martedì 12 giugno 2012

Corriere del Sera», la storia del giornale fondato a Milano da un napoletano

Corriere del Mezzogiorno

I primi due volumi di Angelo Varni e Simona Colarizi presentati a Palazzo Cavalcanti da Galasso e Macry



Un direttore (napoletano), due stanze, tre redattori e quattro operai. Nasce così, nel 1876, il Corriere della Sera, la cui storia viene ora raccontata in un'opera curata da Ernesto Galli Della Loggia e pubblicata da Rizzoli e dalla Fondazione Corriere della Sera.

I primi due volumi «Corriere e la costituzione dello stato unitario» di Angelo Varni e «Corriere nell’età liberale» di Simona Colarizi saranno presentati mercoledì 13 giugno a Palazzo Cavalcanti - via Toledo 348 - sede dell'Istituto Italiano di Scienze Umane. Col curatore intervengono Giuseppe Galasso, Paolo Macry e Angelo Varni.

IL CURATORE GALLI DELLA LOGGIA - «Anche in altri Paesi - scrive il curatore nell'introduzione generale - esistono giornali che hanno adempiuto, e adempiono, a una funzione analoga a quella del quotidiano di via Solferino. Assai raramente, però, è accaduto che un giornale di questo tipo sia stato sempre lo stesso con l'identica testata da un secolo e mezzo a questa parte. Il 'Corriere' era quello che è oggi, infatti, già all'inizio del Novecento, quando molti dei giornali che attualmente tengono il campo in Europa - penso per esempio a «Le Monde», al «País», all'«Independent» - erano ancora lontanissimi dal vedere la luce. È una singolarità che richiede una spiegazione».

I PRIMI DUE VOLUMI - I primi due volumi raccontano rispettivamente il periodo di direzione di Torelli Viollier e quello di Albertini, ovvero dal 1876 al 1898 (tutta torelliana tranne l'anno tra il 1891 e il 1892) e dal 1900 al 1925. Ai tomi già pubblicati seguiranno altri per raccontare la storia del giornale fino al 1992. La struttura dell'opera contempla tanto profili storici quanto raccolte di documenti.

QUEL NAPOLETANO CHE FONDO' IL CORRIERE - Il giornale «milanese» fu fondato da un napoletano. Eugenio Torelli Viollier era nato sotto il Vesuvio - il 26 marzo 1842 - da una famiglia di giuristi liberal-riformisti rimasti fedeli al Regno delle Due Sicilie. Direttore de «La Lombardia», decise con l'editore di questa testata, Riccardo Pavesi, di fondare un nuovo giornale che diresse fino alla morte avvenuta nel 1900. Fu egli stesso a indicare in Luigi Albertini il suo successore. Il primo amministratore del giornale fu suo fratello, Titta Torelli; la prima tipografia in uno stanzone nei sotterranei della Galleria Vittorio Emanuele, dove si trovava anche la prima, minuta redazione.
Lì, il direttore che Alexandre Dumas padre, fondatore del quotidiano partenopeo

«L'Indipendente» aveva assunto per primo e che intanto aveva cambiato Paesi e testate, decide che il primo editoriale parli direttamente al lettore: «Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d'una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro».

Natascia Festa
12 giugno 2012

Il fax, l’«ultimo Samurai» che resiste ai tablet

Corriere della sera

Per le imprese e le famiglie nipponiche è insostituibile, per nulla «uncool» o fuori moda: c'entra la tradizione e la lingua



MILANO - «Fai una cosa, mandami un fax!» Non siamo sicuri se gli ipertecnologici ragazzi under 18 dei giorni nostri sappiano ancora cosa sia un fax. L'apparecchio telefonico che invia e riceve l'immagine è stato rimpiazzato dalla più veloce, economica (e meno rumorosa) email. Dopo quasi 170 anni di onorato servizio - il primo test di invio di documenti tramite tecnologia fax fu effettuato nel 1842 dall’inventore franco-svizzero Puthomme - lo strumento pensato per comunicare con la propria rete di contatti è destinato a sparire definitivamente. Tuttavia, ancora oggi esiste una nazione (questa sì ipertecnologica) riluttante a staccare per sempre la spina del fax. In Giappone l’obsoleto strumento è più popolare della posta elettronica. Perchè tanta riverenza? C'entra la tradizione e la scrittura.

MACCHÉ FUORI MODA - Il fax è morto. Lunga vita al fax. Se nel resto del mondo il servizio telefonico per la trasmissione e ricezione di immagini fisse è stato sostituito dalle mail (e dalla banda larga), i nipponici non si sognano lontanamente di mandare in pensione il fax. Per le imprese e le famiglie è insostituibile, per nulla «uncool» o fuori moda. Via fax si mandano inviti alle feste; documenti bancari e ordini commerciali.

Nelle prime ore dalla catastrofe nucleare di Fukushima dello scorso anno, gli operatori della centrale informarono dell’emergenza il governo centrale di Tokyo proprio via fax. Un numero: il 59% delle famiglie giapponesi hanno un apparecchio fax nelle loro case. Come riferisce il Washington Post, che ha cercato di carpire il segreto della longevità del dispositivo, appena il 5% delle famiglie Usa disponevano ancora di un fax agli inizi degli anni Novanta. Uno dei motivi per tanta lealtà? La scrittura, che ha faticato parecchio prima d’andare d'accordo con computer e dispositivi elettronici.

SCRITTURA DIFFICILE - Fino al 1985 i sistemi di immissione erano alquanto complicati per la lingua giapponese. La Apple sviluppò soltanto in quell’anno il primo sistema funzionale. La scrittura giapponese si compone infatti di quella cinese e di due scritture autoctone. Per molti termini esiste una doppia lettura, quella giapponese e quella cinese, a seconda del contesto. Oggi i giapponesi digitano le parole con i caratteri latini e scelgono il simbolo corretto dai vari suggerimenti. Nel paese del sol levante la scrittura a mano prevale su quella della tastiera e con l’invio di un manoscritto via fax i giapponesi evitano di dover trascrivere il testo nell’alfabeto latino.

TV VIA FAX - «C'è una nota teoria secondo la quale esistono due Giapponi: quello high-tech delle meraviglie e quello lento, ostile all'innovazione», racconta al Washington Post l’analista Serkan Toto. La scrittura a mano gode di grande stima e ciò ha frenato l’uso dei computer rispetto ad altri Paesi occidentali. Inoltre, per lungo tempo il governo di Tokyo ha mantenuto il monopolio sulle linee telefoniche che ha di fatto limitato la diffusione della banda larga a basso costo. Oggigiorno i giapponesi preferiscono perciò navigare in rete attraverso i loro smartphone. «Molte famiglie, semplicemente, non hanno una connessione a Internet», dice il ricercatore di Stanford, Andrew Horvat. «In molti settori il fax rimane dunque l'opzione preferita e più pratica per comunicare». Persino la tv pubblica fa ancora affidamento sugli apparecchi fax: un programma televisivo sulla salute offre ai telespettatori l'opportunità di farsi spedire a casa, a pagamento, le ricette via fax. Il servizio viene sfruttato da quasi mezzo milione di giapponesi.

Elmar Burchia
12 giugno 2012 | 17:13

La donna che ha sconfitto i trolls mette in crisi la rete

La Stampa

ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Rivoluzioni dal basso, bulli virtuali - trolls, li chiamano qui - e battaglie di civiltà che mettono in discussione, se non addirittura in pericolo, la rete e le sue (non)regole. A cominciare da Facebook. Che ora inizia ad avere una problema di relazione con i propri utenti e con i tribunali.

La storia. Nicola Brookes è una quarantacinquenne di Brighton che una mattina trova sua figlia in lacrime. «Che c’è?», le domanda. La ragazza spiega che il suo idolo di X Factor, Frankie Cocozza, è vittima di una serie di insulti su faccialibro. Nicola, che non ha mai visto X Factor, si commuove, apre il suo computer, e posta questo messaggio: «Vai a testa alta Frankie, presto prenderanno di mira qualcun altro». Quel «qualcun altro» è lei.

In ventiquattro ore la sua pagina Facebook viene riempita da centinaia di insulti. Il più cortese è: «spacciatrice di droga». Gli altri vanno da «pedofila assatanata» a «prosituta con una passione per i minori». Una valanga di fango anonima che monta di ora in ora. Dopo una settimana di veleno in rete appare anche una pagina finta a suo nome. Ci sono foto di minorenni e commenti da manicomio criminale. Trolls. Che hanno deciso di seppellirla. E che pubblicano anche l’indirizzo di casa sua: «ecco dove potete andare a trovare questa ignobile puttana».

Nicola si ribellla e si rivolge alla polizia. L’ufficiale che ascolta la sua storia la liquida gelido: «Se non mi sa dire chi la perseguita noi non possiamo fare nulla». Piena di rabbia la donna torna a casa chiama l’avvocato e decide di portare Facebook in tribunale. «Pretendo che mi dicano i nomi e i cognomi di chi mi sta rovinando la vita». Non c’è mai riuscito nessuno.

Il problema dei trolls nel Regno Unito è dilagante. Un utente di Facebook su quattro dice di esserne stato vittima. Il livello delle molestie è vomitevole. Le testimonianze tremende. «Mio figlio di 14 anni è morto investito da un’auto. La sua pagina Facebook l’ha ucciso una seconda volta: te lo meritavi, carogna». Si può fare qualcosa contro questo genere d’orrore? Si può.

Nicola Brookes ha la sua battaglia in tribunale. Prima. Di certo non ultima. L’Alta Corte di Giustizia ingiunge a Facebook di rivelare i nomi dei molestatori. L’azienda si adegua senza battere ciglio, mentre il governo inglese annuncia una legge che costringa i gestori dei siti a comportarsi allo stesso modo. Un trionfo? Un problema.

L’associazione Privacy International sostiene che la sentenza è pericolosa. La sua presidente, Emma Draper, domanda: «Come ci si difende dalle denunce nei confronti di falsi trolls che hanno come unico obiettivo quello di far rimuovere messaggi sgraditi?». La riflessione è semplice. Di fronte all’ipotesi di una causa i siti più piccoli sacrificheranno l’identità dei propri utenti a prescindere. «E’ un rischio che possiamo correre?». Il ministro della giustizia, Ken Clarcke, giura che la normativa inglese terrà presente le esigenze di chi viene aggredito e i diritti chi esprime liberamente il proprio pensiero.

Che cosa vale di più? La dignità delle persone o il flusso senza confini delle informazioni? Perché è evidente che arriva un momento in cui è necessario fare una scelta di civiltà, trovare il complicato punto di equilibrio senza lasciarsi condizionare da visioni talebane. E quel momento è esattamente ora.

Apple e Google: aerei "spia" per le mappe in 3d

La Stampa

FEDERICO GUERRINI



Vi piace prendere il sole in costume adamitico sul terrazzo della vostra abitazione all'ultimo piano? Tenete d'occhio gli aerei che passano. Fra di loro potrebbe essercene uno che fa parte della flottiglia di aerei spia ingaggiati da Apple per il nuovo servizio di mappe online in 3D. Velivoli equipaggiati con fotocamere di livello militare, in grado, secondo quanto riportato dal Telegraph e da altri organi di stampa, di visualizzare con nitidezza anche persone intraviste attraverso persiane o finestre.

Tutta un'altra cosa rispetto alle immagini un po' sfocate e a bassa risoluzione provienenti dai satelliti e già oggi incorporate in vari prodotti. Il servizio sarebbe già stato sperimentato in una ventina di città di tutto il mondo, e avrebbe preso il via dopo l'acquisizione, da parte di Cupertino, dell'azienda svedese C3 Technologies, specializzata in mappe in tre dimensioni. Mancano conferme ufficiali da parte della Mela ma la notizia è verosimile, anche considerato che l'arci rivale Google sta lavorando da tempo a qualcosa di simile e per la fine dell'anno dovrebbe aver messo a punto una serie di ricostruzioni aeree di alcune grandi metropoli che nel complesso ospitano una popolazione di 300 milioni di persone. Di recente, la società di Mountain View ha mostrato ai giornalisti una prima mappa in tre dimensioni di San Francisco, grazie a cui l'utente può sorvolare la città provando l'illusione di trovarsi a bordo di un aviogetto.

Ovviamente, questa corsa frenetica alla catalogazione della vita umana da da ogni possibile angolatura – ora persino dall'alto – porta con sé parecchie preoccupazioni in materia di privacy. Google, in particolare, ha dovuto affrontare nel corso degli anni parecchie contestazioni in questo campo, fin da quando, nel 2007, lanciò Street View e si trovò ad affrontare le proteste di utenti inferociti per essere stati ripresi a vomitare per strada o all'uscita da un sexy shop. In alcune nazioni, come Germania e Giappone, la Grande G è dovuta venire a patti con le autorità e fissare precisi limiti alle proprie fotocamere.

Street view si limita, perlomeno, a riprendere immagini a livello del suolo stradale: gli sguardi dei suoi occhi elettronici si arrestano di fronte a muri e recinzioni. Cosa che non accadrà con le nuove mappe aeree, che potrebbero documentare senza ostacoli anche quanto si svolge in giardini privati o nei cortili interni dei palazzi. Come cantava Springsteen, è sempre più “nowhere to run, nowhere to go”: nella nuova società dell'"uomo di vetro", non ci sarà più alcun posto dove nascondersi, dove trovare rifugio.

Chiesa medievale belga venduta per un euro

Corriere della sera

L'antico edificio ceduto per gli alti costi di gestione sarà riconvertito in hotel o in biblioteca. La rabbia dei fedeli


L'interno dell'edificio L'interno dell'edificio

L'ultima messa è stata celebrata domenica scorsa e adesso i duecento fedeli che l’hanno frequentata fino alla fine sono curiosi di sapere chi sarà il suo nuovo proprietario. Alla fine dell'estate la Chiesa del Santo Sacramento di Binche, cittadina a una cinquantina km di Bruxelles, sarà venduta al prezzo simbolico di un euro. Il luogo di culto sarà probabilmente riconvertito in un hotel di lusso. La decisione di vendere quest'antico edificio sacro è stata presa per gli alti costi di gestione che la comunità ecclesiastica non è più in grado più di sostenere.

COSTI DI GESTIONE - Fondata nel 1186, la chiesa medioevale fu ceduta nel 1976 alla parrocchia di Binche dalle Suore del Santo Sacramento (anche allora il prezzo della vendita fu irrisorio e il trasferimento fu risolto con la cifra simbolica di un franco belga). Michel Diricq, il decano locale che da anni gestisce la struttura, afferma che ha già ricevuto numerose offerte e gli sono stati presentati svariati tipi di progetti. La sua unica preoccupazione è che il nuovo proprietario faccia «un buon uso» dello storico edifico. C'è anche chi ha proposto di riconvertire il luogo di culto in un auditorium o in una biblioteca, ma l’abate Diricq ha rivelato che deciderà a chi cedere la struttura solo a metà settembre: «Senza sussidi una parrocchia come la nostra non ha i mezzi per pagare l'elettricità, le assicurazioni, il rifacimento dei tetti, delle grondaie e delle finestre - spiega l’abate al settimanale francese l’Express - Avremmo bisogno di almeno 100.000 euro. Per questo abbiamo deciso di venderla al prezzo simbolico di un euro». Alcuni fedeli non hanno accolto con entusiasmo la notizia: «Ho pianto - afferma l'ottantenne Marie-Ange Thauvoye - Per tutta la mia vita sono venuta a pregare in questa chiesa».

Fedeli durante la messaFedeli durante la messa

ALTRI ESEMPI DI RICONVERSIONE - Quella di Binche non sarà né la prima né l'unica chiesa belga a essere riconvertita in un struttura completamente diversa. La stessa sorte è capitata alla splendida chiesa di Sainte-Catherine, nel cuore di Bruxelles, che è in fase di smantellamento e presto sarà trasformata in un mercato coperto nel quale sarà venduta frutta e verdura. Un antico luogo di culto di Ixelles, centralissimo quartiere della capitale, è addirittura diventato un bar-discoteca, mentre a Malines il vecchio convento dei “Frères mineurs” (Fratelli minori) è ora un hotel di gran lusso. Huguette Martin, attuale gestore del Martin's Patershof, l'albergo nato dal convento dei Frères mineurs, spiega che anche per la chiesa di Binche la riconversione potrebbe essere la scelta migliore: «Ciò permette di salvaguardare un patrimonio storico e culturale - dichiara Martin – Dalla chiesa neogotica di Malines siamo riusciti a recuperare 56 stanze su 5 piani. Le autorità belga hanno preteso il mantenimento del rosone all'ingresso e delle vetrate che noi abbiamo preservato in ognuna delle stanze del nuovo albergo».

A VANTAGGIO DELLA COLLETTIVITA' - Il vescovo Tomm Scholtes spera che la struttura possa essere usata anche in futuro per la collettività: «Nei nostri quartieri, che ospitano sempre più gente di religione musulmana, è abbastanza normale che le chiese siano meno frequentate. Per esse bisogna trovare una funzione alternativa. Trasformarle in biblioteche, sarebbe la soluzione migliore. Ma se diventano discoteche o qualcosa per produrre unicamente denaro, allora sarei meno felice».

Francesco Tortora
12 giugno 2012 | 14:30

Un vaccino anti-cocaina non la fa arrivare al cervello

La Stampa

Ricercatori Usa, induce gli anticorpi a bloccare la droga prima che passi alla barriera protettiva


Milano


Un vaccino per liberarsi dalla dittatura della polvere bianca, missione impossibile per alcuni “addice”. È il progetto al quale stanno lavorando i ricercatori del Weill Cornell Medical College di New York City (Usa).A gennaio 2011 lo studio in cui annunciavano di essere riusciti a rendere immuni dalla cocaina alcuni topi di laboratorio, somministrando loro un vaccino contenente frammenti del virus del raffreddore e molecole che “imitano” la sostanza stupefacente. Ora un altro passo avanti: con una tecnica di imaging molecolare, spiegano gli scienziati statunitensi durante il 59esimo meeting annuale della Society of Nuclear Medicine in corso a Miami, è possibile vedere come il vaccino induce gli anticorpi a “catturare” la droga prima che questa possa raggiungere il cervello.

«La vaccinazione offre un nuovo modello per il trattamento della dipendenza - sottolinea Shankar Vallabhajosula, professore del Dipartimento di radiologia del Weill Cornell Medical College - E le immagini ottenute con la Pet sui trasportatori della dopamina non solo offrono la prova che questo vaccino agisce come un trattamento per la dipendenza da cocaina, ma potrebbero potenzialmente aiutarci a verificare anche l’efficacia di vaccini per altre sostanze come l’eroina o la nicotina».

Gli esperti si sono concentrati sulla cocaina, molto utilizzata negli Usa e nel mondo: secondo il National Institute on Drug Abuse, solo negli States circa 1,4 milioni di persone ne erano dipendenti nel 2008. Di questi, circa 359 mila facevano uso di crack. La fascia d’età fra i 18 e i 25 anni risulta essere quella con i tassi di consumo più alti. Il problema è molto sentito Oltreoceano anche per l’impatto sanitario: si stima che una visita su 4 di quelle eseguite nei pronto soccorso per problemi legati alle droghe sia per uso di cocaina.
Lo sballo, spiegano i ricercatori, arriva quando la droga attraversa la barriera emato-encefalica e stimola i centri neurali che interagiscono con la dopamina, neurotrasmettitore coinvolto nel piacere. La sostanza si lega ai trasportatori della dopamina sulla superficie dei neuroni e impedisce al neurotrasmettitore di lasciare le sinapsi tra i neuroni, creando una rapida e intensa escalation di euforia e una sensazione di energia amplificata.

Il vaccino, chiamato dAd5GNE, è stato sviluppato da Ronald Crystal, professore di medicina genetica al Weill Cornell Medical College. Il sistema immunitario riconosce le particelle virali presenti nel vaccino, particelle che spingono gli anticorpi a fermare la cocaina nel sangue impedendo che entri nel cervello. Il vaccino impedisce così l’interazione con i trasportatori della dopamina ed elimina l’effetto “sballo”.

I ricercatori hanno valutato in uno studio un metodo di imaging molecolare che permetta di ottenere le prove dell’effetto biologico del vaccino. La tomografia a emissione di positroni (Pet), secondo gli scienziati, si presta all’obiettivo in quanto permette, attraverso una particolare sonda molecolare, di valutare l’impatto del vaccino. L’analisi con la Pet mostra che i gangli basali che giocano un ruolo chiave nel cervello sono illuminati come “fuochi artificiali” nel cervello del vaccinato, mentre sono lo sono di meno nel cervello degli “addice” poiché la sonda molecolare della Pet deve competere con la cocaina per interagire con i trasportatori della dopamina.

«Lo studio conferma la validità del vaccino e dimostra che le immagini della Pet risultano essere un potente strumento per la valutazione della dipendenza», conclude Vallabhajosula. Il vaccino al momento è stato testato su modelli animali e dovrà procedere nei trial clinici prima di diventare disponibile per il trattamento di persone con dipendenza da cocaina.

Venezia, tromba d'aria in laguna Devastato il parco della Certosa

Corriere della sera

Sant'Elena, cade un muro di cinta dello stadio. Danni alle colture. Salvati 15 bambini intrappolati in un container. Il ricordo del tornado del 1970: ci furono 21 vittime


Tromba d'aria a Venezia





VENEZIA - Una violenta tromba d'aria si è abbattuta su Venezia, in particolare nelle isole di Sant'Elena, Certosa e Sant'Erasmo, l'orto della laguna . A Sant'Elena 15 bambini tra i 9 e 10 anni che frequentavano un corso di vela, si erano rifugiati all'interno di un container che è stato spostato dal vento. I vigili del fuoco li hanno portati in salvo perché l'uscita era ostruita dai rami. La Protezione civile comunale, dopo una prima rilevazione, comunica che vi sono danni rilevanti all’isola della Certosa, soprattutto sul patrimonio arboreo della stessa, con centinaia di alberi abbattuti.


Gli edifici restaurati in tempi recenti non appaiono danneggiati. Molto danneggiato invece il chiostro e distrutto completamente il plateatico del ristorante dell’isola. Danni pesanti, ancora da quantificare, anche a Sant’Erasmo, con case e capannoni danneggiati e alberi abbattuti. Per Sant’Elena, sono stati abbattuti numerosi pini marittimi e un platano è caduto sul muro di cinta dello stadio Penzo. Al momento non si segnalano danni alle persone.

Molte le barche rovesciate. Sul posto stanno già intervenendo i Vigili del Fuoco e le squadre della Protezione civile comunale. Anche le cooperative sociali sono in arrivo per iniziare il lavoro di rimozione degli alberi abbattuti. La paura ha riportato le lancette dell'orologio della memoria indietro di 42 anni, all'11 settembre 1970. Intorno alle 21.30 nell'isola di Sant'Elena il motoscafo 130 dell'allora Acnil (oggi Actv) veniva affondato da una tromba d'aria: 21 persone morirono annegate. Gli anziani oggi ricordavano: «Si è ripetuta la stessa scena, con la tromba d'aria che arrivava dai Colli Euganei».

12 giugno 2012

Le liste di attesa ancora non si accorciano

Corriere della sera

Poco rispettati i tempi «limite» per visite, esami, interventi. Sempre più persone pagano per le indagini diagnostiche



MILANO - Tac, risonanze magnetiche o mammografie sempre più spesso effettuate in strutture private. Secondo una recente indagine del Censis, negli ultimi sei anni è triplicata la quota di italiani (quasi 1 su 5) che ha pagato di tasca propria per eseguire accertamenti diagnostici. Il motivo principale? Nelle strutture pubbliche le liste d'attesa sono troppo lunghe. Dati, questi, che trovano una conferma indiretta nelle segnalazioni fatte al Pit Salute del Tribunale dei diritti del malato-Cittadinanzattiva dai pazienti: per esempio, un anno di attesa per una mammografia, più di sei mesi per un intervento alla carotide ostruita al 70%, più di un anno per un intervento all'anca dopo aver fatto la visita anestesiologica 9 mesi fa.

FEDERALISMO DELLE ATTESE - Norme che dovrebbero assicurare il diritto a cure appropriate in tempi certi esistono. Solo sulla carta, forse? «I tempi d'attesa non sono diminuiti — fa notare Francesca Moccia, coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, che presenterà in autunno il nuovo rapporto —. Gli assistiti continuano a segnalare liste "chiuse", con la conseguente impossibilità di prenotare; pagando, invece, ottengono la stessa prestazione in tempi adeguati. Esiste, poi, un "federalismo delle attese" con sistemi di prenotazione, tempi massimi previsti e ticket diversi». Eppure lasciava ben sperare il Piano nazionale di governo delle liste di attesa 2010-2012 (varato nel novembre 2010).

Oltre a stabilire tempi massimi d'attesa, i codici di "priorità temporale" (che affida il giudizio di "urgenza" delle prestazione ai medici di famiglia, vedi infografica) e corsie preferenziali per chi ha malattie oncologiche e cardiovascolari, ha introdotto un'importante novità: in caso di mancato rispetto del Piano per contenere le attese, alle Regioni inadempienti possono essere sospesi i finanziamenti integrativi, nell'ambito del riparto del Fondo sanitario nazionale. Il documento doveva essere recepito dalle Regioni con propri piani e poi dalle Aziende sanitarie con programmi attuativi (in caso contrario, comunque, si applicano i tempi fissati dal Piano nazionale).

NUOVO PIANO NAZIONALE - Ma com'è andata? «Lazio e Campania non hanno recepito con Piani regionali quello nazionale, anche se hanno adottato azioni propedeutiche al Piano e al monitoraggio — riferisce Alessandro Ghirardini della Direzione generale programmazione sanitaria del Ministero della Salute —. Ciò non significa però che nelle altre Regioni che hanno un proprio Piano, a volte identico a quello nazionale, i tempi di attesa siano rispettati. Inoltre, i percorsi diagnostico-terapeutici per l'area oncologica e cardiovascolare hanno una diffusione a macchia di leopardo». Gli esperti del Ministero della Salute, dell'Agenas (Agenzia servizi sanitari regionali) e delle Regioni sono già al lavoro per stilare il nuovo Piano nazionale di contenimento delle attese per il prossimo triennio.

FRAMMENTAZIONE - «Stiamo studiando un sistema che permetta a tutte le Regioni di accorciare realmente le attese — anticipa Ghirardini —. Indicazioni utili arrivano anche dal "Programma Nazionale Esiti" gestito da Agenas per conto del Ministero: mette in evidenza un problema presente in molte Regioni, cioè la frammentazione eccessiva delle richieste di prestazioni, che impedisce di concentrare risorse a favore dell'appropriatezza delle cure, genera un non "governo" della domanda e di conseguenza un aumento delle liste d'attesa». Osserva Costantino Troise, segretario nazionale del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed: «Serve un modello di reti integrate tra ospedali e tra ospedale e territorio, con strumenti in grado di rilevare la domanda reale di prestazioni, che non potrà calare perché la popolazione invecchia e le patologie aumentano. Si potranno però ridurre, per esempio, gli esami inutili attraverso protocolli condivisi con i medici di famiglia».

Maria Giovanna Faiella
12 giugno 2012 | 10:32

Papà anziano? Il figlio vivrà a lungo"

La Stampa

Lo afferma uno studio Usa: più longevi coloro che hanno avuto un padre anziano


 

I figli nati da padri anziani «vivranno più a lungo». Lo afferma uno studio statunitense, realizzato dal Dipartimento di Antropologia della Northwestern

University, pubblicato sulla rivista scientifica «Proceedings of the National Academy of Sciences». Lo riferisce il sito della Bbc.
Secondo la ricerca, il make-up genetico dello sperma cambia con l'aumentare dell'età dell'uomo favorendo la costituzione di un Dna programmato «per vivere più a lungo». I ricercatori hanno messo a confronto la lunghezza dei telomeri delle cellule del sangue (utilizzati per misurare la vera età di una persona, ndr) di 1.779 adulti ed è emerso che coloro che hanno avuto un padre in avanti con l'età possiedono telomeri più lunghi, indice di una probabile longevità.

Google Books: accordo con gli editori francesi

La Stampa

Il motore di ricerca finanzierà un catalogo dei libri da digitalizzare. Agli autori l'ultima parola sulle loro opere

CLAUDIO LEONARDI



In Francia, editori e Google hanno trovato un accordo sulla digitalizzazione e pubblicazione di opere non più disponibili in versione stampata. Lo hanno annunciato ieri, congiuntamente, lo stesso motore di ricerca e il Syndicat national de l'édition, che raccoglie circa 600 diversi gruppi editoriali. L'accordo pone fine a una battaglia legale che dura da sei anni, e, si legge nel comunicato ufficiale, consentirà “di promuovere iniziative volte a pubblicare libri digitali nel rispetto dei diritti d'autore"

Il tribunale di Parigi, nel 2009, aveva già ordinato a Google di pagare 300 mila euro di danni a tre editori francesi di proprietà del gruppo La Martinière, più una somma simbolica per la Société des gens de lettres (SGDL), che rappresenta circa 6.000 autori.
Secondo quanto affermato da Antoine Gallimard, presidente degli editori, proprio la SGDL avrebbe svolto un ruolo di primo piano per il raggiungimento dell'accordo.

"Gli autori – ha spiegato Gallimard - saranno in grado di accettare o no l'indicizzazione delle loro opere", mentre spetterebbe "a ogni casa editrice decidere se vuole firmare un contratto quadro con Google sui diritti d'autore".
Google e gli editori svilupperanno ora un catalogo di libri che possono essere digitalizzati. Gli editori potranno decidere se un titolo può apparire sul motore di ricerca di Google o essere venduto in forma digitale, e conserverà il diritto di ritirare un lavoro o impedirne la scansione. Il gigante di Mountain View, dal canto suo, finanzierà un elenco degli autori e dei titolari di copyright in collaborazione con la SGDL.

Google si è inoltre impegnata a sostenere economicamente un programma di promozione della lettura ad alta voce tra gli studenti delle scuole elementari. Nel 2005 il motore di ricerca diede vita al progetto Google Books, che prevede la scansione di milioni di titoli che giacciono nelle biblioteche, mettendoli a disposizione gratuitamente online. L'operazione, realizzata senza consultare autori ed editori, scatenò cause legali in Europa e negli Usa da parte dei titolari dei diritti d'autore. Nel 2009, la Federazione Europea degli Editori (FEP), che rappresenta 26 paesi del vecchio continente, rifiutò i termini del patto con cui Google risolse la questione negli Stati Uniti e rilanciò, in alternativa a Google Books, il progetto Arrow (Accessible Registries of Rights Information and Orphan Works - www.arrow-net.eu), coordinato dall'Associazione Italiana Editori (AIE). Oltre alla violazione della Convenzione di Berna sul diritto d'autore, gli editori denunciavano i rischi di monopolio da parte di Google. Nel 2010, tuttavia, il ministro dei beni culturali Sandro Bondi siglò una collaborazione con il gigante di Mountain view per la digitalizzazione di milioni di testi italiani, dichiarando che la biblioteca universale raccontata da Borges sarebbe "diventata realtà".

E in effetti, si calcola che Google abbia digitalizzato più di 20 milioni di libri in oltre 400 lingue. Oggi Philippe Colombet, responsabile del progetto Google Books France, dichiara che con l'accordo stipulato, il motore di ricerca potrà “partecipare allo sviluppo libri digitali in Francia e contribuire alla diffusione della cultura francese".

La “zona Gesù” ai campionati europei di calcio

La Stampa
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In Polonia e Ucraina operano con discrezione e disponibilità cappellani disponibili ad ascoltare i tanti tifosi e turisti presenti


Giacomo Galeazzi
Città dle Vaticano

E' una “stazione di servizio” che come rifornimento distribuisce la fede invece della benzina. Si chiama “Jesus zone” ed è gestito da alcuni sacerdoti che hanno deciso di fornire ai tifosi dei campionati europei di calcio 2012 l’assistenza spirituale.

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I religiosi impegnati in questo tipo di servizio indossano il clergyman, ma non disdegnano di mettersi al collo la sciarpa della Polonia. Padre Szymon ha indossato perfino la maglia della sua selezione, bianca con l’immancabile aquila su sfondo rosso, “del resto anche ai sacerdoti è permesso fare il tifo”, precisa. Calcio ma non solo. A Poznan si è svolta ieri sera la sfida di fra Irlanda e Croazia, ma la “fan zone” ha nella cattolicissima patria del Beato Karol Wojtyla una sezione senza precedenti. Nella città polacca, sede anche di due match dell’Italia proprio contro croati (giovedì 14) ed irlandesi (lunedì 18), la "zona dei tifosi" ha un settore molto particolare. Ad inaugurarla sono stati ieri gli irlandesi e i croati sono due popoli profondamente cattolici, come appunto i polacchi, e lo stesso vale per gli italiani.

Ecco allora che padre Szymon Nowicki, in passato cappellano del Lech Poznan e della nazionale polacca, si alterna con alcuni colleghi per spiegare ai tifosi in arrivo la parola del Signore, e distribuire materiale informativo stampato in tre diverse lingue: inglese, croato ed italiano. “Troppo spesso i fans del calcio sono descritti in modo negativo - spiega il sacerdote-, ma a volte si tratta di stereotipi negativi. Però c’è anche la realtà dei fatti, che dimostra come alcuni di loro non si comportino in modo appropriato. Quindi abbiamo pensato che nella zona dedicata ai supporter in arrivo a Poznan, visto che provengono da nazioni decisamente cattoliche, potesse essere utile questa zona per l’assistenza spirituale: la gente viene qui per il calcio ma potrebbe avere anche questo tipo di bisogno, e allora ci pensiamo noi”.

“Non vogliamo essere invadenti o costringere la gente ad andare in chiesa - continua padre Szymon - però potrebbero sorgere delle esigenze di tipo spirituale, e noi vogliamo farci trovare pronti: Dio è anche in mezzo al mondo del calcio, e l’importante è godersi in pace questo Europeo” Il beniamino del gruppo di religiosi della “Jesus zone” di Poznan è l’attaccante della nazionale di casa Robert Lewandowski, amico di alcuni di loro, compreso padre Szymon, il quale giorni fa ha predetto che il centravanti avrebbe segnato contro la Grecia. Detto fatto, ma non per questo il sacerdote ora vuole essere considerato anche un indovino: ha già fin troppo da fare. A fornire il modello per la “Jesus zone” è stato lo stesso Benedetto XVI.

“Lo sport di squadra aiuta a superare la logica dell'individualismo e dell'egoismo”, ha scritto il Papa in un messaggio inviato al presidente della Conferenza episcopale polacca, monsignor Jozef Michalik, in occasione dei Campionati Europei di calcio. I campionati Europei di calcio sono un evento sportivo che coinvolge tutta la società e “anche la Chiesa non rimane indifferente”, in particolare riguardo ''alle necessità spirituali di coloro che ne prendono parte''.

Il Pontefice cita il suo predecessore Giovanni Paolo II: “Le potenzialità del fenomeno sportivo lo rendono strumento significativo per lo sviluppo globale della persona e fattore quanto mai utile per la costruzione di una società più a misura d'uomo. Il senso di fratellanza, la magnanimità, l'onestà e il rispetto del corpo (virtù indubbiamente indispensabili ad ogni buon atleta) contribuiscono all'edificazione di una società civile dove all'antagonismo si sostituisca l'agonismo, dove allo scontro si preferisca l'incontro ed alla contrapposizione astiosa il confronto leale. Così inteso, lo sport non e' un fine, ma un mezzo; può divenire veicolo di civiltà e di genuino svago, stimolando la persona a porre in campo il meglio di sè e a rifuggire da ciò che può essere di pericolo o di grave danno a se stessi o agli altri'. ''Lo sport di squadra, poi, qual e' il calcio - sottolinea per parte sua Benedetto XVI - è una scuola importante per educare al senso del rispetto dell'altro, anche dell'avversario sportivo, allo spirito di sacrificio personale in vista del bene dell'intero gruppo, alla valorizzazione delle doti di ogni elemento che forma la squadra; in una parola, a superare la logica dell'individualismo e dell'egoismo, che spesso caratterizza i rapporti umani, per lasciare spazio alla logica della fraternità e dell'amore, la sola che può permettere - a tutti i livelli - di promuovere l'autentico bene comune”.

Quindi Joseph Ratzinger auspica che questo evento “sia vissuto come l'espressione delle più nobili virtù e azioni umane, nello spirito di pace e di sincera gioia”, e affida “a Dio i pastori, i volontari, i calciatori, i tifosi e tutti coloro che si impegnano nello svolgimento dei campionati”.

Comune beffato dai parcheggiatori abusivi 6 milioni di multe che nessuno pagherà

Il Mattino

Pregiudicati e, sulla carta, nullatenenti. Accertamenti sui patrimoni e sanzioni per chi li agevola


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di Elena Romanazzi

NAPOLI - C’è un «portale» dei parcheggiatori abusivi ed è attivo dall’inizio dell’anno. Il database è ricco di dati. Verbali, segnalazioni, multe, pendenze ed altro. Un lavoro di raccolta certosina effettuato dagli agenti della polizia municipale guidati dal generale Luigi Sementa per contrastare un fenomeno comunque dilagante malgrado l’introduzione delle zone a traffico limitato.  I numeri di quella che è una vera e propria piaga per la città sono contenuti nell’ordinanza sindacale datata 5 giugno. Nero su bianco Luigi De Magistris indica la portata del fenomeno. Dal 2008 al 2011 (sino alla data del 22 agosto) - si legge - la polizia municipale ha complessivamente elevato, sul territorio delle 10 municipalità, 8540 verbali per un valore totale delle sanzioni pari a poco più di 6 milioni di euro.

Una cifra da capogiro che mai entrerà nelle casse comunali. Il motivo? Chi commette gli illeciti nella maggioranza dei casi è un nullatenente, non ha reddito nè ha patrimoni da poter aggredire. Non solo. «L’attività illegale - si legge ancora - è esercitata da persone condannate con sentenza irrevocabile o da persone sottoposte a procedimento penale che vivono abitualmente con i proventi di attività illegali e delittuosi». Le sanzioni per i parcheggiatori abusivi sono elevate. Sia per la violazione dell’ordinanza (500 euro) sia per la violazione dell’articolo 7 comma 15 bis del codice della strada che prevede una sanzione amministrativa che va da un minimo di 726 euro ad un massimo di 2.918 euro. Somme, come si legge nell’ordinanza, difficilmente recuperabili.

La banca dati messa in piedi, dove si verifica se effettivamente il parcheggiatore individuato è un nullatentente, potrebbe portare a dei risultati importanti nei prossimi mesi. Ma, come il sindaco scrive, recuperare i 6 milioni di euro, frutto delle precedenti sanzioni è una impresa altamente improbabile. Sulla scia di questi dati è stata fatta la nuova ordinanza che ha una validità di sei mesi. Il giro di vite non è solo contro i parcheggiatori ma anche nei confronti di chi agevola il lavoro degli abusivi. In sostanza il sindaco fa divieto «di organizzare, agevolare o predisporre, in qualsiasi forma, al fine di trarre profitto, l’attività prestata da parcheggiatori abusivi sul suolo pubblico». In sostanza se nella precedente ordinanza erano previste delle segnalazioni per chi agevolava l’attività degli abusivi ora invece la situazione cambia.

È prevista infatti la «sospensione della concessione di suolo pubblico per 30 giorni consecutivi dalla notifica del provvedimento» o in alternativa (se è un locale sprovvisto di tavolini) la sospensione dell’attività per sette giorni. Viene punito chi agevola questa attività illecità. L’avvenuta violazione dell’ordinanza sindacale deve essere anche segnalata al Nucleo Tributi «istituito presso la polizia municipale per la verifica della regolarità del pagamento dei tributi locali». I posti auto gestiti dagli abusivi - se si guarda ai siti internet continuamente aggiornati - è di 10mila posti. Erano undici mila prima dell’entrata in vigore della Ztl del Mare, ed ora sono calati. Tra San Ferdinando, Chiaia e Posillipo più di 1500 le multe. Superano quota 2mila tra San Giuseppe, Montecalvario, Avvocata, Mercato, Pendino e Porto. Stesso volume tra Vicaria e la zona industriale. Tra il Vomero e l’Arenella sono state invece poco più di 1300. La zona meno frequentata quella di Ponticelli, San Giovanni e Barra dove l’anno scorso sono state elevate meno di 100 multe.

Recuperare le Terre rare. Per non essere ostaggi della Cina

Corriere della sera

Pc e cellulari dismessi sono una miniera di sostanze preziose. E riciclabili, utilizzando piccole e medie aziende


Alcune Terre rareAlcune Terre rare

MILANO - Neodimio. Praseodimio. Gadolino. Cerio. Ittrio. Disprosio. Europio. Lantanio. Sono alcune delle cosiddette Terre rare senza le quali è impossibile produrre Led, cellulari, pc, risonanze magnetiche, pannelli fotovoltaici, fibre ottiche, auto ibride, turbine eoliche. L’elettronica di consumo e la green economy in assenza Terre rare e metalli nobili sarebbero in grave difficoltà. Per esempio, un cellulare contiene 250 milligrammi di argento, 24 milligrammi di oro, 9 milligrammi di palladio, 9 grammi di rame, mentre la batteria a ioni di litio racchiude circa 3,5 grammi di cobalto e 1 grammo di terre rare.

COMMISSIONE EUROPEA - «In aprile la Commissione Europea ha individuato le materie strategiche a rischio di fornitura, utilizzate per la produzione di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Si tratta dei metalli preziosi del gruppo del platino, provenienti da Sudafrica e Russia, e delle Terre rare il cui approvvigionamento dipende al 97% dalla Cina», ha spiegato Mattia Pellegrini, capo dell’Unità responsabile per i metalli, minerali e materie prime della Commissione Europea, intervenuto venerdì 8 giugno al convegno E-Waste Lab che il Politecnico di Milano ha organizzato in collaborazione con ReMedia, consorzio nazionale per lo smaltimento dei rifiuti tecnologici.

CINA - E se la Cina bloccasse le esportazioni di Terre rare, cosa succederebbe? «Per una settimana l’ha fatto con il Giappone», ha detto Pellegrini, «riuscendo a mettere in ginocchio l’economia nipponica». Così, mentre la Cina ha collezionato denunce all'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) da parte di Usa, Ue e Giappone per aver messo limiti alla produzione e all'esportazione di Terre rare, i consumi di questi minerali dalle proprietà chimiche ed elettromagnetiche aumentano. «Oggi la produzione di Terre rare è pari circa a 133.600 tonnellate all’anno, ma la domanda globale potrà raggiungere le 210 mila tonnellate entro il 2015», ha spiegato Danilo Bonato, direttore generale di ReMedia. Anche la richiesta di metalli preziosi è in forte crescita. Nel 2011 la domanda globale di oro è aumentata dal 6%, salendo a 4.067 tonnellate, mentre quella di argento ha superato tutti i metalli preziosi». Per questa ragione è fondamentale recuperare i materiali contenuti nei prodotti tecnologici.

RECUPERO - «Se prendiamo ad esempio cellulari e pc, pari a 2,3 milioni di pezzi raccolti in Italia nel 2011, con le tecnologie esistenti il tasso di recupero si attesta attorno al 30%», ha spiegato ancora Bonato. Che ha aggiunto: «Solo con i cellulari, se si arrivasse a un recupero pari al 100% passeremmo dal valore attuale di 13 milioni di euro a 117 milioni di euro. È importante investire sul potenziamento tecnologico e arrivare a un recupero più consistente, sia dal punto di vista ambientale sia da quello economico». Allora, se vecchi pc e cellulari dismessi sono una miniera di sostanze preziose, tutte riciclabili e che, al momento l’Italia importa al 90% ma ricicla per il 17%, quali soluzioni hanno pensato gli ingegneri del Politecnico?

PICCOLI IMPIANTI - «Sino a oggi abbiamo ragionato in termini di impianti giganteschi e ad alto impatto ambientale. Dobbiamo, invece, imparare a credere che le piccole imprese esistenti, nate nei capannoni e nei garage, siano le realtà sulle quali scommettere per disassemblare e inviare i materiali a settori industriali specifici, dando in questo modo lavoro a strutture già formate. La logica dovrebbe essere sfruttare ciò che esiste sul territorio», ha detto Maurizio Masi, preside della scuola di ingegneria dei processi industriali. «E-Waste Lab è un progetto che affronta soluzioni per il recupero di materie prime strategiche, e tiene conto di una realtà molto concreta: l’imprenditore medio-piccolo segue meglio il proprio cliente, è più flessibile e nel mercato della qualità sa come competere», ha concluso l’ingegnere, che a modello perfetto di riciclo ha citato Prato. «Come si fa da anni con gli stracci, dividendoli in montagne per colori e materiali, si può fare per qualsiasi prodotto. Ma ricordiamoci sempre che i mammiferi hanno sconfitto i dinosauri perché erano piccoli e agili».

Anna Tagliacarne
11 giugno 2012 (modifica il 12 giugno 2012)

Carceri: il recupero sociale dei detenuti passa anche dal riciclo

Corriere della sera

Tra quelli che funzionano, il riciclaggio degli imballaggi d’acciaio



MILANO - Sostenibilità e sistema carcerario. Due mondi ancora lontani, nel nostro Paese, come universi che si cercano ma non riescono a incrociarsi. Tanti, del resto, i tentativi per risparmiare energia e rendere più verdi gli istituti di reclusione. Con successi a macchia di leopardo dove alcuni settori, come per esempio la pratica del riciclo, in qualche penitenziario riescono a funzionare. E qualche buona eccezione, nel campo del solare, quando si parla di strutture di nuova costruzione. Una possibilità, quella di ridurre l’impatto ambientale, che diventa tuttavia realizzabile solo quando il sistema carcerario smette di affidarsi al pubblico per appoggiarsi sulle spalle dei privati. Anche perché, a livello istituzionale, le idee valide e i progetti ambiziosi sulla carta tendono a perdersi nelle bolge infernali di burocrazia, calcoli sbagliati e strutture troppo vecchie per essere rimodernate. Con programmi che, nelle scorse legislature, hanno promesso il risparmio energetico, economico e il recupero sociale dei detenuti, e di cui nella realtà di oggi si trovano ben poche tracce.

RICICLO DIETRO LE SBARRE – A portare sostenibilità, ma anche riscatto sociale nei penitenziari, il riciclo. Operazioni che vedono impegnati i detenuti nello smistamento e nella pulitura dei materiali da riutilizzare. Tra i progetti che funzionano, quello per il recupero degli imballaggi d’acciaio. Un programma, reso possibile dalla convenzione stipulata dalla cooperativa sociale che opera nella casa circondariale di Roma, Rebibbia Ricicla, e il Consorzio nazionale acciaio, per recuperare materiale da barattoli, lattine, fusti, scatolette e tappi a corona. Con un impianto di selezione, istallato nel 2010 all’interno del carcere romano, che in soli due anni è riuscito a recuperare più di 120 tonnellate di acciaio. Grazie al lavoro manuale di undici detenuti che si occupano di separare i materiali raccolti da alcuni Comuni della provincia di Roma.

ACCIAIO - «L’acciaio recuperato», spiega Luca Mattoni, responsabile dell’area tecnica del Consorzio acciaio, «può essere rilavorato. Sono molte, infatti, le cose che si possono fare con quello riciclato: dai binari delle ferrovie ai tondini, ma anche le lamiere per le navi. Negli ultimi due anni, il bilancio di questa collaborazione è più che positivo, soprattutto a livello quantitativo. In più», conclude Mattoni, «il fatto che lo smistamento venga fatto dai detenuti è un valore aggiunto alla salvaguardia del pianeta».

PROGRAMMA FANTASMA – Tra i piani d’azione, invece, che si sono persi con il passare degli anni, il Programma nazionale di solarizzazione degli istituti penitenziari. Un accordo siglato nel 2001 dagli allora ministri Altero Matteoli, vertice dell’Ambiente, e da Roberto Castelli per la Giustizia con il Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) per migliorare la qualità energetica e ambientale delle strutture penitenziarie di detenzione italiane. Un protocollo da 5 miliardi di lire che, nel giro di cinque anni, avrebbe dovuto dotare di fotovoltaico e collettori solari termici almeno quindici strutture, tra istituti di reclusione e case circondariali. E dove, sempre sulla carta, la manutenzione degli impianti installati sarebbe stata fatta con la collaborazione dei detenuti. Un programma di cui però nel 2012 il bilancio sembra tutt’altro che positivo.

FALLIMENTO FOTOVOLTAICO - «Per quello che riguarda il fotovoltaico», afferma Alfonso Sabella, dirigente generale beni e servizi del Dap, «sono tantissimi gli errori che sono stati fatti. E bisogna prendere atto di questo fallimento e delle motivazioni per cui questo è avvenuto. Per prima cosa, la nostra incapacità di gestire gli impianti senza l’aiuto dei privati. Ma anche troppi calcoli sbagliati, come ad esempio la formazione dei detenuti per la manutenzione, che poi nella realtà diventano irrealizzabili. Oppure, sempre sul fotovoltaico, si sono pianificati interventi sulle strutture senza considerare bene i costi che richiedevano tutte le operazioni. Ad esempio, lo smaltimento dei tetti originali. Purtroppo, per adesso, è veramente poco quello che siamo riusciti a fare. Per lo più, in qualche struttura, l’installazione dei pannelli solari per l’acqua calda sanitaria».

NUOVI OBIETTIVI - Nonostante i passi falsi, tuttavia, la strada della sostenibilità nelle carceri sembra non essere totalmente abbandonata. Ma, secondo il Dap, dovrebbe essere semplicemente ripensata in modo logico e coerente. «Partendo dai nostri errori», dice Sabella, stiamo cercando di cambiare sistema. Dobbiamo capire bene, prima di agire, quanto sia realizzabile e quanto no. La mancanza di fondi resta comunque un grande problema, perché alcuni interventi sono fatti in maniera episodica solo grazie ai finanziamenti dei privati. La stessa burocrazia, infine, tende a complicare in maniera esponenziale il sistema. Visto che, soltanto per fare un bando di gara per cercare aziende o privati che ci aiutino, dobbiamo spendere 15 mila euro. Anche sui lavori nelle nuove strutture, poi, stiamo facendo grandi ripensamenti. Per non ritrovarci più in situazioni che, nel corso del tempo, si sono rivelate soltanto sprechi. Come, ad esempio, l’istallazione in un nuovo istituto di celle con serramenti elettrici che non hanno mai funzionato. Per il futuro», conclude Sabella, «pensiamo a interventi che facciano veramente risparmiare, come i sistemi di cogenerazione e la compattazione dei rifiuti».

Carlotta Clerici
11 giugno 2012 (modifica il 12 giugno 2012)

L'odissea a lieto fine di Maloos il gatto iraniano guarito in California

La Stampa
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Due mesi fa una ragazza lo trovò in fin di vita a Teheran


veterinari di San Francisco hanno rimediato alla amputazione della zampetta posteriore di Maloos con una sorta di sedia a rotella su misura. Ora il gatto può di nuovo camminare (foto di Laila Aghale)

 

MAURIZIO MOLINARI
corrispondente da new york

Il gattino persiano di nome Maloos è protagonista di un’odissea a lieto fine che avvalora l’importanza della collaborazione fra volontari animalisti di nazioni avversarie. Inzuppato di benzina, in una pozzanghera di fango, immobilizzato e conferite da arma da fuoco vicino ad un occhio, il piccolo felino persiano si è presentato quasi in fin di vita allo sguardo di Sarah in una strada di Teheran, circa due mesi fa. La ragazza iraniana fa parte del gruppo «Sayeh», i «Guardiani degli animali», e ha deciso seduta stante di salvarlo. Per prima cosa gli ha dato nome Maloos, che in persiano significa «molto carino», poi lo ha raccolto e consegnato a un amico che pochi giorni più tardi sarebbe partito per gli Stati Uniti.

Il gattino bianco-arancione, con una zampa posteriore immobilizzata a causa di un difetto di nascita, ha così viaggiato per venti ore verso Occidente, fino a sbarcare a San Francisco, dove l’anonimo viaggiatore iraniano lo ha consegnato all’«Animal Care & Control», una sorta di clinica per animali dove la missione dei veterinari è affrontare casi di riabilitazione molto difficili come quelli di Maloos. Gli esami sono stati molti, lunghi, ripetuti e l’equipe che si è occupata di lui è arrivata alla decisione di dover amputare una delle zampe posteriori a causa di un’infezione che non poteva essere curata.

Ma adesso il gattino di Teheran si sta riprendendo, la convalescenza procede dando soddisfazione ai suoi dottori ed è stata quasi ultimata la realizzazione di una micro-sedia a rotelle che gli consentirà di muoversi a dispetto della menomazione congenita. Come compagno di riabilitazione ha un gatto trovato nella Hayes Valley e considerato anch’egli «straniero» perché aveva sotto pelle un microchip made in Romania.

All’«Animal Care & Control» sono convinti che il peggio per Maloos sia passato ed ora lo sforzo è tesoatrovare-conannuncisuimedia e email - qualcuno disposto ad adottarlo, dandogli una residenza stabile. Il fatto di essere rinato in California, dopo essere stato agonizzante in una pozzanghera di Teheran, basta a trasformarlo nel simbolo dell’efficienza del network globale degli animalisti, come pure di una generazione di giovani iraniani che si sente paralizzata dalla teocrazia degli ayatollah e sogna di poter godere un giorno della stessa libertà che si respira sulle strade della California.

Se la psichiatria è più dannosa che utile...

di Redazione - 11 giugno 2012, 17:33

Siamo proprio sicuri i metodi della psichiatria moderna siano efficaci e produttivi? Nell'ebook "Diario di un antipsichiatra" Luigi Anepeta propone un modello alternativo alla psichiatria contemporanea


Sottoposta, a partire dagli anni '60 del Novecento, a critiche radicali incentrate sulla pratica manicomiale, la psichiatria, ha recuperato il terreno perduto grazie anche all’imponente sostegno delle industrie farmaceutiche e, con un’incessante propaganda mediatica, ha conseguito un grande prestigio agli occhi dell’opinione pubblica.



Ma che cosa è davvero la psichiatria? Quali metodi usa? E, soprattutto, siamo proprio sicuri che questi metodi siano efficaci e produttivi?

Luigi Anepeta, psichiatra critico, autore di diversi libri -tra i quali "La politica del Super-io, Miseria della neopsichiatria. Sul delirio e sulla predisposizione schizofrenica e Le talpe riflessive. Il mondo sotterraneo dell’introversione-, e fondatore della LDI -Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi-, affronta nel saggio "Diario di un antipsichiatra" la consueta querelle tra i sostenitori e gli oppositori della psichiatria. Si tratta di un ebook, scaricabile al costo di 12 euro in formato epub dal sito nilalienum.com, il cui intento è di fornire un'alternativa valida alla teoria e alla corrente pratica psichiatrica, definita dall'autore stesso come "rottamazione di esseri umani" che produce enormi profitti e scarsi risultati.

Secondo Anapeta la pratica psichiatrica contemporanea è infatti sempre più caratterizzata dalla burocrazia e dall'oggettivizzazione orientata sempre più a trattare le psicopatologie (soprattutto schizofrenia e disturbo bipolare) esclusivamente con un approccio farmacologico, trascurando il percorso terapeutico. Sulla base della sua quarantennale esperienza di psichiatra terapeuta, l'autore sostiene che adottando un determinato codice interpretativo tutti i fenomeni psicopatologici risultano comprensibili e quindi, attraverso uno scalaggio dei farmaci, è possibile giungere a un soddisfacente recupero dei pazienti. Numerose testimonianze che vengono riportate nel saggio attestano che tale speranza, date determinate condizioni soggettive e ambientali, non è un’utopia.

Pur non attaccando tutta la categoria di psichiatri, Anapeta sostiene che essi agiscano e adottino strategie che sono nocive e improduttive. La tesi di fondo di Anapeta è infatti che tutto ciò che è comprensibile in termini psicodinamici non può essere ricondotto a una presunta malattia del cervello. Alla luce dell’analisi di numerose esperienze psicopatologiche gravi, Anapeta sostiene che tutti i fenomeni psicopatologici sono comprensibili se si adotta un codice interpretativo adeguato, che deve però andare oltre il senso comune cui fanno riferimento gli psichiatri.

L’intento di rilanciare un modello teoricamente e terapeuticamente alternativo alla psichiatria contemporanea è sicuramente ambizioso ma il testo si appoggia sull'analisi di esperienze, che sono state convalidate da molti dei diretti interessati, pazienti ed ex-pazienti, risultando quindi un documento interessante per una pratica psichiatrica che punti ad un pieno e completo recupero del paziente. Per acquistare il saggio in formato e-pub occorre accedere al sitonilalienum.com, cliccare su e-book pubblicati, selezionare Diario di un antipsichiatra e seguire la procedura. Il costo è di 12 euro (IVA compresa).

Apatici o fanatici: i giovani dell'Avana

La Stampa

Sfoggiano con ostentazione ogni tendenza estetica, esistenziale, musicale e persino sessuale


 

YOANI SANCHEZ

Notte di sabato e la calle G, nella parte più centrale della città, è piena zeppa di giovani seduti sul prato o accalcati nelle zone più oscure del parco. Sfoggiano con ostentazione ogni tendenza estetica, esistenziale, musicale e persino di preferenza sessuale. Sono una parte delle tribù urbane che mano a mano hanno invaso un’Avana dove fino a pochi anni fa un uomo che portava un orecchino veniva subito condotto alla più vicina stazione di polizia. Adesso, abbiamo l’impressione, che d’un tratto i cubani vogliano recuperare il tempo perduto, lasciarsi alle spalle decenni di grigiore militante durante i quali vestivano tutti allo stesso modo. Gli adolescenti scelgono di sottolineare un’individualità in netto contrasto con le parole d’ordine politiche che ancora enfatizzano il pronome “noi”, la massa informe del gruppo. La notte di festa è appena cominciata. L’Avana continua a popolarsi di figure strampalate e simpatiche. Arriva un gruppo di presunti “uomini lupo” che indossa indumenti scuri, mentre all’angolo opposto si salutano diverse ragazze truccate da vampiri.

Da alcuni balconi vicini, le persone adulte osservano lo spettacolo e commentano con frasi così ripetitive da diventare noiose: “Questa gioventù è perduta”. Lo dicono perché a loro sembrano grotteschi certi modi di vestire, i tatuaggi con temi aggressivi e il languore di chi sembra uscito da un cartone animato giapponese. Gli adulti criticano soprattutto l’apatia che percepiscono tra i più giovani. Li accusano di vivere al margine della realtà, di perdersi in una nube d’abulia, di essere capaci di passare la notte parlando dell’ultimo gioco di playstation uscito sul mercato o ascoltando la musica di Lady Gaga registrata nel cellulare. Sembrano vivere in un altro luogo, in una dimensione remota, dove le penurie materiali e la prolungata crisi non riescono a distogliere l’attenzione; in una loro cosmogonia che si sono creati per fuggire dal quotidiano. Tuttavia, se cerco di ricordare i giorni in cui avevo la stessa età di chi oggi pernotta nella calle G, devo considerare che alla mia generazione è toccato in sorte un periodo troppo sobrio e vecchio.

Erano i tempi del lavoro volontario durante il fine settimana, delle esercitazioni militari che sembravano infinite e della noiosa televisione ufficiale come unico mezzo di distrazione. A differenza di questi giovani di oggi, per noi uscire con i capelli dipinti di un colore sgargiante ma anche indossare pantaloni jeans poteva essere interpretato come deviazionismo ideologico. Per non parlare di essere sorpresi a sfogliare una rivista con fumetti d’importazione! Ogni tendenza a enfatizzare l’individualità veniva contrastata e sognare con storie fantastiche stile Dracula, Il signore degli Anelli e Momo, poteva essere interpretato come uno squilibrio psichiatrico o come un’attrazione per il capitalismo. Distinguersi era la strada più breve per far trapelare una possibile ostilità al sistema. Evadere dalla realtà poteva significare agire come dissidenti e i primi hippie o rockettari che hanno osato camminare per strada vestiti secondo i loro costumi, sono stati oggetto di insulti e repressione ufficiale.

Le camionette della polizia facevano retate nei punti di riunione di queste tribù urbane e l’archetipo dell’antisociale veniva indicato dalla televisione nazionale come una persona che indossava pantaloni molto stretti, aveva capelli in disordine e portava occhiali da sole. Abbiamo tenuto per così tanto tempo comportamenti uniformi, che quando sono cominciati a venir fuori nuovi modi di vestire, di vivere e di amare, i più vecchi non sono riusciti a capire e si sono opposti con forza. Molti di loro non possono concepire ancora l’esistenza di emo, licantropi, travestiti, punk e guerks, in una società che hanno cercato di costruire partendo da alcuni manuali di marxismo scritti nel secolo XIX.

Per i militanti del partito comunista e per i militari, è stato molto difficile accettare la convivenza con questi fenomeni della modernità, con il coraggio dei più giovani, con l’esplosione di accessori decorativi e dei segni praticati sul corpo. Ma ciò che più non piace ai comunisti è la tendenza di questi giovani a essere apolitici, estranei agli umori dell’ideologia, difficili da convocare in occasione di un evento ufficiale. Per questo, quando vedo questi indolenti ragazzotti contemporanei provo sollievo e allegria. Li preferisco apatici piuttosto che fanatici, dipendenti da un MP3 invece che sul punto di organizzarsi per andare a combattere in trincea. Mi rende felice che sia diventato anacronistico militare nella sola organizzazione giovanile consentita dalla legge o applaudire un leader ottuagenario che grida dal palco. Vendendoli, so che un giorno potranno risvegliarsi dalla loro inerzia, scrollarsi di dosso l’apatia che mostrano adesso. Per loro sarà molto più facile rispetto a noi che abbiamo dovuto mettere da parte il fanatismo e rompere con l’indottrinamento.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Sì al risarcimento danni da corna, l'addebito non basta

La Stampa

In caso di tradimento, non basta assegnare l’addebito al coniuge fedifrago, che dovrà anche rifondere i danni all’altro perchè «il desiderio di libertà e felicità» cercato all’esterno «comporta la disgregazione della famiglia» passibile di danni. Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza 8862/12) accogliendo il ricorso di una moglie tradita.

Il caso

La Corte d’appello di Ancona addebita la colpa del fallimento nuziale al marito, disponendo l’affidamento congiunto delle figlie minorenni con collocamento dalla madre, escludendo il risarcimento dei danni da tradimento. La motivazione? La condotta dell’uomo «non sarebbe antigiuridica» e che la domanda di risarcimento del danno «contrasterebbe con il diritto del coniuge di perseguire le proprie scelte personali, soprattutto in conseguenza della legge che ha eliminato il carattere illecito dell’adulterio». La Cassazione non condivide e fa notare che dire che il tradimento è già sanzionato con l’addebito della separazione «non tiene conto dell’evoluzione giurisprudenziale di questi anni».

Infatti, «la violazione dei diritti fondamentale della persona costituzionalmente garantiti, incidendo sui beni essenziali della vita, dà luogo a risarcimento di danni non patrimoniali. È vero che una parte della dottrina ha definito il nuovo orientamento giurisprudenziale illiberale perchè punirebbe ulteriormente il coniuge (magari già sanzionato con l’addebito) con la creazione di diritti assolutamente inesistenti, non essendovi alcuna violazione del principio del "neminem laedere"». Il «nuovo orientamento» punisce «un comportamento che, incidendo sui beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto con conseguente risarcimento». Sarà ora la Corte d’appello di Ancona a stabilire l’esatto risarcimento per la moglie tradita.

La bimba fu presa da un dingo» La verità sulla madre dopo 32 anni

Corriere della sera

Un tribunale ha decretato che la piccola Azaria, di 9 settimane, non fu uccisa dai genitori


La piccola Azaria con la mamma, LindyLa piccola Azaria con la mamma, Lindy

WASHINGTON – Ora sarà scritto anche nel fascicolo giudiziario: Azaria Chamberlain, scomparsa nel deserto dell’Australia più di trent’anni fa, non è stata uccisa dai genitori ma portata via da un dingo. A decretarlo, dopo aver riesaminato le prove, un tribunale australiano.

LE PAROLE DEL MEDICO - Con una deposizione drammatica e, al tempo stesso toccante, il medico legale Elizabeth Morris ha annunciato alla corte: «Azaria è deceduta a Uluru il 17 agosto 1980 in seguito all’attacco di un dingo. Gli elementi che lo confermano sono chiari, convincenti ed escludono qualsiasi altra ipotesi». A cominciare quella di un delitto orrendo commesso da Lindy e Michael Chamberlain, la mamma e il papà della piccola.

 



IL CASO GIUDIZIARIO - La storia di Azaria ha rappresentato un incredibile caso giudiziario, sollevando attenzione anche lontano dall’Australia. E, visti i risvolti, non poteva essere diversamente. E’ l’agosto del 1980, i Chamberlain decidono di trascorrere qualche giorno in campeggio vicino alla Ayers Rock. Con loro ci sono Azaria, appena nove settimane di vita, e gli altri due figli. La sera del 17, mentre sono radunati attorno al falò sentono quello che sembra un pianto. Lindy si precipita nella tenda dove aveva lasciato la piccola a dormire. E’ un colpo al cuore: la bimba non c’è più. Qualcuno deve averla rapita. Ma la donna, a sorpresa, suggerisce una teoria allora apparsa strana. Forse è stato un dingo – spiega – che era stato visto nella zona anche da altri turisti. Non le credono.

LA CONDANNA - La magistratura, dopo un’inchiesta zeppa di errori, incrimina la coppia, quindi condanna la mamma all’ergastolo. Per il giudice ha ucciso la figlia, la storia del cane della prateria è una frottola. Lindy va in prigione. E li dovrebbe restare per sempre se non fosse per una svolta causale quanto incredibile. Siamo nell’86 e nella zona della Ayers Rock le squadre di soccorso cercano un escursionista scomparso. Durante la battuta un ranger scopre in una tana di un dingo una tutina identica a quella che indossava Azaria.

LA SVOLTA - E’ una prova determinante che porta al proscioglimento di Lindy. E quella soluzione trova poi conferme indirette nei numerosi attacchi da parte di dingo contro i bambini. Dunque, contrariamente a quanto sostenuto da molti esperti, quegli animali possono rappresentare una minaccia. Lindy torna in libertà, è prosciolta. Però nel fascicolo su Azaria c’è ancora scritto «causa di morte non determinata». Per i due genitori, che nel frattempo si sono separati, è l’ultima ombra. Vogliono cancellarla e chiedono alla magistratura di riguardare le carte. Alla fine di dicembre 2011 partono i nuovi accertamenti chiusi martedì dal verdetto. Un atto formale che toglie qualsiasi dubbio. Ma non il dolore di un padre e di una madre.

Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio12 giugno 2012 | 6:38