giovedì 28 giugno 2012

La fede antiadulterio che marchia il dito

Corriere della sera

Inventata da una società per scoraggiare i fedifraghi


L'anello di TheCheekyL'anello di TheCheeky

MILANO - Qual è la prima cosa che le donne (single o sposate) guardano in un uomo? Le statistiche e i sondaggi dicono: le mani. Certo, osservano se sono curate, la lunghezza delle dita, ma non ultimo se l’anulare sinistro è libero. Stessa cosa accade (con minor frequenza) coi maschi. Sfilarsi la fede e farla sparire nel taschino della giacca quando s’incontra qualcuno al banco del bar, si balla in un club, è spesso una delle prime mosse che fa l’uomo, anche la donna, in cerca di un’avventura. Da un’azienda americana arriva ora una soluzione (non definitiva) per prevenire l’adulterio di mariti e mogli indisciplinati: l’anello che marchia sul dito le parole «I’m married».

SCAPPATELLE FAMOSE - Guardate la sua mano e saprete cosa vi aspetta. Il prezzo della fedeltà è di 550 dollari (442 euro), cioè quanto bisogna spendere per l’anello «Anti-cheating» proposto dall'azienda TheCheeky. La speciale fede nuziale in titanio - pensata per scoraggiare uomini o donne dall’iniziare una relazione extraconiugale - ha la frase in inglese «Io sono sposato(a)» incisa sulla parte interna dell’ingegnoso oggetto. Una volta tolta la fede, sulla pelle dell'anulare resta impresso il segno indelebile di quelle parole, di quel giuramento di fedeltà per tutta la vita. L’azienda si è lasciata ispirare dalle tante cronache che negli ultimi anni hanno raccontato le scappatelle di personaggi famosi: Arnold Schwarzenegger; Tiger Woods; Dominique Strauss-Kahn; John Edwards.

REAZIONI - Certo, l’«impronta» non è bollata con marchio a fuoco, come per il bestiame. Bisogna indossare la fede per un certo periodo perchè la scritta rimanga visibile. Ciononostante, le reazioni su Internet sono numerose, contrastanti: «È uno scherzo, vero?», si legge sul blog BoingBoing. «Se avete bisogno di un anello - o di una marchiatura - per dire che siete sposati, allora non lo siete». La blogosfera, insomma, è decisamente in fermento: «Dico solo: se uno di voi sta prendendo in considerazione questo anello, allora probabilmente dovrebbe riconsiderare anche il matrimonio, punto». Tra i commenti, un altro utente scrive: «Chi lo dovrebbe mai comprare? Il marito, la moglie? È la cosa meno romantica di sempre». E ancora: «Se lui o lei è veramente intenzionato/a a tradire, troverà sempre un modo per farlo». Infine: «Se sei costretto a dargli questo anello, permettigli di tradirti. Tu compratene uno che dice «sono libera».


Elmar Burchia
28 giugno 2012 | 15:21

Benedetto XVI: «Padre Puglisi fu ucciso in odio alla fede: sarà beato»

Corriere della sera

Il papa ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei santi a promulgare il decreto relativo al suo martirio


Don Pino PuglisiDon Pino Puglisi

PALERMO - Sarà beato don Pino Puglisi, il sacerdote palermitano ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Benedetto XVI ha infatti autorizzato la Congregazione per le Cause dei santi a promulgare il decreto relativo al martirio di Puglisi perché ucciso «in odio alla fede». Il riconoscimento del martirio decretato oggi dal papa, indica che la causa di beatificazione, aperta il 15 settembre 1999 dal cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi, si è conclusa positivamente e che presto don Puglisi sarà elevato all'onore degli altari.

LA STORIA - Padre Giuseppe Puglisi meglio conosciuto come Pino, nacque a Palermo, nel quartiere di Brancaccio, fortemente controllato dalla criminalità organizzata, il 15 settembre 1937. Negli stessi luoghi, nei quali prestò il suo infaticabile impegno evangelico e sociale, venne assassinato dalla mafia esattamente 56 anni dopo, davanti al portone di casa, in piazza Anita Garibaldi. Dopo le indagini, mandanti dell'omicidio furono riconosciuti i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano. Quest'ultimo fu condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999, mentre il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, fu condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. La storia di don Puglisi è stata portata sul grande schermo da Luca Zingaretti in un commovente film di Roberto Faenza, «Alla luce del Sole», nel 2005.

LE REAZIONI - Per il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, la beatificazione di don Puglisi è «una bellissima notizia che rende felice tutta la città e tutta l'Italia. Don Pino Puglisi è un martire che ha dato la sua vita in difesa degli ultimi e della legalità e che ha testimoniato con la sua intera esistenza il valore della solidarietà e dell'accoglienza. Le nuove generazioni dovrebbero prenderlo ad esempio perché è un faro nella lotta alla mafia», ha concluso. Per il governatore siciliano Raffaele Lombardo la notizia «riempie di gioia tutti i siciliani che hanno visto in questo sacerdote uno strenuo combattente contro la mafia. Il riconoscimento del suo martirio "in odio alla fede" sancisce il valore della sua lunga azione pastorale e sociale svolta a Brancaccio per tanti anni che ha prodotto la reazione violenta di quanti non potevano sopportare la sua attività concreta, quotidiana e a sostegno dei più deboli».


Ch. Ma.28 giugno 2012

Le perle di Antonio Ingroia a Libero

Corriere della sera

Il nuovo tipo di comunicazione del pm di Palermo
di Pierluigi Battista


Italia, paradiso islamico per i predicatori d'odio

Libero

Screen 2012.6.28 11-44-33.0

La Francia nega il visto a Qaradawi. Il governo Monti aspetta la strage


Screen 2012.6.28 10-27-1.9

È stato necessario il massacro compiuto da Mohammed Merah perché il presidente francese Nicolas Sarkozy dichiarasse lo sceicco egiziano Yussuf Al Qaradawi "persona non grata" sul territorio della République. Non avevano atteso così a lungo gli Stati Uniti che l'avevano inserito sulla loro "lista nera" già nel 1999, né il Regno Unito, che gli avevano negato il visto d'ingresso nel 2008. Presto o tardi, l'Occidente arriva a comprendere il legame fra i predicatori d'odio e la violenza.

Tergiversa ancora, invece, l'Italia. A Bellaria, il 6 gennaio scorso, con il benestare del governo Monti, è intervenuto a un convegno dell'Ucoii un tale Sawfat Hijazi, telepredicatore egiziano che, a causa della sua «inaccettabile glorificazione della violenza terroristica», due anni fa fu collocato dal ministero dell’Interno britannico nell'elenco degli indesiderati. È meno famoso di Qaradawi, che sulla tv araba Al Jazeera si è spinto fino all'apologia di Adolf Hitler.

Ma anche Hijazi si dichiara apertamente «nemico degli ebrei» e invita le mamme islamiche a educare i propri figli alla guerra santa. È convinto, e lo ripete pubblicamente, che «il giorno del giudizio non arriverà prima che avremo combattuto gli ebrei». Interrogato da Souad Sbai, il ministero dell'Interno non si è ancora degnato di rispondere in Parlamento. Forse aspettano la strage anche in Italia. Nel frattempo, l'Ucoii, associazione promotrice dell'evento di Bellaria, è stata inserita fra i membri della Conferenza sulle religioni dal ministro dell'Integrazione Andrea Riccardi.

Infibulazione, 35mila bambine mutilate in Italia

La società multiculturale non garantisce i diritti delle donne



Infibulazione, 35mila bambine mutilate in Italia

Trentacinquemila bambine sottoposte a mutilazioni genitali in Italia. E altre 3mila rischiano, nonostante una legge, entrata in vigore nel 2006, punisca severamente quella pratica in uso fra le comunità originarie del dal Corno d'Africa, del Mali o dell'Egitto. Ma l'Italia non ha finora firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. Il parlamento europeo stima che 500mila donne e bambine residenti in Europa portino su di sé le conseguenze permanenti dell'infibulazione e che altre 180mila siano a rischio ogni anno. Sono cifre impressionanti, ma nulla di fronte ai 140 milioni di donne mutilate nel mondo, al ritmo di 6mila ogni mese.

È uno fra i tanti contributi portati sul nostro territorio nazionale dall'ondata migratoria. Il confronto con "il diverso da noi" ci arricchisce, affermano i sostenitori della società multiculturale. Peccato che, in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che ricorre ogni 6 febbraio, non si siano fatti sentire in molti. Amnesty International ha lanciato un video che chiede ai leader europei di fermare il fenomeno. Molto spesso infatti, secondo la denuncia dell'organizzazione umanitaria, le bambine vengono portate all’estero durante le vacanze estive e costrette a subire la mutilazione dei genitali, garanzia del loro status sociale e della loro idoneità ad andare in spose. Pur se alcuni stati membri dell’Unione europea si sono dotati di leggi e politiche in materia, c'è ancora ampia disparità tra Stato e Stato. Insomma la società multiculturale non riesce a garantire i diritti delle donne e dei minori.

Mohammed V, un giusto fra i musulmani

Il monarca marocchino che salvò gli ebrei dalla Shoah


Mohammed V, un giusto fra i musulmani

Il 27 gennaio 1945 furono abbattuti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Ogni anno, in quella data, si celebra la Giornata della Memoria della Shoah ed è opportuno ricordare anche i “giusti” musulmani come il re del Marocco. «Noi ebrei marocchini siamo stati salvati da re Mohammed V. È grazie a lui se in Marocco la Shoah non c’è stata», ha dichiarato il rabbino Yousef Haddad, esponente di spicco della comunità ebraica marocchina, raccontando ad Aki-Adnkronos International in che modo la casa reale salvò dalla deportazione in Germania gli ebrei che si trovavano nel Paese. «Non ho dati storici da riferire – ha spiegato il rabbino oggi ottantaquattrenne – ma ho una storia da raccontare. Negli anni Quaranta il mio Paese era occupato dalla Francia e dal governo di Vichy, il quale chiede a re Mohammed V di consegnare una lista con i nomi di tutti i sudditi marocchini di fede ebraica. Il re si oppose a qualsiasi eventualità di deportazione e di discriminazione, e rispose che non esistevano in Marocco sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini».

Fu un gesto coraggioso, che «si iscrive nella tradizione di tolleranza che fa parte della storia della  monarchia di Rabat e della cultura di quel Paese dove convivono ebrei, cristiani e musulmani», come ricostruisce Marco Baratto, esperto di storia del Marocco e cultore della materia presso l’università Statale di Milano. Benché la Francia di Vichy, all’epoca occupasse parzialmente il territorio del Marocco, dove «aveva tentato di introdurre le stesse leggi anti-ebraiche che erano state approvate in Algeria», lo studioso spiega che vi fu «una duplice reazione: quella di Mohammed V, che pur non governando si oppose non solo non consegnando la lista dei cittadini marocchini di religione israelitica, ma compiendo anche due gesti simbolici». Innanzitutto l’invito rivolto dal monarca a «una rappresentanza della comunità ebraica marocchina» alla festa del trono negli anni Quaranta. Il gesto più clamoroso tuttavia «avvenne quando vollero imporre di indossare la stella gialla agli ebrei marocchini.
Il re rispose che dovevano ordinarne dieci in più, che era il numero esatto dei membri della famiglia reale, i quali l’avrebbero indossata. Volle condividere di fatto la situazione dei suoi sudditi di religione israelitica, impedendo l’applicazione delle norme anti-ebraiche». Di conseguenza, «questa tolleranza venne recepita dalla popolazione, tanto che quando il governo di Vichy vietò agli ebrei di esercitare la libera professione, i musulmani li aiutarono. Così fu per gli avvocati musulmani che discutevano in aula le cause studiate da quelli ebrei. Si tratta di una tradizione di tolleranza che continua, se si pensa che due mesi fa si è tenuto in Marocco il primo convegno dedicato ai temi della Shoah, che a Casablanca c'è l'unico museo ebraico del mondo arabo e che re Mohammed VI ha un consigliere ebreo». Si tratta di Andrè Azoulay, che si batte da molti anni perché a Mohamed V, venga dedicato un albero nel Giardino dei Giusti in Israele, per essersi rifiutato di consegnare gli ebrei marocchini perché fossero inviati nei lager nazisti.
Erano gli stessi anni in cui il mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, faceva da consulente ad Adolf Hitler per portare a compimento lo sterminio degli ebrei. 

Bimbi cristiani a rischio: vogliono affidarli a una famiglia islamica

Appello del padre al tribunale dei minori di Albenga


Bimbi cristiani a rischio: vogliono affidarli a una famiglia islamica

Convertiti all'islam per ordine di un tribunale italiano. Potrebbe essere questo il destino di due bambini di cinque e tre anni. Per rispettarne la privacy, li chiameremo Luisa e Francesco. Di vero c'è che sono il frutto di un matrimonio misto, fra una donna italiana e un uomo, Khalid Makhlou, di origine marocchina.Il Tribunale dei Minori  di Albenga, secondo il sito di Al Maghrebiya, avrebbe l'intenzione di assegnare i bambini alle cure di una famiglia affidataria, ma di fede islamica. Una decisione incomprensibile a cui il padre naturale sta tentando di opporsi perché viola la libertà educativa della famiglia d'origine. Lui non vuole che i figli diventino musulmani. Pretende, al contrario, quanto è nel suo diritto, cioè che possano praticare la religione a cui appartengono.

Parlando all'agenzia di stampa Aki-Adnkronos, Khalid denuncia: "I miei figli sono cristiani battezzati, ma essendo io marocchino il Tribunale ha deciso di affidarli a una famiglia musulmana". Una specie di applicazione d'imperio del principio cuius regio eius religio.
Per ora, i due fratellini sono in attesa di un pronunciamento dei magistrati in quanto, secondo alcuni funzionari locali dei servizi sociali, il padre non sarebbe in grado di curarli adeguatamente. Immigrato in Italia da 25 anni e perfettamente integrato nella provincia di Savona, dove fa il muratore, Khalid sospetta in realtà di essere stato discriminato dalle istituzioni italiane per la sua decisione di non imporre la propria religione musulmana ai figli. "Fin quando la mia famiglia non ha avuto problemi, le cose sono andate sempre bene. Io lavoro parecchio per far vivere bene chi mi è vicino e i miei bambini sono amati e ben educati. I miei figli sono cristiani come mia moglie, ma temo che per colpa delle istituzioni italiane presto potrebbero non esserlo più", spiega.

Il suo dramma è iniziato "quando mia moglie si è ammalata e io ho dovuto, per un periodo, far fronte a tutte le necessità dei miei bambini da solo, conciliando con grande difficoltà lavoro e famiglia, viste le molte ore che passavo al lavoro. Ho, ingenuamente a questo punto, chiesto aiuto anche ai servizi sociali che per tutta risposta hanno ritenuto giusto optare per l'affidamento dei miei figli a un'altra famiglia che è musulmana". Khalid non riesce a spiegarsi il criterio di scelta: "Come si fa ad affidare due bambini cristiani a una famiglia musulmana? - si chiede - Il mio terrore e di chi vuole loro bene è che venga fatto loro il lavaggio del cervello e un giorno diventino diversi da come sono oggi".

Il padre dei bambini ce la sta mettendo tutta, cerca di essere presente e fa tutto il possibile per andarli a visitare regolarmente. Ma rifiuta di vederli presso la famiglia affidataria, composta da un'egiziano e da un'italiana convertita all'islam. Preferisce andarli a trovare nella comunità dove vivono con la madre e dove gli è consentito di incontrarli.   Khalid, che comunque svolge un lavoro onesto come operaio edile, potrà presto garantire un ambiente adeguato alla crescita dei  figli, anche con il supporto di altri suoi parenti che risiedono in Italia, in attesa del prossimo ritorno della madre.

Ha portato la propria vicenda a Unomattina, la trasmissione di Raiuno, ma ora intende coinvolgere anche le istituzioni. "Oggi ho parlato con il sindaco di Albenga, Rosalia Guarnieri, che mi ha promesso di avviare un'indagine per capire se i servizi sociali abbiano fatto il loro dovere". "Io non so come definire una decisione del genere - prosegue Khalid - sono due anni che
combatto una guerra senza quartiere per riavere i miei figli o perché vadano in una realtà che non ne pregiudichi la corretta crescita". Il sito Al Maghrebiya intanto preannuncia un'interrogazione parlamentare e una denuncia della deputata del PdL Souad Sbai per capire le ragioni che stanno alla base di questa vicenda che definisce "uno stupro culturale".

In Italia si predica l'antisemitismo e il governo tace

Interrogazione parlamentare di Souad Sbai a Viminale e Farnesina


In Italia si predica l'antisemitismo e il governo tace

Non è passato sotto silenzio l'allarme di Libero sul convegno “Musulmani in Italia: Essere per testimoniare”, organizzato dall'Ucoii e che si è svolto dal 6 all’8 gennaio scorsi a Bellaria, nel Riminese. Con un’interrogazione parlamentare, la deputata del PdL Souad Sbai punta i riflettori su alcune "star" del fondamentalismo islamico che vi hanno partecipato, fra le quali  Rachid Ghannouchi, leader del partito An Nahda, costola tunisina dei Fratelli musulmani, e Tariq Ramadan, intellettuale di punta dei Fratelli musulmani. In particolare, dal ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e dal ministro degli Esteri, Giulio Terzi, si vuole sapere in base a quali criteri e informazioni sia stato concesso il visto d'ingresso al telepredicatore egiziano Sawfat Hijazi, che, come ha rivelato Libero è stato «inserito nel 2009 dal ministero dell'Interno britannico nella lista nera, fra le 22 personalità indesiderate sul territorio del Regno Unito» per il suo odio verso Israele.

In pratica, per quale ragione in Italia si può predicare liberamente l'antisemitismo con il silenzio assenso delle autorità costituite? Sebbene siano tecnici, i ministri non dovrebbero trascurare «un'azione di controllo sull'attività proselitistica jihadista e qaedista messa in atto dai detti personaggi nel nostro Paese» Inoltre, la Sbai intende seguire le tracce del denaro raccolto durante il meeting e chiede «se il Governo intenda far sì che venga eseguita, per quanto di competenza, un'azione di controllo sulla destinazione dei fondi dal detto convegno ricavati». Il biglietto d'ingresso costava 110 euro a persona. Dove sono andati a finire i quattrini?

Il fondamentalismo è morto? Viva il post-islamismo

I princìpi non negoziabili del Corano


Il fondamentalismo è morto? Viva il post-islamismo

È nato il post-islamismo. Lo ha partorito ufficialmente, a Parigi, l’islamologo Olivier Roy. Parlando a France Culture ha ipotizzato un parallelismo fra la destra conservatrice americana e i partiti islamici che hanno vinto le elezioni in Egitto e in Tunisia. Questi ultimi si limiterebbero a difendere i princìpi non negoziabili, così come fa la Santa Sede in ambito politico. E, così come a suo avviso ha fatto l’Akp in Turchia, si starebbero in sostanza allineando su una concezione “occidentale” della religione, piuttosto che su un modello simile a quello iraniano o saudita.

Al professor Roy si deve anche la nozione di “fallimento dell’islam politico”, che non è del tutto estranea alla sua analisi degli sviluppi più recenti in Medio Oriente. In effetti, a suo avviso, nel mondo arabo, si è affermato il post-islamismo, che somiglierebbe all’abbandono del marxismo da parte dei partiti socialisti europei negli anni 1970 e 1980. Così l’accettazione delle regole democratiche avrebbe convinto i fondamentalisti a mettere da parte la sharia, inquadrando i diritti delle donne non più soltanto con il ricorso alla legge coranica, ma passando per una piattaforma che comprende i “valori della famiglia”.

Se bastasse cambiare nome ai fenomeni per modificarli, sarebbero già stati risolti tutti i problemi di convivenza civile. Purtroppo per il professor Roy, non è così. In Italia, tanto per proseguire con le analogie, nonostnte lo strappo di Livrono, le svolte berlingueriane e occhettiane e lo scontro con Bettino Craxi, il comunismo e i suoi eredi hanno continuato a influire pesantemente sulla vita politica nazionale. Anzi, si potrebbe dire che proprio i Fratelli Musulmani egiziani sono fra coloro che hanno appreso meglio la lezione gramsciana, perseguendo l'egemonia culturale, fra le professioni e nei corpi intermedi. Nel frattempo, seguendo la dottrina leninista, non hanno mai abbandonato l'ipotesi della lotta armata e alcune loro branche, come Hamas in Palestina, hanno mantenuto intatte le loro strutture terroristiche. Ecco perché è reale il pericolo che la primavera araba si trasformi in una rossa primavera, tinta del sangue di cristiani ed ebrei.

Miracolo in Francia: un ministro conosce l'islam

Figlia di immigrati algerini, Jeannette Bougrab afferma che l'islam moderato non esiste


Miracolo in Francia: un ministro conosce l'islam

È l’ultima scoperta politica di Nicolás Sarkozy, che recentemente l'ha nominata Segretario di Stato per la Gioventù. Ma Jeannette Bougrab va oltre e, in un'intervista al quotidiano francese Le Parisien, pur premettendo di essere «una voce isolata all'interno del governo», si spinge ad affermare: «Non conosco islamismo moderato… Non accetto l’idea che si possa fondare una Costituzione sulla sharia… Non c'è sharia light. Sono una giurista e si possono fare tutte le interpretazioni teologiche, letterali o fondamentaliste che si vogliono, ma il diritto fondato sulla sharia è necessariamente una restrizione dei diritti e delle libertà».

Figlia di immigrati algerini, la Bougrab è cresciuta nei quartieri poveri di Déols e di Orleans, fra figli di immigrati neri, magrebini e subsahariani, ha studiato diritto mentre lavorava, arrivando alla presidenza dell'Alto Consiglio contro la Discriminazione. Prima di entrare al governo era membro di vari consigli di amministrazione (Istituto del Mondo Arabo, Federazione Francese delle Associazioni di Impresa di Assicurazioni). E professoressa all'Istituto di Studi Politici. Sa il fatto suo, insomma, e sa anche i fatti dei musulmani, in Patria e all'estero. Al Quai d'Orsay, il ministero degli Esteri francese, temono che possa destabilizzare la politica filo-islamica inaugurata con la guerra di Libia.

L'ha detto il Corano: uccidere gli apostati non è reato

Lo stretto connubio fra violenza e islam


L'ha detto il Corano: uccidere gli apostati non è reato

Per entrare nella mentalità di Mohamed El Ayani, l’estremista islamico di Brescello che ha ucciso la propria moglie, Rachida Radi, sospettando che volesse convertirsi al cristianesimo, sarà utile ricostruire quale teoria conduca a pratiche così barbare. Il Corano, nella sura IV, «An-Nisâ’» (Le Donne), al versetto 89, recita: «Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. Non scegliete amici tra loro, finché non emigrano per la causa di Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li troviate». L’hadîth XIV dei Quaranta hadith recita: «Non è lecito versare il sangue di un musulmano se non in tre casi: di chi, essendo sposato, commette adulterio; di chi deve pagare vita per vita; di chi rinnega la propria religione e abbandona la comunità».  Sine ira ac studio, sono solo strumenti per la riflessione sulla condizione degli apostati, qui in Italia dove formalmente non vige il diritto coranico.


L'islam non teme la rivoluzione sessuale

La blogger egiziana che si mostra nuda sul web ha già perso la propria battaglia


L'islam non teme la rivoluzione sessuale

Se il gesto di Aliaa Mahdy, la blogger egiziana che ha diffuso sul web le proprie fotografie dove è ritratta nuda, fosse sinonimo di libertà e di ribellione, l’Europa e gli Stati Uniti non si troverebbero di fronte alla minaccia dell’islam.
Farà anche scalpore, ma non servirà a sconfiggere la misoginia e l’ipocrisia dell’islam mostrarsi senza veli e senza velo o dichiararsi atea come fa la studentessa di arte all’American University del Cairo. Eppure proprio le società occidentali, che hanno subito la rivoluzione sessuale dagli anni Sessanta del secolo scorso, si trovano ora di fronte a propagandisti musulmani che intendono creare zone franche in cui si applica la sharia. Accade a Copenaghen, ma anche a nel Regno Unito, in Belgio, in Spagna, in Francia e in Germania, dove pure la pornografia dilaga senza censure, in nome della libertà d’espressione.

E in Italia, Paese dove tutto sommato la presenza cattolica va riducendosi in proporzioni meno significative rispetto al resto del Continente? Qui da noi anche il fondamentalismo avanza più lentamente. Oddio, si potrebbe fermarlo in modo più energico, mettendo fuorilegge il burqa e il niqab, per esempio. Peccato che la crisi avrà conseguenze anche all’interno delle istituzioni. Su molti altri temi eticamente sensibili, la cittadinanza e l’eutanasia fra tutti, molto probabilmente non si riuscirà a legiferare fino alla prossima legislatura. Resta da vedere se saranno soffocate anche le intuizioni del precedente ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che avevano permesso a esperti e studiosi di islam di riunirsi al Viminale per indicare soluzioni su come affrontare il nodo della convivenza fra islam e società civile. Comunque la si pensi, ora fa troppo freddo per spogliarsi. E, soprattutto, per rimanere scoperti davanti ai fondamentalisti.


Auguri insanguinati

Per la festa del Sacrificio, le vittime designate sono i cristiani


Auguri insanguinati

Pare che lo sceicco dell’università islamica egiziana di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, abbia rifiutato gli auguri rivolti dalla Santa Sede al più prestigioso ateneo islamico in occasione della festa del Sacrificio di Abramo (in arabo Eid al-adha) che si celebrerà domenica prossima. Lo riporta il quotidiano egiziano al-Ahram, spiegando che il rifiuto è avvenuto nel corso di un incontro avuto nei giorni scorsi con il Nunzio apostolico al Cairo, Monsignor Michael Fitzgerald. Lo sceicco al-Tayyeb avrebbe invece «accettato gli auguri personali di Fitzgerald, considerato un amico degli egiziani». La sala stampa vaticana non commenta, anche se trapela che in realtà la consuetudine di inviare gli auguri ai musulmani sia limitata al Ramadan. Quindi, si potrebbe trattare di un equivoco, se non proprio di una falsa notizia diffusa allo scopo di far salire la tensione fra cristiani e musulmani in Egitto.

I massacri di copti stanno colorando di sangue la cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini” in prossimità delle elezioni politiche. La persecuzione delle minoranze rimane comunque un obiettivo strategico anche per alcuni esponenti dell’islam ritenuti moderati come il gran mufti egiziano Ali Gomaa, che si scaglia contro gli “infedeli” in un video attualmente in circolazione su Youtube. Nel filmato, si riferisce di una conversazione immaginaria fra alcuni cristiani che sostengono di non adorare Cristo e dei musulmani che rispondono loro, citando il versetto 17 della sura 5 del Corano: «Comunque, “gli infedeli sono coloro che dichiarano che Dio è il Cristo, figlio di Maria”». Erano passate solo poche settimane da quando la video-condanna contro i “nemici” aveva iniziato a circolare, quando il 9 ottobre scorso, al Cairo, 27 persone hanno perso la vita e molte altre sono state ferite dai militari intervenuti con le armi durante una manifestazione copta.

Dopo che lo scorso gennaio un gruppo di ricercatori dell’università islamica aveva annunciato il congelamento del dialogo con la Santa Sede, in seguito a un appello di Papa Benedetto XVI in difesa dei cristiani in Medio Oriente, l’ondata di violenza anticristiana si era intensificata. Non sarebbe difficile identificare i mandanti morali delle stragi. Semmai sarebbe incomprensibile se si inviassero loro dei messaggi di auguri proprio quando si ricorda che Dio impedì il sacrificio umano di Isacco. Fermato da un angelo, Abramo sgozzò un caprone. Un concetto della dignità umana ancora sconosciuto a certi dottori della legge coranica.

La Regina della Vittoria e i partigiani della sconfitta

Una scuola cede alle pretese islamiche e rimuove l’immagine della Madonna


La Regina della Vittoria e i partigiani della sconfitta

Parte dalla Sicilia la riconquista islamica dell’Italia. Da Palermo in particolare, più che da Lampedusa o da Mazara del Vallo. Il capoluogo della Regione ha ospitato solo poche settimane fa il predicatore bengalese Habibur Rahman Juktibadi, che ha arringato la folla dei suoi fedeli dai locali di una chiesa sconsacrata, temporaneamente trasformata in moschea guarda caso proprio il 7 ottobre, 440° anniversario della vittoria cristiana contro la flotta turca nella battaglia di Lepanto. Intanto il processo di scristianizzazione accelera il passo. Se in classe c’è una bimba musulmana, si rimuove il quadro della Madonna. Capita alla scuola Andrea Sole, di Borgo Molara, dove una dirigente scolastica si fa strumento delle rivendicazioni di una minoranza per offendere i sentimenti della maggioranza. Eppure, le fa notare l’assessore comunale alla Cultura, Giampiero Cannella, «chi decide di vivere in Europa sa perfettamente di incontrare una cultura e una identità precisa, così come farebbe una famiglia cristiana che decidesse di trasferirsi in Medio Oriente».
Perciò consiglia «anziché chiedere tolleranza per rimozione», di riflettere e praticare «la tolleranza per comprensione». Ai fanatici del multiculturalismo fino all’iconoclastia, occorrerebbe spiegare, come fa la deputata del PdL Souad Sbai, «che la Madonna è venerata nell’Islam e che la presenza di una sua immagine non è mai stata ritenuta segno di discriminazione da nessuno». Si potrebbe utilmente aggiungere un avvertimento: la Vergine del Rosario, invocata da Papa san Pio V, è considerata dai cattolici l’artefice principale della vittoria navale di Lepanto, che nel 1571 contribuì a cambiare le sorti della storia, arrestando l’invasione ottomana dell'Europa, che pareva inevitabile. Chi vuole dimenticare la Madonna, da allora ricordata come Regina della Vittoria, si condanna alla sconfitta.


Contro la sharia in Libia, in Italia arriva il divieto del burqa

Premiate le battaglie parlamentari e civili di Souad Sbai e Fiamma Nirenstein


Contro la sharia in Libia, in Italia arriva il divieto del burqa

Si combatte da anni la guerra santa nei tribunali, puntando le armi della querela contro chi denuncia l’avanzata del fondamentalismo islamico in Italia e in Occidente. Fortunatamente, grazie al periodico Cartalibera diretto da Edoardo Croci, non manca anche un riconoscimento per chi invece ha il coraggio di parlare chiaro. È il premio Controcorrente Luca Hasdà, dedicato al consigliere comunale liberale milanese scomparso nel 2005 a soli 34 anni. Domenica sera, al Grand Hotel et de Milan, durante un evento organizzato dall’on. Andrea Orsini, al quale hanno partecipato il presidente della Provincia Guido Podestà e il presidente del consiglio provinciale di Milano Bruno Dapei, la targa è stata assegnata a Souad Sbai e a Fiamma Nirenstein. Una donna araba e una ebrea, entrambe giornaliste, elette deputate nelle file del PdL e impegnate fianco a fianco nella stessa battaglia per i diritti umani.

Non si può più tacere davanti all’introduzione della sharia e della poligamia nei Paesi del Mediterraneo. Altrimenti ci si lascerà cucire la bocca anche sulla minaccia di genocidio che da Teheran incombe su Israele e, di conseguenza, su tutti noi, ha sottolineato l’on. Nirenstein. A due passi dalle coste italiane, la barbarie dell’impalamento di Muammar Gheddafi non è che un’anticipazione dell’ondata di lapidazioni che sommergerà la Libia, ha avvertito l’on. Sbai. Qui, gli avamposti sono già organizzati. Da Milano parte tutta la rete terroristica che si appoggia alla lobby islamica, una filière composta dai convertiti e dai sauditi che li finanziano, ma anche dai giudici che danno loro ragione consentendo alle donne di indossare il burqa e il niqab.

Il premio, le due parlamentari se lo sono meritate anche perché il loro impegno non si ferma qui. Fra oggi e domani, il Parlamento italiano può lanciare un segnale in questa direzione, proprio votando a favore la legge che impedisce di indossare il velo integrale. La medaglia al valore, per quelle due donne battagliere, sarà il sì della Camera.


I copti in pericolo anche a Milano

Bande di fondamentalisti egiziani scatenano la caccia al cristiano


I copti in pericolo anche a Milano

Si prepara a sbarcare anche a Milano la persecuzione dei cristiani copti. «Da giorni circolano voci tra i giovani musulmani egiziani che frequentano la zona di via Padova», denuncia il coordinatore del movimento egiziano “6 aprile” in Italia, Ala al Gazzar, all’agenzia Aki – Adnkronos International, «secondo le quali alcuni ragazzi si stanno organizzando per vendicarsi di quanto accaduto lunedì scorso davanti al nostro consolato a Milano». L’esponente del gruppo egiziano, noto per aver guidato la rivoluzione contro Hosni Mubarak, fa riferimento a una rissa, avvenuta «durante la manifestazione organizzata lunedì scorso dai copti davanti al consolato egiziano di Milano, per condannare le violenze avvenute al Cairo il giorno prima», in cui durante gli scontri con la polizia erano stati uccisi 24 copti.
All’origine della tensione nel capoluogo lombardo, c'è soltanto il racconto di un musulmano che sosteneva di essere stato aggredito da alcuni copti e che era «andato a chiamare rinforzi tra i suoi amici di via Padova provocando scontri e il ferimento di cinque persone».

La voce intanto sta circolando e i più fanatici si danno appuntamento per «difendere l’Islam» e scatenare la caccia al cristiano proprio durante la nuova manifestazione organizzata dai copti davanti al consolato egiziano di Milano per domenica 16 ottobre.
Ai cristiani egiziani, molti dei quali immigrati in Italia per sfuggire alla violenza dei fondamentalisti, potrebbe essere così negato, con un pretesto, anche il diritto di parola oltre che la libertà di praticare liberamente la loro religione. Perciò al Gazzar lancia un appello: «Chiediamo ai musulmani egiziani residenti a Milano di mantenere la calma e di non accettare provocazioni, temiamo che ci possano essere scontri con i copti che vivono in città. Non vogliamo che i tentativi di far cadere l’Egitto in una guerra civile si ripercuotano anche tra noi egiziani che viviamo in Italia».


Il voto alle saudite? Era uno scherzo

Il re Abdullah smentito da una fatwa


Il voto alle saudite? Era uno scherzo

Quando il re saudita Abdullah si era spinto a ipotizzare la concessione del voto alle donne, almeno nelle consultazioni locali, evidentemente non aveva fatto i conti con lo sceicco Abdel Rahman bin Nasir al-Barak, teorico della più rigida separazione fra i sessi, che sul suo sito internet si è espresso con una fatwa senza appello: «È vietato alla donna andare al voto perché imiterebbe in questo modo i miscredenti in una delle peggiori pratiche che il mondo islamico ha importato dall’occidente». Non bisogna dimenticare che, nei tribunali sharaitici, in omaggio al versetto 282 della Sura II del Corano, la testimonianza di un uomo vale quanto quella di due donne e lo stesso trattamento vige nel diritto di successione. Fondandosi sullo stesso principio, “rivelato” alla sura 4,11 secondo l’imam saudita «la legge islamica ha da sempre vietato alla donna di partecipare alla cerimonia di giuramento per la guida della comunità.
Ciò significa che non le è permesso di scegliere o delegare, e il suo ruolo di consigliera è arrivato solo dopo la colonizzazione». Si potrebbe dedurne che il voto femminile potrebbe essere conteggiato almeno al 50%, una sorta di scheda singola, di fronte alla quale la preferenza espressa da un uomo si configurerebbe come una “bisvalida”? Nemmeno per sogno in quanto «il sistema elettorale è fondamentalmente corrotto e introdotto dai miscredenti per controllare le nostre società». Forse, dopo aver appreso che il premio nobel per la Pace era finito anche alla yemenita Tawakul Karman, che dal 2004 ha deciso di non indossare più il niqab e chiede alle altre donne di liberarsene, i dottori della legge wahhabiti devono essersi intimoriti e si saranno chiesti dove si andrà a finire di questo passo. Del resto si sentono chiamati alla jihad, non alla pace.


Il debito pubblico cresce con l'aumento degli immigrati

L'incremento della popolazione straniera blocca le riforme


Il debito pubblico cresce con l'aumento degli immigrati

Da giovedì, Libero sta pubblicando un’inchiesta a puntate sull’immigrazione, i suoi costi e i danni che provoca. I dati di Gilberto Oneto non soltanto sono incontestabili, ma servono proprio a contestare i falsi miti sui presunti vantaggi portati dagli stranieri all’economia italiana.

Guarda il videocommento di Andrea Morigi su LiberoTv

In realtà, l'incremento della manodopera a basso costo deprime il mercato del lavoro abbassando il livello delle tutele e dei diritti e delle retribuzioni. I dati sulla criminalità e la popolazione carceraria parlano da soli. La percentuale (sul totale della popolazione immigrata) di reati commessi da stranieri e i numeri relativi ai detenuti extracomunitari nelle carceri italiane sono chiari e impongono una riflessione innanzitutto sulla retorica relativa alla presunta xenofobia e in secondo luogo sulla necessità crescente di impegnare denaro e risorse, in una situazione di crisi economica e di debito pubblico da emergenza, per garantire la sicurezza ai cittadini e l’ordine pubblico, per celebrare processi, per evitare il degrado sociale.  Aggiungo un ulteriore elemento di giudizio: non si riesce a introdurre il quoziente familiare nel sistema fiscale italiano. Il motivo è uno solo: la gran parte delle famiglie numerose sono costituite da immigrati, i quali finirebbero per ottenere i maggiori benefici dal provvedimento.

Da qui la perplessità di alcune forze politiche. Paradossalmente, il principale cavallo di battaglia dei cattolici italiani diventerebbe un cavallo di Troia dell’islam. È un timore infondato, perché la quota di stranieri musulmani è minoritaria. Ma allo stesso tempo occorre cogliere un segnale che dimostra quanto la questione dell’immigrazione sia in grado di frenare le riforme che contribuirebbero a modernizzare la Nazione in senso antistatalista. A 150 anni dalla discussa Unità d’Italia, la presenza degli stranieri rischia di provocare una frattura insanabile nel tessuto sociale.  


Una poesia incisa col sangue

Ronde islamiche in libertà negli Stati Uniti


Una poesia incisa col sangue

Il poeta iracheno Alaa Alsaegh si illudeva, andando a vivere negli Stati Uniti, di poter dire e scrivere quel che voleva. Ci ha provato circa un anno fa, pubblicando sul web i suoi versi Lacrime al cuore dell’Olocausto, in lingua araba, esprimendo i suoi sentimenti di amore e compassione per il popolo ebraico e il suo dolore per quanto avvenuto con la Shoah. Da allora ha ricevuto minacce, è stato additato come traditore e definito un infedele. Ma finora si riteneva al sicuro. L’America è la patria della libertà d’espressione, in teoria.

In pratica, il 14 agosto scorso, in pieno giorno, mentre sta guidando l’auto nel traffico di St. Louis, nel Missouri, un’utilitaria bianca gli taglia la strada e lo blocca. Degli uomini vestiti da vigilantes scendono da un’auto alle sue spalle, entrano nel veicolo di Alsaegh e gli puntano contro una pistola. Intanto uno di loro, dopo avergli tolto la camicia, gli incide una stella di David sulla schiena con un coltello, recitando a memoria la sua poesia. È una ronda islamica che, nel cuore dell’America, vigila sul rispetto della sharia e aggredisce chi ne infrange le norme.

La scena si consuma in un lampo. Sulle prime, i passanti non si rendono conto di quel che sta accadendo poi, quando gli aggressori si dileguano, la vittima viene soccorsa. La testimonianza fotografica che riproduciamo qui arriva dall’ospedale. Nessuno tra i maggiori organi di stampa riporta la notizia. Soltanto FrontPage, il 27 settembre, decide di rompere il silenzio. Nonie Darwish, ideatore del sito internet che aveva ospitato la poesia di Alsaegh, attende dall’autore la conferma che secondo l’Fbi si tratta di un crimine d’odio. Poi commenta, «se osiamo parlare delle nostre paure, siamo immediatamente silenziati e accusati di essere islamofobi».
Perciò, a suo avviso, si ignorano «gli attacchi perpetrati da musulmani contro musulmani infedeli o i delitti d’onore», che avvengono negli Stati Uniti. Ora però Alsaegh, invece di occuparsi di letteratura, si trova con la fattura delle cure ospedaliere da pagare. Nel frattempo, medita di trasferirsi. Se il primo emendamento della Costituzione americana – che dovrebbe garantire la libertà religiosa oltre che la libertà di parola e di stampa - tutela i violenti, per i poeti non c’è posto.


Benedetti i droni

Gli americani fanno fuori un predicatore di Al Qaeda più pericoloso di una bomba


Benedetti i droni

God bless the drone. Dio benedica i droni che hanno stroncato Anwar al-Awlaki. Nessuno, fra l'altro, dovrebbe maledire l'attacco aereo degli Stati Uniti nello Yemen che, ieri, ha ucciso una decina di persone fra le quali il predicatore di Al Qaeda nella Penisola Arabica. In fondo, quest’ultimo era un cittadino americano, circostanza che dovrebbe evitare l’indignato imbarazzo che s’impadronì dei pakistani quando i Navy Seals seccarono Osama Bin Laden. Anzi, Ali Abdallah Saleh, il presidente yemenita, potrebbe essere portato a considerare l’azione militare come un omaggio di benvenuto. In fondo è tornato solo da pochi giorni nel proprio Paese, da circa un anno in preda alla guerra civile. Tre mesi fa Al Qaeda aveva preso a cannonate il  suo palazzo a Sana’a e Saleh era rimasto ferito gravemente, tanto da doversi ricoverare in Arabia Saudita. Ora che si è ristabilito, può dirsi ancora più soddisfatto per aver assistito alla fine del principale ispiratore della guerra santa.

Altrettanto possono dire, anche se non se ne sembrano essersene accorti, i governi occidentali. Se lo Yemen può dirsi più sicuro, anche l’Europa non ha che da ringraziare, per l’ennesima volta, gli Usa. Si contano a decine i terroristi che, in Germania e nel Regno Unito, sono stati indottrinati direttamente o indirettamente da al-Awlaki via web, si sono radicalizzati e infine sono entrati in azione in Somalia, in Afghanistan o nella Penisola arabica. Il suo libro 44 modi per sostenere il jihad, pubblicato in lingua inglese nel 2009, rimane tuttora un best-seller fra gli ultrafondamentalisti. A dimostrazione del fatto che la minaccia terroristica non è rappresentata soltanto da gruppi armati, ma innanzitutto dalla predicazione per il reclutamento.


Né fondamentalismo né laicismo, all'islam bastano i diritti umani, dice Papa Benedetto XVI

Il Pontefice a Berlino invita musulmani e cristiani a condividere i valori etici fondamentali


Né fondamentalismo né laicismo, all'islam bastano i diritti umani, dice Papa Benedetto XVI

Dalla lezione di Ratisbona del 12 settembre 2006 al discorso tenuto da Papa Benedetto XVI ai rappresentanti dell’islam tedesco, ricevuti nella Nunziatura apostolica di Berlino sabato 23 settembre scorso non sono trascorsi semplicemente cinque anni, ma anche una “primavera araba” dagli esiti ancora incerti e da un mutamento delle relazioni fra gli Stati. Quando parla ai musulmani, anche un Pontefice ne tiene conto, soprattutto in vista delle riforme politiche e istituzionali che dovrebbero essere segno del cambiamento culturale e politico avvenuto.

Non si può nemmeno trascurare la presenza sempre più consistente dell’islam nel cuore dell’Europa un tempo cristiana, tanto che nella capitale tedesca, ricorda il Papa, «si trova la moschea più antica sul territorio della Germania» e «vive il numero più grande di musulmani rispetto a tutte le altre città della Germania». Inoltre si tratta di una comunità per la gran parte composta da turchi, la cui Patria d’origine sembra essere il luogo in cui si rende maggiormente evidente il conflitto fra il laicismo posto da Kemal Atatürk alla base dello Stato quasi un secolo fa e il nuovo corso impresso da Recep Tayyp Erdoğan nell’ultimo decennio.

È naturale che quegli equilibri instabili si riflettano indirettamente sugli assetti dell’Europa, la cui crisi, va ricordando sempre più spesso il Santo Padre, non è effetto soltanto di cause economiche. Lungi dall’auspicare una rivoluzione, Benedetto XVI propone una via mediana fra il laicismo  e il fondamentalismo. Dopo aver criticato quanti interpretano la «grande importanza» attribuita dai musulmani «alla dimensione religiosa», «come una provocazione in una società che tende ad emarginare questo aspetto o ad ammetterlo tutt'al più nella sfera delle scelte individuali dei singoli», il Pontefice indica «soprattutto l’inviolabile dignità di ogni persona in quanto creatura di Dio» come principio regolatore della convivenza. Non è soltanto la Chiesa a impegnarsi fortemente «perché venga dato il giusto riconoscimento alla dimensione pubblica dell’appartenenza religiosa».
Ma poiché «si tratta di un’esigenza che non diventa irrilevante nel contesto di una società maggiormente pluralista», richiama il modello della Costituzione tedesca, elaborata prevalentemente da cristiani che tuttavia non trascurarono, 60 anni fa, di «cercare una base veramente solida, nella quale tutti i cittadini potessero riconoscersi e che potesse essere una base portante per tutti, al di là delle differenze». Implicitamente, è un consiglio a non fondare le prossime Costituzioni arabe sulla shari’a, la legge coranica. Non si può nominarla, per non scatenare reazioni violente da parte dei fondamentalisti islamici in tutto il mondo. Quel che è ancora lecito è il riferimento ai «diritti inalienabili, che sono propri della natura umana».
Sull’esempio tedesco, cioè di «una società allora sostanzialmente omogenea» che «pose il fondamento che oggi possiamo ritenere valido per un tempo segnato dal pluralismo», anche il mondo islamico può avviare una stagione di riforme, tenendosi nel contempo al riparo dal processo di secolarizzazione. Non a caso il Papa individua degli «evidenti confini a tale pluralismo» e avverte che «non è pensabile, infatti, che una società possa sostenersi nel lungo termine senza un consenso sui valori etici fondamentali». A meno che i musulmani non lo considerino riduttivo, un terreno di dialogo interreligioso si fonda sulla «tutela della famiglia fondata sul matrimonio», il «rispetto della vita in ogni fase del suo naturale decorso» e la «promozione di una più ampia giustizia sociale». In fondo, sarebbe ampiamente sufficiente per evitare lo scontro fra le civiltà.


Quattro milioni per convertire i terroristi

Un bando europeo per trasformare i fondamentalisti islamici in musulmani moderati


Quattro milioni per convertire i terroristi

Dopo dieci anni dall'11 settembre 2001, si sono svegliati perfino a Bruxelles. Alla Commissione europea hanno finalmente capito che fra le cause del terrorismo c'è la radicalizzazione. E sembrano decisi a combatterla. Ci mettono anche qualche soldino: 4 milioni per 20 progetti di conversione dei fondamentalisti islamici in musulmani moderati.

Scade il 17 ottobre 2011 un bando europeo (http://tinyurl.com/4yslksl) in cui si invita ad avanzare progetti per «promuovere strategie che incoraggino le persone ad abbandonare il terrorismo», a «rinforzare lo scambio di buone pratiche e strumenti operativi specifici tra le istituzioni degli Stati membri, operatori locali, società civile comprese associazioni di vittime e la Commissione», a «sostenere gli studi e le strategie volte a sviluppare o incoraggiare modelli credibili per dare voce a messaggi positivi che offrano alternative alle narrative terroristiche» e a «sostenere il ruolo delle vittime del terrorismo per contrastare il terrorismo in particolare delegittimando la narrativa violenta e la radicalizzazione».

Da notare che non compaiono mai, nel testo, i termini "islam" o "moschea". Perciò stiano bene attenti coloro che intendono partecipare alla gara. Un uso politicamente scorretto del linguaggio rischia di farli escludere a priori.

Malato di Sla sceglie il suicidio assistito e racconta il suo dramma

Il Messaggero

 

Vittorio Bisso, esponente del Pdci veneziano, è andato a morire in una clinica svizzera

 

Screen 2012.6.28 12-48-38.5

 

di Renato Pizzini

 

MILANO - Ha raccontato in diretta la sua malattia, ma la narrazione della morte l’ha tenuta per sé. Al Comune di Dolo, provincia di Venezia, è arrivato un telegramma dal centro clinico svizzero obbligato a comunicare l’avvenuto decesso dei pazienti: «Si certifica che il giorno 25 giugno 2012 il signor Vittorio Bisso, di anni 55, è deceduto». E’ andato a morire in terra straniera perché in Italia il suicidio assistito non è consentito. Nei Cantoni Elvetici si può fare, molti italiani lo fanno e non se ne sa nulla, lui l’ha fatto e ha voluto che si sapesse.Scelta personale, naturalmente. Ma anche politica. Vittorio Bisso era stato a suo tempo segretario dei Comunisti Italiani del veneziano, consigliere comunale a Dolo e poi consigliere provinciale. Era inferocito per l’impossibilità (per legge) di non poter decidere del proprio destino nel momento in cui la malattia diventa inesorabile viaggio verso la morte. La sua malattia era la Sla, Sclerosi Laterale Amniotrofica, famosa per aver colpito diversi calciatori. Una paresi progressiva che spegne le funzioni del corpo, fino a rendere impossibile anche il respiro.


Gliel’avevano diagnosticata nel 2010 dopo che un acuto e inspiegabile dolore al polpaccio gli aveva impedito di coltivare la sua passione per la corsa. Ha provato di tutto per venirne fuori, compreso un «viaggio della speranza» - o della disperazione - verso la Thailandia dove i soliti santoni che nuotano nel mare della sofferenza altrui iniettano cellule staminali direttamente nel midollo osseo. Senza alcun risultato. Ci era andato a giugno dello scorso anno, ad agosto aveva capito che non c’era più niente da fare e ha iniziato a pensare al miglior modo per morire.


Ora i suoi compagni di militanza dicono che «ha voluto finire la sua vita con dignità e coraggio, così come l'ha vissuta». Certamente quello che avrebbe voluto è che la sua personale odissea divenisse paradigma per rimettere sul tavolo della discussione il tema del «fine vita». A febbraio ha nominato la moglie Marisa amministratore di sostegno e contemporaneamente le ha affidato un testamento in cui ribadisce, nel pieno delle sue facoltà, di rifiutare nel caso di un aggravamento ulteriore del male qualsiasi tipo di accanimento terapeutico. Gli piacevano le motociclette da corsa, su due ruote aveva viaggiato in Europa e nel mondo. Da molti mesi non poteva neppure più immaginare di poter salire su una delle Honda con cui si faceva fotografare quando andava a provare in circuito i brividi della velocità assoluta. E anche questo, insieme a mille altre cose, gli restituiva la convinzione che c’è un momento in cui la vita può non valere più la pena di essere vissuta, e in quel momento è giusto che ognuno possa decidere di mettere la parola fine, senza interferenze legislative.


Dicono gli amici che negli ultimi giorni aveva diradato i contatti con loro, fin quasi ad annullarli. Il viaggio verso la Svizzera lo hanno fatto da soli lui e la moglie. Li aspettavano in uno dei centri ospedalieri che fra i protocolli ammessi hanno anche quello della morte assistita. Non sono molti in terra elvetica: due ospedali pubblici nei Cantoni francesi, e due strutture private a Zurigo, gestite da una fondazione - Exit - che più di altre si sta adoperando per garantire il diritto a farla finita.

Giovedì 28 Giugno 2012 - 09:43
Ultimo aggiornamento: 10:25

Scoperto a Bologna il manoscritto perduto di Charlie Chaplin

La Stampa

 

Conteneva un soggetto per un film mai girato e ispirato al ballerino Vaclav Nijinsky

 

Il grande regista Charlie Chaplin

 

FOTOGALLERY

Il manoscritto ritrovato di Charlie Chaplin

 

Un manoscritto di Charlie Chaplin nascostro tra i suoi documenti, pieno di appunti e contenente un soggetto mai realizzato. E' la scoperta storica della "Cineteca di Bologna", che ne annuncia il ritrovamento alla vigilia dei 60 anni di "Luci della ribalta", capolavoro e film-testamento del grande attore e regista. Ispirato al danzatore Vaclav Nijinsky, il soggetto affronta il delicato tema del rapporto tra carriera e desiderio. «Il tema principale di questo soggetto - recita l'incipit del manoscritto - è il fatto che la carriera non è il compimento dei desideri dell’uomo, ma solo una strada che lo conduce al suo destino».


Chaplin e Nijinsky si incontrarono a Los Angeles, dove il ballerino (uno dei pochi uomini della sua epoca in grado di usare le punte) si trovava in tournee con i leggendari Les Ballets Russes. Fu Nijinsky a voler visitare i Chaplin Studios, durante la lavorazione di "Easy Street" (1917). Vent’anni dopo, Chaplin cominiciò a scrivere il soggetto per un film ispirato al grande ballerino, che non fu mai realizzato e che confluì solo in parte in "Luci della ribalta". La ricerca ha portato inoltre alla scoperta di quattro foto sconosciute, che ritraggono Chaplin e Buster Keaton,  grande star comica del muto americano, proprio sul set di "Luci della ribalta". La scoperta sarà presentata domani nell’ambito del festival "Il Cinema Ritrovato", aggiunge una nuova dimensione alla biografia di Chaplin e alla genesi del suo film capolavoro.

Ecco la Corazzata Roma, all'Asinara trovato il relitto dopo 69 anni

Il Messaggero

 

ROMA - Nel Golfo dell'Asinara è stata finalmente identificata - dopo decenni di vane ricerche - una parte del relitto della Corazzata Roma, adagiata a circa 1000 metri di profondità ed a circa 16 miglia dallacosta sarda. Lo fa sapere la Marina militare. La nave era stata affondata da due bombe tedesche il 9 settembre del 1943, con 1352 vittime.


Il ritrovamento. Due giorni fa il ritrovamento era stato annunciato da un team di ricercatori guidato da Francesco Scavelli, ma - a quanto si apprende - non si trattava del punto giusto. È stato infatti un altro team di ricerca, fa sapere la Marina Militare, guidato da Guido Gay e con a bordo uomini della forza armata ad identificare con certezza il relitto del gioiello della Regia Marina adagiato negli abissi. Le prime ed esclusive immagini del relitto sono state riprese dall'ingegner Gay, titolare della società Gaymarine S.r.l. che da molti anni conduce in zona sperimentazioni di innovative apparecchiature di esplorazione subacquea da lui ideate e costruite.

 

20120628_8198_corazzata1La Corazzata Roma nell'attimo in cui viene colpita20120628_8198_corazzata222

La Corazzata Roma pesantemente sbandataLa Corazzata Roma pesantemente sbandata fotografata da un'altra visuale, questa foto risulta essere sucessiva alla prima foto dello sbandamento. Molto probabilmente la Roma in questa foto aveva già iniziato ad imbarcare acqua anche dai ponti superiori.


Grazie all'ausilio del sofisticato robot subacqueo Pluto Palla e ad altri esclusivi strumenti imbarcati a bordo del catamarano Daedalus di proprietà dello stesso ingegnere, il sito dove giace il relitto della corazzata Roma è stato individuato e visitato. Il personale della Marina Militare, imbarcato per l'occasione sul Daedalus su invito dell'ingegnere Gay, ha verificato la inequivocabile coerenza delle immagini, riprese per la prima volta il 17 giugno scorso e ripetute il 28 giugno 2012, di pezzi di artiglieria contraerea imbarcata sulla corazzata Roma.


Dopo 69 anni dall'affondamento è stato dunque possibile assegnare la corretta posizione a quello che la Marina Militare ritiene uno dei più importanti Sacrari del mare. La corazzata fu affondata il nove settembre del 1943 da un aereo tedesco: morirono 1352 marinai, insieme al comandante delle forze navali da battaglia della regia Marina, l'ammiraglio di squadra Carlo Bergamini. Solo 622 furono i sopravvissuti. I dettagli della scoperta verranno presentati nel corso di una conferenza stampa che si terrà a La Maddalena all'inizio della prossima settimana.

Giovedì 28 Giugno 2012 - 12:12
Ultimo aggiornamento: 12:54

Suoni da un'immagine stampata: rivive la più antica registrazione

La Stampa

 

Audio ricostruito in digitale dai solchi di una foto del 1890 scansionata

WASHINGTON


La tecnologia moderna potrebbe aver resuscitato la più antica registrazione del mondo a partire da un’immagine stampata su una rivista del 1890. I ricercatori dell’Indiana University hanno infatti sfruttato un sistema computerizzato per scansionare un’immagine di disco di grammofono, per poi analizzare i solchi tramite un software apposito e ricostruire il suono che avrebbero potuto produrre.
Come si legge in una nota dell’Università, la registrazione apparterrebbe proprio al padre del grammofono, l’inventore tedesco Emile Berliner, che in una voce sommessa recita la ballata di Schiller «Der Handschuh».


«Abbiamo già sfruttato questo sistema per ricostruire suoni a partire da immagini di dischi di vinile in precedenza, e quando ci siamo imbattuti per caso nell’immagine del primo studio di registrazione del mondo in una vecchia rivista in una biblioteca» ha spiegato l’autore del progetto, Patrick Feaster. «Allegata a questa immagine c’era anche la stampa, leggermente ridimensionata, di disco di registrazione per grammofono, usata per testare le capacità di quella tecnologia. Abbiamo scansionato l’immagine fino a estrapolare l’audio: potrebbe trattarsi della prima registrazione della storia» ha aggiunto.


(AGI)

E rara una manta nel Mar Ligure?

La Stampa



L’esemplare di manta che da tre giorni si è rifugiata nel porto Cristian Abbondanza

A CURA DI CARLO GRANDE
torino

Gli avvistamenti di mante «giganti», come quella che si aggirava domenica scorsa nelle acque del porto di Savona, sono frequenti?
No, si è trattato di un evento eccezionale, anche se l’anno scorso un branco di una decina esemplari è stato avvistato nelle acque di Palmi, in provincia di Reggio Calabria. Alcuni istruttori di nuoto avevano addirittura nuotato tra loro. Le mante (ovvero razze di grandi dimensioni) si vedono raramente nel Mediterraneo, perché sono pesci tropicali: la diceria popolare dà il curioso nome di diavoli di mare per le due creste cefaliche grandi e mobili e per la lunga coda armata di aculeo».

Che dimensioni hanno?
Quelle che nuotano nel Mediterraneo raggiungono i 3 metri di lunghezza (ma alcuni individui arrivano a 6 e a 900 kg di peso) e sono la sola specie dei mobulidae (Mobula Mobular). Meno grande e meno feroce della manta tropicale, la nostra, detta anche mobula mediterranea, ha la bocca posta più in basso e una coda molto più lunga. Poco si sa di questo lontano parente dello squalo: ha abitudini semi-pelagiche o pelagiche (vive in alto mare) ed è di solito gregaria (in gruppi di 3/5 individui).

Quale comportamento bisogna tenere se ci si imbatte in animali di questo genere?
La Mobula mobular è classificata nella Lista Rossa Iucn come specie in pericolo. I biologi consigliano di non disturbarla: l’esemplare di Savona ha ripreso il largo ed è sparito, salvo tornare dopo qualche ora. Le acque del porto savonese non sono nuove ad avvistamenti di rilievo: alcuni anni fa erano comparsi un grempo, parecchi delfini, anche un pescecane; l’anno scorso una balena.

Le mante sono pericolose?
Le grosse razze non sono animali feroci né pericolosi: ciò che è pericoloso in loro è la presenza di un aculeo tagliente, talvolta accompagnato da ghiandole velenose, nella coda.

Il mar Ligure è un buon punto di osservazione per i cetacei e i pesci di grandi dimensioni?
Non troppo, dicono gli ambientalisti, nonostante alcuni «santuari» cerchino di preservare la purezza dell’ambiente. Come gli altri mari italiani è percorso da centinaia di pescherecci supertecnologici e da migliaia di pescatori sportivi che minacciano ogni essere vivente. L’antropizzazione è molto spinta e il mare è ingombro di reti di ogni tipo, spesso illegali, come le spadare e le ferrettare, mentre sui fondali si trovano impigliate centinaia di altre reti. Risultato: i tre quarti delle specie marine sono in via di estinzione, il mare si sta svuotando e la prova è l’incremento delle meduse, di cui si ciberebbero i grandi predatori se non stessero scomparendo.

Il Mediterraneo sta meglio?
Recenti ricerche francesi dicono che, se l’inquinamento continuerà ai ritmi attuali, diventerà in 30-40 anni un mare praticamente morto, con un impatto economico catastrofico su tutte le popolazioni del litorale. I dati delle due missioni «Med-Mediterraneo in pericolo» dicono che è una discarica e che non ha nulla da invidiare alle più note «rubbish soup» (minestroni di spazzatura) dell’Atlantico e del Pacifico. Anzi: la discarica mediterranea presenta una concentrazione media superiore per km quadrato: 290 miliardi di micro-rifiuti di plastica che galleggiano sulle sue acque.

Quali sono i rimedi?
Il mare va difeso dall’inquinamento e dallo sfruttamento intensivo dei pescherecci: in Italia occorre estendere il vincolo paesaggistico sulle aree costiere e introdurre una moratoria per le costruzioni. Anche il controllo dei porti e degli stabilimenti balneari, la bonifica delle aree industriali costiere e il rispetto delle aree protette sono passaggi fondamentali.

Quali altri animali si possono avvistare?
L’incontro con le balenottere può essere normale. L’anno scorso ne sono state avvistate nello Stretto di Bonifacio al largo della Sardegna, in un’area che si trova nel Santuario Pelagos: è un’area protetta, ma trafficata, tanto che è al centro di polemiche tra gli animalisti e le autorità.

E i delfini si vedono?
ll delfino comune non è cosi comune nel Mar Ligure: è difficile incontrarlo ed è quasi impossibile incontrare interi branchi. Più comuni sono le stenelle – con loro a volte si associano alcuni esemplari di delfino – che appartengono alla famiglia dei delfinidi, ma si confondono facilmente, perché hanno comportamento, velocità di nuoto e forma del corpo molto simile.