mercoledì 20 giugno 2012

Uccise lo stupratore della figlia, i giudici: «Non va incriminato»

Il Mattino

 

WASHINGTON - Nessuna incriminazione per un padre che in una cittadina del Texas ha sorpreso un uomo ad abusare sessualmente della sua bimba di cinque anni e lo ha picchiato fino ad ucciderlo. Lo ha annunciato il procuratore distrettuale della Lavaca County, riferendo la decisione adottata da un Grand Jury.

 

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I fatti risalgono alla settimana scorsa, quando durante una riunione per visionare dei cavalli nel ranch della sua famiglia, la bimba si è allontanata verso il granaio, per giocare con le galline. Poco dopo il padre ha udito le sue urla, ed è accorso, trovando l'uomo, un immigrato messicano di 47 anni, che stava abusando della piccola, e lo ha aggredito a pugni, colpendolo ripetutamente alla testa, fino a lasciarlo senza vita.


Poi ha chiamato il pronto intervento della polizia, e nella registrazione della chiamata, riferisce la Cnn, lo si può udire mentre piangendo dice: «Ho bisogno di un'ambulanza. Quest'uomo stava stuprando mia figlia, e l'ho picchiato. Non so... non so cosa fare». La sua famiglia ha poi anche tentato di rianimare l'aggressore, ma invano. «L'ammontare delle prove mostrate e le dichiarazioni dei testimoni e del padre, e ciò a cui il padre ha assistito, mostrano ciò che è successo quel giorno», ha detto il procuratore distrettuale, Heather McNimm, notando anche che egli ha tentato «di salvare la vita» dell'aggressore di sua figlia, «nonostante ciò che aveva appena visto».


Dopo la decisione, la famiglia del padre, di cui non è stato reso noto il nome, non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Solo il loro avvocato, V'Anne Huser, si è limitato ad affermare che, «secondo noi, oggi il caso è chiuso».

 

Mercoledì 20 Giugno 2012 - 16:43    Ultimo aggiornamento: 16:45

Griffi taglia i fili del telefono "Dagli uffici pubblici soltanto chiamate urbane"

di Chiara Sarra - 20 giugno 2012, 18:27

 

Per tagliare i costi della pubblica amministrazione, solo i dirigenti potranno chiamare numeri interurbani e cellulari

 

Per combattere i costi della pubblica amministrazione il governo le studia tutte. Anche eliminando abusi e brutte abitudini dei suoi dipendenti.

 

 

Così il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, ha deciso di dare un taglio alle telefonate interurbane e verso telefoni cellulari dagli uffici della pubblica amministrazione.

La circolare è stata diramata dal Dipartimento della Funzione Pubblica "con l’intento di ridurre i costi legati alla telefonia da parte del personale del Dipartimento". Le utenze saranno quindi abilitate solo alle chiamate urbane. I dirigenti avranno invece delle linee abilitate anche al traffico mobile e nazionale. E non solo. Basta con le bollette "universali": a ciascun dirigente sarà affidata la responsabilità per le spese derivanti dall’utilizzo delle linee assegnate. "L’amministrazione pubblica è come la nostra casa - afferma il ministro Filippo Patroni Griffi - Dobbiamo sempre più tagliare le spese inutili, quelle superflue, quelle evitabili. A cominciare da quelle che appaiono piccole. La spending review è anche questo: una rivoluzione del buonsenso".

Ma sono tecnici o comunisti? De Vincenti: "Ero del Pci ora ho la tessera del Pd"

di Domenico Ferrara - 20 giugno 2012, 18:02

 

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico ammette il suo passato comunista. Oggi è iscritto al Pd e alle primarie voterà Bersani. E meno male che Monti aveva assicurato sulla terzietà del suo governo...

 

Nessuno scrupolo, nessun tentennamento. "Sono iscritto al Partito Democratico". Il che rientra nella libertà delle idee politiche di ogni libero cittadino.

 

Claudio De Vincenti

Claudio De Vincenti

 

Peccato che a fare la candida confessione sia stato un membro del governo: Claudio De Vincenti, sottosegretario allo Sviluppo economico.

Ospite della trasmissione di Radio2 "Un giorno da pecora", il componente dell'esecutivo dei prof si è lasciato andare ad ammissioni di militanza. "Sono stato iscritto al Partito Comunista Italiano, nel 1972. Poi sono passato al Pds, poi ai Ds e poi al Pd, a cui sono iscritto e che voto", rivela il sottosegretario.

Alla domanda dei conduttori Sabelli Fioretti e Lauro che gli hanno chiesto se fosse dunque comunista, De Vincenti ha fornito la sua spiegazione: "No, perché il Pd non è comunista", aggiungendo che il partito di Bersani "è una cosa molto interessante, perché riesce a mettere insieme molte storie diverse".

E a proposito di Bersani, De Vincenti, in qualità di iscritto al partito parteciperà alle primarie. Chi voterà? "Chiaramente voterei Bersani", anche se "non ha molto senso che un sottosegretario si esprima su preferenze di questo tipo".

Insomma, più volte il Pdl aveva chiesto che il governo Monti annoverasse al suo interno soltanto tecnici e non politici. Una richiesta che è stata esaudita a parole, ma non nei fatti. L'ammissione di De Vincenti ha destato polemiche. "Il presidente Monti ha costruito molta della sua presunta credibilità sull’assunto di terzietà del proprio esecutivo, già venuto meno in innumerevoli occasioni. Ora gli chiedo se ancora intende propinarci la storiella del governo tecnico o se piuttosto non comprende che - agli occhi del Pdl - molte scelte determinanti (...) sono figlie di impostazioni ideali, culturali e di tifoserie favorevoli ad una parte e contro un’altra", ha dichiarato il vice presidente vicario del gruppo Pdl alla Camera, Massimo Corsaro.

Capire la natura con i polinomi speciali

Corriere della sera

 

Permetteranno di comprendere fenomeni complessi come i vortici nel sangue e i campi magnetici del Sole

 

MILANO - Calcolare l’impatto della turbolenza su un aereo, stimare l’energia dei campi magnetici del sole e delle stelle, ma anche prevedere l’impatto degli uragani. Questo e molto di più quello che in futuro potremo sapere grazie alla matematica. Ad accendere la speranza di conoscere in tempo reale la dinamica dei fenomeni naturali, le nuove applicazioni di alcune formule matematiche recentemente messe a punto da Renzo Ricca, docente del dipartimento di matematica e applicazioni dell’Università di Milano-Bicocca e dal ricercatore cinese Xin Liu del dipartimento di matematica dell’Università di Sydney. Una rivelazione che, nel giro dei prossimi anni, potrebbe portare non solo alla spiegazione di fenomeni atmosferici complessi avvolti nel mistero fin dai tempi di Leonardo da Vinci, ma anche rivelarsi la chiave per risolvere alcuni problemi di complessità della comunicazione e sicurezza. Aprendo la strada a misurazioni inimmaginabili di strutture perennemente disordinate e in continua evoluzione come ad esempio, in natura, quelle di vortici, campi magnetici ed elettrici.

POLINOMI SUPERSTAR - In futuro, a sciogliere i nodi dei fenomeni disordinati e in perenne movimento, basterà forse solo un pc in grado di applicare i polinomi speciali. Formule matematiche da copertina internazionale, come ha già sancito il Journal of Physics A: Mathematical and Theoretical e la sua «bacheca» di Twitter, in grado di sbrogliare in maniera semplice la complessità dei fluidi, come fossero un groviglio di fili di lana.

LE ORIGINI - «Questi polinomi», spiega Ricca, «finora sono stati confinati nella matematica pura e nella fisica più astratta. Furono scoperti da Vaughan Jones negli anni Ottanta, che per questo ottenne la medaglia Fields, il più prestigioso riconoscimento per giovani promesse della matematica, ma nessuno fino a ora era mai riuscito a derivarli per descrivere fenomeni naturali. Combinando queste formule semplici, infatti, sarà possibile fare previsioni su fenomeni estremamente complessi. E, grazie alle nuove tecnologie e supercomputer sempre più potenti, elaborare in tempo reale dati di fenomeni naturali in continua evoluzione. Dal turbinio dei vortici nel sangue ai campi magnetici delle stelle».

CALCOLARE LA NATURA – Per le prime applicazioni vere e proprie, secondo il ricercatore, ci vorrà ancora tuttavia qualche anno. Soprattutto per quanto riguarda l'implementazione su computer delle codifiche che dovranno districarsi con l'elaborazione dei calcoli. «Per quello che riguarda il futuro», prosegue Ricca, «sono cautamente ottimista. A volte, infatti, si ottengono risultati insperati più rapidamente di quello che si era preventivato. Basti pensare alla completa decodificazione del genoma umano, per cui si era messo in conto un tempo molto più lungo di quanto è poi avvenuto per la sua riuscita. È possibile, quindi, che a breve l'applicazione di questi polinomi possa dare risultati di pratico interesse, ad esempio riuscire a farci stimare con precisione gli scambi di energia e di forza tra masse fluide. Ma anche stimare meglio l’enorme energia messa in gioco dal sole. Dati di fondamentale importanza non solo per capire meglio l’evoluzione di fenomeni naturali di grande complessità, ma anche per avere maggiore capacità predittiva sull'effetto che questi fenomeni hanno per la vita quotidiana: la turbolenza magnetica sul sole, ad esempio, ha effetti determinanti sia per le telecomunicazioni che per il clima del nostro pianeta».

MATEMATICA ALL’ITALIANA – Un risultato targato tricolore che aggiunge onore alla matematica nazionale. E merito del professore italiano, che tra Inghilterra e Stati Uniti ha passato più di vent'anni, tornato, tra i pochissimi, nel nostro Paese grazie al concorso nazionale Rientro dei cervelli. «In Italia – conclude il professore – abbiamo un’ottima preparazione di base, non solo per la matematica e le scienze. Sia a livello di licei che di poli universitari. Purtroppo, però, bisogna ammettere che per quel che riguarda i corsi di specializzazione e l’applicazione delle scienze di base, rispetto alle strutture straniere siamo ancora molto indietro, soprattutto perché mancano cronicamente i finanziamenti alla ricerca».

 

Carlotta Clerici

20 giugno 2012 | 12:17

Senza gambe conquista il Kilimangiaro

Corriere della sera

Spencer West, privo degli arti inferiori per una malattia genetica, scala la montagna più alta d’Africa con le mani


Spencer West in vetta
MILANO - Non ha le gambe, ma Spencer West non si è arreso alle mille difficoltà e ha coronato il sogno di una vita. Senza arti inferiori a causa di una malattia genetica ha conquistato la vetta del Kilimangiaro, con i suoi 5.895 metri la montagna più alta del continente africano. L’americano ha percorso l’80 per cento della salita con le proprie mani. Nel corso dell’impresa il 31enne scalatore con una doppia amputazione ha raccolto mezzo milione di dollari che andranno in beneficenza.





SANGUE, LACRIME E GIOIA - È il fascino della vita. E Spencer West vuole viverla in pieno. L'uomo è nato con una rara malattia genetica, nota come regressione caudale, un disturbo dello sviluppo dei segmenti spinali distali unilaterali. Ha perso gli arti inferiori all’età di cinque anni. L'ostacolo di essere alto appena 0,78 metri non gli ha impedito di realizzare i suoi sogni e di diventare un’ispirazione per gli altri. Spencer West, nato in Wyoming e trasferitosi a Toronto, in Canada, oggi viaggia da uno stato all’altro come oratore motivazionale. A inizio settimana, dopo otto giorni di marcia con altri due scalatori, i migliori amici David Johnson e Alex Meers, ecco finalmente raggiunta la cima del Kilimangiaro. «Una volta in vetta è stato incredibile», scrive il 31enne sul suo blog. «Ci siamo guardati attorno - io, David e Alex - e realizzato di avercela finalmente fatta dopo una settimana estenuante di arrampicata, 6.000 metri di sangue, sudore, lacrime e, diciamocelo, anche vomito».

RIDEFINIRE IL POSSIBILE - Nonostante l’uomo si fosse preparato per oltre un anno - anche con l’aiuto di un personal trainer - «l'esperienza si è rivelata più difficile di quanto immaginato», ha raccontato Spencer alla tv canadese CTV. Già, perché nelle sue condizioni ha dovuto sopportare dolori massacranti alla schiena, alle dita, ai gomiti. La missione sul Kilimangiaro, chiamata «Redefine Possible», mira a raccogliere 750.000 dollari per l'organizzazione benefica Free the Children che aiuta i bambini nei Paesi più svantaggiati ad uscire dalla povertà e dallo sfruttamento.

Elmar Burchia
20 giugno 2012

Censimento della popolazione Napoli non è più milionaria

Corriere del Mezzogiorno

 

Per la prima volta dal 1951 la città scende a 970.438 residenti. Nel '600 era più popolosa di Londra e di Parigi

 

L'incipit è scontato e banale: Napoli non è più milionaria. Però, senza scomodare il grande Eduardo, è la frase che rende meglio l'idea di cosa stia accadendo a livello demografico nell'ex capitale del Sud. Anche con il dilemma: 'a nuttata è passata o adda passà.

 

CURVA DISCENDENTE - Il fatto è che ieri l’Istat ha ufficializzato i dati definitivi sulla popolazione emersi dal quindicesimo censimento d’Italia, aggiornando le cifre, riguardanti le metropoli, che prima erano state soltanto stimate. La notizia era nell’aria ma ora ha avuto l’imprimatur dei documenti storici: per la prima volta dal 1951 Napoli scende sotto il milione di abitanti. Per l’esattezza 970.438. Un dato che ormai non stupisce ma ha ugualmente una grande portata storica. A fine Cinquecento la città era la più popolosa d’Europa (540 mila anime nel 1595) superando addirittura Londra e Parigi. Per questo fu anche tra le prime a sperimentare l’architettura verticale per conquistare spazi in altezza. Così nello stesso palazzo di cinque-sei piani vivevano nobili, popolani, borghesi in una promiscuità tale da far abortire, prima ancora che ne nascesse l’idea, la divisione di classe in città. Colera, peste, eruzioni del Vesuvio non bastarono a invertire la rotta. Napoli era appetita, il punto di arrivo di migliaia di popolani che fuggivano dalle campagne. Nel 1936 la città contava circa novecentomila abitanti e nel Dopoguerra ci fu il salto demografico con la metropoli da ricostruire che superò a piè pari il milione. Per l’esattezza 1.010.550 abitanti. Il massimo si toccò nel 1971 con 1.226.594 napoletani. Poi una curva discendente e costante. Nel 2001 Napoli aveva salvato il milione per soli quattromilacinquecento cittadini.

TETTO SFONDATO - Ora il tetto è stato sfondato con tutto ciò che comporta. Ma soprattutto la domanda alla quale bisognerà rispondere è: perché da Napoli si continua a fuggire? In dieci anni sono andate via (numericamente) 34 mila persone. Ma il dato in realtà è molto più consistente: quasi quattromila residenti fuggiti ogni anno. Secondo alcuni studi del Cnr, si tratta invece di quattrocentomila persone di cui 200 mila giovani, in età compresa tra i 18 e i 30 anni, emigrati negli ultimi 10 anni. La metà del totale. L’altra metà si sarebbe spostata solo di pochi chilometri preferendo andare ad abitare in altre province, come quelle del Salernitano o del Casertano, per i costi minori e la maggiore vivibilità.

FUGA DA NAPOLI - La grande fuga da Napoli è stata sottolineata a maggio anche dal National Geographic che nel secondo numero della nuova rivista pubblicata con il Touring Club ha dedicato la copertina alla città. «Nel 1980 il centro storico - ha scritto - vantava la presenza di circa 1.500 imprese. Negli ultimi trent’anni quest’area ha perso il 60 per cento dei residenti, ha visto invecchiare la popolazione e, nell’ultimo ventennio, ha assistito al progressivo sfaldamento del suo sistema manufatturiero, con una perdita di oltre il 50 per cento della propria forza lavoro. Nel 2010 l’artigianato contava 3.975 addetti, con laboratori non superiori ai 50 metri quadrati e spesso non più di due addetti per bottega. Il 52 per cento degli artigiani ha ora come riferimento un unico committente, spesso un negoziante, che assorbe oltre il 60 per cento della produzione».

 

Vincenzo Esposito

20 giugno 2012

Rifiuta lo sfratto e fa saltare la casa

Corriere della sera

 

L'autore è Pietro Vignoli, noto alle cronache come «l'eretico» che ha contestato il Papa a Milano

 

Pietro Vignoli durante la visita del Papa a MilanoPietro Vignoli durante la visita del Papa a Milano

 

MILANO - Aveva lo sfratto ma non voleva lasciare l'abitazione. E così mercoledì mattina ha pensato bene di farla saltare con un innesco legato a delle bombole del gas. È accaduto nelle campagne di Rodigo, nel Mantovano, in una cascina. L'uomo, Pietro Vignoli, 60 anni, noto alle cronache come «l'eretico» che a giugno aveva contestato Papa Benedetto XVI durante la sua visita a Milano, è rimasto sotto le macerie ma è stato estratto vivo dai vigili del fuoco.

 

La protesta da «inquisitore» La protesta da «inquisitore» La protesta da «inquisitore» La protesta da «inquisitore» La protesta da «inquisitore» La protesta da «inquisitore»

 

L'uomo avrebbe riportato delle ferite su varie parti del corpo ma non sarebbe in pericolo di vita. Non risultano altre persone coinvolte nell'esplosione. I vigili del fuoco sono sul posto per domare l'incendio che si è sviluppato dopo la deflagrazione. La cascina si trova in aperta campagna, molto distante da altre abitazioni.

 

Redazione Milano online20 giugno 2012 | 13:17

Adidas ritira dal mercato le scarpe «razziste »

Corriere della sera

 

Il nuovo modello presenta catene da legare alle caviglie: proteste per un presunto richiamo alla schiavitù dei neri d'America

 

Adidas ritira le scarpe accusate di «razzismo». Erano state presentate in anteprima lo scorso 14 giugno su Facebook e dovevano essere uno dei prodotti più eccentrici della prossima collezione autunno/inverno 2012. Ma dopo aver ricevuto numerose critiche e pesanti attacchi la multinazionale tedesca ha deciso di non distribuire più sul mercato le nuove scarpe ideate dal fashion designer Jeremy Scott. Il motivo? Il modello JS Roundhouse Mid presentava catene arancioni in gomma da legare alle caviglie e a diverse persone ha ricordato gli antichi ceppi utilizzati sugli schiavi neri in America nel XVIII e XIX secolo. La polemica sulle scarpe «razziste» è durata diversi giorni, fino a quando, con un comunicato presentato martedì scorso, la multinazionale ha fatto sapere che il modello sarebbe stato ritirato.

POLEMICHE - Eppure in un primo momento la novità presentata da Adidas era stata accolta con favore dalla maggior parte dei fan del noto marchio sportivo. Oltre 38.000 utenti di Facebook avevano salutato con il proverbiale «mi piace» il nuovo prodotto. Ma una minoranza agguerrita ha subito fatto sentire la sua indignazione e sullo stesso social network sono arrivati in poche ore più di 2.000 commenti negativi: «E' offensivo e inappropriato per diversi motivi - commenta l'utente Kay Tee - Come si sentirebbe un ebreo se decidessero di vendere una scarpa che ha come simbolo una svastica?». «Adidas ti devi vergognare - scrive un altro utente sul social network - La schiavitù non è una moda». Ricardo Olmos, con più ironia sottolinea: «Sono razziste, ma con stile». Senz'appello la condanna di Ezra Casey: «Questa è l'idea più stupida che è mai stata pensata per vendere una scarpa. È volgare e di cattivo gusto».

MARCIA INDIETRO E SCUSE - Se all'inizio la multinazionale tedesca aveva tentato di resistere, alla fine ha ceduto e nel comunicato di martedì ha precisato: «Jeremy Scott è conosciuto per essere un designer dallo stile eccentrico ed ironico come già dimostrato in passato con altri prodotti disegnati per Adidas Originals. Il design delle JS Roundhouse Mid non ha nulla a che fare con la schiavitù, ma poiché, da quando le abbiamo mostrate in anteprima su Adidas Originals Facebook, abbiamo ricevuto commenti favorevoli ma anche delle critiche, abbiamo deciso di non distribuirle sul mercato ad agosto e ci scusiamo con tutte le persone che si sono sentite offese dal design di queste scarpe». Dello stesso avviso Giancarlo Smith, responsabile dell'ufficio stampa Adidas Italia che ribadisce che il prodotto «non voleva rievocare la schiavitù americana», ma sottolinea che «è giusto tener conto della sensibilità delle persone».

UN PRECEDENTE CON NIKE - Non è la prima volta che una grande azienda sportiva si trova in una situazione simile. Come ricorda il Daily Mail lo scorso marzo, per celebrare la festa di San Patrizio, la Nike presentò il modello «The Black and Tan» che richiamava i colori della birra Guinness. Quello che i creativi della Nike non sapevano è che in passato quello slogan era il soprannome usato per indicare la Royal Irish Constabulary Reserve Force, violento gruppo paramilitare inglese, autore di numerosi attentati contro civili durante la guerra d’indipendenza irlandese. In quell'occasione, dopo le critiche e le successive scuse, la Nike decise di non far apparire sulla scarpa quello slogan che rievocava ricordi storici troppo tristi

 

Francesco Tortora

20 giugno 2012 | 14:20

Il ritorno del Monte di Pietà tra pensionati, giovanissimi e truffatori

Il Messaggero

di Monia Nicoletti

 

Il mercato dei pegni segna un trend di crescita costante pari al 5% annuo

 

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ROMA - Se si vuole avere un’idea di come i romani vivano la crisi, basta guardare al Monte di pietà. Questo istituto di credito, che sembra appartenere a epoche lontane, negli ultimi anni è tornato a una frenetica attività. Il microcosmo che gli ruota intorno èfatto di persone che cercano l’ennesimo modo d’arrivare alla fine del mese, tassi d’interesse che aumentano di quasi tre punti percentuali ogni anno, aste con sempre meno pubblico, ricchi affari per i “Compro Oro” e loschi personaggi che approfittano illegalmente dei debitori più disperati.


I dati. Il mercato romano dei pegni conta in tutto sette banchi, tutti gestiti da Unicredit. L’azienda afferma che dall’inizio della crisi (2008) è stato riscontrato un trend di crescita costante pari al 5% annuo. Impossibile però sapere quale sia il numero assoluto di romani che ricorre a questo istituto: «Le polizze di pegno sono documenti “al portatore” – spiega Biancamaria Verde (media relations di Unicredit) -; possono cambiare possessore ed è per questo che non disponiamo del numero esatto di persone che ricorre al credito su pegno». Il numero assoluto dei debitori è difficilmente calcolabile quindi, ma il numero di operazioni è un dato oggettivo: la Banca d’Italia ha stimato una media di 30.000 prestiti su pegno al mese. Inutile cercare una cifra in euro che dia la dimensione del fenomeno attuale: l’ultimo dato pubblicato risale al 2009 e già allora il volume d’affari era di 320milioni di euro.


La clientela del Monte di Pietà. Per avere un’idea generale su quante e quali persone ricorrano a questo tipo di prestito non resta che fare un giro a piazza Monte di Pietà; a due passi da Campo de’ Fiori c’è il più vecchio dei sette istituti romani. In sala d’attesa a mezzogiorno ci sono poco più di trenta persone, ma il numeratore elettronico dà un’idea di quante siano già passate: l’ordine è quello delle centinaia. Si tratta di clientela medio borghese, a occhio perlopiù pensionati, ma ci sono anche molti giovani e qualche straniero. Tutti mettono in atto la stessa scena: alla comparsa del proprio numero vanno in cassa, aprono un sacchetto, attendono la valutazione e si stupiscono di quanto poco possano ricavare dai propri preziosi. C’è chi contratta per avere di più, chi non batte ciglio e persino qualcuno che rinuncia a depositare i propri oggetti di valore.


Come funziona il credito su pegno. Consegnare un bene al Monte dei pegni, infatti, è un modo comodo e veloce per ottenere del denaro (non ci sono procedure d’istruttoria né verifica del reddito), ma per contro la cosa non è molto redditizia: il massimo che si possa sperare è di ottenere un quinto del valore di mercato degli oggetti depositati. Un cassiere spiega che per riscattare i preziosi, il portatore deve restituire entro sei mesi la cifra ottenuta, più un interesse del 20% sulla stessa (nel 2009 era del 13,5%, l’incremento medio da allora è di 2,5 punti percentuali all’anno). In alternativa può pagare solo gli interessi per un anno. Gli oggetti non riscattati sono messi all’asta, ma il ricavato va comunque a chi li aveva impegnati (meno un 20% che viene trattenuto dal Monte per “spese d’asta”).


I beni all’asta. La sala d’asta è un altro ambiente surreale: i preziosi sono divisi in lotti, ognuno corrispondente a un debitore. Ai grovigli di catenine, bracciali, anelli e spille protetti da strati di cellophane si aggiungono pellicce d’ogni bestia e taglio sartoriale, servizi d’argento, coralli e sculture in avorio che conservano ancora l’originaria forma della zanna d’elefante. Tra le vetrine si aggirano in tutto quattro persone. La riservatezza è d’obbligo, nessuno vuole parlare. Solo un signore ragionando ad alta voce, fa un commento che dà la dimensione della crisi: «Vengo qui da anni ormai, mai ho visto così pochi acquirenti girare tra le vetrine, ci sono aste anche con sole tre persone». Per Unicredit il calo è stato causato non tanto dalla crisi, quanto dal cambiamento del giorno d’asta: «UniCredit gestisce due sale, una a piazza del Monte di Pietà e una in via del Corso – spiega Biancamaria Verde -, per quanto riguarda la prima, il dato è costante da anni (circa sei o sette persone), mentre a Via del Corso c’è stata una diminuzione. Fin quando l'asta si svolgeva il sabato, partecipavano mediamente 25 persone. Negli ultimi mesi il giorno d’asta è stato anticipato al venerdì e sono presenti fisicamente sei o sette persone; in compenso il numero di offerte totali è rimasto invariato». Insomma i pochi acquirenti rimasti comprano di più.



Che fine fanno i beni non riscattati.
Il direttore Unicredit del credito su Pegno a Roma è Massimo Satta. Inutile cercare dati nel suo ufficio: non li ha, o forse non può darli. L’unico che trapela è proprio relativo ai beni che finiscono all’asta: «Circa l’8% del totale – afferma -; si cerca sempre di far riavere ai nostri clienti i propri oggetti: ormai è una prassi concedere rinnovi anche oltre l’anno», sempre pagando solo il tasso d’interesse. Dunque solo l’8% dei beni va all’asta, ma a ben vedere la gente che perde i propri averi dopo averli impegnati è molta di più: Unicredit non può calcolarlo perché i ricavi non finiscono nel proprio bilancio, ma basta guardare fuori dalla porta del Monte per capire che fine fa buona parte dei beni riscattati. In piazza e nelle vie limitrofe pullulano i negozi “Compro Oro”. Parlando con i gestori è facile capire perché sia così redditizio aprire proprio qui: «Il Monte di pietà è l’ultima spiaggia per molte famiglie – spiega un negoziante – se ricorrono a questo istituto, piuttosto che a noi, è perché sperano in tempi migliori di recuperare i beni depositati. Poi i tempi migliori non arrivano, la polizza rimane e la gente si rassegna: riscatta l’oro e appena uscita dal Monte lo porta a noi».


Gli approfittatori. Ma i “Compro Oro” non sono gli unici a trarre guadagno da questa posizione agevolata. C’è anche chi ne approfitta illegalmente. In piazza Monte di Pietà non è difficile imbattersi in strani personaggi che si offrono di comprare la polizza di pegno direttamente dai debitori. I più accorti li ignorano, ma a giudicare dalla loro costanza, qualcuno che cade nel tranello c’è sempre. Facendo credere al malcapitato che «se il bene va all’asta la banca si tiene tutti i soldi» riescono a concludere l’affare: si accollano loro il debito ed entrano in possesso dei beni impegnati al solo prezzo del prestito, più gli interessi. Nonostante esista una legge che vieti espressamente la vendita delle polizze, è la natura delle stesse ad agevolare questi approfittatori: trattandosi di un documento al portatore è difficile per l’istituto individuare la frode al momento del riscatto del pegno.

Martedì 19 Giugno 2012 - 16:42
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 20 Giugno - 11:40

La truffa è servita, invasi dal tartufo d’Africa

di Andrea Cuomo - 20 giugno 2012, 09:23

Con l’aggiunta di additivi il fungo di nessun pregio finisce a costi proibitivi sulle tavole dei ristoranti


La truffa del truffe. Dopo il vino, il parmigiano, il pomodoro San Marzano, la mozzarella, un altro vanto del made in Italy agroalimentare conosce la beffa (e il danno) della falsificazione.



E che vanto: niente di meno che sua maestà il tartufo. I carabinieri del Nas di Bologna hanno sequestrato oltre 300 chilogrammi di tartufo di scadente qualità importato dal Nord Africa da una ditta di Pistoia che lo rivendeva ad altre tre aziende delle province di Bologna e Pesaro-Urbino che a loro volta lo lavoravano aggiungendo aromi sintetici e lo smerciavano a vari ristoranti del capoluogo emiliano come tartufo di una tipologia più pregiata, il Tartufo Bianchetto (Tuber Borchii Vittad.) il cui prezzo sul mercato varia tra i 18 e i 70 euro all’etto. I carabinieri del Nas di Bologna, in collaborazione con i colleghi di Ancona e Firenze, hanno scoperto la frode in seguito ad alcune ispezioni presso ristoranti e a perquisizioni nelle quattro aziende.

I tartufi sequestrati, in seguito alle analisi di laboratorio svolte nella facoltà di Agraria dipartimento di protezione e valorizzazione agroalimentare dell’Università Alma Mater di Bologna, sono stati identificati come appartenenti alla specie molto comune e di nessun pregio - la cui vendita è vietata in Italia - detta Tuber oligospermum. I militari hanno sequestrato oltre 300 chili di prodotto, in parte già confezionato e destinato al mercato brasiliano, posto i sigilli a due depositi clandestini di alimenti del valore complessivo di circa 700mila euro, ed elevando sanzioni amministrative per un totale di 13mila euro. I quattro titolari delle aziende coinvolte nella truffa sono stati denunciati per frode in commercio, vendita di prodotti alimentari non genuini e violazione della normativa quadro sui tartufi.

La contraffazione del tartufo è l’ultima frontiera del falso made in Italy alimentare, settore fraudolento che fattura 60 miliardi di euro all’anno (25 in Europa, 25 nell’America del Nord e 10 nel resto del mondo) e che ha molte sfaccettature, dal «tarocco» tout-court alla zona grigia del cosiddetto italian sounding, che utilizza ambiguamente nomi e definizioni che un consumatore straniero poco avveduto scambia per italiane. Il tartufo fino a qualche tempo fa veniva considerato al riparo da possibili contraffazioni a causa delle stupefacenti particolarità aromatiche e gustative di quello che erroneamente è considerato un tubero ed è invece un fungo ipogeo. E non è un caso che la tipologia contraffatta non è l’inimitabile Tartufo bianco d’Alba, il più pregiato con un prezzo che può raggiungere e superare i 300 euro all’etto, ma il più modesto anche se sempre molto pregiato Bianchetto, che peraltro è una tipologia primaverile. Secondo la Coldiretti di Pesaro e Urbino il fenomeno è in crescita.

Allarmante è in particolare l’aumento delle importazioni di tartufo dall’estero passate, nel primo trimestre 2012 dai 2200 chili del 2011 a 4200. Un dato che fa sospettare un aumento delle operazioni truffaldine di make up che trasformano, come nel caso di Bologna, tipologie di scarso valore in pezzi pregiati. L’Italia è tra i più importanti produttori di tartufo al mondo. Il Bianco d’Alba è il più apprezzato in assoluto, ma anche altre tipologie dai prezzi più abbordabili sono amate dai gourmet di tutto il mondo. Oltre al Piemonte le regioni più ricche di questo rarissimo fungo ipogeo sono la Toscana (San Miniato), le Marche (Acqualagna), il Molise (San Pietro Avellana), l’Umbria (Norcia), la Campania (Bagnoli Irpino), il Lazio (Leonessa). Il giro d’affari, stimato in 400 milioni annui, coinvolge decine di migliaia tra cercatori, coltivatori, trasformatori e commercianti.

Sigarette: l'ultima frontiera del riciclaggio negli Usa

La Stampa

 

Aziende private e pubbliche sperimentano soluzioni per raccogliere e riusare il materiale dei dannosissimi filtri

 

 

new york

 

Il materiale plastico dannosissimo per l’ambiente con cui sono fatti i filtri delle sigarette rappresenta una grossa sfida per le società specializzate nel riciclaggio.


Tra quelle che stanno sperimentando dei programmi che non solo incoraggiano le persone a raccogliere le loro «cicche», ma anche a riciclarle, la TerraCycle, azienda del New Jersey, inizierà dal mese prossimo a fornire gratuitamente etichette per la spedizione via corriere, in modo che i fumatori possano spedire i mozziconi che hanno raccolto. A sponsorizzare l’iniziativa, c’è una società di tabacco americana che ha preferito restare anonima.

La newyorkese Eco-Tech Displays ha invece creato la «Cigarette Butt Litter Dream Recycling», una società che si occupa di trasformare le cicche in prodotti come gioielli, vasi e plettri. I mozziconi vengono raccolti svuotando centinaia di portacenere posizionati all’esterno di bar e ristoranti a New York, in New Jersey e a Chicago in Illinois.Qualche sforzo per riciclare le cicche tuttavia lo sta facendo anche il pubblico.

Seguendo l’esempio del vuoto a rendere per bottiglie e lattine, la città di New York ha proposto un progetto di legge «Penny per Butt’», che prevede un rimborso di un centesimo per ogni cicca raccolta. Hanno scelto invece le maniere forti la città di Portland in Oregon e lo stato del Maine, i quali a partire dallo scorso marzo hanno deciso di multare con cento dollari chiunque getti in strada i mozziconi di sigarette.

Abbaiare è un diritto del cane

La Stampa

 

Abbaiare è un diritto sacrosanto del cane, specie quando aiuta l’uomo nella difesa della sua proprietà. Lo ha stabilito il giudice del tribunale di Lanciano, Giancarlo De Filippis, a conclusione di un procedimento civile d’urgenza che ha visto «alla sbarra» due cani di Treglio, nel chietino, di proprietà di una famiglia del posto.

 
«I due cani erano accusati dai vicini di disturbare con il loro abbaio - racconta l’avvocato Andrea Cerrone, dottore di ricerca in tutela dei diritti fondamentali all’università di Teramo - ma il giudice ha stabilito che i cani hanno tutto il diritto di abbaiare, specie se qualcuno o qualcosa di avvicina al loro territorio di riferimento e purchè non si superi la soglia di tollerabilità stabilita nel codice. I cani - aggiunge - svolgono una funzione importante nel caso in questione, abitando la famiglia in campagna, sono una sorta di predecessori delle sirene degli antifurti vivente e senziente - sottolinea Cerrone - il diritto va sempre più estendendo la sua sfera di interesse verso gli animali e questa ordinanza ne è una testimonianza».


Il caso


La querelle è stata seguita dall’avvocato Silvio Rustignoli di Lanciano, assistito da un pool di esperti, tra i quali Cerrone e l’ingegnere Pasquale Di Monte: il legale è riuscito a dimostrare la temerarietà della lite cominciata da una famiglia di Treglio, vicina di casa degli animali, che dunque risponderà per responsabilità aggravata. «Ci siamo trovati dinanzi a una situazione di vero e proprio stalking giudiziario - dice l’avvocato Rustignoli - con decine di procedimenti penali pendenti, che vede tra le principali vittime una bambina, i suoi genitori e, per l’appunto, i poveri animali. Stiamo conducendo una battaglia che comincia a vedere qualche spiraglio di luce - aggiunge il legale - andiamo avanti per tutelare le persone ma anche gli animali. L’Ordinamento italiano è sempre più all’avanguardia nella tutela dei diritti di questi ultimi anche se ancora c’è molta strada da percorrere: gli articoli 544 bis e seguenti del codice penale, l’art. 5 della Legge 189 del 2004 e, da ultimo, la ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, che stabilisce l’obbligo morale dell’uomo di rispettare tutte le creature viventi, ci lascia ben sperare».
Fonte: Agi

La guida Usa: «Gay, non andate in Sicilia, roccaforte dell'omofobia»

Corriere della sera

La popolarissima Frommer's, invita la comunità omosessuale a evitare l'isola: «Comportamenti medievali»


Dal nostro corrispondente Alessandra Farkas


La copertina della guida Frommer's, dedicata alla SiciliaLa copertina della guida Frommer's, dedicata alla Sicilia

NEW YORK – «Anche se l’Italia dal 1861 ha una legislazione piuttosto liberale riguardo all’omosessualità, la Sicilia rimane una delle maggiori roccaforti dell'omofobia in Europa». E’ durissimo il giudizio di Frommer’s, con 8 milioni di copie vendute all’anno tra le più popolari guide turistiche degli Stati Uniti. Nella sua quinta edizione dedicata alla Trinacria, la pubblicazione fondata nel lontano 1957 consiglia ai viaggiatori gay e lesbiche di evitare l’isola tout court,  privilegiando, al suo posto, Capri «la capitale balneare dei gay», spiega, «rivaleggiata soltanto da Venezia».

COMPORTAMENTI MEDIEVALI -«Alcuni siciliani manifestano atteggiamenti anti-gay che appartengono al Medioevo», punta il dito Frommer’s, secondo cui «aperte manifestazioni di affetto tra coppie dello stesso sesso incontrano la forte disapprovazione degli isolani intolleranti» Per i gay più ostinati, decisi, nonostante gli avvertimenti, a non rinunciare al viaggio nella terra di Pirandello, Verga e Camilleri, la guida consiglia Taormina. «Una mecca gay», teorizza la guida, “resa celebre da illustri visitatori quali il drammaturgo gay Tennessee Williams e il suo compagno Frank Merlo.

MEGLIO AL NORD - Nella pagina ‘Tips for Gay and Lesbian Travelers’ della guida italiana agli americani gay e lesbiche che quest’estate hanno scelto il Bel Paese come luogo di vacanze apprendono che «l’omosessualità è molto più accettata nel nord che nel sud<, e che «tutte le grandi città hanno una vita gay molto attiva, soprattutto Firenze, Roma e Milano che si considera la capitale gay d’Italia, ed è anche il quartier generale dell’ARCI Gay».


Alessandra Farkas
@afarkasny19 giugno 2012 | 18:22

Assange chiede asilo all'Ecuador

La Stampa

Il fondatore di Wikileaks per evitare l’estradizione in Svezia si è rifugiato nell’ambasciata del Paese sudamericano: "Sono un perseguitato"


Jullian Assange, il fondatore di WikiLeaks, all'arrivo della Corte Suprema a Londra. Era il 1 febbraio 2012 (foto archivio)

 

Londra

Nuovo colpo di scena nella saga di Wikileaks: Julian Assange, il fondatore del sito dedicato alla trasparenza totale dell’informazione diplomatica online si è rifugiato nell’ ambasciata dell’Ecuador a Londra, e ha chiesto asilo politico al Paese latino-americano, con serie possibilità di ottenerlo.

L’obiettivo della mossa, clamorosa e totalmente a sorpresa di Assange, è di evitare l’estradizione in Svezia, dove deve affrontare un doppio processo per stupro, dopo il via libera, ormai dato per scontato, della giustizia britannica. Al numero uno di Wikileaks, la Corte Suprema dopo aver respinto in appello il suo ricorso il 14 giugno, aveva accordato 14 giorni prima di rendere operativa l’estradizione, anche per dargli la possibilità di presentare appello davanti alla Corte Europea per i Diritti Umani, l’ultima chance per evitare l’inevitabile estradizione. Uno dei timori di Assange, arrestato in GB su mandato di cattura internazionale nel dicembre 2010, oltre ad una condanna in Svezia, era di finire negli Stati Uniti, dove potrebbe celebrarsi un giorno un durissimo processo contro di lui, con pesanti accuse che potrebbero addirittura costargli lunghissimi anni di carcere, se non peggio.

La notizia che Assange si è rifugiato nell’ambasciata di Londra, sulla centralissima Knightbridge, è venuta da Quito, attraverso uno scarno comunicato del ministero degli Esteri, che ha immediatamente informato il Foreign Office. Citato dal ministero degli Esteri, Assange sostiene di «essere stato abbandonato dalle autorità del mio Paese, l’Australia», aprendo la porta ad una sua possibile ed eventuale estradizione negli Stati Uniti, «un Paese che applica la pena di morte per il reato di spionaggio e di tradimento». Assange non si fida neppure delle autorità svedesi, dove «i più alti dirigenti mi hanno apertamente attaccato e hanno avviato un’indagine per delitti politici negli Stati Uniti d’America, un Paese in cui vige ancora la pena di morte per reati di questo tipo».

L’Ecuador ha detto che «sta valutando la richiesta» e che qualsiasi decisione «verrà presa tenendo conto del rispetto delle regole e i principi della legge internazionale», oltre che della «politica tradizionale dell’Ecuador di proteggere i diritti umanì. Assange era in contatto con il Paese sudamericano sin dalla fine del 2010, cioè poco dopo lo scoppio del ciclone Wikileaks, con la pubblicazione di decine di migliaia di documenti diplomatici riservati, molti dei quali imbarazzanti, e la stragrande maggioranza dei quali statunitensi.
Sono stati consegnati a Wikileaks in maniera anonima da un militare, Bradley Manning, attualmente in carcere negli Usa, e che rischia la pena di morte. L’allora vice ministro degli Esteri di Quito, Kintto Lucas, aveva non soltanto invitato Assange a parlare in Ecuador, ma gli aveva anche offerto la residenza.

Molto più recentemente, il 22 maggio, Assange ha intervistato Rafael Correa, il presidente ecuadoregno, per la tv russa RussiaToday con la quale il fondatore di Wikileaks ha iniziato a lavorare. L’Ecuador ha subito un tentativo di colpo di Stato nel settembre 2010 e Correa era stato addirittura preso in ostaggio. Secondo fonti latino americane, dietro al tentato golpe potrebbe esserci stata la Cia, appoggiandosi ad alcuni media »corrotti« del Paese, contro i quali il presidente sembra poi essersi accanito. Un pò ironicamente la rivista americana ’The Atlantic’ suggerisce infatti ad Assange, che in una dichiarazione ha ringraziato l’Ecuador per avere accettato di esaminare la sua richiesta di asilo, di pensarci due volte prima di istallarsi nel Paese latino americano, dove praticamente non c’è libertà di stampa. Ora tutti gli occhi sono puntati anche su Los Cabos, in Messico, dove al termine del vertice del G20, tra le domande sulla crisi al presidente Usa Barack Obama e al premier britannico David Cameron spunterà quella sul nuovo episodio della saga Assange

Usa: un arpione gli trapassa il cervello, salvo giovane di Miami

Corriere della sera

L'arma non ha provocato danni neurologici gravi


Quando si dice salvo per miracolo. Yasser Lopez, 16enne di Miami, si è ritrovato con la lancia di un arpione conficcata in testa domenica al termine di una battuta di pesca. Il colpo partito accidentalmente dall'arma gli ha trapassato il cervello da parte a parte. Il giovane è stato sottoposto a un intervento di tre ore. L'arma non ha intaccato parti vitali del cervello e secondo i medici dopo circa 3 mesi di riabilitazione le sue funzioni neurologiche torneranno ad essere normali.

Marco Baldini e il prestito degli usurai «Avevo perso a poker e ho chiesto 4 mila euro»

Corriere della sera

Il conduttore in tribunale racconta i rapporti con i De Tomasi, indagati nel caso Orlandi. «Cercai di aiutare una nipote per una trasmissione di Bonolis, ma non ci riuscii»


ROMA - Che ami le carte, non è un segreto. Tant'è che per la sua autobiografia Marco Baldini ha scelto come titolo «Il giocatore». Ma «confessarsi» in un'aula di tribunale, davanti a magistrati e avvocati, è un po' più faticoso. Eppure il dj diventato famoso come spalla di Fiorello non arretra: «Ero steso, avevo perso al poker e così ho avuto bisogno di soldi. Chiesi allora a Carlo i quattromila euro che mi servivano. Poi glieli ridiedi, senza pagare particolari interessi».

LA BANDA DELLA MAGLIANA

Il Carlo in questione è Carlo Alberto De Tomasi, arrestato a luglio 2011 con mezza famiglia per un giro di usura. A capo dell'organizzazione, secondo la Direzione distrettuale antimafia, c'era il padre, Sergio, soprannominato «Sergione» per la mole, considerato vicino alla banda della Magliana. Non solo: i due sono indagati per essere stati, sostiene l'accusa, i telefonisti del caso Orlandi. Amicizie imbarazzanti che Baldini non rinnega. «Conosco Sergio dal 2006 - racconta davanti alla settima sezione del tribunale - Qualche volta andavo a casa sua perché ha dei ricordi incredibili della Roma degli anni '70, con vecchie storie dell'epoca. Era un rapporto amichevole, conoscevo anche la moglie».


«Il mattino ha l'oro in bocca» - dall'autobuografia di Marco Baldini «Il giocatore»«Il mattino ha l'oro in bocca» - dall'autobuografia di Marco Baldini «Il giocatore»

LA NIPOTE DEL CAPO - Il legame era abbastanza stretto da cercare di dare una mano a un'aspirante soubrette-cantante-velina della stirpe di «Sergione». Su invito del pm Francesco Minisci, Baldini ricorda che aveva cercato di far inserire la nipote di De Tomasi nella trasmissione «Chi ha incastrato Peter Pan?» di Paolo Bonolis: tentativo non riuscito. Ma anche «Sergione» aveva ambizioni nel mondo dello spettacolo: «Voleva un aiuto a incidere un disco con canzoni cantate da lui - prosegue il conduttore radiofonico - ma anche questa cosa non si fece». Chissà, ci si potrebbe chiedere, cosa ha perso la discografia italiana.


Lavinia Di Gianvito
19 giugno 2012 | 19:17

Usa, ecco come la società cambia volto "Gli asiatici crescono più dei latinos"

La Stampa

I dati sui migranti: dall'Estremo Oriente 430mila arrivi contro 370 mila ispanici . E Romney sfida Obama sui clandestini


Marcia per i diritti dei latinos e dei neri in Fifth Avenune, New York

Glauco Maggi
new york

Mentre esplode la polemica in campagna elettorale sulla presenza dei clandestini negli Usa, per lo più ispanici, dopo la misura disposta da Obama che vieta la deportazione degli irregolari tra i 16 e i 30 anni, i risultati di uno studio del Pew Research Center dipingono un quadro dell’afflusso di immigrati negli Stati Uniti sorprendente. Non sono più i latinos il gruppo che cresce più rapidamente tra i nuovi venuti, bensì gli asiatici. Nel 2010, questi ultimi sono stati 430mila, il 36% del totale, contro 370 mila ispanici, il 31%. Soltanto tre anni prima, nel 2007, il trend era opposto: gli ispanici erano stati 540mila contro i 390mila asiatici. A frenare l’afflusso dal Messico e dal resto del Centro e del Sud America hanno contribuito vari fattori: dai controlli più serrati lungo il confine meridionale alla politica delle deportazioni, dalla crisi economica che ha ridotto l’offerta di posti di lavoro negli Usa al calo del tasso delle nascite in Messico.

Il giro di vite contro gli irregolari ha un impatto più pesante sugli ispanici perché, secondo il Pew, il 45% di loro sono negli Stati Uniti senza documenti, contro il 14% circa degli asiatici, che vengono muniti di visto e di diploma universitario: ce l’hanno il 49% in media, con punte del 70% tra gli indiani, del 51% dei cinesi, del 53% dei coreani. La popolazione Usa laureata è il 28%. La tendenza viene da lontano: nel 2000 la quota di nuova immigrazione era per quasi il 60% di ispanici, contro meno del 20% di asiatici e nel 2005 i primi erano calati al 50% circa e i secondi avevano toccato il 23% circa. Dalla metà del decennio scorso i due maxigruppi etnici hanno accelerato nell’opposta direzione, fino al sorpasso che, per il Rapporto Pew, sarebbe avvenuto già nel corso del 2009. L’arrivo degli asiatici è destinato a migliorare il tessuto sociale americano, perché in termini di livello di istruzione come s’è visto, ma anche di censo e di maggiore rispetto dei valori tradizionali familiari, superano la media generale.

Il reddito medio dei nuclei familiari asiatici è di 66mila dollari, contro i 49.800 della popolazione tutta. Alla domanda sul matrimonio, per il 54% degli asiatici un suo successo è tra gli obiettivi più importanti della vita, mentre lo è solo per il 34% della media degli adulti in generale. L’ essere un buon genitore è messo in cima agli scopi esistenziali per i due terzi degli asiatici (67%) contro circa la metà dell’intera popolazione. A conferma del recente libro di grande successo della “Mamma Tigre”, scritto da una professoressa cinese-americana sulla severità necessaria verso i figli per farli eccellere poi nella vita, il 62% degli asiatici pensano, in effetti, che la maggior parte dei genitori americani non esercitino sufficiente pressione sui figli perché vadano bene a scuola.

Il passato degli asiatici negli Usa, che oggi sono 18 milioni circa pari al 5,8% della popolazione, non è stato rose e fiori, anzi. Contro i cinesi, specificamente, fu votata una legge il secolo scorso per ostacolare la loro integrazione: a esigerla furono i sindacati e i politici protezionisti che non volevano la concorrenza. E durante la Seconda Guerra Mondiale i giapponesi-americani, in quanto tali ed anche se cittadini Usa senza colpe, vennero rinchiusi in campi di isolamento.