domenica 10 giugno 2012

Green Hill, gli animalisti: "Golpe di una senatrice Pd per non chiudere il lager"

di Luisa De Montis - 10 giugno 2012, 16:44

Le associazioni animaliste: "La senatrice Marinaro vuole stralciare la norma che chiude Green Hill"


"Basta giochetti della politica sulla pelle dei cani di Green Hill". La denuncia viene dal fronte delle associazioni animaliste contro quelle che definiscono "oscure manovre" in senato.

Screen 2012.6.10 17-0-8.9

Secondo gli animalisti, infatti, la senatrice Pd starebbe tentando di stralciare l'articolo 14 - quello che prevede tra le altre cose la chiusura di Green Hill e l’obbligo di ricorrere all’anestesia per la sperimentazione sugli animali - dalla legge comunitaria all'esame del Senato.

E questo nonostante molti italiani si siano espressi a favore della norma, già approvata da Camera e commissioni di Palazzo Madama, e che anche il il ministero della Salute e quello delle Politiche comunitarie abbiano dato il parere positivo al testo. "La senatrice Marinaro, del Pd, forse si è dimenticata di essere al servizio del paese e sta tentando l’ennesimo golpe sulla pelle dei 2.500 beagle che ogni anno l’allevamento di Montichiari condanna alle torture dei laboratori", sostengono le associazioni animaliste Enpa, Lav, Leidaa, Lega del cane, Oipa e Chiliamacisegua.

"La senatrice Francesca Marinaro avrebbe infatti ottenuto il consenso di una parte dei senatori del suo partito presenti nella commissione politiche dell’unione europea intorno alla sua scandalosa proposta: stralciare l’art. 14 dall’esame. Si tratta di una manovra che tradisce l’assoluto disprezzo per la maggioranza degli italiani che reclamano a gran voce la chiusura del lager di Montichiari e maggiori tutele per gli animali. Siamo stufi di assistere ai giochetti di politici che perseguono interessi personali e obiettivi diversi da quelli dei loro elettori, pensando di potere agire indisturbati come se i cittadini fossero sprovveduti. Sappiamo bene, infatti, quali grandi interessi economici ruotino intorno alle multinazionali e alle lobby che le tutelano, ma non permetteremo che il lucro prevalga sulla volontà degli italiani, in difesa di chi non ha voce".

Guantanamo, incatenati al pavimento per seguire il corso d'informatica

Corriere della sera

Reporter del «Telegraph» per 4 giorni nel supercarcere


MILANO - Incatenati al pavimento per poter seguire il corso d'informatica. La vita quotidiana all'interno del carcere di Guantanamo è stata raccontata domenica dal Sunday Telegraph. Un giornalista e un fotografo del domenicale del Daily Telegraph hanno avuto il permesso dalle autorità americane di passare quattro giorni nel carcere supersegreto e di parlare con i secondini e con diverse funzionari che vi lavorano. A differenza dei colleghi più pericolosi che sono costretti all'isolamento e vivono in un'altra sezione del carcere, i detenuti del Camp VI hanno la possibilità di seguire corsi d'arte o d'informatica, ma le loro gambe, come mostrano le foto e i video girati all'interno del penitenziario, sono incatenate al pavimento in modo che i secondini possano controllarli più facilmente.

LA VITA QUOTIDIANA - Per riuscire a entrare nel famigerato carcere, che divenne tristemente famoso nel 2002 quando diversi media americani per la prima volta pubblicarono le foto dei detenuti in tuta arancione legati e incatenati, il quotidiano britannico ha dovuto negoziare per diversi mesi con il comando americano e tutti i video e le foto, prima di essere pubblicati, hanno dovuto ottenere l'approvazione militare. I funzionari affermano che ai detenuti meno pericolosi è garantito un regime carcerario abbastanza liberale. Oltre ai corsi d'arte e d'informatica, i prigionieri possono guardare la tv e frequentare la palestra 24 ore su 24, giocare a play station e consultare una biblioteca nella quale ci sono più di 200 libri in lingua inglese, araba e russa.

Inoltre nella stessa struttura possono leggere riviste e guardare Dvd. Le catene - spiegano i dirigenti del carcere che oggi ospita 169 detenuti - sono necessarie per evitare che gli istruttori e i secondini siano attaccati dai prigionieri nonostante non siano pochi - a detta dei funzionari - i detenuti che hanno rinunciato alla jihad dopo la Primavera araba e la morte di Osama Bin Laden. All'interno del penitenziario esiste una sezione segreta di 40 metri quadrati, definita «camp seven» che ospiterebbe Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell'11 settembre e quattro suoi complici Ramzi bin al-Shibh, Mustafa Ahmad al-Hawsawi, Ali Abd al-Aziz Ali e Walid Bin Attash, tutti accusati della morte delle 2973 persone scomparse dopo l'attacco alle Torri Gemelle. I cinque detenuti saranno giudicati da un tribunale militare.


Una delle foto all'interno del carcere di Guantanamo del Sunday TelegraphUna delle foto all'interno del carcere di Guantanamo del Sunday Telegraph

I NUMERI - Sebbene Barack Obama avesse promesso la chiusura di Guantanamo durante la campagna elettorale del 2008, il provvedimento è rimasto nel cassetto. Anzi recentemente il Presidente ha firmato il National Defense Authorization Act norma che permette di tenere in carcere a tempo indeterminato e senza processo quei detenuti giudicati troppo pericolosi per essere rilasciati. Oggi a Guantanamo sono 46 i carcerati che appartengono a questa categoria. Altri 36 detenuti invece sono in attesa di giudizio e saranno processati da un tribunale militare. I restanti ottantasette sono stati giudicati e dovrebbero lasciare presto il carcere. Il detenuto più giovane di Guantanamo ha 24 anni. Quando fu catturato aveva appena 15 anni e secondo James Lettko, il vice comandante della Joint Task Force di Guantanamo, su di lui pendono accuse gravissime: «Questi prigionieri provengono dalla profondità dell'organizzazione terroristica - dichiara Lettko - Abbiamo diversi soldati che sono stati catturati quando erano molto giovani. Ci sono detenuti che hanno un'alta scolarizzazione, sono laureati e spesso si sono specializzati negli Stati Uniti d'America. Qui dentro c'è una fetta della rete terroristica che ha avuto grandi contatti con la base dell'organizzazione».

Francesco Tortora
10 giugno 2012 | 15:05

Monumenti e turisti (incivili) a Roma

Corriere della sera

Ecco come alcuni di loro «trattano» le opere d'arte
di Antonio Crispino

Dalla Fontana di Trevi al Colosseo da Piazza di Spagna al Campidoglio: c'è chi si sente libero di salire sui monumenti e farsi fotografare dovunque. Cosa ovviamente vietata. Quando non c'è chi controlla, il senso civico non basta.

La nuova vita dei beagle strappati a Green Hill

Corriere della sera

Il 28 marzo sono stati liberati 70 cani dall'allevamento lager di Montichiari: i cuccioli stavano male, adesso sono rinati


Forse, di questa specie bipede, non hanno capito poi tanto. Prima li ignora, li chiude in gabbia, e a un certo punto li spedisce in blocchi a scoprire mezza Europa. Poi, improvvisamente, se li coccola, si preoccupa, non li lascia soli. Cerca pure di insegnare loro cosa sia una... palla? Non parliamo dell’erba poi, ci si può correre, giocare, riposare. Su quei tavoli con i lenzuoli verdi ce li porta ancora, il bipede, eppure, che strano, resta pure lui, e alla fine si torna a casa insieme. Già, forse, di questa specie bipede, i beagle destinati alla sperimentazione «liberati» da Green Hill nel corso del blitz animalista del 28 marzo scorso organizzato da «Occupy Green Hill», non hanno capito poi molto. La nuova vita dei Beagle strappati a Green Hill


LA NUOVA VITA DEI BEAGLE - Chissà che le idee, dopo oltre un mese, questi cuccioli, così come le fattrici, non le abbiano un po’ più chiare. Stanno bene, ma non per tutti, una settantina di cani, è stato facile. Una delle femmine da riproduzione, probabilmente una delle più anziane, è stata curata a causa di una mastite piuttosto pronunciata. Sta imparando a masticare, e quella cosa chiamata «gioco» inizia a piacerle parecchio. Ecco perché, anche se forse questa specie bipede resta misteriosa, di lei, sta iniziando a fidarsi.


LA LIBERAZIONE DEL 28 MARZO -Quel giorno, il 28 aprile, è stato il caos. Un delirio che si nutriva della tensione generata dall’irruzione nell’allevamento, e dal giubilo alla vista di quei cuccioli così indifesi. Non solo. Perché protagonista è stata anche la solidarietà silenziosa di una cittadina, Montichiari, che c’ha messo la faccia e il cuore. E gli attivisti giurano che non dimenticheranno: di chi ha preso l’auto di corsa per dare loro un passaggio e portare i cagnolini in salvo, o chi la macchina l’ha fermata seduta stante, per stravolgere la tabella di marcia e caricarseli a bordo. Lo sa bene chi, i beagle di 40 giorni, se li è infilati nello zaino. E chi ha adottato un cucciolo che all’inizio non mangiava, non beveva, non viveva: le difese immunitarie a terra, molto probabilmente, secondo gli esperti, a causa di un trattamento mirato al tipo di sperimentazione in programma. L’anemia sta passando, e lui non ha alcuna intenzione di poltrire tutto il giorno. «Li hanno liberati, guarda!» aveva urlato una bimba. E quella voce resta, certo, insieme a 13 denunce in attesa del processo. Intanto, sabato prossimo alle 15 è fissata una manifestazione nazionale a Roma, contro la vivisezione, in attesa che la legge cambi: il corteo si muoverà da piazza Repubblica a piazza San Giovanni.

Mara Rodella
9 giugno 2012 (modifica il 10 giugno 2012)

Leggina per salvarsi la paga L’ultima furbata della Casta

Libero

Aumentano i deputati che possono essere assenti giustificati: così evitano i tagli alla diaria


Screen 2012.6.10 13-30-12.5

Hanno tirato la cinghia sotto il pressing dei media e dell’opinione pubblica, ma a un certo punto non ce l’hanno più fatta. I deputati hanno chiesto e ottenuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini un ammorbidimento delle regole che portano a togliere loro una quota della diaria (3.500 euro al mese) per ogni seduta di aula in cui  non partecipano ad almeno un terzo delle votazioni o per le sedute di commissione in cui non siano riusciti a fare rilevare la loro presenza (o attraverso la tessera digitale o firmando un registro). Lo sconto che il preside ha concesso alla sua scolaresca è stato approvato a metà marzo lontano dai riflettori, ma questa settimana è stato pubblicato nel bollettino sommario degli organi collegiali che riporta tutte le riunioni del collegio dei questori e dell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati.

Proprio qui alla presenza di Fini è stato approvato questo sostanziale sconto ai monelli che bigiano scuola (anche chi preferisce non perdere tempo in lavori parlamentari spesso inconcludenti e dedicarsi alla propria e più redditizia professione). Con un mini regolamento sono state definite le cause di assenza che possono ogni mese essere giustificate dal collegio dei Questori. Le prime sono banali, e varrebbero per qualsiasi altro lavoratore: “si può ritenere giustificabili i deputati risultati assenti per ricovero ospedaliero ovvero per malattia certificata da un medico dell’azienda sanitaria locale di appartenenza o da una struttura sanitaria pubblica. Potrebbero altresì essere giustificati i deputati assenti per motivi di lutto di congiunti e, per un numero massimo di tre giorni al mese, per assenza ai familiari permanentemente invalidi”. Poi si passa al vero e proprio condono che salva le trattenute dei rimborsi della diaria: “Inoltre, tenendo conto di una esigenza rappresentata dai gruppi parlamentari, si propone di incrementare il numero dei deputati giustificabili da parte dei gruppi medesimi, in ragione della loro consistenza numerica”.

Cosa significa? Che i vari gruppi avevano un numero limitato di parlamentari nelle proprie fila che potevano essere giustificati a prescindere per le proprie assenze, percependo quindi la diaria anche se non partecipavano ai lavori. Di solito si tratta dei leader dei partiti politici: usano questo vantaggio Pierluigi Bersani, Angelino Alfano, Pierferdinando Casini e pochi altri importanti dirigenti di quei partiti. Ora la platea dei condonati si allarga, il suo numero non è stato rivelato (dicono per questioni di privacy che c’entra come il due di picche), e si sa solo che dipenderà dalla consistenza dei gruppi parlamentari. Questo significa che non saranno permesse 20 eccezioni per un gruppo che abbia 20 parlamentari, ma che saranno sicuramente di più nel Pd e nel Pdl. Fra le cause in cui l’assenza risulterebbe giustificata ci sono anche quelle della legge 104 del 1992, che regola i permessi e i congedi di lavoro.

di Fosca Bincher

Alemanno sbaglia sull'eredità e non era l'unico amico di Dalla»

Corriere della sera

Il cugino del cantante: il patrimonio può essere diviso in 5 o 6 parti


Alemanno e Lucio DallaAlemanno e Lucio Dalla

«Sono stupito dello sfogo di Marco Alemanno», dice Simone Baroncini, cugino di secondo grado di Lucio Dalla. Al telefono arriva un groviglio di suoni, stanno per cominciare al San Carlo di Napoli le prove di un concerto. Baroncini è il primo corno dell'orchestra napoletana. «Ho appena finito di leggere l'articolo sul Corriere della Sera . Francamente, non me l'aspettavo». Dopo tre mesi di pace, l'eredità di Dalla, in assenza di un testamento e dopo la nomina del curatore da parte del Tribunale, diventa un caso. «Ma l'eredità è bloccata per problemi amministrativi, al momento il proprietario dei beni è il Tribunale. Io continuo a vivere con il mio stipendio che oscilla tra i 2.000 e i 2.500 euro. Neanche noi, che siamo parenti, possiamo entrare in casa di Lucio».

Baroncini si fa interprete della famiglia di Dalla, il giorno dopo lo sfogo di Alemanno, l'attore di 32 anni che dal 2004 era vicino a Dalla, hanno lavorato insieme fino al giorno della scomparsa, lo scorso primo marzo, vivevano nella stessa casa in via D'Azeglio a Bologna. Alemanno ribadirà la sua verità il 27 giugno al Festival di Taormina, dove sarà protagonista di un omaggio a Dalla. Ci aveva detto: «Vivo in un'ala della casa, sono prigioniero, i parenti negano l'evidenza e mi hanno tolto le chiavi della zona in cui viveva Lucio, dove ci sono i miei oggetti, le opere d'arte che mi aveva regalato». Alemanno vi accusa di aver cambiato la serratura. «Non è così, l'hanno cambiata le forze dell'ordine dopo la sua morte, le chiavi le ha il curatore nominato dal Tribunale. Marco deve avere pazienza, la burocrazia è lenta, c'è gente che aspetta anni per un processo». Lei conosce Alemanno?

«Io sì, a differenza degli altri parenti. Fa parte degli ultimi otto anni della vita di Lucio. Prima, però, non c'era. Ci ho fatto colazione due-tre volte, al tempo in cui conosceva Lucio solo di vista, ogni tanto lo portavo a casa in motorino. La famiglia non ce l'ha con lui, è anche un bravo attore, non vogliamo togliere niente a nessuno. Io in una riunione con gli altri familiari ho detto: quando arriverà il momento, cerchiamo di far felici tutti. Se c'è una grande eredità e la dividi per cinque o per sei, che cosa cambia? Lucio aveva due figliocci, lui e Stefano Cantaroni, un pittore che ha fatto compagnia a Lucio per vent'anni. Anche lui allora ha dei diritti. Tra l'altro, non si è saputo, ma una settimana fa una delle cinque eredi per legge, zia Luisa, è morta. Stefano c'era. Marco non l'ho visto, però non so se aveva saputo della morte».

Marco è sotto pressione, si deve umanamente capire. «D'accordo, ma è l'unico che è rimasto in una proprietà di Lucio, ha la residenza lì. Mio cugino Daniele alle Tremiti e mia madre in Sicilia, dove sono le altre proprietà immobiliari di Lucio, giorni fa hanno dovuto andare in albergo». Dicono che voi parenti non vedevate mai Lucio. «Io sono musicista e ho conosciuto qualche realtà musicale. Andrea Faccani, che è un altro parente, ha lavorato quarant'anni per Lucio, guidava la macchina, lo accompagnava». Quanto alla storia degli effetti personali, che Alemanno non può riavere indietro, Baroncini dice che «ogni giorno saltano fuori mille cose, Marco ha più il polso della situazione, ha il curatore del Tribunale che abita al piano sotto di lui. Potrei dire che io volevo far accordare il pianoforte di Lucio e non ho potuto».

Come finirà la storia della «Fondazione Dalla»? Voi parenti siete favorevoli a concerti e mostre, Alemanno era d'accordo con Lucio nel cercare attraverso di essa nuovi talenti. «L'Italia è piena di talent scout, chi ha l'orecchio di Lucio per scoprire nuovi talenti? Noi nella Fondazione metteremmo un portale digitale con tutto il possibile dentro, e i progetti un po' folli, com'era Lucio. Lo sa che curava il design dei bagni?». Ieri Baroncini al San Carlo ha provato la Sinfonia Fantastica e Lélio di Berlioz e con la voce recitante di Toni Servillo. Uno degli artisti, accanto a De Gregori, Mannoia, Battiato e Renato Zero, che sono pronti a schierarsi al fianco di Alemanno. «Non capisco che cosa vuol dire in questa vicenda schierarsi attivamente...». Dalla voleva bene a Marco Alemanno? «Assolutamente sì». Almeno su questo, sono tutti d'accordo.


Valerio Cappelli
10 giugno 2012 | 8:57

Kill Facebook»: in Rete la dichiarazione di guerra di Anonymous

Il Mattino

20120609_anonymous111

«Attenzione: i vostri media di comunicazione saranno distrutti. Se siete degli hacktivisti o semoplicemente pesone che vogliono difendere la libertà di informazione, unitevi alla causa ed uccidete Facebook.» Il proclama è apparso in Rete ed è firmato da Anonymous, il gruppo di hacker internazioNali che assaltano siti istituzionali e no. Lanciano la loro campagna d'estate: uccidi Facebook.



Facebook, dice una voce sintetica spia potenzialmente ogni cittadino del mondo, vende informazioni ai regimi autoritari, fa carta stracia del diritto alla riservatezza. Per questo si chiede di unirsi alla causa. Anonimous è un grupo talmente anomalo da sfuggire a definizioni. Non ha leader, non ha un volto. L'ultimo colpo in Italia l'attacco al sito di Beppe Grillo.


Sabato 09 Giugno 2012 - 22:46   
Ultimo aggiornamento: 23:16

Germania Anni 30 e baratro europeo La lezione dimenticata da Berlino

Corriere della sera

Tedeschi ossessionati dall'iperinflazione. E ignorano la storia del XX secolo: la Cancelliera scorda la crisi bancaria di allora che contribuì allo smantellamento della democrazia in Europa


In Germania nel 1923 una carriola di marchi non valeva quasi niente a causa dell'iperinflazioneIn Germania nel 1923 una carriola di marchi non valeva quasi niente a causa dell'iperinflazione

Manca un minuto alla mezzanotte in Europa? Nutriamo seri timori che la scelta del governo tedesco di «fare troppo poco e troppo tardi» provochi il ripetersi della crisi della metà del XX secolo, che la nascita dell'integrazione europea aveva voluto scongiurare.

Appare sconcertante che proprio la Germania, di tutti i Paesi europei, abbia dimenticato la lezione della storia. Ossessionati dall'inesistente minaccia dell'inflazione, si direbbe che i tedeschi di oggi attribuiscano maggior importanza al 1923 (l'anno dell'iperinflazione) che al 1933 (l'anno che segnò la morte della democrazia). Farebbero meglio a ricordarsi come una crisi bancaria europea, due anni prima del 1933, contribuì direttamente allo smantellamento della democrazia, non soltanto nel loro Paese, ma da un capo all'altro dell'Europa.

Sono più di tre anni che lanciamo allarmi, invitando l'Europa continentale a fare ordine nei bilanci. Ma non è stato fatto quasi nulla. Nel frattempo, è da due anni che si assiste a una corsa agli sportelli delle banche alla periferia dell'eurozona: i finanziamenti transfrontalieri e interbancari vengono sostituiti da quelli della Bce; e i grossi investitori privati hanno già abbandonato le sponde della Grecia e le altre banche dell'area mediterranea.

Ma adesso il pubblico ha perso la fiducia e la corsa agli sportelli potrebbe prosciugare anche i piccoli depositi assicurati. Se la Grecia uscisse dall'unione monetaria, verrebbero congelati i depositi bancari per essere convertiti in nuove dracme: un euro in una banca greca non sarà più pari a un euro in una banca tedesca. Lo scorso mese i greci hanno ritirato più di 700 milioni di euro dalle loro banche.


Niall Ferguson insegna storia moderna ad Harvard. Tra le sue opere «Impero» (Mondadori) e «Civilization: The West and the Rest»Niall Ferguson insegna storia moderna ad Harvard. Tra le sue opere «Impero» (Mondadori) e «Civilization: The West and the Rest»

Ancor più preoccupante è il fatto che un fenomeno simile si sia verificato anche presso alcune banche spagnole il mese scorso. Il goffo salvataggio di Bankia non ha fatto altro che rinfocolare le preoccupazioni degli spagnoli. Durante una recente visita a Barcellona, ci è stato chiesto con insistenza se era sicuro lasciare i propri risparmi in una banca spagnola. Questo genere di processo è potenzialmente esplosivo. Ciò che oggi appare una disinvolta passeggiata in banca potrebbe trasformarsi in uno scatto precipitoso verso l'uscita. La gente ragiona con la testa e si chiede: a chi tocca adesso?  Come abbiamo discusso nell'incontro del Nicolas Berggruen Institute una decina di giorni fa a Roma, la ricetta per uscire dalla crisi sembra ovvia.

Innanzitutto, occorre avviare un programma di ricapitalizzazione diretta - tramite azioni privilegiate senza diritto di voto - delle banche dell'eurozona, sia quelle centrali che quelle periferiche, ricorrendo all'Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e al suo successore, l'Esm (Meccanismo europeo di stabilità).

Il sistema attuale per ricapitalizzare le banche con prestiti sovrani dai mercati obbligazionari nazionali - e/o l'Efsf - si è rivelato un disastro in Irlanda e in Grecia, facendo schizzare verso l'alto il debito pubblico, aggravando l'insolvenza del prestito sovrano e il rischio delle banche, per il crescente travaso del debito nelle loro mani.

Secondo, per evitare la corsa agli sportelli nelle banche europee - una certezza nel caso dell'uscita della Grecia e molto probabile comunque - occorre creare un sistema europeo di assicurazione dei depositi bancari.

Per ridurre il rischio morale (e il rischio ipotecario e creditizio che si accollano i contribuenti europei) sarà necessario introdurre misure addizionali. Primo, il programma di assicurazione dei depositi deve essere finanziato da adeguati prelievi bancari: potrebbe trattarsi di una tassa di transazione o, meglio, di un prelievo su tutti i passivi bancari.
Secondo, è necessario impostare uno schema bancario grazie al quale i creditori non assicurati delle banche - sia junior sia senior - vengano penalizzati prima che si faccia ricorso ai soldi dei contribuenti per ripianare le perdite bancarie. Terzo, occorre varare misure idonee a limitare le dimensioni delle banche, per evitare la sindrome del «troppo grande per fallire». Quarto, occorre adottare un sistema europeo di vigilanza e regolamentazione comune a tutta l'area europea.

È anche vero che l'assicurazione sui depositi, a livello europeo, non potrà funzionare se persiste il rischio di estromissione di un Paese membro dall'eurozona. Sarebbe molto dispendioso garantire i depositi in euro, perché il Paese in uscita dovrebbe convertire tutti i fondi in euro nella nuova valuta nazionale, che si svaluterebbe rapidamente nei confronti dell'euro. D'altro canto, se l'assicurazione dei depositi è valida solo a condizione che il Paese in difficoltà resti comunque nell'eurozona, ciò non basterà a impedire la corsa agli sportelli. Occorre pertanto mettere in atto politiche adeguate per minimizzare il rischio di uscita.

Occorre accelerare l'introduzione di riforme strutturali atte a stimolare l'aumento di produttività. E la crescita dovrà ripartire con nuovi impulsi. Le politiche per raggiungere questo scopo comprendono l'intervento monetario della Bce, un euro più debole, stimoli fiscali al nocciolo dell'economia, riduzione della spesa e investimento nelle infrastrutture alla periferia (possibilmente con una «golden rule» per gli investimenti pubblici), e aumenti salariali in base alla produttività per sostenere il reddito e rilanciare i consumi.

E infine, vista l'insostenibilità di un elevato debito pubblico e di costosi interessi sui prestiti in alcuni Paesi membri, non vediamo alternative all'introduzione di qualche forma di mutualizzazione del debito.


Sono emerse di recente diverse proposte per gli eurobond. Tra di esse, è da preferire la proposta emanata dal Consiglio economico tedesco a favore di un European redemption fund (Erf) - non perché sia la soluzione ottimale, quanto piuttosto perché appare l'unica in grado di placare le preoccupazioni tedesche all'idea di accollarsi un rischio eccessivo.
L'Erf rappresenta uno strumento transitorio che non conduce all'emissione di eurobond permanenti, è sostenuto da adeguate garanzie collaterali ed è sottoposto a condizioni stringenti. Il rischio principale è che una simile proposta, se accettabile per la Germania, comporti tuttavia una perdita di sovranità in materia di politica fiscale nazionale da apparire improponibile per gli altri Paesi dell'eurozona, in particolare Italia e Spagna.


Nouriel Roubini aveva previsto la crisi dei mutui Usa e il crac del 2008.  Economista, insegna alla New York UnivesityNouriel Roubini aveva previsto la crisi dei mutui Usa e il crac del 2008. Economista, insegna alla New York Univesity

Se sarà inevitabile rinunciare a una fetta di sovranità, esiste tuttavia una differenza tra federalismo e «neocolonialismo» - nelle parole di un leader politico intervenuto all'incontro di Roma. Finora la posizione tedesca si è dimostrata implacabilmente negativa su tutte queste proposte. Le preoccupazioni tedesche riguardo i pericoli dell'operazione sono tuttavia comprensibili: mettere a rischio i soldi dei contribuenti tedeschi sarà difficile da giustificare se non verranno introdotte riforme incisive nei Paesi periferici. Ma ci vorrà del tempo per renderle effettive.

Ricordiamo che la riforma strutturale del mercato del lavoro tedesco non è stata realizzata dalla sera alla mattina, mentre invece l'attuale crisi bancaria europea rappresenta un rischio finanziario che potrebbe esplodere da un giorno all'altro. La Germania dovrà capire che la ricapitalizzazione delle banche, l'assicurazione europea sui depositi e la mutualizzazione del debito non rappresentano più scelte facoltative, bensì i passi essenziali per evitare la disintegrazione irreversibile dell'Unione monetaria europea. Se non è ancora convinta, dovrà capire che il costo dello smantellamento dell'eurozona sarà di proporzioni astronomiche - per i tedeschi, come per tutti gli altri.

Dopo tutto, l'attuale prosperità economica della Germania deriva in larga misura dall'unione monetaria. L'euro ha dato all'esportazione tedesca un tasso di scambio molto più vantaggioso rispetto al vecchio marco. E il resto dell'eurozona rappresenta la destinazione finale del 42 percento delle esportazioni tedesche. Sprofondare metà di quel mercato in una nuova recessione non rappresenta certo una saggia decisione per la Germania.

In ultima analisi, come la cancelliera Merkel ha riconosciuto la settimana scorsa, l'unione monetaria da sempre lasciava presagire una più stretta integrazione verso l'unione fiscale e politica dei Paesi dell'area euro. Ma ancor prima di intraprendere questo passo storico, l'Europa dovrà dimostrare di aver appreso gli insegnamenti del passato. L'Unione Europea è stata creata per evitare il ripetersi dei disastri degli anni Trenta. Oggi è venuto il momento in cui tutti i Paesi europei - ma specialmente la Germania - devono rendersi conto di quanto sono pericolosamente vicini a lasciarsi travolgere dagli stessi errori.

(traduzione di Rita Baldassarre)

di Niall Ferguson e Nouriel Roubini
10 giugno 2012 | 8:34

Il prezzo di Obama: 7 cammelli vivo o morto. E per la Clinton? «Due bastano»

Il Mattino

MOGADISCIO - Mentre gli Stati Uniti mettono una taglia milionaria sui leader degli Shabab somali, i militanti islamici ne mettono una da sette cammelli sulla testa del presidente Usa Barack Obama e una più modesta, da due cammelli, su quella del Segretario di Stato Hillary Clinton. Non è chiaro se i camelli siano molto preziosi o se gli Shabab siano dotati di umorismo. O magari, di ironia.

20120609_c4_obama

Il messaggio.
In un messaggio audio diffuso su alcuni siti jihadisti, Fuad Mohamed Khalaf, un leader dei Giovani Mujahidin somali, ricorda come nei giorni scorsi l'amministrazione Usa abbia promesso premi milionari a chi fornisce informazioni utili a individuare sette capi del gruppo. L'uomo, che si occupa della raccolta di fondi per gli Shabab, aggiunge: «Chiunque fornisce ai mujahidin informazioni su dove si nascondono l'infedele Obama e la moglie di Bill Clinton, quella donna chiamata Hillary, riceverà un premio».

Sette cammelli. Ben sette cammelli a chiunque aiuti a «scovare» Obama e due per informazioni sulla Clinton. La voce di Khalaf - uno degli uomini su cui pende la taglia di Washington - sarebbe stata registrata mentre pronunciava un discorso ai suoi seguaci nella città portuale di Merca. Si tratta, evidentemente, di un modo per sfidare il presidente Usa prendendosi gioco di lui. Ma la promessa di sette cammelli potrebbe allettare qualcuno, visto che si stima che in Somalia un cammello possa arrivare a costare 700 dollari.

L'iniziativa Usa. Il dipartimento di Stato, tramite il suo programma sui terroristi internazionali ricercati, giovedì ha messo una taglia complessiva di 33 milioni di dollari su alcuni leader degli Shabab. Sette milioni andranno a chi aiuta a individuare il loro fondatore, Ahmed Abdi Aw-Mohamed, che in un recente messaggio video ha annunciato la fusione del gruppo con al-Qaeda. Cinque milioni sulla testa di quattro tra i più stretti collaboratori di Aw-Mohamed, tra cui Khalaf, e tre milioni su quella di altri due leader del gruppo islamico somalo.


Sabato 09 Giugno 2012 - 21:05    Ultimo aggiornamento: 21:50

Signor presidente, sia buono: mi conceda la pena di morte"

di Stefano Lorenzetto - 10 giugno 2012, 08:48

Quattro condanne a vita, quattro assoluzioni. Infine l’ergastolo ostativo che non prevede permessi: l’unico, 11 ore, l’ha avuto per potersi laureare


Signor presidente della Repubblica, un cittadino di 56 anni, residente in un edificio di proprietà dello Stato che lei rappresenta, al numero 10 di via Maiano, a Spoleto, le chiede d’essere aiutato a morire. Se lei ha un cuore, dovrebbe esaudirne l’insano desiderio. Quest’uomo, in buona salute, determinato e generoso, è uno scrittore, ha già pubblicato tre libri - l’ultimo, Zanna Blu (Gabrielli editori), con la prefazione di Margherita Hack, uscito in questi giorni - ma per sopravvivere è costretto a lavorare in una biblioteca a 26 euro al mese.



La casa in cui abita misura tre passi e mezzo in lunghezza e tre passi in larghezza, bagno compreso, e ha il letto inchiodato al pavimento. Dentro ci sono solo uno sgabello, una lampadina, un tavolino, un paio di stipetti attaccati al muro, una mensola con sopra un piccolo televisore.

Si entra nel monolocale da un cancello. Dietro il cancello, un blindato che viene aperto al mattino e chiuso la sera. Al centro del blindato, uno spioncino, perché Carmelo Musumeci, alias Zanna Blu, originario di Aci Sant’Antonio (Catania), è detenuto per associazione a delinquere di tipo mafioso, in regime AS1 (Alta sicurezza), va guardato a vista e non può stare con altri reclusi: «Divido la cella solo col mio cuore». Nel 1995 gli è stato inflitto l’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Alessio Gozzani, un pregiudicato di Massa Carrara assassinato nel 1991, che l’anno prima, secondo la Criminalpol, aveva partecipato a Roma all’assassinio di Enrico De Pedis, il boss della Magliana oggi sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare. Il pentito Angelo Siino ha scagionato Musumeci, attribuendo il delitto Gozzani, del quale non s’è mai scoperto l’esecutore materiale, a Cosa nostra, ma le carte di quella confessione si sono smarrite nei meandri del Palazzo di giustizia di Palermo. Musumeci non si dichiara né innocente né colpevole: semplicemente s’accontenta d’essere giudicato un uomo diverso. «Sono stato punito per reati che non ho commesso e perdonato per reati che ho commesso». Del resto per quattro volte l’hanno condannato al carcere a vita e per quattro volte l’hanno poi assolto.

L’inquilino della cella numero 154 è «un uomo ombra». Sconta un tipo di ergastolo speciale, quello ostativo, che gli nega permessi-premio o altri benefici. Per questo supplica Giorgio Napolitano di concedergli la pena di morte. «Un ergastolano ostativo è cattivo e colpevole per sempre. Per uscire ha un’unica possibilità: mettere in cella un altro al posto suo. Se parla, lo liberano. Sennò sta dentro fino al momento del decesso». Nel suo caso, per la verità, c’è stata un’eccezione, altrimenti non avrebbe potuto scrivere Undici ore d’amore di un uomo ombra, il suo secondo libro, con prefazione di Barbara Alberti, che narra dell’unico giorno di felicità da quando, 21 anni fa, ha smesso di veder sorgere il sole all’orizzonte, «perché vivo con le sbarre alla finestra e con un muro davanti agli occhi». L’11 maggio 2011 il giudice di sorveglianza gli ha concesso un permesso straordinario per presentarsi presso la facoltà di giurisprudenza di Perugia, dove s’è laureato in legge con una tesi dal titolo La «pena di morte viva»: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità, discussa col professor Carlo Fiorio, docente di procedura penale.

Quel giorno ad attenderlo all’uscita della prigione, per le uniche 11 ore di libertà della sua vita recente, e soprattutto futura, c’era Nadia Bizzotto, dall’età di 21 anni costretta in carrozzella per un incidente stradale, responsabile della casa d’accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi a Bevagna (Perugia). È lì che s’è tenuto il pranzo di laurea. Musumeci aveva accanto la compagna Sandra, 58 anni, soprannominata Lupa Bella, e i figli Barbara, 30 anni, laureata in ingegneria chimica con 110 e lode, che lavora a Modena, e Mirko, 28, che gli ha dato due nipoti, Lorenzo, 6, e Michael, 4. Porta i loro nomi tatuati sulle braccia.

Nadia Bizzotto è una volontaria originaria di Bassano del Grappa che da anni, tutti i mercoledì, lo va a trovare in carcere. Musumeci la chiama «il mio diavolo custode» e in cella conserva il rosario che la ragazza stringeva in ospedale dopo lo schianto. «Ho anche un’immagine della tomba di don Oreste e poi, le sembrerà strano, ma nel mio angolo della felicità, dove tengo le foto dei figli e dei nipotini e le foglie e i fiori secchi che mi mandano le suore o qualche mio amico che vive nei boschi, c’è anche lei, Lorenzetto, perché la mia figlia del cuore, Mita, mi ha mandato, non so neppure dove l’abbia presa, una sua foto sorridente accanto a don Benzi, con scritto sul retro “Don Oreste con Stefano Lorenzetto del Giornale”. Anche se mi hanno detto che la sua è una testata forcaiola, m’ispirano le persone che sorridono».

Sono imperscrutabili i disegni che si compongono in questi 10 metri quadrati dimenticati dal sole ma non dalla luce. Mita è la figlia di un operatore penitenziario della casa circondariale di Perugia, morto tre anni fa per un tumore al pancreas. S’è imbattuta in Carmelo visitando il suo sito su Internet dedicato alla condizione carceraria ed è come se avesse trovato un secondo padre. Gli ha scritto. Ora gli fa visita ogni 15 giorni insieme col marito.

La sua compagna le vuole bene da 30 anni, ma non può aspettare il suo ritorno. Che cos’è che vi tiene uniti?
«Lascio rispondere Zanna Blu: “Lupa Bella era una lupa meravigliosa, dolce e buona. Anche lei, come Zanna Blu, aveva sofferto. Come lui era stata abbandonata da piccola e fino a quel momento era vissuta da sola. Una notte di luna piena giurarono entrambi che non si sarebbero mai lasciati, né con il cuore, né con la mente. Che i loro cuccioli mai e poi mai sarebbero stati abbandonati e che non avrebbero mai conosciuto altri genitori che loro”».

Lei è stato abbandonato da piccolo?
«Mio padre era bracciante a giornata, emigrò in Francia per fame. Mia madre faceva avanti e indietro. Nella mia famiglia l’amore era un lusso. Muratore a 9 anni, a 10 mi hanno messo in collegio, ma sono scappato. Da nonna Lella ho imparato ciò che altri avevano insegnato a lei: a rubare per sopravvivere. Mi riempì di botte in presenza del bottegaio che m’aveva pescato a sgraffignare. Poi a casa me ne diede altrettante perché m’ero fatto scoprire».

A che età commise il suo primo reato?
«Sono nato colpevole. Non ricordo l’età, ma l’episodio sì: il furto di una pistola giocattolo esposta su una bancarella in una fiera. Assomigliava a quella vera che teneva nascosta mio zio. Ho imparato a rubare prim’ancora di scrivere, forse di parlare. Ma c’è solo un reato che mi ha fatto sentire veramente colpevole. Avrò avuto 10 anni. Scippai la borsa a una vecchietta. Dentro c’erano 1.000 lire. Non so perché, me ne vergognai a morte. Lasciai la banconota in elemosina a un povero davanti a una chiesa e giurai a me stesso che da grande sarei andato a prendere i soldi solo dove ce n’erano molti. E così feci. Appena quindicenne, già rapinavo banche».

In quante prigioni è stato?
«Tante. Troppe, per elencarle tutte. La prima fu Marassi a Genova nel 1972. Sono stato anche in tre carceri francesi. Questo di Spoleto è il meno peggio».

Mi racconti la sua giornata.
«Mi sveglio presto. Alle 8.30 vado a lavorare in biblioteca. A mezzogiorno ritorno in cella. Pasto frugale. Leggo i giornali. A volte vado all’ora d’aria, ma più spesso rimango in cella. Aspetto che passi la guardia con la posta. Rispondo alle numerose lettere che ricevo. La sera mi cucino qualcosa. Poi inizio a fare su e giù in cella per digerire. Tre passi avanti e tre indietro. Quando sono abbastanza stanco, mi sdraio nella branda. Leggo fino a tardi. Poi mi addormento perché non posso fare altro».

A parte la privazione della libertà, che cosa la fa più soffrire nella sua condizione di carcerato?
«La mancanza di futuro».

Quanti sono i detenuti italiani condannati al carcere ostativo?
«Potrebbero essere un migliaio. È difficile quantificare, perché decide di volta in volta il magistrato di sorveglianza».

Non c’è nessuna speranza che la sua pena venga condonata dal capo dello Stato?
«Non credo che un presidente della Repubblica sano di mente possa dare la grazia a un ergastolano condannato fra l’altro per mafia. Io voglio uscire dal carcere perché me lo merito e non per un colpo di culo o perché faccio la spia: non sono così criminale da usare la giustizia per procurarmi una scorciatoia».

Com’è possibile che gli assassini di Aldo Moro e i due di Ludwig siano già liberi e lei no?
«La legge non è uguale per tutti».

È favorevole alla pena di morte?
«Credo che sia meglio morire una volta sola che tutti i giorni. Ho scritto a Napolitano affinché si dimostri più umano e mi tramuti l’ergastolo in un’esecuzione capitale».

Alla gente spaventata, che rinchiuderebbe chi delinque e butterebbe via la chiave, che cosa sente di poter dire?
«Se vuoi punire un criminale e dargli la più severa delle pene, perdonalo. Solo il perdono ti fa sentire veramente colpevole e ti tira fuori il senso di colpa per il male che hai commesso. Se invece le persone perbene si dimostrano più cattive di te, a tal punto da infliggerti un castigo senza fine, persino il peggior criminale si sentirà innocente e migliore dei suoi governanti».

Perché ha deciso di laurearsi in giurisprudenza?
«Per lottare meglio contro l’Assassino dei Sogni, come io chiamo il carcere, che è il più grande criminale che il mondo abbia mai partorito. Voglio costringerlo a rispettare le sue stessi leggi. E anche difendere i miei diritti e quelli dei miei compagni».

Per quanti anni ha studiato?
«Sono entrato in galera con la quinta elementare e ho preso la licenza media. Poi, quando ero sottoposto allo stato di tortura del regime 41 bis nell’isola del diavolo dell’Asinara, ho iniziato a studiare da autodidatta, ma non mi davano i libri. Allora Giuliano, un maestro in pensione, strappava le pagine dei testi e me li mandava per lettera, pochi fogli alla volta. Mi ero iscritto al liceo scientifico, come mia figlia, ma c’era troppa matematica e io non sapevo fare neppure una divisione. Soprattutto non riuscivo a comprendere perché la moltiplicazione di due numeri negativi diventasse un numero positivo. Sono passato alle magistrali: peggio che andare di notte, ho trovato il latino e io non sapevo neppure la grammatica italiana».

Quando ha appreso che l’avrebbero lasciata uscire di prigione per andare a laurearsi?
«Alle 17 del giorno precedente, il più lungo di tutta la mia vita. Avevo paura che ci ripensassero».

E durante la notte ha temuto di morire, come Mosè, che poté contemplare la Terra Promessa dall’alto del Monte Nebo ma non entrarci, è così?
«Sì. Dovevo decidere se rientrare in carcere, sapendo che non avrei avuto mai più un’altra occasione simile: il tribunale di sorveglianza concede il permesso di necessità una sola volta e per un evento unico e irripetibile. Oppure potevo scappare all’estero e godermi la libertà fino a quando non mi avessero preso. Ho pensato anche a una terza possibilità: impiccarmi a un albero prima di ritornare dentro, morendo così da uomo libero. Alla fine ho scelto di rientrare per fare un dispetto all’Assassino dei Sogni e dimostrare che sono migliore di lui».

Quando conobbe don Oreste Benzi?
«Nel 2007 e da allora condivido il progetto “Oltre le sbarre” della sua comunità. Era venuto nel carcere di Spoleto, pensavo che fosse il solito prete che sta solo dalla parte dei “buoni”. In quel periodo stavo organizzando il primo sciopero della fame collettivo in tutte le carceri d’Italia, per l’abolizione dell’ergastolo. Gli chiesi se avesse il coraggio di schierarsi dalla parte dei mafiosi, dei criminali, dei più cattivi di tutti, appoggiando il nostro sciopero per far cancellare l’ignominia del “fine pena mai”. Lui mi sorrise e mi rispose: “Sì!”. Poi aggiunse: “L’uomo non è il suo errore”».

E se un giorno Nadia Bizzotto smettesse di farle visita?
«Non può farlo. Don Oreste me l’ha lasciata come angelo custode. Sono le donne e gli uomini che tradiscono. Gli angeli come lei e i diavoli come me non tradiscono mai».

Ha mai pensato di evadere?
«Non solo lo penso, ma lo faccio tutte le volte che mi addormento. L’ho sognato anche questa notte».

Don Benzi una volta mi disse: «Per rimanere in piedi, bisogna mettersi in ginocchio». Che cosa la tiene in piedi?
«Anche se avessi ucciso, le assicuro che non è mai morto un innocente per colpa mia. Quando uno nasce in una famiglia come quella che ho avuto io, non ha scelta: o sta con i buoni o sta con i cattivi. Io sono stato con i cattivi perché erano gli unici che mi volevano bene. Non cerco né pietà né compassione, pretendo la pena di morte o la fine della mia pena. Ecco che cosa mi tiene in piedi. Ora basta. Dottor Lorenzetto, cazzo! Ma si rende conto che mi ha fatto 51 domande? Neppure un pubblico ministero mi ha mai interrogato così».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Il mio amico Nobel Liu Xiaobo cancellato dal regime cinese"

di Gian Micalessin - 10 giugno 2012, 08:41

La dissidente racconta la prigionia dello scrittore finito nei campi di lavoro per le sue coraggiose denunce


«Liu Xiaobo non è più un premio Nobel, ma un desaparecido. Le ultime notizie sicure su di lui le ho avute il 18 ottobre 2010 quando ho parlato per l’ultima volta al telefono con sua moglie.



Poi lei e lui sono stati cancellati dalla faccia della Terra. Il giorno dopo la moglie è stata segregata in casa, condannata agli arresti domiciliari per impedirle di raccontare la sorte di quel marito condannato a 11 anni di galera e sepolto in un carcere a 450 chilometri da Pechino». La professoressa Tienchi Martin Liao, presidente dell’Indipendent Chinese Pen Center, un’associazione che riunisce 300 scrittori e intellettuali dissidenti dentro e fuori la Cina, è una vecchia amica del Premio Nobel Liu Xiaobo. Quando tra il 2003 al 2007, lo scrittore presiedeva il Pen lei era nel comitato di direzione. Adesso lei ne è la presidente e lui è in galera condannato a 11 anni di detenzione per aver pubblicato un manifesto sui diritti umani.

Da qualche giorno la professoressa Tienchi è in Italia per una serie di conferenze in collaborazione con Laogai.it, l’associazione in prima linea nella denuncia dei campi di lavoro cinesi. Ad ogni incontro Tienchi ricorda la sorte di quell’amico cancellato dalla faccia della terra per aver difeso la libertà di pensiero e di espressione. «Liu Xiaobo ormai è un fantasma. Segregando sua moglie, circondandola di guardie hanno cancellato qualsiasi fonte diretta di notizie perché lei è l’unica autorizzata ad incontrarlo una volta al mese - spiega Tien Chi in una questa intervista a il Giornale - ora per avere qualche informazione dobbiamo affidarci ai canali clandestini, ma è rischiosissimo perché mettiamo a rischio chi le procura. Il fratello forse potrà incontrarlo per la prima volta a luglio e allora magari avremo qualche novità. Per ora sappiamo solo che Liu Xiaobo si trova nel laogai di Jinzhou nella provincia di Liaoning nel nord est del Paese a 480 chilometri da Pechino».

Cos’è un laogai?
«Laogai è l’abbreviazione di laodong gaizao, significa "riforma attraverso il lavoro". È il vecchio sistema di rieducazione attraverso il lavoro forzato imposto dal maoismo. Nei laogai lavori gratis per il governo o per delle aziende a cui il governo vende il tuo lavoro. I laogai sono più di 1400 e contano 8 milioni di detenuti, grazie a quel lavoro a basso costo la Cina produce ogni genere di prodotti dalle componenti elettroniche alle decorazioni che usate per l’albero di Natale. I momenti più duri per i prigionieri sono quelli frenetici delle consegne, quando i detenuti per rispettare i contratti assunti con l’estero sono costretti lavorare come schiavi per anche 14 ore al giorno».

Perché la Cina ha sepolto vivo un Premio Nobel?
«Perché ha paura. Liu Xiaobo ha una grande influenza sui giovani e ha una grande capacità di analisi. Ogni sua opera è una disamina dettagliata del disastro cinese. Ogni sua pagina è una denuncia della mancanza di liberta, della corruzione che attanaglia la nazione. Liu Xiaobo mette il dito sui nervi scoperti del regime, ne individua le debolezze. Gli intellettuali come lui sono la vera fobia di un regime che teme chiunque pensa con la propria testa e minaccia di diventare una guida ideale per altri cinesi».

Mario Monti è stato in Cina e vuole rafforzare i rapporti con Pechino. Il dialogo aiuta a sensibilizzare Pechino sul rispetto dei diritti umani?
«Non so a cosa punti il vostro premier. Io so che le brutali violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Cina, la totale mancanza di democrazia sono possibili anche grazie all’assordante silenzio dei politici di tutto il mondo. Quel silenzio è un crimine perché significa accettare la logica del più forte. I leader del mondo occidentale pensano solo a far affari con la Cina. Ma questo significa accettare la logica di Pechino, diventare come loro e rischiare di subirne l’egemonia».

Senza l’economia cinese il mondo affonderebbe. Oggi sono gli unici a crescere.
«Sicuri? L’economia cinese si basa sul cheap labour, il lavoro a poco prezzo, ma il cheap labour ha bisogno di braccia giovani e di un costante ricambio. La politica che impone ad ogni famiglia di non mettere al mondo più di un figlio sta trasformando la Cina in un Paese di vecchi. Nonostante la popolazione superi il miliardo e 300 milioni i giovani sono una minoranza e senza giovani l’economia non va avanti. Per questo la Cina rischia la paralisi. Tra qualche anno il lavoro a buon prezzo sarà un miraggio e il Paese rischierà la disintegrazione sociale».

Per ora il regime sembra tenere…
«Ogni anno si contano circa 80mila rivolte. Certo le sopprimono subito, la censura impedisce che le notizie oltrepassino i confini, ma è solo una questione di tempo. Il regime mobilita al massimo centomila uomini delle forze di sicurezza per volta. La prima rivolta che oltrepasserà la soglia dei cinquantamila manifestanti e non sarà immediatamente contenibile dilagherà come un fiume in piena. Credetemi, la Cina è un vulcano ed è pronto ad esplodere».