mercoledì 13 giugno 2012

Alessandra Mussolini, la dichiarazione di voto e quella dedica sulla foto del nonno

Corriere della sera

In aula alla Camera alla deputata della Lega Nord Carolina Lussana


Scena uno, interno giorno, aula della Camera: «Voterò tre "no" convinti perché la corruzione è anche la mancanza di trasparenza sui dati degli esodati. Vergognatevi siete voi i poteri forti, non ne avete azzeccata una, dimettetevi». Sono le «dure» dichiarazioni di voto all'articolo 10 del disegno di legge anticorruzione di Alessandra Mussolini (Pdl).

La Mussolini firma una foto del nonno La Mussolini firma una foto del nonno La Mussolini firma una foto del nonno La Mussolini firma una foto del nonno La Mussolini firma una foto del nonno La Mussolini firma una foto del nonno

IN AULA - Scena due, sempre interno giorno, aula della Camera. Qualche minuto prima o dopo, poco importa. Protagonista ancora Alessandra Mussolini. La deputata del Pdl viene immortalata da un fotografo indiscreto mentre firma con dedica una vecchia foto del nonno, Benito Mussolini. Un dono «storico», forse su richiesta, per la deputata della Lega Nord Carolina Lussana.

n. l.13 giugno 2012 | 15:51

Minneapolis, la polizia sotto accusa crea il suo canale YouTube. Per difendersi

Corriere della sera

Il movimento «Occupy» incolpa di violenze gli agenti. E loro offrono con i filmati una versione alternativa



Anche a Minneapolis il movimento «Occupy», come in molte altre città americane, ha avuto i suoi problemi con le forze dell’ordine: negli ultimi mesi, da aprile in poi, alcuni episodi hanno visto confrontarsi con toni accesi manifestanti e polizia, e in alcuni casi gli attivisti sono stati arrestati dalle guardie locali. Ma proprio per raccontare alla popolazione la loro versione dei fatti, per la prima volta il corpo di polizia del Minnesota ha deciso di parlare attraverso gli stessi strumenti usati dai contestatori e ha messo online su YouTube una serie di video per spiegare come sarebbero andati realmente i fatti.

IL CANALE – Dallo scorso aprile la Minneapolis Police ha un suo canale su YouTube: non contiene solo immagini sui momenti caldi degli scontri, ma nasce nell’intento di informare con trasparenza la popolazione sull’operato della polizia nel corso delle manifestazioni. Una scelta già compiuta, negli Stati Uniti, anche da altre polizie: hanno il loro canale su YouTube per esempio, Baltimora e Boston. Nel caso di Minneapolis, tra i primi video postati si vedono i poliziotti dare – via megafono – informazioni e norme di condotta ai manifestanti, ma anche civili momenti di assemblea pubblica, cortei, sit-in e riunioni in piazza, oltre a eventi sociali in cui i poliziotti sono pacificamente coinvolti.



GLI SCONTRI – Ma i video diventano improvvisamente utili nel momento in cui, il mese scorso, una dozzina di manifestanti di Occupy Minnesota vengono arrestati. In Rete, nei canali normalmente usati dagli attivisti per comunicare (http://occupyminnesota.org/), compaiono subito video e testimonianze sulla durezza degli scontri e sul comportamento violento delle forze dell’ordine. Per questo motivo, in uno dei primi casi al mondo di questo genere, la polizia decide di rispondere alle accuse non solo in sede di legge, ma fornendo, via video, la propria versione dei fatti: i filmati – tutti grezzi, non montati, lunghi e talvolta mal girati - raccontano le azioni della polizia, i loro interventi, le reazioni della popolazione.

CASI CRITICI – Altrove negli Stati Uniti spesso YouTube è servito a dare informazioni anche su comportamenti in cui la polizia aveva sbagliato. È il caso della polizia di Milwaukee, che lo scorso mese per trasparenza ha deciso di pubblicare il filmato di una donna assalita e ferita da un poliziotto. L’agente in questione è poi stato licenziato per la sua cattiva condotta.

Eva Perasso
13 giugno 2012 | 14:02

Jumbo e laser antimissile Inizia l'era di Star Trek

La Stampa

Nativi: "Dal 2020bombardamenti e duelli aerei con fasci di luce e di onde"


luigi grassia

Fin da bambini la fantascienza ci ha abituato all’idea che l’arma del futuro sarebbe stata a raggi laser, e in effetti (pian piano) gli eserciti e le aeronautiche militari si stanno adeguando alle nostre legittime aspettative. Per i combattimenti a terra è già funzionante un fucile americano denominato «Phasr». Il nome è una sigla, «Personnel halting and stimulation response», ma in realtà lo scopo di questa contorsione lessicale è inseguire l’assonanza con il «Phaser» di Star Trek, un’arma che nel telefilm colpiva e stordiva senza uccidere. Il Phasr del 2012 provoca una cecità temporanea e questo è un problema, perché l’Onu ha vietato le armi che accecano. Adesso gli americani vorrebbero far passare la nozione che la cecità temporanea è più umanitaria dell’ammazzamento definitivo.

Può sembrare strano, ma con le armi laser nel 2012 siamo più avanti a livello di astronavi che di combattimento individuale. Nei cieli americani vola un Boeing 747 che potrebbe candidarsi (appunto) a nave spaziale, visto che è modificato con un grande bulbo anteriore e dotato di apparecchiature nella fusoliera che gli permettono di abbattere i missili a colpi di laser. L’ha già fatto, è sperimentato. Il sistema d’arma Yal-1A è avvantaggiato sul fucile laser, perché se qualcuno acceca o distrugge un missile l’Onu non si lamenta.
Però usare un laser a distanza, nel raggio di 300 km che pare sia la portata dello Yal-1A (il dato preciso è segreto), è più complicato che sparare a distanza ravvicinata con un’arma individuale. Il laser, in fondo, non è altro che un raggio di luce e della luce ha le vulnerabilità.

Se punto un fucile Phasr su un bersaglio a breve distanza, posso ragionevolmente supporre che l’aria che attraversa il raggio di energia sia più o meno omogenea, ma su distanze di centinaia di km quel raggio incontrerà strati diversi e sarà soggetto a distorsioni. Perciò il jumbo che porta in cielo lo Yal-1A deve essere dotato di computer così potenti da valutare e compensare la differenza di pressione atmosferica lungo tutto il tragitto del raggio laser. Il laser fa parte di una famiglia di armi definite «a energia diretta»: non colpiscono il bersaglio con la mediazione della forza di un proiettile, ma lo investono direttamente con un fascio di energia portata a distanza da onde elettromagnetiche.

Di solito queste armi hanno una potenza regolabile, perciò possono concentrare la massima intensità per fondere la superficie esterna di un missile e farne esplodere le cariche, oppure possono essere usate a bassa potenza per mettere fuori uso solo in modo parziale un veicolo e così inabilitarlo senza ucciderne gli occupanti (in questo caso si parla di «soft kill»). Fra le armi a energia diretta che però non sono a raggi laser figurano le «bombe E», che mettono K.O. i sistemi elettronici e digitali del nemico non con un’esplosione, ma attraverso un potente impulso elettromagnetico; così si possono fare dei danni enormi senza spostamento d’aria e senza far volare neanche una scheggia.

Le armi a energia diretta cambieranno la guerra? E quando? Andrea Nativi, direttore della Rivista italiana difesa (Rid), dice che «sono già una realtà e che saranno dispiegate a partire dal 2020 e man mano affiancheranno o sostituiranno quelle convenzionali. I bombardamenti aerei verranno fatti con armi laser, e così i duelli aerei fra caccia. Nel combattimento a terra si diffonderanno i fucili a microonde che scottano la pelle e altre armi non letali». Poi in Star Trek a volte fanno anche a cazzotti.

Lady Monti prima fist-lady con scorta E c'è chi ci usa per andare dall'amante

Libero

Le rivelazioni di un agente che da 30 anni protegge personalità a rischio: ci usano come cavalier serventi


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"La senatrice Anna Finocchiaro? Una vera signora, non è tra quelle che se ne approfittano. Se poi i colleghi, per gentilezza, le portano i pacchi e il carrello della spesa, sono loro a sbagliare perché è contro il regolamento". Dopo il caso delle foto della senatrice che faceva spingere il carrello dell'Ikea alla scorta, il settimanale Chi ha intervistato un poliziotto che da trent'anni si occupa di scortare politic, magistrati e personalità a rischio. Ne ha viste di tutti i colori e, per questo, si sente di assolvere la Finocchiario. Duice. "C'è chi ti fa aspettare ore e se ne frega di avvertirti quando non ha bisogno tutto il pomeriggio, chi si fa portare dall'amante e ti chiede di aspettare fuori, chi ti costringe ad accompagnare i figli a scuola quando la regola impone di far salire sulla macchina solo lo scortato. Ma c'è anche chi dice che va a dormire e poi esce da un'altra porta per farsi i fatti suoi".

Quando il giornalista gli chiede chi ha bisogno davvero della scorta, lui risponde: "Il presidente della Repubblica e del Consiglio, i ministri del Lavoro, dell'Interno, della Difesa e della Giustizia. Poi i magistrati a rischio. i sindaci in prima linea. In 30 anni mai nessuna moglie del presidente del Consiglio aveva avuto una scorta di Stato. La moglie di Monti ce l'ha. E poi c'è l'hanno i parlamentari Rizzi e Scilipoti". Il poliziotto parla di Daniela Santanchè che" ha messo a disposizione la sua auto". I più indisciplinati sono Fabio Granata di Fli 2ti fa aspettare anche otto ore senza avvertirti", come Leoluca Orlando, un ritardatario cronico. Ma, dice a Chi, la peggiore è Maria Grazia Laganà, del Pd, la vedova Fortugno. Lei ha ben cinque uomini di scorta anche a Roma, ma mentre in Calabria vengono armati fino ai denti qui se li porta solo a fare shopping e dal parrucchiere. Tiziano Treu è uno che esce senza dire nulla alla scorta"

Tromba d'aria, paura a Venezia. Bimbi imprigionati dai rami caduti

Il Mattino

VENEZIA - Una violenta tromba d'aria con vortici d'acqua si è abbattuta su Venezia, in particolare tra il Lido, l'isola di Sant'Elena, Sant'Erasmo e la Certosa. Tanta la paura fra le persone, sorprese dall'intensità del fenomeno. Moltissimi i video sono arrivati sul web: tanti turisti e cittadini hanno documentato l'impressionante evento metereologico. Dopo aver colpito Venezia e le sue isole la perturbazione ha puntato verso il Cavallino, Eraclea e Caorle. “Salve” invece Jesolo e Bibione.

Banchi rovesciati al mercato del Lido. Nell'isola molto spavento tra le persone che erano al mercato all'aperto, dove diversi banchetti sono stati rovesciati.



Paura a Sant'Elena: soccorsi i bambini bloccati dai rami caduti. I danni più evidenti, però, si sono registrati a Sant'Elena, dove sono stati spezzati diversi alberi ed è stata scoperchiata la biglietteria Actv. Un platano è caduto sul muro di cinta dello stadio Penzo.



Devastata l'area del diporto velico all'isola di Sant'Elena, la punta estrema di Venezia verso il Lido. Decine di barche che erano in alaggio sono state accatastate dalla violenza delle raffiche una sull'altra. I vigili del fuoco sono intervenuti per soccorrere alcune persone, tra cui i bambini della scuola vela, rimasti bloccati dalla caduta dei rami. I bimbi sono stati subito messi in salvo dai soci del diporto velico veneziano. Le strutture del Collegio Navale Francesco Morosini hanno riportato lievi danni. Pesanti i danneggiamenti subiti dalla Remiera Casteo, dove tutte le imbarcazioni sono state colpite e 34 barche sono state distrutte, inoltre una persona è stata ferita alla testa da un corpo contundente ed è ricoverata in ospedale per trauma cranico.


Danni rilevanti anche all’isola della Certosa. Colpito soprattutto sul patrimonio arboreo, comunica la protezione civile, con centinaia di alberi abbattuti. Fra essi il vento ha sradicato il più vecchio albero dell'isola, un 'bagolaro' o Celtis australis di 150 anni. Molto danneggiato il chiostro e distrutto completamente il plateatico del ristorante dell’isola.

A Sant’Erasmo case e capannoni danneggiati e alberi abbattuti. Sono una dozzina le case scoperchiate nell'isola. Particolarmente colpita l’area tra la spiaggia e la chiesa, con danni rilevanti al patrimonio arboreo. Il cimitero ha molti cipressi abbattuti. Per ragioni di sicurezza, l'Assessorato comunale ai Lavori pubblici ha inoltre predisposto la chiusura del cimitero dell'Isola.

Dopo aver colpito Venezia e le sue isole la tromba d'aria ha puntato verso Cavallino. Il fenomeno metereologico si è spostato verso Cavallino e, dopo aver saltato Jesolo e dopo Bibione, ha coinvolto Eraclea e Caorle. Il "passaggio" è evidente in tutte le zone colpite con alberi, pali della luce divelti, rami spezzati, tegole dei tetti "volate". Una serra artigianale ad Eraclea è stata azzerata. Moltissime le chiamate ai vigili del fuoco e alla polizia locale dei comuni interessati. Molta la paura, ma nessun ferito.

Il conto dei danni. Oggi, nel primo pomeriggio, il vicesindaco di Venezia, Sandro Simionato e l'assessore comunale ai Lavori pubblici, Alessandro Maggioni, si sono recati in sopralluogo nelle zone colpite dalla tromba d'aria per le prime stime dei danni che ammontano a milioni di euro.


Martedì 12 Giugno 2012 - 19:52   
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 13 Giugno - 11:38

Radio Vaticana taglia le trasmissioni in onde medie: ormai costavano troppo le bollette

Il Messaggero



di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO - Le bollette venivano a costare troppo e le spese cominciavano a diventare insostenibili per le casse del Vaticano. In tempi di vacche magre come questi era ormai necessario rivedere le trasmissioni della Radio Vaticana. Grazie ai tagli delle trasmissioni in onde medie e corte, tra l’altro quelle che davano problemi di inquinamento elettromagnetico nei pressi di Ponte Galeria, la Santa Sede risparmierà svariate centinaia di migliaia di euro. «Dal prossimo primo luglio il centro trasmittente di Santa Maria di Galeria cesserà tutte le trasmissioni in onde medie e quelle in onde corte verso la maggior parte dell’Europa e delle Americhe, regioni del mondo in cui la copertura da parte delle ritrasmissioni radio e l’accesso tramite Internet sono ormai le vie di gran lunga preponderanti per fruire dei servizi della Radio Vaticana» ha annunciato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede. I tagli sono stati facilitati dal fatto che ormai il web e i canali satellitari hanno sostituito le onde medie. «Le risorse verranno trasferite in nuove direzioni». I programmi in onde medie resteranno solo per l’Africa e l’Asia.

La novità non riguarda l’offerta di prodotti. La Radio del Papa non prevede la diminuzione dei programmi né di lingue. La riduzione attuale interessa circa «la metà dei tempi di trasmissione» dal Centro trasmittente, dove si avvia lo studio per la ristrutturazione del Centro stesso in funzione delle nuove tecnologie di comunicazione. «Nel corso dei prossimi anni si prevedono ulteriori riduzioni delle trasmissioni in Onde Corte, tenendo però sempre presente il dovere di servire con particolare attenzione quelle aree e popolazioni più povere o in situazioni di difficoltà (in particolare in Africa, nel Medio Oriente o in Asia), che non hanno altre vie alternative per ricevere capillarmente la voce del Papa e della Chiesa». Il taglio annunciato oggi sembra non abbia a che fare con «il presunto inquinamento per le onde elettromagnetiche». Il Vaticano a tal proposito è categorico: «Dal 2001 rispettiamo perfettamente le norme italiane sull’inquinamento acustico che sono le più strette del mondo. Anche se non facciamo nessun danno, dal primo luglio ci saranno certamente meno onde in giro».

Martedì 12 Giugno 2012 - 17:43
Ultimo aggiornamento: 17:44

Viaggio lungo il cammino di Padre Pio. Prima tappa: Pietrelcina-San Marco La Catola

Il Mattino

di Carlos Solito

NAPOLI - Sembra facile trovarlo, tutt’altro. Veniamo dal silenzio, ce ne andiamo nel silenzio, ma viviamo nel chiasso, quasi sempre. Il nostro tempo è battuto da sproloqui: talk show, reality, fiction, social network, sms, video messaggi e da altre, troppe, forme della new communication. Tutto è un fare community. Oggi siamo tutti una community, una gran bella, allargata, allargatissima, famiglia virtuale figlia della globalizzazione più sopraffina.

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Una globalizzazione virtuale che con un click ci mette in comunione con qualcun’altro, della community, dall’altra parte del mondo e un botta e risposta in chat e “welcome in our family”. Quante parole vane al vento scritte e dette da ogni dove. Siamo la società della parola, troppe sillabe, linguaggi forbiti, miserevoli insulti. Troppi! Nel nostro futuristico tempo antico, oscurato dall’agio materiale e dall’high tech, la parola non ha più valore autentico, non è più ispirata, non ha più radici profonde ed è in grado di generare solo una mobilità virtuale, contro natura. Ma noi, noi non siamo forse figli di un imperativo evolutivo grazie al quale abbiamo “conquistato” il nostro status di uomo: camminare?

Figlio del nomadismo, e ancor prima del bipedismo, il nostro andare, nel corso dei millenni, ha generato scoperta, esplorazione, conoscenza, incontro, evangelizzazione. Da Abramo agli apostoli fino a San Francesco, l’archetipa idea biblica di rivelazione e alleanza ha avuto come filo conduttore il cammino. Inutile negarlo, la cultura occidentale, concependo il nomadismo come un residuo del passato, ha perso l’attrazione e il bisogno di cammino e solitudine, allontanando il raccoglimento meditativo in cui la parola acquisisce peso, forza e, una volta espressa, giustezza, efficacia.

Ho camminato per due settimane. Con il passare dei chilometri questa considerazione si è fatta certezza e, passo dopo passo, sasso dopo sasso, è diventata il maniero del mio viaggio dentro il quale rifugiarmi ogni volta che mi ha preso la paura di non farcerla, e, soprattutto, di smarrire cosa mi spingesse ad andare. Pietrelcina, il mio punto di partenza, è lontana centinaia di chilometri e tra le vie percorse più volte m’interrogo sul perché proprio ora, a distanza di quasi un anno e mezzo, la mia idea è diventata esperienza. Era fine novembre del 2009 e avevo percorso un sentiero tra le colline d’Irpinia che dalla valle dell’Ansanto arrivano al paese di Gesualdo.

Mi fermai all’ingresso del convento dei Cappuccini, al cospetto di una statua di Padre Pio con un inginocchiatoio vuoto pronto per essere occupato da un reo. Mentre guardavo la scultura un “pace e bene” mi fece voltare: era un frate anziano, asciutto, con barba incolta bianca e pochissimi capelli. Continuò: “Che bel volto Padre Pio, dietro quel sorriso tanta sofferenza. Vieni con me ti faccio vedere qualcosa”. Seguii il cappuccino, si chiamava Frà Antonio. Aveva passo svelto, attraversò la navata centrale della chiesa e girò a sinistra per una porticina. Entrai: buio condito da freddo. “Seguimi”.

Lo feci. Salimmo lungo una stretta scala in legno che scricchiolava a ogni passo. “Sai quante volte ha calpestato questo castagno Padre Pio per salire al coro? I rumori, gli stessi. Le pareti, le stesse. L’umidità, la stessa. Da allora, stette qui solo per una trentina di giorni tra fine 1909 e gli inizi del 1910, niente è cambiato”. Non sapevo fosse stato in quel convento, in realtà sapevo ben poco della sua vita. Mi rapì il luogo.

Un ventre di silenzio nel quale immaginai il frate di Pietrelcina, giovanissimo e malaticcio, salire lungo quello stretto corridoio e continuare fino alla sua piccola cella. Frà Antonio me ne parlò a lungo, ascoltai senza fiatare. Mi fermai a dormire in convento e il giorno dopo, nei pressi di Fontanarosa chiesi un po’ d’acqua a un contadino. Mi fece bere ma “prima di ripartire”, mi disse, “dovete assaggiare il mio vino. Ha lo stesso sapore di quello che faceva mio padre e mio nonno che, buonanima, una volta l’offrì anche a Padre Pio quando stava nel convento di Gesualdo”.

In due giorni due indizi, coincidenze pensai. Meno di una settimana dopo, mentre salivo sul monte Taburno trovai un piccolo Tau in legno. Lo raccolsi e, inevitabilmente, mi venne in mente Francesco d’Assisi. Pensai all’Irpinia, associai i due santi e, da viaggiatore, immaginai l’instancabile peregrinare, sotto frate Sole e sora Luna, di Francesco: da villaggio in villaggio passando per boschi, monti e pianure. Una volta in vetta chiesi agli altri escursionisti di indicarmi Pietrelcina. Nella bruma, tra le colline del Sannio, appena vidi il paese sorrisi: era chiaro, esattamente un secolo dopo il suo soggiorno a Gesualdo, avevo ricevuto l’invito a un viaggio.

Coincidenze? Forse! Letture, letture, letture. Approfondii la vita di San Pio cercando di individuare tutti i luoghi che aveva calpestato, visto, vissuto, prima di arrivare a San Giovanni Rotondo nel 1916: ne venne fuori una montagna di annotazioni e moleskine riempite prim’ancora di muovere un passo. Passai alle carte tracciando percorsi e varianti lungo vecchie strade e sentieri dal Sannio al Molise centrale, dall’Irpinia all’alto Tavoliere delle Puglie fino al Gargano. Il viaggio lungo i luoghi di San Pio era cominciato. A lungo ho immaginato come potessero essere posti e incontri.


Abbiamo bisogno di un nuovo Umanesimo e Rinascimento che accendino il bisogno di conoscere noi stessi e il mondo. Il Cammino di Santiago de Compostela e la Via Francigena hanno arricchito la storia, questo Cammino di Padre Pio ha arricchito la mia storia per cominciare e spero farà lo stesso con tantissimi altri. Dal piccolo borgo di Pietrelcina, dopo un breve itinerario urbano per le case natali, le chiese del paese e il convento dei Cappuccini, il Cammino sale a Piana Romana. Da qui, in vista dei profili montuosi del Taburno-Camposauro, ecco l’esordio vero e proprio dell’itinerario che, attraverso i paesaggi collinari del Sannio, fino a San Marco La Catola, tra i monti dauni della Puglia, rappresenta la prima tappa.

Da qui, attraverso una logica sequenza geografica in grado di rendere quanto più lineare e agevole il percorso, si toccano i conventi che dal 1903 al 1916, ospitarono Padre Pio per il suo percorso religioso. Monumento dopo monumento, le soste contemplano anche i rispettivi centri urbani di Sant’Elia a Pianisi, Campobasso, Morcone, Benevento (qui fu ordinato sacerdote), Altavilla Irpina (luogo in cui nel 1896 ci fu un evento miracoloso con Padre Pio bambino, nel santuario di San Pellegrino), Montefusco, Gesualdo, Foggia, Serracapriola e, infine, San Giovanni Rotondo.

Non c’è, invece, la tappa, per il convento di Venafro dove Padre Pio fu trasferito, alla fine del 1911, in seguito alla visita a Napoli del dottor Antonio Caldarelli che gli consigliò un luogo salubre. Il motivo dell’omissione sono i 170 km che contempla la visita di questo convento. Lungo il Cammino ci sono anche delle brevi varianti nei santuari limitrofi, dove il frate di Pietrelcina andava in pellegrinaggio con gli altri cappuccini. Ogni tappa, preziosa anche di piazze a lui dedicate, è un’immersione sempre più profonda nella sua sensibilità e nelle sue emozioni.

Si inizia quindi con Pietrelcina. Il promontorio della Morgia, visibile a chilometri di distanza, conserva il piccolo mondo antico del borgo antico dove, in Vico Storto Valle, il 25 maggio del 1887, nacque Francesco Forgione. Si inizia a visitare il convento dei Cappuccini, eretto nella località dove Padre Pio, durante le passeggiate con il parroco don Salvatore Pannullo, udiva un coro di angeli e campane. Eretto grazie al sostegno di una delle più note figlie spirituali di Padre Pio, Mary Pyle, nota come l’Americana per le sue origini, si visitano la chiesa della Sacra Famiglia (all’interno della quale si trova l’osso ioide di Padre Pio) e il Museo di Padre Pio con diversi affetti personali del frate.

Prendendo per il centro, si visitano la chiesa di Santa Maria degli Angeli, seguendo un percorso obbligato, oltre la maiolicata Porta Madonnella, la Torretta: una stanza sulla sommità di una ripida scalinata dove il frate stette tra il 1909 e il 1912, anni duri per la sua malattia che lo tenne lontano dalle mura del convento. Siamo in Vico Storto Valle e qui si susseguono, ai numeri 27 e 28, la casa natale e le camere dove Piuccio, da bambino, dormiva coi fratelli. In salita si arriva alla chiesetta di Sant’Anna dove Francesco venne battezzato e dove, a cinque anni, ebbe la visione del Sacro Cuore di Gesù.

Tra i vicoli di Rione Castello si passa per la casa del fratello Michele in Via Santa Maria degli Angeli, al civico 44, dove Padre Pio si trasferì quando le gravi condizioni di salute non li permisero neanche di affrontare la ripida scalinata della Torretta. Ricordando gli anni in questa casa, dove stette fino al febbraio del 1916, ha sempre detto: “Se quelle pietre potessero parlare…” facendo riferimento a eventi soprannaturali come gli scontri fisici e spirituali contro il diavolo. A riguardo scrisse: “Quei cosacci non cessano di percuotermi e di sbalzarmi alle volte anche dal letto, giungendo fino a togliermi la camicia e percuotermi in tale stato. Ma oramai non mi fanno quasi più timore.

Gesù è sempre amoroso verso di me, giungendo fin anche alle volte ad alzarmi da terra ed adagiarmi sul letto”. Fuori dall’abitato, il Cammino muove i primi passi per la via del Rosario, l’antico sentiero che tra campagne e boschi raggiunge, dopo tre chilometri, Piana Romana. Padre Pio la percorreva continuamente e, in prossimità del torrente Quadrielli, era puntualmente vessato dal diavolo nascosto sotto un ponte. A Piana Romana papà Grazio e mamma Peppa possedevano un appezzamento di terreno dove avvenne il folgorante incontrò tra Piuccio e il questuante Frà Camillo, il famoso “monaco con la barba” che accese nel piccolo il desiderio di prendere i voti. A poca distanza dalla masseria di famiglia Francesco, con le poche pecore al seguito, pregava continuamente sotto un olmo, muto testimone delle prime stimmate che ricevette nel 1910. Il tronco dell’albero sacro, oggi è custodito nella cappella di San Francesco d’Assisi, all’ombra di una pineta, fino alla dirimpettaia chiesa nuova.



Mercoledì 13 Giugno 2012 - 09:55  
Ultimo aggiornamento: 09:57

Il sistema Sesto alla sbarra "Qui vogliono dare tutto in mano alle cooperative"

Il Giorno

Fino all'ultimo hanno cercato di intrallazzare. Anche Quando ormai l'inchiesta della Procura si apprestava a scoperchiare il presunto sistema Sesto
di Patrizia Longo e Stefania Totaro

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Sesto San Giovanni, 13 giugno 2012


Fino all'ultimo hanno cercato di intrallazzare. Anche quando ormai l’inchiesta della Procura si apprestava a scoperchiare il presunto Sistema Sesto. È quanto si legge in una richiesta di proroga delle intercettazioni telefoniche, firmata dai pm di Monza e depositata tra gli atti dell’indagine appena chiusa sull’ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo Filippo Penati e altri 22 indagati.

«Circa un anno fa quando erano “ancora in atto’’ decisioni sulle aree edificabili sui terreni una volta occupati da Falck e Marelli - sottolineano i pm - sono state intercettate conversazioni che hanno confermato (...) la verosimile esistenza di accordi illeciti». Citate alcune telefonate, come quella tra Giordano Vimercati, ex braccio destro di Penati, e Marco Bertoli, ex direttore generale del Comune di Sesto, in cui «si dà conto dell’esistenza di “diplomazie segrete”». In un’altra richiesta di proroga delle intercettazioni, datata 3 giugno 2011, si parla di «condizione di sudditanza e dipendenza economica di Pasini (imprenditore gola profonda del Sistema, ndr)» durante «la fase calda della gestione del piano Marelli» e, tra l’altro, della «spregiudicatezza operativa delle cooperative (...) nell’acquisizione di lavori».

Che ritorna nelle parole di Piero Di Caterina, l’altro accusatore, che il 15 luglio parlando con Paolo Fondrini, concessionario d’auto, a proposito di una variante della giunta sull’area Marelli dice: «Loro (il Comune, ndr) la portano avanti perché strozzando il Pasini stanno facendo finire questi 60mila metri di residenza alle coop, con l’idea di portargli via proprio tutto e di dare tutto alle cooperative». Anche quando le aree dismesse Falck erano passate al Gruppo Bizzi, si tentarono pressioni. Un anno fa il consigliere Pdl Antonio Lamiranda raccontava a Pasini in una conversazione intercettata: «Mi han detto che Di Leva (ex assessore all’Edilizia Privata, arrestato il 25 agosto, ndr) ha chiesto addirittura che (Bizzi, ndr) si comprasse le testate di Caltagirone», ovvero due periodici locali, condizione per la riqualificazione.

«E lì - continua Lamiranda — hanno rotto le trattative, è dovuto intervenire quello delle cooperative emiliane... che ha fatto chiamare Roma, che Roma ha chiamato (...) Bertoli, e l’hanno rimesso in riga immediatamente. “Evitate ’sti casini prima che qua si rompe tutto”». Proprio per Di Leva con altri sei indagati, fra cui il precedente proprietario delle Falck Luigi Zunino e gli stessi Pasini e Di Caterina, oggi ci sarà l’udienza preliminare per le presunte mazzette sulle licenze a costruire. Tra le accuse, concorso in corruzione, false fatturazioni ed evasione fiscale. E se Penati non ha voluto rilasciare dichiarazioni, «Parlo solo alle tv», il Pdl polemizza contro il disegno di legge anticorruzione del Governo, che lo salverebbe, riducendo i tempi di prescrizione.

Addio a Savoretti, "creò" Courmayeur

La Stampa

L'imprenditore torinese è morto a Ginevra a 91 anni. Nel 1978 realizzò la grande funivia sul Monte Bianco in Val Veny. A lui si deve anche l'accordo commerciale tra la Fiat e l'Unione sovietica.


Piero Savoretti, era stato nominato cittadino onorario di Courmayeur

 

cristian pellissier

E' morto ieri sera all'età di 91 anni Piero Savoretti, torinese figura chiave dell'imprenditoria italiana del secolo scorso, la testa di ponte della Fiat in Russia. Nel 1966 contribuì alla firma dell'accordo commerciale tra l'azienda automobilistica e l'Unione sovietica. Una marcia di avvicinamento cominciata nel 1952 quando Savoretti fondò la Novasider sbarcando a Mosca. L'obiettivo era mettere insieme le principali aziende italiane (Fiat, Pirelli, Olivetti, Innocenti) per un approccio globale al mercato sovietico. "Senza  Savoretti quest'accordo non ci sarebbe stato" disse Giovanni Agnelli in occasione del 30° anniversario dell'accordo
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Piero Savoretti viveva da oltre 30 anni a Ginevra con la moglie Nina, vera colonna portante della sua vita. Savoretti lascia anche due figli, Nicola e Andrea. Imprenditore eclettico, nella sua vita ha affrontato mille sfide, dalla conquista dei mercati russi "all'invenzione" di Courmayeur: nel 1978 sarà lui a costruisce sul Monte Bianco, in Val Veny, la funivia più grande dell'epoca: 133 posti per 1500 persone all'ora. Per il turismo invernale della località fu una vera e propria svolta. Nel 2010 Courmayeur gli attribuì la cittadinanza onoraria.

La «crociata» di Pavia contro il gioco d'azzardo

Corriere della sera

Al consiglio comunale approderà un provvedimento che fissa criteri molto restrittivi per videopoker e simili



MILANO - Primo record: con 2.897 euro pro capite Pavia è la città italiana dove più si spende per il gioco d’azzardo. Secondo record: sulla scorta del poco lusinghiero traguardo Pavia è stata anche la prima città italiana a ospitare un corteo contro l’invasione delle slot machine. E’ accaduto sabato quando circa 400 persone, con in testa il vescovo monsignor Giovanni Giudici, sono sfilate per il centro della città chiedendo interventi contro un fenomeno tentacolare e fotografato da una cifra: a Pavia funziona una macchinetta «mangiasoldi» ogni 126 abitanti.

Ma il passo più importante sarà compiuto questa settimana quando al consiglio comunale approderà un provvedimento che fissa criteri molto restrittivi per l’installazione di videopoker e apparecchi simili. Il testo del provvedimento è già stato scritto: niente slot machines nel raggio di 500 metri da scuole, ospedali, oratori, collegi universitari; niente slot in prossimità di incroci urbani di grande passaggio; regole edilizie più stringenti da applicare a bar e sale giochi che decidono di imitare Las Vegas (ad esempio gli apparecchi non potranno essere montati in salette riservate); obbligo di installazione di sistemi di videosorveglianza.

E’ una crociata temeraria, quella che Pavia vuole intraprendere contro il gioco d’azzardo, perché si pone in rotta di collisione con una lobby, quella dei distributori e installatori di macchinette, ben corazzata: incassa infatti 76 miliardi l’anno, ha strappato allo Stato un rimborso fiscale di 285 milioni mentre Verbania – la città che prima di Pavia ha provato ad arginare le scommesse elettroniche limitando gli orari di funzionamento delle slot – si è vista dare torto dalla magistratura ed è stata condannata a rifondere 1.350.000 euro a una società distributrice.

«In effetti la questione deve essere studiata bene sotto il profilo giuridico – racconta Alessandro Cattaneo, 32 anni, sindaco Pdl di Pavia – perché non si trasformi in un boomerang. Ma la nostra intenzione è inserire tutte le norme nel regolamento di polizia urbana». Rispetto alla guerra combattuta (e persa) da Verbania, Pavia può contare su un’arma in più: una sentenza del novembre scorso della Corte Costituzionale dove viene riconosciuta la competenza degli enti locali riguardo alle «conseguenze dell’offerta di giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli». «Siamo di fronte a una vera e propria emergenza sociale – denuncia Francesco Adenti, consigliere comunale di maggioranza che ha elaborato la proposta anti slot – con famiglie ridotte sul lastrico costrette a rivolgersi ai servizi sociali».

La situazione è ben nota a Simone Feder, psicologo, da anni in prima linea a Pavia nel denunciare la dipendenza dal gioco e organizzatore della marcia di sabato scorso: «Speriamo solo che le nuove norme non solo impediscano la crescita delle slot ma "disboschino" anche il numero di quelle già funzionanti; perché il problema principale è proprio ridurre drasticamente l’impatto del fenomeno». E a questo proposito Feder cita gli sconfortanti risultati di un’indagine condotta due anni fa tra 2.000 studenti iscritti al primo anno delle scuole superiori di Pavia (dunque quindicenni): il 15% di loro ha giocato almeno una volta a videopoker (attività teoricamente proibita ai minorenni), il 5% lo fa abitualmente, il 6% gioca anche online. In più, il 46% dei teenager che scommettono ha dichiarato di avere frequentazioni con adulti che fanno uso di stupefacenti. «E vi basti sapere – conclude lo psicologo – che solo questa settimana mi sono stati segnalati dieci casi di persone che hanno una dichiarata dipendenza dal gioco d’azzardo compulsivo».


Claudio Del Frate
12 giugno 2012 (modifica il 13 giugno 2012)

Il battesimo della sella: pro e contro delle prime lezioni sui pony

La Stampa

Un'esperienza a tutto tondo che insegna al bambino l'arte della pazienza e della determinazione. Quando, come e perché avvicinare i più piccoli al mondo dell'equitazione, guidati dai consigli dell'esperto: l'Istruttore Federale Matteo Sorgoni


 

Daniela Raspa

Trovarsi per la prima volta di fronte ad un dolcissimo pony, specialmente per i più piccoli, è sempre una grande emozione: solitamente i maschietti si dimostrano più spavaldi e coraggiosi delle bambine, ma in verità sono poi le femminucce che, superata la timidezza iniziale, si appassionano maggiormente all'equitazione. Ce lo conferma Matteo Sorgoni, Istruttore Federale di II livello nonché Presidente della A.S.D.E. Due Ponti, che sottolinea come il primissimo approccio sia senz'altro visivo: "Al bambino vengono mostrati gli altri allievi in campo, il loro lavoro e il modo di avvicinare e condurre il proprio cavallo. Solo in un secondo momento si passa al contatto vero e proprio, nelle vicinanze del box, per dimostrare la bontà del pony.

In seguito si procede con una lezione di prova di pochi minuti, alla longia, con l'istruttore che dà le indicazioni base, le più importanti, stando sempre accanto al bambino. "Stiamo parlando di bambini molto piccoli, considerato che l'età minima per montare un pony è di 4 anni per il volteggio, 5 per la disciplina del salto ad ostacoli. "Entrambe le discipline sono riconosciute dalla Federazione Italiana Sport Equestri, la stessa che permette di tesserare i bambini appena compiuto il quarto anno di età. Questa tessera prende il nome di Patente A ludica ed è considerato un primo livello, il livello dei principianti generalmente, ma non sempre. La Patente F.I.S.E. è infatti una autorizzazione a montare, ma anche una assicurazione contro gli infortuni ed è pertanto il primo passo da fare se si vuole montare a cavallo/pony in sicurezza" spiega meglio l'esperto.

Tralasciando per un attimo gli aspetti più puramente "tecnici", l'Istruttore ci tiene a sottolineare che questa disciplina si configura per il bambino come un'esperienza a tutto tondo, capace di coinvolgere più sfere, non solo quella relativa all'ambito sportivo e ludico, ma soprattutto educativo. "Montare un pony insegna al bambino l'arte della pazienza e della determinazione. I vantaggi che ne derivano sono molteplici: lo spirito ed il legame che si instaura con l'animale e con gli altri allievi della scuola, la formazione del carattere (poiché sono molte le prove da affrontare) e l'abbandono di ogni timidezza per acquisire maggiore indipendenza. Si impara in effetti come amministrare un animale molto più grande della mole del bambino. E non dimentichiamo l'importanza del contatto con la natura."

E i contro? Secondo Matteo Sorgoni non ce ne sono, poiché oltre a far bene alla mente e allo spirito, questo sport è ottimo per lo sviluppo fisico e la crescita. In particolar modo per i bambini, la lezione viene infatti strutturata con l'obiettivo di inserire nell'allenamento a cavallo anche pratiche di respirazione, di equilibrio ed esercizi a livello muscolare che coinvolgono la parte inferiore del corpo tanto quanto la parte superiore.

Bonus premio ai magnifici sette della politica antisprechi

Il Giorno

Palma d'oro all'hinterland milanese

Su 143 città premiate sul territorio nazionale, sette sono nel milanese. Ad aggiudicarsi dallo Stato il titolo di "Comune virtuoso" per il 2011 sono Assago, Rosate, Baranzate, Lainate, Settala, Inzago e Vimodrone

di Patrizia Tossi


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Settala, 13 giguno 2012


Azzerare gli sprechi, trovare un punto di equilibrio tra le spese e le entrate, trasformare la macchina comunale in un sistema capace di autofinanziarsi. Sono solo alcuni dei traguardi raggiunti nel 2011 da 143 Comuni italiani, dove i sindaci hanno stretto i cordoni della borsa per salvare le casse dalla morsa del Patto di stabilità. In gergo si chiamano Comuni virtuosi, nei fatti si tratta di città a misura di cittadino, dove le auto blu non si sono mai viste, i privilegi della casta sono lontani anni luce e dove i cittadini possono contare su servizi efficienti, alla portata di tutte le tasche. Va all’hinterland milanese la palma d’oro della politica antispreco. Su 143 città sparse sul territorio nazionale, sette sono nel Milanese. Ad aggiudicarsi dallo Stato il titolo di Comune virtuoso per il 2011 sono Assago, Baranzate, Inzago, Lainate, Rosate, Settala e Vimodrone.

Un traguardo importante quello raggiunto dalle sette città, soprattutto se si considera che in Italia esistono 8.092 campanili, di cui 2.409 soggetti ai vincoli del famigerato Patto di stabilità sui bilanci comunali. I sindaci vivono il Patto come un cappio alla gola perché questo complicato calcolo finanziario, nato per verificare la tenuta dei bilanci comunali, nella realtà non è una vera cartina di tornasole degli sprechi, ma si tratta di un laccio strettissimo sui bilanci che impedisce a molte amministrazioni di erogare servizi e mettere in cantiere nuove opere pubbliche.

A fronte di sindaci che hanno indossato la fascia per protestare contro il Patto imposto dal Governo, nell’hinterland in sette hanno fatto di necessità virtù. «Sono quattro i criteri per essere considerati Comuni virtuosi — spiega Enrico Sozzi, sindaco di Settala e membro di Anci Lombardia — dove nel 2011 i bilanci sono stati chiusi a saldo zero. Innanzitutto il rispetto del Patto di stabilità, poi l’autonomia finanziaria della macchina amministrativa, il perfetto equilibrio tra le entrate e le uscite della parte corrente del bilancio, la capacità di immediata riscossione delle tariffe comunali».

Un traguardo importante, che a conti fatti si trasforma in un vantaggio economico per la città. Ai 143 Comuni italiani verrà riconosciuto dallo Stato un premio complessivo di 149 milioni che servirà a rendere meno rigido il Patto di stabilità, riconoscendo alle singole città un bonus finanziario per chiudere senza ansie il bilancio dell’anno corrente. Una somma, però, a cui il Governo non rinuncia e che, infatti, verrà ridistribuita sui Comuni spendaccioni.

Giornata mondiale del donatore di sangue. Il 14 giugno ognuno è un eroe

Il Messaggero

ITALIA - «Ogni donatore di sangue è un eroe». E' lo slogan della Giornata mondiale del donatore di sangue indetta per il 14 giugno dall’Organizzazione mondiale della sanità. La celebrazione è insieme

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un modo per ringraziare tutti i volontari che con questo gesto salvano una o più vite e un’occasione per sensibilizzare alla donazione in un periodo dell’anno, quello estivo, in cui se ne registra spesso un calo. Il sangue è indispensabile nei servizi di primo soccorso, negli interventi chirurgici e nei trapianti di organo, nella cura delle malattie oncologiche e nelle varie forme di anemia cronica e in Italia, secondo una stima dell’Istituto superiore di sanità, il fabbisogno è di 2.300.000 unità l’anno: grazie ai donatori abituali attualmente ne sono disponibili 1.300.000.

L’obiettivo dell’Organizzazione mondiale della sanità è che tutti i Paesi possano avere scorte basate completamente sui donatori volontari entro il 2020 (in 40 paesi del mondo dipendono ancora da donatori familiari o da donatori retribuiti). Donare regolarmente il sangue, oltre che un atto di estrema solidarietà, garantisce un costante controllo della propria salute, con visite mediche e accurati esami di laboratorio a ogni prelievo. Può candidarsi come donatore di sangue intero chiunque abbia tra i 18 e 65 anni e pesi più di 50 kg: basta presentarsi in una qualsiasi sede Avis dove un medico effettuerà un colloquio, una visita, e gli accertamenti di tipo diagnostico e strumentale per verificare che non vi siano controindicazioni. L’autoesclusione è doverosa in diversi casi, tra cui l’assunzione di droghe, l’alcolismo, i rapporti sessuali ad alto rischio, le malattie veneree, l’hiv e le epatiti B e C.

La donazione per le donne non ha controindicazioni, ma per le perdite legate alle mestruazioni in età fertile si possono effettuare solo due donazioni di sangue l’anno, mentre per gli uomini è possibile farne quattro. Il monitoraggio costante della emoglobina, effettuata prima di ogni donazione e del ferro, tutelano la salute delle donatrici. Tra l’altro le donne sono adatte alla donazione di plasma in aferesi – si estrae dal sangue un solo componente (plasma, globuli bianchi ecc.) restituendo gli altri al donatore - che non incide sui globuli rossi ed il ferro.

Gay in Nazionale?

Corriere della sera

«Cassano: «Spero di no»


Bufera su Antonio Cassano dopo alcune frasi sui gay pronunciate oggi in conferenza stampa. rispondendo a una domanda sulla possibilità che ci siano degli omosessuali (che il barese chiama più volte "froci") in Nazionale, il rossonero dice: "sono problemi loro, ma spero proprio di no. Mi auguro che non ci siano, ma sono problemi loro''.

Emilia,ecco l'ultima beffa: la casa si deve demolire? A pagare sono i terremotati

di Andrea Zambrano - 13 giugno 2012, 08:20

Ecco l’effetto del decreto varato dal governo appena 5 giorni prima del sisma. E gli sfollati si vedono arrivare conti da 50mila euro. I sindaci: "È assurdo"


Modena - Oltre al danno, la beffa. È quanto sta succedendo alle decine di proprietari di abitazioni crollate, che si sono visti recapitare il conto della demolizione delle loro case pericolanti.

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È il primo effetto riscontrabile del decreto del governo del 15 maggio, appena cinque giorni prima del terremoto che ha sconvolto l’Emilia. Nel testo, non ancora divenuto legge dello Stato, inerente le «Disposizioni urgenti per il riordino della protezione civile» si fa riferimento ad assicurazioni a carico dei privati per la copertura dei rischi derivanti dalle calamità naturali. In pratica i cittadini di Cavezzo, Mirandola, Finale Emilia e di tutti gli altri Comuni della Bassa emiliana che hanno avuto lesioni nelle loro abitazioni, avrebbero avuto cinque giorni di tempo, teoricamente, per stipulare delle polizze in grado di coprire non solo il risarcimento ma anche le spese come le demolizioni. Oggettivamente impossibile. Va detto però che il governo si era affrettato a riconoscere la non applicabilità del decreto per le zone terremotate. Ma la beffa si è puntualmente concretizzata quando molti sfollati, che hanno iniziato in questi giorni ad abbattere le loro abitazioni, hanno ricevuto i primi conti delle ruspe: «Conti anche fino ai 50mila euro», denunciano i sindaci.

Il primi cittadini più esposti su questo fronte, quelli di Medolla e di Cavezzo, non hanno esitato a denunciarlo ai giornali come ha fatto Stefano Draghetti nei giorni scorsi dalle colonne del quotidiano Modena Qui e come ha ribadito ieri anche al Giornale: «È assurdo che un cittadino che ha perso tutto debba farsi anche carico delle demolizioni per un evento che non ha creato lui», spiega il sindaco di Cavezzo. Draghetti ha parlato di «una decisione politicamente sbagliata che non fa altro che accrescere la distanza tra il cittadino svantaggiato e la politica». Ma c’è di più: Draghetti ha specificato che il privato sarebbe costretto nella migliore delle ipotesi «ad anticipare il pagamento di ruspe e martelli pneumatici, nella peggiore a sostenere in toto, una spesa ingiusta che graverebbe sulle spalle di chi ha perso tutto».

Vero è che, tra le pieghe del decreto, è previsto che i cittadini vengano rimborsati quando, e se, arriverà il contributo per la ricostruzione. «Ma con i tempi con cui paga la pubblica amministrazione non è una consolazione», è il tenore del dibattito. Ecco perché in queste ore i sindaci hanno delegato i tecnici a studiare il decreto che al momento è fumoso ben sapendo, come ha detto ieri il sindaco di Mirandola Maino Benatti che «se il pubblico dovesse accollarsi anche questi oneri, finiremmo tra cinque anni solo la fase d’emergenza». Tanto più che di spese a carico dei privati non si fa cenno nella normativa ad hoc successiva al sisma in Emilia, il decreto legge 74 del 2012 del 6 giugno. Nel frattempo a Cavezzo, Draghetti ha già annunciato che «i cittadini per ora non hanno pagato e si spera che non pagheranno». Molto dipenderà anche dall’interpretazione del dispositivo, ma molto dipende anche dalla tipologia d’intervento.

Se la casa si affacciasse su suolo pubblico, ad esempio, e un suo eventuale crollo dovesse mettere a rischio l’incolumità del cittadini, allora toccherebbe al comune provvedere all’abbattimento. La cosa è approdata in Regione con un’interpellanza del movimento Cinque Stelle per chiedere ad Errani di «farsi carico delle spese di demolizione degli edifici inagibili, sia per fabbricati pubblici che privati, anche attraverso risorse dello Stato», mentre dalla Provincia di Modena cercano di prendere tempo «perché la normativa è ancora in fase di studio». E su questo fanno leva gli amministratori confortati dalla disponibilità del ministro dello sviluppo economico Corrado Passera, che, ieri in visita a Finale Emilia, ha aperto a possibili modifiche del decreto.

Quel che è certo è che il conto del demolitore è già pronto e qualcuno dovrà pur pagarlo. Indovinate chi?

Allo Ior i soldi degli affari con la mafia"

La Stampa

Trapani, l’ombra di Cosa. Nostra dietro lo scandalo



GUIDO RUOTOLO
inviato a trapani


Questa è la storia di una guerra per il «potere» e il «denaro» in terra di mafia, combattuta all’interno della Chiesa e che ha avuto delle vittime: un vescovo destituito, un economo diocesano sospeso a divinis e indagato dalla magistratura italiana. L’uno e l’altro fino a ieri - e chissà se non ancora - con pesanti coperture, con cardinali e ministri che dalla Santa Sede hanno dispensato loro benedizioni. «Il Vescovo Miccichè per parte di madre ha stretti legami parentali con uomini d’onore di San Giuseppe Jato». Benvenuti a Trapani. Il narratore di questa storia è un prelato influente. Tanto che le precisazioni della Procura di Trapani di non nominare il nome di Matteo Messina Denaro invano, sono superate dalla «terribile preoccupazione» che non viene nascosta neppure tra i collaboratori più stretti del Santo Padre. E cioè che tra i soldi trapanesi transitati su conti Ior, «si nascondono soldi orribili». E il perché lo spiega il nostro prelato: «È emerso solo uno spruzzo di lava, sotto c’è una bomba a orologeria che è pronta a esplodere». E, dunque, colpisce che il vescovo defenestrato, Francesco Miccichè, che pure aveva avuto la proposta di dimettersi in cambio di un coperchio sullo scandalo, sia «accusato» di essere «vicino ad ambienti mafiosi».

Rimosso dal Pontefice
Il suo processo - con condanna - l’ha subito in tempi strettissimi. Il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, era stato inviato dal Papa a ispezionare e riferire direttamente a lui. L’istruttoria, da giugno a dicembre, si è conclusa con una «camera di consiglio» e al termine (a maggio), il Pontefice ha sostituito Micciché. Quali le colpe, i reati e i peccati di Miccichè? Purtroppo, nell’inchiesta della Procura di Trapani sugli imbrogli dell’ex economo della diocesi, don Ninni Treppiedi, il vescovo è parte lesa, è la vittima di una campagna diffamatoria e calunniatoria che don Ninni ha orchestrato con due giornalisti locali. Ma il sospetto è che i due abbiano «alienato beni della diocesi» che non potevano alienare perché sarebbe stato necessario il consenso del Vaticano, essendo di valore superiore al milione di euro.

E le operazioni sono state prive di autorizzazioni interne come sarebbe stato necessario.
Vista da Oltretevere, questa di Trapani è la storia di due soci in affari, il Vescovo e l’economo, che a un certo punto rompono il loro rapporto per questione di affari. In un’intervista a un mensile siciliano, don Ninni Treppiedi ha detto: «Credo che quando due persone dopo dieci anni che stanno insieme divorziano (il riferimento è alla rottura con il Vescovo Miccichè, ndr) quanto meno devono avere la buona creanza di lavare i propri panni, soprattutto se si tratta di cose molto delicate, in casa, in questo caso tra le stanze del Vaticano e non andarsi a sputtanare». Forse possono infastidire certe parole, ma la sostanza è più grave: non portare fuori dalla Chiesa le beghe interne è un messaggio tipicamente mafioso. Secondo i testimoni di questa faida, in realtà, la rottura avviene quando il Vescovo promuove l’economo nominandolo arciprete di Alcamo. Don Ninni si «allarga», bypassando il vescovo nella promozione di affari immobiliari.

La rottura definitiva
La rottura tra i due avviene dunque per motivi di potere e denaro. Era stato don Ninni a introdurre il Vescovo nel mondo della politica locale, alla corte di Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno con delega a gestire i fondi dedicati al culto. Si cementa così un rapporto d’interesse intenso. Il sottosegretario è molto attento a soddisfare le richieste del vescovo per ristrutturare chiese, conventi, luoghi di culto. E don Ninni cresce grazie a certe frequentazioni. Trapani è città di massonerie e logge coperte. Il senatore D’Alì, poiché il padre di Matteo Messina Denaro era campiere nelle terre di famiglia, conosceva bene il capo dei Corleonesi nel Trapanese. E il senatore, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ottenuto il rito abbreviato.

La storia di questa guerra tra due schieramenti interni alla Chiesa sembra la metafora di una guerra incruenta interna a Cosa nostra. In carcere tutti i «viddani» (da Riina a Provenzano), della vecchia guardia è libero solo Matteo Messina Denaro. È un reduce. Defenestrato il vescovo, don Ninni si pensa vincitore, anche se è stato sospeso a divinis. E presto la giustizia italiana farà il suo corso. Per don Ninni è questione di ore e poi dovrà vedersela in Tribunale.

Fine di un'epoca, Briatore chiude il Billionaire

Corriere della sera

«Investirò all'estero, tanto in l'Italia se possiedi una barca e arrivi in porto per attraccare, o sei un bandito o sei un ladro»


Flavio Briatore e la moglie Flavio Briatore e la moglie

È la fine di un'epoca, quella del lusso ostentato. L'addio all'estate dei ricchi, dei mega imprenditori con yacht in rada e Magnum di champagne a bordo pista. La storia del Billionaire si chiude. Flavio Briatore ha deciso di lasciare Porto Cervo. Ed è un divorzio che fa rumore visto che il manager della Formula 1 annuncia un clamoroso trasloco e non solo dalla Sardegna. «Ho deciso che non investirò più in Italia e che quest'anno sarà l'ultimo anno del Billionaire a Porto Cervo. La burocrazia di questo Paese mi ha stufato. Noi diamo opportunità e posti di lavoro, ma ottenere dei permessi è sempre una lotta. Come se qualcuno ci facesse un piacere, ma non è così» dice Briatore in un'intervista al settimanale «Chi».

Briatore con Naomi Campbell all'inaugurazione del BillionaireBriatore con Naomi Campbell all'inaugurazione del Billionaire

«ODIO SOCIALE» - Lo storico locale della Costa Smeralda, nato nel 1998, è diventato un marchio e Briatore ha aperto anche a Cortina d'Ampezzo e Monte Carlo. Ci sono passati tutti al Billionaire, o almeno tutti quelli che contano. Manager, imprenditori, sportivi di grido, magnati e tycoon. Ma anche modelle e donne dello spettacolo con i flash sempre puntati addosso. Ma ora - con la crisi economica che invita tutti alla sobrietà e il governo Monti che va a caccia di evasori - quelle notti da sballo dei ricchi sembrano essere fuori sincrono. Ed è forse anche per questo cambiamento di clima che Briatore ha annunciato di voler spostare il suo business fuori dai nostri confini. «Investirò all'estero, tanto l'Italia è un Paese che se possiedi una barca e arrivi in porto per attraccare, o sei un bandito o sei un ladro. Non va bene. Questo governo, poi, ha innescato una sorta di odio sociale».

TASSE DA PAGARE - «L'Italia -aggiunge Briatore- è il Paese con le tasse più alte da pagare. Ok, paghiamo, saldiamo il conto, ma poi investiamo. Il ministero del Turismo andrebbe cambiato radicalmente».

Briatore con due ospiti del BillionaireBriatore con due ospiti del Billionaire

IN TV - Riguardo al talent show «The Apprentice», Briatore dice poi: «Prima di accettare la conduzione mi sono assicurato che non ci fosse nessuna giuria, nessun telefoto e nessun ospite. I protagonisti sono giovani manager e si vincerá soltanto per meritocrazia. Sei bravo? Vai avanti. Non sei capace? Resti a casa». «Io certo non sono nato ricco e avrei visto questo programma come un'opportunitá. In fondo, vince chi ha fame. Ma dalle selezioni ho visto che il nuovo Briatore non c'è, anche perchè io nella vita ho ottenuto risultati straordinari», conclude Briatore.


Carlotta De Leo
13 giugno 2012 | 8:56

Scandali sessuali e corruzione La guerra dentro la diocesi

La Stampa

Lotta senza esclusione di colpi tra l’ex vescovo e l’economo


Don Treppiedi

GIACOMO GALEAZZI
inviato a trapani

Trapani, diocesi di Gomorra. Violazione della clausura in un convento di suore, cinquanta immobili della Curia svenduti agli amici a un decimo del loro valore, ammanchi milionari nei bilanci, lettere di censura dei ministri vaticani dei religiosi e dei vescovi. Le carte segrete che hanno indotto la Santa Sede a rimuovere lo scorso mese il presule trapanese Francesco Micciché aggravano il quadro già inquietante delineato dall’inchiesta della procura.

Ogni documento apre squarci da far-west ecclesiastico tra procedure canoniche calpestate, abusi di potere, contabilità truccata. Per esempio, a fine novembre il cardinale Marc Ouellet, responsabile vaticano dei vescovi, chiede conto a Micciché (su segnalazione del dicastero per gli Istituti di vita consacrata) di una perquisizione al monastero benedettino dell’Angelo Custode ad Alcamo. Era accaduto, infatti, l’impensabile, in barba alla configurazione giuridica «sui iuris» del convento. Alle cinque di mattina, infatti, la guardia di finanza e il pm avevano bussato alla porta del convento, «alla presenza del vescovo che ne ha autorizzatol’accesso».

Gli investigatori cercavano l’atto di cessione del complesso storico (valore due milioni di euro) all’economo diocesano don Ninni Treppiedi, sospeso dal ministero sacerdotale per le irregolarità amministrative. Le suore, però, fanno quadrato attorno al sacerdote già da tempo in lotta con il suo vescovo per la gestione finanziaria della diocesi e si barricano dentro. Per un’ora Micciché aveva cercato di mediare e, quando si presentarono i vigili del fuoco per fare irruzione in canonica, le religiose si piegarono alla perquisizione. A condizione che il vescovo si allontasse e che fosse nominato un bibliotecario come loro fiduciario. I finanzieri finalmente entrarono, ma non trovarono nel monastero i documenti (poi rintracciati nell’abitazione di un amico egiziano) con cui le suore avevano nominato amministratore ed erede universale don Treppiedi, che di Alcamo era anche l’arciprete.

I guai per Micciché sono appena iniziati. Finisce sotto accusa in Vaticano per aver permesso alle forze dell’ordine quell’invasione della clausura che ha «violato l’intimità delle monache e creato disagi alle consacrate». Inclusa la «gravissima ispezione da parte delle guardie all’interno del tabernacolo». Parte l’inchiesta della Santa Sede e l’incaricato papale, ex numero tre della Cei e presidente degli affari giuridici, vescovo Domenico Mogavero, lavora ad una relazione minuziosa da consegnare personalmente a Benedetto XVI. Nel vortice di accuse di scandali sessuali, malaffare e corruzione, Mogavero, da esperto giurista, lascia da parte le voci e si basa soltanto su atti incontrovertibili. E cioè, i documenti contraffatti o mancanti di operazioni immobilari insensate, portate a termine scavalcando controlli e passaggi obbligati della procedura canonica. In sei mesi l’indagine è un faldone di prove schiaccianti contro entrambi i contendenti. Poche settimane dopo aver ricevuto la relazione di Mogavero, la Santa Sede destituisce Micciché e conferma la sospensione di Treppiedi.

Gli investimenti fermi e gli sprechi L'acqua a un anno dal referendum

Corriere della sera

Cosa (non) è cambiato. Per sistemare la rete servono 65 miliardi



ROMA - Era giusto un anno fa, 13 giugno del 2011. Un po' a sorpresa, visto che non succedeva dal 1995, il referendum sull'acqua raggiunge il quorum. Dopo una campagna elettorale partita «dal basso», che aveva spiazzato i partiti, una valanga di sì cancella due norme. La prima disegnava un percorso a tappe per far salire la partecipazione dei privati nelle società che gestiscono il servizio. La seconda, più tecnica ma altrettanto importante, diceva che alle stesse società doveva essere garantito un profitto, perché nel calcolo della bolletta bisognava tener dentro anche la remunerazione del capitale investito. Un anno dopo non è cambiato nulla.

Nel mondo un miliardo e 300 mila persone non hanno accesso all'acqua potabile ma in Italia continuiamo a sprecarla come nulla fosse: i nostri impianti sono malmessi e ne perdono per strada più di un terzo, il 38%. Per sistemare le cose servirebbero 65 miliardi di euro in 30 anni, dice uno studio di Althesys, una società indipendente di ricerca. Ma fra incertezza delle norme e crisi economica gli investimenti sono fermi, nelle nostre città le tubature continuano a gocciolare mentre nel resto del mondo si muore di sete. E il Forum italiano dei movimenti dell'acqua, figlio del comitato promotore del referendum, dice che il «voto degli italiani è stato calpestato», anzi parla di «alto tradimento della democrazia». Che cosa è successo? Il vero nodo è proprio quello del profitto. Nonostante il risultato del referendum continuiamo a pagare la cosiddetta remunerazione del capitale, che in bolletta pesa tra il 10 e il 20%.

È vero che la soluzione non è semplice dal punto di vista tecnico ma dopo un anno non si è mossa una foglia e il Forum dell'acqua ha lanciato una campagna di «obbedienza civile»: in 20 mila, un po' in tutta Italia, hanno calcolato per conto loro quella voce in bolletta e hanno deciso di non pagarla. Venti giorni fa l'Autorità per l'energia, che dopo il referendum ha preso in carico anche il settore idrico, ha messo sul sito internet la sua proposta per cambiare il sistema delle tariffe. Un documento aperto alla consultazione pubblica, cioè solo un primo passo in attesa di suggerimenti e modifiche. Ma che ha già attirato l'attenzione di molti dove parla di oneri finanziari sul capitale immobilizzato. «Si tratta - dice Paolo Carsetti, rappresentante del Forum sull'acqua - di garantire anche per il futuro quel principio del profitto che il referendum ha cancellato e che ancora adesso continuiamo a pagare in bolletta. È la stessa tecnica usata per il finanziamento pubblico dei partiti: cancellato con un referendum e poi reintrodotto con un nome diverso, rimborso elettorale». Come finirà?

Alessandro Marangoni è un professore della Bocconi ed è l'autore di quello studio che, come altre ricerche, fissa a 65 miliardi gli investimenti necessari per rendere efficente la nostra rete: «È vero che l'acqua è una risorsa naturale da tutelare - dice - ma portarla nelle case ha un costo. Per questo serve un processo industriale e quindi tariffe che consentano all'operatore almeno di svolgere la sua attività». Al momento le bollette italiane sono tra le meno care d'Europa, anche se restano grandi differenze da città a città. Ci sono anche distorsioni clamorose come la quota sulla depurazione fatta pagare persino dove il depuratore non c'è.

Ma tutti sono d'accordo sulla necessità di ammodernare quella rete che, battuta vecchia ma efficace, fa acqua da tutte le parti. Fra patto di stabilità che impedisce ai comuni di spendere, incertezza delle norme e difficoltà ad ottenere credito, Adolfo Spaziani - direttore generale di Federutility, l'associazione delle aziende del settore - dice che non riescono a partire «4,5 miliardi di progetti già cantierabili che porterebbero 60 mila posti di lavoro». Sarebbe solo un pezzo di quei 65 miliardi considerati necessari nei prossimi 30 anni. E se questa è senza dubbio un'opportunità sprecata la vera domanda è chi dovrebbe metterci soldi.

Il professor Marangoni dice che pensare solo a risorse pubbliche «con l'attuale situazione finanziaria dell'Italia e dell'Europa è purtroppo solo un bel sogno». E per questo sostiene che «serve l'aiuto dei privati», immaginando un gioco a somma positiva: considerando gli acquedotti, un investimento da 18,5 miliardi avrebbe un beneficio da 42,4 miliardi, dei quali 14 arriverebbero solo dalla riduzione degli sprechi. Ed è proprio qui che entra in gioco l'altro referendum, quello sull'ingresso dei privati nelle società. Qui a far discutere non è la violazione del risultati del referendum ma la sua lettura politica. Il risultato di un anno fa non vieta di aumentare la partecipazione dei privati ma cancella l'obbligo di farlo. A Roma, tra polemiche e rissa in consiglio comunale, il sindaco Gianni Alemanno vuole comunque cedere il 21% dell'Acea.

A Napoli il Comune ha deciso di «ripubblicizzare» l'acqua, scegliendo come assessore ai Beni comuni Alberto Lucarelli, professore di diritto pubblico, uno degli estensori dei quesiti di un anno fa. La vecchia spa è stata trasformata in un'azienda speciale, nel consiglio d'amministrazione ci saranno anche i rappresentanti dei cittadini. E di investimenti privati, Lucarelli non vuole proprio sentir parlare «Pensare di risolvere tutto così è un falso mito. Da quando i privati sono entrati nel settore, gli investimenti sono scesi del 65% mentre le tariffe sono aumentate del 70%. Nessuna sorpresa, il mercato ha cercato di ottimizzare i profitti proprio riducendo gli investimenti». Tutto pubblico, dunque, per di più a Napoli dove i problemi sono tanti: «Questo non vuol dire aumentare il deficit o le tasse. Oltre alla fiscalità generale e alle tariffe, ci sono piani di finanziamento europeo che finora non sono stati sfruttati a dovere. Anche questo è denaro pubblico e noi partiremo proprio da qui».


Lorenzo Salvia
lsalvia@corriere.it13 giugno 2012 | 8:06

L'India è il posto peggiore per le donne Il migliore è il Canada. Italia ottava

Corriere della sera

Un studio sui Paesi del G20: italiane penalizzate per accesso al lavoro, diseguaglianze familiari e abusi


Operaie al lavoro in una fabrica di Samakhiali , in IndiaOperaie al lavoro in una fabrica di Samakhiali , in India

L'India ha avuto una donna a capo del governo già nel 1966. Oggi due delle più importanti figure politiche del Paese sono donne: la presidente Pratibha Patil, e la leader del principale partito, l'italiana (di origine) Sonia Ghandi. L'India, ancora oggi, è il posto peggiore in cui nascere donne.

LA CLASSIFICA - È quanto emerge da una ricerca del TrustLaw della Thomson Reuters Foundation sui Paesi del G20, realizzata tra 370 specialisti di questioni di genere e resa pubblica in previsione del G20 in programma in Messico il 18 e 19 giugno. Il paese migliore è invece il Canada, seguito da Germania, Gran Bretagna, Australia e Francia. In fondo alla classifica delle 20 nazioni più industrializzate ci sono Messico, Sud Africa, Indonesia, Arabia Saudita e, appunto, India. L'Italia è circa a metà e si colloca all'ottavo posto

L'ITALIA - Tra i punti critici del nostro Paese TrustLaw cita l'accesso al lavoro, le disuguaglianze in famiglia e gli abusi. Le italiane dedicano ai lavori domestici tre ore in più al giorno degli uomini. E un milione e duecentomila donne, riportava l'Istat nel 2009, sono state vittime di molestie sessuali sul posto di lavoro. Il rapporto cita Daniela Colombo dell'Associazione italiana donne per lo sviluppo: «Nonostante gli enormi progressi degli ultimi 40 anni, le donne sono ancora discriminate sul lavoro: hanno tassi minori di occupazione, salari più bassi , poco accesso ai ruoli manageriali. E sono vittime di violenza di genere: c'è stato un aumento dei femmincidi», gli omicidi basati sul genere. Niente, però, rispetto agli abusi e alle discriminazioni che subiscono le indiane.

ABORTI E OMICIDI - Nel subcontinente indiano c'è un'enorme differenza tra le città e le aree più sviluppate e le zone rurali, soprattutto del Nord, in cui le disuguaglianze di genere sono più marcate per il peso dei ruoli tradizionali. Gran parte della popolazione vive proprio in queste regioni. «È un miracolo che una donna sopravviva. Ancora prima di nascere ha molte probabilità di essere abortita, a causa dell'ossessione diffusa di avere figli maschi - spiega Shemeer Padinzjharedil, di Mpas4aid.com, un sito che documenta i crimini contro le donne -. Se ce la fa, corre il rischio di subire abusi domestici, di essere stuprata, costretta a sposarsi da bambina o uccisa per la dote».

Secondo uno studio di «Lancet», negli ultimi 30 anni in India sono state sottoposte ad aborto selettivo 12 milioni di bambine. E una donna viene uccisa ogni ora per impossessarsi della sua dote (sono i dati relativi al 2010 dell'Ufficio nazionale indiano per le statistiche sul crimine). In molte casi le vittime vengono coperte con il cherosene usato nelle cucine delle case più povere e bruciate vive: le loro morti vengono fatte passare per incidenti domestici. Il 45% delle indiane, inoltre, viene costretta a sposarsi prima dei 18 anni di età. E il 51% degli uomini e il 54% delle donne giustificano il fatto che un marito possa picchiare la moglie.

LE ALTRE STATISTICHE - Lo studio di TrustLaw è basato sulle valutazioni degli esperti. Ma i dati statistici dell’Onu lo confermano: secondo l’Indice di disuguaglianza di genere (Gender Inequality Index) Indonesia, India e Arabia Saudita sono i Paesi che discriminano di più le donne. «L’India è molto povera, l’Arabia Saudita molto ricca. Ma hanno una cosa in comune: a meno di non avere altri privilegi, ti aspetta un futuro molto diverso se hai due cromosomi X o almeno un cromosoma Y», dice Nicholas Kristof, autore di «L’altra metà del cielo: come trasformare l’oppressione in opportunità per le donne».


Elena Tebano
13 giugno 2012 | 6:45