sabato 16 giugno 2012

Siria, video shock: giustiziato un informatore del regime

Il Messaggero

BEIRUT - Giustiziato in strada da un improvvisato plotone di esecuzione formato da ribelli siriani sunniti che sparano fino a far esplodere il cranio della vittima, un uomo con una tunica bianca accusato di essereun informatore del regime. Il video, la cui autenticità non può essere verificata, è stato pubblicato su internet.

Le immagini particolarmente crude, mostrano un uomo in tunica bianca attendere in piedi gli spari degli uomini armati, che appaiono solo in pochi fotogrammi. I colpi raggiungono la vittima alla testa e il cranio esplode mentre l'uomo si accascia a terra.
I ribelli, che affermano di trovarsi a Quriye, nella regione orientale di Dayr az Zor al confine con l'Iraq, inneggiano a Dio e invocano la giustizia fatta contro «questo shabbiha (membro delle milizie irregolari lealiste) di al Assad».

IL VIDEO
ATTENZIONE IMMAGINI NON ADATTE A UN PUBBLICO IMPRESSIONABILE



Sabato 16 Giugno 2012 - 13:03
Ultimo aggiornamento: 16:08

Casapound sporge querela Ma il pm archivia: "I fascisti non meritano alcuna tutela"

di Libero Pennucci - 16 giugno 2012, 14:25

Polemica per la decisione del sostituto procuratore di Aosta. Ha chiesto l'archiviazione di una querela sporta da Casapound perchè "i fascisti non meritano alcuna tutela"


Insultare i fascisti non è un reato. Certo è sempre meglio del mortifero motto degli anni di piombo, quello che voleva aprire la stagione della caccia al camerata al grido di "Uccidere un fascista non è un reato".

Una delle sedi di Casapound


Ma il precedente è curioso e anche un po' pericoloso. La storia arriva dalla Valle d'Aosta e l'ha raccontata il Fattoquotidiano.it: "'Nel nostro ordinamento le posizioni politiche legate al fascismo e al nazismo non meritano alcuna tutela'. Con questa motivazione il sostituto procuratore Luca Ceccanti ha scritto al giudice per le indagini preliminari di Aosta per chiedere l’archiviazione del procedimento penale per diffamazione", scrive il quotidiano di Antonio Padellaro.

La storia è questa: Casapound Italia sporge denuncia nei confronti di Paolo Momigliano Levi, ex direttore dell'Istituto Storico della Resistenza di Aosta e consigliere comunale per una lista di sinistra. Momigliano, durante una seduta della giunta comunale, avrebbe denunciato la comparsa in città di "organizzazioni che si rifanno al fascismo". Non sono esattamente delle accuse al vetriolo, ma Casapound se la lega al dito e decide di adire le vie legali. La pratica finisce sulla scrivania del sostituto procuratore Luca Ceccanti che, cercando di smontare la questione, ne crea una di dimensioni maggiori. Il pm infatti prende carta e penna e scrive al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso. Le motivazioni? I fascisti non meritano di essere tutelati legalmente. Per Luigi Vatta, legale di Casapound, dietro la decisione del sostituto procuratore c'è "la medesima dottrina che, durante gli anni di piombo, venne esemplarmente sintetizzata nell’agghiacciante motto uccidere un fascista non è un reato".
Adesso la parola passa al Gip, ma la polemica è già scoppiata.

Due cavalli nei giardinetti di de Magistris In calesse dalla Sicilia a Napoli

Corriere del Mezzogiorno

La carovana della «rivoluzione gentile» dall'isola arriva in piazza Municipio.Raggiungerà Roma entro il 4 luglio


NAPOLI - La «rivoluzione gentile» parte dalla Sicilia. E fa tappa a Napoli. Due cavalli, un calesse, un falco, due tende, è quanto basta. È l'impresa di otto siciliani. Si sono dati appuntamento per attraversare – con mezzi non meccanici – la dorsale tirrenica fino a Roma. La missione: chiedere le dimissioni del governo centrale.



Cavalli nei giardinetti del sindaco: foto


«Il domani è e sarà sempre dei Giovani», scrivono sulla loro pagina facebook, «a loro spetta occuparsi del nostro Paese, sono la continuità di una Storia e con loro deve essere riscritta». Partita da Bolognetta, nel Palermitano il 28 maggio, la carovana conta di raggiungere la Capitale entro il 4 luglio. Uno degli ideatori di questa manifestazione è Onofrio Carrubba Toscano. I protagonisti della «Rivoluzione gentile» si appellano ai sindaci che, dicono, «sono gli unici eletti da noi, affinché possano amministrare questo bene comune e far sentire ogni cittadino libero e utile». Non a caso il pit-stop partenopeo, si è consumato davanti Palazzo San Giacomo. E pare che il sindaco di Napoli De Magistris, abbia fatto gli onori di casa e offerto ai viandanti un panino con caprese.

Valeria Catalano
16 giugno 2012

Wagon Lits, giù dalla torre: si ferma la protesta ferrovieri

Il Giorno

Lunedì 18 giugno, l'ultimo rimasto, Stanislao  Focarelli lascerà il presidio. Il 10 giugno si è ripristinato il diritto alla mobilità: i treni notte, eliminati dall'11 dicembre 2011, sono tornati a unire il Paese

Un lavoratore della Wagon Lits in protesta sulla torre
Un lavoratore della Wagon Lits in protesta sulla torr

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Milano, 16 giugno 2012



A quasi 200 giorni dall'inizio, i lavoratori dell'ex Wagon Lits metteranno la parola fine alla loro protesta sulla torre-faro della Stazione Centrale di Milano contro la soppressione dei treni notte. Lunedì infatti, l'ultimo ferroviere sulla struttura al binario 21, Stanislao Focarelli, scenderà da quella che per oltre 140 giorni è stata la sua casa. In programma, nel pomeriggio, un incontro con il sindaco di Milano Giuliano Pisapia.

Il 10 giugno si è ripristinato il diritto alla mobilità - e' scritto in una nota che annuncia la discesa di Stanislao -: i treni notte, eliminati dall'11 dicembre 2011, sono tornati a unire il Paese. La battaglia civile e democratica per il bene comune dei treni notte e' stata vinta. Stanislao, che da piu' di 141 giorni presidia la Torre Faro ed i compagni degli altri due presidi, quelli del 'Cuore' e della 'Conoscenza', auspicano che al reintegro dei treni a lunga percorrenza corrisponda la risoluzione del loro problema occupazionale, che tuttora persiste''. Per questo, sottolineano, la battaglia non e' finita: ''il 'Resistente' Stanislao scende dalla torre, per continuare con i compagni la lotta per il loro diritto al lavoro''.

Stanislao era salito sulla torre il 3 febbraio scorso per supportare l'iniziale protesta di Oliviero Cassini che, con altri due lavoratori poi scesi, aveva dato il via alla mobilitazione l'8 dicembre 2011. Dopo tre settimane insieme, la 'staffetta': sceso Oliviero, il 24 febbraio, Stanislao ha proseguito da solo.''Stanislao e i lavoratori dei treni notte hanno ingaggiato una battaglia di civilta' che condividiamo integralmente: la mobilita' come bene comune e il diritto al lavoro - ha spiegato il consigliere comunale di Sel Luca Gibillini, tra gli organizzatori dell'iniziativa -. Per questo siamo al loro fianco a condividere la vittoria e le preoccupazioni anche oggi''.

Viaggio lungo il cammino di Padre Pio: quando nella cantina si ubriacò con il mosto

Il Mattino

di Carlos Solito

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NAPOLI - Spalle al convento di Montefusco il fil rouge del Cammino attraversa Venticano e scavalca, in prossimità dell’omonima frazione, il fiume Calore oltre il quale si susseguono le verdi colline dell’Irpinia toccando il Passo di Mirabella con il vecchio tracciato della Strada Statale 90 delle Puglie. I 25 km di questa settima tappa, passando per la Statale 203, si concludono a Gesualdo introdotto da vitigni e ampi panorami sui lontani monti Picentini: si distinguono nettamente i profili del Tuoro, del Terminio, dell’Accellica, del Passo d’Acerno, del Vervialto, del Montagnone di Nusco e del Calvello. Un grande paesaggio silente sul quale si soffermò più volte, negli appena 30 giorni di permanenza, Padre Pio durante il suo soggiorno nel convento di Gesualdo.

A testominianza di quel mese irpino davanti all’ingresso della chiesa di Santa Maria delle Grazie, si trova un monumento dedicato al Santo con un inginocchiatoio vuoto a ricordo dell’instancabile ministero della confessione. Tappa numero otto (quasi 88 km, 3 giorni). Si ritorna giù a valle, a Grottaminarda, passando per il santuario della Madonna di Carpignano che, durante i giorni gesualdiani, Padre Pio visitò. Oltre Grottaminarda il percorso, sinuoso e con saliscendi, continua, a tratti monotono, con la Statale 90 delle Puglie. Ariano Irpino e Savignano Irpino sono gli unici centri che s’incontrano in quasi 50 chilometri prima di arrivare nelle piatte distese del Tavoliere delle Puglie. La sosta si chiama Foggia, convento di Sant’Anna dove Padre Pio stette dal 17 febbraio al 4 settembre del 1916 per stare al fianco di Raffaellina Cerase, una delle sue più devote figlie spirituali.

A ricordo di quei mesi una cappella e la cella nella quale pregò profondamente per la terziaria francescana subendo violente vessazioni del diavolo. Fu a Sant’Anna che il confratello Paolino da Casacalenda, padre superiore del convento di San Giovanni Rotondo, notando il grave stato di salute di Padre Pio lo invitò a ritirarsi sul Gargano. Prima di salire sulla cosiddetta Montagna Sacra o del Sole, si raggiunge San Severo e lo si fa, per la pericolosità della Statale 16 di collegamento con Foggia e per l’assenza di strade campestri percorribili, a bordo di un autobus (www.ferroviedelgargano.com). Dall’antica Castrum Drionis (Casteldrione) fondata, secondo una leggenda, da Diomede, il Cammino prende per la nona tappa (59 km da Foggia) e punta a San Paolo Civitate immergendosi tra colline punteggiate da ulivi con tutt’attorno le quinte del Subappennino Dauno. La nostra meta, il convento dei Cappuccini, è poco fuori l’abitato tra pini e cipressi.

Fu dall’ottobre 1907 al novembre 1908 che Padre Pio si fermò qui a Serracapriola per gli studi di teologia al fianco del suo padre spirituale Agostino da San Marco in Lamis. Il tour segue per il chiostro e per il grande giardino nel quale si trova un grosso ulivo di 5 secoli diviso in tre tronconi che Pare Pio definiva “Padre, Figlio e Spirito Santo”. L’immensa chioma del patriarca arboreo è il luogo prediletto per la fraternità del convento dove ascolto muto il fruscio delle foglie mosse dal vento e i tanti, tantissimi aneddoti che padre Luigi Ciannilli ha da raccontarmi sul soggiorno di del frate di Pietrelcina a Serracapriola. Quello più curioso è legato alla cantina del convento in cui i fumi del mosto fecero ubriacare Padre Pio il quale, ricordando il suo soggiorno qui, diceva scherzosamente: «Fu l’unica volta in vita mia che il vino mi fece perdere la testa» . Ripassando per San Severo si sale per il Gargano. Entrando nella valle di Stignano il Cammino di Padre Pio calca lo stesso percorso dell’antica Via Sacra Longobardorum che, partendo da Benevento, già 1500 anni fa arrivava al Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo.

Tra rocce e sacri boschi «dove anche gli alberi pregano»(lo disse Padre Pio) sulla montanga dell’Arcangelo si nasconde la grotta dove lo stesso apparve nel Medioevo chiedendo di erigere un monumeno in suo onore. In leggera salita si arriva al santuario romanico della Madonna di Stignano, isolato e lontano da tutto. Pochi passi e si entra a San Marco in Lamis con l’antia sistemazione dei tetti a schiera attorno alla chiesa Madre del 1400 e sopra i quali svetta il convento benedettino di San Matteo, già abbazia di San Giovanni in Lamis.
Da qui si sale per i boschi di Montenero e quindi per gli affioramenti rocciosi di Coppa l’Arena (c’è un sentiero dell’Ente Parco Nazionale del Gargano) fino a intravedere dall’alto San Giovanni Rotondo dove Padre Pio arrivò per la prima volta il 28 luglio del 1916. I decenni del suo soggiorno garganico, fino alla morte, si ripercorrono a partire dalla chiesetta della Madonna delle Grazie del 1540, con la più recente Maggiore e il convento dei Cappuccini dove migliaia di devoti e pellegrini rendono omaggio ai luoghi del Santo.

La statua bronzea che accoglie a braccia aperte i fedeli, il confessionale, il Crocifisso del Coro davanti al quale ricevette le stimmate il 20 settembre del 1918, la cella dove era solito pregare e nella quale sono custoditi i sandali, le lenzuola, il crocifisso, l'inseparabile vangelo e i guanti che gli coprivano le sacre ferite. Tutti i fedeli che ogni giorno visitano il luogo dove Padre Pio è vissuto per 52 anni, seguono, un piccolo tour che tocca inoltre la Casa Sollievo della Sofferenza, la Via Crucis Monumentale che si snoda lungo un viale punteggiato da 14 stazioni bronzee realizzate dal noto scultore Francesco Messina, fino alla monumentale basilica di Renzo Piano dalla forma di conchiglia a spirale, inaugurata nel 2004 dopo 10 anni di lavori serrati, in grado di accogliere migliaia e migliaia di fedeli.
Annunciata da una croce alta 40 metri, nel livello inferiore, la cripta del Santo custodisce le spoglie dello stesso, tappa obbligata per tutti i visitatori che accarezzano l’urna come se stessero toccando il viso di Padre Pio.

Costretta a pagare per recuperare i corpi in mare di mio marito e di mio figlio»

Il Mattino

Decisione disperata della vedova e madre delle vittime a un anno dallo speronamento del «Giovanni Padre»


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di Leandro Del Gaudio

NAPOLI - Per quasi un anno ha assistito in silenzio allo svolgersi del procedimento: gli accertamenti di rito, gli interrogatori, la chiusura del caso, la richiesta di rinvio a giudizio. Ha svolto fino in fondo il suo ruolo di parte offesa - anzi, di parte offesa due volte -, per essere mamma e moglie di due dispersi, di due vittime di uno speronamento in mare, di due inabissati. Poi ha capito a sue spese che - zelo investigativo a parte -, i tempi della giustizia si accaniscono soprattutto su chi ha subìto un danno, su chi è in attesa di un riconoscimento formale. Ed è passata alle vie di fatto: si è rivolta a una ditta specializzata in immersioni negli abissi marini e ha pagato. Una sola mission, stando alla sua richiesta: recuperare i corpi del marito e del figlio, hanno diritto a una sepoltura degna, a una benedizione finale.

Lei, la donna che manda a cercare due dispersi, si chiama Immacolata Ramaglia, ed è la moglie di Vincenzo Guida, e mamma di Alfonso Guida, i marinai del «Giovanni padre», speronati al largo di Ischia dal «Jolly grigio», cargo mercantile di proprietà della compagnia Messina di Genova. Vicenda culminata in alcune richieste di rinvio a giudizio, il prossimo venti luglio la seconda udienza preliminare dinanzi al gup Anita Polito, ma oggi il primo problema di Immacolata Ramaglia è un altro: qui non c’entrano atti d’accusa e richieste di processo, c’entra il diritto elementare, quello che impone di dare sepoltura ai corpi, di dare fine allo strazio di due cadaveri inabissati. Ed è così che da ieri è iniziata la sonda nelle acque del golfo. Si muovono gli specialisti della «Deep sea tecnology», operazioni delicate e complesse, costo della mission 70mila euro. Li ha versati lei, Immacolata Ramaglia (difesa dall’avvocato Zina Scotto), probabilmente attingendo o dando fondo a un versamento provvisionale che in via bonaria era stato concesso da quelli della «Messina», prima ancora di arrivare a una risposta formale sull’onere del recupero dei corpi.

Da ieri dunque i primi sondaggi, sommozzatori che entrano nel «Giovanni Padre», vengono scattate alcune fotografie, si cerca di trovare un accesso. Non è facile: la pressione, le correnti, missione al limite. Eppure lei è lì che attende fiduciosa, aspetta che le riportino i corpi di marito e figlio. Lei, vedova e mamma coraggio, ha atteso per mesi un atto risolutivo da parte di qualcuno. La domanda è fin troppo chiara: a chi spetta recuperare le vittime? Alle istituzioni locali? Alla compagnia di navigazione proprietaria della nave che ha speronato il «Giovanni Padre»? Intanto, sul profilo strettamente penale, ci sono alcuni snodi importanti.

Inchiesta condotta dal pm Giovanni Corona e dal procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso, sotto accusa Mirco Serinelli (classe 1987, di San Pietro Vernotico), terzo ufficiale comandante in coperta del «Jolly grigio», al timone al momento dello scontro; Maurizio Santoro (classe 1964 di Genova), vedetta timoniere della nave Jolly grigio, che addirittura - a leggere le conclusioni investigative - «si poneva in servizio di vedetta in non efficienti condizioni fisiche a causa dell’assunzione di sostanza stupefacente e dal ridotto riposo notturno»; Aniello Pugliese (classe 1949, di Ischia), era il comandante del cargo portacontainers Jolly grigio e deve rispondere di un’ipotesi di favoreggiamento personale, per aver provato - secondo i pm - ad ammorbidire la posizione di chi era alla guida.

Sabato 16 Giugno 2012 - 15:52    Ultimo aggiornamento: 16:02

Confiscate 70 animali al parco delle Cornelle»

Corriere della sera

L'ordine del giudice. I gestori ricorrono La difesa «Il nuovo atto non si spiega. Gli esemplari erano stati restituiti»


Un animale del Parco delle CornelleUn animale del Parco delle Cornelle

Dal parco delle Cornelle bisogna portar via una settantina di animali: a dirlo è il giudice del tribunale di Bergamo Donatella Nava, che poco più di una settimana fa ha firmato un'ordinanza di confisca, già trasmessa alla procura della Repubblica. L'atto deriva però da un procedimento penale a carico di Angelo Benedetti, il fondatore, scomparso lo scorso novembre. Ma la famiglia Benedetti, che gestisce le Cornelle, non ci sta assolutamente. Il legale Emilio Gueli ha già impugnato l'ordinanza, con un ricorso immediato in Cassazione.

Gli esemplari in questione, secondo il giudice e secondo le precedenti indagini del Corpo Forestale dello Stato, sono stati importati illegalmente in Italia, senza una provenienza certificata e quindi senza rispettare la convenzione internazionale sul commercio di animali selvatici e di specie protette. Un rinoceronte, i lemuri, una tigre, i coccodrilli: sono solo alcuni degli animali da confiscare. Il provvedimento si riferisce a non molte specie, ma a più esemplari per ognuna. E non c'entra nulla con le condizioni degli animali che vivono nel parco, notoriamente ben trattati.

Gli animali del Parco Le Cornelle Gli animali del Parco Le Cornelle Gli animali del Parco Le Cornelle Gli animali del Parco Le Cornelle Gli animali del Parco Le Cornelle Gli animali del Parco Le Cornelle

L'inchiesta inizia nel 2009, quando finisce nel registro degli indagati Angelo Ferruccio Benedetti, fondatore delle Cornelle, deceduto lo scorso 11 novembre. Tutto parte da Roma, dove lavora il servizio nazionale del Corpo Forestale che si dedica esclusivamente al rispetto della cosiddetta Cites, vale a dire la convenzione di Washington sull'esportazione e l'importazione commerciale di animali, recepita in Italia dalla legge 150 del 1992. Sia l'accordo internazionale (al quale aderiscono più di 170 paesi nel mondo) sia la normativa nazionale, hanno un solo scopo: evitare un traffico illecito di animali. Secondo la Forestale Benedetti non era in grado di dimostrare la provenienza di quasi novanta esemplari e quindi non otteneva, nonostante le richieste, le autorizzazioni previste dalla legge. Gli specialisti, da Roma, arrivano a Bergamo. Comunicano i propri dubbi in procura e vanno alle Cornelle dove, più di tre anni fa, scatta il sequestro preventivo degli animali, che vengono lasciati in custodia al parco.

È il pubblico ministero Maria Esposito a ritenere valido il quadro di accertamenti e a portarlo avanti. Fino a quando (per motivi personali) lo passa alla collega Maria Mocciaro. È lei a citare direttamente in giudizio Angelo Benedetti, di fronte al giudice monocratico Donatella Nava. Nel frattempo il numero di animali sequestrati si abbassa, fino a 70, perché alle Cornelle arrivano una serie di autorizzazioni. E la sua difesa continua a respingere ogni contestazione, sostenendo che si tratta di una questione amministrativa più che penale. Il procedimento non arriva comunque a conclusione. Angelo Benedetti muore l'11 novembre scorso. Morte del presunto reo, estinzione del reato, così è. Una famiglia in lutto attende i tempi, lunghi, della giustizia. E la sentenza arriva solo una decina di giorni fa. Il giudice dichiara estinto il reato e, contestualmente, ordina il dissequestro di tutti gli animali. La sorpresa, però, è dietro l'angolo. A due giorni dalla sentenza lo stesso giudice firma un'ordinanza di confisca degli esemplari che erano stati sequestrati. L'atto finisce sulla scrivania del pubblico ministero Maria Mocciaro, che deve muoversi per eseguirlo, dando istruzioni al Corpo Forestale.

«Il provvedimento ci risulta assurdo. Mio padre è morto», commenta Nadia Benedetti, che gestisce le Cornelle con il fratello Emanuele. «Prima c'è stata la sentenza di restituzione su nostra specifica istanza, poi è arrivata la confisca, nel giro di due giorni - sostiene l'avvocato Gueli -. Non è dato sapere perché. Occorrerebbe quantomeno un ulteriore accertamento dei fatti. L'atto non è giustificato in alcun modo. L'abbiamo impugnato in Cassazione». Il ricorso, che deve ancora essere notificato alla procura, potrebbe congelare ogni procedura. La decisione del giudice resta da interpretare. La confisca può essere scattata perché gli animali vengono comunque considerati corpo di reato, non essendoci tuttora le autorizzazioni corrispondenti a quanto previsto dagli accordi internazionali e dalla relativa legge italiana. È ora la procura a dover decidere il da farsi: organizzare la confisca o attendere la decisione della Corte in merito al ricorso della difesa.

Nel caso si decidesse di intervenire subito, sarà una commissione ad hoc insediata al ministero dell'Ambiente a indicare, al magistrato e al Corpo Forestale, in quali strutture pubbliche gli animali devono essere portati. Cosa può rischiare, il parco, di fronte al provvedimento del giudice? Nadia Benedetti evita qualsiasi risposta, su questo punto. Non vuole assolutamente pensarci. L'avvocato Gueli ha poche parole: «Il parco Cornelle è sempre stato lì e resterà lì».

Armando Di Landro
16 giugno 2012 | 13:09

Afghanistan, muore al fronte L’assicurazione non paga

di Fausto Biloslavo - 16 giugno 2012, 08:10

Dopo il danno, la beffa. Per la compagnia il parà è vittima di guerra e nega il risarcimento alla famiglia. Ma per lo Stato è una missione di pace.


Salti per aria su una mina in Afghanistan facendo il tuo dovere di soldato? La banca continua a succhiarti la rata del mutuo anche se c'era un'assicurazione per estinguerlo in caso di decesso.

Roberto Marchini
Roberto Marchini


Il caporal maggiore scelto è caduto a tre chilometri e mezzo dalla base avanzata Lavaredo, nel famigerato distretto di Bakwa, dove è stato ricordato. Il cappellano militare ha ricordato il giovane parà, che «con fare umile, tenace e silente ha donato la propria esistenza ai più elevati ideali della patria e della libertà». Ed il motivo è tragicamente semplice: Sei morto in guerra e non ti spetta alcun risarcimento. Almeno secondo la compagnia assicuratrice.

Non è una barzelletta di cattivo gusto, ma l'ultima assurdità del binomio banche/assicurazioni. Applicata con burocratica precisione e nessuna pietà al caso del 40imo caduto in Afghanistan, il caporal maggiore dei paracadutisti Roberto Marchini. La vicenda è venuta alla luce qualche giorno fa sulle colonne del Corriere di Viterbo. Marchini muore dilaniato da una mina nella provincia di Farah il 12 luglio 2011, per aprire la strada ad un convoglio italiano ed afghano. Grande spazio su quotidiani e tv per qualche giorno, funerali di stato e poi i riflettori si spengono
.
Il caporal maggiore dell'8° reggimento Genio guastatori della Folgore è caduto il giorno prima del suo ventinovesimo compleanno. Originario di Caprarola, in provincia di Viterbo, aveva acceso un mutuo bancario, con tanto di assicurazione. Anche i parà sognano, prima o dopo, di accasarsi e tirare su una famiglia. In caso di decesso il finanziamento avrebbe dovuto venir estinto dalla compagnia di assicurazione. Probabilmente qualche clausola escludeva la morte in guerra, ma la banca aveva concesso il mutuo basandosi proprio sulla busta paga del parà. E sapendo bene che la Folgore è una brigata operativa, che a turno va in Afghanistan, dove si può anche morire. Anzi ha continuato ad incassare il mutuo grazie ai 130 euro circa quotidiani, che i parà in missioni così dure guadagnano per rischiare la pelle.

Alle sette del mattino del 12 luglio 2011, nella provincia di Farah, il caporal maggiore dei guastatori di Legnago era in missione per la «bonifica degli itinerari». Ovvero aprire la strada ai mezzi evitando che saltino per aria. I guastatori paracadutisti, gli «occhi» del convoglio, individuarono un passaggio obbligato con tre sospette trappole esplosive. Stiamo parlando della statale 515 una delle «strade per l'inferno» del fronte a sud di Herat. Secondo la ricostruzione del ministro della Difesa di allora, Ignazio La Russa, il caporal maggiore faceva parte di una formazione a «V rovesciata» con il nucleo cinofilo antimina in testa. Gli artificieri cominciarono a disinnescare la prima trappola esplosiva, mentre Marchini, con gli altri parà del genio guastatori, garantiva la sicurezza dell'area. In quel momento il giovane omaccione di 28 anni, con il barbone biondastro, è stato dilaniato da una mina.

Dopo la sua morte in Afghanistan l'istituto di credito ha tranquillamente continuato a prelevare la somma del mutuo (400 euro al mese) dal conto del parà caduto. I familiari di Marchini, gente semplice e distrutta da dolore, preferiscono non parlarne. La spiegazione della compagnia assicuratrice giunta per iscritto dice in estrema sintesi che Marchini «è morto in missione di guerra. Non gli spetta alcun risarcimento». L'avvocato della famiglia, Roberto Massatani, noto penalista, ha replicato sul Corriere di Viterbo che per il ministero della Difesa l'impegno in Afghanistan «è una missione di pace». Su questa «verità» ufficiale, si può obiettare, ma banca e assicurazione coinvolte hanno cercato di far melina per non pagare il dazio dovuto. Solo in seguito ad una dura lettera del legale l'istituto di credito ha sospeso, due mesi fa, il prelievo mensile dal conto di Marchini, che era ancora in attivo. E non stiamo parlando di grandi cifre, ma di 14mila euro per estinguere il mutuo di un paracadutista caduto in Afghanistan.

Mentre in patria Marchini continuava a pagare, anche dopo morto, in Afghanistan veniva eretto, lo scorso marzo, un monumento in sua memoria. Il caporal maggiore scelto è caduto a tre chilometri e mezzo dalla base avanzata Lavaredo, nel famigerato distretto di Bakwa, dove è stato ricordato. Il cappellano militare ha ricordato il giovane parà, che «con fare umile, tenace e silente ha donato la propria esistenza ai più elevati ideali della patria e della libertà».

www.faustobiloslavo.eu

Ragazza anoressica che vuole morire Il giudice dispone la nutrizione forzata

Corriere della sera

Il tribunale: «La vita vale la pena di essere vissuta»  Ma in Gran Bretagna è la polemica sulla decisione



MILANO - Un giudice dell'Alta Corte d'Inghilterra ha disposto la nutrizione forzata per una donna di 32 anni malata di una grave forma di anoressia, che da un anno rifiuta cibi solidi ed è fermamente decisa a lasciarsi morire. La giovane, una studentessa di Medicina del Galles chiamata con l'iniziale «E.», già due volte lo scorso anno ha firmato dei moduli in cui chiedeva di non essere sottoposta ad alcun trattamento che la tenesse in vita. Il caso è finito in tribunale quando il mese scorso la donna, ridotta a un passo dalla morte, continuava a rifiutare di essere alimentata. «Va nutrita a forza», sostiene ora il giudice Peter Jackson della Court of Protection. «Un giorno - afferma - questa donna potrebbe scoprire di essere una persona speciale, la cui vita vale la pena di essere vissuta».

LE MOTIVAZIONI - Parole forti, sufficienti a scatenare polemiche, anche politiche. Si tratta infatti di un caso delicato e insolito all'interno del dibattito bioetico. Per ammissione dello stesso giudice, è la prima volta che si affronta una vicenda in cui il trattamento vitale potrebbe non essere nel «migliore interesse» di un paziente «pienamente consapevole» delle proprie condizioni. Jackson ammette di trovarsi di fronte al caso più difficile della sua carriera. Anche se sottoposta ad alimentazione forzata, per «E.» le possibilità di salvarsi non supererebbero il 20%, a fronte di terapie invasive che fra l'altro dovrebbero durare almeno un anno. Tuttavia bisogna considerare che «viviamo una volta sola - osserva il giudice motivando la propria decisione - Veniamo al mondo una sola volta e una sola volta moriamo. E quella tra la vita è la morte è la più grande differenza che conosciamo».

LA STORIA - «E» ha alle spalle una lunga storia di sofferenza - riporta il quotidiano Telegraph - che comincia all'età di 4 anni con abusi sessuali proseguiti fino agli 11 anni all'insaputa dei genitori. A 12-13 anni la ragazza è entrata nel tunnel della bulimia, iniziando a mangiare in modo compulsivo per poi indursi il vomito. Contemporaneamente ha cominciato ad abusare di alcolici. A 15 anni è entrata in cura da un esperto di disturbi alimentari dell'adolescenza. Nonostante tutto non ha perso l'ambizione di diventare un medico e ha iniziato a studiare per laurearsi. Ma dopo una delusione d'amore ha ricominciato a bere, ha lasciato l'università e dal 2006 al 2011 ha trascorso più della metà della sua vita passando da un centro all'altro specializzato in disturbi dell'alimentazione e dipendenza dall'alcol. Un'odissea segnata dal dolore, che le ha tolto la voglia di vivere. Tramite il suo avvocato, la donna ha spiegato al giudice che la sua esistenza era diventata «puro tormento», che aveva fallito tutti gli sforzi per uscirne e che ora desiderava soltanto «morire in pace». Secondo il giudice Jackson, però, un giorno «E.» potrebbe cambiare idea e capire che «la vita val la pena di essere vissuta».

LA FAMIGLIA - «Ci sconvolge dover difendere il diritto di nostra figlia a morire - affermano i genitori - La amiamo moltissimo, ma comprendiamo che ora il nostro compito dovrebbe essere aiutarla a lottare il suo interesse. E al momento, il meglio per lei ci sembra conquistare il diritto di seguire la strada che a scelto, libera da condizionamenti e senza il terrore di essere alimentata a forza. Sentiamo che ha sofferto troppo. Ha perso ogni speranza di raggiungere i traguardi che si era prefissata», dicono mamma e papà.

LE POLEMICHE - La decisione del giudice divide società e politica. «Ha preso una decisione saggia e coraggiosa», sostiene Peter Saunders, direttore della campagna pro-vita Care Not Killing. «È una sentenza molto controversa», ritiene invece Evan Harris, ex parlamentare liberal democratico e membro del comitato etico della British Medical Association: «La nutrizione forzata comporterebbe immobilizzazione e sedazione, implicazioni molto pesanti per un paziente che riufiuta ogni cura, e in più senza la certezza di un successo. Si imporrebbe tutto questo a una persona che ha tutti gli strumenti per rifiutarlo».

(AdnKronos Salute)
16 giugno 2012 | 13:36

Moka, l'Italia che resiste all'assalto dell'ultracaffè

La Stampa

La tradizionale macchinetta è ancora la più usata nelle nostre case



ROSELINA SALEMI
milano

C’ è quella pensata per i fuochi a induzione, sempre più di moda, ci sono quelle speciali per il cappuccino, l’orzo e la crema di caffè. Ci sono quelle elettriche, con la musica e di ultradesign (guardare, ma non toccare). Hanno molti nomi: Zera, Brikka, Dama, Twist, Zazà, Vulcano. Ma l’ultima, inventata dalla signora Patrizia Tringolo di Gravellona, imprenditrice, moglie di un artigiano dell’alluminio, deve essere ancora battezzata. Già, perché le caffettiere, quasi cenerentole nella folla «glam» di macchinette per l’espresso casalingo, raccomandatissime da star come George Clooney per Nepresso o Julia Roberts (vista nello spot Lavazza), sono ancora molto amate (le usano il 67 per cento degli italiani) e si difendono dall’avanzata travolgente delle cialde che hanno conquistato il 3,4 per cento del mercato e continuano a crescere.

Delle invenzioni italiane, è la più italiana di tutte (non si offendano i Ferragamo che hanno brevettato il tacco a spillo) tanto da meritare, nella versione «cappucciniera», la copertina del volume «150 (anni di) invenzioni italiane» di Vittorio Marchis, Codice Edizioni. Bialetti ha seminato 270 milioni di caffettiere in tutto il mondo e in ogni casa italiana ce ne sono almeno due. Non mancano le mutazioni genetiche: in laboratorio è nata Miss Moka Evolution, l’ibrido che va a cialde. Consumiamo 5,77 chili di caffè a testa, 37 a famiglia in un anno, tanti, anche se siamo solo al settimo posto, dopo le nazioni del nord Europa (Finlandia, Danimarca e Olanda). Non ci svegliamo senza un caffè (succede al 57 per cento) e perché sia buono bisogna conoscere alcuni piccoli segreti: acqua povera di calcare, filtro riempito senza pressare la polvere, fuoco lento, coperchio alzato appena le prime gocce escono fuori, e guai a lasciare la moka sul fornello acceso. Eduardo De Filippo sosteneva, in «Questi fantasmi» che le donne non sanno fare il caffè.

Lui usava la «napoletana», ma forse non sapeva che ne bevono più degli uomini (1,7 tazze contro 1,5) e sono più curiose. Si innamorano delle forme, inseguono la caffettiera vista in un film. La ricerca di quella che appare in una scena di «Immaturi» (acciaio/alluminio e ceramica bianca a righe gialle) quando Raoul Bova e Luisa Ranieri fanno colazione, è diventata un tormentone. In tempi come nostri, di nostalgica immersione nel vintage, di ritorno al passato, potremmo fare a meno di una moka? Andrea Moretto, appassionato collezionista (è arrivato a quattrocento) ne ama particolarmente una degli Anni 60, «un piacere per la vista e per il gusto», e assicura che «una caffettiera in alluminio darà un risultato differente da una in acciaio o ceramica, rame, ottone nichelato o argento rodiato».

C’è l’approccio pragmatico-ecosostenibile: «In un espresso ci sono solo tre sorsi, sai che soddisfazione, mentre dalla caffettiera puoi riempire la tazzina almeno tre volte di fila. Ah, e ricordate: i fondi di caffè possono essere riciclati in una dozzina di modi», ricorda Mariella Dipaola su Uomoplanetario.org. C’è l’approccio romanticotradizionale: «Il dolce gorgogliare del caffè che sale è la musica più bella, subito dopo Mozart», dic e Frances Mayes, autrice del vagabondaggio sentimentale di «Sotto il sole del Mediterraneo» (le macchinette non hanno un suono così poetico, non ancora).

Padre musulmano e madre cattolica, oggi Nur diventa sacerdote

La Stampa

Dieci anni fa il battesimo a Domodossola, l'ordinazione del vescovo in duomo a Novara


Don Nur con il parroco don Renzo Cozzi il giorno dell'ordinazione diaconale, dietro la mamma Ines

 

carlo zaninetti

L'ordinazione di un sacerdote è un avvenimento che, di questi tempi, non stenta a fare notizia. Specialmente in un piccolo centro come Domodossola, dove da un decennio non si vedeva un colletto bianco. L’ultimo era stato indossato, nel 2002, da don Fabrizio Scopa, oggi vicario nella parrocchia di Sant’Antonio a Novara. Ma se a diventare sacerdote è un ragazzo figlio di padre musulmano e madre cattolica, la notizia ha quasi dell’incredibile. E’ il caso di Nur Nassar, che stamane alle 10 sarà ordinato prete in duomo a Novara da monsignor Franco Giulio Brambilla insieme a Gianluca De Marco di Galliate e a don Davide Sobczyk, sacerdote di origine polacca, premostratense del monastero di Gozzano.

Don Nur, 31 anni, è nato e cresciuto a Domodossola, dove vivono i genitori e i due fratelli. Una famiglia fuori dalla norma, in particolare per la convivenza, al suo interno, di due anime culturali e religiose - cristiana e musulmana - non facili da conciliare. L’incontro fra i genitori di Nur risale al 1976. La madre, Ines Rovereti, è di Villadossola; il padre, Adel Nassar, egiziano, si era appena trasferito in Italia per lavoro. I due si conoscono a Milano, in occasione di un raduno giovanile sul tema dell’integrazione culturale. E’ quasi amore a prima vista, tanto che solo due anni dopo si sposano, con le nozze celebrate a Villadossola da don Gianfranco Tabarini. «Mio marito accettò di sposarsi in chiesa - ricorda la signora Nassar - ma non pensò mai di convertirsi al cristianesimo, rimanendo fedele al suo credo». Oltre a Nur, il primogenito, nascono Karim, nel 1985, e nel 1987 Nadir.

«Decidemmo di comune accordo - spiega Ines Rovereti - di lasciare che fossero i nostri figli a intraprendere un eventuale percorso religioso, senza imporre nulla dall’alto». Nur, fin da adolescente, frequenta l’oratorio di Domodossola, il Centro familiare, dove la madre è volontaria, partecipando ai gruppi di animazione guidati da don Ezio Rametti. «Così iniziò il mio cammino di fede - racconta Nur - anche se per la svolta più importante, quella della vocazione, sarebbe dovuto passare del tempo. Al seminario ci arrivai nel 2001, al termine di un percorso segnato da molte esperienze. Quelle più determinanti furono l’incontro col missionario don Valentino Salvoldi e successivamente con don Renzo Cozzi, che fin dal suo insediamento a Domodossola mi è stato accanto».

Ieri nella parrocchia dei santi Gervaso e Portaso a Domodossola lunga giornata di preghiera in attesa di oggi: alle 18 con la messa i sacerdoti della città ricorderanno la loro ordinazione. Stasera poi Nur tornerà in Ossola. Ad attenderlo saranno proprio gli amici dell’oratorio, dove alle 21,30 ci sarà una festa. Domani don Nur alle 10,30 celebrerà in Collegiata la prima messa «nella stessa chiesa dove dieci anni fa venni battezzato. Fu uno dei momenti più belli: suggellava la mia adesione al cristianesimo come scelta maturata, non il solo ripetersi di una tradizione»

La spia turca che ha fatto tremare i colonnelli dell'esercito è una studentessa di 25 anni

Corriere della sera

La donna organizzava incontri a luci rosse con i vertici militari turchi. Poi li ricattava in cambio di informazioni


Narin KorkmanzNarin Korkmanz

WASHINGTON - Altro che Anna Champam, detta la rossa, la spia russa beccata dagli Usa nel 2010. La turca Narin Korkmaz non ha il suo fascino ma quanto a risultati non scherza. Una Mata Hari. Studentessa universitaria di 25 anni, la ragazza è accusata di aver fatto parto di un’incredibile rete spionistica guidata dal colonnello Ibrahim Serzer. I due, insieme ai loro complici, hanno rubato per anni segreti militari in Turchia per poi rivenderli all’estero. Un network composto da 51 persone – molte delle quali già in arresto - incriminate dalla procura di Izmir ma sparpagliate in tutto il paese.

Per arrivare alle informazioni la gang ha usato molti sistemi. E’ partita con offerte di denaro, regali, pacchetti vacanze per chiunque portasse dati cruciali. Poi è passata alle trappole di miele. Alti ufficiali, funzionari e normali impiegati sono stati incastrati con delle prostitute arruolate all’estero: ogni incontro sessuale è stato filmato di nascosto e le spie hanno poi costretto le vittime a collaborare. Inoltre sempre con l’aiuto delle escort sono state compilate delle schede personali dei “bersagli”, indicando lati deboli e “punti di attacco”: passione per i soldi, alcol, donne, i problemi finanziari, religione. Quasi 5 mila le persone schedate. Il danno, secondo la stampa, sarebbe ampio. Perché la banda ha iniziato ad agire nel 2006 sottraendo qualcosa come 165 mila documenti riservati, mappe e dati relativi alle basi turche, ai progetti militari, allo schieramento delle unità.

Altro aspetto importante: le spie avrebbero cercato di sabotare programmi nazionali finalizzati alla realizzazioni di sistemi d’arma, favorendo forse compagnie straniere. E, sempre secondo le indiscrezioni, sono state venduti dossier relativi alla Nato, alle regole di ingaggio anti-pirateria, ai meccanismi di reazione dell’Alleanza. L’organizzazione poteva contare su un buon numero di esponenti delle forze armate e di corpi speciali, alcuni in congedo e altri ancora in servizio. Nella lista degli accusati figurano infatti colonnelli, capitani, il capo dell’intelligence nel centro di Golcuk e il responsabile della cooperazione esterna al Sottosegretariato della Difesa.. Impressionante anche il livello delle società colpite dalle “incursioni: la Roketsan (armi), il Consiglio per la ricerca scientifica e tecnologica (Tubitak), la Alselsan (apparati elettronici), la Halvesan (settore aeronautico) e la Tai (aerospazio). Ossia il meglio dell’industria militare turca.

La studentessa Narin Kormaz aveva il compito di trovare le ragazze. E le ingaggiava all’estero. Quindi le faceva arrivare in Turchia dove favoriva gli incontri sessuali in hotel di lusso o in appartamenti affittati dalla gang. Alcuni degli ufficiali non avevano alcun problema a collaborare in cambio di denaro. Ma se qualcuno respingeva l’offerta era pronta la minaccia del ricatto a luci rosse. A chi sono finiti i segreti? Sulla stampa sono state avanzate molte ipotesi. La prima punta i sospetti su Israele, paese che ha visto deteriorare i suoi rapporti con la Turchia e che è chiamato quasi sempre in causa. Poi la Grecia, rivale storica di Ankara: e per almeno un caso sembra esistano elementi di prova. Infine la Russia che ha tutto l’interesse a tenere d’occhio i turchi – e non da oggi – così come a mettere le mani su informazioni preziose.


Guido Olimpio
@guidoolimpio15 giugno 2012 | 20:31

Il Gay Pride invade il centro Gli assessori scendono dal carro

La Stampa

Matrimoni simbolici per 30 coppie omosessuali


Un’immagine dell’edizione 2011 del Gay Pride, quando per il corteo nelle vie del centro scesero in piazza oltre ventimila persone. Nella foto: via Po gremita di folla


MARIA TERESA MARTINENGO
torino

Quindici carri al Pride, ma nessun assessore sopra a celebrare simboliche nozze. Ieri sera la sensazione di clima cambiato è diventato realtà: niente sindaco alla parata, niente entusiasta assessore alle Pari Opportunità in veste di «celebrante» e neppure Ilda Curti e Gianguido Passoni. Presenze assicurate, ma ad unire le coppie penseranno consiglieri come Marta Levi, Marco Grimaldi, Monica Cerutti. Forse, il sindaco di Nichelino Catizone e due suoi assessori.

La parata
Colorati e inondati di musica sfileranno 15 carri e una trentina di gruppi e associazioni lesbiche, gay, bisessuali e transgender. In testa, a riassumere la necessità non più rimandabile di diritti di cittadinanza alla pari, il titolo del Pride 2012: «Non vogliamo mica la luna!», e il logo, un razzo fucsia e bianco perso nel cielo nero. «Ogni Pride ha chiesto diritti. Adesso non se ne può veramente più. Intanto l'Europa sanziona l'Italia per le sue discriminazioni...», diceva ieri Giovanni Caponetto, coordinatore del Pride che oggi alle 17 partirà da piazza Arbarello (ritrovo alle 16), percorrerà via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po per arrivare a fondersi con le avanguardie del popolo della movida nella grande festa, dalle 19, nei locali dei Murazzi di sinistra.

La fascia
Sarà l'assessore alle Pari Opportunità Mariacristina Spinosa a rappresentare la Città. «Per questo non salirò sul carro delle associazioni Quore e Queever come celebrante», ha spiegato. Il sindaco Piero Fassino, per precedenti impegni, non ci sarà. E questo, pur senza polemica, ha un po' immalinconito gli animi. «Il Comune fa un grande lavoro, Torino è la città più avanti in Italia sul tema dei diritti delle persone lgbt - ha detto Roberta Padovano del Coordinamento -, ma ci farebbe piacere il valore grande della presenza fisica del sindaco».

Wedding time
Le coppie sono salite a 30. «Nella richiesta di adesione - hanno spiegato gli organizzatori di "Vorrei ma non posso! It's wedding time" - le coppie hanno voluto precisare, anche se non richiesto, la durata della loro convivenza: questo svela la condizione psicologica di tante persone che sentono il bisogno di provare la solidità della loro unione».

Il padre di Daniel Zamudio
Alla manifestazione parteciperà, invitato dall'Agedo, Associazione genitori di omosessuali, Ivan Zamudio, padre di Daniel, giovane ucciso a Santiago del Cile in un raid omofobico in marzo. Il caso ha accelerato in Cile l'approvazione di una legge che attendeva da 7 anni contro la discriminazione di tutte le minoranze, compresa quella omosessuale. «La legge che l'Italia sta aspettando», spiega il Coordinamento Torino Pride che ha proposto per Ivan Zamudio la cittadinanza onoraria.

Le donne si amano
Nell'ambito del Coordinamento numerose realtà hanno lavorato per dar vita ad uno spezzone di corteo femminile. Il carro della rete lesbica e femminista, delle Donne di Torino per l'autodeterminazione, di «Se non ora quando», sarà decorato all'insegna dello slogan «Le donne si amano». Roberta Padovano: «Segna la ripresa della battaglia contro i tentativi di Cota di condizionare la legge 194 sull'interruzione di gravidanza».

Ecologia e solidarietà
«La parata sarà all'insegna del rispetto dell'ambiente, un valore prezioso per chi combatte per i diritti delle persone lgbt», ha detto Giovanni Caponetto. Inoltre, il Pride è solidale con l'Emilia: in piazza Vittorio si venderà parmigiano di un caseificio messo ko dal terremoto e il ricavato dalla serata (tolte le spese) sarà devoluto. L'associazione Les Folies Scandal (che organizza la sua festa allo Chalet) non parteciperà con il carro alla parata: «Devolveremo il budget ai terremotati».

Emilia, quel villaggio in dono ai terremotati che nessuno vuole

Corriere della sera

Sono le case del cantiere dell'alta velocità dotate di tutti i confort e che potrebbero ospitare da subito 110 persone


Un'immagine del villaggio che nessuno vuoleUn'immagine del villaggio che nessuno vuole

A pochi chilometri da Cavezzo, epicentro del terremoto in Emilia, c'è un villaggio di casette dotate di tutti i confort che da subito potrebbe ospitare comodamente 110 persone. Con piccoli interventi il numero dei posti letto può anche essere raddoppiato, perchè l'area è urbanizzata e dotata di tutti i servizi necessari: luce, acqua, gas, riscaldamento ed aria condizionata. Un piccolo patrimonio abitativo che, senza pagare nulla, potrebbe essere rapidamente messo a disposizione dei senzatetto dell'Emilia. Appunto «potrebbe» perchè nei fatti quel villaggio rischia tra qualche giorno di essere smontato pezzo per pezzo e smantellato. E tutto perchè nessun si è fatto avanti per accettare l'offerta di avere gratis quelle case. Ma c'è di più: si stenta persino ad individuare l'interlocutore istituzionale (Protezione civile? Regione? Provincia? Comuni?) col quale intavolare la discussione per questa donazione.

A GIORNI SARA' SMANTELLATO - Il villaggio che nessuno vuole è quello che fino a pochi mesi fa ospitava gli operai e i tecnici del tratto modenese del cantiere dell'alta velocità. Dopo sei anni il cantiere chiude e le maestranze della «Fincosit Grandi Opere» vanno via, ma le case restano ancora lì. La ditta come sempre in questi casi provvede a smantellare il villaggio smontandolo pezzo per pezzo e vendendo quel che è possibile. Ma in questo caso si è detta pronta a cederlo gratis ai terremotati dell'Emilia. Solo che si trovi qualcuno che accetti la donazione. A farsi portavoce dell'offerta è stato il presidente della Misericordia di Modena Daniele Giovanardi, fratello dell'ex ministro Carlo, che lamenta di non riuscire ancora a trovare gli interlocutori. «Questi prefabbricati sono attrezzati con riscaldamento, acqua, luce e condizionatore per l'estate - spiega - io per la Misericordia avevo già fatto la richiesta, accettata qualche settimana fa, di mantenere due fabbricati per uso della Confraternita poi ho pensato di sottoporre all'attenzione dei titolari dell'azienda questa proposta e loro si sono resi immediatamente disponibili, ma nessuno fino ad oggi si è fatto concretamente avanti».

SINDACI SCETTICI - Gli unici a dire almeno come la pensano sono alcuni sindaci della zona che sono piuttosto scettici. «E' sicuramente un'offerta molto generosa- ha detto il sindaco di Finale Emilia Fernando Feriali - ma innanzitutto bisogna valutare se le persone sono disponibili ad allontanarsi dal loro paese, poi anche come sarà gestito lo smantellamento futuro dei prefabbricati». I sindaci battono molto sul radicamento territoriale. «In questo momento non credo che i miei cittadini sarebbero disposti a lasciare le loro radici - ha spiegato il sindaco di Concordia Carlo Marchini- perciò anche se accettassimo la proposta penso sarebbe difficile trovare persone disponibili a spostarsi».


Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it16 giugno 2012 | 11:09

Niagara, il«re dei funamboli» ce l'ha fatta Camminata record sulle cascate

Corriere della sera

Impresa storica di Nik Wallenda: l'acrobata ha camminato su un filo d'acciaio per 500 metri dagli Usa al Canada


MILANO - Aiutandosi con un'asta per mantenere l'equilibrio, mentre una folla di circa 130 mila persone lo osservava, Nik Wallenda ha camminato su un filo d'acciaio, sospeso nel vuoto a circa 45 metri dalle acque del Niagara. Il «re dei funamboli» ha percorso, a piccoli passi e con la massima concentrazione, i 500 metri che separano la sponda statunitense delle cascate dal quella canadese in 30 minuti.

LA VISTA MOZZAFIATO - «Qui c'è una vista incredibile - ha detto il 33enne acrobata statunitense mentre attraversava le cascate più famose al mondo -. È davvero un'esperienza mozzafiato». Giunto sulla sponda canadese delle Niagara Falls, alle 22,43 (locali, le 2,43 in Italia) Wallenda è stato accolto dagli applausi dei fan e da un funzionario. «Benvenuto in Canada, il suo passaporto, prego - ha detto l'addetto alla dogana -. Qual è il motivo del suo viaggio?». Wallenda, mostrando il documento richiesto, ha risposto: «Ispirare la gente di tutto il mondo».




IL SOGNO DI UNA VITA - Dopo le pressioni subite dalle autorità e dalla tv Abc (che ha minacciato di non trasmettere la traversata), Wallenda ha accettato per la prima volta nella sua vita di compiere la «camminata» con un'imbracatura di sicurezza. Ma si tratta comunque di un'impresa storica, mai compiuta prima. Il funambolo aveva impiegato due anni per convincere le autorità statunitensi e canadesi e realizzare «il suo sogno di bambino». L'impresa è costata 1.3 milioni di dollari. In passato la «camminata nel vuoto» sul Niagara era stata compiuta ma sopra una gola situata più a valle.

UNA FAMIGLIA DI FUNAMBOLI - Wallenda è l'ultimo erede di una storica famiglia di funamboli. Durante la traversata delle cascate del Niagara il funambolo è rimasto in contatto, tramite un auricolare, con suo padre, che è anche il suo «coordinatore per la sicurezza». Anche il bisnonno di Nik, Karl Wallenda, era un famoso acrobata: morì nel 1978 durante un'esibizione a San Juan, nell’isola di Porto Rico. Nel 2011, per rendergli omaggio, Nik portò a termine l'impresa che al bisnonno era costata la vita con una «camminata» tra le due torri del Conrad Condado Plaza Hotel della capitale portoricana. E proprio per onorare il bisnonno, che Wallenda definisce «il più grande eroe», il 33enne ha già in programma la prossima impresa: attraversare il Grand Canyon, un tragitto tre volte più lungo di quello delle cascate del Niagara. Ha già ottenuto tutti i permessi necessari.

Redazione Online16 giugno 2012 | 7:34

Sistema Sesto al veleno Una pioggia di denunce anonime contro Penati

di Enrico Lagattolla - 15 giugno 2012, 18:20

Negli atti depositati dalla Procura di Monza decine di esposti contro i presunti affari illeciti dell'ex sindaco della Stalingrado d'Italia


È come se i magistrati avessero tolto un tappo. Da quando i pubblici ministeri di Monza hanno iniziato a scavare negli affari di Seso San Giovanni, negli uffici della Procura sono piovute decine di esposti anomini contro i presunti affari illeciti di Filippo Penati e del gruppo di professionisti e imprenditori che si sarebbero spartiti la grande torta dell'ex Stalingrado d'Italia.

Filippo Penati
Filippo Penati


Ovviemente, si tratta di denunce che gli inquirenti hanno preso con le dovute cautele, perché dietro lo schermo dell'anonimato si possono nascondere risentimenti personali e vendette politiche. Ma quello che emerge è un clima di veleno accumulato negli anni, venuto a galla non appena il sistema ha mostrato le prime crepe. Ce n'è per tutti.

Il 16 settembre dell'anno scoro, al pm Walter Mapelli viene segnalato come «nel Comune di Piovera c'è una tenuta agricola di proprietà del signor Marcellino Gavio (l'imprenditore scomparso nel 2009 da cui la Provincia acquistò per un prezzo monstre il 15% delle azioni di Serravalle, ndr)», e «in tale posto esiste un archivio che riguarda il traffico Gavio-Penati e "soci"». Ancora, il 10 settembre «un amico» scrive che «da fonti certe la società V. ha acquistato un terreno nell'area Falck e ha elargito una buiona tangente a Penati&C.». C'è chi, l'8 agosto del 2011, parla di tale ingegner M.M. «attraverso cui sono state pagate tangenti per il considerevole valore di oltre 10 milioni di euro in favore della Provincia e del suo Presidente per facilitare il percorso amministrativo autorizzativo dell'area ex Dogane di Segrate e il palazzo del Centro servizi di Orio».

Qualcun altro ricorda come «per trattare la questione» della variante al Pgt di Sesto «venivano nella sede comunale due funzionari del partito direttamente da Roma». Un anonimo di Bologna, invece, ripercorre la carriera di Omer degli Esposti, vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruzioni del capoluogo emiliano (indagato dai pm di Monza), descritto come il «fulcro della cooperazione rossa che traffica sui grandi affari e appalti pubblici». E c'è chi, sempre ad agosto, segnala il ruolo di Massimo Di Marco (membro del cda di Serravalle su nomina di Penati, e finito nell'inchiesta monzese), definito «un soggetto da non sottovalutare nei rapporti incestuosi che Penati intratteneva fra politica e affari».

L'anomino racconta di come Di Marco abbia «propinato largamente consulenze discrezionali». Un aspetto che, in effetti, gli inquirenti non hanno affatto trascurato. E così avanti: fogli scritti a mano, battuti a macchina, stampati al computer. Lettere su lettere, ciascuna delle quali racconta un piccolo spaccato di malaffare (vero o soltanto presunto), tessere di un enorme puzzle nel quale il confine tra una denuncia fondata e un'infamante delazione si perde nel miasma avvelenato che avvolgeva il sistema Sesto.

Le dieci mosse anti-obesità nei bimbi

Corriere della sera

Piccole regole a tavola e non solo per prevenire l'obesità fin dalla nascita: le raccomandazioni di Ministero e pediatri



MILANO - Non è una novità: i bambini italiani ormai non sono più semplicemente cicciottelli, hanno virato decisamente verso l'obesità. Stando ai dati più recenti del Ministero della Salute, infatti, oltre un milione di bimbi è sovrappeso o obeso: significa che uno su tre, alle elementari, ha da pochi a molti chili di troppo (con punte che arrivano a un bimbo obeso su due in Campania). Un'emergenza, ma per combatterla basterebbe seguire appena dieci regole, semplici e intelligenti, che il Network Genitori Pediatri Scuola, a cui partecipa il Ministero della Salute assieme alla Società Italiana di Pediatria e la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, ha raccolto nella guida «Allarme obesità, combattiamola in dieci mosse».

REGOLE – Il primo passo è l'allattamento al seno: protrarlo per almeno sei mesi riduce il rischio di obesità successiva, come hanno dimostrato in passato diversi studi. Pare che l'effetto benefico del latte materno si manifesti soprattutto grazie alla riduzione di fattori di crescita come l'IGF-1 e dell'insulina, tanto che allattare al seno pare protettivo anche nei confronti del diabete. La seconda mossa anti-ciccia è lo svezzamento dopo i sei mesi: la European Society of Pediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition ha stabilito nel 2008 che si tratta del modo migliore per ridurre il rischio di sovrappeso, perché il latte materno è l'alimento più completo e adeguato per le necessità nutrizionali dei neonati (in ogni caso, lo svezzamento non dovrebbe mai iniziare prima di 17 settimane o dopo 26).

Cruciale, quindi, controllare attentamente l'apporto di proteine specialmente nei primi due anni: i nostri bimbi ne introducono mediamente troppe e questo può facilitare l'accumulo di grasso, l'ideale sarebbe non superare i 20 grammi di formaggio (per esempio un cucchiaino di grana) e i 30 grammi di prosciutto cotto al giorno, limitando la carne a 30 grammi fino ai 12 mesi senza andare oltre i 40 grammi fra i 12 e i 24 mesi. Per non eccedere con le proteine, inoltre, se si smette di allattare è importante scegliere latti di proseguimento adattati a basso contenuto proteico e introdurre il latte vaccino non prima dei 12 mesi (meglio ancora sarebbe darlo dopo i due anni), limitandone il consumo a 300 grammi al giorno: il latte vaccino incrementa infatti la secrezione di insulina e fattori di crescita che potenziano l'appetito e sono correlati a un maggior rischio di problemi metabolici e di accumulo di grasso corporeo.

MOVIMENTO – La quarta mossa anti-obesità consiste nell'evitare bevande caloriche e zuccherate come succhi di frutta, tisane, tè freddi e simili: la regola vale anche per i più grandicelli, che se proprio vogliono concedersi le bibite devono sapere che si tratta di una rara eccezione. La quinta regola impone di togliere il biberon entro i due anni (troppo semplice da usare, ci si può ritrovare a bere latte o succhi in quantità eccessive), la sesta di non mettere i bimbi in passeggino dopo i tre anni per favorire il moto: regola purtroppo disattesa da molti, che per comodità o paura che il figlio si stanchi troppo portano in giro seduti anche bimbi di quattro o cinque anni.

La settima mossa è calcolare l'indice di massa corporea prima dei sei anni, per intervenire prima che sia troppo tardi cambiando abitudini sbagliate: basta misurare peso e altezza per sapere se il bimbo ha messo su troppi chili. E siccome la sedentarietà è una delle cause principali dell'obesità, ecco che l'ottava regola raccomanda di vietare tv, videogiochi e giochi sedentari prima dei due anni, limitando poi la televisione e il computer a un massimo di otto ore alla settimana. La penultima norma, non a caso, consiglia di incentivare il più possibile giochi attivi e di movimento; la decima mossa consiste infine nel preparare porzioni di cibo corrette per l'età del bambino, senza esagerare e magari aiutandosi con una "guida" fotografica per riconoscere le quantità giuste.

GUIDA – La guida completa, messa a punto dagli esperti della campagna «Mangiare bene conviene» sostenuta dal Ministero, sarà distribuita ai genitori dai pediatri: nella prima fase del progetto saranno coinvolti in diecimila e riceveranno, oltre alle guide da dare ai genitori, un poster da appendere nello studio medico e i diari motivazionali da condividere con la famiglia per individuare l'alimentazione più corretta per ogni bambino, imparando a conservare bene i cibi, abbinarli in maniera corretta e rispettare la piramide alimentare. Il progetto prevede anche incontri con i bambini nelle scuole, in modo che attraverso giochi e piccole "lezioni" pediatri e insegnanti li guidino verso stili di vita sani.

Sulla necessità di interventi mirati e incisivi sono tutti d'accordo: in tre casi su quattro infatti un bambino obeso sarà un adulto obeso, con enormi rischi per la propria salute. «I dati raccolti in Italia parlano chiaro – dice Alberto Ugazio, presidente SIP –. Occorre agire fin dai primi anni di vita per combattere l'obesità, educando i bambini a uno stile di vita corretto già nella prima infanzia. L'obesità è una malattia che spesso si protrae in età adulta favorendo la comparsa di diabete e malattie cardiovascolari». «Se però il pediatra è da solo a lottare contro l'obesità è destinato al fallimento: coinvolgere anche genitori e scuola è l'unica strategia vincente per affrontarla davvero e proprio in questo senso si muove il nostro Network», conclude Giuseppe Di Mauro, presidente SIPPS.


Elena Meli
16 giugno 2012 | 8:43

Il Papa alla conquista del web: vuole comprare il dominio .catholic

Il Mattino

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO - Visto che di scherzi su Internet in questi anni al di là del Tevere ne hanno dovuti sopportare diversi, compreso il fatto di vedere dileggiata la fede cattolica per colpa di organizzazioni che di cattolico avevano ben poco anche se utilizzavano nel proprio dominio web la parola «cattolico», il Vaticano ha deciso di correre ai ripari destinando 185 mila dollari per comprare il dominio «.catholic» presso la Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), l'organismo che gestisce nomi e degli indirizzi dei domini internet.

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La Santa Sede avrebbe, infatti, inoltrato formale richiesta alcuni giorni fa all'orcanismo Usa. Il Vaticano che è già titolare del dominio «.va» (www.vatican.va è uno dei siti più cliccati del pianeta) conclude così un percorso che presto gli consentirà di controllare e limitare siti non autorizzati. Alcuni giorni fa attraverso la pubblicazione delle candidature per i nuovi «new generic top-level domains'» (gTLDs), l'Icann ha confermato che lo Stato pontificio punta a marcare anche il dominio «.catholic».

Una parola magica che è stata richiesta anche per l’alfabeto cinese, arabo e cirillico. Insomma, su tutto il pianeta .catholic sarà di stretta competenza vaticana. Intervistato dal Catholic News Service, l’agenzia dei vescovi statunitensi, il segretario del Pontificio consiglio per le Comunicazioni sociali, monsignor Paul Tighe ha spiegato nel dettaglio come è nata questa decisione.
Un passo non indifferente visto che il controllo di questo dominio «sarà un modo per autenticare la presenza cattolica online». Il Vaticano potrà concederne l'uso a «istituzioni e comunità che hanno riconoscimento canonico» e negarlo agli altri.

La somma che il Papa dovrà sborsare per aggiudicarsi il dominio è 185mila dollari, ma forse ne vale la pena per la tutela della propria immagine via web. L’Icann ha rivelato che ci sono 1.410 nuovi domini richiesti da 1.930 potenziali acquirenti. Il dominio '.catholic' è stato richiesto solo dal Pontificio consiglio per le Comunicazioni sociali.


Venerdì 15 Giugno 2012 - 20:08    Ultimo aggiornamento: 20:33

Milano Marittima, un secolo di vacanze

La Stampa

Compie cent'anni la "città giardino" ideata dal pittore Palanti. Dal turismo d'élite a quello di massa



Una cartolina degli anni '50, che ritrae Milano Marittima


MICHELE BRAMBILLA
inviato a milano marittima


Compie cent’anni quell’affascinante fenomeno urbanistico, turistico e di costume che si chiama Milano Marittima. Il 14 agosto del 1912, con atto notarile, il Comune di Cervia cedeva la sua pineta alla «Società Anonima Milano Marittima», composta da un gruppo di ricchi e illuminati borghesi milanesi, il cui capofila era un pittore, Giuseppe Palanti. Nel progetto si parlava di «una città ideale, una città giardino» che desse ristoro ai milanesi già allora vittime dello stress della metropoli. Fu lo stesso Palanti a improvvisarsi urbanista e a disegnare il piano regolatore: due lunghi viali paralleli incrociati da numerose «traverse» e intervallati da alcune rotonde. Vista dall’alto, Milano Marittima è ancora così. Ma immersi nel verde non ci sono più i riservati villini Liberty dei fondatori, bensì quattrocento alberghi e duecento stabilimenti balneari che ogni anno registrano quattro milioni di presenze.

Una rivoluzione dovuta a un singolare passaggio di consegne: dal genio imprenditoriale milanese a quello romagnolo. È negli anni Cinquanta e Sessanta che decine di pescatori, salinari e agricoltori cervesi prendono in mano l’iniziativa e, firmando ettari di cambiali, si improvvisano albergatori. Nascono le prime pensioni familiari. C’è chi senza aver fatto la Bocconi ha idee innovative: come Federico Tiozzi, storico albergatore, che inventa il primo «consorzio per gli acquisti».
Presentandosi a far la spesa in quaranta-cinquanta anziché uno per volta, gli albergatori ottengono prezzi di favore e possono poi offrire tariffe altrettanto di favore ai villeggianti. Milano Marittima, nata per un turismo d’élite, diventa così uno dei primi grandi centri del turismo di massa.

Arrivano le famiglie Brambilla, i bolognesi, i tedeschi e soprattutto le tedesche, destinate ad alimentare tutto un filone letterario. Proprio a chi viene dalla Germania è legato un episodio che testimonia la grande capacità di farsi voler bene dei romagnoli. Nel 1963 a Milano Marittima si tiene una grande manifestazione della Federazione della Gioventù Comunista e qualche testa calda pensa bene di distruggere ombrelloni, mosconi e auto in sosta, prendendo di mira in particolare quelle con targa Deutschland. Su un muro scrivono: «Mangiapatate tornatevene a casa». La reazione in Germania è furente, le prenotazioni crollano.

È allora che Federico Tiozzi ha un’altra idea delle sue. Va a Monaco con l’amico Tommaso De Biase e se ne torna con un accordo degno di un ministro degli Esteri: dalla Germania partirà un convoglio speciale chiamato «Treno dell’amicizia» con trecento turisti particolarmente «meritevoli o bisognosi» che gli albergatori di Milano Marittima ospiteranno gratis per una settimana. La pace è siglata per sempre. Gli anni Sessanta sono quelli in cui l’ex «posto al sole» sognato da Palanti diventa un fenomeno di costume. Alla discoteca Woodpecker vengono Caterina Caselli e Lola Falana, Rocky Roberts e i Giganti, Fred Bongusto e Mina. Milano Marittima è un posto strano dove possono convivere il chiasso della sera e uno scrittore antimoderno come Giovannino Guareschi (che a Cervia, nel 1968, morirà), le pensioni economiche con il grand hotel Mare Pineta dove per chi gioca a tennis vige l’obbligo della tenuta bianca, come a Wimbledon.

Straordinari «pierre» ante litteram, gli ex salinari e pescatori organizzano nel 1965 la «Marinata di primavera», gara di pesca dello sgombro per giornalisti italiani ed europei. Milano Marittima diventa così dimora fissa di grandi firme ed è la prima a portare il libro sulla spiaggia: gli autori arrivano su un barcone e conversano con signore spalmate di olio abbronzante. Neddo, il titolare della libreria «Brevincontro», diventa il guru dei villeggianti che durante l’anno gli chiedono di fare incetta di libri spesso introvabili, e d’estate vanno a ritirarli con le sportine. Chi è andato a Milano Marittima da bambino, difficilmente l’ha poi abbandonata. Qualcosa di magico lo trattiene. «In occasione del centenario - dice il giornalista e scrittore Luca Goldoni, che qui ha messo le radici - bisognerebbe dare una medaglia a tutti quelli che hanno continuato a venirci anche quando il mare era polenta».

Gli anni della mucillagine. Fu allora che gli albergatori romagnoli estrassero un’altra trovata dal cilindro. Goldoni la racconta nel suo nuovo libro «Il mare nell’anima» (Barbera editore, 232 pagine, 14,50 euro): «Gli albergatori si misero a fare piscine in spazi improbabili, togliendo un pezzo di marciapiede, un vialetto con i sassi, una siepe di gelsomino, mezzo cortile. Nacquero così minuscole piscine a forma di elle, di esse, di doppiavu, dipendeva dallo spazio che c’era, e spuntarono insegne di questo tipo: Pensione Patrizia Swimming Pool». La fase tre di Milano Marittima comincia negli anni Novanta: arrivano gli hotel a cinque stelle (il Waldorf, il Premier Suites, il Palace) e gli street bar, si balla in spiaggia al «Papeete» e di sera al «Pineta», purtroppo c’è anche un certo «cafonal» di calciatori e veline. C’è ancora, in viale 2 giugno, la villa di Palanti con i suoi eredi, ma Milano Marittima non è più l’oasi dove venivano Grazia Deledda, Giuseppe Ungaretti e Mario Luzi.

«Resta però un posto dove tutto può convivere: il gossip con le famigliole, il magnate russo che spende mille euro a notte con gli affezionati divoratori di tagliatelle della Casa delle Aie, o di fritto misto del Circolo dei pescatori sul porto canale», dice Michele De Pascale, assessore al turismo: «E quest’anno per l’Istituto dei pediatri siamo la spiaggia migliore». Difficile capirne la seduzione, per chi non c’è mai stato. «Quando mi chiedono perché, con tutti i mari meravigliosi che ci sono, mi ostino ad andare a Milano Marittima - dice Luca Goldoni - rispondo che io qui non vado al mare: vado alla terra. E nella terra questo posto è ineguagliabile: i pescatori che raccontano storie, le saline che la sera diventano laghi rossi popolati da fenicotteri, e una pineta che è rimasta lì: bella come ai tempi di Dante».

Quarant'anni fa il caso Watergate E l'America non fu più la stessa

La Stampa

Media, politici e società: la resa di Nixon ha segnato la storia



Richard Nixon, il presidente scorretto

GIANNI RIOTTA

Il record di iscrizioni alle scuole di giornalismo americane è imbattuto dal 1974. Un’intera generazione innamorata di Bob Woodward e Carl Bernstein, reporter del «Washington Post» che agli ordini del direttore Ben Bradlee, forse il miglior giornalista del ’900, e dell’editrice Katharine Graham riducono alle dimissioni – uniche nella storia Usa - il presidente repubblicano Richard Nixon. Il regista Pakula gira «Tutti gli uomini del presidente», Robert Redford è Woodward, elegante ex ufficiale di Marina laureato a Yale, di cui i pettegoli dicono «Scrive male, l’inglese non deve essere la sua madre lingua», Dustin Hoffman invece Bernstein, stazzonato cronista figlio di comunisti ebrei epurati dal Maccartismo, così playboy che la futura moglie, la sceneggiatrice Nora Ephron, scherzerà «ai party, in mancanza di meglio, fa l’amore con le tende veneziane».

Marta, 9 anni: censura al suo blog

Corriere della sera

Scritto da: Fabio Cavalera alle 14:54 del 15/06/2012


Martha Payne è una bambina di 9 anni che frequenta le scuole ad Argyll in Scozia. Ha avuto un'idea fantastica (aiutata dal papà):  ha aperto il  NeverSeconds blog per commentare, fotografare e dare i voti ai cibi che vengono distribuiti ogni giorno nella sua scuola. Igiene, facilità di masticazione, sapori, presentazione del vassoio: con ironia e semplicità Martha si è divertita a fare le sue pagelle.


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Tutto è cominciato il 30 aprile. E il successo dell'iniziativa, niente altro che con il passaparola, è stato notevole. Da allora il NeverSeconds blog ha avuto niente meno che due milioni di accessi. Chiaro che se ne siano occupati anche giornali e televisioni. A questo punto però sono cominciati problemi perché la società di catering si è sentita minacciata. Già, minacciata da un'allieva di 9 anni. Allora si è rivolta al consiglio di istituto per chiedere un provvedimento. La cosa paradossale è che i professori anziché tessere le lodi della bambina per la brillate iniziativa hanno pensato di censurarla. E così sul blog di Martha è compaso un post: "da oggi mi è stato vietato di fotografare i cibi". Un vero esempio di democrazia scolastica britannica. La stupidità di alcuni docenti non ha proprio confini.

Ps  LE PROTESTE SONO STATE TALI CHE ALLA FINE LA SCUOLA HA TOLTO LA CENSURA. QUESTO BEN DOPO CHE AVEVO SCRITTO IL POST. RESTA LA FESSERIA DI QUEI PROFESSORI. CHI L'HA DETTO CHE LA SCUOLA INGLESE FUNZIONA SEMPRE MEGLIO?

Penati, mani sulla Serravalle: ecco la lista dei raccomandati

di Luca Fazzo e Enrico Lagattolla - 16 giugno 2012, 08:20

In una lettera riservata le "segnalazioni" dei partiti. E a D’Alema inviato un progetto su Pedemontana


Il documento è «riservato e personale». È un fax che il 28 agosto del 2006 arriva sulla scrivania di Giordano Vimercati, all’epoca capo di gabinetto dell’allora presidente della Provincia Filippo Penati.


Filippo Penati
Filippo Penati


A spedirlo è il consigliere d’amministrazione di Serravalle Massimo Di Marco, entrato nella stanza dei bottoni della società grazie alla nomina firmata il 13 dicembre di due anni prima proprio da Penati, ed è uno spaccato sulla grande mangiatoia politica che era diventata la spa controllata da Palazzo Isimbardi.

Si tratta di uno schema relativo ai «cda e cs (consiglio sindacale, ndr) società controllate» da Serravalle: la Sipit, la Valdata e la Serravalle servizi. «N.B. - si legge in calce al documento depositato agli atti dell’inchiesta sul sistema Sesto - in neretto sono indicati i nominativi segnalati dal prof. Bellavite Pellegrini (già consigliere d’amministrazione di Serravalle spa, ndr), in carico alla Margherita». I nomi? Antonioli, Perticaroli, Tamberi. Dunque, uno dei partiti dell’Ulivo aveva piazzato le proprie pedine nelle infrastrutture lombarde. Ma che a sinistra fossero attenti ai destini di Serravalle emerge anche in altre carte, a partire dalla lettera scritta il 28 aprile del 2006 dall’ex assessore ai Trasporti del Comune di Milano Giorgio Goggi all’allora sindaco Gabriele Albertini. Nella missiva «riservata, personale e non riproducibile», Goggi riferiva come Marcellino Gavio gli avesse confidato di essersi «impegnato con Fassino e D’Alema» per il controllo della società autostradale.

Ma negli atti depositati c’è dell’altro. Perché «il 3 aprile 2005 - è scritto ancora nel fax inviato da Di Marco a Vimercati -, per il tramite del prof. Bellavite Pellegrini è pervenuta da parte dell’onorevole Patrizia Toia una segnalazione in merito all’assunzione del signor C.M., a cui si è dato corso con contratto a tempo determinato». Tradotto, una raccomandazione fatta dall’allora parlamentare della Margherita, entrata dal 2007 nel Pd. Non bastasse, il 19 luglio del 2006 il signor C.M. invia una «lettera di messa in mora e di avvio del tentativo obbligatorio di conciliazione per il riconoscimento della titolarità di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato».

A far emergere i troppi interessi politici che ruotavano attorno a Serravalle è la responsabile dell’internal auditing della società. Al pm Walter Mapelli, la donna spiega che «l’attività di direzione e coordinamento spetta al consiglio provinciale, ma nei fatti l’ho sempre vista esercitata dal presidente della Provincia». Ossia da Penati. «Ricordo un esempio eclatante: la vendita del 32% delle azioni di Pedemontana Lombarda spa, che avvenne a seguito di una autorizzazione sottoscritta personalmente dal presidente della Provincia senza che il consiglio provinciale avesse mai formalizzato un provvedimento in tal senso». Infine, «ricordo che ci sono numerose lettere di Penati che indica ai vertici le decisioni da prendere».

Insomma, Penati dominus in Serravalle. Un profilo che emerge anche dalla fitta corrispondenza riservata tra Di Marco e l’allora presidente della Provincia, al quale il membro del cda si rivolge con un «Carissimo Filippo». Strategie concordate, consigli sulle decisioni da prendere e una lettera, quella del 27 luglio 2006, tutta da interpretare. «Facendo seguito alle note riservate relativamente a Pedemontana e Tem, ti trasmetto in allegato una proposta concreta di realizzazione di Pedemontana che ho già inviato al ministro Antonio Di Pietro (all’epoca titolare delle Infrastrutture, ndr).

Inoltre, ti informo che ho trasmesso il documento anche al vicepresidente del Consiglio Massimo D’Alema». Perché D’Alema deve’essere informato sui piani di Serravalle? Se lo domanda anche la Procura, che continua a cercare la maxi-tangente rossa.

La carica dei diecimila per dire no a Green Hill

Il Giorno

Gli animalisti: le alternative esistono già e in molti casi hanno completamente sostituito l`utilizzo degli animali. A Roma pullman da tutta Italia per chiedere la chiusura dell' "allevamento lager"

Montichiari, 15 giugno 2012


Il popolo di Green Hill torna in piazza. L'appuntamento è per domani a Roma con la "Manifestazione contro Green Hill e la vivisezione", organizzata dal movimento Occupy GreenHill e dal Coordinamento Antispecista del Lazio. La battaglia degli animalisti per "per chiedere l`immediata chiusura di quel lager chiamato Green Hill, dove ogni mese oltre 250 cani vengono mandati a morte certa" prosegue da mesi, con una crescente risonanza non solo a livello locale ma anche nazionale.

"Green Hill è un lager in cui sono rinchiusi 2.700 cani, animali, identificabili solo da un numero, che nascono per morire e sono condannati a soffrire. Spiegano gli animalisti -. Ogni anno inoltre, solo in Italia, quasi 1 milione di animali sono sottoposti a esperimenti crudeli, che non forniscono neppure dati utili alla salute umana. Le alternative già esistono e in molti casi hanno completamente sostituito l`utilizzo degli animali. Il diritto alla vita non è solo un privilegio di alcuni, bensì di tutti gli esseri viventi".

Quasi trenta i pullman che partiranno da diverse città con direzione la capitale. Tra queste Brescia, Milano, Bologna, Firenze, Venezia, Genova, Viterbo, Pisa, Torino, Napoli e Bari. La manifestazione di domani partirà alle ore 15 da Piazza della Repubblica e terminerà in Piazza San Giovanni, dove ci saranno interventi degli organizzatori, dei ragazzi che sono stati arrestati il 28 aprile all'ultima manifestazione organizzata da Occupy GreenHill a Montichiari, di alcuni esponenti del mondo scientifico che si oppone alla vivisezione e di rappresentanti di altre campagne europee che lottano contro altri lager in cui si pratica vivisezione.

“In questi giorni nella XIV Commissione al Senato - dicono gli animalisti - si stanno decidendo le sorti di questo allevamento, tramite l`inserimento del divieto di allevamento di cani, gatti e primati su tutto il territorio nazionale per vivisezione. Tale legge è osteggiata dalla lobby farmaceutica che sta cercando in ogni modo di bloccarla, e permettere a Green Hill di continuare ad esistere. Domani mostreremo al Parlamento come la gente è stanca che le leggi si pieghino al volere delle lobby: la volontà popolare espressa in questi due anni in maniera assolutamente chiara e senza mezzi termini chiede la fine della vivisezione”.


Foto FOTOSTORY - Il caso Green Hill