sabato 23 giugno 2012

Alan Turing, cento anni fa nasceva il papà del pc, morto in solitudine

Il Messaggero

 

ROMA - Era omosessuale. Per questo fu perseguitato dal governo britannico. Subì la castrazione chimica e si suicidò quando aveva solo 41 anni, stremato dall’omofobia, dal processo e dalla condanna peromosessualità che aveva avuto come conseguenza, nel 1952, l’orrida pena. Il famoso matematico Alan Turing, padre dell’informatica teorica e del computer, nasceva oggi un secolo fa. In suo onore la Association for Computing Machinery ha creato nel 1966 il Turing Award, massima riconoscenza nel campo dell’informatica, dei sistemi intelligenti e dell’intelligenza artificiale.

Screen 2012.6.23 16-24-28.2


Google lo omaggia con un doodle interattivo: la home page di Mountain View offre oggi la possibilità di decodificare la parola Google utilizzando nella sequenza l’uno e lo zero del sistema binario, simulando in questo modo la macchina di Turing, vale a dire una scatola nera che obbedisce a istruzioni predefinite considerata lo stato embrionale del computer.


Nato il 23 giugno 1912 a Londra, Turing è stato senza dubbio una delle menti scientifiche più effervecenti dell’età contemporanea. Fu anche crittoanalista e lavorò in questo senso, in patria, durante la seconda guerra mondiale per decifrare i messaggi scambiati da diplomatici e militari delle Potenze dell’Asse. Per violare i cifrari tedeschi usò il metodo della bomba, una macchina elettromeccanica in grado di decodificare codici da una macchina nemica chiamata Enigma.

Sabato 23 Giugno 2012 - 13:51
Ultimo aggiornamento: 13:55

Sampietrini come souvenir Turisti denunciati a Fiumicino

Il Messaggero

 

La nuova moda: nascondere in valigia parti di mosaici di epoca romana

I  reperti trafugati dai turisti stranieri (foto Ansa)

 

 

 

 

 

 

 

 

ROMA - L'ultima moda dei turisti appassionati di Roma? Mettere in valigia sampietrini, ma anche parti di mosaici di epoca romana. La scoperta all'aeroporto di Fiumicino dove è scattata la denuncia per furto da parte della Polizia di frontiera.Sembra incredibile, eppure i pesanti blocchetti di leucitite, un tipo di roccia eruttiva tipica delle zone vulcaniche laziali, storicamente utilizzati per la realizzazione del lastricato stradale di vie e piazze romane, sono da qualche tempo tra gli oggetti che gli agenti della Polizia di frontiera, diretti dal dirigente della V Zona della Polizia di Frontiera, Antonio Del Greco e dal dirigente Rosario Testatiuti, sequestrano ai turisti che tornano in patria.

LE FOTO DEI REPERTI TRAFUGATI

Ladri venuti dal Nord Europa. «È un fatto davvero curioso che si va ripetendo con una certa frequenza», ammette Del Greco. E sottolinea che il fenomeno si verifica prevalentemente tra i passeggeri che si servono di compagnie aeree low cost, in particolare tra quelli che al termine del soggiorno nella Capitale rientrano in uno dei Paesi del Nord Europa.


IL VIDEO

Nascosti tra gli indumenti. «Questi sampietrini, antichi e moderni, e gli altri reperti archeologici sequestrati, tra cui anche alcune parti di mosaici di epoca romana, una pietra miliare e diversi frammenti di roccia vulcanica - prosegue il dirigente - nascosti tra gli indumenti e gli effetti personali all'interno dei bagagli, non sono rilevati al controllo radiogeno dai macchinari a cui sovrintendono gli addetti alla sicurezza aeroportuale».

«Che i turisti lo sappiano, il patrimonio di Roma non si tocca. Siamo di fronte all'ignoranza più becera» commenta il sovrintendente ai Beni culturali di Roma Capitale, Umberto Broccoli.

Sabato 23 Giugno 2012 - 10:42
Ultimo aggiornamento: 15:26

L'oasi tropicale in mezzo alla Svizzera

La Stampa

 

Frutigen produce caviale e papaya nelle Alpi. Il trucco? Una sorgente d'acqua calda nel tunnel ferroviario

Il caviale di Frutigen viene prodotto grazie a gli storioni allevati tra le montagne: ecco una visione d'insieme di alcune delle serre

 

VIDEO

Storioni e papaye. L'oasi tropicale in mezzo alle Alpi

 

MAURIZIO TROPEANO

inviato a frutigen (svizzera)

 

Fa caldo, caldissimo e l’umidità rallenta tutti i movimenti. Se alzi gli occhi verso il cielo spuntano banane, papaya, manghi. E ci sono altri frutti tropicali che crescono rigogliosi tra fiori dai colori intensi e tra gli alberi dalle foglie immense che fai fatica a spostare con la mano. È un’oasi, ma intorno non c’è il deserto, ci sono alte montagne con le cime ancora innevate. Alle spalle c’è il massiccio del Lötschberg. Per otto anni il ventre di quella montagna è stato mangiato da talpe meccaniche che hanno scavato 34,6 chilometri di quella che è, ancora per poco, la galleria ferroviaria più lunga del mondo. Con la terra è venuta fuori anche una sorgente d’acqua calda e per salvare le trote, che da secoli si riproducono nel fiume Kendar, un ingegnere/pescatore ha trovato il modo di raffreddare quell’acqua usandola prima per allevare storioni e poi per riscaldare la serra tropicale.


Il risultato? Dal giugno del 2007 treni merci e passeggeri corrono veloci sotto la montagna e dal 2009, con un investimento di 30 milioni di franchi svizzeri, è nata quest’oasi che non solo ha permesso di salvare le trote ma che è anche è diventata una fonte di ricchezza per Frutigen. Questo paese di 6638 abitanti nel cantone di Berna è ora meta di decine di migliaia di turisti (centomila l’anno scorso) e produttore della frutta tropicale delle Alpi Bernesi (commercializzata dalla Coop) e del caviale svizzero, venduto a caro prezzo nella Confederazione. L’ingegnere/pescatore è Peter Hufschmied è sua l’idea di utilizzare la geotermia per trasformare l’acqua calda della montagna. Il progetto dell’impianto è suo: le Coop svizzere (azionisti di maggioranza) e la società Bkw hanno reso un business l’operazione di salvataggio delle trote. Marcel Baillods, il direttore della serra, racconta che vengono prodotte tra le due e tre tonnellate di banane l’anno.

 

Papaya, mango e altri frutti esotici danno la stessa quantità di frutti che prima riforniscono il ristorante della serra e poi finiscono sugli scaffali dei supermercati. Lì si mangia anche il puro caviale svizzero che viene prodotto dalle uova dei 30 mila storioni allevati localmente. Otto Koger è il capo delle guide e racconta con passione la storia dello storione e del caviale, della migrazione (forzata) dalla Siberia alla Svizzera e ti spiega che «alla fine il nostro allevamento permette di contribuire a salvare le popolazioni di storione dell’estinzione». E qui si sono inventati un marchio (Oona) per commercializzare quei trecento chili di piccole palline nere che vengono vendute a 1400 euro per 250 grammi.


Frutigen è in grado di mettere in campo un’offerta turistica che tiene insieme montagna, alimentazione esotica da agricoltura sostenibile ed energia rinnovabile. Per visitare il complesso della serra si pagano 20 franchi svizzeri (10 i ragazzi): il via vai di bus e auto private è impressionante. Tanto che la società Tropenhaus Frutigen sta pensando di raddoppiare la popolazione di storioni allevati e di portarli a 60 mila. Ma non basta: la Tropenhaus Frutigen sta lavorando anche per ottenere un’eco-certificazione per i propri prodotti «esotici» made in Svizzera nati da procedimenti sostenibili. «Alla base di tutto racconta Koger c’è la geotermia e questo modello di sfruttamento dell’acqua calda può essere esportato, in tutto o in parte, anche in altre realtà dove si stanno realizzando galleria sotto la montagna».

Gay Pride, manifesti omofobi a Roma citano Wojtyla contro il corteo dei 60mila

Corriere della sera

 

I cattolici di Militia Christi affiggono lungo il percorso della festa foto di Giovanni Paolo II, con la critica pronunciata nel 2000: «Amarezza per l’affronto recato»

 

ROMA - Minacciose offese alla vigilia del Gay Pride di Roma. Nel giorno della grande festa di piazza che vorrebbe insegnare la tolleranza e la pacifica convivenza con chi è diverso, le frange estreme degli oltranzisti cattolici tornano ad alzare la voce contro gli omosessuali. Militanti del movimento Militia Christi, hanno affisso venerdì notte alcuni manifesti in via Cavour, nella Capitale, lungo il percorso del corteo gay. «No al Gay Pride» recitano i manifesti su cui campeggia una fotografia di papa Wojtyla; «No a Roma capitale dell'orgoglio omosessuale», ribadiscono altre locandine.

CORTEO DA 60 MILA - Il corteo delle associazioni per i diritti di gay, lesbiche e transessuali porterà in piazza a Roma circa 60 mila persone nel pomeriggio di sabato 23 giugno. Il tradizionale Gay Pride si snoderà a partire dalle 16 (ma la partenza potrebbe slittare alle 17) da piazza della Repubblica lungo via Cavour, per poi percorrere largo Corrado Ricci, via dei Fori Imperiali, piazza del Colosseo, via di San Gregorio e via dei Cerchi, con 20 carri colorati allegorici. La conclusione in piazza Bocca della Verità, con i comizi e la musica, cui seguirà - in tarda serata - il party ufficiale di finanziamento del Roma Pride 2012, presso il Gay Village all'Eur.

AGGRESSIONI OMOFOBE - L'attacco violento di Militia Christi arriva nel giorno della festa e a meno di 12 ore dalla manifestazione tenutasi venerdì sera in piazza Farnese per dire basta alle aggressioni omofobe. «Manifestazioni del genere, che rivendicano orgogliosamente comportamenti innaturali, sono un’offesa per chi ancora ha a cuore una sana visione antropologica della società - commentano gli oltranzisti cattolici -, sono un modello nefasto per i giovani oltre ad essere deleterie verso chi sente dentro di sé tendenze omosessuali».

«DENUNCIARE L'INTOLLERANZA» - «Aumenta il numero delle aggressioni, aumenta l’intolleranza e non dobbiamo rassegnarci», ha detto dal palco Vladimir Luxuria. «È bello vedere che ci si mobilita, è meno bello che ci si mobilita per denunciare questa situazione sempre più pesante per gli omosessuali», ha commentato Luigi Nieri, capogruppo di Sel in Regione. Militia Christi ribatte che feste come quella del Gay Pride «non servono a combattere i cosiddetti pregiudizi ma solo ad aumentare diffidenza, squallore, volgarità e irriverenza».

LA CITAZIONE DI GIOVANI PAOLO II - Schierandosi contro chi legittima «comportamenti disordinati e dei quali bisognerebbe vergognarsi», i militi cristiani portano a sostegno delle loro tesi intolleranti una frase di papa Giovanni Paolo II, che - spiegano - venne recitata a commento del Gay Pride, nell’Angelus del 9 Luglio 2000: «A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l’affronto recato [...] e per l’offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo. La Chiesa non può tacere la Verità [...] perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male».

 

Redazione Roma Online 23 giugno 2012 | 12:32

I ristoranti cinesi parlano sempre più romano: l'amatriciana batte l'involtino

Il Messaggero

 

ROMA - L’avanzata dei proprietari cinesi per la cucina romana doc «Nei decenni scorsi gli imprenditori cinesi arrivavano, facevano un’offerta al ristoratore che aveva deciso di vendere. Dopo qualche tempo al posto del ristorante con cucina romana apriva un ristorante di cucina cinese. Oggi quelfenomeno è scomparso. Anzi, si è modificato, perché gli imprenditori cinesi continuano ad acquistare pubblici esercizi. Ma non per aprire un ristorante cinese».

 

20120623_amatriciana-34


A registrare questo fenomeno è il presidente di Fipe Confcommercio, Nazzareno Sacchi. L’avanzata degli imprenditori cinesi - «ma non solo» - sta avvenendo ancora più rapidamente con la crisi economica. «Ma i cinesi con molta più frequenza, rispetto al passato, acquistano anche i bar. Che continuano a gestire esattamente come faceva prima il proprietario romano». E se il gestore italiano, assediato dalla crisi economica che sta convincendo tanti cittadini a tagliare su cornetto e cappuccino, si arrendeva, il proprietario cinese resiste. «In totale - racconta Sacchi - nel 2011 secondo le nostre rilevazioni sono stati un centinaio i pubblici esercizi che hanno cambiato di proprietà: da un imprenditore romano a uno cinese».


Discorso analogo per i ristoranti: stanno aumentando i proprietari di origine cinese, ma non stanno aumentando i ristoranti cinesi. Perché? «Inizialmente i ristoratori cinesi si diversificavano con la cucina giapponese. Ora spesso l’imprenditore asiatico preferisce proseguire con lo stesso tipo di cucina che veniva offerto prima del cambio di proprietà». Dunque ancora pizza, bucatini all’amatriciana, cacio e pepe. «Al limite si ricorre al doppio menu. Un po’ romano, un po’ cinese».

Sabato 23 Giugno 2012 - 09:24
Ultimo aggiornamento: 09:44

Estate, tornano le ordinanze pazze: nel mirino persino i baci in pubblico

Il Mattino

 

di Alessandro Calvi

Screen 2012.6.23 11-57-26.1

ROMA - È di Trani la prima vittima dell'estate 2012 di ordinanza pazza. Una signora è stata bloccata sulla soglia del Comune perché vestita in modo sconveniente. Questo, almeno, secondo la rigida interpretazione delle regole stabilite dal sindaco. Già, perché la colpa della signora è stata soltanto, dato il caldo, di indossare dei sandali e un abito con delle bretelline. Non un costume da bagno, insomma. Ma in municipio sono stati inflessibili: così non si può entrare. Respinta.


Storie come questa capitano ogni estate, quando inizia la stagione delle vacanze e della frenesia cavillatoria dei sindaci i quali si ingegnano, scartabellano atti, discutono e alla fine danno libero sfogo alla fantasia, deliberando regole e divieti che dovrebbero garantire la sicurezza o, semplicemente, la tranquillità di turisti e residenti. Spesso, però, sarà il caldo, sarà che la fantasia al potere non è cosa da tutti, sarà quel che sarà, finiscono per provocare paradossi e polemiche. Negli anni, poi, si è prodotto un catalogo di regole a dir poco curiose, un po' folli o, quantomeno, creative.

E, se il buon giorno si vede dal mattino, anche il 2012 promette bene. Già da maggio, per dire, a Teggiano, nel salernitano, chi decide di farsi una partita a biliardino rischia grosso: tra aprile e settembre dopo le ore 22 vige il divieto assoluto. Da ottobre a marzo va ancora peggio: il coprifuoco sul calciobalilla scatta addirittura alle 20, nemmeno si trattasse di una finale di Champions league a rischio hooligans. Non è l'unico caso. Le cronache raccontano di divieti simili in vigore già negli anni scorsi anche altrove, da Cambobello di Licata a Villa d'Ogna, nel bergamasco, paese nel quale, peraltro, i biliardini vengono prodotti. Praticamente, un autogol.


A Capri, invece, è tolleranza zero contro i padroni che non puliscono le deiezioni dei propri cani. E con metodi degni di Csi. «Da inizio luglio partiranno i prelievi per acquisire il dna degli animali che fanno parte della anagrafe canina», annuncia il sindaco, Ciro Lembo. Servirà per identificare il produttore, per così dire, del rifiuto. Il sistema, spiega ancora il sindaco, funziona così: «Schediamo tutti i cani per costruire un database. Quando troviamo delle feci abbandonate in strada, preleviamo un campione e lo inviamo a Napoli per farlo esaminare». Alla fine, incrociando il responso con il contenuto del database si saprà a chi inviare la multa a casa.


Quella delle regole per il decoro a Capri è storia vecchia: basterà ricordare i divieti sull'uso degli zoccoli di legno o dei costumi da bagno in paese. E storia vecchia è anche quella di certi bizzarri divieti che segnalano l'avvio della bella stagione. E, però, da qualche anno gli italiani in vacanza devono fare i conti con un vero e proprio boom di regole, commi, cavilli i quali possono anche far sorridere e che, però, raccontano un paese litigioso ma soprattutto istituzioni che sembrano essersi arrese all'idea di vietare ciò che non riescono più a governare. Ad aprire le porte a questa deriva fu il pacchetto sicurezza dell'allora ministro dell'Interno leghista Roberto Maroni. Era l'agosto del 2008 e con quel decreto di fatto si ampliavano a dismisura i poteri dei sindaci in materia di sicurezza e ordine pubblico, tanto che alla fine anche la Corte Costituzionale ebbe qualcosa da dire. Ma, intanto, l'argine era rotto. E già da quella estate i sindaci si sbizzarrirono.


Pescando a caso dalle cronache dell'epoca si trova di tutto, a partire dal bando dei lavavetri. Per l'uso delle panchine diventò necessario un libretto di istruzioni: c'era chi vietava di poggiarci i piedi, chi di usarle dopo le 23, chi addirittura ne vietava l'uso ai minori di 70 anni. Lo stesso dicasi per i parchi pubblici: a Napoli si vietò il fumo all'aperto, altrove si proibì ai cittadini di frequentarli in più di due alla volta. Nelle città non si poté più mangiare un panino per strada, usare tosaerba a motore, dare da mangiare ai piccioni, addirittura baciarsi.


Anche Roma diede un contributo, con l'ordinanza, poi ritirata tra le polemiche, che vietava di rovistare nei cassonetti. Su giornali e tv furoreggiò il caso dei castelli di sabbia a Eraclea, nel veneziano. Il sindaco spiegò: «L’unico divieto riguarda i giochi molesti o dannosi per gli altri bagnanti, e fra questi anche fare le buche sulla sabbia, ma solo se possono davvero mettere in pericolo qualcuno». Una delle vette assolute si tocca nel 2010 con l'intervista concessa dal sindaco di Castellammare di Stabia, Luigi Bobbio, al Corriere del Mezzogiorno sulle multe per l'uso di abiti succinti, gonne soprattutto. Alla domanda su quale sarebbe stato il metro di giudizio usato dai vigili urbani, il sindaco rispose: «Basta uno sguardo per giudicare se la minigonna è mutandale». Sì: «Mutandale»

.
Nel 2012, però, arriva anche qualche segnale in controtendenza. A Venezia si lavora su un esempio classico di delibera sui generis, al limite della eterogenesi dei fini e che ha sollevato polemiche infinite. Eh sì, perché secondo una delibera dell'epoca di Massimo Cacciari, le autorizzazioni per eseguire musica dal vivo non sono concesse in base ai decibel ma al genere musicale. Dunque, al bando il «jazz sperimentale quale free jazz che essendo dissonante potrebbe essere sgradevole o di disturbo».


Più facile la vita per i musicisti appassionati di «revival italiana d'autore e cover melodiche anni '60«. In molti hanno protestato: regole da Minculpop. Quella delibera formalmente è ancora in vita ma non viene applicata. E in Comune lavorano per superarla. Che, però, forse l'aria stia cambiando lo dice soprattutto una piccola storia raccontata a un quotidiano. «No a ordinanze choc. Così la Lega batte la sinistra», era il titolo del 9 maggio scorso. A Rovato, mentre il Carroccio crollava un po' ovunque, la leghista Roberta Martinelli riusciva a farsi eleggere sindaco. E spiegava: «Inutile ricorrere a ordinanze e proclami che si rivelano contro la legge». Rovato è a due passi da Adro, il paese della scuola con il Sole delle Alpi; Martinelli è un volto nuovo dello stesso partito dell'ex ministro che aprì la stagione dei supersindaci. Forse così finisce un'epoca; forse no. Alla fine dell'estate lo scopriremo.

 

Sabato 23 Giugno 2012 - 09:07    Ultimo aggiornamento: 09:08

Evita il boia e 40 anni dopo è libero

La Stampa

 

Ulster, salvato dall'abolizione della pena di morte. Ma era innocente

 

Liam Holden, 58 anni, con la moglie e una delle due figlie davanti alla Corte d’appello di Belfast

 

ANDREA MALAGUTI

corrispondente da londra

 

Nel 1972 fu l’ultimo cittadino britannico condannato a morte. Aveva 19 anni e per qualche mese, prima di trovare un posto come cuoco, era stato affiliato alla Provisional Ira. Fu accusato di avere ucciso il soldato Frank Bell con un colpo di fucile alla testa. Da un tetto, mentre Bell era di pattuglia con quattro colleghi nella zona occidentale di Belfast, lungo Springfield Avenue. Provarono a salvarlo con diciotto trasfusioni. Non ci fu nulla da fare. Si era arruolato da un mese perché non trovava lavoro e si voleva sposare con la sua fidanzata bambina.


Mercoledì, in questo rimbalzo eterno della storia che in quarant’anni non è riuscita a digerire l’abbuffata di sangue che ha diviso Londra dall’Irlanda del Nord, il cinquantottenne Liam Holden è stato assolto da ogni accusa. Il giudice lo ha guardato con imbarazzo: «Ci scusi mr Holden, lei non era colpevole». E di certo non è stato in grado di dire chi si fosse preso davvero la vita del soldato Bell. Microbi schiacciati dalla stupidità umana. Liam Holden, un uomo calvo che ha conservato il sorriso, si è allentato la cravatta e ha abbracciato le due figlie ormai grandi. «Mi dispiace solo che i miei genitori siano morti prima di vedermi assolto».


Gli hanno dato molte pacche sulle spalle e il suo avvocato, Patricia Coyle, gli ha raccontato che la prossima settimana, a Belfast, la Regina stringerà per la prima volta la mano a Martin McGuinness, che della Provisional Ira era uno dei comandanti e che ora è uno dei leader dello Sinn Fein. «Secondo Gerry Adams qualche repubblicano e qualche nazionalista digerirà questo boccone con fatica, ma il momento è speciale», ha detto la Coyle. L’ha tolto dai guai e Holden sente per lei una gratitudine dai cani randagi. Ma che gli importa di quella gente lì? «Vorrei solo che uno dei miei torturatori almeno adesso dicesse la verità».


Ottobre 1972. Bell è morto da un mese e i soldati fanno irruzione nella casa di periferia dove Holden vive con sei fratelli. Lo portano via. Comincia l’inferno. «Mi misero un asciugamano in faccia e cominciarono a rovesciarmi lentamente sul viso una bacinella d’acqua.
Il senso di soffocamento fu immediato e spaventoso. Persi conoscenza. Ricominciarono poco dopo». La parola waterboarding non faceva parte del vocabolario delle torture occidentali (vi sarebbe entrata solo dopo l’11 settembre) e fino a pochi anni fa il ministero della Difesa britannico ha negato che le proprie forze armate abbiano mai fatto ricorso a metodi così violenti e illegali.

Poi però il giornalista del «Guardian» Ian Cobain scopre dei file segreti che documentavano il contrario. A quel punto Holden presenta il suo ultimo appello. «Ero innocente, avevo un alibi. E loro lo sapevano. Ma quando finirono di torturarmi avrei potuto ammettere di avere ucciso JFK». Non fu l’unico a ricevere quel trattamento. Lo condannarono a morte per impiccagione. «Fra poco penzolerai dalla forca, mi dicevano in carcere. Credevo di impazzire. Ma la pena capitale fu abolita pochi mesi dopo e a me toccò l’ergastolo. Dopo 17 anni mi diedero la libertà vigilata. Non ho mai trovato lavoro e non ho visto crescere le miei figlie. I miei fratelli erano degli estranei e ho sempre avuto paura che sia i nazionalisti che i lealisti potessero farmi fuori».


Abbraccia la figlia. «Sono felice. O almeno dovrei esserlo. Mi riprendo quel che resta della mia esistenza, no?». Gli occhi gli si fanno liquidi e gli ripiomba addosso quella sensazione incancellabile che accompagna i suoi giorni da quarant’anni: hanno buttato la sua vita in una fogna.

Fan in rivolta contro Apple "Con l'iPhone 5, i vecchi accessori saranno incompatibili"

Quotidiano.net

 

iPhone 5: avete comprato un dock da più di 400 euro per ascoltare la musica? Peccato per voi. Secondo le indiscrezioni, Cupertino vuole cambiare la forma dell'adattatore che consente di collegare il Melafonino ai suoi accessori

di Luca Bolognini

Il presunto prototipo dell'iPhone5 (a destra) e un iPhone4. I due ingressi sono diversi (YouTube)

Il presunto prototipo dell'iPhone5 (a destra) e un iPhone4. I due ingressi sono diversi (YouTube)

 

New York, 22 giugno 2012 - Utenti Apple in rivolta. L'iPhone 5, che dovrebbe uscire in ottobre, rischia di essere incompatibile con gli accessori attualmente disponibili. Avete comprato un dock da più di 400 euro per ascoltare la musica a tutto volume? Peccato per voi. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da TechCrunch, Cupertino vuole infatti cambiare la forma dell'adattatore che consente di collegare il Melafonino alle casse esterne o agli accendisigari delle automobili.

LA RIBELLIONE - Il web, non appena è apparsa la notizia, è stato preso d'assalto dagli infuriati fan del cellulare creato da Steve Jobs. «Non comprerò di certo il nuovo iPhone. Tornerò a usare - scrive ad esempio Jw - gli smartphone che supportano Android (il sistema di Google, ndr). Potete dire addio a tutti i vostri leali clienti che hanno speso centinaia di dollari per le vostre app e gli accessori».

LE SPECULAZIONI - Per il momento Cupertino si è rifiutata di rispondere a qualsiasi domanda. Techcrunch ha però verificato con tre diversi fornitori che Apple sta progettando di ridurre la misura dell'attuale adattatore di quasi mezzo centimetro. Il primo prodotto che sarà dotato di questa nuova tecnologia sarà molto probabilmente l'iPhone 5. C'è chi pensa che dietro questa mossa ci sia la volontà di ottenere un maggiore controllo sul mondo degli accessori legati ai prodotti della Mela. «Apple - scrive il Daily Mail - fa già pagare alle aziende che producono gadget una cifra per poter apporre sui loro prodotti la scritta 'made for iPhone', anche se non è mai stato rivelato quanto costi ottenere l'approvazione ufficiale».

LA SOLUZIONE - E mentre sul web monta la rabbia dei fanatici di Cupertino, c'è anche chi spera che Apple produrrà un convertitore in grado di rendere compatibili i vecchi accessori disegnati per iPhone 4 e precedenti. L'unica certezza? Sarà a pagamento.

Aereo solare, che rivoluzione: 17 ore per fare 680 chilometri

di Riccardo Cascioli - 23 giugno 2012, 08:44

 

La promessa dell’eco-aviazione: il volo Svizzera-Marocco dura un mese. Solo uno spot per un mega impianto fotovoltaico. Che indebiterà Rabat

 

Si sentono i pionieri di una nuova frontiera nel volo, un po’ come i fratelli Wright all’inizio del XX secolo, ma quella di Bertrand Piccard e André Borschberg somiglia molto di più alla solita, costosa, trovata senza futuro, resa possibile dal delirio ecologista che domina in Occidente.

 

Screen 2012.6.23 10-2-22.7

Stiamo parlando del progetto Solar Impulse, l’aereo alimentato soltanto da energia solare, che ieri notte è atterrato a Ouarzazate, in Marocco, proveniente dalla capitale marocchina Rabat. Grandi festeggiamenti all’arrivo nei pressi della città confinante con il deserto del Sahara, accoglienza trionfale per il successo del volo.

Successo? In realtà questo velivolo ultraleggero (pesa 1.600 kg, quanto un’auto familiare), creato in Svizzera in fibra di carbonio, con un’apertura alare di un Airbus 340 ( 63,4 metri), quasi 12mila celle solari poste sulle ali che alimentano quattro motori dalla potenza di 10 cavalli ciascuno, ha compiuto i 683 chilometri che separano Ouarzazate da Rabat in 17 ore e 30 minuti:un’impressionante velocità media di circa 40 km/ h. No, non c’è alcun errore, proprio 40 km/h, praticamente la stessa velocità media con cui i ciclisti hanno concluso l’ultimo Giro d’Italia,ma anche una velocità inferiore a quella dei primi voli dei fratelli Wright, pur durati pochi minuti.Oltretutto questa era l’ultima tappa di un viaggio iniziato il 24 maggio da Payerne, in Svizzera: quasi un mese per fare 2.500 chilometri, una distanza che si potrebbe coprire nello stesso tempo con un cavallo.

Qualcuno obietterà che il paragone con i fratelli Wright gioca a favore dei due piloti svizzeri: anche nel 1903 tanti erano gli scettici sulle possibilità di uno sviluppo dell’aeronautica. È vero, ma le differenze sono molte e importanti: allora, i primi voli aprivano una nuova frontiera della comunicazione, era l’inizio di un viaggio nel futuro; oggi Solar Impulse deve fare i conti con un’industria aeronautica già molto sviluppata: 800 milioni di persone si spostano ogni anno in aereo e un volo diretto Roma-Pechino a bordo di un Boeing dura poco più della metà del tempo che il Solar Impulse ha impiegato per la tratta Rabat-Ouarzazate. Neanche le prospettive di sviluppo sono paragonabili: centodieci anni fa era già nota la potenza che poteva essere tratta dai combustibili fossili, cosa che non può dirsi oggi per l’energia solare. Tanto è vero che allora i progressi furono rapidissimi ed economicamente convenienti. Con Solar Impulse stiamo parlando invece di un progetto che vede impegnate dal 2003 un centinaio di persone fra ingegneri, fisici, personale vario per costi che si avvicinano ai 100 milioni di dollari, coperti in gran parte da grandi sponsor, marchi famosi e banche, desiderosi di darsi un’immagine «verde».

Ma sono gli stessi Piccard e Borschberg ad ammettere che il loro è soprattutto un «messaggio» in favore dello sviluppo dell’energia solare, vogliono dimostrare che «nulla è impossibile». Non a caso l’obiettivo di questa missione che prelude a un viaggio intorno al globo nel 2014- era Ouarzazate. Qui infatti, proprio oggi, il re del Marocco Maometto VI inaugura il più grande impianto solare del mondo, prima parte di un megaprogetto che richiede un investimento di 9 miliardi di dollari, finanziato dalla Banca mondiale e dalla Banca di sviluppo dell’Africa, con soldi che vengono in parte dai fondi per gli aiuti allo sviluppo dei paesi europei. L’obiettivo è di raggiungere una capacità globale di 2mila megawatt entro il 2020, e l’impianto dovrebbe essere operativo già nel 2014 con una potenza di 160 megawatt. Dovrebbe essere un passo importante per l’autosufficienza energetica, in realtà i cittadini marocchini ne pagheranno soprattutto le conseguenze: gran parte dell’energia prodotta qui infatti è destinata all’esportazione verso l’Europa (per ripagare l’ingente prestito), mentre solo ingenti sussidi permetteranno ai marocchini di non pagare l’elettricità il doppio di quanto la pagano ora.

Inoltre il governo ha appena tolto i sussidi che calmieravano il prezzo dei combustibili fossili, cosa che ha prodotto un immediato rincaro tra il 10 e il 20% non solo del carburante ma anche del cibo. Forse è vero che nulla è impossibile, ma non per questo è anche conveniente.

Pure Dario Fo preferisce i soldi cinesi al Dalai Lama

Libero

 

Il premio Nobel difende il dietrofront del sindaco Pisapia sulla cittadinanza al leader tibetano: "Scelta obbligata in vista di Expo"

 

Screen 2012.6.23 9-41-5.6

Giunto a uno stadio avanzato di bollitura senile, Dario Fo si è convinto di essere Henry Kissinger e si mette a dare lezioni di diplomazia e realpolitik, teorizzando che, dopo tutto, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha fatto bene a ritirare la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, che a giorni sarà in visita nel capoluogo lombardo. Ieri, su Repubblica, il premio Nobel  ha esposto una teoria cristallina riguardante i rapporti che il Comune lombardo deve avere con la Repubblica popolare cinese. Teoria che potremmo riassumere così: se i cinesi minacciano di riprendersi i soldi, non c’è leader di una minoranza perseguitata che tenga.  Secondo il teatrante, il Dalai Lama non riceverà l’onore promesso per «colpa del potere di ricatto della Cina».  Mica per colpa di Pisapia che se la fa nelle brache appena l’ultimo rappresentante del governo di Pechino lo chiama.

Il sangue, le risse e i disperati nella terra di nessuno a Milano

Corriere della sera

 

Le (sporche) notti nelle strade attorno alla Stazione Centrale. I passanti, ormai abituati, guardano e se ne vanno

 

MILANO - All'1.49 della notte ancora ci sono 21 gradi. Un bimbo d'un anno, appena compiuto, dorme sotto un giubbettino azzurro: continuava a rigirarsi nel passeggino e la mamma s'è decisa a inventarsi una coperta; il nonno materno monta la guardia, indaffarato nella strana impresa di usare un pur spesso filo d'erba come stuzzicadenti dopo aver riposto una forma di grana nel sacchetto. Intanto due amici hanno steso un lenzuolo ben attenti a farlo aderire per terra scostando le lattine accartocciate, e un ragazzotto ubriaco ha abbracciato un albero facendosi, nella concitata operazione, la pipì addosso. Poi c'è anche chi, puntualmente, sviene e precipita nel sonno, o nell'incoscienza. Si risveglierà ore dopo se non l'indomani - al massimo, nel corso del tempo qualche passante incuriosito, indifferente, oramai abituato si sarà giusto chinato in allerta come sull'orlo di un burrone - con attorno altri compagni di sventura, altri passeggeri di questo irrisolvibile buco nero rappresentato dai dintorni della Stazione Centrale.

Dentro l'hanno ripulita, rifatta e rimessa a nuovo. Non c'era niente e ci sono cento negozi. Fuori è un altro mondo. Lo stesso da una vita. Dove capita che le magnolie muoiano ghiacciate. Dove si ripetono risse e pestaggi, regolamenti di conti e spaccio di droga. Dove aprono un cantiere e i lavori si fermano. Facile obiezione: suvvia, una stazione, per di più in una metropoli, non è un atollo caraibico, il disordine e il degrado sono naturali, fisiologici. Vero, ci mancherebbe. Ma quel laghetto sull'asfalto cos'è? Sangue. Ah. Si sono appena pestati. Arriva la polizia.

Non danno nomi ed età e provenienza, questo soltanto raccontano i genitori del bambino appisolato beato (tra i 25 e i 30 anni, inflessione che pare romena, lui atletico e in canottiera, lei graziosa e sguardo birichino): «Abbiamo una casa a Roma. Siamo saliti perché amici ci hanno detto che a Milano c'è tanto lavoro. Siamo a Milano da due notti, gli amici non rispondono al cellulare, siamo abbandonati. Non possiamo tornare a Roma, non abbiamo soldi».

Il posto preciso si chiama piazza Luigi di Savoia. Tenendo la Stazione Centrale davanti, è sul lato destro. Il lato sinistro è occupato da piazza IV Novembre. Come tutti i luoghi hanno una clientela affezionata. In Luigi di Savoia vivono da sempre gli europei dell'Est; in IV Novembre senegalesi, ivoriani, ghanesi, marocchini, egiziani, tunisini. Ci sono volti stanchi di lavoratori che sorseggiano una birra al baracchino in perenne sforamento d'orario, prostitute africane scese dai treni dal Piemonte nei loro stretti e sgargianti abiti che attendono un passaggio per la statale, certi ghigni tremendi di tipacci sfregiati in viso, barboni di sessant'anni, gruppi che salgono sui tram al capolinea e scendono quando il vecchio dinosauro su rotaia si rimette in moto.

In IV Novembre c'è una specie di ufficio dell'Atm, l'azienda dei mezzi pubblici. Un dipendente prende malissimo la domanda sull'andazzo del posto («Scusa non ci vedi? Te lo devo spiegare io?») salvo sbuffare, all'apparenza convinto, che una volta era addirittura peggio, e dunque ciao. Alle spalle del dipendente Atm un profilo di transenne, è il cimitero delle piante. Non le magnolie, che sorgono sull'altro lato, e sono state stese dall'ultimo gelo invernale; questi alberi sono platani, in numero di 15, abbattuti nell'ambito dei lavori di riqualificazione esterna. I resti dei platani non sono stati rimossi, nonostante le promesse. Né è ripartito, sulla piazza centrale, l'ampia piazza Duca d'Aosta, il cantiere che collegherà l'asse stradale al sottostante metrò. Per colpa della Dec, la società colosso delle opere pubbliche precipitata in disgrazia perché travolta da inchieste giudiziarie, gli operai se ne restano a casa disoccupati, la cosa si trascina di ritardo in ritardo, consueto e noioso finale all'italiana... Senonché, notizia di questi giorni, a Roma è stata raggiunta l'intesa per la ripresa dei lavori. Fabio Battaggia, l'amministratore delegato di Grandi Stazioni, il gestore della Centrale, sottolinea la «velocità» nella risoluzione di una «situazione» che «rischiava di paralizzare il cantiere per anni».

Da una grata rettangolare sul marciapiede sale l'aria calda del metrò: hanno sistemato dei possenti archi gialli, uno via l'altro, dritti, di traverso, mezzi storti, per creare una barriera bastarda che impedisce ai barboni di sdraiarsi per dormire. Farebbe fatica perfino un contorsionista del circo. Tolte le macchine della polizia non si vedono pattuglie e divise dei vigili: è un lamento diffuso dei milanesi di questo quartiere, che nei ghisa hanno eccessiva cieca fiducia oppure che i ghisa li prendono come bersaglio a prescindere per ogni caso d'insicurezza urbana.

Infinite code di tassisti in sudata attesa di passeggeri. I conducenti parlano di un calo di clienti. In giro s'incontra gente scesa dal treno che spara parolacce contro i taxi introvabili. Lusso e prelibatezze nei negozi della stazione, librerie multipiano, vetrine scintillanti, i fattorini abusivi, scheletrici sopravvissuti all'eroina, e gente, tanta, tanta gente accasciata, priva di senso. Un popolo di giorno zoomato e controllato dalle oltre cento telecamere interne e di notte sdraiato a pancia in su nei giardinetti, zaffate di puzza di piscio a ondate, un colpo di tosse a qualche metro di distanza, chi è?, eccolo, un ubriacone, si china, vomita l'anima, più in là ha appena parcheggiato il bus che collega all'aeroporto di Malpensa, gonnelline all'aria di cinque amiche di ritorno da Londra che corrono urlando. Facciano pure tutto il baccano che vogliono, qua il sonno è profondo. Per stanchezza, per il vino, per semplice comune abitudine.

 

Andrea Galli

23 giugno 2012 | 7:49

L'aeroporto da cento milioni aperto per un passeggero

Libero

 

Lo scandalo dello scalo di Salerno, il sindaco: vicenda demenziale

 

Screen 2012.6.22 22-24-39.9

 

Può succedere di essere l’unico passeggero. In tram, in bus, in uno scompartimento del treno. Ma se succede in aereo c’è qualcosa che non va. È il mistero dell’aeroporto di Salerno-Ponte Cagnano «Costa d’Amalfi», che dal 2007 a oggi è stato chiuso per tre volte. E per altrettante ha tentato di rimettersi in piedi. L’ultima impresa dello scalo «a soli dodici chilometri da Salerno», è di due giorni fa, quando sul primo volo diretto a Milano Malpensa era presente un solo passeggero. La colpa sembra sia stata del prezzo eccessivo del biglietto - 180 euro, più salato dell’Altà velocità - ma soprattutto del ritardo della campagna pubblicitaria: i cartelloni per i voli da Salerno per Malpensa sono apparsi solo due giorni prima delle partenze, il materiale per le agenzie di viaggio non è mai arrivato a destinazione, e le sponsorizzazioni da inviare a Milano, Olbia e Catania sono sparite nel nulla. Un altro mistero, visto che la Camera di Commercio di Salerno, in accordo con la Provincia (gestiscono la governance dello scalo dopo l’estromissione del Comune), aveva firmato una convenzione con un’agenzia di comunicazione. Che almeno un cliente l’ha raggiunto.

La storia - Sono tanti i misteri che avvolgono l’aeroporto, a cominciare dal fatto che «ufficialmente non c’è un ufficio stampa». Ce lo rivela al telefono un’imbarazzata segretaria che, alla richiesta di parlare con un addetto alla comunicazione spiega: «Di queste cose se ne occupa personalmente il responsabile amministrativo».  L’aeroporto nacque nel 1926 come campo di fortuna creato dal Genio aeronautico, ma dal 2007 è adeguato per il traffico civile: quattro banchi check-in, due aree di imbarco, nastri bagagli e sale d’aspetto. I voli iniziano nel 2008 con la compagnia VolaSalerno, che rimane in quota dal 2 agosto 2008 al 18 dicembre dello stesso anno, quando c’è il primo stop dell’aeroporto. Il 27 luglio 2009 l’avventura riparte con la compagnia Air Dolomiti, che però termina i voli il 7 maggio 2010. Secondo stop. È poi il turno dell’Alitalia, che arriva con un carico di speranze  l’1 dicembre 2010 e vola via il 23 marzo 2012. Siamo al terzo blocco. Fino a mercoledì scorso, quando finalmente si è aperta la nuova era con le compagnie Skybridge AirOps, Air Dolomiti, Danube Wings. Primo volo per inaugurare la stagione estiva, e primo flop. 

Qualche cifra - Non servono tante parole, in questi casi parlano i numeri. Da quando esiste il Costa d’Amalfi è stato aperto - mediamente - tre mesi l’anno, per una spesa di tre milioni e mezzo di euro annui. In tutto è costato 100 milioni di euro. Nel 2011 ha accolto meno di 25mila passeggeri,  nonostante ciò ha circa sessanta dipendenti e una pista di un chilometro e seicento metri.  L’ultimo dato non è solo tecnico, è sostanziale, perché a causa della dimensione possono atterrare al massimo aerei da cento passeggeri, quindi non gli Airbus, per i quali ne servirebbe una da due chilometri e cento. Per questo il nuovo presidente del consorzio aeroportuale, il dimissionario assessore provinciale Antonio Fasolino, ha spiegato che «o si allunga la pista o si chiude». Per fare i lavori, però, servono altri 50 milioni di euro.  Una follia? Bisognerebbe chiedere al neoministro alle Infrastrutture Corrado Passera, che a inizio giugno ha avuto un incontro con i giornalisti proprio davanti allo scalo chiuso. Lui, avendo a disposizione un volo di Stato, è partito senza problemi. «L’aeroporto di Pontecagnano va valorizzato e va integrato a quello di Capodichino - ha detto prima di imbarcarsi - Ho fiducia che questo scalo decollerà e avrà un ruolo importante in una visione integrata campana, legata anche allo sviluppo di Napoli». 

Sindaco furioso - Ottimismo che non riesce a condividere  il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, che i salernitani amano più di Babbo Natale. Pochi giorni fa sulla sua pagina Facebook ha scritto: «L’aeroporto di Salerno è una delle esperienze più demenziali d’Italia. Da anni dico che si poteva fare un bando per affidarlo a un privato: si sono persi quattro anni e decine di milioni di euro solo per fare clientela. E ora pare che la Provincia voglia avviare una ricapitalizzazione per l’aeroporto». De Luca consiglia di «usare quei soldi per compensare i due milioni sottratti al Cstp» (l’azienda dei trasporti pubblici, ndr). Meglio restare coi piedi per terra. 

Cassazione: dire "vaffa" al capo si può Ma solo una volta ogni tanto

Il Mattino

 

Screen 2012.6.22 21-58-50.2

 

ROMA - Via libera al vaffa al capufficio una tantum. Lo sancisce la Cassazione, sottolineando come l'offesa al superiore gerarchico - se resta circoscritta a un episodio e non dà adito ad altre contrapposizioni nel tempo - non può essere sanzionata con il licenziamento. Togliersi un sassolino col superiore per una volta non «compromette il rapporto fiduciario con l'azienda». In questo modo, la sezione Lavoro ha bocciato il ricorso di un'azienda abruzzese, la Mag.ma, che si opponeva alla reintegra di un dipendente, Fernando S., reo di avere offeso la signora Mirella R., superiore gerarchica, mandandola sostanzialmente a quel paese. La lite giudiziaria - ricostruisce la sentenza 10426 - era scaturita soprattutto dal fatto che l'offesa aveva urtato il capufficio in quanto donna. Ne era seguito il licenziamento disciplinare il 21 ottobre 2005 poi annullato dal Tribunale di Chieti il 18 marzo 2009 alla luce del fatto che l'offesa era stata episodica.

Inutile il ricorso dell'azienda in Cassazione volto a riottenere l'allontanamento del dipendente per la sua condotta «gravemente ingiuriosa e intimidatoria al superiore gerarchico donna deriso e apostrofato». Piazza Cavour ha respinto il ricorso dell'azienda e ha sottolineato che la motivazione della Corte d'appello dell'Aquila «appare congrua e logicamente coerente e supportata da precisi e univoci riferimenti alle risultanze processuali che hanno consentito di ridimensionare la gravità dei fatti e di circoscrivere l'episodio che, sia pure censurabile, non dimostra la volontà» del dipendente «di sottrarsi alla disciplina aziendale e di insubordinarsi, essendo rimasto nei limiti di una intemperanza verbale». Ancorchè «stigmatizzabile», ma non meritevole di licenziamento. L'azienda dovrà anche rifondere l'avvocato del dipendente con 2.500 euro.

 

Venerdì 22 Giugno 2012 - 15:44    Ultimo aggiornamento: 20:41

Windows 8: più controllo significa più sicurezza

La Stampa

Come sarà il nuovo Windows 8 per la tavoletta Surface, i pc e gli smartphone? Ce lo racconta Giorgio Sardo, torinese che gira il mondo a portare il vangelo di Microsoft

BRUNO RUFFILLI



TORINO

Giorgio Sardo, ventott’anni, è nato a Torino ma vive a Seattle e lavora a Redmond (“in realtà però sono quasi sempre in giro per il mondo”, racconta). E certo, proprio questo ci si aspetta da un Senior Technical Evangelist di Microsoft: che viaggi nei quattro continenti a portare il verbo di Windows, quello che che c’è e quello che verrà. Windows 8, disponibile da tempo in beta gratuita, dovrebbe essere messo in vendita entro l’anno (si parla di fine agosto o inizio settembre, ma su questo Sardo non si sbilancia, dicendo solo che Microsoft è “molto attenta al feedback degli utenti e degli sviluppatori”).

E intanto è su Windows 8 che è basato Surface, il tablet presentato qualche giorno fa da Steve Ballmer a Los Angeles (nella foto, Joe Belfiore, il responsabile di Windows Phone in Microsoft). Il Ceo di Microsoft è stato chiaro: «Abbiamo voluto dare a Windows 8 il proprio compagno». Del tablet abbiamo scritto, altrove, ma come sarà il sistema operativo?
“Windows 8 per noi è una nuova scommessa, come fu Windows 95 a suo tempo. Stiamo ripartendo con un prodotto i cui risultati si vedranno sul lungo termine, magari fra dieci anni”.

Quali sono le principali caratteristiche?
“Abbiamo intercettato alcuni aspetti delle tecnologie più usate negli ultimi anni e le abbiamo messe insieme in un modo nuovo: c’è il cloud computing, e c’è il touchscreen, ma il punto forte di Windows 8 è la capacità di raggiungere diverse categorie di apparecchi (tablet, smartphone, console, computer) e di poter essere utilizzato ovunque senza compromessi”.

Parla di Metro, l’interfaccia a mattonelle che si vede anche sui Windows Phone?
“Metro è in realtà partita con Zune, il nostro lettore multimediale (mai arrivato in Italia e da poco fuori produzione anche negli Usa, ndi), poi è stata adottata sulla Xbox e quindi su Windows Phone. Adesso sarà adoperata anche su tablet e pc, garantendo una forte coesione interna tra i prodotti. Ma anche la nuova versione di Office la userà, e questo nelle nostre intenzioni dovrebbe permettere di passare dal sistema operativo ai programmi senza soluzione di continuità”.

Ma funzionerà bene anche sui tablet?
“Metro non è solo un’interfaccia grafica, ma rappresenta l’esperienza nell’utilizzo del prodotti. Il software capisce da solo se si può usare un’app con la tastiera, la penna o le dita. L’esperienza è unica, sia per l’utente sia per lo sviluppatore, che non deve preoccuparsi di dove e come sarà usato il suo programma”.

Ma è la fine della metafora del desktop, dei documenti e delle cartelle, che ormai ha trent’anni?
“No, non è finita la metafora del desktop: Windows 8 è stato pensato partendo da una struttura diversa, ma continua a supportare il desktop recuperando le cose migliori della versione 7 e raffinandole ancora”.

I tablet adottano perlopiù processori Arm, e voi siete alleati storici di Intel. Cambia qualcosa nella strategia di Microsoft?
“Con Intel il rapporto non cambia, anzi con gli Ultrabook il parco dispositivi che adotteranno Windows 8 cresce ancora, ci saranno computer più belli più leggeri e più sottili. La nostra intesa continua come sempre, ma oggi altri partner si sono aggiunti, come Nokia nel settore degli smartphone”.

E, come in Windows Phone, anche su Windows 8 c’è uno store per il software. Ma Apple in OsX ce l’ha da quasi due anni…
“Lo Store è un nuovo paradigma, sarà disponibile in 200 Paesi e oltre 100 linguaggi. E per le app Metro sarà il solo canale di distribuzione. Ci pare interessante sottolineare i termini economici che Microsoft propone: per le app a pagamento il 70 per cento va allo sviluppatore, 30 a noi. Sopra i 25 mila dollari, la divisione cambia e diventa 80 e 20. Sarà possibile vendere nuovi livelli e funzionalità all’interno delle app con la stessa regola, usando anche altre piattaforme di e-commerce”.

Microsoft controllerà le app che metterà sullo store?
“Faremo due tipi di controlli, uno tecnico, per cui ogni applicazioni dovrà funzionare, ma i criteri sono pubblici e accessibili a tutti gli sviluppatori. Il secondo test è relativo ai contenuti, se l’app ha può essere usata da tutti, i contenuti devono essere appropriati anche per i più piccoli”.

La pirateria è ancora un problema?
“Più che altro potrebbe diventare un problema per gli utenti, che finirebbero per trovarsi con un prodotto difettoso, incompleto, non affidabile come quello originale. Anche perché le copie piratare spesso introducono virus o spyware nel computer, e noi non lo vogliamo che tutto questo sia associato col nome di Microsoft: per noi la sicurezza di chi usa Windows è più importante della pirateria”.

E i virus?
È ovvio che se una piattaforma prodotto è utilizzato da centinai di milioni di persone, finirà per essere obbiettivo di hacker o malintenzionati. Il nostro è un sistema operativo evoluto e protetto, ma nessun computer è sicuro al 100 per cento”.

Allora il problema sarà Google, forse…
“Il nostro obiettivo è soddisfare le esigenze degli utenti, non facciamo nulla per andare contro Google. Bing, ad esempio, è il nostro motore di ricerca, e siamo molto contenti dei numeri che sta facendo registrare. Anzi, adesso vediamo che anche chi usa Chrome, il browser di Google, spesso sceglie Bing per le cercare qualcosa sul web”.

Dopo lo studio, arriverete anche in salone con un televisore Microsoft, seguendo gli sforzi di Google e i rumor sull’Apple tv?
“Ci arriveremo, ma con Windows 8. E il prodotto ce l’abbiamo già: è la Xbox con Kinect”.

Vulcani d'Italia, dal Lazio ai giganti sottomarini: «Pericolo sottovalutato dagli amministratori»

Il Mattino

 

Screen 2012.6.22 21-55-26.7

 

VULCANI - I pericoli numero uno si chiamano Colli Albani, Vesuvio, Campi Flegrei e Marsili. In occasione della chiusura dell'anno accademico dell'Accademia dei Lincei il geologo Annibale Mottana ha illustrato i molti pericoli legati alla geodiversità italiana invitando le istituzioni a una maggiore attenzione al tema, a cominciare dal completamento della Carta Geologica italiana. L'attività dei molti vulcani del territorio italiano è monitorata costantemente ma i pericoli connessi a eventuali eruzioni non sono generalmente tra le attenzioni primarie delle amministrazioni locali.


A partire dai Colli Albani, a un passo da Roma, fino ai Campi Flegrei, Che di tanto in tanto mostrano piccoli segni di attività nel sottosuolo. Vesuvio e Vulcano sono vulcani dormientI ma costituiscono due problemi concreti. «Quando il Vesuvio deciderà di dare avvio al suo prossimo ciclo eruttivo comincerà con un'esplosione», ha spiegato Mottana, e il tempo a disposizione per l'evacuazione potrà essere di minuti o al massimo poche ore, considerata l'insufficienza delle vie di fuga. Bisogna dire senza tanti eufemismi - ha aggiunto lo scienziato - che il mezzo milione di persone che abitano le pendici del Vesuvio sarà destinato in gran parte a perire».

E ancora il poco noto Marsili, un gigante sottomarino alto 3.000 metri che porta con sè i rischi di maremoti nel Tirreno, come querllo che a Messina nel 1908 portò a 80.000 morti. «La prevenzione contro i terremoti è per ora impossibile, - ha spiegato l'accademico - e l'abbiamo costatato recentemente in Emilia, ma va insistentemente perseguita». Cò che più preoccupa - ha aggiunto - è l'atteggiamento degli amministratori. «Non c'è nessuna giustificazione possibile per le deroghe che essi concedono alla corretta edificazione, peggio se nei luoghi dove il rischio sismico è particolarmente frequente».

 

Venerdì 22 Giugno 2012 - 19:45    Ultimo aggiornamento: 19:59

Carlo di Borbone torna a «casa» visita alla Reggia con le principessine

Il Mattino

 

Screen 2012.6.22 21-53-1.7

 

CASERTA - Un visitatore d'eccezione oggi alla reggia di Caserta. Carlo di Borbone si è presentato ai cancelli della reggia di Caserta con la moglie, Camilla e le due principessine, Maria Carolina (altro nome di famiglia) e Maria Chiara. Non è la prima volta per la famiglia del pretendente all'estinto trono delle Due Sicile. La piccola Maria Carolina è stata battezzata alla reggia, voluta un altro Carlo di Borbone perchè competesse con quella di Versailles (confronto vinto, secondo tanti). I principi di Borbone hanno in programma 48 ore di vacanza fra Caserta e Capri.

 

Venerdì 22 Giugno 2012 - 20:35    Ultimo aggiornamento: 20:57

Dall'Etruria al Medioevo: con il radiocarbonio la Lupa capitolina è più giovane di 17 secoli

Corriere della sera

 

Cambiata la datazione della statua simbolo di Roma: per gli studiosi non è del V secolo a.C., ma dell'XI-XII d.C. L'assessore Gasperini: «Forse copia di un originale etrusco»

 

Il Campidoglio, che in un'ala ospita i Musei capitolini  Il Campidoglio, che in un'ala ospita i Musei capitolini

 

ROMA - Più giovane di 17 secoli. La Lupa capitolina, statua simbolo di Roma, raffigurata mentre allatta i gemelli Romolo e Remo, è stata scolpita nel Medioevo. Cioè 1.700 anni più tardi di quanto di era ritenuto finora: la scultura dunque non è etrusca, non è stata realizzata nel V secolo avanti Cristo. ma tra l'XI e il XII dopo Cristo.

DUE SECOLI DI DIBATTITO - Sono gli studi più recenti condotti sulla Lupa a chiudere la querelle sulla sua datazione, che anche di recente ha diviso restauratori e storici dell'arte. Ne hanno dato conto in una conferenza stampa il direttore dei Musei capitolini Claudio Parisi Presicce, dove la statua è conservata, il sovrintendente ai Beni culturali Umberto Broccoli e l'assessore alla Cultura del Campidoglio Dino Gasperini. «La tesi - ha spiegato quest'ultimo - è che sia la copia medievale di un originale etrusco». «Il dibattito scientifico dura da secoli, almeno da Winckelmann in poi - ha commentato Broccoli - e a mio parere una risposta definitiva non verrà mai, perché ci sarà sempre una forchetta di oscillazione temporale. Però certamente è stata fatta molta chiarezza in più».

 

Il sovrintendente Umberto BroccoliIl sovrintendente Umberto Broccoli

 

IL RUOLO DELLA SCIENZA - Per cambiare la data di nascita della Lupa, gli esami sono iniziati 1996, con l'avvio del restauro, e sono proseguiti tra il 2009 ed il 2011. La tecnica della spettrometria di massa con acceleratore ha permesso di estrarre e analizzare campioni organici adatti alla datazione con il radiocarbonio. In particolare sono stati esaminati numerosi campioni di resti vegetali dalle terre di fusione utilizzate per realizzare la statua. Da questi test sono emersi una serie di dati che hanno consentito, tramite una combinazione statistica, di spostare l'origine della Lupa al medioevo. L'università del Salento, che ha eseguito le analisi, ritiene che l'attribuzione all'XI-XII secolo sia attendibile al 95,4%.

 

Redazione Roma online 22 giugno 2012 | 20:26

Samsonite ritira 250 mila valigie Sostanze pericolose sui manici

Corriere della sera

 

I test di un'associazione di consumatori hanno evidenziato concentrazioni di sostanze potenzialmente cancerogene

 

La valigia della linea Tokyo Chic ritirata dal mercatoLa valigia della linea Tokyo Chic ritirata dal mercato

 

Timori che alcuni prodotti possano contenere livelli troppo alti di una sostanza chimica potenzialmente cancerogena. Samsonite International ha richiamato dal mercato 250 mila valigie della linea Tokyo Chic per sostituire i manici. La decisione è arrivata dopo l'allarme lanciato da un'associazione consumatori di Tokyo, che ha trovato elevati livelli di sostanze legate all'insorgenza dei tumori.

LE SOSTANZE - I test condotti dal Consumer Council - ha riportato il Los Angeles Times - hanno evidenziato concentrazioni di idrocarburi policiclici aromatici più elevate di quanto raccomandato dalle linee guida. Queste sostanze, note per causare il cancro e difetti alla nascita negli animali, si trovano comunemente nella plastica ed è possibile, secondo l'associazione, che ne siano rimaste tracce durante la produzione delle valigie. Diversi gli esiti dei test commissionati da Samsonite a laboratori in Germania e Hong Kong. I risultati hanno evidenziato livelli della sostanza incriminata «significativamente più bassi». «Malgrado la nostra assoluta convinzione che le valigie Tokyo chic siano totalmente sicure - ha spiegato Ramesh Tainwala, presidente per l'Asia-Pacifico e Medio Oriente - abbiamo rimosso il prodotto dai nostri magazzini ovunque».

 

Corinna De Cesare
corinnadecesare22 giugno 2012 | 19:18

Barclays blocca le carte dei terremotati «Potreste non essere in grado di pagare»

Corriere della sera

 

Uno sbaglio nella procedura del blocco di riscossione crediti ha creato disagi. «Errore temporaneo, tutto ripristinato»

 

Terremotati e penalizzati dai fornitori di carte di credito? Secondo alcuni clienti del gruppo bancario Barclays, sì. Il direttore della Confesercenti di Ferrara, Alessandro Osti, ha raccontato di essersi trovato con la carta di credito della banca britannica bloccata, e di aver ottenuto dal call center dedicato ai clienti una risposta inquietante: «Dopo aver verificato i miei dati l'operatore mi ha fatto notare che vivo in una zona terremotata. Mi ha detto: "Sa, lei avrebbe potuto aver perso la casa o il lavoro e non essere più in grado di pagare gli acquisti che fa. Per questo Barclays ha bloccato le carte di chi abita in queste zone: perchè la gente non accumuli debiti che non è in grado di ripianare"», come riporta l'agenzia Dire.

«I BLOCCHI SONO STATI RIMOSSI» - La risposta della banca a Corriere.it, però, è differente rispetto a quella degli operatori del numero verde. Si è trattato di un errore materiale che verrà prontamente risolto. «A seguito del terremoto che ha colpito l'Emilia abbiamo provveduto a bloccare le attività di recupero crediti su tutti i clienti residenti nei comuni colpiti e possessori di carte. Questo per non generare ulteriori difficoltà e preoccupazioni ai clienti già in posizione di sofferenza prima del sisma. L'attività di recupero crediti è stata, inoltre, preventivamente sospesa anche per tutti gli altri clienti dell'area che, pur non essendo attualmente in sofferenza, potrebbero trovarsi in questa situazione a seguito dei recenti eventi», si legge in una nota. Quindi, Barclays sostiene di essere veramente andata incontro ai clienti. Però ammette lo sbaglio: «A fronte di alcune segnalazioni, ci siamo accorti di aver generato un errore di procedura che ha determinato il blocco accidentale e del tutto involontario della carta di alcuni clienti. Tale blocco è stato prontamente rimosso. Ci dispiace molto aver arrecato ulteriore disagio. Faremo il possibile per stare vicini ai nostri clienti in questo difficile momento».

 

Maria Strada

22 giugno 2012 | 19:24

Meglio maggiorate o ipodotate?

Corriere della sera
di Maria Luisa Agnese

Perché gli uomini sono così ossessionati dalle tette? Lo chiede Julia Roberts a Hugh Grant mentre lui spia le sue sotto le lenzuola nel celeberrimo Notting Hill e se lo chiede da tutta una vita la protagonista di Lamento di una maggiorata, storia ironica e semi autobiografica di una che sognava un fisico simil androgino, voleva fare la ballerina o la libraia, voleva insomma un corpo che le corrispondesse e si ritrova invece a fare i conti con una quinta di reggiseno e un’immagine che tutti a prima vista archiviano come giunonica, parola che lei odia quasi come le sue tette. Ma guai a chiedersi Perché proprio a me?, o peggio a lamentarsi, specialmente con le amiche perché loro ti guardano come se fossi un marziano, e ti dicono immediatamente Beata te.

Screen 2012.6.22 17-7-51.1

E non sanno, racconta Simona Siri, autrice/protagonista del libro, quanta fatica costa gestirle quelle benedette meraviglie, alla caccia di un reggiseno che ti tolga almeno una misura e di un costume da bagno che non ti faccia sembrare una lottatrice. Per non dire delle figuracce che possono capitare già da giovanissima, come quando in terza media “scura, imbronciata e con le sopracciglia unite” Simona prende bruscamente coscienza del proprio corpo e del suo potere: durante una gita scolastica da Savona all’Acquario di Montecarlo viene investita da un getto d’acqua a tradimento. Bagnata fradicia, toglie la felpa grondante che non le permetteva più di muoversi si rende conto che: 1) anche la maglietta bianca che aveva sotto era bagnata e appiccata al corpo 2) non portava il reggiseno 3) era praticamente nuda.


Realizza il potenziale esplosivo della situazione incrociando lo sguardo del professor Boscovich, insegnante di ginnastica. “Gli occhi di lui erano come ipnotizzati. Balbettava sillabe incomprensibili, totalmente incapace di staccare gli occhi dal mio seno: Gli uomini guardano le tette. Tutti! Sempre! E’ una questione genetica, un riflesso primario. E’ come lo sbadiglio, contagioso e involontario. Dio prima ha creato le tette e il giorno dopo ha creato gli occhi degli uomini, affinché le guardassero”. Quello per Simona fu il momento spartiacque: “Era esistito un prima, sarebbe esistito un dopo. Nulla sarebbe stato più lo stesso, perché in quell’esatto giorno, in quel preciso momento, divenni per la prima volta consapevole del potere devastante che un paio di tette possono avere su un uomo, qualunque uomo”.


Potere che la seconda volta si manifestò in farsa qualche tempo dopo, la sera del saggio di danza, dove si ballava una versione semplificata di Paquita: al primo pas de chat le sue tette schizzarono fuori dal corpetto, il peggio che potesse accadere, fra sghignazzi delle compagne e indignazione della maestra Josette. A ognuna, dunque, la sua croce: Simona fa capire anche a quelle “diversamente maggiorate” come me che non sono mai andate oltre una seconda scarsa – anche nei tempi più gloriosi e anche se qualcuno gentile ti consolava dicendo che sono quei seni che stanno in una coppa di champagne – insomma fa capire, dicevo, anche a quelle ipodotate cosa vuol dire avere a che fare con una quinta piena. E alla fine noi che diciamo Beate loro, quasi quasi gioiamo di non avere tutti quei problemi.


Un Lamento dunque destinato a scatenare confronti nei consessi femminili e a rilanciare il dilemma fondamentale: Vestirsi, truccarsi, impegnarsi (anche chirurgicamente) per piacere agli uomini o per piacere a se stesse e alle altre donne? Voi come vi schierate nella eterna querelle?
Ps. E’ vero: Simona Siri è mia amica, nonché mia compagna di danza (guardate questo post di qualche tempo fa, sì siamo io lei alla sbarra), e mi ha anche ringraziato nella pagina finale del suo Lamento; ma ha anche scritto un libro molto spiritoso che val la pena di prendere in considerazione perché parla di noi e delle nostre ossessioni primarie.