvataggio. Sapete come il sito dell’Uefa presenta Mario “why always me” Balotelli? Un calciatore famoso per il suo comportamento “anticonvenzionale”. Un giorno incendia casa, l’altro tira freccette dalla finestra, il terzo segna un gol pazzesco di spalla e all’Uefa lo definiscono “anticonvenzionale”. Alla faccia degli eufemismi. Neanche Mino Raiola avrebbe saputo fare di meglio. Merci, le Roi

3) Il debutto del 10 giugno contro la Spagna campione di tutto è da togliere il fiato, ma il derby italo-iberico sullo spread che si gioca quotidianamente sui mercati non è da meno. A sentire il premier Monti siamo in vantaggio sul fronte del debito e la ministra Cancellieri (tifosa doc) non scambierebbe mai e poi mai capitan futuro De Rossi con Iniesta. Segnali.

4) Il nostro più grande amuleto è Giovanni Trapattoni. Giuan da Cusano Milanino ci porta bene, averlo nel girone è una manna dal cielo.
Ha portato la sua Irlanda in ritiro a Montecatini osannando le “acque portentose” delle terme, lui che di acque sante se ne intende fin dall’era B-Moreno. Abbeveriamoci alla fonte del Trap e la salvezza arriverà.
5) Parliamo di scommesse? La vittoria finale degli azzurri all’Europeo è quotata a 13. Numero fortunato che nella smorfia napoletana corrisponde a Sant’Antonio. Se i simboli valgano ancora qualcosa il nostro destino passa dai piedi di Cassano, un miracolato.

6) La profezia Maya incombe ma per le sventure ci stiamo attrezzando. Recita Wikipedia a proposito dei famigerati Maya: “Si dovrebbe verificare un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato“. Tradotto: vincere, finalmente, un Europeo dopo quasi mezzo secolo di vacche magre. Il 21 dicembre 2012 sapremo se sarà arrivata prima la fine del Mondo o quella del calcio italico. Più o meno la stessa cosa.


P.S Lo stesso giochino era stato proposto in prossimità della partenza del mondiale sudafricano, conclusosi poi tragicamente. Chiediamo scusa in anticipo.



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Su Emanuela Orlandi ora spunta una pista che porta agli Stati Uniti

di -

Nel settembre 1983 una lettera annunciava la morte della ragazza: fu spedita dallo stesso ufficio postale di Boston che anni più tardi veniva usato da un gruppo di preti pedofili



Nuovo capitolo nel giallo sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la giovane rapita il 27 giugno 1983: spunta la pista dei preti pedofili di Boston.



Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi
Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi

Lo scrive il Corriere della sera, facendo riferimento a una lettera che annunciava l'uccisione della ragazza. La missiva sarebbe partita da Kenmore Station, nel centro di Boston: lo si evince da un timbro e da un fermo posta.  "C’è un filo robusto - si legge nel giornale di via Solferino - che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori allo scandalo dei preti pedofili a Boston. Una vicenda che nel 2002 sconvolse la Chiesa cattolica, lasciò sgomenti milioni di fedeli americani per i sistematici abusi su minori coperti dai vertici ecclesiastici e portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, poi tornato a Roma nel 2005 in qualità di arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore".

Timbro e fermo posta

Il timbro della lettera che annunciava l'uccisione della Orlandi risale alle prime rivendicazioni dell’affaire Orlandi-Gregori, il fermo posta", invece, fu usato dall’associazione pedofila Nambla (North American Man Boy Lover Association) ed è emerso 19 anni dopo.

La pista americana

Nel luglio 1983 Giovanni Paolo II era appena rientrato dai viaggi in Polonia. Il 3 luglio, durante la preghiera dell'Angelus, dice: "Sono vicino alla famiglia Orlandi". Due giorni dopo in Vaticano arriva una strana telefonata, attribuita a un personaggio che poi verrà definito l'amerikano (per l'accento). Questa la richiesta: se rivolete la ragazza rilasciate Ali Agca. Seguono altre telefonate (sempre a luglio) poi cala il silenzio. Il 4 settembre l'amerikano torna a farsi vivo: in un furgone della Rai viene trovato un messaggio scritto a penna e uno spartito musicale appartenente a Emanuela. Pochi giorni e al bar dei genitori di Mirella Gregori (l'altra ragazza misteriosamente scomparsa) arriva una telefonata: una voce fa un preciso elenco dei vestiti della ragazza e la marca della biancheria intima. Il 23 settembre a un giornalista della Cbs corrispondente da Roma, Richard Roth, arriva una lettera che preannuncia che la ragazza sta per essere uccisa. In seguito una perizia grafologica accerta che i messaggi sono stati vergati dalla stessa mano. E sull'ultima busta, quella recapitata al giornalista, c'è il timbro postale di Kenmore (Boston).

I pedofili di Boston

Qual è il legame tra l'ufficio postale di Kenmore (Boston) e i pedofili? Per saperlo bisogna andare indietro al gennaio 2002, quando scoppia lo scandalo dei preti pedofili della città del Massachusetts. Il cardinale Law, accusato di aver coperto alcuni sacerdoti pedofili, è costretto a dimettersi. Durante il processo viene fuori l'esistenza di un gruppo di pedofili, Nambla, per contattare il quale si può scrivere a questo indirizzo: Fag Rag, Box Poi spiega che Fag Rag significa "giornalaccio omosessuale" che fa proseliti per conto dei pedofili. E' solo una coincidenza? Il mistero si infittisce.





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Un sito web che inchioda i politici «Pinocchio» d'Italia

Corriere del Mezogiorno

Si chiama «promesse pubbliche.com», tra i campani Caldoro, Cesaro, De Magistris



NAPOLI — Fino a qualche tempo fa nessuno aveva raccolto metodicamente tutte le promesse di politici e uomini pubblici e le aveva messe a confronto con la realtà dei fatti, verificando se si fossero tramutate in fatti concreti. Adesso i politici dovranno stare più attenti perché c'è un programma sul web che li inchioda alle loro promesse. Lo ha elaborato un gruppo di giovani informatici napoletani dopo aver fatto ricerche politico per politico, promessa per promessa. E le hanno confrontate con quanto realmente è accaduto. Ne è nato così il sito internet www.promesse pubbliche.com. Il portale è online da qualche tempo e scorrere nomi e affermazioni è davvero illuminante. Funziona così: si sceglie il personaggio politico e non, si controllano le promesse fatte, mantenute, quelle in corso e non realizzate. Insomma una cosa facile facile, e per certi versi, anche divertente.

MONTI E BERLUSCONI - Si va dal premier Monti, ai vari ministri dell'attuale governo. Ma non manca il predecessore del professore: c'è, e non poteva essere altrimenti, anche Silvio Berlusconi. Nella sua scheda personale una sola promessa con data di inizio, il 24 aprile 2012 e una data di scadenza, il 31 agosto prossimo. Ma qual è questa intenzione dell'ex presidente del Consiglio? Un nuovo nome per il Popolo delle libertà (Pdl) e di una confederazione dei moderati. Per saperne di più basta aspettare qualche mese.

CALDORO E CESARO - E i politici campani? Si digita il nome Stefano Caldoro. Per il governatore campano il sito ci riporta tre promesse complessive, di cui una non mantenuta e altre due ancora in corso. Vediamole. La prima è quella relativa all'approvazione di una legge quadro regionale sul turismo. L'inizio della promessa porta la data del 25 ottobre 2011, mentre la scadenza era prevista per il 31 dicembre 2011. Risultato: fino ad oggi nessun atto ufficiale è stato licenziato dall'organismo regionale retto dell'ex ministro all'attuazione del programma. Ecco invece quelle in corso. Il 5 dicembre 2011 Caldoro all'assemblea promossa dai costruttori edili napoletani affermava: «Restituiremo gli ospedali ai cittadini», il termine ultimo è fissato per il 30 aprile 2015. Il primo marzo scorso ancora Caldoro promette: «Conti sanità in regola entro il 2012».

C'è tempo fino al 31 dicembre prossimo. Andiamo avanti. Alla voce Luigi Cesaro (presidente della Provincia di Napoli, ndr) di promesse ce ne sono due. Una in corso e una disattesa. Il parlamentare aveva promesso di non candidarsi a coordinatore del Pdl in provincia di Napoli. Non è stato così, perché Cesaro, non solo si è ricandidato, ma è stato anche eletto con una maggioranza bulgara. Poi quella in corso. In tempo di vacche magre per le risorse degli enti pubblici, Cesaro il 9 febbraio scorso ha affermato che «non avendo più risorse per poter espletare i servizi che dobbiamo assicurare alla collettività, non escludo di consegnare al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, le chiavi delle istituzioni che rappresentiamo». Fino ad oggi non lo ha ancora fatto, ma la promessa scade il 31 maggio 2012, c'è ancora tempo.

DE MAGISTRIS - E per completare le tre cariche istituzionali non c'è altro da fare che digitare il nome del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Scheda ricca per il primo cittadino: 5 promesse mantenute, 7 non mantenute e 11 ancora in corso. Ecco le prime. Durante le elezioni promette che ci sarà un assessore ai diritti dei disabili. Eletto sindaco istituisce l'ufficio politiche integrate per i disabili. Sempre durante le elezioni promette che a Napoli si farà l'America's Cup di vela e che avrebbe bloccato l'appalto per il termovalorizzatore. Entrambe mantenute. E ancora, approvazione del bilancio entro il 30 giugno. Fatto. E aveva detto, infine, che nei primi 100 giorni di sindacatura il tema della mobilità sarebbe stato preminente. Risultato raggiunto: Ztl del centro storico e lungomare pedonalizzato. Ma veniamo a quelle con il punto interrogativo. Sono: una giunta con metà assessori donna; 2012, anno del lavoro; un nuovo movimento dal nome della lista che lo ha appoggiato alle elezioni, «Napoli è tua»; un nuovo stadio; il ritorno di Roberto Saviano in città; la pista ciclabile più lunga del Meridione; più risorse per parchi, strade e scuole; i mercatini multietnici; in giunta tutti nomi nuovi. Ce la farà? Vedremo.

MASTELLA E DE LUCA - Casi istituzionali a parte, nel sito ci sono anche tante curiosità. Come quella della promessa fatta dall'ex Guardasigilli Clemente Mastella, proprio riferita alla candidatura di de Magistris. «Se diventa sindaco, mi suicido». In questo caso, per fortuna, la promessa non è stata mantenuta. Altre curiosità. La scorsa primavera l'attrice hard Milly D'Abbraccio promise che si sarebbe candidata a sindaco di Torre del Greco. Cosa è successo? Promessa non mantenuta, l'attrice di origini irpine è rimasta al suo vecchio lavoro. E rimanendo in tema di primi cittadini, nell'elenco dei personaggi troviamo anche il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca.

Aveva promesso gli asili nido e li ha realizzati. Più lunga la lista delle promesse ancora da realizzare, e tutte fatte in campagna elettorale: sistema della portualità; grande architettura; impiantistica sportiva; rete wi-fi libera; sviluppo dell'energia pulita; rete delle infrastrutture; organizzazione culturale; raccolta differenziata e gestione dei rifiuti. Su alcuni punti il primo cittadino sta lavorando tanto e per vedere se i risultati saranno raggiunti bisogna aspettare il 2016.L'ultima curiosità riguarda la non presenza nel lunghissimo elenco di Antonio Bassolino. L'ex sindaco e l'ex governatore ne avrà promesse di cose, ma per il momento non è dato sapere se le ha mantenute o meno.


Antonio Scolamiero
antonio.scolamiero@corrieredelmezzogiorno.it
04 giugno 2012




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Cancella il debito

Corriere della sera

In piena crisi economica sono sempre più numerose le persone che non riescono a far fronte ai debiti con le banche o con il fisco. Così nascono e proliferano società che promettono di ridurre le pendenze dei cittadini. Agenzia Debiti è una di queste

Giovanna Boursier


LE DEBT AGENCY - Agenzia Debiti è nata a Milano, nel 2010, una sorta di Debt Agency come quelle che esistono negli Stati Uniti, società di consulenza che intervengono a risolvere le pendenze col fisco, banche e finanziarie cercando di far pagare il meno possibile.
Ovviamente, in epoca di crisi e di maggiori verifiche fiscali, mentre per le famiglie aumentano tasse e spese, aumenta anche il livello di indebitamento generale. Le Debt Agency quindi hanno buon gioco, perché sono migliaia i cittadini alle prese con pendenze fiscali che sperano di trovare una soluzione. Così Agenzia Debiti sta crescendo: attualmente ci lavorano circa 300 persone, tra dipendenti e consulenti. Si fa pubblicità e lavora molto via Internet, e sul suo sito, fino a qualche giorno fa, usava anche un servizio di Report sull’evasione per sponsorizzare il proprio lavoro. Poi dopo la nostra intervista l’ha tolto, evidentemente perché, come gli abbiamo fatto osservare, ne decontestualizzava e travisava contenuti e conclusioni.


AGENZIA DEBITI - Agenzia Debiti dice di essere al servizio dei cittadini indebitati con banche, società finanziarie e fisco e promette buone probabilità di successo nella risoluzione dei contenziosi, con una riduzione dei debiti che va dal 30 al 70%. Per esempio, nelle transazioni con banche e finanziarie – che rappresentano il 57% del totale dell’attività finora svolta – Agenzia Debiti afferma di aver ottenuto una riduzione superiore al 70% della massa debitoria nel 20% dei casi, tra il 50 e il 70% per il 65,5% dei casi e tra il 30 e il 50% per il 13,7% dei casi. Non è dato sapere, invece, il numero degli insuccessi e di quanti hanno rinunciato dopo il contatto iniziale.

I COSTI - Perché il servizio, naturalmente, ha un costo: quello iniziale che serve a monitorare la situazione (390 euro al momento dell’apertura della pratica) più quello della gestione del contenzioso che varia tra il 5 e il 15% dell’ammontare dell’intero debito, e che viene stabilito in anticipo e non dopo che è stata quantificata la riduzione della spesa.
Così viene da dire che girano un bel po’ di soldi per un bel giro d’affari. Perché nell’era dell’economia del debito, per sperare di ridurre le proprie pendenze con banche, finanziarie o fisco, si finisce per crearne delle nuove.
Il debito di alcuni diventa il business di altri.

Giovanna Boursier
4 giugno 2012 | 9:20

La rinascita di Orlando: schiaffo per Falcone

di -

Negli anni ’90 il "nuovo" primo cittadino di Palermo con veleni e accuse delegittimò il giudice in prima linea contro la mafia: il suo ritorno al potere è un brutto segno


Si potrebbe senz’altro definire Leoluca Orlando «vecchio arnese della politica», se la parola «arnese» non evocasse qualcosa di utile, cosa che il politico palermitano non è mai stato. Naturalmente dotato fin da giovane - prese la migliore maturità d’Italia del suo anno - ha sempre rovinato tutto per il suo troppo odiare e spargere veleni.




Rieletto ora sindaco di Palermo per la quarta volta, dopo un lungo purgatorio, Orlando si è riallacciato al quindicennio, 1985-2000, in cui dominò la scena cittadina. Prosperò nelle brighe. Si autopromosse denigrando i rivali. Se non gradiva il risultato di un’elezione accusava l’avversario di brogli elettorali o di avere rastrellato voti mafiosi. Usò il metodo anche con il socialista Claudio Martelli che nel 1987, per capriccio, si fece eleggere alla Camera a Palermo. Martelli se lo legò al dito e quando Orlando, nel ’93, fu rieletto sindaco gli dimostrò che era stato votatissimo nei quartieri più coppoluti: Kalsa, Zen, Ciaculli. Leoluca fece spallucce, perché quello che vale per gli altri non vale per sé, e continuò metodicamente a «mascariare» il prossimo.


Tuttora, che ha 65 anni (in agosto), non ha perso il vizio. A marzo invalidò, nella sostanza, le primarie palermitane della sinistra, gridando come un ossesso, «brogli, brogli» senza averne le prove. Con questa scusa, si è autocandidato sindaco contro il vincitore della lizza e suo ex pupillo, Fabrizio Ferrandelli e ha vinto con il 72,4 per cento dei voti contro il 27,5 di Ferrandelli. Senz’altro un trionfo sull’avversario, ma un fiasco in termini assoluti. Essendo stata l’affluenza inferiore al 40 per cento, ne deriva infatti che solo il 28 per cento degli aventi diritto ha votato Orlando e che il restante 72 si è ben guardato dal farlo. Questo ripudio di una parte cospicua della città è la sola attenuante che i concittadini di Giovanni Falcone possono invocare per avere scelto come sindaco il suo nemico più subdolo. L’elezione di Orlando è infatti uno schiaffo alla memoria del giudice ucciso.


Per non dimenticare. La sera del 17 maggio 1990, il faccione di Leoluca, anche allora sindaco, fece capolino nella trasmissione Samarcanda di Michele Santoro. L’ospite mise il solito broncio da intrigante e sparò: «Il giudice Falcone nasconde le carte nel cassetto». L’accusa si riferiva a un episodio dell’anno prima: i presunti favori di Falcone ad Andreotti e ai suoi uomini in Sicilia, Salvo Lima, in primis. All’osso, il sindaco col ciuffo sosteneva che il Divo Giulio fosse «punciutu», cioé avesse stretto con i mafiosi il patto di sangue - dito bucato contro dito - e che affiliati fossero i suoi amici politici.

La colpa di Falcone invece - sempre ai suoi occhi - era di non essersi lasciato infinocchiare da un mafioso, certo Giuseppe Pellegriti, pseudo pentito che godeva però della piena fiducia di Leoluca. Costui aveva «rivelato» che fu Lima a ordinare l’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nell’80. Falcone capì al volo la panzana e incriminò Pellegriti per calunnia. Ciò scatenò la rabbia del sindaco e dei suoi professionisti antimafia che volevano invece incastrare gli andreottiani e avevano passato il tempo a catechizzare Pellegriti (come rivelerà Falcone al Csm). Questo l’antefatto della «denuncia» di Orlando allo show di Santoro, in cui l’interessato fu aggredito in sua assenza e contro il principio di lealtà.


L’accusa mise Falcone nelle peste. Il giudice che da anni era l’icona della lotta alle cosche viveva un momento delicato. Preso di mira per il suo rigore dai fanatici che confluiranno nella Rete (il partito orlandiano), finì nel tritacarne della «primavera» di Palermo, l’orrida stagione dominata dal duo Orlando-Padre Pintacuda al motto imbecille: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Al punto che perfino l’attentato alla villetta all’Addaura, di cui Falcone fu vittima, si ritorse contro di lui. Sventato con la scoperta in extremis della carica di tritolo, il giudice ne trasse due indizi: che la mafia lo voleva morto e che tentava di ucciderlo adesso perché lo considerava più vulnerabile. Gli orlandiani sparsero la voce che era stata una messinscena di Falcone. La figura di Falcone, più che specchiata fino allora, perdeva smalto. Il Csm volle vederci chiaro e convocò il giudice a Roma.


La seduta si tenne il 15 ottobre 1991. In mezza giornata, di fronte a un sinedrio attento, Falcone smontò la trappola, fece alcune rivelazioni e inchiodò Orlando con alcuni giudizi che lo dipingono per l’eternità. «Orlando - disse - sarà costretto a spararle ogni giorno più grosse. Lui e i suoi sono disposti anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Spiegò che, contrariamente alle accuse del sindaco, «nei cassetti non c’erano prove, perché ormai erano stati tutti svuotati» e gli eventuali accantonamenti erano solo «indagini fatte male». Se poi il sindaco si è incattivito, è perché non ha digerito l’arresto di Vito Ciancimino, il mafioso. Ma come proprio Orlando, che dell’antimafia ha fatto una religione, prende cappello se sbattono don Vito in gattabuia? Eh sì, rivela Falcone - e questa è davvero bella - «perché nonostante un sindaco come Orlando (ironia?, ndr) la situazione degli appalti a Palermo continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco...».


Ecco, dunque, messi a nudo gli altarini: Leoluca ce l’aveva col giudice perché gli aveva arrestato il Cianci. Oltre, naturalmente, avergli mandato a monte il piano contro Andreotti. Verso la fine dell’udienza, il giudice fa un affresco della Palermo del duo Orlando-Pintacuda. «Non si può andare avanti in questa maniera... è un linciaggio morale continuo... Facendo come fanno loro le conseguenze saranno incalcolabili. Ma veramente incalcolabili». Le ultime parole dell’arringa sono da incidere nel bronzo: «La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità; la cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo». Poi, prima di lasciar il Csm, il giudice aggiunse stancamente, senza sapere - o forse sì? - quanto fosse profetico: «Mi stanno delegittimando. Cosa Nostra fa così: prima insozza la vittima, poi la fa fuori».

Falcone morì sette mesi dopo, il 23 maggio 1992, dilaniato con moglie e scorta dall’ordigno di Capaci. Orlando andò al funerale, ciuffo in doglie e aria del cane bastonato. Sul sagrato della chiesa, Maria Falcone, sorella dell’ucciso, lo affrontò: «Hai infangato il nome, la dignità, l’onorabilità di un giudice integerrimo». E gli girò le spalle. Leoluca piagnucolò: «È una cosa che mi fa molto male». Di Orlando ci sarebbe molto altro da dire. Ma ho preferito utilizzare lo spazio per riassumere la vera storia tra lui e Falcone. Chi oggi li accomuna, come se fossero stati sulla stessa barricata, mente. I morti non parlano ed è sul silenzio di Falcone che retori e scribacchini hanno creato il gemellaggio fasullo del giudice e del sindaco, mettendoli sullo stesso altare. Chi è dalla parte di Falcone non può stare con Orlando. Ecco perché la scelta elettorale di Palermo è un brutto indizio.




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