lunedì 18 giugno 2012

Si chiude il caso De Pedis, le spoglie traslate dalla basilica di S.Apollinare

Corriere della sera

Il corpo dell'ex boss della Banda della Magliana trasferito all'alba di lunedì 18 giugno. Il suo nome era comparso nell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi


ROMA - Si chiude con un trasloco senza clamore, l'intricata vicenda della sepoltura del boss della banda della Magliana in una importante chiesa della Capitale. Il corpo di Enrico De Pedis - il cui nome era entrato di prepotenza nella vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi, dopo le rivelazioni di una sua ex compagna che lo avevano messo il relazione con il sequestro di 29 anni fa - è stato traslato all'alba di lunedì 18 giugno dalla basilica di Sant'Apollinare a Roma.


PRESENTI MOGLIE E FIGLI - La moglie e i fratelli di De Pedis sono entrati in chiesa intorno alle 7 da una porta laterale. La bara di zinco è stata trasportata fuori dalla chiesa intorno alle 8 e portata via da un furgoncino delle pompe funebri. Il corpo di De Pedis era stato tumulato nella cripta della basilica per volere della famiglia e dopo aver ricevuto il nulla osta dell'allora vicario di Roma cardinale Poletti.

TRADITO E UCCISO - De Pedis morì in una sparatoria a Campo de Fiori - un agguato seguito alla soffiata di un componente della Banda che lo aveva tradito - il 2 febbraio 1990. Il suo nome entrò nella vicenda Orlandi a seguito di una telefonata giunta nel 2005 alla trasmissione «Chi l'ha visto?» che suggeriva di andare a vedere chi fosse sepolto nella cripta di Sant'Apollinare per capire la verità sulla scomparsa della ragazza.

LA SCIENTIFICA IN CHIESA - In seguito a presunte rivelazioni, per fugare il sospetto che nella tomba di De Pedis fossero sepolti anche i resti della ragazza rapita in Vaticano il 22 giugno 1983, i magistrati romani titolari dell'inchiesta sul caso Orlandi avevano disposto poche settimane fa la ricognizione sui resti di De Pedis, poi avvenuta il 14 maggio scorso. Visto il buono stato di conservazione è stato possibile identificare immediatamente che si trattava del boss della banda della Magliana come poi confermato anche dalle impronte digitali.

Redazione Roma Online 18 giugno 2012 | 9:42


Caso Orlandi, i magistrati : in Vaticano qualcuno sa


I pm: niente ispezione nella tomba del boss della banda della Magliana Renato De Pedis, sepolto in S.Apollinare


ROMA – Dietrofront, quel sepolcro resti lì dov’è. Con una decisione a sorpresa, lasciata filtrare dal Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio, i magistrati che indagano sulla scomparsa di Emanuela Orlandi hanno fatto sapere di non voler più ispezionare (e nel caso far trasferire altrove) la tomba di “Renatino” De Pedis, il capo della banda della Magliana sepolto dal 1990 nella basilica di Sant’Apollinare. Ma c’è anche dell’altro, una sorta di velato j’accuse all’altra sponda del Tevere: sarebbe convinzione degli investigatori italiani, infatti, che qualcuno in Vaticano conosca il motivo della scomparsa della ragazza quindicenne, figlia del messo pontificio di Giovanni Paolo II, avvenuta il 22 giugno del 1983.

LE INDAGINI - Alcuni dati di fatto in questa direzione, in effetti, sono emersi nel corso dei quasi tre decenni di indagini. In primo luogo, l’allarme dei servizi segreti francesi su un imminente sequestro di un cittadino vaticano trasmesso alle autorità della Santa Sede nel 1982, tanto che per altre due ragazze (la figlia dell’assistente papale e del capo della gendarmeria) furono prese contromisure. Inoltre, le dichiarazioni reticenti (e intercettate al telefono) di un funzionario della vigilanza vaticana ancora in servizio, alla vigilia di un incontro con i magistrati negli anni Novanta. E, ancora, l’accorata partecipazione di Giovanni Paolo II, che lanciò otto appelli per la liberazione di Emanuela Orlandi dal Palazzo Apostolico e, in una visita a casa Orlandi nel Natale del 1983, disse che la scomparsa della ragazza era stato “un caso di terrorismo internazionale”.

LA TOMBA – Quanto a De Pedis, gli inquirenti guidati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ritengono che nessun elemento nuovo potrebbe venire da una eventuale analisi della salma o del contenuto del feretro, né possono esserci dubbi sul fatto che all’interno della bara si trovino i resti della figlia del messo pontificio, scomparsa sette anni prima. Quanto poi al “contenzioso” degli ultimi questi giorni tra il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri e il parlamentare Pd Walter Veltroni, nessuna circostanza degna di rilievo è apparsa agli occhi di chi indaga. Che la basilica non fosse extraterritoriale lo si è accertato alcuni anni fa consultando i Patti Lateranensi: ciò spiega la facilità, senza dover fare rogatorie, con cui Capaldo ha convocato in procura i due rettori ed ha avuto accesso nella cripta della basilica, per vedere la lastra con sopra il nome di De Pedis.

IL FRATELLO - “Sono molto meravigliato, in questi ultimi giorni mi sembrava che fosse emersa la volontà di procedere più speditamente verso l’accertamento della verità, che passa anche attraverso il chiarimento sulla sepoltura di De Pedis”, è stato il commento di Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che ha lanciato una petizione al papa che ha finora raccolto 75 mila adesioni. “”In ogni caso – ha aggiunto - voglio essere cauto: ho incontrato di recente gli inquirenti che parevano determinati ad andare avanti. Mi avevano chiesto se avessi raccolto qualche novità dal Vaticano, ma per la verità ero io ad aspettarmi novità da loro. Sicuramente, è una fase molto delicata dalla quale potrebbero uscire sviluppi clamorosi”.

Fabrizio Peronaci
2 aprile 2012 (modifica il 3 aprile 2012)


Padre Lombardi: Vaticano non nasconde nulla «Sì» allo spostamento della tomba di De Pedis


Nota del portavoce del Papa: «Nessun segreto da rivelare». Il Procuratore Pignatone esprime «soddisfazione». Il fratello di Emanuela: «Manifestazione il 27 maggio»


ROMA - Un documento in dieci punti, firmato dal direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, per dichiarare la disponibilità a collaborare alle indagini e ribadire che “non si frappone nessun ostacolo” all’apertura della tomba del boss De Pedis a Sant’Apollinare. Così la Santa Sede torna sul caso di Emanuela Orlandi, la figlia quindicenne del messo pontificio di papa Giovanni Paolo II scomparsa nel 1983: una mossa che arriva due giorni dopo l’annuncio del fratello Pietro di una manifestazione “per la verità e la giustizia” il 27 maggio a Roma e l’impegno del sindaco, Gianni Alemanno, di affiggere una gigantografia della foto di Emanuela in piazza del Campidoglio.

NESSUN SEGRETO – La nota, dopo aver ricordato che papa Wojtyla lanciò otto appelli per la liberazione della ragazza, respinge le accuse di reticenza. «Tutte le Autorità vaticane – sottolinea padre Lombardi - hanno collaborato con impegno e trasparenza con le Autorità italiane per affrontare la situazione del sequestro nella prima fase e nelle indagini successive. Non risulta che sia stato nascosto nulla, né che vi siano in Vaticano “segreti” da rivelare. Continuare ad affermarlo è del tutto ingiustificato”.

LA TOMBA – Sulla sepoltura del boss della Magliana nella basilica di Sant’Apollinare, davanti alla quale due gendarmi vaticani a gennaio fotografarono i partecipanti a un sit-in organizzato da Pietro Orlandi, il portavoce di papa Ratzinger è altrettanto esplicito: “Si ribadisce che da parte ecclesiastica non si frappone nessun ostacolo a che la tomba sia ispezionata e che la salma sia tumulata altrove, perché si ristabilisca la giusta serenità, rispondente alla natura di un ambiente sacro”.

INDAGINI “INTENSIFICATE” – Il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, ha apprezzato la nota vaticana: “Accolgo con soddisfazione le dichiarazioni di padre Lombardi. Sono ancora allo studio le iniziative da intraprendere per continuare e intensificare le indagini”. D’altronde è lo stesso padre Lombardi a dare disponibilità: “Se le Autorità inquirenti italiane crederanno utile o necessario presentare nuove rogatorie alle Autorità vaticane, possono farlo, in qualunque momento, secondo la prassi abituale e troveranno, come sempre, la collaborazione appropriata”.

LE ROGATORIE - Negli anni Novanta tre rogatorie caddero nel vuoto e suscitarono polemiche. Il vicecapo del Sisde, Vincenzo Parisi, dichiarò all’allora giudice istruttore Adele Rando: “L’intera vicenda Orlandi fu caratterizzata da riservatezza da parte della Santa Sede che, pur disponendo di contatti telefonici, non rese partecipi dei suoi rapporti la magistratura e le autorità di polizia. Le ricerche sono state viziate proprio per il diaframma frapposto fra lo Stato italiano e la Santa Sede”. Da Palazzo di giustizia non trapelano tempi per la presentazione delle nuove rogatorie, che potrebbero essere finalizzate a interrogare due cardinali ancora in vita (all’epoca con posizioni di rilievo) e il funzionario della vigilanza vaticana Raoul Bonarelli, al quale in una telefonata intercettata il suo superiore raccomandò di non riferire al magistrato che il caso “è andato alla Segreteria di Stato”.

L’ALLARME FRANCESE – Perché la Santa Sede non rese pubblico, dopo la scomparsa di Emanuela, l’allarme sul rischio sequestro di un cittadino vaticano lanciato mesi prima dai servizi segreti francesi? E’ una domanda centrale per le prossime indagini. L’allerta fu tale che altre due giovani cittadine vaticane, figlie del comandante della Gendarmeria e dell’assistente di papa Wojtyla, furono fatte proteggere nei loro spostamenti, mentre la famiglia Orlandi non venne informata. Questo retroscena accrediterebbe la pista del rapimento a scopo di ricatto politico-terroristico, per condizionare la volontà di papa Giovanni Paolo II in relazione ai finanziamenti concessi a Solidarnosc o comunque in relazione all’attentato di Alì Agca, avvenuto due anni prima.

IL FRATELLO – “Finalmente c'è stata una presa di posizione del Vaticano, quel passo ufficiale che chiedevamo da tempo», è stato questo il primo commento di Pietro Orlandi che, riferendosi a un passo della nota in cui padre Lombardi ricorda che papa Wojtyla “si interessò perché fosse garantito un posto di lavoro per il fratello”, ha voluto precisare: “Il mio lavoro non sarà mai merce di scambio con la vita di mia sorella. La battaglia per la verità va avanti e la manifestazione del 27 maggio è confermata: se nel frattempo ci verranno forniti gli elementi necessari a cancellare le ombre del passato, andremo a ringraziare il papa. Se invece resteranno zone oscure, la marcia dal Campidoglio a San Pietro avrà a maggior ragione pieno valore”.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it14 aprile 2012 (modifica il 15 aprile 2012)


Orlandi, Procura Roma ha deciso di aprire la tomba di «Renatino» De Pedis


La salma del boss della Banda della Magliana, sepolto nella basilica di Sant'Apollinare dovrebbe essere traslata nel cimitero di Prima Porta


ROMA - Si avvicina il momento dell'apertura e dell'ispezione della tomba di Enrico, «Renatino», De Pedis, il boss della Banda della Magliana sepolto nella basilica di Sant'Apollinare. Entro la fine di maggio la salma dovrebbe essere traslata nel cimitero di Prima Porta. È quanto trapela dalla procura di Roma.

NUOVA STRATEGIA - Fino a qualche tempo fa l'orientamento degli investigatori che si occupano del caso di Emanuela Orlandi sembrava essere quello di non aprire la tomba, considerato che ai fini dell'indagine poteva essere sufficiente l'esito di un sopralluogo avvenuto dopo che nel 2005 un anonimo aveva indicato la presenza nella cripta della basilica della tomba di Renato De Pedis. Ora però la Procura della Repubblica dopo la nomina a procuratore dirigente di Giuseppe Pignatone, che ha assunto il coordinamento dell'indagine, sembra orientata ad adottare una differente strategia che prevede appunto l'apertura del sepolcro. Per il momento comunque non ci sono conferme circa il fatto che la Procura abbia preso contatti con ambienti vaticani per risolvere la questione.

«VERGOGNA DEL LUOGO SACRO» - «È la svolta che era necessaria e che stavamo aspettando da tempo». Così Walter Veltroni saluta l'annuncio dell'imminente spostamento della tomba di «Renatino» De Pedis, colui che, secondo la testimonianza dell'ex amante Sabrina Minardi, sarebbe il responsabile della morte di Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa il 22 giugno 1983 all'età di 15 anni. «Se, infatti, troveranno conferma - come tutto lascia credere - le decisioni di ispezionare la tomba di De Pedis e di spostarne la salma fuori dalla basilica di Sant'Apollinare - scrive Veltroni in una nota - avremo compiuto due passaggi importanti. È il segnale di una attenzione nuova, sollecitata da chi non ha mai rinunciato a cercare la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, dall'impegno di trasmissioni televisive, dal recente dibattito in Parlamento e voluta con coraggio e coerenza dalla famiglia Orlandi. Questa svolta - aggiunge - permetterà anche di cancellare una vergogna come quella della sepoltura in un luogo sacro di uno dei capi della banda della Magliana, responsabile di crimini efferati e delitti: quello che io ho definito un vero scandalo prima di tutto davanti alle coscienze dei fedeli e di tutti i cittadini».


Redazione Roma online24 aprile 2012 (modifica il 26 aprile 2012)


Il caso Orlandi tra sospetti e depistaggi


L'ipotesi dell'allontanamento volontario e quello del sequestro (su commissione?) da parte della Banda della Magliana



Enrico Renatino De Pedis (figura di spicco della banda della Magliana) è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare accanto a diversi ex ponteficiEnrico Renatino De Pedis (figura di spicco della banda della Magliana) è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare accanto a diversi ex pontefici

MILANO - Il caso di Emanuela Orlandi appartiene ormai alla memoria collettiva del nostro Paese. È un caso di cronaca, mai risolto, che coinvolgerebbe - secondo varie ipotesi - lo Stato Vaticano, lo Ior (l'istituto per le opere religiose), la figura enigmatica di monsignor Marcinkus, la Banda della Magliana (e il ruolo mai acclarato di Enrico "Renatino" De Pedis sepolto nella basilica di Sant'Apollinare) fino al Banco Ambrosiano.

IL CASO - Emanuela, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da csa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.

LE TESTIMONIANZE - Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia
.

L'AMERIKANO - Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.)

ALI AGCA - L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.

L'AMERIKANO ERA MARCINKUS? - Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.

LA BANDA DELLA MAGLIANA - Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.

IL PENTITO - Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.


Sabrina Minardi all'epoca moglie del calciatore Giordano. Ebbe una storia di due anni con Renatino De PedisSabrina Minardi all'epoca moglie del calciatore Giordano. Ebbe una storia di due anni con Renatino De Pedis


LA FIGURA DELLA MINARDI - Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.

IL RAPIMENTO - Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).

LE PROTESTE DEL VATICANO - La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.

IL BANCO AMBROSIANO - Il 17 giugno 2011: durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.


Redazione Online14 maggio 2012 | 21:00


Sant'Apollinare, il corpo è di De Pedis «Trovati anche altri resti nella cripta»


Identificazione effettuata dalla Scientifica attraverso il riscontro con le impronte digitali dell'ex boss della Banda della Magliana. Il Vaticano: iniziativa giudici positiva


Caso Orlandi, riaperta la tomba di «Renatino»
di Fabrizio Peronaci / Mario Proto


ROMA - E' ufficiale: è «Renatino». Il corpo nella bara tumulata nella basilica di Sant'Apollinare a Roma «è quello di Enrico De Pedis». L'identificazione dell'ex boss della Banda della Magliana è stata effettuata lunedì mattina dai tecnici della Scientifica tramite il riscontro con le impronte digitali. La tomba è stata solo aperta e la polizia scientifica sta effettuando altri rilievi esterni sui resti del cadavere. Lo spostamento della bara sarà invece effettuato nei prossimi giorni. I rilievi, secondo quanto si è appreso, riguarderanno anche la cripta dove la bara era tumulata.

LA SANTA SEDE - Il Vaticano valuta come «estremamente positiva» «l'iniziativa della magistratura» di ispezionare la tomba di Enrico De Pedis, «affinché vengano compiuti tutti i passi possibili per lo svolgimento e la conclusione indagini». È quanto dichiara il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, aggiungendo che «per parte sua la magistratura può continuare a contare sulla piena collaborazione delle autorità ecclesiastiche». «Per quanto riguarda il trasferimento della salma di De Pedis ad altro luogo, come anche è stato auspicato - aggiunge Lombardi - si procederà naturalmente in accordo con i familiari e secondo i loro desideri». Oggi non erano presenti rappresentanti del Vaticano alle ispezioni condotte nella chiesa di S.Apollinare. Un condotta in linea con la volontà di rispettare pienamente le competenze della magistratura, il lavoro dei magistrati e le anche le competenti autorità ecclesiastiche della basilica, retta da mons. Pedro Huidobro, il quale è tra l'altro medico legale.


Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»


ALTRI RITROVAMENTI - Infatti altri resti ossei sono stati trovati durante l'ispezione alla tomba De Pedis. All'interno della cripta in cui era murato il sarcofago, ma in una stanza diversa da quella di De Pedis, sono state rinvenute circa 200 cassette contenenti ossa. I resti saranno sottoposti ad analisi per tentare di capire a chi appartengano. L'avvocato Maurilio Prioreschi, presente all'operazione di perquisizione e di ispezione della tomba, è il legale di Carla Di Giovanni, vedova di «Renatino» . Spiega: «Prima è stata rimossa la lapide in marmo, quindi è stato aperto il sarcofago. Un'attività complessa per le dimensioni del manufatto di oltre 190 centimetri». e aggiunge: «Smentisco che all'interno della tomba ci fosse qualcosa di diverso dal corpo di Renatino».

IDENTIFICAZIONE «RENATINO» - L’ex boss della banda della Magliana è’ stato trovato in completo scuro, blu, cravatta, camicia gialla, scarpe. Così com’era descritto nei verbali dell’epoca. L’identificazione e’ giunta con certezza dopo i risultati degli esami dattiloscopici. Il corpo era ben conservato, nonostante siano passati 22 anni, probabilmente grazie anche alle modalità della sepoltura. Tre contenitori: zinco, rame, legno ed infine tutto nel sarcofago di marmo.

L'ALTRA STANZA - Di fronte alla stanza in cui era sepolto De Pedis, si trova un’altra stanza murata. La basilica di Sant’Apollinare era infatti un cimitero nell’epoca prenapoleonica. Nel 2005 durante alcuni lavori di ristrutturazione i resti ossei del cimitero sono stati raccolti in diverse scatolette e disposti nella seconda stanza poi murata. Questo muro e’ stato oggi abbattuto scoprendo oltre duecento cassette. I resti al loro interno saranno al centro di accertamenti tecnici: si tratta di resti risalenti alla meta’ dell’Ottocento ma per fugare ogni dubbio saranno comunque esaminati. Nulla, a quanto si apprende, è stato prelevato per essere esaminato in laboratorio: a un occhio esperto basta l'esame macroscopico per stabilire se si tratti di ossa antiche, che hanno 200-300 anni o piuttosto resti recenti, che al momento non sarebbero stati rinvenuti. Gli esperti stanno quindi prelevando campioni da ogni cassetta e gli esami procederanno probabilmente per tutta la settimana.


PIETRO ORLANDI - Tra i primi ad arrivare lunedì mattina davanti alla chiesa vicino piazza Navona, in vista dell'apertura della tomba del boss della banda della Magliana, il cui nome è stato collegato con quello della figlia del messo papale scomparsa nel 1983, è stato Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela. Non ha assistito personalmente all'apertura della bara di De Pedis, avvenuta nel cortile della basilica nella basilica di Sant'Apollinare, ma ha detto «non credevo che all'interno ci fosse qualcosa legato a mia sorella. Oggi è stato fatto un passo importante per risolvere un mistero che va avanti da anni. Forse dopo tanto tempo c'è la volontà di fare chiarezza. Questo era un dubbio che andava fugato in ogni caso. Mi auguro sia l'inizio della collaborazione tra magistratura e Vaticano per arrivare alla verità».

LA BATTAGLIA - Pietro Orlandi, che da anni si batte per risolvere il mistero della sorella, ha osservato che «Emanuela è stata rapita non perché fosse Emanuela Orlandi ma perché cittadina vaticana. Se la banda della Magliana ha mai avuto un ruolo è stato solo quello di manovalanza. I mandanti sono stati sicuramente altri, altrimenti non si spiegherebbe un silenzio di 29 anni da parte delle istituzioni». A chi gli chiedeva dove trovasse le forze per proseguire la sua battaglia, Orlandi replica: «il mio è solo un atto d'amore nei confronti di mia sorella che ha subito un'ingiustizia: non le hanno permesso di vivere la sua vita».

PROCURATORE - A Sant'Apollinare, durante la riapertura della tomba, erano presenti anche il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto, titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, nonché il capo della squadra mobile Vittorio Rizzi. Insieme a loro anche un camion della polizia scientifica e i marmisti. Sono presenti anche un medico legale e un'antropologa forense.

«DE PEDIS IN CHIESA È ANOMALIA» - «La scoperta di una cassetta contenente delle ossa nella bara di De Pedis conferma la stranezza di una simile sepoltura e apre interrogativi a cui la magistratura darà risposte. Quando, qualche settimana fa con una interrogazione parlamentare sono tornato a porre la questione e le mille domande ancora aperte il mio intento era proprio questo. Ora l'ispezione della tomba di De Pedis nella Basilica di Sant'Apollinare è il segnale di grande sensibilità e attenzione da parte della Procura alla ricerca della verità giudiziaria per il rapimento di Emanuela Orlandi». Lo afferma in una nota Walter Veltroni. «Ora è necessario andare avanti per eliminare l'anomalia della sepoltura del boss della banda della Magliana in un luogo sacro, anomalia che offende i cattolici e tutti i cittadini onesti - aggiunge -. E andare avanti per cancellare i dubbi e il buio che sinora ha circondato il rapimento e la sorte della giovanissima Emanuela: lo dobbiamo a lei, alla sua famiglia, al nostro Paese. Per questo l'impegno della Procura e degli inquirenti è un buon segno».

PETIZIONE - Pietro Orlandi è certo che a smuovere le acque sia stata la petizione al Papa che finora ha raccolto 82mila adesioni e la mobilitazione dell'opinione pubblica. «La prossima settimana incontrerò il sindaco Alemanno - aggiunge - per la manifestazione che organizzeremo il 27 maggio: in Comune mi hanno confermato che esporranno la gigantografia di Emanuela. Alle 9.30 ci si ritroverà in Campidoglio e ci saranno anche il presidente della Provincia Zingaretti e l'ex sindaco Veltroni. Alle 10.30 ci metteremo in marcia verso San Pietro per l'Angelus: spero che il Papa dica una preghiera e inviti chi sa a parlare».


Redazione Roma Online14 maggio 2012 | 19:48


Orlandi, indagato monsignore Vergari: è l'ex rettore di S. Apollinare


Il prelato è sotto accusa per concorso in sequestro della ragazza scomparsa nell'83. Sequestrato anche il suo pc


ROMA - Al quinto giorno di lavoro della polizia scientifica sull'ossario di Sant'Apollinare - nella stessa cripta dove lunedì è stata aperta la tomba del boss «Renatino» De Pedis - emerge una novità dell'inchiesta a lungo tenuta coperta, segreta, inaccessibile. Il quinto indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana sequestrata nel 1983, ha un nome. Oltre ai quattro della banda della Magliana, nelle indagini figura un insospettabile. Un ecclesiastico: è monsignor Piero Vergari, rettore di Sant'Apollinare all'epoca dei fatti, rimosso dall'incarico nel 1991, un anno dopo aver perorato la causa dell'«indegna sepoltura» con una lettera al cardinal Poletti in cui descrisse il gangster romano come «grande benefattore».


Allontanato dai suoi superiori, «don Pierino» tornò nella natìa Umbria, a Sigillo, per poi proseguire l'attività pastorale nel Reatino. Vani in tanti anni - visto il carattere veemente - i tentativi di avvicinarlo. Nonostante curi un sito a suo nome, Vergari non si dilunga in spiegazioni. Ama il latino: Parce sepulto , perdona chi è sepolto, ha scritto in un testo in cui ricorda l'incontro con «Renatino» a Regina Coeli, le volte che il boss lo aiutò «a preparare le mense dei poveri» e che «quando seppi in tv della sua morte, ne restai meravigliato e dispiacente». In conclusione, nuova citazione: De mortuis nil, nisi bene . Dei defunti si deve dir bene. Anche Emanuela Orlandi però, sospettano gli inquirenti, è morta.

Indagato monsignor Vergari, requisito il suo pc Morta ammazzata. La pista presa nel 2008 dopo le rivelazioni di Sabrina Minardi, la femme fatale di De Pedis che accusò il suo amante di aver organizzato l'omicidio, ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati (oltre che di se stessa, rea confessa) di tre esponenti della «bandaccia»: Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni, indicati come i pedinatori di Emanuela, e Sergio Virtù, descritto come «l'autista» che la caricò in auto e la portò sul litorale, dove fu uccisa, chiusa in un sacco e «stritolata in una betoniera».

Ora che il quadro è completo, tuttavia, lo scenario cambia: l'accusa di concorso in sequestro per il monsignore («un atto dovuto, era il padrone di casa», precisa chi indaga), ammesso che non evapori in una richiesta di proscioglimento ricolloca le indagini in un raggio limitatissimo: la figlia del messo papale sparì alle 19 del 22 giugno 1983 cento metri più in là, davanti al Senato, e poco dopo sarebbe finita in trappola e riportata con una scusa dentro Sant'Apollinare. Cosa accadde nel luogo sacro? Incontri a sfondo sessuale? A supporto di tali ipotesi, ci sarebbero il sequestro di un computer e un'intercettazione piuttosto scabrosa che coinvolge un seminarista. E anche la tenacia con cui da giorni viene setacciata la cripta: una volta aperta la bara di «Renatino» si pensava che il lavoro fosse finito, e invece la Scientifica sta passando al setaccio le 200 cassette di ossa trovate nei sotterranei, dopo aver usato il georadar in cerca di vani dietro le pareti e sotto il pavimento.

Una di quelle ossa appartenne alla povera Emanuela? Il dubbio, per quanto «residuale», è drammaticamente questo. E, se verrà fugato, per risolvere il giallo della «ragazza con la fascetta» non resterà che una scelta: tornare a battere le vecchie piste legate ad Alì Agca, ai servizi segreti dell'Est e al terrorismo internazionale, un tempo percorse a lungo e poi scartate.


Fabrizio Peronaci19 maggio 2012 | 21:53


«Emanuela non doveva entrare a S.Apollinare: la suora della scuola di musica glielo vietava»


Dopo il coinvolgimento nel caso Orlandi di mons. Vergari, ex rettore della basilica, Pietro ricorda: mia sorella attirata nella chiesa con l'inganno, Sr. Dolores non voleva che ci entrasse


ROMA - «Se questa pista ha un fondamento, e temo lo abbia, giuro che stavolta non mi trattengo. La violenza che hanno fatto a mia sorella sarebbe una vergogna assoluta. Per quello che è successo quella sera, ma anche dopo: 29 anni di silenzi, omertà e depistaggi che dimostrano l’intreccio di cui ho spesso parlato tra Stato, Chiesa e criminalità. In cuor mio, spero davvero non sia così…». Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, commenta con queste parole, in preda a una forte emozione, l’ultima novità: il quinto indagato per il sequestro di sua sorella, svanita nel nulla il 22 giugno 1983 a pochi metri dal complesso di Sant’Apollinare, è monsignor Piero Vergari, rettore della basilica all’epoca dei fatti.

FORSE FATTA ENTRARE IN CHIESA - Il fatto che nelle indagini sia coinvolto il prelato (accusato di concorso in sequestro di persona) ha completamente modificato lo scenario del rapimento: Emanuela alle 19 di quel 22 giugno non sarebbe salita su una Bmw per andare chissà dove ma, con una scusa, sarebbe stata fatta entrare nei locali attigui alla basilica, dove aveva da poco seguito la lezione di musica. E da lì le ipotesi sono due: o non è mai uscita, oppure è stata portata fuori più tardi, con il favore delle tenebre.

Pietro Orlandi, che reazione ha avuto alla notizia del coinvolgimento nell’inchiesta di monsignor Vergari?
«Mi sono venuti in mente, all’improvviso, una serie di flash sui quali ho bisogno di riflettere. Sicuramente si tratta di un passaggio molto importante. Mio padre lo diceva sempre, era il suo rovello…».

A cosa si riferisce?
«Emanuela scomparve alla sette di sera. La prima certezza è che mai sarebbe salita su una macchina con un sconosciuto. La seconda è che, se l’avessero presa con la forza, a quell’ora in pieno centro qualcuno se ne sarebbe accorto. La persona di cui mia sorella parlò nell’ultima telefonata a casa dicendo che le avevano offerto di distribuire dei volantini della Avon, quindi, non poteva che essersi appoggiata a qualche posto vicino. Mio padre pensava ai servizi segreti o alla malavita, che potevano avere a disposizione un negozio da quelle parti, ma anche l’ipotesi della basilica ha un senso: se a Emanuela qualcuno avesse detto di seguirlo a Sant’Apollinare per darle i volantini, non si sarebbe insospettita. Un luogo sacro non dovrebbe spaventare nessuno».


Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»  Aperta la tomba a Sant'Apollinare «Il corpo è di De Pedis»


Dunque potrebbe essere caduta in una trappola, tesa da qualcuno che era in rapporti con l’allora rettore della basilica?
«La risposta me la aspetto dall’inchiesta giudiziaria. D’altronde che a Sant’Apollinare ci fossero giri strani e gravitasse un pezzo di malavita romana, non solo De Pedis con cui monsignor Vergari era in confidenza, è purtroppo qualcosa di risaputo».

A chi si pensa quando parla di altri elementi criminali?
«Mi risulta che a Danilo Abbruciati, altro boss della Magliana ucciso a Milano in una sparatoria durante il tentato omicidio del vicepresidente del Banco Ambrosiano, fu trovato addosso, o a casa, un biglietto. E su questo biglietto c’era scritto il nome di un maestro della scuola di musica di Sant’Apollinare».

E i giri che lei definisce “strani” dentro la basilica?
«Anche qui mi sovvengono ricordi all’improvviso, per effetto di questa novità. Nei giorni successivi, quando cercavo disperatamente qualche testimonianza utile, le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a Messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari. E le stesse mi riferirono un altro dettaglio: suor Dolores non voleva che si sapesse che nello stesso complesso aveva gli uffici Oscar Luigi Scalfaro».

A suo avviso il coinvolgimento dell’ex rettore nell’inchiesta manda in secondo piano la pista della banda della Magliana? Gli altri quattro indagati sono la Minardi, ex amante di De Pedis, e altri tre malavitosi che avrebbero operato il “prelevamento” di Emanuela, portandola a Torvajanica, dove sarebbe stata uccisa, chiusa in un sacco e stritolata in una betoniera.
«Io a questa ricostruzione non ho mai creduto. La banda della Magliana può aver avuto un ruolo di manovalanza nel sequestro. I mandanti ci sono stati, e non sono mai stati cercati. Uno dei telefonisti dei primi giorni, Mario o Pierluigi, ci diede l'impressione di non sapere di più di quanto diceva. Quando, parlando con mio zio, scoprì di aver telefonato in un'abitazione dentro il Vaticano, si meravigliò ed esclamò: «Ma che sei un prete?». Il telefonista dei giorni successivi, il cosiddetto “Americano”, parlò espressamente di “elementi dell’organizzazione” a lui subordinati».

Come si può dunque collocare la novità del quinto indagato – un monsignore – nella ricostruzione alla quale lei sta pensando da quasi 29 anni, nel tentativo di arrivare alla verità?
«Sant’Apollinare può essere stato un luogo intermedio, utile per nascondere Emanuela dopo averla attirata in una trappola. Poi possono essere successe due cose: o un incidente, chiamiamolo così, e in questo drammatico caso davvero può essere stata gettata nella botola dell’ossario della basilica; oppure è stata tenuta per qualche ora al riparo e poi portata fuori per dare corso al progetto del rapimento, a mio avviso realizzato in quanto mia sorella era cittadina vaticana, e quindi come strumento di pressione nei confronti del Vaticano».

Il che spiegherebbe la sequenza di rivendicazioni arrivate ai mass media e a voi familiari, a cominciare dalla richiesta di scarcerazione di Alì Agca, ma anche la buona fede con cui papa Giovanni Paolo II lanciò il primo appello ai “sequestratori” una decina di giorni dopo.
«Certo, incidente o no, chi ha sequestrato mia sorella può aver continuato nell’azione prefissata. Non dimentichiamo che tempo prima ci fu un allarme dei servizi segreti francesi, lo Sdece, sull’imminente sequestro di un cittadino vaticano. L’uso a fini politici-terroristici di Emanuela è fuori discussione. Ora si tratta di capire fino in fondo cosa accadde in quella basilica. Il rinnovato vigore della magistratura nelle indagini mi fa ben sperare».

Alla luce dell’ultima novità, è confermata la «marcia per la verità su Emanuela» da lei organizzata per il 27 maggio a Roma, con partenza da piazza del Campidoglio?
«Certo, oggi più di prima. Il sindaco Alemanno esporrà la gigantografia della foto di mia sorella, numerosi comuni d’Italia hanno aderito, ci saranno delegazioni di amministratori locali, intellettuali e tantissimi cittadini comuni. Andremo a piedi fino a piazza San Pietro con una speranza vivissima: visto che il Vaticano nei giorni scorsi ha detto di voler collaborare, mi auguro che papa Benedetto XVI pronunci finalmente il nome di Emanuela e insieme a noi preghi perché si arrivi presto alla verità».


Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it19 maggio 2012 | 13:51


Caso Orlandi, sospesi esami salma De Pedis


La bara del boss della Magliana nella cripta di S. Apollinare è stata aperta e richiusa. Malato un medico legale del team: analisi delle ossa tra una settimana


ROMA - Gli accertamenti sull’ossario nella basilica di Roma di Sant’Apollinare, dove da lunedì 14 maggio erano al lavoro i tecnici della polizia scientifica, il gruppo Ert (Esperti ricerca tracce) e gli antropologi forensi del laboratorio Labanof di Milano guidato dal direttore Cristina Cattaneo, sono stati sospesi. Si allungano quindi i tempi per accertare se tra le 400 cassette di ossa ci sia anche un solo frammento riconducibile a Emanuela Orlandi, la ragazza con cittadinanza vaticana scomparsa nel 1983.

INDISPONIBILITA’ – La causa della sospensione è legata all’indisponibilità, causa malattia, di un medico legale del team. Il lavoro riprenderà la mattina di lunedì 28 maggio. La bara del boss «Renatino» De Pedis, che era stata aperta per verificare che all’interno non ci fossero tracce utili all’indagine, resta dunque nella cripta della basilica, appoggiata accanto a una parete, tra le valigette con i kit della Scientifica. Il feretro è stato risigillato.

SARA’ CREMATO - Gli avvocati della vedova, Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, hanno chiesto che la bara del boss non venga spostata fino alla conclusione degli accertamenti tecnici. Carla Di Giovanni, che sposò De Pedis a Sant’Apollinare e anche per questo espresse il desiderio di seppellirlo nello stesso luogo dopo la sua uccisione nel febbraio 1990 (richiesta accolta nel marzo del 1990 dall’allora cardinal vicario Ugo Poletti), è orientata a cremare i resti del marito. La sua preoccupazione è che, sull’onda del clamore, qualche fanatico possa compiere atti di profanazione sulla tomba di famiglia, al Verano: per questo, nei giorni scorsi, è stata valutata la possibilità di seppellire il Dandi di «Romanzo criminale» sotto falso nome.


Fabrizio Peronaci
21 maggio 2012 | 17:39

Quelle scarpe dell'Adidas con le catene alle caviglie

di Laura Muzzi - 18 giugno 2012, 16:35

Che Adidas voglia promuovere la schiavitù? E’ caldissimo in queste ore il dibattito in rete dopo la pubblicazione del nuovo modello Mids Roundhouse Js


Scarpe da ginnastica con catene alle caviglie. Che Adidas voglia promuovere la schiavitù? E’ caldissimo in queste ore il dibattito in rete dopo la pubblicazione sulla pagina facebook ufficiale del colosso dell’abbigliamento del nuovo modello Mids Roundhouse Js.

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Si tratta di un paio di sneakers viola, nere e arancioni con un piccolo particolare: dal retro della calzatura parte una vistosa catena arancione che si lega alle caviglie con un bracciale che ricorda molto le catene con cui venivano legati gli schiavi neri nel 19° secolo e i colori delle tenute carcerarie attuali. Accanto alla foto una scritta: "Hai una collezione così figa che sei costretto a legarti le scarpe alle caviglie?" Inutile dire che la trovata ha decisamente diviso il pubblico della rete che si sta sbizzarrendo nei più coloriti commenti. Così, se da una parte sono comparsi già oltre 36 mila “like” e sono stata fatte più di 7516 condivisioni, dall’altra la bacheca dell’adidas si è riempita di migliaia di commenti indignati di persone che trovano “offensivo” “fuori luogo” il nuovo design proposto da Adidas. Vi riportiamo alcuni commenti:

“Mi chiedo – si legge sulla bacheca – come potrebbe sentirsi una persona ebrea se si trovasse una svastika sulle scarpe e tutto questo solo in nome della moda?”
“Trovo – scrive un utente su fb - che non ci sia nulla di divertente o di trendy nel carcere. E’ una realtà che uccide!”
“Credo che una società così importante – commenta un utente - abbia degli obblighi morali. Possibile che non abbiano pensato a cosa potevano suscitare con queste scarpe?”
“Oggi – si legge sulla bacheca - in nome del business e della pubblicità si fa qualsiasi cosa – che schifo!”

Voi cosa ne pensate?

Scipione» infuoca l'Italia con ondate di calore che raggiungeranno i 40 gradi

Corriere della sera

caldo e afa in aumento a causa dell'anticiclone in arrivo dall'africa

Italia paese più caldo d'Europa. Lunedì e martedì le temperature toccheranno i 35 gradi. Il picco è previsto tra mercoledì e giovedì


MILANO - È ufficialmente iniziata l'estate torrida, con l'arrivo di Scipione, l'anticiclone dall'Africa che per 10 giorni, secondo le previsioni, lambirà la nostra penisola portando le temperature a dei massimi di 40 gradi. Il «picco» - secondo il monitoraggio delle ondate di calore del ministero della Salute - è previsto mercoledì con allerta di livello 3 («rosso», con condizioni di «rischio elevato») in sette città (Brescia, Frosinone, Latina, Perugia, Rieti, Roma e Viterbo) e di livello 2 («arancione») in altre 10 (Bologna, Bolzano, Campobasso, Civitavecchia, Firenze, Milano, Pescara, Trieste, Venezia e Verona). Secondo gli esperti di 3bmeteo.com, la bolla calda che già sta asfissiando il Bel Paese e che si intensificherà ulteriormente nei prossimi 2-3 giorni porterà l'Italia sul podio delle nazioni europee più calde, soprattutto mercoledì 20 e giovedì 21 giugno.

4000MILA CHILOMETRI - L'anticiclone, battezzato «Scipione» è un'estesa struttura anticiclonica con radici sull`Africa sahariana che si estende per 4000 chilometri fino all`Europa orientale e la Finlandia e che sta portando aria molto calda verso le nostre regioni e tutto il Mediterraneo. Già lunedì si raggiungeranno e si supereranno i 35 gradi al Sud, sulla pianura emiliana e anche nelle aree del modenese colpite dal sisma. Ma il picco massimo del caldo si toccherà mercoledì e giovedì pomeriggio con i 41 gradi sul foggiano, 40 gradi su molte zone del sud, 38-39 gradi sulle regioni adriatiche, 36-37 gradi tra l`Emilia e le zone interne della Romagna.

PERCEPITO - I 35 gradi saranno praticamente una costante nelle maggiori città e i 32-33 gradi afosi di Milano centro saranno percepiti come 38 gradi. Sulle Alpi occidentali veloci temporali in estensione al torinese e alla pianura piemontese non saranno certo in grado di stemperare la calura della giornata. Sabato e domenica infiltrazioni fresche atlantiche innescheranno dei temporali, anche violenti, ma veloci, dalle Alpi verso la Valpadana e domenica soffieranno sia venti di Bora sull`Alto Adriatico sia il maestrale in Sardegna, riportando la colonnina di mercurio a 30 gradi, quindi su valori nella norma. Al sud il caldo continuerà per qualche giorno, ma in graduale attenuazione. La prossima settimana ci attendono bellissime giornate assolate con 30 gradi poco afosi.

UMIDITA' - Che cosa genera l'aumento di calore percepito realmente dalla gente, che va spesso ben oltre le temperature reali? Il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) spiega che le ondate di calore si verificano quando le temperature e l'umidità sono molto elevate per diversi giorni consecutivi, l'irraggiamento solare molto forte e i venti pressoché assenti.

IRRAGGIAMENTO - In questi e nei prossimi giorni, spiegano dal Cnr, ci sono tutte le condizioni per raggiungere in molte città il cosiddetto livello 2 (condizioni meteorologiche a rischio che possono avere effetti negativi sulla salute). Un'area di alta pressione di origine africana si sta spostando sul Mediterraneo, invadendo la nostra penisola e le nostre isole, con venti deboli o moderati e da ultimo, ma non meno importante, l'irraggiamento è molto forte, come d'altra parte ci aspettiamo nei giorni a cavallo del solstizio d'estate. L'attuale ondata tuttavia non sembra raggiungere la stessa gravità del 2003 in termini di durata complessiva e le temperature notturne che portano sollievo al corpo umano sembrano più clementi.

NOTTE - Un altro fattore molto importante che acuisce la gravità delle ondate di calore è la mancanza di temperature minime notturne tali da permettere al meccanismo termoregolatore del nostro organismo di riprenderci dall'affaticamento conseguente al caldo umido intenso delle ore diurne. Nel 2003, quando l'ondata di calore fu prolungata e l'impatto sulla popolazione davvero elevato, tale mancanza fu una delle cause principali dei malori e dei decessi.

OGNI DUE ANNI - Ma si tratta davvero di un caldo eccezionale? «Per ora no - dicono da 3bmeteo.com - ondate calde di questa portata in giugno si verificano mediamente ogni uno o due anni». Ecco i precedenti record di caldo del mese di giugno, per le principali località italiane: Bologna (Borgo Panigale) 37,3 (2003), Milano (Linate) 36,6 (2003), Firenze (Pretola) 40 (1990), Roma (Ciampino) 37,8 (1982), Napoli (Capodichino) 37,4 (1982) Bari (Palese) 45,5 (2007) Catania, (Fontanarossa) 45 (1982).

18 giugno 2012 | 15:25

Con il vampiro di Sozopol tornano vecchie leggende

La Stampa


l "vampiro" di Sozopol, in Bulgaria, ha attirato l'attenzione dei media e suscitato grandi speranze sull'afflusso di turisti nella località sul mar Nero. Lo scheletro, antico di 700 anni, è stato rinvenuto in una necropoli medievale assieme a un paletto di metallo, che gli era stato piantato nel torace. Si tratta d'un rituale, nient'affatto insolito, per impedire che il defunto uscisse dalla tomba e andasse a nutrirsi del sangue di animali e uomini, nel solco d'una tradizione che ancora oggi ha i suoi strascichi nel profondo della Penisola balcanica.

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Bozhidar Dimitrov, l'illustre storico che è a capo del Museo nazionale di storia di Sofia, ha svelato che i resti mortali apparterrebbero a un pirata, conosciuto come Krivich, famigerato non solo per la sua attività banditesca, ma anche perché non assolse al suo compito di difendere Sozopol durante un assedio, lasciando che i genovesi razziassero la città portando via tutto ai residenti. Sostanzialmente - ha spiegato lo studioso, riporta l'agenzia di stampa Novinite - in vita sarebbe stato un deprecabile essere umano, ma nulla di più, e gli avrebbero piantato il paletto nel cuore per impedire che diventasse un vampiro. "La sua carriera vampiresca terminò prima di cominciare", spiega Dimitrov.

La storia di Jin, italiana per metà

Corriere della sera

Jin, 21 anni, cinese nata e cresciuta in Italia


I ragazzi cinesi che vivono in Italia, gli aspetti positivi e negativi di entrambe le comunità attraverso gli occhi di Jin, 21 anni, nata in Italia.

Il peso della popolazione mondiale? Quasi trecento milioni di tonnellate

Corriere della sera

Un terzo degli obesi vive negli Usa. Le riserve alimentari mondiali sono minacciate dalla popolazione in sovrappeso



MILANO – I dati sull’obesità nel mondo sono allarmanti secondo le ultime stime e i ricercatori di un recente studio di settore sottolineano quanto questo eccesso di peso sulla Terra possa avere un impatto fortissimo anche in termini di sostenibilità ambientale e di carenza di risorse future. Gli studiosi della London School of Hygiene and Tropical Medicine si sono basati infatti sui dati raccolti nel 2005 dalla World Health Organization per arrivare alla conclusione che circa 15 milioni di tonnellate del peso dell'umanità debbano essere ascritte alla massa di individui sovrappeso e 3 milioni e mezzo a chi soffre di obesità. Il peso totale della popolazione mondiale? 287 milioni di tonnellate. Nel Vecchio Continente il 55,6 per cento degli abitanti è in sovrappeso, percentuale che negli Stati Uniti riguarda i 3/4 della popolazione e in Asia solo il 24,2 per cento.

IL PESO MEDIO GLOBALE - Secondo gli scienziati britannici il peso medio globale degli esseri umani si attesta sui 62 chilogrammi, ma esistono grandi differenze a seconda delle diverse aree geografiche. Infatti nel Nord America la media ponderale è fissata attorno agli 80 chilogrammi, mentre in Asia si attesta sui 57 e in Europa 71. La parte settentrionale del continente americano, nella quale vive il 6 per cento dell'intera popolazione mondiale, conta tra i propri abitanti un terzo di tutti gli obesi del pianeta. L'Asia invece, pur ospitando il 61 per cento dei cittadini del mondo, ha un tasso di obesità del solo 13 per cento. «Quando si parla di sostenibilità ambientale - ha sottolineato Ian Roberts, uno degli autori dello studio - la gente pensa subito alla popolazione in termini numerici. Ma in realtà il problema non è determinato dal numero di bocche da sfamare, ma dalla disponibilità di cibo sulla Terra».

NAZIONI PESANTI E LEGGERE - Nel corso della ricerca è stata stilata anche una sorta di classifica delle nazioni più grasse e di quelle più in linea. Il primo posto tra gli stati con i maggiori problemi legati al peso è andato agli Stati Uniti, da tempo afflitti dal problema dell'obesità dei propri cittadini. «Se ogni nazione del mondo avesse gli stessi livelli di grassezza degli Usa - ha avvertito ancora Roberts - sarebbe come se all'improvviso comparisse un ulteriore miliardo di esseri umani con un aumento del peso globale di 58 milioni di tonnellate». Inoltre, sebbene in cima alla lista delle nazioni più magre si trovino Eritrea, Vietnam ed Etiopia, gli scienziati inglesi non ritengono la magrezza un fattore legato esclusivamente alla povertà e alla scarsità di cibo. A sostegno di questa tesi viene citato nella ricerca l'esempio giapponese: nella ricca società nipponica infatti nel 2005 l'indice di massa corporea (il rapporto tra peso e altezza) medio era pari a 22, mentre negli Stati Uniti era già a 28,7.

LA CULTURA DELL'AUTOMOBILE - Tra le altre nazioni sovrappeso c'è anche qualche sorpresa: sono presenti infatti nella top ten Kuwait, Croazia, Qatar ed Egitto. Ma in questi stati il problema più che dalla qualità dell'alimentazione è data dalla cultura automobilistica. La gente in sostanza mangia normalmente, ma si sposta quasi esclusivamente in macchina, bruciando pochissime delle calorie assunte.


Emanuela Di Pasqua
18 giugno 2012 | 14:15

L'amicizia speciale di Billy e Fraser

La Stampa
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Ecco il gatto randagio che salva un bambino autistico dalla solitudine



Si chiama Billy il gatto randagio che ha trovato il senso dell'amicizia in un bambino autistico di quattro anni.
Secondo il Daily Mail, il felino era stato abbandonato dal suo precedente proprietario e viveva in un ricovero nell'Aberdeen (in Scozia), quando la famiglia del piccolo Fraser Booth ha deciso di adottarlo.

Fraser, cui era stato diagnosticato l’autismo a 18 mesi, era sempre stato chiuso in se stesso e non dava segni di miglioramento. Da quando, però, i suoi genitori hanno portato a casa il micio, il piccolo è notevolmente migliorato.
Anche Billy comincia a sentirsi amato e passa tutto il giorno con il suo nuovo amico. Dalla colazione alla favola della buona notte, si accoccola vicino a Fraser e non lo lascia mai solo.

La signora Booth, 38 anni e mamma a tempo pieno, è felice di questa nuova situazione. «La loro relazione è speciale – racconta – è come se fosse Billy a prendersi cura di Fraser. Si accorge quando diventa triste, lo segue quando gioca in giardino: è come se cercasse di calmare il suo comportamento». Quando ripensa al passato, non ha rimpianti per aver portato in casa il felino. «Quando abbiamo presentato Billy a Fraser, il micio gli è corso incontro. Gli ha messo le zampette sulle ginocchia e ha cominciato a fare le fusa. A quel punto, Fraser ha parlato. “Questo è il nostro gatto – ha detto – può restare con noi”. Billy ha aiutato la nostra famiglia, ha cancellato le preoccupazioni e ha portato la gioia in questa casa. Mi dispiace aver donato solo 30 dollari al rifugio: quello che ha fatto per noi quest’animale non ha prezzo».

L’azione del Papa ha dato fastidio, tentano di destabilizzare la Chiesa»

La Stampa
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Il cardinale Bertone parla con «Famiglia Cristiana» dei vatileaks e del caso IOR: «Non ho alcun segnale di coinvolgimento di cardinali o di lotte fra ecclesiastici»


Andrea Tornielli
Città del Vaticano

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Il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato e principale collaboratore di Benedetto XVI torna a parlare del caso vatilieaks dopo essere rientrato dal viaggio in Polonia, dove ha «vissuto un clima totalmente diverso dalle meschinità e dalle menzogne propalate in questi mesi». Lo fa in una lunga intervista con il direttore di «Famiglia Cristiana», don Antonio Sciortino.

«Ci troviamo in un momento faticoso. Nessuno di noi intende nascondere le ombre e i difetti della Chiesa. Il Santo Padre continua a invitarci tutti, a cominciare da quanti rivestono ruoli di responsabilità, alla conversione della vita. Non solo purificando i nostri comportamenti, ma anche aumentando la nostra dedizione alla causa del bene». Ma Bertone fa anche osservare che «ci troviamo in un contesto italiano, che viene propalato a raggio universale, dove la risonanza è molto attutita. Anzi, all’estero si fatica a comprendere la veemenza di certi giornali italiani».

Dall’estero, secondo il Segretario di Stato, «si percepisce meglio quanto la pubblicazione di una molteplicità di lettere e di documenti inviati al Santo Padre, da persone che hanno diritto alla privacy, costituisca – come abbiamo più volte ribadito – un atto immorale di inaudita gravità. E un vulnus a un diritto riconosciuto esplicitamente dalla Costituzione italiana, che deve essere severamente osservato e fatto osservare».

A questo proposito il braccio destro di Ratzinger si chiede se la tutela della privacy del cittadino sia ancora valida per la società civile: «Se chi scrive al Papa vede violato un proprio diritto costituzionalmente garantito in Italia, qualche problema bisognerà pur farselo. Il libro uscito di recente (Sua Santità di Gianluigi Nuzzi, ndr) e le lettere pubblicate dai giornali rendono quanto mai legittime diverse domande. La Costituzione, il patto che tiene unito un popolo e lo rende capace di obiettivi comuni, prevede cittadini di serie A e di serie B? Se chi scrive è un cristiano, i suoi diritti sono costituzionalmente meno garantiti rispetto a un’altra persona?».

A proposito delle motivazioni che stanno dietro l’operazione vatileaks, Bertone afferma: «La grande azione chiarificatrice e purificatrice di Benedetto XVI, sin da quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in totale sintonia con Giovanni Paolo II, certamente ha dato e dà fastidio. La sua azione per stroncare gli episodi di pedofilia nel clero, per citare soltanto una tematica fra tante, ha mostrato che la Chiesa ha una capacità di autorigenerazione che altre istituzioni e persone non hanno. È evidente quanto la Chiesa sia una roccia che resiste alle burrasche. E un punto di riferimento inequivocabile per innumerevoli persone e istituzioni in tutto il mondo. Per questo si cerca di destabilizzarla».

Secondo il Segretario di Stato, «molti giornalisti giocano a fare l’imitazione di Dan Brown. Si continua a inventare favole o a riproporre leggende». E Bertone smentisce come assolutamente falsa la notizia riguardante «un monsignore del Vaticano» che sarebbe a Genova «con l’incarico di dissuadermi dall’accettare la proposta di Papa Benedetto XVI, che mi voleva come Segretario di Stato». Il cardinale ribadisce, contro l’idea dell’esistenza di lotte di potere, che «in realtà, in Segreteria di Stato fra tutti i collaboratori c’è un’unità di intenti, un impegno di collegialità che non esiste altrove».

«Personalmente – aggiunge – non ho alcun segnale di coinvolgimento di cardinali o di lotte fra personalità ecclesiastiche per la conquista di un fantomatico potere». La dialettica del confronto è una tradizione della Chiesa sin dal tempo degli apostoli, che certamente non si tiravano indietro nel sostenere le proprie idee. Senza, tuttavia, sbranarsi a vicenda, ma riconoscendo sempre il primato di Pietro». Sull’aiutante di camera Paolo Gabriele, arrestato lo scorso maggio, Bertone dice: «Questo tradimento della fiducia è stato il fatto più doloroso…

Il Santo Padre ha provato dolore non soltanto per il tradimento di una persona di famiglia e perché sono stati trafugati dei documenti, ma anche perché la normale e legittima dialettica che deve esistere nella Chiesa assume il volto di una contrapposizione che sembra voler dividere fra amici e nemici». E rivela: «Il Papa stesso ci ha chiesto più volte, in maniera accorata, una spiegazione sulle motivazioni del gesto di Paolo Gabriele, da lui amato come un figlio». Le indagini, ricorda Bertone, «sono ancora in corso», e l’istituzione della commissione cardinalizia che riferisce direttamente al Pontefice «dimostra la volontà di Benedetto XVI di fare totale chiarezza».

Per quanto riguarda se stesso, il Segretario di Stato afferma: «Io sono al centro della mischia. E vivo queste vicende con dolore, ma anche vedendo costantemente al mio fianco la Chiesa reale, le persone di ogni ambito che mi manifestano il loro affetto e si stringono in unità. Sono innumerevoli le lettere che mi sono giunte da cardinali, prelati, semplici fedeli per testimoniarmi la loro solidarietà. C’è un tentativo accanito e ripetuto di separare, di creare divisione fra il Santo Padre e i suoi collaboratori. E tra gli stessi collaboratori. Mi sembra che si vogliano colpire coloro che si dedicano con maggior passione e anche con maggiore fatica personale al bene della Chiesa e della comunità».

Ma Bertone affronta anche la questione dello IOR, e del licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi. «La questione dell’ex-presidente dello IOR è chiara – afferma il cardinale –  La pubblicazione degli interventi del Consiglio di sovrintendenza mostra che il suo allontanamento non si deve a dubbi interni riguardo alla volontà di trasparenza, ma piuttosto a un deterioramento dei rapporti fra i consiglieri, a motivo di prese di posizione non condivise, che ha portato alla decisione di un cambiamento. Per di più, al di là degli scandali passati (che sono molto enfatizzati e periodicamente riproposti per gettare sfiducia su questa istituzione vaticana), lo IOR si è dato regole precise ben prima della legge antiriciclaggio».

«L’attuale Consiglio di sovrintendenza – ha continuato Bertone – composto da alte personalità del mondo economico-finanziario, ha continuato e rafforzato questa linea di chiarezza e di trasparenza e sta lavorando per recuperare a livello internazionale la stima che merita questa istituzione. La funzione dello IOR è di operare a favore del Santo Padre, dei vescovi e degli istituti religiosi, per aiutarli a concretizzare quel volume di bene che la Chiesa svolge in tutto il mondo. Quando mandiamo aiuti alle situazioni più dolorose dobbiamo avere anche gli strumenti tecnici per operare. Io rinnovo la mia piena fiducia nei responsabili dello IOR. E invito a condividere questa fiducia, poiché la volontà di trasparenza dello IOR è innegabile. Questa volontà ha sempre guidato in modo particolare me e tutti i miei collaboratori».

Infine, parlando del senso di questi giorni difficili, il Segretario di Stato afferma: «Gesù ha detto ai discepoli, come tramanda il Vangelo di Matteo: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. È ciò che vivono il Papa e i suoi collaboratori. Essere pieni di gioia, pur nelle batoste e nelle sofferenze, è una delle realtà che il Signore dona alla Chiesa e agli apostoli oggi».

Vi racconto tutta la verità sull'attacco di Anonymous al blog di Beppe Grillo»

Corriere della sera

Parla l'hacker che ha bloccato il sito del leader del M5S. «Volevo capire perché la sua banda sia così limitata»


L'immagine del comunicato postato sul blog ufficiale di Anonymous Italia poi rimossoL'immagine del comunicato postato sul blog ufficiale di Anonymous Italia poi rimosso

A distanza di più di una settimana dall'attacco di Anonymous al blog di Beppe Grillo non si fermano le polemiche all'interno della comunità di hacktivist. Chi ha effettivamente bloccato il sito del leader del Movimento Cinque Stelle ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti. «Credo che sia venuto il momento di fare chiarezza su quanto accaduto dopo una settimana di dichiarazione sconcertanti da parte dei referenti di Anonymous italy», spiega l'Anonymous italiano protagonista dell'attacco a Grill0.


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CHAT E BOTNET - «L'attacco non è nato come un operazione di Anonymous, bensì come un test per una botnet privata (ossia come un esperimento per verificare quanto poco ampia sia la banda di uno dei siti più frequentati al mondo)», spiega l'hacker. Niente intento politico dunque e nemmeno un'operazione su larga scala come quelle portate avanti contro il Vaticano, Equitalia o Trenitalia. L'attacco viene però rivendicato con un comunicato sul blog ufficiale in cui Grillo viene accusato di varie cose, tra cui di aver fatto il saluto romano e di inquinare il mare della sua barca. «Alcuni membri del gruppo Anonymous italy, dopo avere appreso la notizia che il sito di Grillo era caduto hanno concordato tra loro un comunicato attribuendosi la paternità dell'accaduto e puntando sul sito in questione un' altra botnet», continua l'hacktivist che afferma di far parte del movimento da alcuni mesi. Tutto pare dunque procedere per il meglio e tutti paiono d'accordo. Anonymous infatti è un movimento abbastanza anarchico, in cui si discutono e si decidono le operazioni nelle chat e nei canali delle varie crew, dove più o meno chiunque può entrare dopo aver dimostrato la sua buona fede.

LE REGOLE - «Tra l'enorme soddisfazione e goliardia per l'accaduto dei partecipanti alla discussione (tutti operatori del canale principale #italy) in un canale privato del server, intorno a mezzanotte entra uno degli "old anon", uno dei membri più anziani che di propria iniziativa cancella dal blog il comunicato e bacchetta i presenti. Il motivo? L'attacco non ha rispettato l'etica di anonymous perché il blog di grillo veniva considerato come un media». Tra le poche regole del movimento, infatti, c'è quella di non colpire i siti di informazione perché Anonymous combatte la censura. Per molti utenti però il blog di Grillo non è un sito di informazione ma il megafono di un politico "diventato ormai come gli altri"».

IL CAPRO ESPIATORIO - L'hacker continua il suo racconto e spiega come si sia creata una spaccatura all'interno del movimento: «Tra lo stupore generale uno degli utenti, definito anche uno degli operatori più attivi del gruppo, decide di lasciare Anonymous Italy schifato da come il singolo parere di un membro anziano possa far cambiare idea ad altri anon. Spero che i membri anziani riescano a riportare ordine nel movimento evitando iniziative personali e diffondendo notizie non vero». Nessuna espulsione, dunque. Piuttosto defezioni e contrasti. Ma non è finita. «Tra i pareri discordi qualcuno ha avuto l'idea di attribuire l'attacco ad una sottocrew di Anonymous, non molto conosciuta, per ripulire l'immagine del gruppo madre. E, dopo ore di dibattiti, è stato deciso di rinnegare l'operazione e di addossare la colpa a una sotto crew (un sottogruppo) di cani sciolti. Ma le cose non sono andate così». Sia quel che sia una cosa è certa: l'attacco a Grillo ha creato un blackout all'interno del movimento. E non solo. All'interno della rete sembra essere partita una guerra per chi deterrà il controllo dei gruppi di hacktivist. Resta da vedere chi vincerà questa lotta.


Marta Serafini
@martaserafini18 giugno 2012 | 11:38

Michele e la pagella da record: tutti 10 I prof: «Ma non è il classico secchione»

Il Mattino

di Andrea Ferraro

CASERTA - Tutti dieci. Anche in condotta. Ma non è un secchione. In classe gli vogliono un gran bene perché, parola dei docenti, umile e disponibile con tutti. Cultura, educazione, la musica, la sua passione (è iscritto al Conservatorio di Avellino), e, soprattutto, il sogno di diventare insegnante.

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Michele Gammella, 17 anni da compiere il 29 giugno, di Casagiove, studente della III F del liceo classico Giannone, per il secondo anno consecutivo ha stabilito l’invidiabile primato: tutti 10. Un motivo di orgoglio anche per i genitori Raffaele e Rosaria, lui impiegato civile alla Scuola Sottufficiali dell’Aeronautica Militare di Caserta, lei casalinga, e la sorella Sara, studentessa. Michele ora è in Sicilia per le meritate vacanze. «È eccezionale - dice Raffaela Di Gregorio, docente di religione - per il secondo anno consecutivo è risultato il migliore. Non è il classico secchione, non è ambizioso, non si mette in competizione con gli altri. Con i compagni è sempre disponibile. Quando il preside gli ha chiesto se volesse fare il salto ha detto che vuole restare con i compagni».


Lunedì 18 Giugno 2012 - 10:42    Ultimo aggiornamento: 10:43

La lotta ai clandestini riparte da Gheddafi

La Stampa

Ecco l'accordo Italia-Libia: una fotocopia di quello siglato con il dittatore


Un gruppo di immigrati tunisini sbarcati a Lampedusa

 

GUIDO RUOTOLO
roma


Saranno poco più di duemila, divisi tra Sicilia e Calabria, gli immigrati clandestini sbarcati sulle nostre coste nei primi sei mesi del 2012. Percentuali risibili, infinitesimali se confrontate a quelle degli anni passati. E’ vero, Gheddafi usava i clandestini come una clava contro l’Italia e l’Occidente. E di fronte a un paese, la Libia, dove con il dopo Gheddafi regnano le milizie, i clan, le tribù e un esercito nazionale e forze di polizia sembrano, il timore di possibili nuovi esodi di massa di clandestini verso l’Europa, e cioè l’Italia, non è campato in aria. E invece, grazie all’accordo tra Libia e Italia per il contrasto all’immigrazione clandestina e al fatto che, evidentemente, proprio per l’instabilità di quel paese i flussi provenienti dal Corno d’Africa e dalla fascia dei paesi subsahariani sembrano essersi ridotti di molto, la pressione degli immigrati irregolari verso l’Italia non si fa (ancora) sentire.

O meglio, non è critica come in passato. Venerdì Amnesty International ha denunciato che il 3 aprile scorso, a Tripoli, è stato siglato un accordo segreto tra l’Italia e la Libia sull’immigrazione clandestina che autorizza le autorità italiane a intercettare i richiedenti asilo e a riconsegnarli ai soldati libici. «Nel quadro del consolidamento dei rapporti di amicizia tra la Libia e la Repubblica Italiana, dei trattati e degli accordi bilaterali finalizzati al rafforzamento di relazioni privilegiate in materia di contrasto all’immigrazione clandestina...». E ancora: «L’Italia si impegna ad avviare immediatamente il programma delle forniture relativo a mezzi tecnici e attrezzature». «La Stampa» è venuta in possesso dell’accordo siglato dai ministri dell’Interno italiano, Annamaria Cancellieri, e libico, Fawzi Altaher Abdulati il 3 aprile, a Tripoli.

(Documento)

L’accordo - processo verbale della riunione tra le due delegazioni - sembrerebbe riconfermare in sostanza tutte le vecchie intese siglate da Roma e Tripoli, al tempo di Gheddafi. Compresa, evidentemente, quell’intesa contestata anche dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sui respingimenti in mare. Si legge nell’accordo di aprile: «Adoperarsi alla programmazione di attività in mare negli ambiti di rispettiva competenza nonchè in acque internazionali, secondo quanto previsto dagli accordi bilaterali in materia e in conformità al diritto marittimo internazionale». L’accordo rafforza la cooperazione tra i due Paesi. In materia di formazione, semaforo verde per «il programma di addestramento in favore degli ufficiali della polizia libica su tecniche di controlo della polizia di frontiera (confini terrestri e aeroporti); individuazione del falso documentale e conduzione delle motovedette».

Inoltre l’Italia allestirà presso la nostra ambasciata di Tripoli, un «centro di individuazione di falso documentale», i libici, invece, nel porto della capitale, forniranno le strutture per un centro di addestramento nautico. Kufra è l’ultima oasi a sud della Libia, ai confini con l’Egitto, il Sudan, il Ciad. Ed è sicuramente una delle principali porte d’ingresso dei flussi di immigrati o richiedenti asilo che arrivano dal Corno d’Africa.L’accordo del 3 aprile stabilisce l’inizio della costruzione di un «centro sanitario a Kufra per garantire i servizi sanitari di primo soccorso a favore dell’immigrazione illegale». Materia controversa è quella dei centri di accoglienza in Libia, Paese che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 sul rispetto dei diritti umani. Nella fase finale del regime di Gheddafi le agenzie internazionali che si occupano di diritti umani e di immigrazione hanno sempre denunciato la violazione dei diritti umani in questi centri d’accoglienza.

Quella Libia dovrebbe essere andata in pensione, con la Rivoluzione del 17 febbraio. E adesso, il 7 luglio, con le elezioni per l’Assemblea costituente, il nuovo parlamento dovrebbe elaborare e approvare una nuova Costituzione. Naturalmente, i ministri dell’Interno di Roma e Tripoli hanno ribadito nel documento sottoscritto da entrambi l’impegno per il rispetto dei diritti dell’uomo, parlando per esempio dei «centri di accoglienza, durante la permanenza degli immigrati illegali». E, soprattutto, hanno annunciato di voler coinvolgere con urgenza «la Commissione Europea affinchè fornisca il proprio sostegno a ripristinare i centri di accoglienza presenti in Libia». Nel processo verbale dell’incontro del 3 aprile a Tripoli si legge ancora: «Tenendo presente i precedenti accordi e la determinazione della Libia di fondare un nuovo Stato basato sulla democrazia e su principi di diritti umani universalmente riconosciuti... in un clima in cui ha prevalso la comprensione, l’armonia e il reciproco rispetto, le due parti hanno concordato...». Insomma, se son rose fioriranno.