martedì 19 giugno 2012

Chi ha rubato le lattughe dell’orto Un furto o una ragazzata?

Corriere della sera

di Michele Farina


Adesso che la banda dell’insalata (e dei finocchi) è stata smascherata, rimane un (piccolo) grande interrogativo che vorrei girare ai lettori: che auspicio trarne per il futuro dell’Italia?


ortoOra che sappiamo chi è stato a saccheggiare l’orto, possiamo tirare un sospiro di sollievo? Oppure questa è l’ennesima (minuscola) prova che non c’è speranza? E’ importante sapere se i ladri di verdura erano poveri affamati oppure ricchi sfaccendati?

I fatti sono questi. Mio padre (il signor Franco) ha 76 anni e nella sua casa in Brianza coltiva un piccolo orto di cui va moderatamente fiero. Finora gli unici nemici erano state le talpe (bloccate con una barriera sotterranea fatta di tegole). L’altra sera c’è stato il salto di qualità: «Hanno rubato nell’orto. Hanno tirato su i ceppi di lattuga, il sedano, i finocchi più belli». Ecco, ci siamo (riflessione impaurita piccolo-borghese): la prossima volta ruberanno il tranciarami, la successiva ce li troveremo in casa. Riflessione più profonda e pauperista (alla Galbraith): ecco, questa è la crisi che morde. Lehman Brothers, lo spread, ora anche i finocchi.

Chi può rubare la verdura di un pensionato, se non qualche poveraccio che ha veramente fame?

Diverso il caso dei ladri che un giorno portarono via i sassolini con cui disegnavamo messaggi sulla tomba di mia madre. Quelli erano bastardi e basta. Ma gli smilzi figuri che hanno strisciato sotto la rete alla ricerca di un po’ di cibo (biologico) meritano di essere perdonati, giusto?

Peccato (o per fortuna) che l’indagine sui responsabili ha portato a un esito diverso. Mio padre aveva già dei sospetti. Un pomeriggio aveva visto dei ragazzini giocare nel campo vicino, proprio all’altezza dell’orto. Ieri li ha rivisti. Un paio. Erano all’altra estremità del grande prato, giocavano (danneggiandoli) sui rotoloni di erba tagliata. Il signor Franco è andato là. Gli è bastato dire «E allora?» che uno di loro si è tradito. «Noi non c’entriamo con l’orto» ha risposto un biondino alto così. Mio padre ha sorriso: «Ah, e chi è stato allora?». I bambini, sotto i 10 anni, sono fuggiti come schegge oltre una siepe, dentro il granoturco.

Mio padre lentamente (ha un ginocchio sifolino) implacabilmente è andato sulle loro tracce. Nel mais i ragazzini avevano fatto un sentiero. Che si interrompeva contro il cancello di un residence molto rinomato in zona, fatto di belle case immerse nel verde. Oltre il cancello c’era un giardiniere. Mio padre l’ha salutato, gli ha spiegato perché era lì. Lui ha detto che non c’entrava. Nel frattempo da una villa è uscita una signora. Che si è subito auto-accusata. Ha chiesto scusa, offerto risarcimento (che il signor Franco ha rifiutato), dicendo che effettivamente uno dei bambini era suo figlio.

«Sì, qualche giorno fa è tornato a casa con la verdura. Però mi ha detto che lui e i suoi amici l’avevano presa in un orto non recintato».
Ah, però. E che differenza fa scusi? Forse che i finocchi crescono da soli? E il sedano? Qualcuno l’avrà pur piantato no? Perché non è tornata sul posto con i bambini cercando di porre rimedio alla bravata? Mio padre non gliel’ha chiesto, ha fatto il signore (qual è).

Suvvia, dirà qualcuno, è uno scherzo di ragazzini. Anche Steve Jobs, mi ha raccontato il suo amico sfigato Daniel, andava di sera a rubare ciliegie nei giardini dei vicini. E guardate che genio è diventato. Ma certo, un piccolo furto giocoso fatto dai piccoli gianburrasca del residence che vagano eccitati per la campagna nei primi giorni di vacanza. Infatti io ce l’ho con la madre. Le altre madri. Che magari comprano la verdura organica, curano l’alimentazione dei pargoli. Ce l’ho con loro per quello che non hanno fatto.

Dovevano farsi portare dai figli nel posto dove crescono liberamente i finocchi e il sedano e la lattuga. Adesso dovrebbero organizzare una corvée di famiglia in qualche fattoria, sentire che fatica si fa a zappare, fare un buco, seminare una piantina. Povera ricca Italia. Più cialtrona che affamata. Esagero. Però…

Verbale sbagliato di 20 volte «Ricorso vinto, a spese mie»

Corriere della sera

Contribuente contro l'Agenzia delle Entrate: una beffa. Contestata la mancata denuncia di un affitto da un milione 200 mila euro


Cosa c'è di più bello di riconoscere di aver sbagliato, convocare il contribuente e dirgli con il sorriso sulle labbra: «Ci scusi tanto, è stato un errore nostro. Cercheremo di non ripeterlo con altri. Pratica chiusa». Un sogno? Purtroppo sì. Il rancore che i cittadini provano per l'Agenzia delle Entrate è dovuta al fatto che non trovi mai la persona giusta con cui parlare, dai cavilli e dalle procedure che devi seguire con il rischio, alla fine, di sbagliare. E soccombere. «Dracula» l'ha chiamata l'ex ministro dell'interno Bobo Maroni. Gabriele Erba compirà 66 anni ad ottobre. È un pensionato che non ha ancora la pensione. Nella sua vita lavorativa è stato un apprezzato manager di compagnie aeree e nel turismo. Sempre stipendiato. È livido nei confronti di «Befera» (Attilio, il numero uno dell'Agenzia delle Entrate) per questa semplice ragione: nel 2009 ha ricevuto un avviso di accertamento per aver omesso di dichiarare redditi di fabbricati per l'anno d'imposta 2004.

Solo che l'Agenzia aveva fatto un piccolo, clamoroso, errore: aveva messo nero su bianco che la locazione ammontava a 1.200.000 euro, invece di 120 milioni di vecchie lire. Imposta da pagare entro 60 giorni? Euro 515.381,65. In un paese civile il contribuente che si fosse recato negli uffici della sua città, avesse parlato con un funzionario e mostrato i contratti, avrebbe chiuso «l'incresciosa» vicenda nel giro - diciamo? - di una settimana. Invece? «Invece - racconta Gabriele Erba - non siamo in un paese civile. E, come si dice, sono rimasto "cornuto e mazziato". Ho dovuto prendere commercialista e avvocato che mi sono costati 3.800 euro di parcella. L'Agenzia delle Entrate ha alla fine riconosciuto l'errore ma, spalleggiata dalla Commissione tributaria provinciale che non ha tenuto conto di numerose sentenze della Cassazione, ha stabilito che il contribuente deve pagarsi le spese del proprio professionista. Non farò ricorso perché rischio di pagare due volte le spese senza ottenere giustizia».

Adesso attenzione alle date e all'infernale meccanismo dell'Agenzia delle Entrate. Il 23 novembre 2009 arriva la notifica. Il professionista del signor Erba va in via Manin per illustrare i fatti. Il 22 dicembre presenta «l'istanza di riesame in autotutela». Stress e le telefonate all'Agenzia non si contano più. Il 22 gennaio 2010 è l'ultima data per pagare, pena il versamento raddoppiato di quanto chiede l'Agenzia. Meglio non rischiare: su suggerimento dei professionisti, il 21 gennaio (un giorno prima della data di scadenza), il signor Erba presenta ricorso. La data dell'udienza viene fissata per il 20 gennaio 2012.

Nel frattempo, esattamente il 7 giugno 2010, l'Agenzia emette il provvedimento di annullamento totale (il ricorso oramai era stato presentato e fa la sua strada). Nell'udienza il professionista del signor Erba chiede alla Commissione tributaria di condannare l'Agenzia delle Entrate al pagamento delle spese di giudizio. Il 13 febbraio 2012 arriva la motivazione della sentenza. Sconcertante. La Commissione ha ritenuto di compensare le spese (ognuno paga le proprie), adducendo quale motivo che il contribuente non ha dato tempo all'Agenzia di emettere il provvedimento di annullamento.

Insomma: il contribuente paghi le spese dei suoi professionisti che ha dovuto utilizzare a causa di un clamoroso errore dell'Agenzia delle Entrate.

Alberto Berticelli
19 giugno 2012 | 12:46

Luigi Lusi: «C'era un patto fiduciario e tutto veniva deciso a voce»

Corriere della sera

L'ex tesoriere della Margherita ha qualcosa da dire a poche ore dal voto che lo separano dalla libertà o dalla prigione. eme che i partiti possano darlo in pasto alla “pancia del paese” come una sorta di feticcio per purificarsi dall’esasperato clima di insofferenza verso la casta

di Sabrina Giannini


La scrivania di Luigi Lusi è tappezzata dalle carte processuali e dalla documentazione che gli serve per la difesa, anche quella che mercoledì leggerà in Aula davanti ai colleghi senatori che dovranno decidere se autorizzare il suo arresto per il reato contestato di associazione a delinquere (con la moglie e due commercialisti). Teme che i partiti possano darlo in pasto alla “pancia del paese” come una sorta di feticcio per purificarsi dall’esasperato clima di insofferenza verso la casta. Proprio per questo è consapevole che soltanto la votazione a scrutinio segreto potrebbe salvarlo dall’arresto, che non ha precedenti al Senato.




Non ci sta a fare il capro espiatorio, soprattutto non ci sta che i leader della Margherita escano da questa tempesta come le vittime inconsapevoli. «C’era un patto fiduciario», afferma Lusi, «le assegnazioni del denaro si decidevano a voce, non c’erano verbali. In parte era prassi e in parte per non lasciare traccia; di scritto c’erano solo i bilanci». Ricorda quanto già emerso dalle cronache, ovvero che “verbalmente” fu disposto un bonifico per il Centro per il futuro sostenibile, la Fondazione di Francesco Rutelli. Qual era la causale? “Erogazione liberale”. Ossia, nessuna motivazione. Parla dettagliatamente dei cinquemila euro mensili richiesti dall’allora presidente Enzo Bianco per sé medesimo e di centocinquanta mila euro elargite a una società catanese di consulenza. Disposizioni legittime e che nulla hanno a che vedere con le appropriazioni indebite che sono contestate a Lusi dai magistrati.

L’avvocato Titta Madia per conto degli esponenti della ex Margherita aveva rilasciato le seguenti dichiarazioni: «Dalle indagini dei magistrati emergono due dati significativi: Lusi ha depredato la Margherita avvalendosi di professionisti suoi complici e falsificando tutte le scritture contabili. Secondo, dalla verifica di migliaia di operazioni bancarie della margherita non emergono episodi di malcostume, di approfittamento o di ruberie da parte dei dirigenti politici dello stesso partito».

Francesco Rutelli sabato scorso aveva dichiarato durante l’ultima tombale assemblea federale dell’associazione-partito la Margherita (messa in liquidazione) dai quali sono stati esclusi i giornalisti e Lusi stesso (il quale aveva annunciato l’intenzione di mostrare “i suoi conti”): «Sono spuntate le diffamazioni e le calunnie su, addirittura, erogazioni finanziarie dirette a leader del partito; sino, nientemeno, alla tesi secondo cui l’acquisto di ville, appartamenti nascosti in Canada eccetera sarebbe avvenuto aulla base di un “mandato fiduciario”, per cui i dirigenti del partito avrebbero autorizzato Lusi a intestare quei beni a sé e ai suoi familiari per conto della Margherita!». Certamente Francesco Rutelli sarà il primo a dolersi dell’assenza dei verbali, della carente tracciabilità delle causali dei bonifici ed erogazioni (liberali). Vuoto di cui è responsabile politicamente unitamente ai soliti volti noti che da decenni siedono insieme a lui in Parlamento e che non hanno voluto una normativa che consentisse un controllo terzo sui bilanci dei partiti.

Non esiste una democrazia occidentale con una normativa a protezione della “privacy” dei partiti come la nostra. Nonostante si tratti prevalentemente di rimborsi elettorali, quindi denari pubblici, i partiti o le associazioni di partito possono disporre dei loro tesori senza che via una reale controllo sulla rendicontazione né da parte della Corte dei conti né da parte dei revisori del Parlamento.
Lusi questo lo sapeva, lo sapevano tutti. Mercoledì mattina, a poche ore dal voto del Senato sull’autorizzazione all’arresto di Luigi Lusi, sarà pubblicato un altro stralcio di intervista al senatore.

Sabrina Giannini
19 giugno 2012 | 14:43

Cerchi nel grano a Camponogara: c'è un messaggio in codice sulla Terra

Il Mattino

Rappresenterebbero il pianeta con nucleo, mantello e crosta e spiegherebbero la velocità di rotazione degli emisferi


di Emanuele Compagno

VENEZIA - I cerchi sul grano appaiono anche a Camponogara. Esattamente in via Manzoni e a Prozzolo. La strana e ovviamente sospetta scoperta è di qualche giorno fa, ma già i video spopolano su Youtube.


I cropcircles sono stati anche immortalati con una ripresa aerea ad opera di un paramotorista locale, ovvero un amante del volo che ha sorvolato il campo di grano di via Manzoni a Premaore con il proprio parapendio a motore. I cerchi sul grano, opera di esseri misteriosi o di di un artista che non abita molto lontano dal luogo dove sono stati realizzati, conterrebbero anche un messaggio in codice. Infatti i cerchi concentrici rappresenterebbero una sezione del pianeta terra e raffigurerebbero i vari strati interni del pianeta: nucleo, mantello e crosta terrestre.


Uno dei video contiene alla fine proprio la spiegazione del disegno rinvenuto a Premaore, ovvero la trasposizione di una sezione del pianeta terra con, appunto, i vari strati del materiale interno del pianeta, dallo strato liquido del mantello a quello solido del nucleo centrale. Inoltre il disegno rappresenterebbe anche la spiegazione del momento angolare della velocità di rotazione degli emisferi interni della Terra. Disegni di questo tipo sono già apparsi in varie parti del pianeta.

Che sia o meno frutto di una mente intelligente extraterrestre o di un artista "terrestre" che si diverte a disegnare sul grano, certo è che ora la proprietaria del fondo vede la coltura del proprio campo in parte danneggiata.

Martedì 19 Giugno 2012 - 13:50    Ultimo aggiornamento: 14:28

Così gli italiani sono diventati un popolo di fedeli "fai da te"

La Stampa
Screen 2012.6.12 15-18-1.7

 

Gli atei sono fermi all'8 per cento ma il 70 va in chiesa solo per matrimoni e funerali. Un'analisi sui dati che emergono dalla ricerca condotta da Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur e Pierluigi Zoccatelli


Andrea Tornielli
CIttà del Vaticano

Gli atei veri e propri, in Italia, non arrivano all’8 per cento. E più del 70 della popolazione frequenta la messa soltanto in occasione di matrimoni e funerali e può essere quindi qualificata come «lontana» dalla Chiesa. È la via italiana alla secolarizzazione quella che emerge da una ricerca curata dal sociologo Massimo Introvigne, fondatore del Cesnur, insieme a Pierluigi Zoccatelli, intitolata «Gentili senza cortile. “Atei forti” e “atei deboli” nella Sicilia centrale».

Si tratta della quarta ricerca sull’indifferenza religiosa che il gruppo di lavoro ha prodotto monitorando con sondaggi e analisi un’area della Sicilia corrispondente alla diocesi di Piazza Armerina e comprendente città e paesi delle province di Enna e Caltanissetta. Un territorio variegato di duemila chilometri quadrati, dove si trovano centri industriali e aree rurali, e che i parametri confermano essere rappresentativo della realtà italiana.

Il dato più significativo della ricerca riguarda la mancata crescita, negli ultimi vent’anni, degli atei: sono fermi al 7,4 per cento. Di questi, solo il 2,4 per cento possono essere definiti «atei forti», cioè in grado di motivare il loro ateismo con ragioni ideologiche: sono più presenti «tra le persone più anziane e meno istruite, dove sorprendentemente è ancora forte anche un ricordo dell’ateismo comunista».

Il rimanente 5 per cento, gli «atei deboli», sono meno ideologici ma considerano comunque Dio e la religione come irrilevanti in un mondo dove contano il lavoro, il denaro e le relazioni affettive: sono più numerosi fra i più giovani, in quella che don Armando Matteo ha chiamato «la prima generazione incredula», e fra le persone più colte. Se si proietta il numero degli atei sul totale della popolazione italiana, si può affermare che si tratta di circa tre milioni di persone. Il loro numero però rimane pressoché costante dal 1990 a oggi.
Oltre agli atei «forti» e «deboli», esistono «i lontani dalle forme istituzionali della religione», che non si proclamano atei, ma si dichiarano credenti o anche cattolici. Sono il 63,4 per cento e si tratta di persone che professano un cattolicesimo meramente culturale, dato per scontato senza porsi ulteriori interrogativi sui contenuti della fede e senza preoccuparsi dell’incoerenza sul piano della pratica.

Questi «lontani»riuniscono le persone che si dichiarano «spirituali ma non religiose», con posizioni influenzate anche da mode culturali come quella del New Age o di filosofie orientali; e quanti «credono, ma non partecipano attivamente alla vita religiosa». Se sommati agli atei veri e propri, arrivano al 70,8 per cento. Esiste dunque una solida maggioranza di italiani che o professano l’ateismo, o sono indifferenti alla religione, o professano una fede fai-da-te mettendo insieme diverse credenze.

Nella ricerca si è cercato di indagare anche sulle cause che hanno fatto a poco a poco allontanare così tanti italiani dalla religione e in particolare dalla Chiesa cattolica. Dai risultati emerge che le ragioni ideologiche, come ad esempio l’idea che la scienza renda superata la religione, sono assolutamente minoritarie. Mentre ai primi posti nelle risposte c’è la sensazione che la religione abbia poco da dire sui problemi concreti della vita di ogni giorno. Come pure è presente il rifiuto degli insegnamenti morali delle confessioni religiose. Mentre appare particolarmente significativa la crescita di un’ostilità verso il cattolicesimo motivata dagli scandali della pedofilia dei preti e dalle ricorrenti polemiche sulle ricchezze e sui privilegi fiscali della Chiesa.

La ricerca ripropone anche un dato che mostra la discrepanza tra le dichiarazioni rese durante le interviste telefoniche circa la partecipazione alla messa domenicale e la partecipazione effettiva, che i ricercatori hanno potuto sondare monitorando tutte le celebrazioni nell’area interessata in un determinato giorno. A fronte di un 30,1 per cento di dichiarazioni, si è riscontrata una presenza reale nelle chiese del 18,5 per cento.

Concordia, lo scafo della tragedia Le immagini subacquee mai viste

Corriere della sera

ISOLA DEL GIGLIO - Vista da sotto la Costa Concordia fa, se possibile, ancora più impressione. Con i suoi 290 metri di lunghezza, i 38 di larghezza e le 122mila tonnellate di peso, sembra una gigantesca balena addormentata, pronta a tuffarsi da un momento all’altro nell’azzurro del mare. Purtroppo sappiamo tutti che non sarà mai più così. Per andare alla scoperta di questo enorme colosso dei mari ci siamo immersi nelle acque dell’Isola del Giglio, decisi a voler scoprire lo stato dei fondali dopo il drammatico naufragio dello scorso 13 gennaio. Operazione non facile, in quanto quel tratto di mare è off-limits per qualsiasi genere di attività nautica: siamo riusciti nell’intento grazie alle speciali autorizzazioni che ci hanno concesso il Dipartimento per la Protezione Civile e la Capitaneria di Porto. Eccoci dunque pronti al tuffo: sveglia presto, controllo dell’attrezzatura e subito ci imbarchiamo a bordo di un piccolo gommone, così piccolo e agile da poterci muovere con destrezza anche nei punti in cui il fondale è basso e insidioso.


Viaggio sotto e intorno alla Concordia Viaggio sotto e intorno alla Concordia Viaggio sotto e intorno alla Concordia Viaggio sotto e intorno alla Concordia Viaggio sotto e intorno alla Concordia Viaggio sotto e intorno alla Concordia


I PREPARATIVI - E’ una mattinata nuvolosa ma le condizioni del mare non sembrano particolarmente ostili e così decidiamo di immergerci subito nei pressi delle “Scole”, lo scoglio contro cui la Concordia ha impattato alle 21.42 di quella terribile serata prima di arenarsi per sempre al largo del porto del Giglio. Si tratta di un’immersione unica nel suo genere, in quanto mai nessuno fino ad oggi ha esplorato quel tratto di mare, come ci ha confermato Simonepietro Canese, ricercatore ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): «Al momento le nostre attività di ricerca ed esplorazione sono concentrate tutte nel punto dove si trova il relitto della nave, a circa un miglio nautico dalle Scole: siete voi i primi a recarvi lì».


IL PUNTO DELL’IMPATTO ALLE SCOLE - Individuare le “Scole” non è stato difficile in quanto è uno scoglio da sempre ben segnalato su tutte le carte nautiche (proprio come si è detto fin dagli immediati istanti dopo il naufragio) e poi perché nonostante la rottura a causa dell’impatto, quel che resta delle Scole si percepisce ancora nitidamente a occhio nudo. Scesi sotto il pelo d’acqua, troviamo subito delle condizioni rassicuranti: l’acqua del mare cristallina e il fondale tutto sommato ridotto (in quel punto degrada fino a circa trenta metri) ci consentono di esplorare totalmente l’ambiente circostante. Subito ci salta all’occhio una zona in cui la vegetazione che ricopre la roccia è completamente assente: è questo il punto esatto dove la Costa Concordia si è scontrata con lo scoglio, aprendo una voragine di oltre 70 metri nel suo fianco sinistro e trascinando con sé quel blocco di roccia di circa 80 tonnellate che ancora adesso è incastonato nello scafo della nave. Evidenti anche diverse strisciate rosse sulla roccia, lasciate dallo strato di antivegetativo con cui è ricoperto lo scafo della Concordia: tutt’intorno un’infinità di piccole scaglie di vernice, lunghe anche diverse centimetri, che si sono staccate al momento dello scontro. A fare da cornice a tutto ciò, centinaia di “briciole” di roccia sgretolatasi durante l’impatto e che ora giacciono sul fondale a ricordare impietose questa tremenda tragedia.


FLORA E FAUNA: SPECIE IN PERICOLO? - Il nostro pensiero corre ora alla flora e alla fauna marine dell’Isola del Giglio: nonostante gli evidenti segni dell’impatto con la nave, la zona delle Scole è ben popolata da numerosi esemplari di stella marina e riccio di mare, oltre a un’infinità di pesci che si aggirano indisturbati tra quello che resta dello scoglio distrutto. Il dramma ambientale sembra dunque sfiorato. Tuttavia per constatare la «bontà» delle acqua circostanti la nave, abbiamo deciso di spostarci di circa un chilometro (poco meno di un miglio nautico) e di immergerci nelle acque a poppa della nave, scendendo fino a circa 45 metri di profondità. Acqua molto limpida e decine di metri di posidonia (pianta acquatica classica dei nostri mari) ci hanno fatto subito pensare ad un ambiente sano e in piena vita. La posidonia è infatti una della piante più importanti dell'ecosistema marino (forse la più importante) e vive soltanto dove le acque sono veramente pulite: insomma, possiamo dire che è generalmente sinonimo di buona salute del mare in cui si trova. Avanzando verso il fondo, ecco spuntare diverse castagnole nere e poi, a partire dai 25-30 metri, anche qualche bella gorgonia gialla, degli Anthias rossi (piccoli pesciolini che popolano il Mediterraneo) e poi ancora decine di spugne, invertebrati e perfino un'ascidia (si tratta di un piccolo tubo rosso filtratore che per vivere filtra l'acqua del mare).


PIU’ GIU’ SOTTO LO SCAFO DELLA NAVE - Siamo a pomeriggio inoltrato, la giornata sta quasi per terminare ed è a questo punto che decidiamo di concentrarci sulla fase più delicata: si tratta di avvicinarci quanto più possibile alla parte sommersa della nave, zona pericolosa in quanto niente può far escludere un improvviso movimento dello scafo dalla posizione di quiete in cui si trova. Per questo decidiamo di avvalerci della preziosa collaborazione dei ricercatori dell’Ispra e attraverso il Rov «Pollux III» (un sofisticatissimo robot sottomarino capace di muoversi con agilità a qualsiasi profondità) riusciamo ad esplorare anche quel tratto di mare: è davvero impressionante vedere quel gigante dei mari adagiato inerme sul fondale del Giglio. Ad illustrarci la situazione sono proprio i ricercatori dell’Ispra: «Nel punto in cui la Concordia si è inabissata c’era una bellissima prateria di posidonia, finita schiacciata e distrutta sotto il peso della nave». Quello che si vede tutt’intorno è però incoraggiante: bellissimi popolamenti di coralligeno, di gorgonia e di corallo nero fanno propendere gli esperti verso un cauto ottimismo.


BILANCIO POSITIVO - Insomma, quello che abbiamo visto immergendoci nelle acque dell’Isola del Giglio restituisce un quadro della situazione tutto sommato rassicurante: almeno per adesso si può dire che flora e fauna di quel tratto di Mar Tirreno non sono a rischio, e questo anche certamente grazie all’importante opera di tutti gli enti coinvolti nell’emergenza Concordia. I pericoli per il futuro però non mancano, specie in vista delle operazioni di rimozione della nave: le incognite sono infatti ancora tante e prima di parlare di disastro ambientale sfiorato bisognerà attendere che il relitto della Concordia venga rimosso e consegnato per sempre alla storia. Terminato il nostro reportage subacqueo, decidiamo di riemergere, ci togliamo la maschera e guardandoci in faccia il pensiero è per entrambi lo stesso: di lì, la Concordia non sarebbe mai dovuta passare.

Edoardo Stoppa - Daniele Pizzi
18 giugno 2012 (modifica il 19 giugno 2012)

Gdf, scoperti 2 milioni di biglietti del treno falsi

Corriere della sera

I titoli di viaggio riguardano il Leonardo Express, Roma Termini- Fiumicino, per un valore di 28,5 milioni di euro


MILANO- Due milioni di biglietti ferroviari falsi. Questa la scoperta della Guardia di Finanza nel porto di Livorno. Un maxi sequestro di materiale proveniente dalla Cina. I titoli di viaggio per il Leonardo Express (tratta Roma Termini- Fiumicino) una volta sul mercato, sarebbero potuti valere circa 28,5 milioni di euro.


«MADE IN CHINA»- Le Fiamme gialle, insospettite dal traffico «sospetto», hanno ispezionato un container. Oltre a mobili, vi erano stivati circa 29 scatoloni con i biglietti. Una volta analizzati, si sono accorti che erano contraffatti. La falsità dei titoli di viaggio è stata confermata da un funzionario della società Trenitalia la cui perizia ha evidenziato che i biglietti «made in China» si differiscono tecnicamente da quelli originali per peso della carta, cromatura e caratteri della numerazione. È stata individuata una ditta cinese, di Sesto Fiorentino (Firenze), responsabile dell'ingegnosa truffa.

Redazione Online 19 giugno 2012 | 12:42

Lo strano caso del disertore stanco di scappare

Corriere della sera

Scappato dalla base americana in Germania, il militare dopo 28 anni contatta il Pentagono via email per tornare a casa


WASHINGTON – Ventotto anni fa David Hemler è uscito dalla sua base in Germania. Poi ha fatto l’autostop e – secondo il suo racconto - è arrivato fino in Svezia dove si è costruito, con quale bugia, un’altra esistenza. Prima come cameriere in un fast food, poi come dipendente statale. Si è sposato ed ha avuto tre figli. Una vita difficile all’inizio ma poi normale. Solo che Hemler, 49 anni, ha un problema. E’ un disertore. Esperto di guerra elettronica nell’Us Air Force, David ha «abbandonato la postazione» il 10 febbraio dell’84. Per due motivi: una relazione sentimentale andata i frantumi e – dice lui – la sua opposizione alla politica dell’allora presidente Ronald Reagan.

UN'ALTRA VITA- In questi anni, Hemler è riuscito a stare a galla. Ha usato un alias per nascondere la sua identità e in giro raccontava di essere figlio di un vagabondo. Forse ora è stanco di nascondersi e vorrebbe cercare di risolvere i suoi guai. Per poi poter tornare a rivedere i genitori e il fratello negli Usa. Hemler, preso coraggio, ha contattato via email l’Us Air Force sperando in una soluzione morbida, magari un atto di clemenza. Difficile. David è un disertore dell’aviazione americana e le autorità vogliono anche capire cosa sia successo dopo la fuga. Ha svelato a qualcuno informazioni militari sensibili? Un timore legato al ruolo di Hemler, esperto di apparati elettronici sofisticati e probabilmente usati per monitorare i russi. Ma prima ancora devono capire se è davvero David Hemler e stanno facendo accertamenti.

GLI ACCERTAMENTI- Chi non sembra avere dubbi è Thomas, il fratello più giovane. David lo ha chiamato al telefono e si sono parlati a lungo. «Sono certo che si tratti di David – ha detto al New York Times – Gli ho fatto anche delle domande sul passato. E quando gli ho chiesto il nome della tartaruga che aveva quando era bambino ha risposto “Scooby”. Risposta esatta». Ben altre le domande che potrebbero fargli gli investigatori militari. Sempre che Hemler si consegni. Come il 10 febbraio 1984 la sua vita è di nuovo a un bivio.


Guido Olimpio
@guidoolimpio19 giugno 2012 | 13:49

Il Campidoglio celebra la XMas»

Corriere della sera

Martedì consegnato in Campidoglio il premio Bartolo Gallitto-Raffaella Duelli, due ex repubblichini. L'Anpi: manifestazione nostalgica. Pdl: no, due romani che amavano la città


ROMA - È polemica per il premio «Bartolo Gallitto, Raffaella Duelli» che martedì viene consegnato in Campidoglio. Per l'opposizione e l'Anpi si tratta di una manifestazione «nostalgica che mira a celebrare la memoria di due marò della X Flottiglia Mas».


Il «maiale» usato durante la Seconda Guerra MondialeIl «maiale» usato durante la Seconda Guerra Mondiale

Per gli organizzatori, invece, è un premio, giunto alla terza edizione, «intitolato a due grandi cittadini romani come Bartolo Gallitto e Raffaella Duelli, non tanto per la loro adesione alla Rsi, ma per quello che seppero donare alla Patria nell'interminabile dopoguerra italiano», spiegano i consiglieri capitolini del Pdl Federico Guidi e Marco Di Cosimo. «Inoltre - fanno notare - la partecipazione del sindaco Gianni Alemanno non è mai stata prevista». Col premio «si intende offrire un riconoscimento a quei romani che si sono saputi affermare nel mondo del lavoro e delle professioni, avendo come comun denominatore l'amore per la propria città e per la propria Patria - sottolineano Guidi e Di Cosimo -. Non a caso, ad essere premiati saranno il preside di uno dei più noti licei della Capitale, un primario, un professore universitario, un giornalista e scrittore nonché ex consigliere comunale di Roma»
.
Durante la manifestazione verrà conferito un premio alla memoria di Giulio Caradonna, deputato nelle file dell'Msi, e a Tony Augello, «indimenticabile» capogruppo di An in Comune dal 1997 al 2000. Replica Monica Cirinnà (Pd): «Il sindaco ha giurato sulla Costituzione, nata dalla resistenza, ma poi partecipa ad un convegno di reduci della X MAS».

Corriere della Sera Roma19 giugno 2012 | 10:56

Revocato il 41 bis al boss Antonino Troia

Corriere della sera

Era stato condannato con sentenza definitiva all'ergastolo per la strage in cui furono assassinati Falcone e la moglie


Antonino Troia Antonino Troia

MILANO - Il tribunale di sorveglianza di Roma ha revocato il carcere duro al boss Antonino Troia, capomafia di Capaci, condannato con sentenza definitiva all'ergastolo per la strage in cui furono assassinati il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Troia avrebbe partecipato alla fase organizzativa della strage del 23 maggio, contribuendo a fornire supporto logistico a Cosa nostra, conservando l'esplosivo usato per far saltare in aria l'autostrada tra Palermo e l'aeroporto, e nella fase esecutiva della strage ospitando il commando.

PRIVO DI ADEGUATE MOTIVAZIONI - Sarebbe «privo di adeguata motivazione» il provvedimento di proroga del 41 bis per Troia, sostengono i giudici del tribunale di sorveglianza: il provvedimento di proroga si limita ad affermare genericamente che Troia ha una posizione di vertice in Cosa nostra e si allegano tre decreti di sequestro a carico di una serie di esponenti mafiosi di diverse famiglie. «La perdurante operatività della famiglia mafiosa (altro requisito a cui la legge subordina la proroga del 41 bis, n.d.r)- proseguono - non risulta invece comprovata. Nessuna delle vicende riportate nel decreto ministeriale appare riconducibile alla famiglia di Capaci e ancor meno alla persona di Troia. E non emerge alcun indizio di attuale sussistenza dell'interesse dell'organizzazione mafiosa a intessere indebiti collegamenti con Troia». Insomma i giudici bacchettano la superficialità della motivazione posta alla base del 41 bis e aggiungono: «nel corso degli ultimi 19 anni non è mai emerso alcun elemento, giudiziario e non, che possa dirsi sintomatico di perdurante esercizio o riconoscimento del ruolo di vertice di Troia».

REVOCA NON OPERATIVA DA SUBITO - La revoca del 41/bis aTroia non sarà da subito operativa: l'esponente mafioso - a quanto si apprende - passerà prima per una fase di regime di alta sicurezza e non avrà immediatamente accesso al regime ordinario. Nel frattempo, una volta conosciute tra l'altro le motivazioni del Tribunale di Sorveglianza, gli organi deputati, ossia la Procura nazionale Antimafia e la Procura generale presso la Corte d'Appello, potranno presentare eventuale ricordo. Troia era in regime di 41/bis da molto tempo e recentemente, in data 30 novembre 2011, era intervenuto un rinnovo firmato dal ministro della Giustizia Paola Severino.

Redazione Online18 giugno 2012 | 19:13

Randagio lasciato morire in un fusto di catrame

Corriere della sera

Agonia sotto il sole. Molte segnalazioni, ma nessuno interviene. L'on. Brambilla: «Chi ha sbagliato paghi»


Il cane nella trappola mortaleIl cane nella trappola mortale

Un cane randagio cade in una trappola mortale, un fusto di catrame. I cittadini se ne accorgono e segnalano il fatto a chi di dovere, nessuno interviene: «Dov’erano le istituzioni? Perché nessuno è intervenuto in soccorso di quella creatura?» si chiede la Federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente commentando quanto accaduto sabato scorso a Reggio Calabria, nella frazione di Sambatello. Probabilmente nella serata di venerdì, il povero animale di taglia media, saltando da un muretto era caduto all'interno del bidone pieno di catrame.

GUAITI - La bestiola, non riuscendo a liberarsi, ha iniziato a guaire e abbaiare. Secondo la testimonianza di alcuni cittadini sono state numerose le telefonate rivolte alle autorità, forze dell’ordine e Asl, che non hanno avuto risposta. Solo l’insistenza dei presenti ha fatto si che, dopo diverso tempo, un veterinario dell’Asp si recasse sul posto. Una volta giunto si è però limitato a verificare l’assenza del microchip e, verificato che si trattava di un cane randagio, non ha messo in salvo l’animale, tra lo stupore dei presenti, che hanno però deciso di raccontare l’episodio. «Colpisce la sostanziale indifferenza – si legge nella nota della Federazione alla quale aderiscono le associazioni animaliste Enpa, Lav, Lega del Cane, Leidaa, Oipa, Chiliamacisegua -

con cui le autorità preposte dalla legge ad intervenire quando i cittadini segnalano la presenza di un animale in difficoltà, hanno lasciato morire questo povero cane. La bestiola è rimasta infatti per ore a guaire e lamentarsi, ma nessuno di coloro che avrebbero dovuto almeno provare a trarlo in salvo ha fatto qualcosa per toglierla da quella trappola. E dopo ore ed ore di atroce agonia l'animale è morto. Dov’erano le istituzioni? E i cittadini? Se è mancato il senso del dovere, che fine ha fatto il buon cuore? Fatti simili non sono accettabili e denotano la più totale mancanza di civiltà e di sensibilità».

BRAMBILLA - «In rappresentanza della Federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente – ha commentato l’on. Michela Vittoria Brambilla - ho chiesto l’intervento della magistratura per individuare i responsabili ed accertare eventuali estremi di reato nei comportamenti omissivi di Asl e polizia locale. Andremo fino in fondo per individuare le responsabilità di chi ha permesso una morte così crudele e che poteva essere certamente evitata». «Insomma, chi ha sbagliato, deve pagare – ha concluso l’on. Brambilla - Non si può tollerare una simile indifferenza: in un Paese civile la vita di tutte le creature è un valore assoluto e un simile grado di arretratezza morale non rispecchia il grande cuore del paese. E noi non daremo più tregua a chi svolge con superficialità e pressapochismo il proprio lavoro, causando la morte di animali indifesi».

19 giugno 2012 | 10:38

Adinolfi arriva in Parlamento e subito attacca Bersani

Il Messaggero

ROMA - Primo giorno di legislatura per il blogger del Pd Mario Adinolfi subentrato alla Camera a Pietro Tidei eletto sindaco di Civitavecchia, che si è dimesso dopo alcune settimane di aspre polemiche.

20120618_adinolfi12

«So che devo dire grazie alla rete se oggi sono deputato», sottolinea Adinolfi. Per quanto riguarda i suoi obiettivi, il neo parlamentare fa sapere: «Mi batterò per il rinnovamento profondo e radicale dei partiti, a partire dal Pd». «I partiti così come sono per questioni soprattutto legate ai soldi che hanno cementato il potere di oligarchie inamovibili - sottolinea - provocano il disprezzo degli italiani. Senza novità sostanziali, la risposta del M5S di Beppe Grillo risulterà la più credibile. Le novità sostanziali possono arrivare delle primarie, se saranno vere, a sinistra come a destra. In quelle della sinistra, mi batterò per il più esteso e macroscopico rinnovamento possibile, ovviamente soprattutto (ma non esclusivamente) in termini generazionali».

Adinolfi ringrazia anche il gruppo del Pd «che mi ha subito dato fiducia, iscrivendomi oggi a parlare nella discussione generale sulla rivolta in Siria. È un argomento che mi sta particolarmente a cuore, visto il ruolo giocato dai giovani e dal web nell'attivare questa ribellione al potere cieco, che il regime siriano sta ciecamente soffocando nel sangue».

Poi però il neo-deputato attacca subito il suo segretario. «Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi sono persone inadatte alla Rai», sostiene Adinolfi riferendosi ai nomi indicati, come chiesto dal segretario del Pd, dalle associazioni della società civile. «È un errore di confusione di Bersani - dice Adinolfi ai microfoni della Zanzara su Radio 24 -. Per decenni abbiamo ragionato sulle competenze, questa volta abbiamo voluto inseguire Grillo sulla società civile. Da Colombo e dalla Tobagi - aggiunge poi il neodeputato del Pd - mi aspetto una dichiarazione alla Marianna Madia, che quando venne fatta capolista nel 2008 disse "Non è che sia un granchè competente"».

Lunedì 18 Giugno 2012 - 21:36
Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Giugno - 10:00

Con il marito sulla tomba dell'ex scoppia maxi-rissa al cimitero

Il Mattino

di Mary Liguori

NAPOLI - Il primo caldo fa brutti scherzi e non fa sconti, neanche in quello che dovrebbe essere un luogo di pace per antonomasia. Lei si presenta sulla tomba dell’ex fidanzato con il marito. E tanto basta per infiammare gli animi.

Screen 2012.6.19 10-36-43.1

Se poi si aggiungono rancori mai sopiti e l’incontro fortuito in un giorno che sarebbe dovuto essere di festa e invece è diventato una ricorrenza da celebrare con malinconia, il cocktail esplosivo è servito. Una tranquilla mattinata al cimitero consortile di Cercola, Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio si è così trasformata in un parapiglia senza precedenti, che ha coinvolto venti persone: la zuffa si è conclusa con l’arrivo dei carabinieri e il trasferimento di alcuni dei contendenti in ospedale, nonché con la corsa di decine di persone alle ricevitorie del lotto per tentare il terno secco sulla ruota di Napoli, formulato sugli assurdi avvenimenti che hanno avuto per teatro proprio il camposanto.

La miccia l’ha innescata l’incontro non programmato tra i familiari di un giovane defunto sepolto nel cimitero in questione e la sua ex ragazza, ormai sposata a un altro uomo. Ieri cadeva l’anniversario del compleanno del ragazzo che perse la vita in circostanze tragiche alcuni anni fa durante un incidente stradale. Vista la ricorrenza, la sua famiglia al completo era in visita alla tomba quando l’ex fidanzata del giovane, accompagnata dall’attuale marito, si è presentata sulla lapide per deporre dei fiori. Immediata la reazione dei parenti del defunto che, evidentemente, non hanno gradito l’omaggio della donna. Sono così partiti i primi, coloriti, insulti, seguiti dall’invito prima mimato, poi urlato, a sloggiare immediatamente.

Anziché allontanarsi, però, la ragazza ha tentato di spiegarsi, di far capire i motivi che l’avevano condotta lì. Di fronte si è però ritrovata un muro di ostilità, e qualcuno ha scagliato contro la ragazza il bouquet appena deposto sulla tomba. Di lì la replica della giovane e del marito, poi le urla, gli spintoni e infine le botte. Calci, schiaffi, capelli strappati, pugni e chi più ne ha più ne metta, il tutto sotto gli occhi esterrefatti dei tanti fedeli che, essendo domenica, erano al cimitero per far visita ai propri cari.
Nella rissa sono rimaste coinvolte venti persone: l’intervento dei custodi del camposanto e di coloro che hanno tentato di darsi da fare per placare gli animi è stato del tutto inutile.

Alla fine qualcuno ha ritenuto che chiamare i carabinieri fosse ormai inevitabile e pochi minuti dopo a sedare la zuffa ci hanno pensato i militari della tenenza di Cercola (agli ordini del tenente Vito Ingrosso). I carabinieri sono riusciti a immobilizzare i contendenti e in particolare una donna che ha menato colpi durissimi a due persone. Alcuni di loro sono stati denunciati mentre per altri si è resa necessaria una capatina al pronto soccorso; gli spettatori invece, si sono allontanati intenti a elaborare il terno da giocare martedì: 5 (il cimitero) 78 (il fidanzato) e 29 (la rissa).

Lunedì 18 Giugno 2012 - 14:27    Ultimo aggiornamento: 14:41

Macchinisti metro, più di duemila euro al mese per 3 ore di guida al giorno

Il Messaggero

ROMA - Il capostipite fu Ezio Gallori, storico leader del coordinamento macchinisti uniti, anima degli Unicobas. Uno duro e puro. Ai tempi d’oro fu secondo per capacità di mobilitazione solo ai controllori di volo. Bastava che dichiarasse lo stato diagitazione anche personale per immobilizzare seduta stante i treni da un capo all’altro della Penisola.
 
Più o meno quello che accadeva nei cieli con i controllori del traffico aereo. Più che un sindacato un liquido paralizzante. Con i dovuti distinguo, gli emuli del macchinista d’assalto e degli uomini radar hanno spostato nelle viscere il terreno di scontro: sui binari che si dipanano nel sottosuolo. Sono 452, di cui 9 donne, quelli che stanno rallentando in questi giorni i romani. Guadagnano una media di 2.300 euro al mese che possono però facilmente diventare 3 mila e in alcuni casi ronzare intorno ai 4 mila. Se vogliono tirano la leva e scendono dalla locomotiva per un nonnulla: un estintore troppo carico, una cabina maleodorante, un bulloncino allentato, un vetro opaco.

La sicurezza innanzitutto, certo. Ma ogni cavillo va bene per rifiutarsi di effettuare i turni straordinari e mettere in crisi il sistema underground della capitale. Che già viaggia, rispetto ad altre città europee, con mezzo secolo di ritardo. Il contratto da macchinista prevede l’effettuazione di 160 ore al mese. Ogni giornata lavorativa dura 6 ore e 10 minuti ma un turno di «conduzione» raramente supera le 3 ore. Il resto dell’orario si completa grazie alla mezz’ora iniziale di «accudienza» e al rimanente tempo in cui si resta a disposizione per movimentare i treni o per le emergenze. Inoltre, grazie a un accordo firmato nel 2006 con l’allora capo del personale Vincenzo Tosques indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta sulla Parentopoli Atac nel monte ore rientra il cosiddetto turnone: una mega-giornata compensativa di 8 ore e 17 minuti. É turno straordinario ma non è straordinario.

Il segreto è tutto qui. Un piccolo grande privilegio sottoscritto nel 2006 quando ancora la crisi delle municipalizzate romane non aveva toccato il fondo. Nell’ultimo incontro tra sindacati e azienda i macchinisti hanno proposto di estendere quell’accordo anche alla linea B e portare così il turnone a 10 ore e 17 minuti. Ma come, non s’era detto che i turni così come erano erano già troppo pesanti? È la prima contraddizione. La seconda è che un macchinista su 3, secondo quanto risulta all’azienda, quando capita il turnone si dà malato oppure utilizza la legge 104 che disciplina i permessi per assistere i parenti invalidi. In questo caso il turno straordinario si spalma in una sorta di mutuo soccorso.
 
E lo stipendio lievita. «Dietro i disagi della linea B si nasconde in realtà una lotta portata avanti dai vecchi macchinisti per continuare a effettuare straordinari dopo l’assunzione di 40 nuove unità», ammise un ex sindacalista nei primi giorni della protesta. Fu il primo segnale che questa volta non sarebbe andata come tutte le altre.

Martedì 19 Giugno 2012 - 08:46
Ultimo aggiornamento: 08:55

Cani abbandonati per colpa della crisi». Animalisti in allarme

La provincia Pavese

«Ci chiamano per trovare una famiglia al loro cucciolo». Spese veterinarie sotto accusa. «E calano le adozioni»

image

PAVIA. Si rischia il boom di cani abbandonati. Le richieste d’aiuto per gli animali infatti sono in netta crescita: le famiglie per colpa della crisi non riescono più a sostenere le spese di mantenimento degli animali. E si rivolgono alle associazioni. Secondo i dati raccolti, i cani portati in canile da persone che non si dichiarano più in grado di mantenerli sono aumentati. Quando non vengono direttamente abbandonati sul ciglio della strada.

Nel periodo tra l’ottobre 2011e il gennaio 2012 i cani e i gatti abbandonati sono stati 202. Che significa 58 in più rispetto ai 144 dell'anno precedente. Un dato che fa pensare, soprattutto considerando il fatto che la Lombardia si trova in testa alla triste classifica. La delegazione di Pavia e provincia della onlus “Il cercapadrone” sta confermando l’andamento, ricevendo negli ultimi otto/dieci mesi un numero sproporzionato di richieste di aiuto da parte di proprietari di animali, soprattutto cani, che desiderano trovare una nuova famiglia ai propri quattrozampe. «Il motivo principale è la crisi economica – spiega Patrizia Cami, presidente dell’associazione. Il trend registrato è fortemente in ascesa: al di là dell’effettiva situazione di difficoltà delle famiglie italiane in questo periodo, purtroppo si nota come l’animale di casa rappresenti spesso il primo peso di cui sbarazzarsi in caso di problemi».

Per quanto riguarda i gatti, invece le motivazioni sono differenti. Ma anche qui si inizia a parlare di crisi. «Le persone che abbandonano i gatti per presunte allergie e per nascite di bambini superano ancora di molto gli abbandoni dovuti alla crisi – spiegano dall’associazione “Le sfigatte” –. Piuttosto la gente ci chiama chiedendoci dove spendere meno per le sterilizzazioni; abbiamo avuto solo un paio di casi di persone che non riuscivano più a tenere l'animale per questioni economiche».

In questi giorni all’Enpa è arrivato un trasportino con dentro un gatto e una scritta anonima. «Per favore, occupatevi di lui, io non posso più farlo». A raccontarlo è la presidente della sezione pavese, Vincenza Tardino. «Stiamo riscontrando una flessione nell’adozione dai canili: su circa 350 cani adottati nel 2010 e 2011, ad ora saremo fermi a circa una trentina». Si fa fatica a sostenere soprattutto le spese veterinarie. Visto l’andamento, l’Aidaa ha deciso di anticipare la campagna contro l’abbandono in autostrada: l’appello inizierà già da luglio. In questi primi giorni di giugno i dati sugli avvistamenti fanno registrare un incremento rispetto allo scorso anno, 212 segnalazioni rispetto al 186.

Valeria Gatti

Linda, 28 anni: “Ho detto no a scuola e università. Per non fingermi quella che non sono”

Corriere della sera
i Maria Serena Natale

linda_foto-500x375

A 28 anni Linda ha un percorso che rompe gli schemi e lancia una provocazione: siamo sicuri che quelle che consideriamo faticose conquiste di civiltà – istruzione universitaria di massa, identificazione automatica tra piena realizzazione professionale e soddisfazione personale – siano valori incontestabilmente positivi, che vadano bene per tutti, che debbano orientare le nostre scelte di vita? Linda è stata fortunata, come lei per prima riconosce lasciando la scuola si è negata stimoli e opportunità di crescita che ha tentato di recuperare impegnandosi, lavorando su se stessa e dando sempre il massimo, non smettendo mai di cercare la sua direzione. Una storia che intreccia incoscienza, coraggio, confusione, determinazione, forse errori, voglia di riscatto…e rimette in questione la nostra idea di “normalità”. Normalità troppo spesso intesa come conformità a un pensiero unico e a modelli prestabiliti, inadeguata a reggere quel carico di contraddizioni, potenzialità e desideri che ognuno si porta dentro.

Buongiorno a tutti,

la mia non vuole essere una voce “contro”, piuttosto diversa dalla realtà di molti. In breve… all’età di 13 anni, studentessa delle scuole medie d’intelligenza vivace e spiccata sensibilità per le materie umanistiche, sono in crisi esistenziale: qualsiasi materia mi riesce bene senza molto sforzo, ma nessuna mi piace o mi riesce più di un’altra. Gusti e predisposizioni sarebbero venuti fuori un po’ dopo nel tempo. Molto carattere, tanto idealismo e quel pizzico di indipendenza ben descritta un paio di mesi fa da una prof incontrata per caso: “Eri una ribelle silenziosa, sempre affabile, ma alla fine facevi di testa tua”… insomma 13 anni e DECIDO che l’istituzione scolastica non fa per me, che avrei dato il meglio sul lavoro, che avrei curato i miei interessi senza l’aiuto di un insegnante.

Ebbene, è andata proprio così. Ora so bene il rischio che ho corso, che ero solo una bambina presuntuosa, che alcune possibilità/potenzialità sono andate perdute, ma anche cosa mi ha permesso di farcela, di essere una persona realizzata: sapere bene chi sono, nel bene e nel male. Saper sfruttare le mie doti. Non gloriarsi di competenze presunte, non gonfiare le proprie capacità, ma sfruttare a mille quelle reali, e non permettere a nessuno di metterle inutilmente in discussione. Impegnarsi, dare il meglio.

Il giorno in cui compio 14 anni è il mio primo giorno di lavoro, una piccola azienda di paese nel settore dell’elettronica: acquisisco capacità manuali e mi do da fare, nel giro di un anno (età 15) il capo mi dice “vedo che sei una ragazzina sveglia, lo vuoi un lavoro di responsabilità?” e così divento Responsabile del reparto Magazzino!
Nessun subordinato, ma da sola a gestire il magazzino, il centralino, i vettori. Nel corso degli anni ho fatto altri lavori, nei quali praticamente ogni volta mi propongo oppure ottengo una qualifica migliore. Ad imparare non mi tiro mai indietro. È così che svolgo per anni quella che è tuttora la mia occupazione, impiegata amministrativo-contabile con qualche competenza di commerciale estero e ufficio personale, pur non avendo studiato ragioneria o simili.

Quando ne parlo, io dico sempre: “Ho imparato sul campo, invece che sui banchi di scuola”… già, il lavoro e la vita sono stati la mia scuola.
Nel frattempo non manco di coltivare quelli che poi sì sono saltati fuori come interessi e doti: le lingue, la musica e la letteratura. Parlo fluentemente l’inglese, sto imparicchiando il portoghese, strimpello la chitarra, leggo moltissimo, do ripetizioni. Il mio animo assetato di cultura viene sistematicamente abbeverato!

Essere una persona responsabile inoltre mi ha permesso di conseguire un importante traguardo: sposarmi. Non era nei piani, ma un uomo meraviglioso di qualche anno più grande ha visto questa ragazzina indipendente e ha deciso che sarebbe stata sua. Anche nel matrimonio il mio “metodo” è sempre quello: impegnarsi impegnarsi impegnarsi. Perché il tuo uomo abbia una casa pulita e in ordine, un sorriso ad accoglierlo, stimoli culturali, del buon sesso. Vi assicuro che il mio impegno è grandemente ripagato: dire che mi tratta da principessa è dir poco. È così che mi divido tra un impiego (part-time, per scelta di vita), lavori domestici (che adoro), cucina, hobbies, volontariato, amicizie.

Lancio una provocazione (premettendo la mia assoluta stima e invidia per chi è laureato o laureando per suo impegno e merito): io non mi sono mai nascosta dietro il pezzo di carta (che non ho) fingendomi quello che non sono. Mi sono presa le mie responsabilità, non facendomi mancare svago e momenti di assoluta leggerezza. E mi chiedo: cosa se ne fa del pezzo di carta quella moltitudine di 20-30enni che confonde il congiuntivo col condizionale o che non apre mai un libro? Cosa se ne fa di un Titolo chi è convinto che nel mondo del lavoro aspettino solo lui, il neo-laureato, e poi rimane amaramente deluso? Cosa se ne fa di molti divertimenti e sballi il trentenne medio che alza costantemente il baluardo del “non mi sposerò mai, non voglio responsabilità”? Dove trova la sua soddisfazione, quella vera, con la S maiuscola?
A 28 anni (ancora da compiere) non ho niente da insegnare a nessuno, ma di certo ho una vita semplice e soddisfacente, in costante work in progress, che considero meravigliosa e che mi tengo bella stretta.
Linda

Bologna, disabili contro le pedonalizzazioni

Corriere della sera

Il Comune è dovuto correre ai ripari. Intanto la Toscana sta studiando un pass elettronico per l'accesso alle ztl


BOLOGNA – Nuove esperienze di mobilità a confronto. Se a Bologna i cosiddetti «T-days» - ossia le pedonalizzazioni di alcune vie del centro storico durante il weekend - hanno indotto a una lunga protesta alcune associazioni di disabili (sciopero della fame compreso), tanto che l’amministrazione comunale è dovuta correre ai ripari potenziando la comunicazione circa la loro accessibilità e assumendo alcuni impegni concreti con la Consulta comunale per il superamento dell'handicap, la Toscana sta pensando a un pass elettronico regionale per l’accesso libero delle persone disabili nelle zone a traffico limitato che prevedano l'utilizzo di telecamere. Il progetto si chiama «Mirto», è allo studio della Regione e prevede un investimento di 150 mila euro.

DISABILI CONTRO I «T-DAYS» - Iniziati sabato 12 maggio, i «T-days» bolognesi continuano a non piacere alle persone disabili. Nonostante fossero stati pensati sentendo il parere della Consulta comunale per il superamento dell'handicap e nonostante prevedano anche un piano e una mappa per l’accessibilità. E nonostante le ultime nuove promesse fatte dall’amministrazione cittadina. Così, dopo un sit-in di protesta organizzato da alcune associazioni di disabili contro la chiusura di parte del centro storico nel weekend e dopo 15 giorni di sciopero della fame indetto da Giovanna Guerriero, presidente dell’associazione "Noi insieme a Scherazad" nonché numero uno della Consulta per il superamento dell'handicap, il Comune di Bologna è corso ai ripari. Per prima cosa ha potenziato la campagna di informazione e i depliant sui «T-days» perché «si era diffuso un messaggio distorto circa l’accessibilità del centro storico», spiega l’assessore alla Mobilità e ai trasporti Andrea Colombo.

E mentre il sindaco di Bologna Virginio Merola sta vagliando la possibilità di far entrare i taxi attrezzati per il trasporto disabili nella cosiddetta zona «T», intanto si è assunto l’impegno di «individuare altre aree di sosta riservate a chi ha il contrassegno invalidi, allestire un primo punto di ricarica per carrozzine e scooter elettrici, convocare un tavolo di confronto con Ausl e Motorizzazione civile per risolvere i problemi in merito all’assicurazione e all’omologazione delle carrozzine elettriche per disabili, rinnovare progressivamente la flotta degli autobus prevedendo che tutti i nuovi mezzi siano dotati di pedana mobile», si legge in una nota. «L’incontro ha aperto una nuova fase di confronto con il Comune, ma non mi riterrò completamente soddisfatta finché le auto con il contrassegno invalidi non potranno entrare nelle vie pedonalizzate», commenta Giovanna Guerriero. In città ci sono 9.000 pass per disabili.

IL PIANO ACCESSIBILITÀ - Ci sono 25 strade laterali (in media una ogni 50 metri) che consentono alle auto e ai taxi di portare e riprendere le persone disabili a pochi passi dall’inizio dell’area pedonale, 14 piazzole riservate ai contrassegni invalidi in piazza Roosevelt (da cui parte un percorso sperimentale privo di barriere architettoniche che porta fino all’inizio dell'area pedonale), c’è l’impegno affinché la nuova «navetta T» del servizio di trasporto pubblico (che arriva fin sotto le Due Torri) sia sempre attrezzata con una pedana mobile e sono stati ridotti, da 5 a 3, i giorni d’anticipo necessari per prenotare, su qualsiasi linea urbana, un mezzo attrezzato all'orario desiderato.

«Così l’area pedonale rappresenta anche per le persone disabili quell'opportunità di muoversi in tutta sicurezza e tranquillità senza gli ostacoli e i pericoli creati dal traffico e dalla sosta selvaggia», dice l’assessore Colombo. Perché il piano non piaccia ai disabili l’ha spiegato Valeria Alpi che, dopo averlo testato, ha raccontato sul sito di Bandiera Gialla la sua esperienza di giornalista con problemi motori. «Non tutte le persone disabili possono essere lasciate da sole in attesa che l’accompagnatore vada a parcheggiare e, soprattutto, non tutte ce l’hanno. Per alcune, poi, pochi metri di distanza equivalgono a mezzora di cammino». E sui parcheggi in piazza Roosevelt, scrive, in realtà «non sono piazzole per disabili ma fermate degli autobus, dato che in quei giorni il bus è deviato e non passa da lì».

IL PROGETTO «MIRTO» - In Toscana, invece, un pass elettronico consentirà l’accesso delle persone disabili nelle zone a traffico limitato delle città che prevedano l’utilizzo di telecamere. Il progetto si chiama «Mirto» e ci sta lavorando la Regione insieme a Uncem, Anci (l’Unione e l’Associazione nazionali dei comuni e delle comunità montane) e ai Comuni di Siena e Pistoia. Questi ultimi parteciperanno alla sperimentazione che dovrebbe partire dopo l’estate. Per questa prima fase, l’amministrazione regionale ha messo a disposizione 150mila euro. «Stiamo cercando di realizzare un sistema – ha spiegato l’assessore regionale al Welfare Salvatore Allocca in una nota – che consenta la massima libertà di circolazione a tutte le persone con disabilità che hanno diritto ad accedere nelle ztl dei comuni toscani che prevedano l’utilizzo di telecamere.

Accade spesso, infatti, che queste elevino sanzioni anche nei confronti delle persone disabili in possesso di regolare tagliando». Quando vengono impiegati i varchi elettronici per l’accesso alla ztl, fa sapere l’Agenzia d’informazione della Giunta regionale toscana, se l’auto non è autorizzata al passaggio viene multata anche se la persona disabile possiede il pass. In alcune città che regolano gli accessi con le telecamere sono stati adottati regolamenti specifici per ovviare al problema: si può ad esempio ottenere l’autorizzazione segnalando il numero di targa del veicolo oppure possono essere rilasciati permessi provvisori. «Mirto» (Mobilità interoperabile regione toscana) punta invece alla creazione di un contrassegno invalidi elettronico, recependo lo spirito della normativa che lega il possesso del contrassegno alla persona e non al veicolo.

Michela Trigari
19 giugno 2012

Ecco la mappa dell'infedeltà a Napoli i 10 quartieri dove si tradisce di più

Il Mattino

NAPOLI - Come ogni anno, con l’approssimarsi dell’estate, si alimentano i dibattiti sull’infedeltà, generata, secondo i più, da quel desiderio di libertà e di avventura che la bella stagione porta con sé e che colpisce sia i single che le persone con relazioni stabili e durature. A fornire una fotografia sul desiderio di evasione di chi abita a Napoli e Provincia ci pensa AshleyMadison.com, il primo e più chiacchierato sito di incontri extra-coniugali. La ricerca, condotta sulla popolazione di iscritti della zona di Napoli, evidenzia quali siano le aree con il maggior numero di persone in cerca di avventure. Le zone più vicine al Golfo Di Napoli, San Ferdinando e Riviera di Chiaia, si aggiudicano primo e secondo posto, seguite dal quartiere di Posillipo, uno dei quartieri più ricchi della città.

Ecco la mappa degli infedeli napoletani, estratta dal totale di 249.000 iscritti italiani al sito AshleyMadison.com:

Screen 2012.6.19 10-17-4.9

#1 – San Ferdinando
#2 – Riviera di Chiaia
#3 – Posillipo
#4 – Pozzuoli
#5 – Vomero
#6 – Arenaccia
#7 – Fuorigrotta
#8 – Portici
#9 – Afragola
#10 – Giugliano in Campania

Il fondatore e CEO di AshleyMadison.com, Noel Biderman ha dichiarato, «Napoli è una delle più belle città italiane, ricca di storia e cultura. Non sorprende che le persone più aperte risiedano nelle zone di San Ferdinando e Riviera di Chiaia, mentre è interessante notare che il maggior numero di infedeli si concentra nelle zone più popolate della città».

Saltano all’occhio inoltre alcune informazioni demografiche:

Il capoluogo campano conta, ad oggi, più di 17.000 iscritti; Pozzuoli è la zona con il maggior numero di utenti donne single; Posillipo è il quartiere di Napoli con il maggior numero di donne iscritte al servizio (il 46% del totale)
Noel prosegue: «Se analizziamo più in dettaglio i dati, vediamo che Posillipo, una delle zone più incantevoli e prestigiose della città è il quartiere con il maggior numero di donne iscritte: è possibile che la mancanza di stimoli spinga l’universo femminile residente nelle zone ricche a cercare di rivitalizzare la loro relazione esistente cercando svago su AshleyMadison.com».
Ashley Madison è parte integrante del gruppo Avid Life Media, società leader nel settore del social entertainment da oltre dieci anni. AshleyMadison.com conta oltre 14 milioni di utenti in 23 Paesi ed è disponibile in cinque lingue diverse. Dal 2011 il sito è attivo anche in Italia e, in un solo anno, è diventato il sito di incontri per persone sposate più grande d’Italia.

Lunedì 18 Giugno 2012 - 16:36    Ultimo aggiornamento: 16:57

Lavori al Senato? Meriti un premio

Corriere della sera

Nel bilancio 3,6 milioni per le integrazioni. Per i 901 dipendenti di Palazzo Madama ben 14 sindacati: da quello degli stenografi a quello dei coadiutori


ROMA - L'ex senatore Gustavo Selva l'ha bollata un giorno «indennità di Palazzo». Mai definizione è stata più azzeccata per descrivere il capitolo 1.6.4 del bilancio di palazzo Madama. Dove c'è scritto «Personale di altre amministrazioni ex enti che forniscono servizi in Senato», accanto a una cifra: 3 milioni 570 mila euro. Tanto la Camera alta ha stanziato nel 2011 per arrotondare le paghe di tutte quelle persone che non ne sono dipendenti, ma lavorano lì. Innanzitutto le forze di polizia. «Un numero che non sono mai riuscito a conoscere nei 14 anni in cui sono stato deputato e senatore», confessò lo stesso Selva a Libero qualche tempo fa, argomentando tuttavia che quella «indennità di palazzo» spettante a poliziotti e carabinieri in servizio, appunto, nei palazzi del potere «dovrebbe essere riconosciuta piuttosto a chi fa servizio di strada per combattere la criminalità».

La cifra è ovviamente diversa a seconda dei gradi di responsabilità. L'«indennità di Palazzo» concessa alle forze di polizia oscilla da un minimo di 200 euro lordi al mese per i piantoni a un massimo di 2.500 euro per i gradi apicali. Poi ci sono i pompieri: da 300 a 2 mila euro. Quindi i vigili urbani: da 150 a 500 euro. E i dipendenti dell'ufficio interno di Poste italiane: da 200 a 1.000 euro. E già il fatto che un lavoratore dipendente debba avere una retribuzione aggiuntiva da un'amministrazione diversa dalla sua per fare lo stesso lavoro che qualunque suo collega meno fortunato svolge altrove in condizioni certamente più disagiate, soltanto perché è nel cuore del potere, è abbastanza curioso. Ma che all'indennità abbiano diritto anche alcuni privati è addirittura sorprendente.

Parliamo dei dipendenti dello sportello bancario interno gestito da Bnl del gruppo Bnp Paribas (da tempo immemore si è in attesa di una gara), ai quali toccano da 400 a 750 euro lordi al mese. Come pure di quelli dell'agenzia di viaggi di palazzo Madama, affidata alla Carlson Wagonlit, i quali più modestamente si devono accontentare di 300-400 euro mensili. Briciole. Che però non toccano, per esempio, ai dipendenti del ristorante finiti in cassa integrazione dopo l'aumento dei prezzi del menu che ha provocato il tracollo del fatturato.
Sia chiaro: di questo stato di cose non sono certo responsabili i lavoratori. Ma che l'«indennità di Palazzo» rappresenti una singolare anomalia è chiaro da tempo: almeno da quando, dopo un ordine del giorno voluto nel 2009 dall'ex leghista Piergiorgio Stiffoni, quella voce avrebbe subito in alcuni casi un taglio del 10%.

Del resto, chi si ostina a difendere quel piccolo privilegio va compreso. Il livello delle retribuzioni del Senato continua a essere tale da mortificare gli «esterni» che lavorano a palazzo Madama e dintorni. Lo scorso anno gli stipendi del personale, comprese indennità varie, hanno toccato 134 milioni e mezzo di euro. Ovvero, 149.300 euro in media per ciascuno dei 901 dipendenti. Quasi il quadruplo della retribuzione media di un dipendente della Camera dei comuni britannica. Ma chi ha l'ingrato compito istituzionale di fronteggiare le offensive sindacali al tavolo delle trattative qui non deve avere vita facile. Anche se è un sindacalista poco arrendevole, a giudicare da come ha reagito alla sua espulsione decretata dal Carroccio: si tratta di Rosi Mauro, vicepresidente del Senato nonché presidente del sindacato «padano».

Di sigle sindacali, davanti, ne ha 14. Quattordici per 901 dipendenti. In media, se tutti quanti avessero una tessera in tasca, 64 iscritti a sigla. In media, appunto. Perché per 49 stenografi esiste un «sindacato tra gli stenografi parlamentari» e un'«associazione resocontisti stenografi parlamentari». C'è poi l'«associazione fra i funzionari», l'«associazione consiglieri parlamentari», il «sindacato quadri parlamentari» e il «sindacato coadiutori parlamentari». Senza parlare dell'«organizzazione sindacale autonoma-Senato», dell'«associazione tra gli assistenti parlamentari del Senato», del «sindacato dei dipendenti del Senato», dell'«associazione sindacale intercategoriale del Senato» e dell'«associazione dipendenti Senato». E per finire con Cgil, Cisl e Uil.
La ciliegina: nonostante queste paghe stellari e il nutrito gruppo di espertissimi consiglieri (117), il Senato ha comunque speso 2,3 milioni di «consulenze per il Consiglio di presidenza e i presidenti» (capitolo 1.6.2) e quasi due milioni di «Prestazioni professionali per l'amministrazione».

Sergio Rizzo
19 giugno 2012 | 8:15

Ai piedi della diga che divora la foresta "Addio Amazzonia"

La Stampa

Il Brasile fra mega progetti idroelettrici e indios assediati


Per la diga di Tucuruì sono stati impiegati 32 mila lavoratori Ora sono stati spostati a quella di Altamira, in costruzione

ROBERTO GIOVANNINI
inviato a tucuruÌ (brasile)

Vi ricordate Avatar, il film? In un pianeta incontaminato arrivavano i terrestri alla ricerca di minerali preziosi. Disgraziatamente, la cittàalbero dove vivevano gli autoctoni risultava essere proprio sopra un gran giacimento. Risultato, visto che non se ne andavano con le buone, li facevano andare via con le cattive. Bombe e razzi erano l’avanguardia delle ruspe e dei bulldozer, simbolo della civilizzazione e del progresso. Con le dovute differenze - non erano degli alieni Na’vi, ma poveri pescatori e contadini - è più o meno quello che è capitato nel 1985 a qualche migliaio di brasiliani nel 1985, quando venne conclusa la gigantesca diga di Tucuruì, sul fiume Tocantins, nello Stato del Parà.

Il grandissimo invaso artificiale -3000 chilometri quadrati - necessario per alimentare le 12 turbine che producono 8500 MW di energia elettrica, ha ricoperto case e villaggi e aree di foresta amazzonica vergine. A valle, lungo il fiume, la costruzione dell’immensa diga, alta 78 metri e lunga complessivamente 12 chilometri e mezzo, ha mutato il ciclo delle acque. Parte delle famiglie scacciate ricevettero pochi spiccioli in cambio dei loro beni perduti; per venti anni migliaia di persone dovettero vivere in baracche coperte di plastica prima di migrare altrove. E dal 1985 al 2000 – ci sono volute prima durissime lotte sociali, poi la vittoria di Lula e del suo programma Luz para todos, elettricità per tutti - neanche una delle comunità ribeirinhe poteva godere della corrente elettrica prodotta a Tucuruì. Serviva tutta per le fabbriche di alluminio delle multinazionali nella città di Barcarena, vicino Belem.

Erano altri tempi: il progetto, affidato alla società pubblica Eletronorte (soprannominata qui «Eletromorte») fu ideato nel 1973, quando il Brasile era governato da una dittatura militare. Tutti gli studiosi confermano che qui a Tucuruì il gigante di cemento è stato paracadutato dal nulla nel mezzo della foresta amazzonica senza neanche provare a considerarne il (drammatico, si è visto) impatto ambientale e sociale. Le prime vittime sono stati gli scacciati, finiti in miserabili borgate ghetto, Breu Branco e Novo Repartimento: dietro le poche abitazioni decenti sulla via principale, sono disseminate tristissime casupole diroccate. Neanche i morti si sono salvati: il cimitero della cittadina di Itapiranga è stato scavato e spostato più in alto, sopra uno sperone roccioso. «Ma ora - ride amaramente Rosivaldo, un abitante del paesello - hanno scoperto che per rendere il fiume navigabile bisogna far saltare questa roccia con tutto il cimitero. E i nostri parenti devono morire per la terza volta!».

Vittime sono stati anche tutti i costruttori del gigante di cemento. A un certo punto il cantiere occupava 32.000 manovali: in una baraccopoli a quattro chilometri dalla città, ci racconta un autista che si fa chiamare «Negrao», «il Negro», il 4 di ogni mese, il giorno di paga, si radunavano duemila prostitute pronte a saccheggiare i loro salari. Adesso Tucuruì è una città di 100mila abitanti, ma i costruttori della diga sono andati via, in cerca di nuovo lavoro e nuovi tratti di foresta da abbattere senza scrupoli. Vittima è anche la foresta e la vita che la popolava: intorno alla città e lungo le strade (piste a malapena percorribili) scavate nella terra rossa non ci sono praticamente più tracce di alberi. Restano in piedi come simbolo tragico, qui e là, i tronchi anneriti degli altissimi castanheiros, il noce del Brasile: li hanno uccisi con le fiamme per far presto. Ettari di foresta sono stati sommersi dal lago artificiale, tonnellate di legno e piante marcite che hanno inquinato il fiume.

Vittima della diga è stato anche il grande fiume Tocantins. Il regime naturale delle acque ormai è gestito dalle esigenze di Eletronorte, che apre e chiude il flusso a seconda delle esigenze produttive delle 12 turbine e non delle stagioni. «E così sono scomparse quindici specie - ci racconta Bojolo, un pescatore di 59 anni della cittadina di Itacuarà, a valle della diga - una volta si pescava tantissimo, adesso puoi stare tutta una giornata per prendere 10 chili soltanto. E poi anche l’acqua che beviamo, quella del fiume, non è più sana come prima».

Tucuruì è stato un disastro. Ma adesso il timore è che lo stesso disastro si ripeta ad Altamira, lungo il corso - ancora vergine e intatto, nel cuore della foresta - del fiume Xingu. Qui il governo della presidente Dilma Rousseff ha deciso di costruire un’altra gigantesca diga, quella di Belo Monte. Con i suoi 11.300 MW sarebbe il terzo complesso idroelettrico del mondo per potenza generata. Per il successore di Lula si tratta di un progetto «essenziale per produrre energia pulita e garantire l’autonomia e lo sviluppo del Brasile». Non la pensano così gli indiani Xingu che vivono nell’area minacciata dalle acque e dal progresso, e che si dicono «pronti a morire» (così ha detto il loro capo Raonì Metuktirè) pur di impedire il megaprogetto da 18 miliardi di dollari. Il governo assicura che stavolta la diga si farà «includendo» le esigenze delle popolazioni. Ma gli Xingu rischiano di fare la fine degli alieni Na’vi del pianeta Pandora e della gente del Tocantins. Sviluppo sostenibile, spesso, è soltanto una parola dal suono gradevole, che non è necessario far diventare realtà.

Telecamere in azienda? E' sufficiente il sì dei dipendenti

La Stampa

Per installare delle telecamere che riprendano l’attività dei lavoratori in azienda non serve un accordo nel quale le rappresentanze sindacali diano il loro consenso. Basta che i singoli lavoratori siano d'accordo, così il datore non viola lo Statuto dei lavoratori. Lo afferma la Cassazione (sentenza 22611/12) assolvendo un'imprenditrice. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio una multa di 1.200 euro alla titolare di una società perchè in violazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vieta i controlli a distanza sui dipendentì «aveva fatto installare un sistema di videosorveglianza composto da quattro telecamere due delle quali inquadranti direttamente postazioni di lavoro fisse».  L'imprenditrice aveva chiesto l’assoluzione sostenendo di aver fatto firmare una liberatoria di consenso ai dipendenti e che l’azienda era tappezzata di cartelli che indicavano la presenza delle telecamere.

Nel cancellare la condanna, la Cassazione ha spiegato che sebbene lo Statuto dei lavoratori prescriva l’accordo del sindacato per l’installazione del controllo a distanza, «non può essere ignorato il dato obiettivo che, in questo caso, era stato acquisito l’assenso di tutti i dipendenti attraverso la sottoscrizione da parte loro di un documento esplicito». «Orbene - prosegue l’Alta corte - se è vero che non si trattava nè di una autorizzazione della Rsu nè di una "commissione interna", logica vuole che il più contenga il meno, sicchè non può essere negata validità ad un consenso chiaro ed espresso proveniente dalla totalità dei lavoratori e non soltanto da una loro rappresentanza». «Del resto, non risultando esservi disposizioni di alcun tipo che disciplinino l’acquisizione del consenso, un diverso opinare, in un caso come quello in esame, avrebbe il taglio di un formalismo estremo tale da contrastare con la logica».

Un antenato bianco per Michelle: figlio di schiavisti nel profondo Sud

Corriere della sera

La first lady oggi ha dei lontani parenti bianchi in Texas, Carolina del Sud, Alabama e Georgia



Dolphus Shields, l'antenato di Michelle Damon Winter/The New York Times)Dolphus Shields, l'antenato di Michelle Damon Winter/The New York Times)

WASHINGTON - Ad alcuni fa piacere. Ad altri meno, perché non vogliono passare per schiavisti. È una storia di «radici», con la R maiuscola. Perché arriva sin dentro la casa più importante d'America. La Casa Bianca. E coinvolge la first lady Michelle Obama.

Dopo due anni di ricerche, una giornalista del New York Times ha scoperto che la consorte del presidente ha origine bianche. Un legame che la porta nel profondo Sud, quello dello schiavismo e della segregazione.
Al centro c'è la trisavola di Michelle, Melvinia. All'età di 15 anni è messa incinta da Charles Marion Shields. Il ragazzo - bianco - appartiene alla famiglia che ha comprato la schiava. Da quell'unione nasce Dolphus T. Shields, il padre del bisnonno della first lady. È l'inizio di una «saga» che ha conseguenze imprevedibili: la first lady oggi ha dei lontani parenti bianchi in Texas, Carolina del Sud, Alabama e Georgia. Cugini che fino a poco tempo fa ignoravano dell'esistenza di quel rapporto.
A farlo emergere è stata Rachel Swarns. Mettendo insieme decine di frammenti, spunti e storie, test del Dna di afroamericani e bianchi, ha ricostruito l'albero «familiare», i passaggi, gli intrecci e i rapporti non certo facili in quegli anni. Un lavoro investigativo racchiuso nel libro «American Tapestry: The Story of the Black, White and Multiracial Ancestors of Michelle Obama», da oggi in vendita nelle librerie americane. Libro che forse spingerà la first lady a uscire dal riserbo, visto che, pur sollecitata, non ha voluto commentare le conclusioni alle quali è arrivata la reporter.

La prima traccia di quello che somiglia a un romanzo ma è verità cruda risale attorno al 1852, quando l'allora Melvinia, 8 anni, arriva nella fattoria degli Shields in Georgia. La famiglia, neppure troppo ricca, coltiva cotone, grano, patate dolci. E come tanti nel Sud compra e usa gli schiavi. La piccola Melvinia sgobba nei campi. Vita dura, senza orizzonti, di grandi privazioni. Il suo mondo è delimitato dai confini della piantagione. Ed è sempre all'interno di quel microcosmo che Melvinia diventa madre. Secondo le ricerche quando ha circa 15 anni è messa incinta dal ventenne Charles. Sulla relazione ci sono due versioni. Alcuni pensano che sia stata vittima di uno stupro. I padroni bianchi - ricordano le testimonianze - si «divertivano con le schiave». La teoria della violenza è respinta da altri membri della famiglia che parlano di un legame affettivo. Di sicuro, non poteva essere reso pubblico. Con crudeltà e ipocrisia si nascondeva l'evidenza. Anche se all'epoca si è sempre sospettato che Dolphus fosse il figlio di un'unione mista. Come migliaia di altri schiavi. Il seguito della storia vede i discendenti di Dolphus sparpagliarsi dal Sud al Nord. In cerca di lavoro, di opportunità, di riscatto. Una lunga marcia che porta alla Casa Bianca. Una conclusione che Melvinia non avrebbe mai potuto immaginare.

Guido Olimpio
19 giugno 2012 | 7:50