domenica 24 giugno 2012

Appassionati di 500 al raduno di Rozzano per festeggiare i 55 anni della nascita

Corriere della sera

 

La fantasia non ha limiti: da quella in versione Cars, film della Disney, a quella dedicata a Marco Simoncelli

 

ROZZANO - C’è il tradizionalista che l’ha custodita scrupolosamente negli anni, lucida e intatta, esattamente com’era uscita dalla catena di montaggio della Fiat a Mirafiori cinquant’anni fa e chi invece si è divertito a trasformarla in un personaggio dei cartoni animati, con tanto di occhi disegnati sul parabrezza o, addirittura, in una suggestiva pattuglia del “Rozzangeles City Department”. La fantasia non ha limiti per gli appassionati della 500 che domenica si sono dati appuntamento alla Cascina Grande di Rozzano per il sesto raduno organizzato dal Club " No cinquino, No party" con il patrocinio del Comune di Rozzano. Sono un centinaio le 500 arrivate da tutto il Nord Italia per celebrare i 55 anni della “nascita” della storica automobile italiana, entrata a far parte dell’immaginario del Paese e della cultura pop. Un’intera giornata dedicata all’amore per la piccola quattro ruote culminata a mezzogiorno in piazza Foglia dove le auto, dopo aver attraversato in un rumoroso corteo la città, hanno composto la cifra “55” in onore dell’anniversario del 1957.

 

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(foto Mara Del Fante/New Press)

 

AUTO E RICORDI - “La 500 mi ricorda i miei 18 anni e, soprattutto, l’Italia del boom economico degli anni Sessanta – racconta con orgoglio Lino Scamardi, 62 anni, ex meccanico diventato imprenditore e organizzatore del raduno -. Sono stati gli anni più belli della mia vita. Bastava poco per essere felici: in quattro facevano mille lire di benzina e partivamo per il mare. Ci andavamo con la mia prima 500. Era bellissima, color oro con i cofani nero opaco. L’avevo modificata io stesso”. Una passione contagiosa, quella per la 500, che attraversa le generazioni. Lo sa bene Marco Milani, geometra di 39 anni, che ha partecipato al raduno con la moglie Livia e i figli, Veronica e Riccardo di 10 e 6 anni. Sfoggia una 500 rossa del 1973, interni neri originali, che fa parte dell’ultima serie prodotta dalla Fiat, la R. “Me l’ha lasciata mio nonno – spiega Marco che partecipa ai raduni da tre anni con tutta la famiglia -. Ancora oggi mio papà la usa per andare a prendere i bambini a scuola. Sai che invidia un nonno così, i compagni di classe impazziscono. E’ diventata un gioiello di famiglia da tramandare. La amiamo così tanto che io e mia moglie ci siamo sposati con la 500”.

 

Olivia Manola

24 giugno 2012 | 16:17

India, morta bimba nel pozzo dopo 86 ore

Corriere della sera

 

La piccola era caduta in un buco di 25 metri a Manesar. I soccorritori non hanno fatto in tempo a salvarla

 

È morta. I soccorritori non l'hanno raggiunta in tempo. Mahi, la bambina indiana di quattro anni, è stata prigioniera in un pozzo per 83 ore. E alla fine non ce l'ha fatta, non ha resistito. Subito trasportata nell'ospedale di Manesar, vicino a Nuova Delhi, i medici non hanno potuto far altro che constatare il decesso. La vicenda della bambina ha tenuto con il fiato sospeso un'intera nazione.

 

LA VICENDA- Tutto comincia mercoledì scorso quando la bimba stava festeggiando il suo quarto compleanno. Con gli amici giocava in mezzo alla strada quando si è aperta una voragine. E lei è precipitata in un pozzo profondo almeno 25 metri. La vicenda di questa bimbetta vispa, dagli occhi scuri ed i capelli tagliati come un maschietto, ha riportato subito alla mente la tragedia italiana di Alfredino Rampi, il bambino di sei anni morto nel giugno 1981 a Vermicino, vicino a Frascati, in un pozzo di 60 metri, nonostante lo sforzo prodotto per salvarlo. Intanto per i soccorritori è stata una corsa contro il tempo.

LA SOLIDARIETÀ - Dirette televisive e solidarietà sono scattate subito dopo l'allarme. I soccorritori, che hanno pompato ossigeno nel pozzo, hanno lavorato senza sosta per cercare di raggiungerla. Alla fine ci hanno messo 83 ore. La piccola, però, aveva smesso di reagire due ore dopo la caduta. E quando sono arrivati per lei non c'era più nulla da fare. I medici dell'Ospedale Civile di Gurgaon hanno spiegato che «Mahi era già morta quando è arrivata». Disperata la mamma, Sonia, che ha denunciato di «essere stata chiusa in una stanza» e di «non avere ricevuto informazioni reali sulla salute della figlia».

 

La tragedia di Vermicino, 31 anni fa commosse l'Italia Foto

 

B.Arg. 24 giugno 2012 | 13:54

La guerra segreta di Erdogan alla Siria

di Fausto Biloslavo - 24 giugno 2012, 10:20

 

Dalle armi all’ospitalità per i ribelli fino allo spionaggio dal cielo, così Ankara punta al controllo della regione

 

Prove di guerra fra Ankara e Damasco? Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha riunito per la seconda volta in 24 ore i vertici delle forze armate e dell'intelligence per il cacciabombardiere di Ankara abbattuto venerdì dai siriani.

 

Un Phantom F4 dell'aviazione militare turca

Un Phantom F4 dell'aviazione militare turca

 

Fonti governative turche non hanno escluso che possa venir coinvolta la Nato, secondo il principio che un attacco a qualsiasi Stato membro equivale ad un'azione contro tutta l'Alleanza. I turchi, però, avrebbero violato lo spazio aereo siriano. Il Phantom F4, che è stato abbattuto, viene utilizzato anche come velivolo di ricognizione. Le forze aeree turche hanno più volte sorvolato le zone di confine siriane. In passato per individuare le basi del Pkk, il partito armato curdo nemico di Ankara. E dall'inizio della rivolta i servizi siriani stanno cercando di convincere i curdi a schierarsi contro i ribelli interni in funzione anti turca.

Il governo di Ankara si è schierato fra i primi al fianco dell'opposizione siriana. Non solo con aiuti umanitari e garantendo retrovie ai ribelli sul suolo turco, ma pure lasciando passare armi attraverso il confine oltre allo spionaggio aereo ed elettronico dalla grande base Nato di Incirlik. Il premier Erdogan non ha ancora deciso la rappresaglia per l'abbattimento del caccia, ma è stato chiaro: «Saranno compiuti tutti i passi necessari». Nella notte fra venerdì e sabato Damasco ha confermato l'abbattimento del Phantom «che aveva violato il nostro spazio aereo volando sulle acque territoriali siriane». Dopo la prova di forza i siriani smorzano i toni parlando di «azione non ostile». E collaborano alle ricerche dei due piloti del caccia, che sono dispersi.

L'aereo volava velocemente e a bassa quota nella provincia meridionale turca di Hatay, che confina con quella siriana di Latakia. Il caccia sarebbe precipitato in mare a poche centinaia di metri da Om al Tuyour, un villaggio turistico siriano. Secondo i ribelli la contraerea avrebbe fatto fuoco pensando di fermare un proprio velivolo in fuga, dopo la diserzione di un pilota atterrato pochi giorni fa in Giordania. In ogni caso i turchi devono sapere bene cos'è successo perchè i Phantom, in una zona di «guerra» come quella siriana, volano in coppia.

Il problema è che la Turchia è in prima linea contro il presidente siriano Bashar al Assad. Ankara ha accolto 32mila profughi siriani fuggiti attraverso una frontiera lunga più di 800 chilometri. Oltre a curare i ribelli feriti negli ospedali turchi, il comando dell'Esercito siriano libero, il gruppo armato composto da disertori, si trova in un campo super sorvegliato vicino alla cittadina turca di Apaydin.
Squadre della Cia, dispiegate in Turchia fin da marzo, controllano l'invio di materiale bellico ai ribelli siriani. Le armi sono fornite da Arabia Saudita e Qatar, come in Libia, e vanno ai Fratelli musulmani, ai disertori, ma non ai gruppi estremisti salafiti. Ieri il quotidiano britannico Guardian rivelava che i sauditi sono pronti a stipendiare i ribelli siriani.

Il Dipartimento di Stato Usa ha già stanziato 15 milioni di dollari per forniture non letali agli insorti, attraverso Giordania e Turchia, come equipaggiamento medico e per comunicazioni satellitari. Ai ribelli arrivano anche visori notturni e immagini satellitari delle postazioni siriane.

La base Nato di Incirlik, nel sud della Turchia, viene utilizzata per lo spionaggio aereo ed elettronico della Siria. Il generale Martin E. Dempsey, capo degli stati maggiori congiunti, ha informato da mesi i senatori Usa sui piani in cantiere. Avio lanci di carichi umanitari sul territorio siriano, sorveglianza aerea anche con i velivoli radar Awacs e imposizione di no fly zones che avrebbero il loro fulcro operativo a Incirlik. Con i satelliti e l'intelligence gli americani e i loro alleati tengono sotto controllo i depositi di armi chimiche siriani. Contingenti di forze speciali turche, giordane, inglesi, americane, con l'appoggio informativo israeliano, sono pronti ad intervenire nel caso gli arsenali di distruzione di massa non rimangano sotto chiave o finiscano nelle mani sbagliate.


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Lusi ai pm: «Un patto con Rutelli e Bianco per dividerci i soldi. Ecco email e appunti»

Corriere della sera

 

«Non volevamo che il denaro finisse nelle casse del Pd, così decidemmo la spartizione tra le correnti»

 

ROMA - Alle 21.45, quando avvocati e magistrati varcano il portone del carcere di Rebibbia dopo 7 ore di interrogatorio, arriva la conferma che Luigi Lusi ha parlato. Ha confessato le proprie ruberie e poi ha ricostruito «il sistema di finanziamento ai politici della Margherita». Ha elencato nomi e circostanze, ma soprattutto ha consegnato le mail che ha scambiato con Francesco Rutelli nell'ambito di quel «patto di spartizione stretto nel 2007 al momento dello scioglimento del partito al quale partecipò anche il presidente dell'assemblea Enzo Bianco». Si rafforza dunque l'impianto dell'accusa contro il tesoriere che avrebbe sottratto dalle casse del partito almeno 25 milioni di euro utilizzati per acquistare un appartamento al centro di Roma e due ville in campagna, per ristrutturare altre case, per creare due società servite a trasferire soldi all'estero. Ma si apre anche un'altra fase d'indagine con le verifiche sui nuovi documenti che a partire da domani saranno affidate alla Guardia di Finanza. Per questo i difensori del senatore, finito in cella per ordine del giudice Simonetta D'Alessandro autorizzato da Palazzo Madama, hanno deciso che chiederanno la sua scarcerazione solo quando sarà terminata questa fase di ricerca dei riscontri. Mentre Francesco Rutelli ha commentato così, in serata, le dichiarazioni di Lusi: «Se è vero che ha detto di aver concordato con la "corrente rutelliana" le operazioni di ladrocinio a beneficio personale e dei suoi familiari, significa che Lusi vuol fare la fine di Igor Marini». Ricordando che Marini fu condannato a 10 anni di carcere anche per calunnia a danno dello stesso Rutelli.

 

Nessun controllo dal 2007
C'è un momento preciso nel quale, secondo Lusi, si decise di spartirsi i soldi provenienti dai rimborsi elettorali. «È nel 2007, al momento dello scioglimento della Margherita per la fusione con i Ds» perché, sostiene Lusi, «non volevamo che il denaro finisse nelle casse del Partito democratico e dunque io, Rutelli e Bianco facemmo un patto per la spartizione». Il giudice Simonetta D'Alessandro e i pubblici ministeri Alberto Caperna e Stefano Pesci lo incalzano, gli chiedono di fornire riscontro a quanto sta raccontando, di andare oltre quello che è già nel fascicolo processuale. E lui illustra il contenuto degli appunti, ma si sofferma in particolare su quelle email scambiate con Rutelli che conterebbero le indicazioni su come utilizzare i fondi.

«Dal 2001 al 2007 - afferma Lusi - il controllo sui bilanci del partito era regolare e rigoroso. Verificavo ogni richiesta e moltissime le rispedivo indietro. Quando il partito si è sciolto ho effettuato soltanto un controllo formale, dunque era meno accurato e non riguardava le entrate e le uscite». Proprio in quella fase, ribadisce Lusi, «effettuai gli investimenti immobiliari per conto della corrente rutelliana. I soldi destinati a me li ho effettivamente usati per i viaggi e per altre spese personali, compreso il trasferimento all'estero. Ma gli immobili sono tracciabili, sapevo che sarebbero dovuti rientrare nella disponibilità del partito. Io li ho acquistati in veste di fiduciario». Dura la reazione dell'avvocato della Margherita Titta Madia: «La corrente rutelliana, di cui parla Lusi, non è né un nome né un cognome. Il senatore abbia il coraggio di fare i nomi una volta per tutte».

I soldi per Bianco e Renzi
Lusi torna a parlare dei soldi che avrebbe dato a Enzo Bianco come stipendio mensile e per finanziare la società del fratello della segretaria. Ma aggiunge dettagli anche sul finanziamento in favore del sindaco di Firenze Matteo Renzi. Una delle email scambiate con Rutelli sarebbe riferita proprio a questa circostanza. Ieri pomeriggio, ben prima della fine dell'interrogatorio lo stesso Renzi aveva dichiarato: «È bene che Lusi dica tutto quello che sa, davvero tutto, e faccia chiarezza. Il fatto che abbia aspettato di essere arrestato per farlo è un po' triste. Ma io ora spero che dica tutto quello che deve dire. Ci sono stati contributi anche di Lusi alle iniziative alla Margherita a Firenze, ma non hanno riguardato le mie campagne elettorali. Io i soldi li avevo chiesti alla Margherita, ai Ds e al Pd ma non li ho avuti: non ho avuto un centesimo di finanziamento pubblico».

Il calcolo fatto da Lusi circa la spartizione dei soldi prevede che ci sia stata una suddivisione di «almeno 10 milioni per ogni corrente: io davo i soldi, come li usassero non lo so perché, come ho detto, non effettuavo controlli, né pretendevo più di avere le pezze di appoggio». Di questo aveva già parlato anche la sua segretaria Francesca Fiore il 17 maggio dopo aver consegnato una chiavetta Usb con l'elenco delle spese per i politici: «Tutto nasce con le Europee 2009, quando Lusi mi parlò della necessità di trattare alcune spese distinguendole dal resto in quanto rimborsi della politica. Cominciai a raccogliere queste fatture segnando anche le persone che le portavano. Io ho tenuto copia delle fatture e poi le avevo inserite in un file Excel. Una volta pronte tornavano a Lusi che me le ridava perché le passassi all'amministrazione. L'imputazione a questo o quel parlamentare la facevo sulla base di chi portava le fatture e di quel che mi diceva Lusi. Verso il 2010/2011 Lusi mi disse che occorreva essere precisi anche nelle imputazioni delle fatture ai vari soggetti autorizzati a spendere perché c'era un accordo per suddividere le spese in termini di 60/40. Non ricordo chi aveva il 60 e chi il 40». Lusi lo ha ripetuto ieri, l'indagine appare tutt'altro che conclusa.

 

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it24 giugno 2012 | 11:03

Fa scrivere "sono un deficiente" ad alunno: condannata

La Stampa

 

Un alunno impedisce ad un compagno di andare al bagno, insultandolo. L'insegnante gli fa scrivere cento volte su un quaderno la frase «sono un deficiente». Denunciata, è assolta in primo grado, ma in appello è condannata a un mese di carcere per abuso di mezzi di correzione aggravato. La Cassazione ha confermato la condanna riducendo la pena ed escludendo l’aggravante delle lesioni. La docente di scuola media si è sempre difesa sostenendo di avere utilizzato quella punizione dopo avere spiegato all’alunno l’etimologia del termine deficiente che indica l’assenza di qualcosa, nel suo caso di sensibilità.

Vespa star a Londra: mega raduno per le strade della City

Il Messaggero

Oltre tremila Vespa Piaggio provenienti da paesi diversi si sono ritrovate nella Capitale inglese per un grande raduno. I 40 club che rappresentano oltre 40 mila appassionati si sono datti appuntamento in Belgio nel 2013


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di Antonino Pane

LONDRA - Tremila Vespe nel centro di Londra in rappresentanza di 280 club sparsi in tutto il mondo. Un happening che ha colorato le strade della City per quattro giorni e ha aperto, di fatto, la stagione olimpica. La sesta edizione del Vespa World Days sarà ricordata anche per questo, per l’entusiasmo che i vespisti hanno saputo regalare alla città che si appresta ad ospitare i giochi olimpici.Il colpo d’occhio dell’arena 02 di Greenwich, sede ufficiale del Vespa village 2012, era straordinario: tutti i modelli di Vespa, dai più antichi alle ultimissime novità, schierate in parata. Lo stile made in Italy accompagnato da tanta allegria e amicizia: i primi dati forniti dalla Piaggio dicono che solo alla cena di Gala dell’ultima sera hanno partecipato più di duemila persone.

E poi il Vespa Trophy 2012, la gara turistica per i vespisti, vinta quest’anno dai ragazzi del vespa Club di Sirmione. In sella ai loro scooter hanno percorso 1.610 chilometri per arrivare a Londra puntuali all’apertura della rassegna. Ma gli applausi più forti sono andati alle carovane di vespisti arrivati da Canada e Argentina. Una selezione durissima quella degli equipaggi che partecipano al Vespa Trophy: ben 1.752 check points sparsi in 25 nazioni hanno registrato i passaggi dei vespisti diretti a Londra. Una organizzazione mastodontica messa su da Piaggio con la collaborazione di oltre duemila concessionari.

Il raduno di Londra è servito anche per festeggiare il 60 anni del primo Vespa Club del Regno Unito. Una data importante che dimostra l’attaccamento degli inglesi alla Vespa, un marchio che conta 40 Club nazionali in tutto il mondo e quasi ottocento Vespa Club locali: gli iscritti in tutto il mondo sono più di 40mila. E prima di salutarsi il prossimo appuntamento: per il 2013 è stata scelta la città di Hasselt in Belgio.

FOTOGALLERY
Piaggio Vespa raduno a Londra


Piaggio Vespa LX 3 valvole


Piaggio Vespa S 3V

Ostriche e aperitivi chic: le spese allegre di Penati

di Andrea Bianchini - 24 giugno 2012, 08:00

 

Quarantasette euro per due toast, un caffè e un'aranciata, 4.700 euro a uno studio fotografico per due "ritratti istituzionali" in maniche di camicia e cravatta

 

Ha speso 47 euro per due toast, un caffè e un’aranciata in un lussuosissimo hotel milanese. Ha sganciato oltre 4.700 euro a uno studio fotografico per «due ritratti istituzionali in maniche di camicia e cravatta».

 

Filippo Penati

Filippo Penati

 

Più volte s’è seduto ai tavoli dei ristoranti più «in» di Roma per pranzare con gli amici a ostriche e Morellino di Scansano. E spendendo sempre tra i 130 e i 260 euro. Insomma, un bel pugno nello stomaco della crisi, per lui che per anni ha guidato dalla poltrona di primo cittadino la Stalingrado d’Italia, la rossissima Sesto San Giovanni. Perché di Filippo Penati, finito mesi fa sotto inchiesta dalla procura di Monza per corruzione e finanziamento illecito ai partiti, tutto si può dire tranne che abbia il cosiddetto braccino: come tanti altri della «democratica» cerchia di amici, anche il buon Filippo ha dimostrato di avere a sinistra solamente il cuore. E il portafogli? No, quello sta altrove...

Come riportava l’edizione di ieri del quotidiano genovese il Secolo XIX, l’ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani aveva trovato un modo tutto sommato brillante per godere a pieno dei piaceri della tavola: non pagare. O meglio, farsi rimborsare pranzi, spuntini, aperitivi e cene dalla sua fondazione Fare Metropoli. Nata del 2008 come associazione culturale senza scopo di lucro, Fare Metropoli è stata uno dei canali attraverso cui l’ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo ha ricevuto finanziamenti da privati per decine e decine di migliaia di euro: l’associazione è entrata nell’inchiesta della Procura di Monza nell’agosto del 2011, quando il pm Walter Mapelli ha firmato il decreto di perquisizione con cui la Guardia di Finanza si è presentata negli uffici del commercialista dell’associazione e nella sede milanese in via Galilei sequestrando estratti conti, ricevute di versamenti in contanti,

copie di bonifici, elenchi di finanziatori e tutta la documentazione relativa ai trasferimenti economici tra l’associazione e i comitati elettorali di Penati per le Provinciali del 2008 e per le Regionali del 2010. Due settimane fa, parallelamente alla chiusura delle indagini, sono spuntati anche gli scontrini che fotografano la dolce vita di Penati: negli atti depositati a Monza si legge che l’ex primo cittadino ha incassato dalla fondazione 21.502,34 euro in 17 mesi, dal luglio del 2009 al novembre del 2010, somma giustificata dal rimborso di spese di viaggio, alberghi e consumazioni di pasti. Allo stesso modo sono finiti 6.419 euro di rimborsi a Rita Dileo, moglie di Penati, e 12.847 euro al portavoce Franco Maggi.

Ed è proprio spulciando tra i rimborsi pubblicati ieri dal Secolo che si possono ricostruire le «imprese» culinarie e non di Penati. Proprio così: vere e proprie imprese. Perché per pagare 47 euro due toast, un caffè e un’aranciata bisogna mettersi d’impegno. E pazienza se alla fine a saldare il conto era qualcun altro. Come non facile deve essere stato sganciare 4.740 euro per due-dicasi-due fotografie. Certo. Sono «ritratti istituzionali» e avranno fatto risaltare al massimo il sorriso pacioso e bonario del buon Filippo: però sono sempre oltre otto milioni delle vecchie lire per due poster... Dai rimborsi della fondazione, poi, salta fuori che Penati, ex uomo forte del Pd lombardo, è spesso di stanza a Roma. E della Capitale dimostra di conoscere più i ristoranti che i sacri palazzi della politica: gli scontrini raccontano di pranzi e cene al Bolognese di piazza del Popolo (specialità cucina regionale, conto di 220 euro); in più di un’occasione Penati si presenta al Sapore di Mare, pieno centro della Capitale, dove ordina ostriche e crostacei, bagnati da abbondante Morellino di Scansano. Costo delle (ripetute) spedizioni? Tra i 130 e i 260 euro a «seduta».

Tutto puntualmente rimborsato da Fare Metropoli, che a seconda dell’occasione Penati trasforma in Fare Cassa, Fare il pieno o Fare botta e ribotta, giusto per scomodare i luculliani pranzi di Giosuè Carducci.

Penati è quindi avvistato al Raw Fish Cafè di Milano, specialità crudità di pesce, o alla Buganvillea di Sabbioneta dove per un menu fisso paga un conto di 100 euro.
A pancia piena si ragiona meglio. Se poi a pagare è qualcun altro...

Lo stadio San Paolo trasformato in alcova e set per i matrimoni

Corriere del Mezzogiorno

 

L'impianto di Fuorigrotta veniva dato in «fitto» anche per shooting fotografici: prezzo per gli scatti, 60 euro

 

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NAPOLI - Una foto ricordo nel teatro delle gesta dei tre tenori e di tutti gli altri azzurri costava «solo» 60 euro, qualcosa in più se si trattava di incontri «particolari». Non era, ovviamente, un'iniziativa organizzata dal calcio Napoli, ma questi soldi finivano dritti dritti nelle tasche di alcuni addetti comunali alla sicurezza e alla manutenzione dello stadio. Il Comune ha aperto un'inchiesta per fare luce su quanto accadeva al San Paolo e ha rimosso dai propri incarichi circa 50 dipendenti.

 

MATRIMONI, FESTE, COMUNIONI - La notizia, come riportato da «Il Mattino» e ripresa da alcuni quotidiani, è stata confermata dall'assessore allo Sport del Comune di Napoli Pina Tommasielli, la quale ha detto che verrà fatto tutto il possibile per ripristinare la legalità all'interno dell'impianto sportivo. Una storia, dunque, che ha dell'incredibile visto il «subaffitto» del campo, ridotto a garconnière.

L'«ALCOVA» - Non solo matrimoni, con questi insopportabili mariti che trascinano le mogli allo stadio anche nel giorno più bello della loro vita, ma anche comunioni, feste o occasioni particolari in cui poteva diventare una piccola alcova. Per la prima notte di nozze, infatti, si poteva avere a disposizione anche un piccolo appartamento con un letto rosa, bastava versare una cifra più alta di quella dei servizi fotografici. Il tutto veniva fatto nei giorni in cui nello stadio non era previsto nessun evento e cioè dal lunedì al venerdì quando la squadra non era impegnata nelle coppe europee. Nell'attesa di avere un nuovo stadio che consenta delle visite guidate, chissà che al Comune non venga l'idea di organizzare delle gite, legali, e di legalizzare almeno la possibilità di poter avere uno scatto ricordo sul prato del campo di Fuorigrotta.

 

Redazione online 22 giugno 2012

La ministra Pellerin in minigonna all'Eliseo

Il Messaggero

 

ROMA - Fleur Pellerin, ministro francese per le Pmi e l'innovazione, ha destato qualche stupore venerdì quando è arrivata all'Eliseo per lariunione settimanale del Consiglio dei ministri in minigonna nera e tacchi alti. Pellerin, nata a Seul e cresciuta in Francia, 38 anni, diplomata alla prestigiosa Ena (École nationale d'administration) l'istituto di alta formazione da dove provengono molti politici francesi, è una delle 19 donne che fanno parte del governo di Jean-Marc Ayrault.

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Sabato 23 Giugno 2012 - 16:01
Ultimo aggiornamento: 16:12

La verità sui giganti dell'Isola di Pasqua

La Stampa

 

Scoperto il segreto dei "Moai" trasportati dal popolo Rapa Nui solo con l'ausilio di corde

Un «moai» ad Anakena Beach, sull'Isola di Pasqua

 

PAOLO MANZO

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Dopo anni di spedizioni dal 1999 a oggi, finalmente un test svela uno dei segreti più affascinanti dell’Isola di Pasqua. L’équipe scientifica guidata dai professori di antropologia e archeologia Terry Hunt dell’Università delle Hawaii e Carl Lipo della California State University Long Beach è riuscita a dimostrare concretamente il modo in cui le gigantesche sculture monolitiche di pietra che hanno reso celebre l’isola in tutto il mondo, i moai, siano state trasportate dalla cava in cui venivano prodotte fino ai punti sacri dell’isola dove venivano disposte in gruppi anche di sette o otto.

Niente extraterrestri - in passato era stata sfiorata anche questa fantasiosa ipotesi - e niente trasporto delle statue adagiate in modo orizzontale su tronchi di legno. «La verità è un’altra - spiega a La Stampa Terry Hunt - e noi siamo riusciti finalmente a dimostrarla». Lo scorso novembre - ma la notizia è stata resa nota solo adesso - il National Geographic’s Expeditions Council ha finanziato il test dei due professori che davanti alle telecamere hanno fatto trascinare da un gruppo di 18 persone un moai di 5 tonnellate, alto tre metri. Il moai è stato spostato con l’aiuto di corde in modo che rimanesse sempre in posizione verticale. Dalle immagini appare come una figura enorme, quasi danzante da sola, riesca a muoversi grazie all’aiuto di poche persone.

E se non bastasse, un’altra conferma arriva dalla cava più importante dell’isola, Rano Raraku, dove il popolo Rapa Nui produceva le sue gigantesche sculture che raffiguravano gli antenati protettori. A mostrarcela l’ex governatore dell’isola Sergio Rapu, diventato archeologo e collaboratore di Hunt. «Basta guardare al taglio della base - spiega Rapu -, era fatto in modo da facilitare il trasporto. La base non era né piatta né regolare ma curva, permettendo così ai moai di reggersi sempre in piedi anche in movimento, dondolando per non cadere». Da notare che rispetto al resto del corpo la base veniva levigata solo in sito, quando il trasporto si era concluso. «Questo -continua l’ex governatore - permetteva eventualmente di correggere le possibili ammaccature prodotte nel trasporto».


Non contiene l’entusiasmo Terry Hunt, autore insieme al collega Lipo del volume The Statues That Walked, con cui ha vinto quest’anno il premio della Society for American Archaeology per il miglior libro destinato al grande pubblico. «Questo test aggiunge un tassello importante alla mia teoria sulla fine della cultura Rapa Nui». Contro l’ipotesi del suo prestigioso collega, lo scienziato Jered Diamond, che vede nell’isola un esempio straordinario di «collasso di una civiltà» per ipersfruttamento delle proprie risorse naturali, Hunt sostiene il contrario.

«Questa civiltà non è finita perché si sono tagliati centinaia di alberi per trasportare i Moai, ma gli alberi - si parla di milioni di palme oggi scomparse - sono stati distrutti dai topi portati, insieme alle malattie, dai primi Europei nel XVIII secolo». I Moai non hanno colpa dunque per Hunt ma furono l’espressione più alta di una civiltà conclusasi con l’arrivo dell’uomo occidentale. Anche se pare che i primi europei, quando arrivarono sull’isola, la trovarono già spoglia. E le ricerche archeologiche sembrerebbero attestare la presenza dei topi in un periodo ancora anteriore.