venerdì 15 giugno 2012

La carta di credito con il volto di Karl Marx

Corriere della sera

A Chemnitz, una Mastercard con l'effigie del filosofo. Più che un sacrilegio, sembra una testimonianza d'affetto


Ecco la carta di credito con la faccia di MarxEcco la carta di credito con la faccia di Marx

MILANO- Tutto avrebbe potuto immaginare Karl Marx, tranne che di finire un giorno su una carta di credito, emblema principe del capitalismo d'assalto. E invece è successo, nella cittadina di Chemnitz, sud-est della Germania, ai tempi della Ddr era Karl-Marx -Stadt (quantunque non avesse alcun legame con il filosofo).

L'HA VOLUTA UN TERZO - E in realtà non se ne avrà poi così a male il teorico massimo del comunismo. Il direttore della filiale della Sparkasse, come racconta un reporter della Reuters, ha chiesto ai suoi clienti di scegliere quale effigie volessero sulla carta: ben un terzo ha optato per l'immagine del barbuto filosofo.

UNA TESTIMONIANZA D'AFFETTO - Un gesto che è una testimonianza d'affetto: per anni, l'unica vera attrattiva di Chemnitz è stata la gigantesca statua di Marx, alta sette metri, che campeggia nel centro della città ( e che appunto è riprodotta sulla carta). E a più di vent'anni della riunificazione sono ancora in tanti, nella fu Karl-Marx-Stadt come nel resto della ex-Germania Est, a rimpiangere il socialismo.

IL 43% RIVUOLE IL SOCIALISMO -Chemnitz, ad esempio era polo ferroviario importantissimo all'interno del vecchio Patto di Varsavia, strategicamente vicina all'altrettanto defunta Cecoslovacchia. Nella nuova Germania è diventata una città periferica qualunque, con migliaia di disoccupati e un calo della popolazione del 20%. E solo qualche anno fa il 52% dei tedeschi dell'est dichiarava inadatta l'economia di mercato, mentre il 43% rivoleva indietro il socialismo. Nota a margine,il direttore della Sparkasse ha ricevuto numerose richieste per la "Marxcarta" anche dalla ex-Germania Occidentale. No, il vecchio Karl non se ne avrà a male.

Matteo Cruccu
@ilcruccu15 giugno 2012 | 18:35

Un libro americano svela: «Bartali salvò centinaia di ebrei dalla persecuzione nazista»

Corriere della sera

Attraversando in bici l'Umbria e la Toscana offrì nascondiglio e documenti falsi su richiesta di un cardinale di Firenze

Bartali durante il servizio militare in aviazioneBartali durante il servizio militare in aviazione

Gino Bartali era un ‘giusto’ e la sua attività clandestina consentì di salvare la vita di centinaia di ebrei italiani durante la persecuzione nazista, al punto che Yad Vashem starebbe considerando il suo ingresso nell’omonimo museo. A rivelare quest’aspetto – del tutto inedito in Usa - della vita del famoso campione delle due ruote è il libro Road to Valor(Edizioni Crown/Random House) della giornalista Aili McConnon e del fratello Andres McConnon, storico, appena uscito nelle librerie americane.

L’opera, la prima scritta in inglese su Bartali, ripercorre la vita travagliata del ciclista, dai modesti natali a Ponte a Ema, in provincia di Firenze, il 18 luglio 1914, fino alla morte nel capoluogo toscano, nel maggio del 2000, all’età di 85 anni. Alla fine dell’autunno 1943, Bartali fu interpellato dal cardinale di Firenze Elia Dalla Costa che gli propose una ‘missione impossibile’: attraversare in bici l’Umbria e la Toscana per consegnare alla popolazione ebraica a rischio deportazione i documenti falsi che avrebbero permesso loro di eludere i loro carnefici.

Dagli archivi è emerso anche che, durante l’occupazione nazista di Firenze, Bartali ha aperto le porte della propria casa per nascondere una famiglia di ebrei fiorentini. Giorgio Goldenberg, un ebreo oggi anziano residente in Israele, ha raccontato come i genitori, la sorella e lui stesso si nascosero a lungo in un cantina messa a loro disposizione proprio da Bartali e da suo cugino Armando Sizzi, in un cortile presso via del Bandino. Dopo la Seconda guerra mondiale, il termine "Giusti tra le nazioni" è stato utilizzato per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico, rischiando la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista. Chi viene riconosciuto "Giusto" riceve il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei Giusti presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme.

@afarkasny 15 giugno 2012 | 15:53

Il 1° luglio ci sarà un secondo in più La rotazione della Terra rallenta

Corriere della sera

Ma il «secondo intercalare» (leap second) accende il dibattito tra gli scienziati: per alcuni è inutile


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MILANO - L’ente che analizza e controlla la rotazione delle Terra (Iers) ha deciso: luglio 2012 andrà ai supplementari. Il 1° luglio prossimo sarà infatti più lungo del solito, di un secondo per la precisione. È il venticinquesimo secondo intercalare aggiunto dal 1972, un aggiustamento dovuto al rallentamento della rotazione della Terra sul proprio asse. C’è però chi vorrebbe abolire del tutto questa aggiunta Italia compresa. Pochi se ne accorgeranno, tuttavia, a metà anno ci sarà esattamente un secondo in più nelle nostre vite. Nella notte del 1° luglio verrà infatti aggiunto un cosiddetto leap second, un secondo intercalare, cioè il tempo necessario perché gli orologi atomici siano sincronizzati con la scala temporale basata sulla rotazione terrestre. È quanto informa l'Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim) di Torino, secondo ciò che ha stabilito l’ente internazionale con sede a Parigi che si preoccupa di tenere allineate la scala temporale segnata dagli orologi atomici e quella individuata dalla rotazione terrestre.

ROTAZIONE - Dal 1972 a oggi sono stati aggiunti in tutte le scale di tempo universale coordinato un totale di 24 secondi intercalari. L’ultimo leap second era stato introdotto il 31 dicembre 2008. Questi secondi «regalati» sono necessari perché l’orologio della Terra non è accurato come quello atomico. La velocità di rotazione del nostro pianeta, infatti, tende a diminuire, principalmente a causa delle maree lunari, delle influenze gravitazionali di Sole e altri pianeti.

UN SECONDO - Per calcolare il tempo, il mondo segue il tempo coordinato universale (Utc) basato su una rete di orologi atomici estremamente precisi. Tuttavia, il problema è che la durata di un secondo atomico (stabilita nel 1967) si basa su dati astronomici che risalgono a decenni fa, nei quali la rotazione della Terra era un po’ più veloce rispetto a oggi.

ABOLIRLO E NO? - Da alcuni anni è in corso un acceso dibattito internazionale per abolire il secondo intercalare: l’Italia - assieme ad altre nazioni tra cui Usa e Francia - propendono per l’abbandono. La problematica avanzata da questi Paesi riguarda i computer di tutto il mondo che devono essere regolati manualmente ogni volta - un’operazione costosa e soggetta a errori. Gran Bretagna, Canada, Germania e Cina, invece, difendono il secondo in più. Un incontro tra gli esperti per affrontare la tematica è in programma nel 2015. Fino ad allora il secondo intercalare resta: nella notte del 1° luglio (in Italia alle ore 1h59'59") gli orologi radiocontrollati verranno sincronizzati automaticamente. Le lancette degli orologi che devono essere spostate a mano, invece, dovranno essere fermate per un secondo.

Elmar Burchia
15 giugno 2012 | 16:01

Gay aggredito all'Eur da cinque teppisti È il sesto caso nelle ultime due settimane

Corriere della sera

La vittima è Guido Allegrezza, è uno degli organizzatori della Settimana Arcobaleno. È stato picchiato a sangue con una pietra


Guido Allegrezza Guido Allegrezza

ROMA - Ancora un’aggressione di un omosessuale nella Settimana Arcobaleno. Guido Allegrezza, 47 anni, attivista gay romano e uno degli organizzatori della manifestazione – che si concluderà il 22 giugno prossimo con il sit-in a piazza Farnese contro ogni forma di violenza e discriminazione - è stato picchiato a sangue mercoledì notte all’Eur, nei pressi dell’obelisco in piazza Guglielmo Marconi, da cinque giovani che lo hanno ferito alla testa con una grossa pietra e l’hanno poi colpito con calci e pugni.

L'ospedale San CamilloL'ospedale San Camillo

INDAGA LA POLIZIA - Sull’aggressione indaga la polizia, avvertita alle 2 dalla vittima stessa, medicata e dimessa dall’ospedale San Camillo con 30 giorni di prognosi per la frattura di tre costole, una ferita alla testa, ecchimosi e contusioni sul volto e altre parti del corpo. Della vicenda è stato interessato anche Oscad, l’Osservatorio del ministero dell’Interno contro le discriminazioni. Gli aggressori avrebbero fra i 25 e i 30 anni, e sarebbero romani. Dopo il pestaggio sono fuggiti a piedi. Non si tratterebbe di un tentativo di rapina perché alla vittima non sono stati portati via portafoglio e telefonino.

«LEGGE CONTRO L'OMOFOBIA» - Allegrezza è stato aggredito mentre stava andando a prendere la macchina al parcheggio. «Chiediamo pene esemplari per gli aggressori di questi episodi e ribadiamo la necessità di una legge contro l’omofobia», dicono i responsabili del Coordinamento Arcobaleno, composto da Arcigay Roma, Arcilesbica Roma, Azione Trans, Di’ Gay Project, Gay Center e Gay Lib. Nei giorni scorsi erano stati picchiati un giovane gay in via dei Baullari, vicino a Campo de’ Fiori, e una ragazza alla Gay Street davanti al Colosseo, mentre all’inizio del mese, sulla spiaggia vicino Ardea, a 20 chilometri dalla Capitale, è stato colpito un transessuale, e a Velletri due ragazze omosessuali, insultate in un pub da un gruppo di giovani che si sono poi accaniti sulla loro auto.

Rinaldo Frignani
14 giugno 2012 (modifica il 15 giugno 2012)

Morto Garaudy, il filosofo dalle due vite che aveva negato l'Olocausto

Corriere della sera

Prima comunista convinto e poi convertitosi all'Islam, venne condannato a due anni per le sue tesi revisioniste


Roger GaraudyRoger Garaudy

MILANO - Ebbe due vite e, in entrambe, non mancò mai di far discutere per le sue posizioni spesso estreme: il filosofo francese Roger Garaudy, prima punto di riferimento degli intellettuali comunisti e poi, convertitosi all'Islam, deciso negazionista dell'olocausto, è morto due giorni fa (ma si è appreso soltanto venerdì) a Chennevieres, vicino a Parigi. Aveva 98 anni.

STALINISTA E MUSULMANO - Prima stalinista convinto e poi fermo detrattore del dittatore georgiano, nel 1970 venne espulso dal Partito Comunista Francese, nel quale aveva militato fin dagli anni'30. Convertitosi inizialmente al cattolicesimo e poi diventato musulmano, fu un nemico giurato di Israele, al punto da non riconoscere la Shoah. Tesi contenute nel libro «I miti fondatori della politica israeliana» che nel 1996 gli costò una condanna da due anni dopo per negazione di crimini contro l'umanità.

Redazione Online15 giugno 2012 | 16:46

Invisibili sui banchi di scuola

Corriere della sera

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di Simone Fanti

Claudio, Franco ed io faremmo molta fatica a trovarci – vista l’età non proprio adolescenziale – davanti a una lavagna. Ma il tema della scuola e del suo rapporto con la disabilità deve entrare nella nostra sfera di azione. L’occasione è una lettera di un’amica del blog, Queen Ann, che con il suo stile irriverente, quasi cinematografico, ci racconta della sua personalissima esperienza in una scuola media romana. Non vi nascondo che stiamo parlandone tra noi da due settimane per capire, per riflettere e per raccontare le rispettive esperienze e quelle dei nostri conoscenti: comprendendo che la scuola non è solo quello che racconta la nostra amica, ma purtroppo è anche quello. Tra i timori che qualcuno leggendola possa ipotizzare il ritorno alle scuole speciali – anche per un interesse economico, un’unica classe significa tagli alla spesa – e la consapevolezza di essere molto lontani dall’istituzione scolastica, vorremmo aprire la discussione a voi lettori che toccate con mano quotidianamente questa situazione. Quindi oggi vi chiediamo di raccontarci la vostra scuola – nel bene e nel male. Siamo qui per capire.

Ciao Invisibili
La scuola è finita salutiamo tutti e andiamo in vacanza. Ma non è così per tutti. Per la persona con disabilità e sua madre la faccenda è diversa: può essere la fine di un incubo o il riposo dopo la battaglia. Sì perché il rapporto con la scuola ogni anno è una battaglia Una premessa: le persone con disabilità inserite nelle scuole normali hanno l’obbligo di frequenza fino a 18 anni anziché fino a 16, hanno una insegnante di sostegno (che ha fatto corsi particolari e alcuni conoscono il linguaggio dei segni per i sordi e il Braille per i ciechi) che non è tutta per loro ma “di sostegno alla classe”. Poi c’è la figura dell’Assistente educativo comunale o Aec, pagato dal Comune, che si occupa delle necessità fisiologiche dell’alunno, lo accompagna a ricreazione e in palestra, si occupa di libri, zaini e merende e interviene al bisogno. I rapporti con la famiglia vengono tenuti con tre riunioni annue di Gruppo lavoro handicap. Tutto bello vero! vero? No. Ne succedono di belle che vale la pena raccontare.

Alle medie gli adolescenti cominciano a fare i “distinguo”, il disabile puzza ed è scemo. I professori sono sette/otto e quello di sostegno viene visto come un soggetto che si immischia nella loro didattica. Gli Assistenti educativi comunali sono assegnati in modo creativo per cui a volte viene mandata una donna ad accudire un carrozzato spesso più pesante di lei o, peggio, un cinquantenne che accompagna in bagno la bambina dodicenne appena sviluppata. Proteste delle madri, i responsabili che si stringono le spalle blaterando scemenze e giù cause giudiziarie perché in Italia il “fare causa” è l’unico modo per farsi sentire.

La seguente storia è capitata a me qualche anno fa. Scuola Media: insegnante di sostegno un ex architetto, riciclatosi dapprima come insegnante di tecnica e poi sostegno, e l’Aec una fanciulla di scarsi 23 anni, bella come la sua antenata Neanderthal. Per tutto il primo quadrimestre tentò di psicanalizzarmi nel cortile della scuola trattenendomi oltre tempo massimo e a voce alta, così informando minuziosamente alunni, genitori e professori che entravano nell’edificio sulle mie difficoltà nell’accettare un figlio disabile. All’uopo proponeva con insistenza interventi socio-sanitari a cura della Sua Cooperativa, Prima al Mondo nel Servizio a noi famiglie disgraziate. La mia protesta in cooperativa ebbe come risposta “è una delle nostre migliori e più qualificate!” (a 23 anni! Capperi! proprio precoce la tizia!).

Poi passò a psicanalizzare la badante di mia madre (90enne a letto per ictus) che si era offerta di andare a scuola. Stavolta il tema era «vedi che avevo ragione, la madre non viene perché non accetta il disabile e tu badante rumena che ti fai schiavizzare, Poverina sei fuori dai tuoi riferimenti socio-familiari-culturali, soffri perché il tuo governo non ti assicura la Sussistenza Minima Civile Europea. Lo sradicamento socio-economico provoca fragilità psico-attitudinale……bla bla». La rumena, una sveglia cinquantenne senza troppi riguardi educativi, se la tolse di torno puntandole un dito minaccioso: «Tu hai faccia come de miu cane ma no core come de miu cane… Tu azzitta». Non procedo oltre perché è politicamente scorretto.

La fanciulla, sicura di sé, mi scriveva messaggi tra il sovietico e il marziano sul diario di mio figlio, amorevolmente da me conservato. Ecco alcune delle sue perle:
26 novembre: “oggi si è bagnato per mancato controllo delle urine, di conseguenza ha sporcato anche gli indumenti e non aveva buon odore tanto da infastidire i compagni. Inoltre comincia ad avere i suoi primi approcci con la sessualità toccandosi i genitali… Vi invito a collaborare a riguardo per una migliore funzionalità della classe”. (Provate a farvela addosso poi ditemi se per caso non vi viene da grattarvi, ma perché non lo ha portato in bagno subito e cambiato?) Poi l’8 febbraio scoppiò il dramma: «Suo figlio mi ha chiamato “stupida”. Desidero conferire urgentemente con Lei con riferimento al grave episodio di intemperanza verbale per il quale finora non ho interessato l’Organo Dirigente della Scuola». Risposi, sempre sul diario «Preferisco che Lei mi illustri gli antefatti del grave epiteto “stupida” davanti all’Organo Dirigente della Scuola». Non diede seguito.

Il 13 febbraio trovai due note:
«Suo figlio provoca e dice parolacce ai compagni, poi disturba la lezione”. “E’ successo per fatti accaduti ieri tra L. e suo figlio. Suo figlio si è ricordato e gli ha risposto in malo modo». La mia risposta avrebbe fatto la gioia di un analista della CIA.: «Nella prima nota scrive che mio figlio “provoca” poi nella seconda nota lei scrive che “ha risposto”, un comportamento che deriva da sollecitazione. Premesso che bisogna essere in due a litigare, si decida a dirmi se mio figlio ha provocato o è stato provocato. Poi fa un riferimento a qualcosa che è successo ieri e di cui non mi ha scritto nulla. Sembra che ieri L abbia aggredito e insultato mio figlio il quale gli ha risposto oggi. Siccome L. è figlio di un professore universitario e il mio è un dannato disabile, allora quello che fa L. non conta e quello che fa mio figlio è grave. Da che parte sta lei? Di cosa ha bisogno all’Università?». Ovviamente non rispose. Ma… due giorni dopo:

15 febbraio: «suo figlio ha aggredito sessualmente una compagna. Si invita a contattare con urgenza il neuropsichiatra della Asl per il contenimento delle pulsioni». Quando lo lessi trasecolai (Cavolo! a 11 anni già andiamo a bromuro?) e interrogai mio figlio «Che diavolo hai fatto? Sei finalmente uscito dalla carrozzina, sei riuscito a stare in piedi da solo e pure a saltarle addosso?» Protestò a lungo e pianse. Pianse tanto e disperato. «Mi ha detto che era il suo compleanno e le ho chiesto se potevo darle un bacio. Gli altri glielo hanno dato ma se voglio darlo io, lei si deve chinare.

IO HO CHIESTO PERMESSO».
La ragazza e sua madre confermarono, altri compagni confermarono. Solo l’architetto di sostegno sostenne la versione dell’Aec. (diciotto a uno, ha ragione mio figlio!). A questo punto fu ovvio iniziare le procedure per liberarsi della bella Neanderthaliana. Avete letto bene “procedure”: fui costretta a scatenare un inferno. L’insegnante di sostegno, che evidentemente aveva il gusto dell’orrido ma non della giustizia, cercò di far sparire il diario e li divenni un cobra: «se il diario non torna a casa, sappia che viene fotocopiato ogni giorno e siglato da miei colleghi, partirà immediatamente una denuncia per maltrattamenti a minore disabile ex art 36 Legge 104/92 perché quello che c’è scritto è già sufficiente». Il diario tornò ma l’architetto ritenne più proficuo fare le parole crociate e mio figlio fu mollato ad una bidella. Lo beccai e protestai ma il preside disse che mio figlio non aveva voglia di lavorare a scuola, esattamente dal 22 febbraio in poi.

Ma davvero dobbiamo proprio sopportare in silenzio, in nome della Superiore Dignità della Scuola, comportamenti demenziali, offensivi e omertosi, linguaggio arrogante, menzogne, essere messi sotto accusa per nonnulla? E sarebbero questi i capricci dei nostri figli disabili? E la scuola pensa davvero di poter preservare la sua dignità costringendoci a fare causa o a scatenare un inferno, a ricorrere alle minacce?

Queen Ann
(Qui potete leggere la lunga lettera integrale)

Ossa di San Giovanni Battista, nuove prove su resti trovati in Bulgaria

Corriere della sera

Un esame scientifico le fa risalire al I secolo, epoca in cui visse, secondo i testi religiosi, il predicatore


«San Giovanni Battista» di Nicolas Regnier «San Giovanni Battista» di Nicolas Regnier

MILANO - Una nuova prova scientifica avvalora l'ipotesi che le ossa scoperte nel sottosuolo di un'antica chiesa dell'isola bulgara di Sveti Ivan, potrebbero essere quelle di San Giovanni Battista. Quando nel 2010 alcuni archeologi le trovarono in un sarcofago e suggerirono che potessero essere le reliquie del santo, molti studiosi storsero il naso. Tuttavia, a distanza di due anni, una nuova datazione al carbonio 14 effettuata da studiosi dell’università di Oxford rivela non solo che i resti umani - tra cui la falange di una mano, un dente e la parte anteriore di un cranio - appartengono alla stessa persona, ma anche che quest'ultima è vissuta nel I secolo. Epoca in cui, secondo i Vangeli, sarebbe vissuto San Giovanni.

DOCUMENTARIO - L'annuncio è stato dato giovedì scorso dal team di studiosi britannici che assieme a un gruppo di colleghi dell'Università di Copenaghen hanno analizzato minuziosamente i presunti resti del santo. Un documentario che andrà in onda in Inghilterra sull'emittente televisiva del National Geographic racconterà nei dettagli sia le tappe che hanno portato alla scoperta sia tutte le analisi scientifiche che nel corso del tempo sono state effettuate.

ALTRI INDIZI - Vicino al sarcofago è stata trovata anche una piccola cassetta con iscrizioni in greco antico che fa riferimento a Giovanni Battista e al 24 giugno, giorno in cui nel mondo cristiano si celebra il suo nome. «Naturalmente non si tratta di prove conclusive - ha specificato Hannes Schroeder, studioso dell'Università di Copenaghen -. Ancora non possiamo dichiarare che queste ossa appartengano a Giovanni Battista. Tuttavia le analisi scientifiche non smentiscono questa teoria».

SORPRESA - Nel mondo ci sono diversi luoghi religiosi che dichiarano di conservare le reliquie di San Giovanni Battista, tra cui la Moschea degli Omayyadi di Damasco e la piccola chiesa di San Silvestro in Capite a Roma: entrambe sostengono di custodire la testa del santo, mentre il monastero serbo-ortodosso in Montenegro conserverebbe la mano destra del predicatore con la quale - narrano i Vangeli - avrebbe battezzato Gesù nel fiume Giordano. Le analisi scientifiche hanno stupito anche gli studiosi: «Siamo rimasti sorpresi quando la prova al carbonio ha stabilito che fossero resti così antichi - ha dichiarato in comunicato Tom Higham, professore dell'Università di Oxford -. Avevamo il dubbio che le ossa potessero essere più recenti. I risultati effettuati sulle ossa della mano confermano chiaramente che si tratta di una persona vissuta nel primo secolo. Anche se purtroppo non possiamo e probabilmente non potremo mai rispondere alla domanda se si tratti davvero di San Giovanni Battista».


Francesco Tortora
15 giugno 2012 | 14:04

Falso cieco in bicicletta senza mani, denunciato

La Stampa

Da 35 anni percepiva una pensione di invalidità per cecità assoluta



 

Scoperto e denunciato un falso invalido che per 35 anni è riuscito a simulare cecità assoluta. Si tratta di un cinquantenne di Manduria (Ta), smascherato dai militari della Guardia di Finanza.

L'uomo, che aveva ottenuto nel 1977 il riconoscimento della condizione di «cieco assoluto», percepiva da allora una pensione come invalido civile, erogata dall’Inps. I finanzieri hanno appurato che in realtà l’uomo conduceva una vita del tutto normale. E' risultato infatti in grado di passeggiare in completa autonomia per le vie cittadine, attraversare gli incroci stradali, districarsi tra le auto in sosta, soffermarsi dinanzi alle vetrine dei negozi e, addirittura, condurre un motociclo.

Alcuni filmati effettuati dai finanzieri hanno documentato, tra l’altro, una sorta di "prova di equilibrismo" del falso cieco: il tarantino è stato ripreso mentre conduceva una bicicletta con una sola mano, trasportando nell’altra un voluminoso pannello di legno. Le indagini hanno evidenziato che, nel solo periodo compreso tra il 1999 ed il 2012, il falso invalido ha percepito un trattamento pensionistico pari complessivamente a circa 180.000 euro. Sono attualmente in corso ulteriori accertamenti tesi a determinare la somma complessivamente erogata dall’ente previdenziale negli anni precedenti al 1999.

Il falso invalido è stato denunciato all’autorità giudiziaria per il reato di truffa aggravata e continuata ai danni dello stato. La stessa autorità giudiziaria ha disposto il sequestro dei beni immobiliari e delle disponibilità finanziarie del truffatore per un valore congruo a risarcire l’erario.

Viaggio lungo il cammino di Padre Pio. A Morcone abbraccia il noviziato

Il Mattino

di Carlos Solito

Fuori da Campobasso si arriva a San Giuliano del Sannio, sulla cresta di un colle verdeggiante. La sosta da non perdere, verso la fine del vasto pianoro di Sepino, in contrada d’Olmo, a bordo strada, è il baretto Lombardi dove Genesio e la moglie Adriana, tenendo fede alle funzioni dell’antica taverna della metà dell’Ottocento, ristorano i viandanti con gustosi panini e vino rosso. Precisamente, più che Sassinoro, la sosta è sopra l’abitato tra i faggi e i calcari del monte Rotondo dove si trova il Santuario di Santa Lucia eretto su una grotta dove, secondo la leggenda, alcuni pastori, alla ricerca del proprio gregge addentratosi nella cavità, assistettero all’apparizione della santa martire e di San Michele Arcangelo.

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A ricordare l’evento miracoloso, sul fondo della caverna, due statue dei santi davanti alle quali Padre Pio, si inginocchiò in preghiera durante una visita avvenuta nell’anno di noviziato a Morcone. Morcone, una manciata di chilometri ed eccolo il primo convento che accolse, il 6 gennaio 1903, Piucciu e ad accoglierlo fu proprio il Fra’ Camillo che aveva conosciuto da bambino. Eretto nel 1603 affianco alla chiesetta dei Santi Filippo e Giacomo, da sempre il convento è stato il luogo di noviziato in cui il giovane di Pietrelcina stette per il canonico anno di formazione all’ideale francescano emettendo i voti di povertà, obbedienza e castità. Ricordando il suo esordio religioso scrisse: “Mio padre varcò due volte l'oceano per darmi la possibilità di diventare frate”, e ancora, spogliato degli abiti laici per indossare il saio con il nome di Fra’ Pio: “Se si sapesse che straccio di abito indossai nel 1903… Eppure nessun abito mi pareva più bello di quello”.

Sempre valle del Tammaro oltre gli abitati di Pontegandolfo e Campolattaro sul tracciato della Statale Sannitica. Fragneto merita una sosta per la chiesa di San Rocco e in piazza Vittorio Emanuele il massiccio palazzo Montalto e il dirimpettaio tiglio secolare che ombreggia una fontana in pietra. Spalle al borgo medievale il Cammino segue tra ulivi e vigneti con dolci saliscendi fino a Benevento che dista appena una quindicina di chilometri.

La nostra sosta si chiama Duomo, nel cuore del centro storico già prezioso di monumenti millenari che rimandano a una delle frasi più belle, di Edward Hutton, dedicata alla città: «… nulla in Italia è più antico di Benevento». Possente espressione dell’anima pontificia il Duomo, nella graziosa piazza Orsini con la guglia dell’omonimo Papa, Benedetto XIII, è il luogo dove a 23 anni, nel 10 agosto del 1910, Fra Pio fu ordinato sacerdote da monsignor Paolo Schinosi e già quattro giorni dopo celebrò la sua prima messa a Pietrelcina dove stette fino al febbraio del 1916 per una lunghissima convalescenza.

Il cammino continua nella valle del fiume Sabato sulla Statale 88 dei Due Principati fino ai piedi dell’altura dominata dal pittoresco borgo di Altavilla Irpina. I 25 agosto del 1899, padre Grazio portò in pellegrinaggio, a dorso d’asino, il piccolo Francesco (aveva 8 anni) partendo di buon mattino: Pietrelcina è a poco più di venti chilometri. Durante l’affollatissima messa nella chiesa dell’Assunta una donna piangente si avvicinò all’altare maggiore chiedendo al santo una grazia per il figlio deforme e gridando “Perché non me lo vuoi guarire”. Piuccio guardò in lacrime la scena e pregò fortemente il Signore per esaudire le richieste della madre disperata. Immediatamente il bambino prese a muoversi e camminò fino ad abbracciare la genitrice: ci fu il miracolo!

Montefusco, a pochi passi, è la la successiva tappa dove, nel novembre del 1908, arrivò Padre Pio. Prim’ancora del convento, a due chilometri dall’abitato, il ricordo del santo qui echeggia in un miracolo. Studente di teologia, Fra Pio andò a raccogliere un sacchetto di castagne che fece arrivare alla zia Daria a Pietrelcina. Durante un’esplosione accidentale in casa, causata dalla polvere da sparo che il marito della donna custodiva in un cassetto, la donna si ustionò e casualmente la donna si porto in viso il sacchetto fattole recapitare dal nipote per alleviare il dolore: immediatamente lo stesso scomparve senza lasciare nessun segno. Quello assolutamente da non perdere è il convento dei Cappuccini la cui costruzione risale al 1625.

Annunciato da un monumento marmoreo dedicato al Santo e ai suoi genitori qui si visitano il chiostro, la chiesa della Madonna delle Grazie con il pregevole dipinto del 1755 sull’altare Maggiore, il refettorio, la cella e il coro. Di quei giorni irpini Padre Pio conservò un ricordo molto forte e affezionato tanto che nel 1923, quando stava per lasciare San Giovanni Rotondo disse ai propri superiori: «Se proprio dovete trasferirmi in un altro convento, desidererei andare a Montefusco».


Venerdì 15 Giugno 2012 - 09:47    Ultimo aggiornamento: 13:20

Alpi: a rischio il ghiacciaio a quota più bassa

Corriere della sera

È quello dello Jôf di Montasio, a 1.900 d'altitudine in Friuli


MILANO - Il deficit di nevicate, in Italia, sta ridisegnando il paesaggio alpino: rischia di scomparire il ghiacciaio occidentale dello Jôf di Montasio. Il più basso delle Alpi, con i suoi 1.900 metri sul livello del mare. L’allarme arriva da una campagna di misurazioni realizzata dai ricercatori del dipartimento di scienze agrarie e ambientali dell’Università di Udine. «Non c’è dubbio che la progressiva riduzione della massa glaciale si inquadri nell'incremento globale della temperatura e nella progressiva riduzione dell'alimentazione del ghiacciaio», rivela Federico Cazorzi, dell’ateneo friulano.


A rischio il ghiacciaio del Montasio A rischio il ghiacciaio del Montasio A rischio il ghiacciaio del Montasio A rischio il ghiacciaio del Montasio A rischio il ghiacciaio del Montasio A rischio il ghiacciaio del Montasio


A RISCHIO DI ESTINZIONE - Dal monitoraggio dello stato di salute del Montasio, parete rocciosa delle Alpi Giulie in provincia di Udine, è emerso infatti che l’accumulo di neve invernale è in diminuzione. Dato da non sottovalutare, visto che per la prosperità di un ghiacciaio è necessario che la quantità di neve che si accumula, nell'arco di un anno, superi la quantità di quella che si scioglie. «I dati sono ancora in elaborazione, ma i primi numeri indicano un innevamento complessivo medio di circa quattro metri, la metà di quello dell’anno scorso», precisa Cazorzi. «E anche se nel 2010 e nel 2011, grazie a nevicate abbondanti, c’è stata una tendenza alla ricostituzione della massa glaciale, l’inverno 2012 è stato avaro di neve e questo lascia supporre che il breve periodo di crescita si sia interrotto».

IL TEAM A LAVORO – I ricercatori dell’Università di Udine hanno lavorato in collaborazione con l’ateneo di Padova, la Protezione civile, l’Unione meteorologica e il servizio valanghe del Friuli Venezia Giulia. Il team ha raggiunto il ghiacciaio del Montasio a bordo di un elicottero. Sul posto, un gruppo ha eseguito un rilievo topografico dettagliato della superficie del ghiacciaio, utilizzando scanner laser di ultima generazione. Un altro ha scavato una profonda trincea nella neve, per misurare il profilo di densità del manto. E un terzo gruppo di lavoro ha percorso l’intero ghiacciaio con il Gps, sondando la profondità della neve. Scanner laser e Gps sono strumenti moderni che si affiancano ai rilievi tradizionali per definire con precisione le condizioni di un ghiacciaio, misurando in termini assoluti la quantità d’acqua, in forma di ghiaccio e di neve, e le sue variazioni annuali. Ma non solo: servono per studiare l’evoluzione climatica della criosfera alpina, superficie terrestre coperta da acqua allo stato solido. Dati che vengono utilizzati anche per stimare l’evoluzione della massa glaciale.

UNA STORIA LUNGA – Il primo a osservare il ghiacciaio del Montasio è stato Ardito Desio, nato proprio in Friuli Venezia Giulia, a Palmanova. Il geologo, esploratore e scrittore, considerato il padre del K2 (nel 1954 infatti guidò la spedizione che conquistò la seconda vetta del mondo), salì ai piedi della ripida parete nord dello Jôf nel 1920. Adesso i rilievi vengono effettuati almeno due volte l’anno. In primavera i glaciologi misurano l’accumulo di neve invernale, mentre tra settembre e ottobre valutano le condizioni del ghiaccio, misurano lo scioglimento estivo e calcolano il bilancio di massa. Ovvero, la differenza tra la quantità di neve accumulata durante l'inverno e la quantità di neve e ghiaccio fusi durante l'estate e, chiaramente, il bilancio è negativo quando la fusione è maggiore dell'accumulo.

ALPI - «Ormai in tutte le Alpi l’andamento del bilancio è quasi costantemente negativo», spiega ulteriormente il ricercatore. Risale a pochi mesi fa, per esempio, un rapporto di Legambiente sulla riduzione delle masse dei ghiacciai in Lombardia: nel quinquennio 2007-2011 i ghiacciai lombardi hanno subito una perdita di 718 milioni di metri cubi di ghiaccio, pari a 653 milioni di metri cubi d’acqua. Mentre l’anno scorso, sulla rivista Nature Geoscience, alcune ricercatrici hanno lanciato l’allarme per i ghiacciai, alpini ma non solo: si stanno ritirando e corrono il rischio di estinzione entro la fine del secolo.


Simona Regina
13 giugno 2012 (modifica il 15 giugno 2012)

Tokyo, preso l'ultimo super-ricercato per l'attentato alla metro con il gas

Corriere della sera

Dopo 17 anni Katsuya Takahashi è stato catturato. Aveva partecipato all'attacco con il sarin: 13 morti, 6mila intossicati


Dopo una ricerca a tappeto iniziata una settimana fa, venerdì la svolta. Katsuya Takahashi, 54 anni, è stato riconosciuto da un commesso in un manga-caffè di Tokyo. L'uomo ha chiamato la polizia che ha fatto irruzione nel locale e ha arrestato il super-ricercato. Takahashi, ha detto la tv giapponese, non ha fatto resistenza. Una piccola folla si è subito radunata attorno al locale mentre gli agenti spingevano il 54enne in un'auto delle forze dell'ordine.


SUPER RICERCATO - Takahashi era nella lista dei super latitanti giapponesi con l'accusa di aver partecipato, nel '95, all'attentato con il gas sarin nella metro di Tokyo: 13 morti e 6mila intossicati. L'attentato sconvolse il Paese. L'attacco, il più grave in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, fu compiuto dalla setta religiosa «Aum Shinrikyo» per volere del guru e fondatore Shoko Asaharàs di cui Takahashi era la guardia del corpo.

LA SVOLTA NELLE INDAGINI - Dopo 17 anni di latitanza la svolta nelle indagini è arrivata la settimana scorsa quando una telecamera di sicurezza di un bancomat ha catturato l'immagine di un uomo che assomigliava all'identikit di Takahashi. È così scattata una caccia all'uomo che ha mobilitato 5mila poliziotti in tutta la capitale. All'inizio di quest'anno un altro dei ricercati per l'attentato al sarin, Makoto Hirata, si era consegnato alle autorità. Mentre domenica scorsa era stato arrestato Naoko Kikuchi (40 anni) un altro super ricercato per la strage.

LA SETTA - Fino a oggi quasi 200 membri della setta «Aum Shinrikyo» sono stati condannati per l'attacco del 1995. Tredici, compreso il guru Shoko Asahara, sono attualmente nel braccio della morte. Un tempo la setta aveva 10mila membri in Giappone e altri 30mila in Russia. Oggi è stata ribattezzata «Aleph» e ha ancora centinaia di adepti. Tutti tenuti sotto stretto controllo dalla polizia. I nuovi leader del gruppo hanno comunque rinnegato pubblicamente il vecchio guru assassino.

Redazione online15 giugno 2012 | 8:51

Voglio fare il poliziotto (altro che “pecorella”)

Corriere della sera

di Luca Mastrantonio


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Oggi torna in sala, con 40 copie, “Diaz. Non coprire questo sangue”, il film di Daniele Vicari che ha fatto discutere, arrabbiare e commuovere. La pellicola racconta l’irruzione e le successive violenze da parte delle Forze dell’ordine nella scuola Diaz, dove erano accampati numerosi manifestanti a Genova per il G8 del 2001. Polizia e carabinieri non godono di buona stampa in questo periodo. Eppure c’è chi continua a vedere nella loro divisa una missione alta, morale, di nobile servitù verso la Stato. Come Nicolò Perfetti, ex studente del liceo classico Manzoni, di Milano, uno dei ragazzi che Solferino28anni ha raccontato nella prima puntata sul quotidiano di carta, dedicata alla Foto di classe. Qui ci racconta motivi familiari e personali, sentimentali ed etici, che lo spingono a voler fare il commissario.

Tante volte mi hanno chiesto, e mi sono chiesto, cosa volessi fare da grande. Un’idea, seppur vaga, l’ho sempre avuta: mi sarebbe piaciuto conoscere la legge per difendere i più deboli; un’idea un po’ infantile, quasi romantica, che ha subito lasciato posto a qualcosa di più concreto. Finite le scuole medie ho incominciato a pensare alla professione di avvocato, per questo ho fatto il liceo classico. Il mio proposito iniziale e un’avversione innata per la matematica mi sembravano una solida motivazione a tredici anni. Oggi, ormai alla fine del corso di laurea in giurisprudenza, mi rendo conto che il liceo è stata per me la migliore delle scelte possibili.

Per quale motivo questo breve excursus sulla mia carriera scolastica si chiederà qualcuno, una marchetta per il liceo classico? No. Una biografia alquanto acerba? Nemmeno. La ragione è questa, spiegare a chi leggerà queste poche righe, le ragioni che mi hanno portato a fare una scelta , una scelta di vita, e cioè servire lo Stato, difendere la legalità. Vorrei entrare in polizia, fare il commissario. Immagino i commenti dei miei ex compagni di classe. “Ma come, proprio tu, il più casinista della classe, quello che per anni ha occupato l’ambitissimo posto – insieme al fido Riccardo – in pole position, attaccato alla cattedra! Ci vieni a parlare di difesa della legalità e rispetto per le regole?”. “ De virtute non de me loquor “ direbbe Seneca.

Ma non divaghiamo, vorrei raccontare i motivi, a volte consapevoli, altre volte ereditati, sul perché di questa “vocazione”. Dico ereditati perché non posso nascondere, nemmeno a me stesso, che le mie origini, la mia famiglia, hanno avuto il loro peso nel determinare la mia scelta; è un fatto innegabile che mio nonno fosse un poliziotto, mio padre era un poliziotto, il fratello di mio papà un carabiniere, e mio cugino (sempre da parte di papà) un carabiniere. Insomma come mi disse una volta mia zia , la nostra famiglia ha dato la sua vita allo Stato.

Lo so. Fare il poliziotto, o il carabiniere, insomma scegliere di vestire una divisa, vuol dire mettere al primo posto il proprio lavoro, rischiando la vita, magari perdendo gli affetti più cari (non ricordo un collega di mio padre che non fosse separato, o in perenne crisi coniugale). Il tutto per uno stipendio da fame, per una vita stressante .

Non proprio la vita di una “ pecorella”

Tuttavia, credo che nella vita ciò che conta sia la passione per quello che si fa, ed io credo di averla respirata quella passione, di averla vista. Ricordo la soddisfazione di mio papà quando mi raccontava di un’indagine andata a buon fine, i momenti (e non sono stati pochi) in cui lasciava me, mia madre e mio fratello, per correre dietro qualcuno. Così all’improvviso. Oppure ancora le lacrime per la morte di un collega, Vincenzo Raiola, caduto nel tentativo di sventare una rapina ad un porta valori il 14/5/1999, mentre faceva il suo lavoro.

Eppure oggi, invece che ammirare chi si spende per tutelare gli altri, essere riconoscenti con chi si impegna per gli altri a mantenere l’ordine, a difendere i diritti di tutti, per evitare le vessazioni, gli abusi, le violenze, pare sia di moda cercare lo scontro, scegliere la via della provocazione, preferire la violenza al rispetto delle regole. Purtroppo fa parte del gioco. I contestatori e il sistema, i manifestanti e i poliziotti, i buoni e i cattivi, tante volte però, chi contesta, chi sfonda i cordoni di sicurezza, chi inveisce, chi provoca, chi “sfonda” i limiti posti dal rispetto delle regole, chi occupa, non si rende conto del fatto che non fa altro se non “occupare” esattamente il ruolo, di chi così vuole farlo essere.

Certo non sarei sincero se dicessi che tutti i poliziotti hanno sempre fatto seriamente e con convinzione il proprio lavoro. Non dimentico certo da chi fosse composta la “banda della uno bianca”, tanto per fare un esempio. Ma non posso dimenticare l’impegno per la cattura di tanti latitanti, e il sacrificio di tanti giusti, per cercare di rendere un servizio al paese, alla collettività. Poco mi importa se saranno tante le sconfitte che dovrò subire, le umiliazioni e il senso di impotenza che dovrò provare – purtroppo molte volte chi dovrebbe pagare, non paga, oppure seppur condannato a pagare, riesce a spuntarla -, se però potrò dare il mio contributo, anche se limitato, per cacciare “il puzzo del compromesso morale, e respirare un fresco profumo di libertà”, come diceva Borsellino, allora il mio lavoro servirà a qualcosa.

Svezia, una moneta per il «re puttaniere» Così i falsari sbeffeggiano la Casa reale

Corriere della sera

Accanto al ritratto del monarca la scritta «Il nostro puttaniere di un re»


A destra la moneta vera, a sinistra quella falsaA destra la moneta vera, a sinistra quella falsa

MILANO - Il senso dello humor non manca di certo ai falsari svedesi: nel Paese scandinavo sono comparse delle monete molto particolari, un caso di lesa maestà che scuote la famiglia reale. La scritta «Carl XVI Gustaf Re di Svezia» attorno al ritratto del monarca sulle monete da 1 corona è stata rimpiazzata con quella più sconveniente «Il nostro puttaniere di un re». Non si sono infatti ancora spente le polemiche sulla vita privata del sovrano che lo dipingono come un assiduo frequentatore di feste hard e locali di striptease.

LA BEFFA - La curiosa vicenda è raccontata dal tabloid Expressen: una 72enne pensionata di Piteå, cittadina nel nord del Paese, aveva scoperto nei giorni scorsi l’insolita moneta nella sua borsetta perchè «luccicava più delle altre». Giovedì, una seconda signora ha contattato il giornale spiegando di aver ricevuto la moneta falsa di resto dopo aver comprato una bottiglietta di acqua a Stoccolma il 6 giugno scorso, giorno di festa nazionale in Svezia. Altre monete false sono comparse a Malmö, tutte estremamente simili all’originale. I funzionari della Banca di Svezia, la polizia e gli esperti di numismatica sono al lavoro per svelare l’arcano. Finora senza successo. Nel Paese i sospetti casi di falsità di monete sono assai rari, non ultimo perchè si tratta di un processo molto complesso, relativamente costoso e poco redditizio. Tuttavia, gli inquirenti non escludono che in questo caso il numero dei pezzi contraffatti in circolazione sia elevato.

IL VIZIETTO - Alla fine del 2010, Carlo Gustavo di Svezia era finito al centro di un presunto scandalo sessuale dopo le indiscrezioni sulla sua vita privata rivelate nella biografia non autorizzata Il monarca riluttante. Nel libro sono stati raccontati i numerosi festini selvaggi organizzati dal re dopo aver conosciuto l'attuale regina Silvia; si parla della frequentazione di locali da striptease e contatti con la criminalità organizzata. Il sovrano aveva smentito tutto, ma a quel tempo la moglie avrebbe preso seriamente in considerazione il divorzio.

Elmar Burchia
15 giugno 2012 | 12:55

Ecco l'italiano che fa «vedere» i ciechi

Corriere della sera

Con l'app Ariadne GPS i non vedenti possono sapere dove sono, monitorare gli spostamenti, ascoltare i rumori intorno


Giovanni Luca CiaffoniMILANO - «Persone provenienti da ogni parte del mondo mi hanno detto: tu hai cambiato la mia vita». Affermazione non da poco, soprattutto se arriva dal palco della conferenza degli sviluppatori Apple. La voce è quella di Giovanni Luca Ciaffoni, informatico italiano scelto dalla casa madre di iPhone e iPad per esaltare le potenzialità dei suoi gingilli. Con l'applicazione Ariadne GPS, Ciaffoni dà ai non vedenti di melafonino o tablet muniti la possibilità sapere dove si trovano in un determinato momento, monitorare gli spostamenti, essere allertati in merito al raggiungimento di un luogo preimpostato e ascoltare i rumori di ciò che li circonda. La soluzione, scaricata 5mila volte, è piaciuta ai vertici di Cupertino ed è finita sotto i riflettori di San Francisco, suscitando in patria orgoglio per l'impresa e lo spunto del 36enne bolognese


Come sei arrivato in California?
«Sono stato invitato da Apple che due mesi fa è venuta a Bologna per intervistarmi, erano alla ricerca di storie o applicazioni particolari. Si sono poi preoccupati che io potessi seguire il keynote e tutta la conferenza degli sviluppatori a San Francisco, anche se in realtà in questi giorni non sto facendo altro che rispondere ai giornalisti».

Come è nata l'app?
«Ho iniziato a interessarmi allo sviluppo di iOs un paio di anni fa, questa applicazione è nata come una sfida: volevo rendere le mappe accessibili ai non vedenti. E ci sono riuscito: vedere un mio amico non vedente esplorare la mappa con il dito, sentire quello che stava toccando e farsi un'idea della zona che aveva intorno è stato veramente emozionante e commovente. Nei passi successivi ho aggiunto altre cose carine, come la possibilità di tradurre in audio quello che noi vediamo, come un fiume o il mare: l'utente sente il rumore dell'acqua. Poi è arrivata la funzione sulla mobilità: quando cammino l'app mi dice dove mi trovo e mi dà la possibilità di memorizzare i luoghi preferiti. Se, per esempio, memorizzo la fermata dell'autobus, quando sono in prossimità della stessa l'app mi avvisa».

Cosa ti ha portato a occuparti dei non vedenti?
«Mi sono laureato in ingegneria informatica nel 2003 e ho fatto il servizio civile all'Istituto dei ciechi di Bologna, dove lavoro attualmente come sviluppatore di software e consulente per l'accessibilità di pagine web e testi digitali alle persone disabili. Il mondo di iOs (il sistema operativo mobile di Apple, ndr) mi affascina perché permette di sviluppare prodotti veramente accessibili. Normalmente, quando il non vedente utilizza un computer o un hardware di qualsiasi tipo deve acquistare un programma che funge da sintesi vocale o che permette di avere l'output su display braille, invece i prodotti Apple hanno la sintesi vocale integrata. Considerando le potenzialità di iPhone, che consente di acquistare biglietti per il treno o leggere libri, ai non vedenti e ai disabili in generale si apre un mondo nuovo».

L'utilità e l'importanza del tuo strumento è indubbia, ma ci guadagni anche qualcosa?
«Un lavoro ce l'ho già, l'app è nata come esperimento nel tempo libero. Non ho pensato al denaro all'inizio e l'ho lanciata a un costo inferiore a due euro. Dopo la prima versione sono iniziate ad arrivare richieste di inserimento di nuove funzioni e mi sono reso conto che c'era bisogno di un bel po' di lavoro. Visto che il mercato è limitato ho tirato su il prezzo (5,99) per pagarmi le ore di sviluppo. Non penso che farò i soldi con questa applicazione, adesso ho ottenuto un po' di visibilità, ma il lato economico non è mai stata una priorità».

Hai pensato a realizzare una versione per Android?
«Non ci ho lavorato perché il sistema operativo presenta dei limiti per quanto riguarda l'inserimento dei caratteri. Anche l'accessibilità dell'interfaccia è ancora molto indietro rispetto a quella di iPhone».

Progetti per il futuro?
«Sto per lanciare una nuova versione di Ariadne. Ho ritoccato l'interfaccia, la versione attuale è bruttina, e introdotto la possibilità di condividere con gli amici i luoghi preferiti. E ho altre idee per nuove app, non solo per non vedenti».

Visto che ti occupi di questo, che caratteristiche deve avere un sito per essere accessibile ai non vedenti?
«I non vedenti navigano utilizzando un software che converte quello che c'è in video in un formato testuale, che a sua volta viene mandato in output come sintesi vocale o in braille. Bisogna quindi adottare degli accorgimenti affinché lo screen reader possa lavorare correttamente: se sul sito ci sono delle immagini, è bene che vi sia associato un testo descrittivo. Se il testo non c'è il non vedente non saprà nulla di quell'immagine, il più delle volte sentirà il nome di un file. Per lo stesso motivo, se inserisco dei video sarebbe bene inserire dei sottotitoli».

Martina Pennisi
15 giugno 2012

Saviano: beni confiscati venduti subito Amato: si sbaglia, li acquista la mafia

Corriere del Mezzogiorno

«L'autore afferma: fa nulla se li riacquista la camorra, tanto poi lo Stato li sequestra. Servono solo a fare cassa? Ma conosce la complessità dell’iter-confisca?»


La Villa di Michele Schiavone ispirata a quella di «Scarface»La Villa di Michele Schiavone ispirata a quella di «Scarface»

NAPOLI - Antonio Amato, presidente commissione sui beni confiscati Regione Campania dissente dall'ultima presa di posizione dello scrittore Roberto Saviano: «Sui beni confiscati Saviano si sbaglia. In un post sulla sua pagina facebook l'autore di Gomorra ha affermato che i beni confiscati vanno venduti subito e che non deve esserci nessuna paura che tornino alle organizzazioni perché lo Stato troverà il modo di sequestrarli di nuovo. Purtroppo Saviano si sbaglia».

CONTRO DON CIOTTI - «Il giorno in cui Don Ciotti giustamente denuncia come la criminalità abbia rialzato la testa - continua - tornando a devastare tanti beni confiscati, e chiede a istituzioni e cittadini una risposta ferma, questa presa di posizione dello scrittore di Gomorra sconcerta. Non solo le sue parole tradiscono le previsioni di una legge, la 109 del 1996 che prevede il riutilizzo sociale dei beni ed è nata dal milione di firme raccolte da Libera e dalle intuizioni di uomini come Falcone, Borsellino e La Torre, ma soprattutto mi chiedo: che segnale si darebbe se, come ammette lo stesso Saviano, questi beni venissero riacquistati dai mafiosi? Che fine farebbe il valore simbolico della gestione dei beni confiscati?»

«MA CONOSCE LA COMPLESSITA' DELL'ITER»? - E poi: «Saviano afferma: fa nulla se li riacquistano i mafiosi, tanto poi lo Stato li sequestra di nuovo. Ma allora i beni confiscati sono qualcosa che serve solo a fare cassa? E conosce Saviano la complessità dell’iter che porta alla confisca? E cosa si racconterà alle migliaia di giovani che ogni anno riempiono i campi estivi di Libera: venite qua a passare un po’ di tempo, magari il prossimo anno su questo terreno tornano i casalesi? E ancora a cosa servirebbe che tanti ragazzi, in tutt’Italia e anche a Napoli, si stanno specializzando nelle Università sulla gestione dei beni confiscati? In Campania abbiamo approvato una norma per la valorizzazione dei beni confiscati che va in senso opposto alle dichiarazioni di Saviano e ne siamo orgogliosi. Perché se è vero che restano enormi problemi per la gestione di questo patrimonio, è altrettanto vero che questo è determinato innanzitutto dalla incapacità delle istituzioni di fare di questo tema un asset strategico e trasversale delle politiche di sviluppo, dalla mancata creazione di reti, di sinergie, capaci di coinvolgere il mondo dell’impresa, delle università, dell’associazionismo. In Campania ci stiamo provando».

DOVE C'ERA SANDOKAN ORA CI SONO I RAGAZZI AUTISTICI - Infine: «C’è ancora tanto da fare, restano tante difficoltà. Ma vanno affrontate, non evitate con facili scorciatoie. L’altro giorno abbiamo presentato la legge all’interno della Villa Confiscata a Sandokan dove è sorta una straordinaria esperienza per il sostegno a ragazzi con autismo. Lo abbiamo fatto nell’ambito del Festival dell’Impegno Civile, unica kermesse al mondo ad essere interamente realizzata sui beni confiscati promossa dal Comitato Don Peppe Diana. C’erano tantissimi casalesi, perché su questi territori, grazie a associazioni, cooperative, giovani che lavorano riutilizzando i beni confiscati si sta costruendo un nuovo modello di sviluppo sostenibile e inclusivo, si sta sviluppando economia sociale, si è superato da anni l’idea del semplice riutilizzo volontaristico. Il riutilizzo dei beni confiscati passa da questi esempi, non da una scriteriata ipotesi di vendita»


Redazione online14 giugno 2012 (modifica il 15 giugno 2012)

L’unico vero posto fisso? Quello del parlamentare

di Fabrizio De Feo - 15 giugno 2012, 09:04

Il Paese è ostaggio di una gerontocrazia inchiodata alla poltrona e in carica da decenni Solo uno su tre è alla prima legislatura. I casi La Malfa e Pisanu, a Palazzo da 40 anni


C’è chi sostiene che l’Italia sia ostaggio da anni di una gerontocrazia inchiodata alle proprie poltrone, schiava della logica della cooptazione e dell’appartenenza. E chi ribatte che se ci sono così tanti sessantenni, settantenni e ottantenni nei posti di potere dipende semplicemente dal fatto che questi ultimi sono più bravi.

Punti di vista.
Di certo nessuno può affermare che il nostro Paese sia campione del mondo di ricambio generazionale, considerato che l’età media dell’attuale governo è di 64 anni, quella dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54. Ma al di là dell’aspetto anagrafico, l’altro elemento che colpisce è il costante tentativo di trasformare un’elezione in Parlamento in una sorta di assunzione a tempo indeterminato. Sì, perché nonostante lo tsunami rappresentato da Tangentopoli e il forzato ricambio per via giudiziaria di buona parte della nostra classe politica, non mancano i deputati e i senatori dalla infinita militanza, politici che hanno dimorato nei palazzi più di 20 o 30 anni e non hanno nessuna intenzione di avviare le pratiche per la pensione.

«Il parlamentare? Un bellissimo lavoro, peccato che sia un po’ precario, ci vorrebbe una bella regolarizzazione » scherzava qualche giorno fa un deputato in Transatlantico, nel corso di una discussione sul classico argomento da fine legislatura: il computo delle possibilità di rielezione. In effetti mai come questa volta il timore di un ampio turnover è forte e sentito nella compagine degli eletti. Questi ultimi mesi rischiano, infatti, di rappresentare il passo d’addio per molti parlamentari e le percentuali di riconferma - molto elevate negli anni passati- sembrano destinate a un drastico calo.

Ci sono alcuni dati da tenere in considerazione. Nell’attuale legislatura solo 251 deputati su 630 e 103 senatori su 315 siedono in Parlamento da meno di cinque anni, rispettivamente il 39,9 e il 32,7 per cento. La maggior parte dei parlamentari, invece, ha al suo attivo due o più mandati: sono 12 i deputati che sono parlamentari da oltre 20 anni, 82 quelli che ci hanno passato dai 15 ai 20 anni, 107 tra i 10 e i 15. Stessa situazione per i senatori: in 13 sono in parlamento da più di 20 anni, in 45 dai 15 ai 20 anni, in 67 da 10 a 15 anni. Nell’elenco dei recordman di Montecitorioin base ai dati elaborati meritoriamente dall’associazione Openpolisfigura al primo posto Giorgio La Malfa che tra tre giorni compirài 38 anni di permanenza. Il figlio di Ugo La Malfa, milanese, classe ’39, è professore ordinario di Politica economica nell’Università di Catania, in perenne aspettativa per mandato parlamentare. È deputato sin dalla sesta legislatura, riconfermato quasi ininterrottamente fino a oggi. È stato ministro del Bilancio nei primi anni Ottanta.

Nel suo percorso una sola defaillance : quella della dodicesima legislatura - dal 1994 al 1996 - quando non venne rieletto.Dopo di lui c’è il centrista Mario Tassone, parlamentare da oltre 33 anni, con trascorsi nella Dc, nel Ppi, nel Cdu e poi nell’Udc. Dopo di lui figura Francesco Colucci, parlamentare Pdl, l’unico ad essere stato eletto per quattro volte questore di Montecitorio (dal 1992 al 1994 e dal 2001 a oggi). E poi due leader di partito, veri e propri professionisti della politica: il presidente della Camera, Gianfranco Fini e il numero uno dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. Entrambi sono quasi a quota 29 anni e nel 2013 varcheranno la soglia dei 30 anni di presenza continuativa nelle assemblee degli eletti. Niente male. Con loro, nel lontano 1983, entrò in Parlamento per la prima volta anche Francesco Rutelli. Il leader dell’Api, però, nella classifica è fermo a 19 anni e 276 giorni, a causa dei due mandati da sindaco di Roma. E poi ancora: Livia Turco e Teresio Delfino, da più di 24. Massimo D’Alema da più di 22 (si vocifera che potrebbe non ripresentarsi e puntare a un incarico da Commissario europeo). Umberto Bossi da più di 20.

A Palazzo Madama la palma del più «longevo» va a Beppe Pisanu con i suoi 38 anni e 29 giorni. Classe 1937, con le sue dieci legislature (come La Malfa), Pisanu è in assoluto il parlamentare di più lungo corso, esclusi i senatori a vita. Il suo ingresso in Parlamento risale a quattro decenni fa. Da allora ha saltato solo il biennio dal ’ 92 al ’94.A seguirlo Altero Matteoli, Filippo Berselli e Carlo Vizzini, sopra i 28 mentre Anna Finocchiaro ha più di 24 anni di militanza. C’è poichifa un campionato a parte come Giulio Andreotti. Senatore a vita dal ’91 su nomina di Francesco Cossiga, sette volte presidente del Consiglio, è da 64 anni in Parlamento, in pratica ininterrottamente in carica dall’Assemblea costituente. Una vera icona e un modello di vita per tutti coloro che aspirano a conquistare il posto fisso in Parlamento.

Tacere la relazione extraconiugale non è dolo processuale

La Stampa

Un uomo impugna per revocazione la sentenza della Corte d’appello che ha dichiarato la separazione dalla moglie determinando il contributo mensile da versare a favore di quest’ultima. La richiesta è motivata dalla scoperta tardiva da parte dell’ex marito della relazione sentimentale che la donna aveva intrapreso con un altro uomo, dalla quale è nato un figlio, fin da prima della comparizione dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale.

Secondo l’ex marito, se fosse emersa fin da subito questa circostanza l’esito del processo sarebbe stato diverso. La Corte territoriale respinge il ricorso per revocazione e l’uomo ci riprova in Cassazione. Anche la Suprema Corte, con la sentenza 5648/12, rigetta il ricorso. Del resto, ricorda la Prima sezione Civile, «il dolo processuale di una delle parti in danno dell’altra in tanto può costituire motivo di revocazione della sentenza, ai sensi dell’art. 395, n. 1, c.p.c., in quanto consista in un’attività deliberatamente fraudolenta, concretantesi in artifici o raggiri tali da paralizzare o sviare la difesa avversaria ed impedire al giudice l’accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale.

Di conseguenza, non sono idonei a realizzare la fattispecie descritta la semplice allegazione di fatti non veritieri favorevoli alla propria tesi, il silenzio su fatti decisivi della controversia o la mancata produzione di documenti, che possono configurare comportamenti censurabili sotto il diverso profilo della lealtà e correttezza processuale, ma non pregiudicano il diritto di difesa della controparte, la quale resta pienamente libera di avvalersi dei mezzi offerti dall’ordinamento al fine di pervenire all’accertamento della verità».

L’ex moglie non era tenuta a riferire l’esistenza di un nuovo compagno al giudice. Nel caso specifico, la donna non ha posto in essere un comportamento idoneo a configurare il dolo processuale potendo ben decidere di non riferire al giudice della separazione dell’esistenza di una relazione sentimentale extraconiugale.

Stavolta a pagare è la toga: "Deve risarcire 15 milioni"

di Stefano Zurlo - 15 giugno 2012, 08:00

L’ex procuratore capo di Pinerolo è accusato di aver ideato un giro di false consulenze per incassare ricche percentuali


La giustizia era diventata un business. In uno spicchio del Piemonte la procura funzionava come un’azienda fabbricando consulenze inesistenti per un fatturato complessivo di 15 milioni di euro.





Per la precisione, 15 milioni e 200 mila euro. Ecco, è questo il conto, astronomico, che la Corte dei Conti chiede all’ex procuratore di Pinerolo, Giuseppe Marabotto. E alla cerchia dei suoi complici. Per molti italiani Marabotto è solo un puntino sfocato nella memoria, legato alla sua partecipazione come ospite fisso, per più di una stagione, al «Processo» di Biscardi. Ma quello è il passato civettuolo in tv. Lo scandalo di Pinerolo, cittadina in provincia di Torino, esplode nel 2009 quando il magistrato viene arrestato per aver ideato e gestito un sistema fittizio di consulenze, con spartizione degli utili fra lui e un grappolo di commercialisti compiacenti.

Viene a galla una realtà sconvolgente; quando era a capo della piccola procura piemontese, fra il 2002 e il 2006, il magistrato aveva escogitato un sistema semplice semplice e infallibile per fare cassa: apriva inchieste su diverse società e distribuiva incarichi non necessari a professionisti che sapevano come regolarsi. Si scavava, con discrezione, in modo soft, perché gli accertamenti venivano condotti a modello 45, quello in cui non ci sono notizie di reato. La macchina girava ma girava a vuoto. Alla fine, una parte dell’onorario, pagato naturalmente dallo Stato, veniva girata a Marabotto: in media una percentuale pari al 30 per cento. Così funzionava la ragnatela dei rapporti illeciti, mascherata dietro le targhette rispettabili di studi ben avviati.

Marabotto, che nel 2006 si è trasferito a Genova, si difende arrampicandosi sugli specchi: sostiene che quelle procedure servivano per portare soldi non nei suoi salvadanai ma nei caveau dell’erario. Una tesi spericolata, che non convince nessuno. Il gip scrive parole durissime: «È emersa una personalità incline alla truffa e alla corruzione per il conseguimento di un qualsiasi vantaggio economico». Nel 2010 il magistrato, ormai avviato verso la pensione, patteggia una pena importante: 4 anni e 4 mesi. E si arrende alla giustizia: «All’inizio credevo ancora nei risultati, nell’utilità delle consulenze, poi la situazione è sfuggita di mano».

Qual è stato il fatturato della Marabotto spa? La corte dei conti dispone precauzionalmente il sequestro conservativo di beni per oltre cinque milioni di euro. I conteggi, intanto, vanno avanti. La giustizia, anche quella contabile, è lenta ma alla fine arriva a destinazione: il procuratore regionale del Piemonte Corrado Croci quantifica il danno provocato all’erario in 15 milioni e duecentomila euro. Quindici milioni e spiccioli perfettamente sprecati, quindici milioni divisi fra la toga e ben 21 commercialisti. Insomma, il collaudato metodo Marabotto era utilizzato per finanziare un battaglione di professionisti.

Lui, intervistato da Nicolò Zancan della Stampa, china il capo e si cosparge di cenere: «Sono un uomo che ha commesso dei reati. Peggio: sono un ex uomo di legge che ha commesso dei reati. Dottor Jekill e mister Hyde». Ora dovrà raggranellare i soldi: «Ho fatto rientrare tutti quelli che potevo - spiega, sempre alla Stampa - quelli che mancano purtroppo non sono nella mia disponibilità. Erano su un conto a Montecarlo, li ho dati a un commerciante marocchino, Houanimi. Lui li ha portati in Marocco». Ora la corte bussa a casa del magistrato, dei professionisti e di un cancelliere. La caccia al tesoro va avanti. Aspettiamo fiduciosi.

La sinistra che non perdona il lusso (se è degli altri)

di Maurizio Caverzan - 15 giugno 2012, 08:00

Il giro di Repubblica esulta per la chiusura del Billionaire e mette all’indice ville e yacht di chi non sta dalla sua parte. Ma dimentica gli agi di casa propria


Come chiamarlo: razzismo culturale o complesso di superiorità? Forse è solo una sorta di ostilità sociale, figlia della vecchia lotta di classe. Un’avversione antropologica che sconfina nell’odio.


De Benedetti e Gad Lerner nella villa dell'Ingegnere
De Benedetti e Gad Lerner nella villa dell'Ingegnere


Un livore ben camuffato, dentro l’abito intellettuale da maître à penser. Chiude il Billionaire e Repubblica va in orgasmo come se Saviano avesse fatto il record di ascolti. Come se Gad Lerner fosse tornato al Tg1. Una libidine, un trionfo. Evviva. Finisce un’epoca, esulta da Parigi l’editorialista principe del giornale-partito che proprio ieri ha iniziato i suoi quattro giorni di autocelebrazioni a Bologna. Il berlusconismo tramonta anche in Sardegna, nel «covo della pacchianeria italiana». La cui serrata è «una grande notizia» anche per il profeta del mangiar etico, Carlin Petrini, che ne ha goduto in pubblico galvanizzando la platea di una fiera gastronomica. Ma l’euforia non basta a nascondere l’astio. Per Francesco Merlo, quelli lì, Emilio Fede, Flavio Briatore e «l’Italia sardoestiva» sono feccia. «Robaccia» per l’esattezza, «patacche conformiste». Il vero anticonformismo siamo noi, maestri di vita. Anime belle. Salotto buono. Così è se vi pare.

Chissà. È peggio l’eccesso cafonal di Briatore, persino prevedibile nella sua volgarità, o la spocchia del magistero etico? Il kitsch alla luce del sole o la presunzione d’insegnare come si sta al mondo? Alla fine, quello che conta davvero è star seduti sul pulpito dei giornali dei gruppi editoriali giusti. I quali, anche se hanno dei conti aperti con il fisco (230 milioni), riescono a pontificare ugualmente. Oppure funziona anche sciorinare in tv gli elenchi di cose da fare e da non fare per stare dalla parte migliore. Con l’aureola del politicamente corretto, dietro, e la riverenza del bel mondo, davanti. Certo, anche i migliori fanno le vacanze negli hotel di lusso a Saint Tropez. O nei panfili imperiali, come ricorderà Gad Lerner ospite del suo editore Carlo De Benedetti. Però, vuoi mettere, è tutto un altro stile, un’altra allure...

No, signori miei. Nessuno contesta barche e champagne, ostriche e tartufi. Siamo tutti liberi in egual misura di scegliere compagnie e mete preferite. Basta solo che non si usino misure e pesi taroccati. E che non ci si venga a fare la morale. La quale, come già diceva Cossiga, purtroppo è sempre la stessa. Se sei ricco e di sinistra hai vinto. Hai il badge giusto per sederti nel circolo che conta. Gli altri, gli imprenditori che votano diversamente e non si allineano sono per definizione squali, pescecani, quasi certamente ladri. Intoccabili, invece, i Moratti. Maestri di eleganza i Della Valle. Un principe anche Renato Soru, tanto per restare in Sardegna, nonostante la villa a bordo spiaggia munita di eliporto. Ha qualche problema con il fisco anche lui? Sì, ma la sua è un’evasione... meno evasiva. La «protesta fiscale» di Briatore invece è impresentabile. Simbolo di un’Italia trash, falsa e di plastica.

È vero, il mondo è a una svolta radicale e drammatica. Ma a Repubblica continuano a innaffiare sempre la solita pianta della contrapposizione viscerale, del globo diviso in buoni e cattivi. Lo slogan scelto per la quattro giorni di dibattiti e incontri tra le sue grandi firme e i lettori è «scrivere il futuro». Il festival dovrebbe essere un laboratorio di idee, una piattaforma dalla quale stimolare la politica e la vita civile del Paese. Soprattutto per rigenerare la sinistra. Ma se le premesse sono queste, c’è da temere che la linfa resti sempre quella dell’odio.

Rinvia le cure e muore per far nascere il suo bimbo

Il Mattino

Chiara uccisa dal cancro a ventotto anni, domani l’addio


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ROMA - Chiara Corbella aveva 28 anni. Era sposata con Enrico Petrillo. Entrambi romani, dell’Aurelio. Una coppia normalissima, molto credente. Una di quelle della generazione Wojtyla, cresciuta in parrocchia a pane e Gmg. La loro è una storia incredibile che in questi giorni rimbalza su internet e merita di essere raccontata. Dopo essersi conosciuti a Medjugorje, si sono fidanzati e a settembre del 2008 hanno coronato la loro storia d’amore con il matrimonio. Dopo pochi mesi Chiara, come desideravano, è rimasta subito incinta. Di Maria.

Una notizia fantastica. Ma purtroppo alla bimba, sin dalle prime ecografie, è stata diagnosticata un’anencefalia (una malformazione congenita grave dove il nascituro appare privo totalmente o parzialmente dell’encefalo). Senza alcun tentennamento Enrico e Chiara l’hanno accolta comunque e accompagnata nella nascita terrena e, dopo circa 30 minuti, come dicono i loro amici «alla nascita in cielo». Al funerale Enrico e Chiara erano lì, accanto a quella piccola bara bianca: hanno scritto e cantato per tutta la messa aggrappati a una grande fede. Qualche mese dopo, ecco un’altra gravidanza.

Ma come se qualcuno avesse voluto mettere alla prova i cuori di quei due giovani ragazzi, anche in questo caso le prime ecografie non sono andate bene. Il bimbo, questa volta era un maschietto, era senza gambe. Senza paura e con il sorriso sulle labbra hanno scelto ancora una volta di portare avanti la gravidanza. Qualcosa di difficile, forse da comprendere, eppure Enrico raccontava la sua gioia di avere un bimbo anche se privo delle gambe. Purtroppo, però, verso il settimo mese, l’ecografia ha evidenziato delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori e incompatibilità con la vita. Spacciato. Ma i due giovani con il sorriso hanno voluto accompagnare il piccolo Davide, questo il nome che avevano scelto per lui, fino al giorno della sua venuta alla luce. Poco dopo la nascita anche Davide è deceduto.

Un altro funerale. Un’altra croce. Ma una voglia infinita di vita. Ancora. Ancora di più, se è possibile. Passano i mesi e arriva un’altra gravidanza: Francesco, il nome prescelto. Tutti gli amici, sempre di più intorno a loro, hanno gioito per la notizia e per la speranza di Chiara ed Enrico verso la vita. E finalmente tutto va per il meglio: le ecografie confermavano la salute del bimbo che cresce forte e sano. Ma al quinto mese arriva una nuova croce. A Chiara viene diagnosticata una brutta lesione della lingua e dopo un primo intervento, i medici le dicono quello che non avrebbero mai voluto dirle: ha un carcinoma. Nonostante questo, Chiara ed Enrico hanno combattuto ancora, uniti, forti, insieme per difendere il loro Francesco.

Non hanno avuto dubbi e hanno deciso di portare avanti la gravidanza mettendo a rischio la vita della mamma. Chiara, infatti, solo dopo il parto si è potuta sottoporre a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia. Mesi difficili. Durissimi. Lo sa bene Gianluigi De Palo, che prima di essere l’assessore alla Famiglia del Comune di Roma, è uno loro amico. «Hanno affrontato queste prove con il sorriso e con un sereno affidamento alla Provvidenza - ha scritto ieri sul suo profilo Facebook - Ho parlato più e più volte con Chiara ed Enrico di come in tutte queste prove mai si son lasciati sconvolgere, ma solo hanno accettato la volontà di Colui che non fa nulla per caso».

Chiara non ce l’ha fatta. Mercoledì a mezzogiorno il suo cuore ha smesso di battere e combattere contro una malattia che non le ha lasciato scampo. Resta Enrico. Il suo amore per il piccolo Francesco. E le parole di Chiara, in un video su youtube («testimonianza di Enrico e Chiara») che in un giorno ha fatto registrare circa 500 condivisioni. «Il Signore ha sempre qualcosa di diverso per noi. Non tutto va come noi pensiamo - racconta Chiara ad un microfono - Avevo visto con la dottoressa, attraverso l’ecografia, che la scatola cranica della nostra bambina non si era formata. Anche se lei si muoveva perfettamente, per lei non c’erano possibilità. Io non me la sentivo proprio di andare contro di lei, mi sentivo di sostenerla come potevo, e non di sostituirmi alla sua vita. Ora non sapevo come dirlo a mio marito. Ho passato una notte terribile, e ho detto: «Signore, mi vuoi donare questa cosa, ma perché non me lo hai fatto scoprire insieme a mio marito? Perché mi chiedi di dirglielo?».

E ancora: «A quel punto ho pensato alla Madonna, che anche a lei il Signore aveva donato un figlio e gli aveva chiesto di annunciarlo a suo marito. Anche a lei il Signore aveva donato un figlio che non era per lei, che sarebbe morto e lei avrebbe dovuto vedere morire sotto la croce. Questa cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che forse non potevo pretendere di capire tutto e subito, e forse il Signore aveva un progetto che io non riuscivo a comprendere. Ma già avviene il primo miracolo: il momento in cui lo dico a Enrico è stato un momento indimenticabile. Mi ha abbracciato e mi ha detto: «E’ nostra figlia e la terremo così com’è». Nonostante tutto è stata una gravidanza stupenda, in cui abbiamo potuto apprezzare ogni singolo giorno, ogni piccolo calcio di Maria è stato un dono. Il figlio dona la vita alla madre... Il parto è stato naturale, veloce e indolore. Il momento in cui l’ho vista è un momento che non dimenticherò mai. Ho capito che eravamo legati per la vita. L’abbiamo battezzata, ed è stato il dono più grande che il Signore potesse farci».
Domani i suoi amici, chi ha fede e chi non la ha, saluteranno per l’ultima volta Chiara, la sua forza, il suo amore per la vita. I suoi funerali sono stati fissati alle 10,30 nella chiesa di Santa Francesca Romana, all’Ardeatino.


Venerdì 15 Giugno 2012 - 09:17    Ultimo aggiornamento: 10:05

Micino in fin di vita salvato dalle guardie zoofile

Corriere della sera

I fratellini della cucciolata sono stati probabilmente divorati dagli altri gatti del branco, che morivano di fame


Il micino salvatoIl micino salvato

MILANO - Ha due settimane di vita, è tutto nero con gli occhi blu, è denutrito e sta in una mano: la voce però ce l'ha, eccome, e proprio il suo «pianto» straziante gli ha salvato la vita, mentre i suoi fratellini probabilmente hanno fatto una brutta fine, divorati dagli altri gatti del branco famelico, circa una ventina si di esemplari, che vivevano in un appartamento degradato. E' successo alla periferia ovest di Milano, dove a seguito di una segnalazione dell’Ufficio Tutela Animali del Comune di Milano è intervenuto il nucleo di guardie zoofile Oipa di Milano. Il proprietario dell’appartamento si era allontanato da casa alcuni giorni fa, chiedendo ai vicini di prendersi cura dei suoi gatti. Ma appena entrati gli operatori hanno capito che alla base dell’allontanamento c'era un forte disagio sociale e mentale protratto nel tempo.

L'appartamento in totale degradoL'appartamento in totale degrado

DEGRADO - Lo stato interno dei locali era terrificante: l’aria era resa irrespirabile dalle esalazioni di feci e urina dei gatti, sui pavimenti, le pareti e le ante dei mobili erano visibili tracce di sangue (non è chiaro se umano o animale) e quasi tutte le superfici erano ricoperte di strati di escrementi dei felini. Lo stato di incuria e di abbandono aveva inoltre favorito un’infestazione di scarafaggi. I gatti non avevano né cibo né acqua a disposizione ormai da giorni ed erano talmente terrorizzati da essersi nascosti dietro mobili e armadi. Il micino nero è stato trovato sotto una coperta: sarebbe probabilmente morto di lì a poco vista la temperatura corporea troppo bassa. Le indagini hanno permesso di appurare che la cucciolata di una delle gatte dell’appartamento era originariamente di 6 cuccioli, ma non è stata trovata traccia dei fratellini. L’ipotesi è che siano stati mangiati dagli altri gatti in preda alla fame.

LA DENUNCIA - La Polizia Locale sta procedendo alle necessarie indagini per rintracciare l’uomo e le guardie zoofile Oipa si riservano di procedere alla denuncia per detenzione inadeguata e abbandono di animali. Il cucciolo è ora affidato alle cure dei volontari, che lo stanno accudendo e nutrendo per sopperire alla mancanza delle cure materne. Un primo gruppo di 15 gatti è stato catturato dalle guardie zoofile e ricoverato presso il gattile del Parco Canile del Comune di Milano dove verranno effettuati i controlli veterinari per stabilirne lo stato di salute. Inoltre, la Asl di competenza sta provvedendo ad effettuare la cattura dei gatti rimanenti, particolarmente complessa visto il loro stato psico-fisico fortemente compromesso.


Redazione Milano online13 giugno 2012 | 17:12

Gabo ha l'Alzheimer, non scriverà più»

Corriere della sera

Garcia Marquez gravemente malato: «Non riconosce più gli amici più intimi»
A. Farkas



Il Nobel per la Letteratura Gabriel Garcia Marquez, 85 anni, sarebbe malato di Alzheimer: lo ha rivelato al sito colombiano Kien&Ke.com l'amico Plinio Apuleyo Mendoza. La conferma delle cattive condizioni dell'autore di 'Cent'anni di solitudine' è arrivata anche dal suo biografo ufficiale: "Garcia non finirà la seconda parte della sua autobiografia 'Vivir para contarla'" ha dichiarato Dasso Saldívar al quotidiano cileno La Tercera. Le sue condizioni sarebbero gravi: lo scrittore non riconoscerebbe più nemmeno gli amici più cari.

Dateci la vostra eredità" Il Comune si attacca ai morti

Libero

La richiesta del vicesindaco ai cittadini scatena polemiche: vogliono spennare anche i defunti.


Una volta era il Comune a trovare casa agli anziani. Ora è il sindaco che bussa ai vecchietti chiedendo se, passando a miglior vita, possono fare la cortesia di lasciargli la baracca. Quella che sembra una gag partorita dalla mente cinica di Cetto La Qualunque, è invece la realtà grottesca che si profila all’orizzonte dei bolognesi più attempati, tirati per la vestaglia dal vicesindaco e assessore al Bilancio della giunta di sinistra, Silvia Giannini, affinché seguano l’esempio virtuoso della compianta concittadina Ornella. La signora, balzata agli onori delle cronache troppo tardi per poterne essere orgogliosa, deve la sua fama a un “nobile” gesto: il lascito testamentario con cui affida a Palazzo D’Accursio il suo appartamento con garage. Le volontà della signora sono chiare: vendere gli immobili e, con il ricavato, adottare politiche concrete rivolte agli anziani.

Ma l’amministrazione pubblica non ha perso tempo e, prima ancora di aver messo le mani sulla modesta ma inattesa eredità, ha lanciato un accorato appello ai bolognesi perché, al momento del trapasso, si ricordino di chi li ha governati con affetto. Tasse permettendo. Già, perché non si può certo dire che al Comune si risparmi, né sulle spese né sul ricorso alla leva fiscale. E le conferme, al netto di battutine e commenti più o meno di buon gusto, sono attese nero su bianco dalle scelte del bilancio preventivo per l’anno in corso in fase di approvazione. «Preferirei fare beneficenza, piuttosto che lasciare un centesimo a un ente che, nel 2012, ha già aumentato le sue uscite di 8 milioni mentre tutti tirano la cinghia» sbotta Marco Lisei, presidente del gruppo consiliare del Pdl. «Senza contare che, qui a Bologna, la tassazione è talmente elevata che a fatica si arriva a fine mese. È aumentata la Tarsu (la tassa sui rifiuti urbani, ndr), l’addizionale Irpef, ora c’è l’Imu… E hanno il coraggio di chiedere l’elemosina!».

Il collega Manes Bernardini, capogruppo della Lega Nord, affida a Facebook il suo commento lapidario. «L’ultima del Comune di Bologna: fate testamento a nostro favore! Dopo i vivi, si apprestano a spennare anche i morti. Assessore Giannini, vergogna!». Su internet la polemica infuria. «Già lavoro sei mesi l’anno per lo Stato… non vi basta? Volete pure che vi lasci la casa?», scrive un bolognese inferocito. E ancora: «Così il Comune avrà un’ulteriore unità immobiliare da mal gestire».
Argomento efficace, cavalcato anche dal consigliere Lisei. «Visto com’è sprecato il patrimonio di Bologna, soprattutto quello immobiliare, il Comune sarebbe davvero l’ultimo ente a cui lascerei la mia eredità» ammette. «Ogni anno cediamo, a titolo gratuito, ben tre milioni di euro in immobili di pregio alle libere forme associative.

Solo all’Arcigay è dato in gestione un edificio che varrebbe una locazione da 70mila euro. In più, chiaramente, si erogano finanziamenti per le più varie iniziative. E per fortuna è intervenuta l’opposizione, altrimenti gli pagheremmo ancora la metà delle utenze!». Mentre l’assessore Giannini ribadisce le sue esternazioni («Auspichiamo che siano tanti i cittadini che si muovono in questa direzione», spiega tornando sull’esempio della defunta signora Ornella), i bolognesi in età avanzata valutano il da farsi con qualche gesto scaramantico. E, depositari di una memoria storica pluridecennale, senza scomporsi ricordano che quello della signora Ornella non è certo il primo caso di lascito clamoroso. Recentemente Michelangelo Manini, il facoltoso fondatore della Faac, ha destinato alla Curia di Bologna la sua eredità milionaria.

Nel 1998 una generosa signora aveva lasciato 192 mila euro proprio a Palazzo d’Accursio e, una decina di anni fa, la “povera” proprietaria della cagnolina Lulù aveva fatto testamento sempre in favore del Comune, purché si occupasse dell’animale. Intanto, in via D’Azeglio, ci si accapiglia sul destino della casa-museo di 3.000 metri quadrati lasciata dal compianto Lucio Dalla… e chissà che il Comune di Bologna non riesca a mettere le mani pure su quella.


di Silvia Senette