martedì 26 giugno 2012

Architetti nel mirino delle spie informatiche

Corriere della sera

 

Nuovo virus ruba bozze e progetti dal programma AutoCAD (e li spedisce in Cina)

 

MILANO - È il terrore per architetti, ingegneri, disegnatori tecnici: vedersi sottrarre sotto il naso i piani di lavoro, gli schizzi, i progetti. Dopo i noti malware Stuxnet, Duqu e Flame - le cyber-armi messe a punto per sabotare soprattutto stati e enti governativi -, ecco spuntare il codice maligno per lo spionaggio industriale ai danni di studi di architettura e progettazione. Nella trappola degli esperti di sicurezza informatica è finito un programma nocivo che da qualche tempo infetta AutoCAD, la piattaforma di progettazione più utilizzata al mondo. I dati rubati? Finiscono in Cina.

INFEZIONE MEDRE - Stavolta il nome tecnico del malware da spy story è «ACAD/Medre.A», poche stringhe di codice progettato per lo spionaggio industriale. Secondo il centro ricerche di Eset, i produttori slovacchi dell'antivirus Nod32, il nuovo worm dà la caccia ai documenti AutoCAD, cioè i disegni tecnici del famoso programma per Computer Aided Design (CAD). Ad essere intaccate sono tutte le versioni AutoCAD dal 2000 e i prodotti affini al software. A quanto pare il verme informatico è molto attivo: soltamente in Perú - attualmente il focolaio dell’infezione Medre - sarebbero già decine di migliaia i piani di costruzione copiati dal software, riferisce Eset. C’è il rischio concreto che «ACAD/Medre.A» sia in grado di fare il giro del mondo in una manciata di giorni.

BREVETTI RUBATI - Al momento non si sa chi abbia sviluppato il worm. Dietro a Medre potrebbero nascondersi hacker che agiscono per conto di aziende private, enti statali o gruppi criminali. Fatto certo è che Medre spedisce tutti i dati raccolti a diversi indirizzi di posta elettronica di provider cinesi. Tuttavia, queste informazioni non sono ancora sufficienti per carpire l’origine del malware. «Subire un'infezione del genere può costare caro -, avverte Eset, - i criminali informatici possono mettere le mani sulle proprietà intellettuali altrui realizzando così prodotti concepiti da altre persone». Insomma, gli aggressori potrebbero registrare dei brevetti ancor prima del reale inventore.

«LIBERO DA VIRUS» - Autodesk, il produttore di AutoCAD, spiega sul suo blog come scoprire e come fare per proteggersi da un’eventuale infezione. Nessuno è immune, a quanto pare neppure gli apparecchi Mac: anche per Apple è infatti crollato in questi giorni il mito dell'invulnerabilità. Come riferisce The Atlantic, il sito web dell’azienda di Cupertino ha recentemente modificato la celebre frase relativa ai virus sui propri prodotti («È immune dai virus per pc») aggiornadola in una più cauta «Sono costruiti per essere sicuri».

 

Elmar Burchia

26 giugno 2012 | 16:30

Wikileaks, lettera-appello all'Ecuador : «Conceda l'asilo a Julian Assange»

Corriere della sera

 

Recapitata ad ambasciata a Londra a sostegno australiano Firmano anche Michael Moore, Oliver Stone e Noam Chomsky

 

Julian Assange e il presidente Rafael CorreaJulian Assange e il presidente Rafael Correa

 

Per salvare Julian Assange scendono in campo i big americani. Una lettera firmata da numerose personalità Usa, tra cui Michael Moore, Oliver Stone, Noam Chomsky e Naomi Wolf, e da più di 4 migliaia di cittadini comuni è stata recapitata all'Ambasciata ecuadoregna a Londra per chiedere che il Paese sudamericano conceda il diritto d'asilo al fondatore di WikiLeaks.

BUONE PROBABILITA' - Tra gli altri firmatari-vip dell'appello ci sono il comico Bill Maher, l'attore e attivista politico Danny Glover e Daniel Elssberg, l'ex analista dell'esercito americano diventato informatore. Secondo loro, ci sono «buone probabilità» che l'australiano, arrivato all'ambasciata ecuadoregna la settimana scorsa nell'ultimo disperato tentativo di scampare l'estradizione in Svezia, dove dovrebbe rispondere di molestie sessuali, «finisca in prigione e poi sia estradato negli Stati Uniti».

APPELLO AL PRESIDENTE - I firmatari si rivolgono direttamente al presidente Rafael Correa, affinchè accetti la richiesta di asilo di Assange. Il governo americano - spiegano - ha mostrato chiaramente la sua ostilità verso WikiLeaks e Assange rischia la pena di morte negli Stati Uniti se condannato per spionaggio. Si tratta - secondo la lettera - di un chiaro caso di attacco alla libertà di stampa. L'ambasciatore ecuadoregno a Londra, Anna Alban, intanto è andata in Ecuador per informare Correa della richiesta di asilo di Assange e tenere una serie di consultazioni al ministero degli Esteri.

 

Redazione Online26 giugno 2012 | 15:04

Sprechiamo il 50% del cibo"

La Stampa

 

Stasera nella piazza centrale di Senigallia la cena sostenibile realizzata da Moreno Cedroni per educare al "risparmio"

 

In Italia sprecate 240 mila tonnellate di alimenti

 

andrea segrè*

bologna

 

Il 50% del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Se l’intera popolazione mondiale avesse la stessa voracità di noi europei, sarebbero necessari tre pianeti per produrre la quantità di cibo richiesta. Solo in Italia – com’è documentato nel Libro Nero degli sprechi alimentari 2010, curato da LAST Minute Market per Edizioni Ambiente - 240 mila tonnellate di cibo, del valore di oltre 1 miliardo di euro, restano invendute nel retro dei negozi di alimentari e nella grande distribuzione: queste 240 mila tonnellate potrebbero nutrire 600.000 persone con tre pasti al giorno per un anno. In Gran Bretagna, a livello domestico, 18 milioni di tonnellate di cibo perfettamente commestibile (per un valore pari a 14 miliardi di sterline) vengono gettate via ogni anno.


La complessità dei processi dinamici alla base dello spreco impone un disperato bisogno di riconsiderare le relazioni economiche e i valori sociali alla luce della sostenibilità e della eco-efficienza. È necessario procedere verso una società più etica ed ecologica. La quantità, la qualità e la tipologia dei consumi dei cittadini influiscono sull’impatto energetico diretto e indiretto della dieta, così come i nostri comportamenti in termini di spreco. Un esempio? Pensiamo ai principali alimenti della nostra dieta, che presentano impatti energetici assai differenti. Il rapporto tra le kcaldi input necessarie per ottenere una kcal di output, ovvero il prodotto finito, può essere molto diverso per cibi differenti: per il manzo è 57 a 1, per le uova 37 a 1, per i pomodori 4 a 1.

Potenzialmente, quindi, gli individui e le comunità locali possono rivestire nello scenario attuale e futuro un ruolo importante. D’altra parte, dall'inizio della civiltà il cibo e l'agricoltura hanno raccontato la storia della nostra società, i nostri valori e il nostro rapporto con la Terra. Il cibo è molto più di un semplice nutrimento: è espressione di cultura, tradizioni culinarie, identità di gruppo e, allo stesso tempo, di uno status sociale. Condividere il cibo può essere l’atto simbolico che marca l'entrata in una comunità di un individuo, un atto che avvicina le persone e le identifica.

Ed ecco che la cena di questa sera (martedì 26 giugno), nella piazza centrale di Senigallia, rappresenta un momento forte di comune consapevolezza e condivisione verso un nuovo percorso di sostenibilità e sobrietà. Verso una società che impara il senso della “sufficienza” e relega gli sprechi dalla regola all’eccezione. Prodotti agroalimentari di recupero – pomodori, pasta, mozzarella, yogurt, panna … - ancora perfettamente edibili ma sulla soglia dello smaltimento, sono a tutti gli effetti non solo un cibo sostanzioso e sano, ma possono anche diventare gli ingredienti di una cena sfiziosa e succulenta, griffata da uno chef come Moreno Cedroni. Ci hanno creduto Caterpillar Radio2, che festeggia la settimana del Caterraduno, e il Comune di Senigallia: hanno raccolto con “Primo: non sprecare” - la cena contro lo spreco per mille commensali -

ls sensibilizzazione avviata da Last Minute Market e dalla campagna “Un anno contro lo spreco”, che ha portato il Parlamento europeo a richiedere ufficialmente, alla Commissione, l’istituzione del 2014 “Anno europeo contro lo spreco alimentare”. Ci hanno creduto più di mille cittadini, che questa sera ceneranno con noi. Chiunque ci creda, però, può “metterci la faccia” insieme a noi, e sostenere la campagna contro gli sprechi su questo sito www.unannocontrolospreco.org Buon appetito


*Presidente di Last Minute Market – spin off Università di Bologna, preside Facoltà Agraria, autore di “Economia a colori” – Einaudi, promotore della campagna “Un anno contro lo spreco”.

Ds, il partito che non c'è paga 49 dipendenti Ed è pieno di debiti

di Nico Di Giuseppe - 26 giugno 2012, 15:19

 

I Democratici di Sinistra non esistono più da un pezzo, ma presentano ancora bilanci. Da quello del 2011 si evince un buco di 156 milioni di euro

 

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Il fantasma dei Ds aleggia alle spalle dei contribuenti. E si insinua soprattutto nei loro portafogli. Un fantasma con 156,6 milioni di euro di debiti. Il partito di D'Alema non esiste più da tempo ma, come ha rilevato il Fatto quotidiano, presenta ancora i bilanci da cui si evince come i Democratici di sinistra siano in cima alla lista dei creditori di grandi banche nazionali.

"C’è Unicredit, che vanta un credito di oltre 26 milioni, il gruppo Intesa 36 milioni, l’Efibanca del Banco Popolare 24 milioni, la Popolare di Milano 12 milioni", si legge nell'articolo di Vittorio Malagutti. Secondo il bilancio firmato dal tesoriere Ugo Sposetti, a fine 2011 i conti dei Ds si sono chiusi con un buco di 145 milioni.

Motivo? "Il partito si è fatto carico dei debiti accumulati negli anni dall’Unità fino a quando la storica testata fondata da Antonio Gramsci non è stata ceduta, a partire dal 2001, a cordate di imprenditori privati, ultimo della serie l’ex governatore della Sardegna, Renato Soru. E così nel bilancio 2011 si legge che circa 101 milioni di debiti derivano “dall’accollo liberatorio” dei debiti della “cessata partecipata L’Unità spa in liquidazione”", continua l'articolo del Fatto.

Come se non bastasse, il partito che non c'è deve pagare gli stipendi dei dipendenti: ce ne sono ancora 49 a libro paga.

Dall'Albergo dei Poveri a Carditello: le amarezze del principe di Borbone

Corriere del Mezzogiorno

 

Carlo e Camilla a Napoli con le figlie: «Basterebbe poco per il rilancio»

 

NAPOLI — E' stata una giornata frenetica quella di ieri per Carlo e Camilla di Borbone. Il principe e la principessa delle Due Sicilie sono da qualche giorno in Campania per una serie di appuntamenti istituzionali e privati. La delegazione regionale del Sacro Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata da Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, ha svolto un lavoro puntuale che ha preceduto l'arrivo dei Borbone che si sono spostati fra Caserta, Capri, Salerno e Napoli per incontri pubblici, investiture, cerimonie ufficiali. Il primo degli impegni di ieri, il conferimento dell'onoreficenza di commendatore del Sacro ordine militare costantiniano di San Giorgio al primo cittadino di Salerno, Vincenzo De Luca. «Ho trovato un sindaco combattente — racconta il principe —. Molto deciso. Ha saputo dare a Salerno tanti primati, fra cui quello della raccolta differenziata. E poi ho visto un Lungomare molto più bello dell'ultima volta che sono stato a Salerno, almeno dieci anni fa. Sono rimasto colpito».

 

Carlo e Camilla di Borbone, tour a Napoli

 

 

 

E Napoli come l'ha trovata dalla sua ultima visita?
«Un po' migliorata. C'è meno immondizia e poi il fatto che ci siano meno auto sul Lungomare credo aiuterà il turismo».


Altezza, lei parlava di primati. Ma quelli che al Sud sono stati garantiti dai Borbone sembrano persi nella memoria. Pietrarsa è dimenticata, Palazzo Reale versa in condizioni difficili, il real Sito di Carditello è all'asta e la Villa comunale non ricorda neanche da lontano la passeggiata Borbonica...
«Fra queste cose mettiamoci anche l'Albergo dei Poveri, una istituzione importante realizzata dai Borbone che è lì, dimenticata. O il Real Polverificio di Scafati, dove siamo stati un anno fa. Sono tutte situazioni difficili e, mi creda, davvero brutte. Si parla solo della ferrovia Napoli-Portici, ma ci sarebbe molto altro da difendere. Con mia moglie abbiamo visto in televisione, da Parigi, che il sito di Carditello versa in una situazione di degrado e che ora è in vendita, all'asta. Speriamo che lo Stato eserciti il diritto di prelazione e si decida a porre un freno a questa incuria. Mi rendo conto che tanto patrimonio artistico d'Italia è in una situazione difficile. Ma basterebbe un progetto ben fatto per rilanciare non solo i siti borbonici, ma tutto un impianto di grande valore culturale e dunque anche turistico».


Lei cosa propone?
«Io di ogni sito farei un museo. Magari con con una boutique vicino per creare un indotto economico. Basta avere una visione. Per noi è difficile da lontano fare cose concrete. Ma attraverso il ministero della Cultura, il Governo, attraverso anche una serie di nostre conoscenze internazionali potremo fare davvero molto ».


Da dove incomincerebbe?
«D'istinto, le direi che sarebbe auspicabile immaginare un percorso dei primati del Sud. Potrebbe durare anche tre settimane, per turisti davvero decisi a scoprire il Mezzogiorno. Però il progetto non basta. Ci vuole una precisa volontà politica».

La principessa Camilla interviene. «E' una vergogna che non si possa apprezzare il valore di statue, piazze, monumenti che sono tenuti male. Occorrerebbe un progetto che passasse per un business e una serie di sinergie. Siamo tornati appena da Capri e lì tutto funziona perché ci sono i meccanismi giusti, oltre ad una bellezza incontestabile. Mia figlia Maria Carolina ha spento le candeline per il suo compleanno — caso unico al mondo — nella Grotta azzurra. E credo che le bambine non dimenticheranno questo evento. Così come non dimenticheranno la Reggia di Caserta. Ogni sito, se valorizzato nella giusta luce, ha un grande valore. La Puglia, ad esempio, è piena di tesori che non sono mai stati posti davvero in evidenza. E tutto può fare gioco in questo progetto. Magari anche rilanciare il Sud attraverso la sua cucina chiamando uno chef come Alain Ducasse, coinvolgendo così il turismo internazionale di alto livello. Sa che le stoffe di San Leucio che abbiamo nel nostro appartamento di Parigi lasciano senza fiato tutti i nostri ospiti? Però non bastano i progetti che siano così così. Abbiamo pranzato con l'ammiraglio della Nato, Clingan, che ci ha raccontato come Gaeta sia fragile. Al centro di un progetto di recupero bello, che non ha però solide fondamenta».


Principe, ma il Comune di Napoli l'ha mai coinvolta in qualche modo, magari nella individuazione di una strategia?
«Al di là di un mio legame viscerale con Napoli, profondissimo, non sono mai stato coinvolto per contribuire in qualche modo concreto. Forse c'è una sorta di timidezza. Si pensa che chiamando noi vada riletta la storia. E' forse un blocco. Noi non vogliamo criticare la situazione attuale, nè proporre una rilettura della storia. Ma siamo pronti ad affrontare progetti e a ragionare sulle proposte. Per chi porta questo cognome è doveroso. I miei antenati hanno fatto tanto e io, se ne avessi la possibilità e senza dare fastidio ad alcuno, potrei a mia volta fare molto».

La principessa tempo fa aveva parlato di un suo possibile ruolo di ambasciatore culturale del Mezzogiorno.
«Certo, ma senza alcun interesse personale. Solo per il dovere che anima un Borbone».

Fra i tanti siti borbonici ce n'è uno che le sta più a cuore?
«Questa è davvero una domanda difficile. A Santa Chiara sono sepolti i miei genitori e Maria Chiara è il nome che abbiamo dato anche alla nostra seconda bambina. Capodimonte è un luogo straordinario, peraltro ben tenuto. Lì c'è tutta l'eredità Farnese. Poi La Reggia di Caserta, che la mia primogenita ha chiesto di visitare come unico dono per il suo compleanno. Poi San Leucio, modello esemplare di una organizzazione sociale, e l'albergo dei Poveri, una istituzione all'epoca all'avanguardia. Un luogo gigantesco che ora si è perso nei meandri di mille amministrazioni diverse. Si poteva fare, come avevamo progettato una decina d'anni fa, un luogo per studiosi, con valenze diverse. Eravamo pronti anche con borse di studio. Ma è tutto finito nel nulla. La verità è che si potrebbe ripartire dai siti borbonici per mettere insieme una meccanismo virtuoso fra pubblico e privato».


Altezza, da appassionato di vela, come giudica le regate ospitate a Napoli?
«Le ho seguite da lontano, eravamo impegnati all'estero. E sono compiaciuto del fatto che Napoli sia stata protagonista su tutte le televisioni del mondo. Certo queste manifestazioni, come la Formula 1, arrivano come in una scatola. Il pacco viene aperto e, quando tutto è finito, riportano via ogni cosa, senza lasciar nulla al territorio. Il prossimo anno, però, mi piacerebbe esserci».


Anna Paola Merone

Disoccupato ruba pasta e pannolini I poliziotti gli pagano la spesa

Corriere della sera

 

Il proprietario di un market ha chiamato gli agenti dopo aver scoperto il giovane rubare

 

SIENA - Rimasto senza lavoro, e con moglie e due figli piccoli a carico, ha compiuto un furto in un supermercato alle porte di Siena. Il proprietario del market, però, lo ha scoperto e ha chiamato la polizia, chiarendo di non volerlo denunciare. A quel punto, gli agenti hanno pagato di tasca loro lo stretto necessario della spesa rubata: pasta, latte, pannolini e omogeneizzati.

Il «ladro» ha 27 anni, è egiziano ed è regolare in Italia. Insieme al fratello di 19 anni ha tentato di rubare beni di prima necessità, ma quando i due, per la seconda volta, sono entrati e usciti con le buste di merce, sono stati notati dal personale del market. Il titolare ha chiamato la polizia ma non ha sporto denuncia, spiegando di aver richiesto l'intervento degli agenti solo per chiarire la situazione. I poliziotti delle volanti della questura di Siena, una volta apprese le condizioni dello straniero, che aveva con sè oltre alla pasta e al latte alcuni pacchi di pannolini e degli omogeneizzati, hanno deciso di offrire la spesa. La questura ha poi attivato anche i servizi sociali.

 

25 giugno 2012

 

«Quell'anziana ladra di caramelle ci ha davvero spezzato il cuore»

Parla l'agente che ha saldato il conto. «Ho pensato a mia nonna. Tremava di paura, anche il direttore ha capito»

Corriere della sera

 

Arturo Scungio e Francesco ConsoleArturo Scungio e Francesco Console

 

MILANO - Il poliziotto buono che ha saldato il conto (78 centesimi) alla ladra (la signora Angela, 76 anni) che aveva rubato una scatoletta di «Tic Tac» al supermercato rischiando una denuncia, si chiama Arturo Scungio, assistente capo. Ha 39 anni, è della provincia di Caserta, da 19 è in polizia e dal 1996 è in servizio a Milano. Prima al commissariato Garibaldi-Venezia, poi sulle volanti. In giro per la città a contatto con le brutture di tutti i giorni ma anche ad affrontare e risolvere casi umani di straordinaria intensità. Pugno di ferro con i cattivi, cuore in mano quando ce n'è bisogno. «Quando mi sono trovato di fronte a quella signora anziana - racconta da Como dove è andato in gita con gli amici inforcando la sua Suzuki 750 prima di vedere la sfida tra Italia e Spagna - mi è sembrato di trovarmi accanto a mia nonna».


Cosa è successo venerdì mattina?
«Eravamo come al solito di pattuglia io e il mio collega di sempre, l'agente scelto Francesco Console. Dalla centrale ci hanno segnalato che questo direttore del Pam di via Archimede stava inseguendo una ladra che fuggiva con la refurtiva in borsa. E dava indicazioni precise: via Archimede, via Pietro Calvi, corso XXII Marzo direzione di piazza Cinque giornate. La ladra l'abbiamo bloccata al 25 di corso XXII Marzo».


Era spaventata la signora Angela?
«Tremava come una foglia e aveva evidente timore della divisa. Dal vestiario ho capito subito che non si trattava di una benestante, una di quelle persone che fa fatica ad arrivare alla fine della prima settimana del mese. Le ho spiegato cosa prevede la legge e poi le ho chiesto quanto pigliasse di pensione. Lei, nascondendosi dietro il mio collega, mi ha risposto 320 euro. E poi, chiamandomi "figlio mio", ha aggiunto: "Io le tasse le ho sempre pagate"».


E il direttore del Pam?
«L'ho chiamato in disparte, c'era tanta gente attorno. Gli ho detto due paroline. Il direttore ha capito anche perché la signora Angela tremava e piangeva. Valerio (il direttore, 38 anni) mi ha detto che non avrebbe presentato querela ma che avrei dovuto dire alla signora che quelle cose non si fanno. Ho aperto il portafogli e ho dato i 78 centesimi dovuti per i Tic Tac. A questo punto (eravamo tornati davanti al supermercato) dalle persone che si erano raccolte attorno a noi si è levato un applauso spontaneo. Anzi un signore mi è venuto vicino e mi ha chiesto di poter pagare lui la spesa che la signora Angela aveva fatto: una scatoletta di tonno e del pan carrè».

 

Alberto Berticelli

11 giugno 2012 | 10:02

Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più”

Corriere della sera

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di Luisa Pronzato

 

Violenza sulle donne, arriva il richiamo dell’Onu al governo: “In Italia resta un problema grave, risolverlo è un obbligo internazionale”. Le osservazioni all’Italia di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, sono pesanti.

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“Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita – ha detto Manjoo lunedì a Ginevra -. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza”, riconosce, “questi risultati non hanno però portato a una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine”.

Il Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere e il Rapporto sulla violenza sulla scorta delle missione in Italia lo scorso gennaio sono stati presentati durante la 20° sessione del Consiglio per i diritti umani .

Quello di oggi a Ginevra è un incontro atteso e sotenuto dalle donne delle associazioni che con la violenza  combattono da anni.   Ci sono anche loro, oggi a Ginevra, oltre a un nutrito numero di delegati internazionali dei diritti umani, i rappresentanti del governo italiano.  Per le donne della società civile oggi è un giorno di “riconoscimento”. C’è Barbara Spinelli, avvocata e autrice del libro Femminicdio parla a nome  dell’Associazione Internazionale Avvocate e Avvocati Democratici, Giuristi Democratici, che ha partecipato ai lavori di preparazione del Rapporto. Con Simona Lanzoni, coordinatrice della Fondazione Pangea per la Piattaforma 30 anni Cedaw lavori in corso, e Titti Carrano di D.i.Re hanno elaborato il rapporto ombra della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni contro le donne), di cui si ritrovano numerosi riferimenti nel rapporto di madame Manjoo.

“Il mio report sottolinea la questione della responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza”, dice la funzionaria Onu, “analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato”.

La violenza di genere in Italia entra a pieno titolo sotto la lente dei diritti umani. Un Rapporto in un centinaio di punti, con un’analisi puntuale degli aspetti economici e sociali e politici che ne sono all’origine. “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne”. E ancora: “Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine a una serie di violenze continuative nel tempo”. Un’analisi serrata su cause e conseguenze di una politica che ancora troppo poco fa per eliminare le disparità di genere.

E una valanga di “raccomandazioni” a cui l’Italia potrà sottrarsi, se vorrà, ma con molta difficoltà: Una legge specifica sulla violenza alle donne. Un struttura governativa che tratti solo la parità e la violenza. Finanziarecase rifugio e centri antiviolenza per mantenere l’esistente e per aprirne di nuove. Ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli che l’Italia avrebbe dovuto a firmare ad aprile.

Prevenzione, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli sono i ritardi dell’Italia. Una violazione dei dritti umani? Di fatto, con regole poco chiare, “consente” di giungere a esplosioni di violenza che, come stiamo vedendo in questi mesi, culminano con l’uccisione di donne per il solo fatto di essere donne, il femminicidio di cui si sta occupando anche l’inchiesta della 27ora.

«Dall’inizio degli anni novanta è diminuito il numero di omicidi di uomini su uomini, mentre il numero di donne uccise da uomini è aumentato», ricorda Rashida Manjoo..

I numeri ormai li conosciamo: una donna su tre – in una età compresa tra i 16 e i 70 – è stata vittima di violenza. il 35% delle vittime non presenta denuncia. 63 le donne uccise da gennaio a giugno di quest’anno. Il 13% aveva chiesto aiuto per stalking.

E’ un vero e proprio richiamo quello che il Consiglio per i diritti umani fa al governo italiano sollecitandolo a mettere il problema della violenza sulle donne all’ordine del giorno della politica nazionale. L’allarme che lancia non lascia dubbi:

«La violenza contro le donne rimane un problema significativo in Italia»

 

Affrontarlo è un «obbligo internazionale». Non a parole. Con leggi e con azioni reali. L’autorevole voce di Rashida Manjoo (ex commissario parlamentare della Commissione sulla parità di genere in Sud Africa, docente Dipartimento di Diritto Pubblico dell’Università di Città del Capo, che ha progettato sistemi e contenuto per affrontare le differenze razziali, oltre che aver insegnato diritti umani ad Harvard) chiede che l’Italia si impegni

«a eliminare gli atteggiamentistereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro».

Anche per l’Onu non è sufficiente che le donne restino le “centrocampiste del welfare”, come le definiva Dario Di Vico in un articolo in cui si sottolineava la fatica a conciliare lavoro e famiglia con il carico di lavoro casalingo per il 77% sulle spalle.

«Le donne trasportano un pesante fardello in termini di cura delle famiglie, mentre il contributo degli uomini è tra i più bassi nel mondo», sottolinea il Rapporto. Storie e dati portati a galla di volta in volta da cronache e statistiche, nel Rapporto di Rashida Manjoo mette in relazione l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime. Il quadro che disegna è desolante. «In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine», dice, «persiste la percezione che le risposte dello stato non siano appropriate e sufficienti».

Ed è all’economia che fa appello come strumento di prevenzione. Rimuovere gli ostacoli che incidono sull’occupazione femminile, quelli che permettono la disparità retributiva. E rafforzare il sistema di previdenza sociale per superare i limiti all’integrazione delle donne nel mercato del lavoro. «La situazione economica e politica in Italia non giustifica la mancanza di attenzione e la diminuzione delle risorse per combattere la violenza contro le donne», dice la rappresentante speciale, «particolarmente oggi in un contesto in cui il numero di violenze fondate sul genere sta aumentando».

Le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero, riconosce Rashida Manjoo. Non sono, però, sufficienti. Dipendenza economica, inchieste malfatte, un sistema di istituzioni e regole frammentato, lungaggine dei processi e inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci.

«Siamo seriamente preoccupati dalla sottostima del Governo italiano circa gli obblighi internazionali a proteggere le donne sopravvissute alla violenza nelle relazioni di intimità e di prevenire i femminicidi esito di questa violenza», è parte dell’intervento di Barbara Spinelli. «Come notato dal Comitato CEDAW, in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”», diceBarbara Spinelli, e «“l’alto numero di donne uccise dai propri partner o ex partner (femminicidi) può indicare il fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei propri partner o ex partner».

Ritardi dell’Italia che «Contribuiscono al silenzio delle vittime», dice il Rapporto. E a lasciare che il fenomeno resti invisibile. D’altronde il “diritto” degli uomini a picchiare le donne non è arcaico. È storia dei nostri nonni. Ce ne siamo dimenticate, la legge che lo ha abrogato è solo degli anni Settanta. Trentanni fa a un marito, un padre era consentito picchiare in quanto mezzo per “correggere” il comportamento delle donne, ricorda Ileana Aesso nel Quinto Stato: Storia di donne, legi e conquiste. Dalla tutela alla democrazia paritaria. Glielo riconosceva il codice penale e civile a patto che non ne abusasse. Ma il limite poche volte era stato chiarito lasciando nel dna della società e della cultura italiana l’abuso delle botte e la “disattenzione” ai diritti delle donne.

Creare una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente la questione della parità e la violenza è la prima raccomandazione che Rashida Manjoo rivolge al governo italiano a cui la rappresentante non fa sconti. Un ministero specifico e non una seconda “carica” come quella attribuita a Elsa Fornero, più concentrata sul Ministero del Lavoro che sulle Pari Opportunità. Al governo Monti, il cui obiettivo principale «è concentrarsi sulle riforme strutturali, economiche e del mercato del lavoro, per affrontare la crisi economica nazionale», l’Onu “raccomanda” di «intervenire sulle cause strutturali della disuguaglianza di genere e della discriminazione». E di intervenire sulla violenza identificandola per esempio nella sua reale entità, riunendo i codici civile e penale, formando i giudici per rafforzare le loro competenze,  sostenendo economicamente i centri antiviolenza.

Quella che Manjoo elenca è una lunga serie di “raccomandazioni” che dovrebbero illuminare politiche più attente. « Dovrebbero spingere il governo ad attivarsi al più presto», dice Simona Lanzoni di Pangea. «L’insieme delle raccomandazioni offre un buon impianto al governo per sviluppare una politica reattiva. Tra le più urgenti affinché si riconosca il reale peso e si facciano leggi di conseguenza c’è la raccolta omogenea dei dati. Vitali come l’invito a ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli. Avrebbe dovuto essere firmata ad aprile. Ma il governo è silente». Ci sarebbero tutti i pilastri perché le istituzioni insieme alla società civile rielaborassero il Piano nazionale contro la violenza che deve essere fatto entro il 2013. «Non considerare queste urgenze, che ora sono sostenute anche dall’Onu, significa diminuire lo sviluppo del paese». Finché non si considera la violenza sulle donne un costo economico che erode il pil e l’economia, oltre che le’equilibrio della socità, sostiene Simona Lanzoni, l’Italia riuscirà a garantire i diritti solo a metà.

Difficile per una donna che ha subito maltrattamenti in casa tornare al lavoro il giorno dopo. La vergogna di mostrare i segni. Come potrà procurarsi un certificato medico? E quanto tempo impiegherà a tornare ad avere un redito? Come non farla sparire nell’economia sommersa? Anche a questedomande risponde il lungo rapporto, risultato di una missione conoscitiva di Rashida Manjoo, la prima del genere in Italia, durante la quale ha incontrato la corte di Cassazione, rappresentanti dei Tribunali, della polizia di Stato e del corpo dei Carabinieri, visitando pronto soccorso, centri antiviolenza e case rifugio. Oltre ad aver raccolto le testimonianze di donne vittime di violenza e di esponenti di associazioni che sulla dignità, la violenza e il femminicidio lavorano.

«Per la prima volta è stato presentato alle Nazioni Unite un rapporto tematico sul femminicidio, o meglio sugli omicidi basati sul genere, femmicidi e femminicidi», dice Barbara Spinelli. «Si tratta di un evento epocale, che costringe i Governi di tutto il mondo a confrontarsi con la propria responsabilità per quello che Amartya Sen ha definito “il genocidio nascosto”. Nel Rapportola Relatrice Speciale afferma che culturalmente e socialmente occultate, queste diverse manifestazioni degli omicidi basati sul genere continuano a essere accettate, tollerate o giustificate, e l’impunità èla regola. Con riguardo agli omicidi basati sul genere, è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne». Il Rapporto contiene anche dati sul femminicidio in Italia e in Europa. «Sono estremamente onorata di aver contribuito, unica europea, ai lavori che hanno portato allastesura di questo Rapporto», concludeBarbara Spinelli rilanciando l’attivismo delle associazioni. Per loro e per la società civile, il Rapporto rafforza idee e azioni.  Non si conoscono ancora le reazioni del governo.

La piazza non è il salotto, al bando i gesti "cafoni"

La Stampa

 

La Cassazione mette al bando certi atteggiamenti un po' cafoni degli italiani, specie se i gesti «sboccati» si verificano in una piazza o in una via pubblica, provocando un danno, non voluto, a qualcuno. La «pubblica via non è il salotto di casa», afferma la Suprema Corte (sentenza 24993/12): «di essa ciascuno ha il diritto di godere ma anche il dovere di lasciare godere alla generalità dei cittadini e dunque di rapportare il proprio comportamento al rispetto dei diritti altrui».

 

Il caso

 

Una signora ultraottantenne denuncia un ventottenne che l’ aveva colpita all’occhio destro, del tutto inavvertitamente, mentre su un marciapiede della centralissima piazza del paese stava parlando con tre amici gesticolando ampiamente a braccia aperte. Un atteggiamento «scomposto» che ha indotto l’anziana signora a denunciare il giovane per lesioni colpose consistenti in un edema palpebrale marcato (prognosi di otto giorni). Non è arrivata la condanna penale richiesta, ma è stato riconosciuto un risarcimento danni. I giudici hanno dato ragione alla signora secondo la quale il giovane, per il contesto in cui si trovava (il marciapiedi della piazza) «avrebbe dovuto evitare gesti scomposti».

Se il Tribunale lo aveva assolto «perchè il fatto non costituisce reato» perchè i gesti un po' scomposti mentre si chiacchiera sono «abitudine comune», la Cassazione ha messo uno stop all’atteggiarsi "cafonal": «non è la generalizzata diffusione dei comportamenti a rendere lecita una condotta, essendo in ogni caso primario, nell’agire dell’uomo, il rispetto del "neminem laedere"». La «pubblica via non è il salotto di casa» per cui «l’abitudine di accompagnare con i gesti una conversazione, di per sè certamente lecita, perde il carattere di liceità nel momento in cui essa, per le modalità che caratterizzano la gestualità e per il contesto in cui essa si manifesta, rappresenti una violazione delle ordinarie regole di prudenza e di diligenza che, comunque ed in ogni caso, devono accompagnare qualsiasi comportamento umano». Perciò, se gli atteggiamenti sboccati in pubblico provocano un danno a qualcuno, è giusto risarcirli «a titolo di colpa»

L'ex sindaco spendaccione chiamato a tagliare i costi di Palazzo Madama

La Stampa

Cammarata da Palermo all'incarico in Senato


Cammarata si era dimesso dalla carica di sindaco dopo il dissesto finanziario delle aziende municipalizzate del capoluogo siciliano

 

LAURA ANELLO
palermo

Qualcuno a Palermo l’ha presa come una battuta: «Cammarata? Sarà un omonimo». E invece no, è proprio lui, l’ex sindaco costretto a dimettersi a gennaio scorso sotto il peso di un’amministrazione sull’orlo del fallimento. Trascinata verso il rosso dal disastro delle aziende controllate dal Comune: dai rifiuti alle manutenzioni. E che ti fa, invece, Cammarata? Viene nominato consulente del Senato. E consulente per che cosa? Per i tagli alla spesa degli enti locali. Abbastanza per scatenare sul web l’indignazione e l’ironia di centinaia di cittadini. Lui, l’ex sindaco, non fa una piega: «Nessun dissesto finanziario e nessun commissariamento riguardano la mia gestione. La verità è che siamo alle solite: siccome di me non si può dire che sono un corrotto o un mafioso ci si aggrappa a cose ridicole».

E’ un fatto però che l’Amia, l’azienda rifiuti che era il gioiellino di famiglia dell’ex sindaco Leoluca Orlando - appena rieletto - aspetta a giorni la pronuncia dei giudici sul suo fallimento dopo avere inghiottito in dieci anni 850 milioni. Che la Gesip, carrozzone di precari, abbia finito i soldi dell’ennesima proroga e non sappia più come foraggiarsi. Che il commissario straordinario nominato dopo le dimissioni di Cammarata abbia dovuto varare un bilancio lacrime e sangue che, a cinque giorni dalla scadenza di legge, il Consiglio non osa approvare. Che alle ultime elezioni nel centrodestra c’era la gara a prendere le distanze da un’amministrazione uscente (quella con più personale d’Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti) che per stare a galla era stata costretta a utilizzare pure i soldi del fondo di riserva, quelli per le calamità naturali.

Eppure adesso è nientemeno che Palazzo Madama a volersi avvalere delle collaborazione di Cammarata e proprio per i tagli agli enti locali, sotto l’ombrello dell’unico amico politico che è rimasto all’ex primo cittadino (il presidente del Senato Renato Schifani) e a fianco del deputato questore Angelo Maria Cicolani, eletto nel Lazio. Al quale, poveretto, tocca pure la parte in commedia più difficile, quella di fare da scudo alla seconda carica dello Stato. «Il presidente Schifani – dice – è totalmente estraneo alla vicenda. Tirarlo in ballo è pertanto strumentale e fuori luogo. L’ex sindaco di Palermo fa parte esclusivamente della mia segreteria. Ho voluto utilizzare nell’ufficio di Questura le conoscenze giuridiche e amministrative dell’avvocato Cammarata, che conosco e apprezzo da moltissimi anni».

Ma le bordate arrivano. A tirarle, è il senatore di Italia dei Valori, Fabio Giambrone, strettissimo collaboratore di Orlando. «Può un ex sindaco commissariato per aver portato al dissesto finanziario la sua città essere chiamato come consulente al Senato per un disegno di legge sui tagli di spesa negli enti locali?», chiede prima di rivolgere un appello a Schifani. «Revochi immediatamente l’incarico a Cammarata se non vuole che mezza Italia gli rida dietro e l’altra mezza si indigni ulteriormente». Lui, il protagonista delle polemiche, rende la pariglia: «Precisiamo intanto che non ho nessuna consulenza da parte del Senato ma sono distaccato sulla base di una norma che, penso, Giambrone dovrebbe ben conoscere perché è la stessa che ha consentito il suo distacco da dipendente delle Poste al Comune di Palermo».
E così Cammarata svela il percorso che l’ha portato al Senato. Un distacco dal ministero della Pubblica istruzione dovuto al suo ruolo di docente negli istituti medi e superiori ottenuto dopo un concorso pubblico fatto in gioventù. Ma lo stipendio di professore, per uno che ha fatto il sindaco, che è stato condannato a pagare dalla Corte dei Conti 200 mila euro di risarcimento per la nomina illegittima di consulenti, e che ha quattro inchieste giudiziarie sulle spalle, non è proprio lauto. Lo studio di avvocato ormai è chiuso. Il futuro politico incerto. Così ecco lo strapuntino a Palazzo Madama, con un rimborso spese di mille euro al mese. Meglio che niente.

Facebook ti cambia la mail ma senza avvisare

La Stampa

 

Il social network nasconde il vostro vecchio indirizzo, al suo posto @facebook.com. La Rete si infuria

ALICE CASTAGNERI

 

Facebook ha fatto una bella sorpresa ai suoi 900 milioni di seguaci.  Ma, non tutti l'hanno gradita. In effetti l'ultima novità proposta dal social network è arrivata online come una doccia fredda. Se non avete più controllato le informazioni personali sul profilo è venuta l'ora di farlo. Scoprirete che, il vostro sito preferito, vi ha cambiato la mail. Dunque non troverete più l'indirizzo che avevate postato, ma uno interno a Fb: ovvero il vostro nome utente più @facebook.com.


E non è finita qui.  Zuckerberg , infatti, ha reso pubblico il nuovo link. Così chiunque potrà essere contatto in questo modo. Sempre che sia a conoscenza del cambiamento. La mossa "segreta", però, non ha incontrato il consenso del pubblico social.  Alcuni in Rete si sono lamentati di "poca trasparenza nella comunicazione". Altri, invece, si sono domandati se fosse proprio necessario avere un'altra mail. La realtà è che Facebook non ha spiegato accuratamente la " piccola modifica" ai suoi iscritti. Sperava potesse passare inosservata? Di certo no. In effetti l'azienda ha detto di aver informato tutti con un messaggio. Peccato che la  notifica sia giunta sulle pagine personali ormai a cose fatte.


E la vecchia mail? Niente paura. E' stata solo nascosta. Ma anche stavolta non c'è stata nessuna spiegazione. Però, chi vuole recuperarla può farlo. Basta andare sulle preferenze e decidere quale indirizzo mostrare agli altri. L'azienda comunque, dopo la pioggia di critiche, si è difesa sostenendo di aver agito nell'interesse degli iscritti. Così infatti privacy e sicurezza  sono al sicuro. Perché, secondo Fb, è meglio diffondere una mail generica rispetto ad una personale. E il web s'interroga:  non è meglio essere avvisati dei cambiamenti, invece di scoprirli una volta fatti?

Adinolfi, interrogazione ispirata da Facebook sulle srl a un euro

Il Messaggero

di Ettore Colombo

 

ROMA - Non serve attendere che l’esercito dei deputati "a Cinque Stelle", capitanati dal re del web, Beppe Grillo, sbarchi in Parlamento. Il deputato-blogger c’è già: si chiama Mario Adinolfi, è entratoalla Camera dei Deputati da poco e solo grazie al fatto che il primo degli eletti nella circoscrizione dove si candidò (nel 2008) per il Pd, Pietro Tidei, è diventato sindaco di Civitavecchia, lasciandogli - dopo qualche, coriacea, resistenza - il posto.

 

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Adinolfi, area "rottamatori" e fan di Matteo Renzi, è molto poco innamorato del Pd di Bersani (cordialmente contraccambiato) ma è un fan della Rete. E di grande successo. Ha un blog, posta in continuazione video su You Tube, gode di 5.582 amici su Facebook e di oltre 47.000 follower su Twitter. Insomma, è un vero re dei social network.

«La differenza tra un blogger-deputato e un deputato semplice
- spiega orgoglioso - sta nel fatto che il web è concretamente al fianco dell’attività parlamentare. La mia prima interpellanza me l’hanno suggerita via Facebook». Infatti, dopo una prima settimana di "ambientazione" nei corridoi del Palazzo e un primo "incidente" che solo a lui poteva capitare (il neodeputato è notoriamente oversize: così, mentre il presidente dell’Assemblea Gianfranco Fini si avvicinava per salutarlo, gli si è rotto l’elastico dei pantaloni in piena Aula di Montecitorio, lasciando Fini e i suoi colleghi di stucco), Adinolfi ieri ha presentato un’interrogazione parlamentare sulle srl (società a responsabilità limitata semplificata) a un euro, interrogazione che ha rivolto al ministro della Giustizia Paola Severino. Il governo, infatti, le aveva annunciate, e ben sei mesi fa, per aiutare centinaia di giovani ad aprire nuove società senza costi aggiuntivi. Dall’annuncio in poi, però, più nulla.


Alcuni ragazzi via Facebook hanno chiesto lumi (e sostegno) ad Adinolfi, che non c’ha pensato un momento. «Le srl a un euro sono state annunciate sei mesi fa e non ancora rese operative - recita l’interrogazione del deputato- blogger -. Chiedo al ministro Severino in quali tempi intenda emanare l’atto che ancora serve per rendere operative queste società particolarmente attese dai giovani per via della genesi semplificata e meno onerosa».

«Del resto - racconta Adinolfi - Arturo Iannucci e altri ragazzi come lui mi hanno spiegato, via Facebook e Twitter, che sono pronti a partire da marzo con delle idee, ma mancano i decreti attuativi del ministero. Molti giovani come loro attendono solo quelli per far partire i loro progetti imprenditoriali!». In attesa della risposta del ministro, Adinolfi ricorda a tutti i suoi fan e sostenitori sui social network di aver aperto un "diario" della sua attività parlamentare. E’ vero che la democrazia diretta via Internet, tanto cara a Grillo, non esiste ancora, «i parlamentari - spiega lui - devono rendere conto in Rete del loro operato». Si attendono commenti. In Rete, ovvio.

Lunedì 25 Giugno 2012 - 18:56
Ultimo aggiornamento: 22:54

Leonardo malato grave chissà se lo rivedremo

la Stampa

 

L'Istituto Centrale per il Restauro annuncia oggi le misure per salvare l'Autoritratto. Verso il divieto di esporlo ancora

 

Il trasferimento dell'Autoritratto di Leonardo da Vinci, lo scorso autunno, per la mostra alla Reggia di Venaria Reale, rimasta aperta dal 17 novembre 2011 al 29 gennaio di quest'anno. Il disegno è conservato alla Biblioteca Reale di Torino

 

FLAVIA AMABILE

roma

 

E’ arrivato il giorno della verità per l’Autoritratto dei misteri, il capolavoro di Leonardo da Vinci da tempo gravemente malato. Oggi l’Istituto Centrale per il Restauro darà in una conferenza stampa il verdetto finale sul futuro di una delle opere più amate e conosciute al mondo, il volto di un uomo ormai anziano dalla barba bianca e fluente entrato così tanto nella nostra cultura da essere stato caricato a bordo del Curiosity della Nasa per rappresentarci nel volo verso Marte. La conferenza stampa ha un titolo del tutto privo di enfasi, «Diagnostica, conservazione e tutela. I disegni di Leonardo». In realtà sarà il momento in cui si farà il punto sulle analisi eseguite sul disegno e sugli interventi da realizzare per evitare che si perda più di quanto già non si sia perso.


C’è il massimo riserbo, gli esperti diranno soltanto oggi che cosa accadrà. Le ipotesi sono diverse, a questo punto. La prima è la più negativa e anche la più probabile, vale a dire il divieto di esporre di nuovo al pubblico l’Autoritratto per un numero tale di anni da far considerare quelli che hanno potuto vederlo nei due mesi di esposizione alla Reggia di Venaria Reale una specie fortunata e ristretta, destinata a non veder ripetere il miracolo per evitare l’accelerazione di un processo di degrado che sembra inarrestabile. La seconda ipotesi prevede una soluzione in extremis per accontentare il desiderio del mondo intero di vederlo di nuovo esposto e per permettere alla Biblioteca Reale di Torino dove è custodito di organizzare ancora brevi e superprotetti eventi a cui il direttore regionale per i Beni culturali del Piemonte, Mario Turetta, non ha mai fatto mistero di tenere. Senza mai muoversi da Torino, però, perché l’Autoritratto non può sopportare ulteriori spostamenti dopo il viaggio all’Istituto Centrale per il Restauro di Roma per farsi esaminare.


Questa seconda ipotesi tuttavia annovera molti contrari fra gli esperti che hanno avuto modo di vedere il male nascosto sotto il volto del genio rinascimentale. Non a caso, dalle parole usate dai tecnici sembra scomparso il «restauro» per accontentarsi di una meno invasiva «pulitura», unico intervento possibile probabilmente nelle condizioni in cui si trova l’opera. La diagnosi realizzata dall’Istituto Centrale per il Restauro non permette dubbi: «L’opera risulta essere gravemente malata», si era detto già a marzo. Il capolavoro di Leonardo presenta, infatti, «diffuse macchie di foxing, che rappresentano la principale ipoteca sulla sua conservazione. Sono state proprio queste ossidazioni chimico-biologiche dalla caratteristica pigmentazione bruno-rossastra o bruno-giallastra a provocare la corrosione delle fibre di cellulosa e un conseguente indebolimento del supporto. Attraverso la spettrometria da fluorescenza X sono stati, invece, riscontrati particolari segni di colature; mentre le analisi biologiche hanno evidenziato la presenza di spore di muffe probabilmente antiche e di deiezioni di insetti».


Insomma è come se sul volto di Leonardo fosse apparso il morbillo, si cercherà di evitare che le macchie si allarghino troppo, distruggendo i tratti del disegno, e di rendere più solida la base, il foglio di carta realizzato con un misto di fibre di canapa e lino e alcuni frammenti di lana colorata, come è stato scoperto a marzo dai tecnici dell’Istituto. Difficilmente si potrà fare di più. Difficilmente potrebbe reggere un vero e proprio restauro. Eppure è una delle opere meno viste al mondo. Non sono stati di certo i due mesi di esposizione straordinaria alla Reggia della Venaria Reale a provocare i danni che lo rendono «gravemente malato». I problemi dell’opera risalgono a molto tempo prima.


Il ritratto si trova a Torino perché era stato acquistato dal re Carlo Alberto nel 1839, entrando a far parte della collezione della Biblioteca Reale dove ancora adesso si trova. Era conservato abbastanza bene, finché intorno al 1929 il direttore si ammalò e la Biblioteca rimase nelle mani di un impiegato piuttosto incompetente e spesso assente. La Biblioteca si trasformò in una sorta di salotto, si pensò di togliere dalla raccolta i migliori disegni, di incorniciarli (di nero!) e appenderli alle pareti. Fu così che il povero Autoritratto di Leonardo finì esposto ai potenti raggi del sole, che soprattutto di primo mattino entravano dalla finestra di fronte - come emerge dal racconto di Mario Zucchi, in quei tempi vice bibliotecario.
Oggi sapremo quanto ci costerà quell’errore.

La grande famiglia dei dipendenti Siae Quattro su dieci legati da «parentela»

Corriere della sera

 

Stipendio di 64 mila euro e benefit: bonus lavanderia e di penna. Eppure ci sono 189 cause di lavoro

 

Il commissario della Siae, Gianluigi Rondi, 90 anni (LaPresse)

ROMA - Per far sentire i propri dipendenti come in famiglia la Siae non ha rivali: pensa anche al bucato. Chi va in missione può far lavare e stirare camicie e mutande a spese dell'azienda. Dieci euro e 91 centesimi vale la speciale «indennità lavanderia» quotidiana che scatta in busta paga dopo il quarto giorno passato fuori sede.

Quanti lo ritengono un privilegio anacronistico non sanno che la Società degli autori ed editori è anche tecnicamente un gruppo familiare. Al 42 per cento. Nel senso che ben 527 dei 1.257 assunti a tempo indeterminato (il 42 per cento del totale, appunto) vantano legami di famiglia o di conoscenza. Ci sono figli, nipoti, mariti e mogli di dipendenti ed ex dipendenti. Ma anche congiunti di mandatari (cioè gli esattori dei diritti) di sindacalisti e perfino di soci. E poi rampolli di compositori e parolieri, perfino delle guardie incaricate della vigilanza nella sede centrale.

La lista è sterminata, con intrecci che attraversano ogni categoria. Dei 559 entrati alla Siae durante gli anni per chiamata diretta, ben 268 sono parenti. Idem 57 dei 128 reclutati tramite il collocamento obbligatorio. E 55 dei 154 che hanno superato le selezioni speciali. Ma perfino 147 dei 416 assunti per concorso hanno rapporti di parentela.

I nomi dicono poco o nulla. Ciò che importa è che in questo clan familiare gigantesco finora tutto sia filato liscio, senza bisogno di mettere nulla per iscritto. Ecco spiegato perché alla Siae non esiste nemmeno un contratto di lavoro vero e proprio. I rapporti fra l'azienda e i dipendenti, come hanno toccato con mano il commissario Gian Luigi Rondi, i suoi due vice Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino, nonché i loro collaboratori, sono regolati da micro accordi che hanno determinato condizioni senza alcun paragone in realtà aziendali di questo Paese. Cominciando dallo stipendio: 64 mila euro in media per i dipendenti e 158 mila per i dirigenti. Con un sistema di automatismi che fa lievitare le buste paga a ritmi biennali fra il 7,5 e l'8,5 per cento. Per non parlare della giungla dei benefit che prevede, oltre alla già citata indennità per il bucato, quella che in Siae viene chiamata in modo stravagante «indennità di penna».

Altro non è che una somma mensile, da un minimo di 53 a un massimo di 159 euro, riconosciuta a tutto il personale per il passaggio dalla «penna» al computer. C'è poi il «premio di operosità», la gratifica per l'Epifania, tre giorni di franchigia per malattia senza obbligo di certificato medico, 36 giorni di ferie... Le conseguenze? Sono nelle cifre delle perdite operative accusate dalla Siae negli ultimi anni: 21,4 milioni nel 2006, 34,6 nel 2007, 20,1 nel 2008, 20,9 nel 2009, 27,2 nel 2010. Cifre cui dà il suo piccolo contributo anche il costo del contenzioso. Perché si litiga anche nelle migliori famiglie. Nonostante condizioni di favore che non hanno eguali nel panorama degli enti pubblici o parapubblici, negli ultimi cinque anni i dipendenti della Siae hanno attivato 189 cause di lavoro. Con un costo medio per l'azienda di un milione 469 mila euro l'anno.

Insomma, un bagno di sangue. Del quale ancora non si vede la fine. I commissari hanno tagliato 2,8 milioni di spese generali e un milione e mezzo di costi della dirigenza, sperando poi di risparmiarne altri 3 rivedendo gli accordi con i mandatari: un groviglio di 605 agenzie disseminate irrazionalmente sul territorio con dimensioni medie ridicole, se si pensa che il ricavo medio di ciascuna è di 128 mila euro l'anno. Ma il vero problema è quello del personale, perché finora tutti tentativi di normalizzare la situazione applicando un qualsiasi contratto di lavoro sono miseramente naufragati nella melma di uno stato d'agitazione proclamato dai sindacati interni.

La questione fa il paio con la vicenda del Fondo pensioni, istituito nel 1951, che deve provvedere al pagamento degli assegni di quiescenza del personale ed è una delle cause principali del dissesto che ha portato un anno fa al commissariamento. Ha un patrimonio interamente investito in immobili, con un valore di mercato di 205 milioni. Ma che non rende praticamente nulla. Tanto che finora, per riuscire a pagare le pensioni, la Siae ha dovuto mettere costantemente mano al portafoglio, aggravando non poco il proprio conto economico. Basta dire che il Fondo ha assorbito 130 milioni di contributi aziendali, con la previsione di ingoiarne altri 60 nei prossimi dieci anni.

Nel tentativo di rimetterlo in sesto, e anche in conseguenza delle nuove regole sugli investimenti degli enti previdenziali, sono stati istituiti due fondi immobiliari. Il che ha scombinato i piani di vendita di alcuni stabili di proprietà della Siae a condizioni favorevolissime: minimo anticipo e dilazioni di pagamento quarantennali. Parliamo degli immobili a destinazione residenziale occupati fra l'altro dai dipendenti della Società degli autori ed editori. Che hanno una caratteristica comune: su 37 affittuari, 34 sono sindacalisti. Fra di loro figura anche il contabile dello stesso Fondo pensioni. Si tratta di Roberto Belli, responsabile della Slc-Cgil nonché fratello di una dipendente attualmente in servizio e di una ex dipendente Siae (rispettivamente Antonella e Patrizia Belli), destinatario di una recentissima e sorprendente contestazione disciplinare. Il 13 giugno la direzione generale gli ha spedito una lettera dove si dice che una verifica condotta dalla Ria&partners, la società di revisione del bilancio del Fondo, ha fatto saltare fuori alcuni bonifici per un totale di 30 mila euro che insieme ad alcuni assegni e versamenti, c'è scritto, «non risultano autorizzati e non trovano riscontro nelle registrazioni contabili». Denaro, dicono i documenti bancari, trasferito dal conto Bancoposta del Fondo stesso ai conti correnti bancari personali di Belli e della sua compagna. Inevitabile, adesso, la richiesta di spiegazioni convincenti.

 

Sergio Rizzo

26 giugno 2012 | 8:23

L’addio al Minitel, «Internet in un Paese solo»

Corriere della sera

 

PARIGI – In epoca di tablet e wifi ci sono ancora in Francia oltre 800 mila scatole marroni collegate alle linea telefonica, ma da sabato 30 giugno saranno inutilizzabili: il servizio Minitel viene definitivamente chiuso, la via autarchica francese alla rete è completamente abbandonata. Negli ultimi anni l’addio al Minitel è stato annunciato più volte, ma non pochi francesi erano rimasti fedeli a un servizio famigliare e ormai completamente anacronistico. Sperimentato per la prima volta in Bretagna nel 1980 sotto l’impulso dell’allora presidente della Repubblica Valéry Giscard d’Estaing, il Minitel è arrivato a essere utilizzato nel 2000 da 25 milioni di persone (su 55 milioni di abitanti), con nove milioni di terminali installati nelle case francesi. Nel video qui sotto, il telegiornale d’epoca che presenta ai francesi il Minitel: «L’elenco telefonico di carta ha probabilmente fatto il suo tempo: domani viene inaugurato il Minitel».

Da pagine gialle su scala nazionale il Minitel è diventato uno strumento molto usato per consultare orari di treni e aerei o ricette di cucina, ma la grande diffusione e popolarità ha finito per averla – proprio come Internet – anche grazie al sesso.

 

Una pubblicità della «messaggeria rosa» 3615 Ulla

 

Le «Messaggerie rosa» 3615 Ulla o 3615 Aline sono diventate negli anni Novanta parte – come minimo – del paesaggio urbano francese, con le pubblicità affisse per strada o pubblicate nei giornali. Xavier Niel, attuale patron dell’operatore telefonico Free e proprietario – con Pierre Bergé e Matthieu Pigasse – di Le Monde, ha fondato il suo impero con i proventi dei servizi a luci rosse del Minitel. E Claude Perdriel, storico fondatore del newsmagazine di sinistra Le Nouvel Observateur, tra gli anni Ottanta e Novanta ha potuto rafforzare il suo gruppo editoriale con i soldi fatti grazie alle messaggerie rosa.

 

 

Che cosa resta oggi di questo rudimentale «Internet in un Paese solo»? Non poco, secondo Valérie Schafer e Benjamin G. Thierry, autori del saggio «Le Minitel, l’énfance numérique de la France»: «L’economia telematica francese si fonda tuttora sull’idea, sperimentata dal Minitel, di un terminale sovvenzionato dall’operatore (allora il Minitel, oggi per esempio l’iPhone o l’iPad), servizi messi a disposizione del cliente, e un sistema di redistribuzione dei ricavi che vanno in parte ai fornitori dell’informazione e in parte all’operatore». Simbolo della passione francese per la tecnologia negli anni Ottanta e Novanta, diventato poi fattore di ritardo e arretratezza nella diffusione di Internet, il Minitel finisce al macero. Una fabbrica di Tolosa si sta già occupando di distruggere e riciclare tonnellate di plastica beige.

 

Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori

Osama Bin Grillo?

di Francesco Maria Del Vigo - 25 giugno 2012, 14:08

Grillo, intervistato da un giornale israeliano, le spara grosse: "In Iran? Si sta bene". Poi cita il suocero iraniano: "Mi ha detto che in Occidente traducevano male i discorsi di Bin Laden". E attacca la stampa italiana: "Non scrivono, cagano"


Il fisico del ruolo, Beppe Grillo, ce l'ha già. La chioma grigia, la barba incolta e lo sguardo (volutamente) luciferino e ieratico. Quella fissità tipica del santone.

Beppe Grillo
Beppe Grillo

Non per niente in molti, noi comrpesi, hanno iniziato a dargli del guru. Ci mancavano solo le dichiarazioni per trasformarlo in un profeta antiamericano. Ora ci sono anche quelle. E c'è già chi (Dagospia) lo appella come un ayatollah. Partiamo dal principio.
Il nonpiùcomico odia i contraddittori e le interviste. Lui, che si spaccia per l'alfiere della comunicazione orizzontale, dell'iperdemocrazia e del web, ama concionare senza dare diritto di replica. Ama dire che il suo motto è uno vale uno, ma quello che gli calza meglio è il famoso epiteto del marchese del Grillo: "Mi dispiace, ma io so' io e voi non siete un cazzo!". Bene, quanto odia i giornalisti italiani, ama quelli stranieri. Non per niente a Garbagnate Milanese, poco prima di salire sul palco e lanciare la sua fatwa contro i candidati a Cinque Stelle che avessero osato offrirsi ai media, si è era imboscato per un paio d'ore con una troupe della Cnn. In patria ha concesso solo due interviste: ha risposto alle domande di Gian Antonio Stella per Sette e ha fatto le fusa davanti alle lusinghe di Marco Travaglio.
Questa volta il nonpiùcomico si è concesso, bontà sua, a Yedioth Ahronot, il più diffuso quotidiano israeliano. E ha combinato un casino planetario. Approssimazione, pregiudizi e castronerie. Quando Grillo si spinge oltre Genova Nervi fa più danni della grandine. Grillo, che si vanta di interpellare premi Nobel anche per annaffiare il giardino, per parlare di Medioriente va direttamente nel tinello e fa riferimento a suo suocero, il padre di Parvin Tadjk, la donna iraniana che Grillo ha impalmato nel 1996.
'I massacri in Siria? "Ci sono cose che non possiamo capire. Non sappiamo se sia una vera guerra civile o si tratti d'agenti infiltrati nel Paese". L'Iran di Ahmadinejad? "Un giorno ho visto impiccare una persona, su una piazza di Isfahan. Ero lì. Mi son chiesto: cos'è questa barbarie? Ma poi ho pensato agli Usa. Anche loro hanno la pena di morte: hanno messo uno a dieta, prima d'ucciderlo, perché la testa non si staccasse. E allora: che cos'è più barbaro?". E i diritti delle donne? "Mia moglie è iraniana. Ho scoperto che la donna, in Iran, è al centro della famiglia. Le nostre paure nascono da cose che non conosciamo". E' quanto riporta il Corriere della Sera citando l'intervista rilasciata al quotidiano israeliano.

Il Beppe Grillo geopolitico è inedito. Passa "dal cugino che costruisce autostrade e dice che loro non sono preoccupati" perché economciamente l'Iran va bene, al suocero che gli racconta che i discorsi di Bin Laden venivano tradotti male. E' un Grillo a "deduzione" familiare quello che racconta l'Arabia Felix vissuta attraverso le esperienze del suo parentado. Poi passa all'attacco di Israele: "Tutto quel che in Europa sappiamo su Israele e Palestina, è filtrato da un'agenzia internazionale che si chiama Memri. E dietro Memri c'è un ex agente del Mossad. Ho le prove: Ken Livingstone, l'ex sindaco di Londra, ha usato testi arabi con traduzioni indipendenti. Scoprendo una realtà mistificata, completamente diversa".
Il giudizio di Menachem Gantz, il giornalista israeliano che ha raccolto l'intervista, è molto severo: "Se un giorno Grillo farà parte del governo italiano, il suocero avrà un ruolo fondamentale nella politica estera. È confuso, prigioniero di pregiudizi: le sue idee su Israele si possono capire dai suoi show e dal suo blog". In mattinata, forse stupito dalla eco che le sue dichiarazioni hanno avuto sulla stampa italiana, torna all'attacco dei giornalisti: "Il loro obiettivo è non informare. È come stare sotto un bombardamento dove dal cielo piove merda. Invece di scrivere, cagano". Se lo dice lui...

Qui, dove tutto sta (sempre) per accadere In mostra scatti sospesi sull'Havana

Corrieredel Mezzogiorno

 

A Largo Baracche fotografie di Nicolas Pascarel, Olivier Leger, Luis Pinto raccontano Cuba nel 2011

 

Tramonti catturati in un'isola straordinaria, magica ma «al tramonto» appunto, come il mondo che rappresenta. «Antes de la noche | Havana» è il titolo della mostra fotografica che s'inaugura giovedì 28 giugno alle 19 a Largo Baracche (Quartieri Spagnoli, Napoli).

 

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LE STORIE - C'è quella di Gilberto che «in una piccola casa del centro, Gilberto continua da anni a far suonare vecchi dischi con incisa la sua voce. Ottantenne e malato, spera ancora che il successo di quand’era giovane torni a bussare alla sua porta. Contemporaneamente, in una delle tante palestre della capitale, un gruppo di pugili adolescenti si allena tra le foto sbiadite dei campioni nazionali e l’onnipresente volto di Fidel. Prendono a pugni il presente e a forza di pugni sognano di guadagnarsi un futuro migliore, dai contorni ancora ignoti. Intanto il Malecón persiste immutabile, lungomare di cemento contro cui l’onda s’infrange come il cambiamento sul muro della rivoluzione. Ma fino a quando?».

LA MOSTRA - In una nota Marco Lista scrive: «Sarebbe sbagliato ritenere le 47 immagini della mostra fotografica “Antes de la noche” semplicemente un lavoro su l’Havana. Si tratta piuttosto di un lavoro a l’Havana: la differenza è sostanziale. Osservando le foto di Nicolas e dei suoi due colleghi – il portoghese Luís Pinto e il francese Olivier Leger, che hanno lavorato con Pascarel durante uno dei suoi workshop a Cuba con l’agenzia di cui è presidente, Fotoasia (www.fotoasia.org) – ci si accorge subito che la città è più sfondo silenzioso e suggestivo, che vera protagonista delle storie che i tre fotografi hanno raccolto, uno scatto dopo l’altro. Nicolas, tutto questo, lo ha ben chiaro, e cerca di spiegarlo a chi gli chiede perché sia tornato a far foto laggiù, a quindici anni dal primo lavoro».

 

Redazione online25 giugno 2012