venerdì 29 giugno 2012

Trovata la corazzata Roma, l'orgoglio della Marina

Corriere della sera

 

È in Sardegna, a mille metri di profondità. La nave fu affondata nel '43 dai tedeschi, persero la vita 1.352 marinai

 

A mille metri di profondità, a 16 miglia dalla costa sarda, nel golfo dell'Asinara, è adagiato un pezzo del relitto della corazzata Roma, un gioiello della regia Marina, affondata dai tedeschi il 9 settembre 1943. Sulla nave che colava a picco morirono 1.352 marinai. Perse la vita anche il comandante delle forze navali, l'ammiraglio Carlo Bergamini. Mentre 622 militari riuscirono a sopravvivere.

 

La Roma nel ’43La Roma nel ’43

Il ritrovamento è stato annunciato dalla Marina militare ed è avvenuto dopo oltre dieci anni di ricerche. La corazzata Roma era l'orgoglio del Duce. Con suoi i resti riaffiora, dopo 69 anni, uno dei capitoli più dolorosi della storia della Seconda guerra mondiale. Subito dopo la notizia dell'armistizio dell'8 settembre, i tedeschi scatenarono una vera e propria caccia agli italiani. E i marinai che componevano l'equipaggio della Roma furono tra i primi a subire la rabbiosa vendetta dei nazisti. Le unità sopravvissute della flotta italiana erano ancorate a La Spezia. In seguito agli accordi presi con gli angloamericani alla firma dell'armistizio, tutte le imbarcazioni militari dovevano lasciare il porto della Spezia e raggiungere le basi degli Alleati. La corazzata Roma seguiva la rotta verso Malta, dove i marinai si sarebbero consegnati agli inglesi, quelli che ormai non erano più nemici. I tedeschi capirono le intenzioni dei marinai italiani e fecero scattare la rappresaglia. I piloti nazisti al comando dei bombardieri Dornier si levarono in volo da un aeroporto della costa francese alla ricerca delle unità della regia Marina. Quando individuarono la corazzata la presero di mira sganciandole contro bombe radioguidate Ruhrstahl, uno degli ordigni segreti che i tecnici tedeschi avevano ideato per il regime di Hitler.

La Roma oggiLa Roma oggi

La corazzata Roma era un gioiello tecnologico per quell'epoca, apparteneva alla stessa classe di altre due navi da guerra, la Littorio e la Conte di Cavour. La Marina l'aveva aggiunta alla sua flotta il 9 giugno del 1940, proprio alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia. Non ebbe una vita fortunata perché subì gravi danni in seguito a un bombardamento aereo degli angloamericani. Rimase ancorata nel porto della Spezia per 63 giorni e sottoposta a lunghe riparazioni. Aveva potuto riprendere il mare appena un mese prima del suo affondamento.

 

È stato possibile individuare il relitto e fotografarlo grazie alla tecnologia della società Gaymarine, che produce apparecchiature subacquee e conduce sperimentazioni sottomarine.

Gli specialisti della Marina militare con l'ausilio degli strumenti di cui è dotato il robot subacqueo Pluto Palla sono stati in grado di accertare che i pezzi del relitto ritrovati appartenevano di sicuro alla nave da battaglia Roma. In particolare si tratta di pezzi dell'artiglieria contraerea che erano montati sulla corazzata.

 

 

Marco Nese

29 giugno 2012 | 18:34

Paga una multa ma non una notifica postale di 2 euro, ora ne deve dare 200

Corriere del Mezzogiorno

 

Il curioso caso di un automobilista napoletano che ha superato il limite di velocità a Praia a Mare. È difeso dall'avvocato Angelo Pisani

 

NAPOLI - Supera il limite di velocità e viene giustamente multato dal Comune di Praia a Mare dopo la registrazione di un autovelox, paga la multa di 160 euro dimenticandosi, forse, 2 euro di spese postali. Come nel peggiore degli incubi di tutti i contribuenti questi due euro sono tornati e sono più minacciosi che mai, ora infatti sono diventati 203 euro. La multa, difatti, si è centuplicata. A denunciare l'accaduto e difendere il malcapitato è l’avvocato Angelo Pisani. Il legale, presidente dell’associazione «Noi Consumatori» e fondatore del movimento «AntiEquitalia», chiede l'istituzione di una commissione d'inchiesta del Parlamento e un’ indagine della magistratura per accertare come e perché un presunto ed ingiusto addebito di 2 euro per una notifica tramite portiere mai autorizzata possa moltiplicarsi fino a più di 200 euro.

IL CASO - «Un' ingiunzione - dice l'avvocato Pisani - di altri 203,00 euro per spese inesistenti e non dovute, persino maggiore della multa di 160 euro già pagata. Alle proteste ed alle legittime richieste di delucidazioni in merito, un’ addetta del comando di polizia municipale di Praia a Mare ha spiegato all'automobilista che la nuova multa gli è stata comminata in quanto due anni fa aveva omesso di pagare il surplus di 2,80 euro previste nel caso in cui la consegna della raccomandata non fosse avvenuta nelle mani del diretto interessato, poiché la prima multa già pagata era stata consegnata al portiere adesso il cittadino si trova nella condizione di dover ripagare molto più della prima multa e tutte le more del caso». Sulla questione l’avvocato Angelo Pisani si dice «indignato sia per lo scaricabarile di responsabilità sulla vicenda sia sull metodo perseguito da Equitalia». Un fatto sicuramente curioso, visto che la multa è stata già pagata e che una moneta da 2 euro, e poco più, è cresciuta fino a diventare una grossa banconota da 200, e poco più.

 

Redazione online29 giugno 2012

Siamo soli nell'universo?», la top ten delle domande irrisolte della scienza

Corriere della sera

 

Un canale televisivo inglese lancia un sondaggio. Tra i quesiti l'esistenza di Dio e la cura per il cancro

 

Uno scienziato al lavoroUno scienziato al lavoro

 

Sono le classiche domande universali, quelle che tutti si fanno ma a cui nessuno riesce a dare una risposta certa, perché presuppongono un atto di fede impossibile da catalogare in un ambito scientifico (Dio esiste?); sono espressione di un desiderio per ora solo cinematografico (Si può viaggiare nel tempo?) o sono paure che risalgono ai Maya (Quando arriverà la fine del mondo?). Non sorprende dunque che queste annose preoccupazioni siano finite in una sorta di “Top-Ten” dei misteri irrisolti, stilata dal canale televisivo inglese Eden, in base alle risposte ad un sondaggio ideato per il lancio del Mese della Scienza(vota qui il mistero irrisolto più importante).

«PRIMA L'UOVO O LA GALLINA» - Vero, fra i quesiti rimasti fuori classifica troviamo anche classici rompicapo ancora senza soluzione (è nato prima l’uovo o la gallina?) o dubbi più banalmente quotidiani (si spegne davvero la luce del frigorifero quando si chiude la porta?), ma sono le questioni scientifiche ad aver catturato il maggior interesse. Non a caso, tre quarti dei 2mila adulti britannici partecipanti alla ricerca si è definito «fortemente interessato» alla scienza, mentre un’analoga percentuale ha auspicato una miglior informazione sull’argomento.

«La nostra comprensione della scienza si muove ad una velocità sorprendente, se si pensa che sono passati oltre 500 anni da quando la maggior parte della gente credeva che la terra fosse piatta – ha spiegato Adrian Wills, general manager del canale tv, al Daily Mail – e il Mese della Scienza servirà proprio per cercare di risolvere alcuni di questi dubbi universali, sebbene ci sia chiaramente ancora molto da imparare». E così accanto ad un 54% di persone che si chiede se “siamo soli nell’universo?” e ad un 46% che spera in una cura definitiva per il cancro (rispettivamente, prima e seconda domanda più gettonata della classifica) troviamo un 39% che si interroga sull’esistenza di Dio e un 27% che vuole sapere se colonizzeremo mai lo spazio (con il 33% che si domanda quanto sia grande), mentre un buon 20% è assillato dai dubbi riguardanti l’aspettativa di vita umana. Ma per chi volesse la lista completa delle questioni irrisolte, con relativa spiegazione scientifica, il Daily Star ha pronta la “Top-Ten”:

 

1 - Siamo soli nell’universo? (54%): secondo gli scienziati, l’universo potrebbe contenere molti sistemi planetari dove forme di vita intelligente possono evolversi, ma non abbiamo ancora sviluppato i mezzi tecnologici che ci permettano di coprire milioni di anni luce per metterci in contatto con loro

2 – Verrà mai trovata una cura per il cancro? (46%): le statistiche di sopravvivenza a diverse forme di tumore sono in continuo miglioramento, con nuovi trattamenti all’orizzonte e anche se è improbabile che ci sarà una cura miracolosa in un prossimo futuro, i pazienti sono comunque destinati a vivere più a lungo.

3 – Dio esiste? (39%): non c’è alcuna conferma empirica e scientifica dell’esistenza di Dio.

4 – Quanto è grande lo spazio? (33%): alcuni astronomi sono convinti che non abbia limiti, altri che dal Big Bang si sia espanso con un diametro di circa 150 miliardi di anni luce.

5 – Come e quando è iniziata la vita sulla Terra? (30%): ci sono state diverse teorie, dai batteri che sono entrati in rapporto simbiotico alle correnti convettive che sono passate attraverso la crosta terrestre.

6 – E’ possibile viaggiare nel tempo? (29%): teoricamente, sarebbe possibile grazie ai cunicoli spazio-temporali, ma questi sono instabili e tenerne uno aperto richiederebbe la gravità repulsiva, la cui esistenza dev’essere ancora confermata.

7 – Colonizzeremo mai lo spazio? (27%): forse. Alcuni sostengono che dovremmo prendere in seria considerazione l’idea di creare delle colonie in un’altra parte del sistema solare, nel caso in cui la Terra diventasse inospitale.

8 – Con cosa sarà possibile sostituire il petrolio e quando? (27%): fonti di energia alternativa sono già disponibili, ma occorre economizzare i costi se si vuole rimpiazzare il petrolio. Sono stati fatti comunque dei progressi nelle nanotecnologie che possono rappresentare una valida risposta.

9 – Quando finirà il mondo? (24%): le teorie dicono che l’universo smetterà di espandersi e che collasserà; che si raffredderà fino allo zero assoluto e che la “dark energy” finirà per vincere la forza di gravità.

10 – Di quanto si potrà allungare l’aspettativa di vita umana? (20%): gli esperimenti sulle cavie hanno convinto alcuni scienziati che l’uomo possa presto vivere oltre i cent’anni.

 

Simona Marchetti

29 giugno 2012 | 15:17

Prodi cercò di regalare la Sme all'Ingegner De Benedetti"

Libero

 

L'ex leader del Pli, Altissimo, racconta: "Gli americani offrivano 3.500 miliardi, il Prof la cedette all'Ing per 497"

 

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Le rivelazioni contenute nel libro intervista "L'inganno di Tangentopoli: Dialogo sull'Italia e vent'anni da Mani Pulite"

"Privatizzazioni addomesticate, tangenti dimenticate, stragi senza colpevoli. Per poter davvero chiudere i conti con la Prima Repubblica e con la propria esperienza politica, Renato Altissimo, ex ministro dell’Industria ed ex segretario del Partito liberale italiano, vuole almeno alzare il sipario e svelare qualche retroscena di quella stagione. Lo fa, insieme al giornalista Gaetano Pedullà, in un libro intervista, L’inganno di Tangentopoli. Dialogo sull’Italia e vent’anni da Mani Pulite (Marsilio, 176 pagg., 15 euro), che consentirà di accettare  un’eredità con beneficio d’inventario. Perché «vorrà dire qualcosa o no se in Italia l’ultimo ministro delle Finanze proveniente dai partiti sia stato Paolo Cirino Pomicino. Tutti quelli venuti dopo erano tecnici, professori, scienziati. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti»", spiega Andrea Morigi su Libero in edicola oggi. E tra le altre rivelazioni contenute nel libro ce n'è una più scottante delle altre: "Romano Prodi cercò di regalare la Sme all'Ignegner De Benedetti"'. L'ex leader del Pli, Altissimo, racconta che gli americani offrivano 3.500 miliardi, ma Prodi cedette all'editore di Repubblica per 497 miliardi. Una sproporzione mostruosa.

L'analfabeta della sera. Commenta l'intervista di Belpietro: o non l'ha letta o non sa leggere

Libero

 

Pierluigi: "Il titolo non so se riproduce esattamente le cose dette da Ingroia"

 

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Ieri l’editorialista del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, ha pensato di usare la sua rubrica on line per fare le pulci all’intervista rilasciata al direttore di Libero, Maurizio Belpietro, dal pubblico ministero di Palermo, Antonio Ingroia. Esordio del videoccommento di Battista: «C’è questo  titolo  “Berlusconi vittima della mafia” che non so se riproduce esattamente le cose dette da Ingroia, però...». Quindi, delle due l’una: o Battista si è messo a  commentare un’intervista senza averla neppure letta, oppure Battista non sa leggere.

Polemiche in Israele per Miss Olocausto

Corriere della sera

 

Trecento sopravvissute ai campi di concentramento hanno partecipato alla gara. In giuria, uno psichiatra geriatrico

 

Fascia d'ordinanza e coroncina sulla testa, proprio come per un concorso di bellezza «tradizionale». Solo che questa volta le partecipanti sono sopravvissute all'Olocausto. Succede in Israele, dove quasi 300 donne proveniente da tutto il Paese si sono registrate per conquistare il titolo di Miss Holocaust.

«MACABRO» - L'evento, descritto dagli organizzatori come una celebrazione della vita, ha suscitato molte controversie in Israele, in cui vivono quasi 200mila persone segnate dalle tragiche esperienze della Seconda guerra mondiale. Secondo alcuni, giudicare donne che hanno sofferto così tanto in base al loro aspetto fisico è inappropriato e perfino offensivo. «Per me suona come una cosa completamente macabra», ha affermato Colette Avital, presidente di un gruppo israeliano che rappresenta i sopravvissuti all'Olocausto. L'organizzatore Shimon Sabag ha rispedito al mittente le critiche, affermando che le vincitrici sono state selezionate in base alle loro storie personali di sopravvivenza e della vita dopo la guerra, mentre la bellezza fisica è stata solo un piccolo elemento della competizione. Stanno bene insieme, si sono divertite e ridevano durante le prove», ha detto Sabag. «Il fatto - ha aggiunto - che così tante persone hanno voluto partecipare dimostra che è stata una buona idea».

 

Polemiche in Israele per Miss Olocausto Polemiche in Israele per Miss Olocausto Polemiche in Israele per Miss Olocausto Polemiche in Israele per Miss Olocausto Polemiche in Israele per Miss Olocausto Polemiche in Israele per Miss Olocausto

 

LA REGINETTA - Gli organizzatori hanno selezionato 14 finaliste, che giovedì si sono esibite durante una cerimonia ufficiale a Haifa. All'evento hanno partecipato circa 600 persone, tra cui due ministri del governo israeliano, Moshe Kahlon e Yossi Peled, lui stesso sopravvissuto all'Olocausto. Le partecipanti hanno tra i 74 e i 79 anni. Una giuria composta da quattro giudici, con tre ex reginette di bellezza e uno psichiatrico geriatrico esperto nel trattamento di vittime da Olocausto, ha scelto la reginetta. Si tratta di Hava Hershkovitz, 79 anni, di origini rumene.

 

Marta Serafini
@martaserafini29 giugno 2012 | 12:51

Picchiano un 63enne e poi lo accusano di resistenza, arrestati due poliziotti

Corriere della sera

 

Gli agenti 25enni, fuori servizio, sono stati incastrati dalle telecamere: totalmente falsa la loro versione

 

MILANO - Due agenti della questura di Milano sono stati arrestati per il pestaggio di un uomo di 63 anni avvenuto il 20 maggio scorso alle 3 del mattino in viale Gorizia. Il gip Clemente ha emesso a loro carico un'ordinanza di custodia cautelare in carcere su richiesta del pm Tiziana Siciliano. I due agenti, entrambi 25enni originari della Sicilia, al momento del fatto non erano in servizio e vestivano in borghese. Sono stati condotti in carcere e sospesi dal servizio. L'uomo ha riportato fratture al volto con una prognosi di 40 giorni. I due agenti , oltre che per lesioni gravissime sono accusati anche di falso ideologico e calunnia perchè, dopo il pestaggio dell'uomo, hanno stilato una relazione dei fatti totalmente smentita dalle immagini riprese da una telecamera in cui si vede chiaramente l'aggressione da parte dei due poliziotti.

LA DINAMICA - Nelle immagini si vedono i due agenti avere un alterco con il 63 enne, che era insieme alla compagna di 50 anni. I due giovani offrivano dei fiori alle passanti, discutono con l'uomo, incensurato, che appare leggermente alticcio. Si separano, ma poco dopo si riavvicinano all'uomo e lo investono con una scarica di pugni al volto. Nel documento gli agenti sostenevano di essere stati aggrediti dall'uomo. Non sono ancora chiari i motivi che hanno spinto i due agenti - in servizio a Milano da un anno - ad aggredire con tanta violenza Vittorio M., ricoverato al Policlinico con numerose lesioni. Dopo averlo picchiato a mani nude, i poliziotti hanno chiamato il 118 e atteso l'arrivo dei soccorsi. Successivamente hanno dichiarato il falso accusando l'uomo di resistenza a pubblico ufficiale (cosa per cui era stato denunciato), ma le telecamere di vigilanza urbana hanno dimostrato l'infondatezza del racconto.

IL QUESTORE - Sull'episodio è subito intervenuto il questore di Milano Alessandro Marangoni: «Chi sbaglia tra i poliziotti- ha detto - dovrebbe pagare doppio. La reazione degli agenti è stata spropositata. Il nostro intervento dimostra che la forza dello Stato è quella di essere trasparente»

 

Redazione Milano online29 giugno 2012 | 13:06

La Regione Siciliana tra sprechi e costi elevati E' boom di baby pensionati

di Domenico Ferrara - 29 giugno 2012, 11:34

 

La Corte dei Conti lancia l'allarme: "La spesa per i trattamenti pensionistici si è attestata nel 2011 a 639 milioni di euro". E sul personale: "Un dirigente ogni 8,4 dipendenti"

 

Un quadro impietoso fatto di sprechi e di arretratezza consolidata. La Regione Siciliana si conferma ancora una volta regina della dilapidazione. Nel 2011 la spesa per il personale regionale è aumentata: cinquantasei milioni in più rispetto all'anno precedente.

 

La sede dell'Ars

La sede dell'Ars

 

Un incremento che fa lievitare i costi per le casse della Regione fino ad un miliardo e 84 milioni di euro.

Cifre spaventose, rimarcate dal procuratore generale d’Appello della Corte dei Conti siciliana, Giovanni Coppola, durante l’udienza pubblica del giudizio di parificazione del Rendiconto generale della Regione siciliana. Nel corso della sua requisitoria il procuratore si è soffermato proprio sui costi sostenuti dalla Regione per "l’elevato organico dei dipendenti regionali" che, al 31 dicembre del 2011, hanno raggiunto quota 20.288 unità, di cui 17.218 a tempo indeterminato e 3.070 con contratti a termine. Resta elevato l’organico della Regione siciliana che al 31 dicembre scorso si attestava a 20.288 unità, di cui 17.218 a tempo indeterminato e 3.070 a tempo determinato.

Rimane alto anche il numero dei dirigenti a tempo indeterminato: 1.835, con una diminuzione di 128 unità rispetto al 2010, quando erano 1.963. Ma aumenta lievemente il rapporto tra dirigenti e il resto del personale: un dirigente ogni 8,4 dipendenti. "Considerato che la Regione ha 1.835 dirigenti di ruolo è difficilmente comprensibile il ricorso all’assunzione di ulteriori dirigenti esterni", ha rimarcato Coppola. Che poi ha posto l'accento su un altro aspetto relativo allo spreco della Regione: quello delle pensioni. "I pensionati regionali sono 16.098 e nel 2011 il Fondo pensioni Sicilia ha liquidato 325 nuove pensioni ordinarie, 176 di reversibilità e ben 497 pensioni con le agevolazioni della legge 104 del 1992 che consente di andare in quiescenza con 25 anni di servizio per accudire un congiunto gravemente disabile. Così, è nuovo boom di baby pensionati", ha affermato il procuratore generale della Corte dei conti della Regione siciliana.

La spesa per i trattamenti pensionistici a carico della Regione si è attestata nel 2011 a 639 milioni di euro, con una diminuzione di 10 milioni. Coppola infine ha commentato gli interventi di contenimento della spesa, tra i quali la riduzione delle indennità del presidente della Regione e dei suoi assessori, perché queste regole restrittive "sembrano essere state scritte nella sabbia: nel senso che il vento conservatore della resistenza passiva scaturente da interessi consolidati e difficili da eliminare, le rende di fatto di difficile attuazione". A dimostrazione di ciò, Coppola ha citato ancora una volta i dati: la spesa regionale complessiva, che nel 2010 si era attestata in termini di impegni a 19 miliardi 259 milioni, nel 2011 "non si è per nulla ridotta", anzi vi è stato un incremento di 299 milioni, stante che le uscite hanno raggiunto 19 miliardi 558 milioni, con un aumento dell’1,5%.

Infine, il procuratore generale ha sottolineato la necessità di congrui trasferimenti statali per la Sicilia perché "se lo Stato centrale non fornisce adeguati mezzi finanziari, i siciliani continueranno a vivere nell’arretratezza delle proprie vetuste risorse infrastrutturali".

Caronte e Scipione? In Germania sono Stefan e Volker, non esistono nomi ufficiali per i cicloni

Corriere della sera

 

Gli ultimi due soprannomi scelti da Ilmeteo.it. L'istituto di meteorologia di Berlino permette di sceglierli a pagamento

 

Caronte e Scipione? Chiamateli come vi pare. I nomi dei cicloni che ci stanno facendo sudare sette camicie non sono ufficiali. Già, perché a differenza di quanto succede in America dove i soprannomi degli uragani sono scelti da un centro nazionale apposito, in Europa per i fronti meteorologici ciascuno può inventarsi l'appellativo che più preferisce.

 

AGITAZIONE TRA I METEOROLOGI - I Scipione e Caronte infatti sono un'invenzione del sito di previsioni Il Meteo.it, primo ad aver diffuso sul web i due nomignoli. In Germania, invece, Scipione risponde al nome di Stefan. E Caronte si chiama Volker. Ad essere accreditato in Europa dall’organizzazione mondiale meteorologica (Omm) è l'Istituto di meteorologia dell’Università di Berlino, che in teoria dovrebbe essere l'unico a poter scegliere i soprannomi. Ma in realtà lo stesso istituto permette a chiunque di dare un nome a un ciclone adottandolo per la modica cifra che oscilla tra i 199 euro e i 299, poi reinvestiti nella ricerca. Detto ciò, anche il nome che esce dall'università di Berlino non ha però alcuna ufficialità. Cosa che suscita parecchio dibattito tra i meteorologi. Ilmeteo.it pochi giorni fa ha messo un punto fermo alla querelle assicurando di aver chiamato Berlino e ottenuto, non esistendo alcuna esclusiva, il diritto per consuetudine di nominare le alte e le basse pressioni a suo piacimento, consultando anche gli utenti della propria community. Con buona pace di ordini alfabetici e metodi scientifici.

PAR CONDICIO - Ma come nasce l'uso di identificare con un nome proprio i fenomeni atmosferici? L'abitudine a dare nomi propri agli uragani e ai cicloni è nata in Gran Bretagna e negli Usa nei primi anni '60: i piloti e gli scienziati che per primi li avvistavano li battezzavano col nome della propria moglie o fidanzata perché rimanessero nella storia. Inoltre i nomi di donna richiamavano la presunta imprevedibilità e distruttività femminile. Una consuetudine che di certo non era gradita ai gruppi femministi. Così dal 1998 è stata introdotta la regole di alternare nomi femminili e maschili onde evitare polemiche.

 

Redazione Online29 giugno 2012 | 11:04

Karadzic assolto dal tribunale dell'Aia «In Bosnia non fu genocidio»

Il Messaggero

 

Restano in piedi le accuse per la strage di Srebrenica e altri nove capi per la guerra del '92 e '95

 

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L'AIA - L'ex capo politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic è stato assolto dall'accusa di genocidio in Bosnia dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia. Per Karadzic rimane l'accusa di genocidio a Srebrenica e altri nove capi d'accusa per crimini contro l'umanità nella guerra di Bosnia del '92 e '95.


La difesa aveva chiesto, nel corso di un'udienza l'11 giugno, il proscioglimento di Karadzic per tutti gli 11 capi d'accusa per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra di cui deve rispondere. L'ex capo dei serbi di Bosnia, 60 anni, rimane accusato di crimini contro la guerra di Bosnia, che aveva provocato 100.000 morti e 2,2 milioni di sfollati nel 1992 e nel 1995. Il processo a Karadzic, arrestato nel luglio 2008 dopo 13 anni di latitanza, si è aperto nell'ottobre 2009.

Giovedì 28 Giugno 2012 - 14:02

Mio marito è gay, fa outing e mi molla Chi mi risarcisce una vita dedicata a lui?

Corriere della sera

di Laura Logli *

 

Laura Logli è una lettrice avvocato, e ci ha scitto per raccontarci un genere di caso che ultimamente ha affrontato spesso: rinunci a tutto, lo segui, poi scopri che è gay. Ha senso parlare di risarcimento del danno o di alimenti stellari? chiede Laura. Questa in sintesi la sua risposta: “Sì e no. Io sono per i patti prematrimoniali e in fondo perché la donna non smetta di mantenere  la sua autonomia economica”.

 

Francesca ha 46 anni, due figli di 16 e 12 anni, una laurea in legge e un marito manager che ha seguito a Londra per un importante trasferimento di lavoro, in nome dell’amore, dei figli, dell’alto tenore di vita che il suo stipendio di uomo della finanza ha sempre garantito.

Finchè non si è presentato il problema, e che problema.

Francesca, che si trova a vivere all’estero, lontana da parenti e amici, là dove il suo titolo di avvocato conseguito in Italia non vale nulla, ha scoperto che suo marito è gay, che da tempo conduce una doppia vita, che è finalmente pronto a fare outing, che ha intenzione di lasciarla.

I bonus però, come è noto, nel mondo della finanza, e non solo, sono terminati, la crisi dimezza i redditi e la prospettiva di separazione di Francesca prevede un assegno di mantenimento decisamente più esiguo rispetto al tenore di vita goduto negli ultimi anni. Si dovrà quindi trasferire con i bambini in una casa più piccola sempre a Londra rivedendo le sue abitudini, le frequentazioni che il marito manager le garantiva o, in alternativa, potrebbe fare rientro in Italia, ripartendo dallo scalino precedente al suo espatrio, fuori da ogni logica professionale, e non dimentichiamolo non poco sofferente per un progetto di vita naufragato in modo traumatico.

Questa è una storia come tante, non totalmente vera per ovvie ragioni di tutela della privacy, ma incredibilmente frequente di questi tempi.

Come non comprendere le ragioni di Francesca che ha sostenuto l’immagine pubblica di un marito che aveva bisogno anche di una famiglia esemplare per fare carriera, che ha gestito lo sradicamento dei figli, che ha rinunciato alla sua carriera e alle sue opportunità professionali in nome di un progetto comune.

Ecco quindi richieste di assegni mensili esorbitanti, domande di risarcimento del danno, perché purtroppo è vero, chi potrà mai ripagare del vuoto di un’opportunità di lavoro che non potrà mai più presentarsi; come potranno essere risarciti quegli anni investiti a tessere le sue pubbliche relazioni, la sua identità professionale, tutto per una inconfessabile bugia di fondo, per un non detto neppure con se stessi.

Comprendo le Signore che in questi, e in analoghi casi di marito fedifrago che ti lascia per la ventenne, ingaggiano battaglie feroci per vedere tutelati i propri diritti poiché é indubitabile che se il marito in questione ha fatto carriera è anche per merito di chi si è occupato di casa e figli negli anni in cui lui vedeva lievitare il suo stipendio.

Se negli ultimi anni si sono impennate le richieste di risarcimento del danno nell’ambito delle relazioni famigliari credo sia il segno di una nuova presa di coscienza, specie femminile, come a dire non ci sto a liquidare tutto come un semplice fallimento dell’unione coniugale. In casi come questo molte donne ritengono che non si tratti solo di un amore che è finito perché è la vita che va così, ma sono convinte che si stato fatto loro del male, consapevolmente o per troppa leggerezza, e che questo dolore abbia un prezzo.

Il percorso in ogni caso è complesso: il danno deve essere evidente e documentato, attraverso certificati medici o prove che dimostrino che c’è stata un’effettiva modifica peggiorativa delle attività realizzatrici della nostra persona. C’è dunque un cambiamento nella nostra vita che dipende dall’evento dannoso ed in assenza del quale non si sarebbe verificato. Svariati sono stati i risarcimenti per infedeltà o per mobbing familiare: il tradimento era stato così plateale da risultare umiliante per chi l’aveva subito. Oppure l’ex marito aveva talmente trascurato, insultato e fatto violenza psicologica alla moglie da annientarne la personalità. In ogni caso i risarcimenti non sono certo stati milionari. 

Però, nonostante le responsabilità vadano assunte e i torti, per quanto possibile, risarciti, esiste una complicità. Perché quando ci si annulla per l’altro o ci si affida completamente a lui, si rischia un gioco al massacro. Se è vero che in nome dell’amore si fanno rinunce e che ci si sostiene reciprocamente per il bene comune, non si può non mettere in conto il rischio di un bilancio amaro quando si rinuncia consapevolmente ad un proprio lavoro, al proprio paese, omettendo probabilmente di confessare a se stesse già scomode realtà note (è possibile che non ci si accorga mai dell’omosessualità del partner?).

Posso apparire cinica ma ritengo che concentrare tutta la propria capacità di investimento in un unico bene, il matrimonio, sia una scommessa troppo rischiosa e rinunciare alla propria capacità di lavoro significa consegnarsi nelle mani, seppur amorevoli, di un’altra persona.

Il problema, però, non è solo la debolezza di noi donne di fronte ad un radicato maschilismo, per cui tra le mie e le sue aspettative di realizzazione e carriera vincono le sue perché guadagna di più e perché è normale che sia così. Il fatto è che forse alcune donne sono ancora troppo legate a un’idea di coppia tradizionale e faticano a conservare la lucidità mentale necessaria alla gestione di quello che è anche un contratto, come lo è il matrimonio.

Per poi sentirsi dire, anche in una situazione inequivocabilmente mortificante come quella di Francesca, che è aberrante in Italia avere una legislazione che permette alla moglie che non lavora per decisione comune dei coniugi, di aver diritto a continuare a non lavorare anche dopo la separazione.

Questa sarà l’opinione di tutti gli uomini e di gran parte delle donne che lavorano: che siamo uno degli ultimi paesi al mondo in cui esiste il vitalizio in favore delle donne senza prevedere un tempo entro il quale la moglie è tenuta a riorganizzarsi la vita.

Perché allora non ammettere anche in Italia i patti prematrimoniali? Patti che non sono consentiti in Italia prevalentemente per una questione culturale poiché si pensa in questo modo che il matrimonio verrebbe “sporcato” da un accordo economico e, in particolare, da un accordo relativo alla disciplina della fine dell’unione. Si pensa inoltre che se si riconoscesse la validità dei patti prematrimoniali, la parte più debole potrebbe essere costretta ad accettare un accordo iniquo in un momento molto delicato come quello che precede il matrimonio. Ritengo invece, che se i patti prematrimoniali fossero consentiti anche in Italia si eviterebbero lunghe e dispendiose cause, non si incorrerebbe in drammatiche sorprese, si avrebbe il coraggio da subito di affrontare con naturalezza argomenti pratici che in realtà riguardano le scelte quotidiane di una famiglia.

Con una sincera assunzione preventiva di rischi e responsabilità anche i sentimenti potrebbero essere vissuti con maggior naturalezza.

Le spese «folli» dei Comuni per i vigili urbani

Corriere della sera

 

Approvati i costi standard del federalismo in base ai quali dall'anno prossimo le amministrazioni riceveranno le risorse

 

ROMA - Da oggi niente più alibi. Con i primi costi standard del federalismo fiscale approvati ieri, quelli sulla polizia locale e i servizi per l'impiego, si alza finalmente il sipario sugli sprechi e le virtù di Comuni e Province. E cominciano i dolori per gli amministratori locali. Per i vigili urbani, il primo parametro a essere pubblicato, il Comune capoluogo che spende di più è quello di Cosenza, che paga il 150% in più del costo «standard», che invece a Roma è in perfetto equilibrio e a Milano è addirittura più alto dei costi attuali (che arrivano all'83%). Brutte notizie per i cosentini e buone per i milanesi: dall'anno prossimo le risorse per far funzionare i vigili urbani saranno pari al costo standard, non un euro di più. Chi sfora dovrà riallinearsi in tre anni, e provvedere a sue spese. Oppure tagliare.

«Abbiamo avviato il percorso di superamento del criterio della spesa storica per il finanziamento degli enti locali, che è fonte di deresponsabilizzazione e inefficienza» spiega il presidente della Commissione sul federalismo, Luca Antonini, che ieri ha approvato i dati e li ha trasmessi al governo. Si è partiti con la polizia locale, poi pian piano arriveranno i costi standard per l'amministrazione generale, i servizi sociali, i trasporti e tutte le altre funzioni, calcolati «su misura» dalla Sose, la stessa società pubblica che elabora gli studi di settore per pagare le tasse, per ognuno dei 6.704 Comuni delle regioni ordinarie.

Per le Province il primo parametro elaborato è stato quello sui servizi per l'impiego, dal collocamento alla formazione, e a detenere il record negativo è Verbano-Cusio-Ossola. Gli amministratori della neonata Provincia sono evidentemente stati di manica larga, perché sono riusciti a spendere quasi sei volte il costo standard, che è poi quello che riceveranno in futuro (sempre che le Province non siano accorpate). A seguire c'è Pesaro-Urbino (4,87 volte), poi Novara, che spende tre volte di più, poi Pisa, Firenze, Bologna, Savona, L'Aquila, Vibo, Rieti tutte con una spesa almeno doppia rispetto al valore ottimale.

Gli sprechi sono ancor più macroscopici se si considera la spesa dei Comuni per i vigili urbani. Il record assoluto, con una spesa pari a ben 30 volte il costo standard, spetta al comune di Grezzago, in provincia di Milano, anche se il comandante cade dalle nuvole. «Ci deve essere uno sbaglio. Siamo due agenti per 2.800 abitanti» dice Luigi Mauri. Stessa reazione dal sindaco di Borgo Vercelli, secondo nella graduatoria con una spesa pari a 26 volte il necessario. «Avevamo due vigili e uno l'abbiamo pure messo in mobilità. È senz'altro un errore» sbotta Francesco Filice.

Sarà un errore, che invece i tecnici della Commissione sul federalismo tendono a escludere. Se come a Comabbio, Chiusavecchia, Villa Biscossi, Campione d'Italia, Vinzaglio, Costa de' Nobili, Zerbo, Belmonte Castello la spesa per la polizia locale supera quella ottimale tra 10 e 20 volte, spiegano, una ragione ci sarà.

A Minturno, sulla costa laziale, dove la spesa effettiva è 4,4 volte oltre quella «standard», il caso dei vigili è noto: nove autovelox, otto fissi e uno mobile, e pattuglie spiegate ovunque con milioni (dicansi milioni) di verbali di contestazione elevati ogni anno. Certo, le multe rendono. Ma la Commissione sul federalismo non le considera come fattore per controbilanciare un costo che appare comunque eccessivo. Come a Castellamare di Stabia, dove le multe fioccano, non solo sulle strade: sono fuorilegge bikini, shorts, il gioco del calcio nei giardinetti, la discarica selvaggia. Cose sacrosante, ma il sindaco, l'onorevole del Pdl Luigi Bobbio, fa maledettamente sul serio. «Finché i concittadini non avranno recuperato coscienza civica non si fermeranno gli interventi preventivi e repressivi. Il rispetto delle regole è una basilare e indefettibile norma di convivenza e dove non vengano rispettate spontaneamente, non ci tireremo indietro per imporne l'osservanza ai riottosi». Giustissimo. Solo che l'ordine, a Castellamare, costa una fortuna e dall'anno prossimo la spesa per i vigili dovrà quasi essere dimezzata.

 

Mario Sensini

29 giugno 2012 | 8:28

Offese al capo, non sempre scatta il licenziamento

La Stampa

 

Non è licenziabile il dipendente che offende il capo, se tale condotta, seppur «spiacevole e inopportuna» non è di «una tale gravità da poter compromettere il rapporto fiduciario tra le parti». Lo afferma la Cassazione (sentenza 10426/12) confermando la decisione della Corte d’appello dell’Aquila che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento di un uomo, accusato di aver rivolto una frase irriguardosa ad un suo superiore.

Il caso

Era stata solo una «intemperanza verbale» senza altri comportamenti «scorretti, inidonea a dimostrare una volontà di insubordinazione o di aperta insofferenza nei confronti del potere disciplinare e organizzativo del datore di lavoro», quindi la condotta «ben poteva essere sanzionata con una misura non a carattere espulsivo». La frase «era stata pronunciata in un contesto non di contrapposizione, ed era stata preceduta da affermazioni di ordine scherzoso» e le parole ingiuriose non erano, secondo la ricostruzione dei giudici, rivolte direttamente al superiore «che distava circa 15 metri». La lite giudiziaria era scaturita soprattutto dal fatto che l’offesa aveva urtato il capufficio in quanto donna. Però la Cassazione ha respinto il ricorso dell’azienda. La contrattazione collettiva «prevede come sanzione il recesso solo se il diverbio litigioso è seguito dal ricorso a vie di fatto, nel recinto dello stabilimento e che rechi grave pregiudizio alla vita aziendale». L'episodio, «rimasto nei limiti di una intemperanza verbale» è «stigmatizzabile», ma non meritevole di licenziamento. L’azienda dovrà anche rifondere l’avvocato del dipendente con 2.500 euro.

Quante armi nelle case degli italiani?

Las Stampa

 

In Italia, la legislazione in materia di armi è particolarmente blanda

 

A CURA DI FRANCESCO GRIGNETTI

roma

 

Ieri a Giugliano (Napoli) un bambino di tre anni ha trovato in casa una pistola, dalla quale è accidentalmente partito un colpo che l’ha ucciso. Un fatto analogo avvenuto a Catania il 18 giugno ha causato la morte di un quindicenne. Ma quante sono le armi in circolazione nelle case degli italiani?
Il numero esatto non è mai stato divulgato dal ministero dell’Interno. Si calcola comunque che tra pistole, fucili da caccia, armi sportive e da collezione, vi siano legalmente oltre 2 milioni di armi. Va fatta la distinzione, però, tra «detenzione» e il «porto». Nel primo caso, il cittadino è autorizzato all’acquisto dell’arma e può solo tenerla in casa. Nel secondo, su autorizzazione del prefetto, può anche portarla con sé. I «porto d’arma» dovrebbero aggirarsi attorno al milione. Alcuni anni fa, a seguito dell’ennesimo fatto di sangue, l’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu dispose un monitoraggio: furono verificati circa 600 mila «porto d’armi» (500 mila licenze per caccia e 100 mila per il tiro a volo). Vi furono 3.600 sospensioni e 1.450 divieti di detenzione.

Cosa occorre per comprare un’arma e tenerla in casa?
La legislazione è particolarmente blanda. Per acquistare armi da sparo e trasportarle fino al proprio domicilio è necessario ottenere il nulla osta del questore. Serve un certificato di idoneità psico-fisica rilasciato dall’Asl, un’autocertificazione relativa al servizio prestato nelle Forze Armate o nelle Forze di Polizia (e di non essere stato riconosciuto obiettore di coscienza), infine il certificato di idoneità al maneggio delle armi rilasciato da una Sezione di Tiro a segno nazionale e le generalità delle persone conviventi. Nel 2007, a seguito di un fattaccio che fece scalpore a Guidonia, dove un ex ufficiale dell’esercito si affacciò con un fucile dal balcone di casa e uccise due passanti, il ministro dell’Interno Giuliano Amato provò a introdurre regole più stringenti anche per la detenzione di armi in casa, chiedendo l’idoneità psico-fisica, ma il Ddl del governo s’insabbiò in Parlamento. Ci stanno riprovando i senatori Marilena Adamo (Pd) e Filippo Saltamartini (Pdl), come prima firmataria e relatore, perché sia prevista la possibilità di togliere le armi a chi è affetto da malattia psichiatrica.

Che cosa occorre, invece, per portare le armi con sé?
A differenza della Costituzione degli Usa, che prevede espressamente il diritto del cittadino a girare armato, in Italia la legge prevede l’opposto: al cittadino comune è vietato tassativamente maneggiare armi da guerra, ma è vietato anche portare armi comuni, salvo licenza. E per avere tale permesso, detto «porto d’armi», egli deve averne un «dimostrato bisogno». Se fino a qualche tempo fa ciò era una pura formalità, e un «porto d’armi» non si negava a nessuno, recentemente i prefetti hanno avuto indicazione di essere molto più severi. Per ottenere il «porto d’arma» per difesa personale, quindi, è necessario essere maggiorenni, ma occorre anche il certificato di idoneità psico-fisica, una fedina penale pulita e una «ragione valida e motivata» che giustifichi il bisogno di andare armati. L’autorizzazione vale un anno.

C’è poi la licenza per uso sportivo di armi che permette di esercitare il tiro a volo e il tiro a segno. Il genitore di Giugliano era uno sportivo che si allenava con la pistola da tiro a segno.
In particolare, per il tiro a segno è necessario iscriversi presso una sezione di tiro a segno nazionale o presso un’associazione di tiro iscritta ad una federazione sportiva affiliata al Coni. La licenza di porto di fucile con canna ad anima liscia per il tiro a volo autorizza il titolare al porto delle sole armi idonee all’esercizio della specifica attività di tiro. Anche in questo caso serve una certificazione comprovante l’idoneità psicofisica del richiedente e la licenza è valida sei anni.

Perché qualche giorno fa il governo ha reintrodotto il Catalogo nazionale delle armi?
Esattamente sei mesi fa, con un blitz parlamentare, la Lega Nord ha fatto abolire il Catalogo nazionale delle armi. Con l’occasione, il capogruppo dei senatori leghisti, Federico Bricolo, vantò «l’importante risultato a difesa delle nostre imprese del settore armiero che hanno necessità di operare senza eccessivi oneri burocratici». Il Catalogo è uno strumento del ministero dell’Interno per regolamentare al meglio il settore, distinguendo quali sono le armi considerate comuni e quali quelle da guerra, precisando anche quali possono essere importate per la vendita e quali no. L’abolizione poteva essere un primo passo verso una liberalizzazione all’americana. Il Viminale però non ha mai accettato di perdere il Catalogo e lo ha fatto reintrodurre con decreto. «Era necessario colmare un vuoto normativo che ha determinato notevoli difficoltà sotto il profilo applicativo, disorientamento degli operatori del settore e anche un evidente pericolo di incontrollata diffusione di armi sul territorio», ha spiegato il sottosegretario all’Interno, Carlo De Stefano. Con l'occasione, anzi, ulteriori compiti di verifica della qualità di arma comune, compresa quella destinata a uso sportivo, sono stati attributi al Banco nazionale di prova.

Quando i genitori fanno clonare le email dei figli

Corriere della sera

 

Il dibattito è stato aperto dal «New York Times». Un apparecchio monitora i siti visitati, un altro le foto inviate

 

Dal nostro corrispondente Alessandra Farkas

NEW YORK - «Io ho una teoria: se vuoi aiutare i tuoi figli a distinguere il bene dal male, devi giocare nella loro stessa squadra», racconta la 62enne Mary Cofield, spiegando di aver regalato un telefonino Android alla nipote di 15 anni ad un patto: permetterle di tenere sotto controllo ogni sua mossa digitale.
Per proteggere la nipote dalle insidie della Rete, la nonnina di Richmond non ha esitato ad allearsi con il «nemico». Si è rivolta a uKnowKids.com, servizio online che monitora i profili Facebook e Twitter della teenager, le sue attività cibernetiche e anche gli sms. «M'inviano un messaggio ogni volta che lei usa parole scurrili», racconta Mary, «e arrivano persino a tradurre in corretto inglese l'astruso slang giovanile, pieno di acronimi e abbreviazioni».

La Cofield è soltanto uno dei tanti nonni e genitori che in America ricorrono sempre più spesso ai nuovi strumenti informatici per spiare figli e nipoti quando, una volta chiusa la porta della cameretta, si perdono per ore davanti allo schermo di un computer o di un iPhone. In un lungo articolo di prima pagina intitolato «Grande Fratello? No, sono i tuoi genitori», il New York Times rivela che «sono tantissimi, oggi, gli americani che pedinano come segugi le vite digitali della propria prole». E senza alcun rimorso.
«Ma vigilare sui nostri figli alla stregua di poliziotti è proprio il modo migliore per proteggerli?», s'interroga il quotidiano nell'articolo che ha fatto il giro della Rete, scatenando un acceso dibattito. «Non dovremmo, piuttosto, avere più fiducia nei nostri ragazzi?», prosegue, ricordando come le ansie di tante mamme e papà abbiano dato vita a una vera mini-industria che produce strumenti sempre più sofisticati per controllare da lontano gli adolescenti.

Si va dall'apparecchio che ritraccia i siti internet visitati dai teenager al gadget che identifica le persone da loro incontrate in rete; dal software che monitora le foto e i commenti «postati» a quello che avvisa in tempo reale se i figli inviano messaggi mentre sono alla guida. «Nei computer di casa abbiamo un filtro che blocca i siti porno e mantiene traccia di tutte le pagine web visitate», confessa Dan Sherman, un esperto di informatica del New Jersey, che ha installato sull'iPhone delle sue due figlie di 8 e 13 anni un software «per impedir loro di scaricare applicazioni sul cellulare». «Sono un po' combattuta da queste pratiche da agente segreto, ma sento il dovere di proteggere mio figlio 13enne», gli fa eco Kyle Reed, mamma del Colorado che utilizza TextPlus, un'innovativa applicazione per iPhone che le consente di leggere in copia tutti i messaggi di testo che il ragazzo invia, inclusi quelli destinati alla fidanzatina.

A dar retta alle statistiche, i timori di Kyle sono più che fondati. Soltanto poche settimane fa, in America, si è scoperto che tre ragazzine sono state violentate da «predatori della rete» dopo aver utilizzato l'applicazione Skout, realizzata per flirtare sul Web. «La tecnologia è un'importante risorsa per i nostri figli ma allo stesso tempo è fonte di pericoli», mette in guardia Betsy Landers, presidente della National Parent-Teacher Association, «per questo è importante che anche mamma e papà stiano al passo coi tempi».
Ma non tutti gli esperti sono d'accordo. «I genitori devono dialogare e non guardare dal buco della serratura», punta il dito Lynn Schofield Clark, docente di media dell'Università di Denver, «invadere la privacy dei propri figli è inutile», continua, «i ragazzi sono abilissimi nel trovare stratagemmi per aggirare il controllo indesiderato».


Tra le astuzie più diffuse: creare una nuova pagina Facebook e Twitter , navigare nel cyberspazio usando pseudonimi, oppure gli account degli amici e comunicare in codice. «Non mi sento in colpa se cerco di essere più furbo di loro», conclude Dan Sherman, «le mie figlie capiranno presto che tutta la loro vita sarà sotto il controllo del Grande fratello. A iniziare dal posto di lavoro».

 

@afarkasny 29 giugno 2012 | 9:22

Clonò le carte di 409 clienti. Condannato l’hacker delle Poste

La Stampa

 

Aveva scoperto il modo di forzare il sistema di sicurezza di Postepay: sconterà due anni e mezzo. Vittime in tutta Italia

 

Matteo Aldrovandi, 29 anni, di Vigevano, si era impadronito dei dati per accedere ai conti di 409 utenti sparsi in tutta Italia

 

claudio bressani

 

Aveva scoperto un anello debole nel sistema di sicurezza di Postepay, la carta di pagamento del gruppo Poste Italiane, ed era riuscito a scardinarlo, o «craccarlo» come dicono gli addetti ai lavori. Così Matteo Aldrovandi, 29 anni, di Vigevano, si era impadronito dei dati per accedere ai conti di 409 utenti sparsi in tutta Italia. Su diversi aveva operato tra il gennaio e il febbraio 2010, prosciugandoli e trasferendo le somme depositate, diverse migliaia di euro, su altri conti inglesi a lui intestati. L’operazione gli ha fruttato poco ma gli è costata parecchio: una condanna a due anni e sei mesi di reclusione e 1200 euro di multa per il reato di accesso abusivo continuato a sistemi informatici.

Aldrovandi in sei anni di «carriera» come truffatore informatico seriale ha totalizzato una decina di condanne, per un totale di 10 anni e 9 mesi di reclusione. Una sola è passata in giudicato, a 6 mesi e 200 euro di multa, emessa il 4 maggio 2010 dal Tribunale di Novara, sezione distaccata di Borgomanero, dove ha vissuto per un certo periodo. Per scontarla il 13 dicembre scorso era finito in carcere. Poi aveva ricevuto un ordine di custodia cautelare per ulteriori episodi. All’avvicinarsi della data di fine pena e con la prospettiva di restare in carcere per effetto dell’altro provvedimento, il 23 maggio si era deciso a farsi interrogare dal pm di Vigevano Marcello Maresca e aveva per la prima volta ammesso le sue responsabilità, incassando così la concessione degli arresti domiciliari, dove ora si trova dal 12 giugno.

Al magistrato Aldrovandi ha confessato tutta la sua incredulità: «Un giorno guardavo il sito delle Poste - ha detto - e mi è venuta un’idea. Ho detto: “Ma come è possibile che sia così facile?”. Poi ho provato e funzionava». In pratica gli bastava entrare in possesso del numero di codice fiscale di un utente Postepay scelto tra coloro che vendono prodotti su Internet. Poi faceva da lui un acquisto di importo minimo, un euro, e per pagare si faceva mandare il numero della carta e il codice fiscale, che in ogni caso poteva scoprire anche all’Agenzia delle Entrate verificando a chi fosse intestato il sito.

Il passo successivo era scoprire il codice cliente, composto da tre numeri di tre cifre. Aldrovandi ha scoperto che erano «aggredibili» separatamente e senza che alcun sistema di sicurezza bloccasse tutto dopo un certo numero di tentativi sbagliati. Così aveva trasformato il suo portatile in dieci «computer virtuali», che lavoravano in parallelo provando tutte le combinazioni possibili: erano solo 3 mila e bastavano 40 minuti. Infine, con codice fiscale e codice cliente, si faceva spedire dalle Poste al numero di cellulare inserito una nuova password temporanea e poteva iniziare ad operare sui conti di altre persone. Il primo febbraio i sistemi di sicurezza sono stati modificati e resi molto meno accessibili. In particolare il codice cliente non è più formato da tre gruppi di tre cifre ma da una stringa unica di nove: per scoprirlo a tentativi occorre provare non 3 mila ma un miliardo di volte.

I massacri in Siria e il suocero di Grillo

Corriere della sera

 

l documentario che può far chiarezza al comico genovese

 

Grillo durante un comizio si è espresso sulla situazione siriana suscitando alcune criticheGrillo durante un comizio si è espresso sulla situazione siriana suscitando alcune critiche

 

Risposta più puntuale a certe assurde polemiche scoppiate in questi giorni non poteva esserci: Rai3 ha trasmesso «Siria, ai confini del regime» (Isqat Al Nizam), un documentario di Antonio Martino sulla nascita della primavera siriana e sulla violenta repressione del regime di Bashar al Assad.

Dopo 15 mesi di eccidi di civili, scontri, attentati e bombardamenti di città e 15.000 vittime, il dittatore siriano ha recentemente ammesso che il Paese che sta soffocando nel sangue è in guerra, segnando un'ulteriore escalation del conflitto e probabilmente seppellendo così il Piano di crisi dell'Onu e della Lega Araba che, d'altronde, hanno dimostrato tutta la loro impotenza. «Siria, ai confini del regime» è una raccolta di testimonianze inedite e immagini, spesso rubate con telefonini o piccole telecamere, che rendono questo film un documento unico (mercoledì, ore 23.55).

Impossibile restare indifferenti davanti alla brutalità della repressioni: ci sono scene di tortura che mettono i brividi, la spietatezza dell'allampanato dittatore è sconcertante. L'unica speranza la si può intravedere nell'incessante lavoro dei video-attivisti in rete, nella continua diserzione dei militari ex governativi.

Mentre seguivo questo racconto di disperazione e di morte mi tornavano alla mente le parole di Beppe Grillo, informato sulla situazione siriana da suo suocero: «I massacri in Siria? Ci sono cose che non possiamo capire perché non si sa se sia una vera e propria guerra civile o se si tratti di agenti infiltrati nel Paese». Forse questo documentario potrebbe fargli un po' di chiarezza. L'abbattimento dell'aereo da ricognizione turco avvenuto il 22 giugno sembra aver fatto precipitare la situazione. Il primo ministro turco, Tayyip Erdogan, si appoggia alla Nato: «I 28 membri dell'alleanza hanno fermamente condannato la Siria». La quale Siria però può sempre contare su qualche nostro profondo conoscitore di politica estera.

 

Aldo Grasso

29 giugno 2012 | 8:22

Un tesoro di materie prime nel futuro della Mongolia

La Stampa

 

Ieri il voto, l'opposizione di sinistra potrebbe andare al governo

 

ILARIA MARIA SALA

pechino

 

La Mongolia ieri è andata alle urne per eleggere il suo settimo Grande Khural (Parlamento) da quando si è separata dall’Unione Sovietica, nel 1990. In gioco, in particolare, il futuro economico e la relazione con i Paesi esteri altamente interessati alle risorse minerarie mongole, ma con cui la Mongolia ha rapporti non sempre privi di attriti. Il Paese dell’Asia Centrale, popolato da 2,8 milioni di abitanti, definito da Washington come l’unica vera democrazia della regione, da quando ha cominciato a sfruttare i giacimenti minerari sta attraversando una fase di boom economico senza precedenti. Lo scorso anno ha registrato una crescita di più del 17% - grazie alle concessioni minerarie ingenti che vengono date ai due vicini affamati di risorse – Cina e Russia – e anche ad altri.

Siamo però in una fase delicata per lo sviluppo della giovane repubblica mongola, ora che le ricchezze del sottosuolo (in particolare rame, oro, carbone, uranio), che potrebbero far diventare il Paese una sorta di Qatar delle steppe, stanno anche suscitando un «nazionalismo delle risorse» con derive xenofobe (soprattutto anti-cinesi) e con risvolti inquietanti, ma facilmente analizzabili.
La Mongolia è stata sotto al giogo sovietico per settant’anni, dopo essere stata una semicolonia cinese per il periodo della dinastia Qing (1636-1911). I suoi politici devono dunque muoversi con grande attenzione per non fomentare il timore di essere nuovamente assorbiti dai giganti che la circondano – come del resto è avvenuto con la metà del Paese oggi noto come «Mongolia Interna», e che appartiene alla Cina.

Così, una legge appena approvata dal Parlamento uscente limita la presenza straniera nelle industrie strategiche, a meno che non vi sia un assenso parlamentare da discutere di volta in volta. Alcune concessioni minerarie però hanno suscitato scalpore per l’alto numero di mano d’opera cinese che hanno immesso nel Paese. In conseguenza, la concessione da 7 miliardi di dollari di Oyu Tolgoi, una miniera di rame, alla quale la Cina non è stata autorizzata a partecipare, è stata data alla Rio Tinto (gruppo minerario britannico-australiano) e alla Ivanohe Mines (canadese). Ciò nonostante circa metà dei 15. 000 lavoratori che vi sono impiegati sono cinesi in una nazione dove un terzo della popolazione vive in povertà e il tasso di disoccupazione è del 20%. Per una nazione priva di accesso al mare, la dipendenza dalla Cina è enorme: senza l’assenso cinese, e in minor misura russo, la Mongolia non è in grado di esportare le sue risorse.

Il boom minerario sta avendo un impatto ambientale severo, come non cessa di ricordare la vibrante stampa nazionale, e non tutti sono unanimi nell’apprezzare uno sviluppo fondamentalmente predatorio. Da poco sono state interrotte le operazioni minerarie in zone fluviali o boschive, ma in diverse regioni il danno è ormai fatto. Nella capitale, Ulan Bator, vivono ora 1,2 milioni di persone, molte in tendopoli alla periferia della città, dove i nomadi hanno impiantato le jurte e vivono in condizioni di grande povertà e senza alcuna infrastruttura. Le steppe, non più incontaminate, sono solcate dai camion delle operazioni minerarie, e la pastorizia è meno facile di un tempo.

I partiti che si sfidano alle urne sono undici. I due principali sono il Partito Democratico Mongolo, liberale, attualmente al governo, e il Partito Popolare Mongolo, di sinistra, la principale opposizione che, secondo gli ultimi sondaggi, gode di un leggero vantaggio.
Il Partito Democratico, infatti, ha subito un calo di popolarità dopo che l’ex-Presidente del Paese, Enkhbayar, è stato arrestato per corruzione – un arresto che molti analisti hanno reputato motivato da rivalità politiche, dopo che Enkhbayar aveva lasciato il partito di governo per formare un nuovo schieramento politico.

Il processo di Enkhbayar, interrotto dopo che l’ex-Presidente ha portato avanti uno sciopero della fame durato dieci giorni, ha attirato molte critiche da parte dell’opposizione, e non è chiaro fino a che punto questo abbia danneggiato la popolarità dell’attuale primo ministro, Sukhbataar Batbold, e del presidente Elbegdorj Tsakhia.

La Fiom ad Atessa Sciopero autogol durante la partita

La Stampa

 

Anche il segretario bacchetta i dirigenti locali «Una scelta sbagliata»

 

Torino

 

Quattro ore di sciopero che coincidono in modo sospetto con la semifinale degli Europei di calcio: sul campo si affrontano Italia e Germania, ovvio che l’interesse dei lavoratori per il match sia altissimo. Così la protesta indetta dalla Fiom nello stabilimento Sevel (gruppo Fiat) di Val di Sangro ieri, giusto all’ora della partita, è diventata l’occasione dell’ennesimo scontro tra azienda e sindacato. Tempo addietro - nella stagione del confronto duro sul contratto per Fabbrica Italia - l’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne aveva scatenato un p u t i fe r i o acc u s a n do parte del sindacato italiano di concentrare le proteste all’inizio e alla fine della settimana, in prossimità del week end. Chiaro che ieri la coincidenza non è sfuggita all’azienda, che ha provveduto a sottolinearla con un comunicato diffuso nel pomeriggio.

Così il Lingotto ieri pomeriggio: «La Fiom ha proclamato alla Sevel di Val di Sangro uno sciopero di quattro ore in coincidenza con lo svolgimento della semifinale del campionato europeo di calcio tra Italia e Germania. L’iniziativa viene ufficialmente presentata come un’azione di protesta contro la politica del governo e la riforma del mercato del lavoro. Ma la scelta dell’orario e la programmazione solo sul secondo turno (quello che va dalle 14 alle 22) non lasciano dubbi. Si ripropone un film già visto in passato, quando guardare la partita di calcio era più importante che andare a lavorare». Nel pomeriggio alla nota del Lingotto si è aggiunta una dichiarazione del segretario della Fiom-Cgil, Maurizio Landini.

Che ha bacchettato i vertici della categoria di Chieti per aver programmato lo sciopero durante la partita, offrendo il destro a critiche fin troppo prevedibili: «La scelta della Fiom di Chieti è sbagliata e non la condivido ha commentato con l’agenzia Tm News -. La Fiom aveva invitato tutte le strutture sul territorio nazionale a manifestare e scioperare in concomitanza con la fiducia alla Camera sul Ddl lavoro il 26 e 27 giugno. E’ sbagliato aver fatto coincidere lo sciopero con la partita dell’Italia». Così alle dichiarazioni dell’azienda sull’«uso e improprio e strumentale del diritto di sciopero da parte della Fiom che, in un momento di grave difficoltà economica, mette la partita di calcio davanti alle esigenze produttive» si è aggiunta la voce della Fismic, sindacato dei metalmeccanici spesso in polemica con le tute blu Cgil. «Altro che la tanto sventolata tutela dei diritti costituzionali, la Fiom in fabbrica serve per garantire la visione delle partite a chi non ha voglia di lavorare», ha detto il segretario della sigla Roberto Di Maulo.

A fine giornata sono poi arrivati i dati sulla partecipazione dei lavoratori allo sciopero in questione: sempre secondo l’azienda (il sindacato non ha diffuso dati in proposito) avrebbe aderito il 3,5% dei lavoratori. Gli operai della Val di Sangro, in conclusione, si sono dimostrati più attenti del previsto alle esigenze produttive. Il momento è cruciale, se perfino Landini può arrivare (in qualche modo) a dar ragione alla Fiat, allora anche l’incontro di calcio Italia-Germania può attendere.

L'angelo invisibile di Milano che aiuta chi è rimasto indietro

Corriere della sera

 

Salda i debiti e paga gli affitti. «Ho lavorato nelle grandi banche e so che ci sono centinaia di manager che potrebbero farlo»

 

L'uomo che fa vivere la speranza ha appena trovato casa a un disoccupato domiciliato da due anni in una vecchia auto. Si è presentato nel quartiere Stadera e ha bussato a una portiera chiusa. Gaspare Tumminello dormiva lì, con la barba sfatta, i denti persi e una storia da disperato involontario: fino a 46 anni gestiva un bar, faceva su e su, insomma se la cavava. Poi i debiti, i prestiti, la malattia. Ha perso tutto. A 54 anni senza sussidio e con un tumore si fatica a mangiare e non si riesce a pagare l'affitto: si sprofonda sempre di più.

«Milano è dura e spietata, ma non si può vivere così», ha esordito l'uomo arrivato con l'intenzione di dargli una mano. In una settimana la vecchia auto è finita in un box; Tumminello oggi dorme in un letto: affitto pagato, spese comprese. Il mestiere dei poveri è quello di doversi arrangiare, ma se qualcuno li aiuta il futuro fa meno paura: si può ritrovare una strada e la dignità. Tumminello quasi incredulo ha ringraziato; l'uomo gli ha messo in tasca un assegno: «Se deve mangiare qui c'è il necessario. Faccia le sue cure e speriamo bene. Una raccomandazione: non si arrenda». Come hanno fatto gli altri milanesi in difficoltà sovvenzionati, aiutati, indirizzati dall'invisibile signore che si materializza all'improvviso e poi sparisce come Nembo Kid.

È stato così per Noemi, una pensionata finita nel girone dei poveri, indebitata con la banca per tenere nel decoro uno scalcinato alloggio popolare in viale Molise. Voleva un frigorifero, ma non era in grado di pagarlo: così ha raccontato al Corriere il suo problema, la vergogna di chi deve lottare ogni giorno per non finire nel tunnel del degrado: «Sono a un passo dal chiedere l'elemosina». L'uomo della provvidenza si è presentato a casa sua: «Andiamo in banca a mettere in salvo il conto», le ha detto. Ecco il frigorifero. E gli occhiali nuovi, se servono. Tenga un po' di contanti per le spese dei prossimi mesi. Mi faccia sapere come va...

C'è una carità spontanea, quotidiana, che attraversa Milano. Non cerca pubblicità e non vuole il suo nome sui giornali. È la carità che non conosce altra regola se non quella di regalare un frammento di umanità e di speranza a chi si è messo (o è stato messo) ai margini della società. Bisogna far sapere che esiste. Ci dice che non tutto è peggio, che non ci sono solo cattive notizie, pugni in faccia per i cittadini. Salvatore Jacono l'ha sperimentato coi suoi figli. Si lamentava di essersi indebitato per farli studiare. E di essere costretto a lavorare di giorno e di notte per evitare l'incubo degli usurai. Niente cinema, niente pizzeria, niente vacanze per qualche anno. Non è bastato. Prosciugato lo stipendio da ferroviere e quello di portiere d'albergo ha dovuto stendere la mano e chiedere l'elemosina. Il suo angelo, lo stesso di Gaspare, lo stesso di Noemi, è arrivato quando non se l'aspettava più. «Ci penso io a far studiare i figli», gli ha detto. «Adagio adagio chiuderemo anche i debiti. Mi tenga informato, con le pagelle del ragazzo e il libretto dell'università...».

Se la vita significa cercare momenti felici è bello sapere che c'è qualcuno che ci aiuta a trovarli. L'uomo della solidarietà che appare e scompare dice che viviamo chiusi in troppi egoismi. «Ho lavorato nel mondo delle grandi banche e posso garantire che ci sono centinaia di manager con entrate milionarie che potrebbero fare quel che ho fatto io: ma forse voltano la pagina di cronaca, preferiscono quella degli spettacoli...». Anche il piccolo Mohamed fra qualche anno ringrazierà questo anonimo signore. Per sopravvivere a una rara malattia genetica che aveva distrutto le sue difese immunitarie i suoi genitori hanno lasciato la Tunisia. I medici del Policlinico di Pavia erano pronti al trapianto: gli unici in Europa.

Ma serviva un donatore di midollo osseo compatibile. Per tre anni sono stati lanciati appelli alle tv italiane e arabe. Niente. Il padre di Mohamed, docente universitario in Tunisia, per pagarsi le spese si è adattato a fare la raccolta differenziata in ospedale. La nascita di un fratellino ha permesso il trapianto. Ora il bambino è fuori pericolo, ma la famiglia è al collasso: serve aiuto. Tradotto: solidarietà economica. Ed è arrivato lui. Ha trovato una casa decorosa, ha dato un aiuto al padre, ha pagato una vacanza a Mohamed: la prima della sua vita. Pagherà anche il viaggio di rientro della famiglia in Tunisia, alle fine dei controlli medici.

C'è nel Paese una solidarietà che a volte non appare. La povertà soffre in silenzio: chissà quanti altri casi sono stati risolti così. Con la generosità discreta di un anonimo cittadino. Messe in fila le storie positive di Milano però sono tante. Diventano notizie. Good news . Anna e Virginia, per esempio. Madre e figlia impoverite dalle malattie e dall'impossibilità di mantenere un posto di lavoro per potersi curare. Si è presentato lui, stupito: come mai nessuno si è offerto di aiutare due donne senza stipendio e senza pensione? Così ha staccato un assegno, per superare l'emergenza e affrontare la vita con un sorriso. «L'anomalia non sono io», ha detto. «È chi volta le spalle a chi è stato sconfitto dalla vita».

Così ha dato una mano anche ad Aldo, pensionato che accudisce i bambini di una coppia senza casa. Abita al quartiere Calvairate e corre tutto il giorno in auto per portare i bimbi a scuola nel centro di Milano. I genitori rientrano la sera, poi vanno a dormire separati in attesa di un alloggio popolare che da dieci anni non arriva mai: i richiedenti a Milano sono 22 mila. Per Aldo il problema era l'Ecopass: la sua vecchia auto doveva pagare il pedaggio. Troppo per chi con 450 euro al mese vive accontentandosi di poco. L'uomo della speranza gli ha regalato un'auto, bollo e assicurazione pagati.

Perché tutto questo? «L'ho spiegato ai miei figli. Chi ha deve aiutare chi non ha. Il valore dei nostri gesti è direttamente proporzionale a quello di cui ci priviamo per aiutare gli altri. Credo abbia più peso il gesto di un pensionato che rinuncia a venti euro che non quelli come me, che non devono rinunciare a nulla. Nemmeno al superfluo». C'è un'umanità di cui dobbiamo sentirci responsabili, dice il cardinal Martini. Può essere utile parlare della solidarietà che risolve certi casi disperati accontentandosi della gratitudine, quella che Emily Dickinson chiamava «la timida ricchezza di coloro che non posseggono nulla».

 

Giangiacomo Schiavi

29 giugno 2012 | 7:50

Eternit, l'appello della Procura: "Pene più severe per i manager"

La Stampa

 

Dirigenti condannati a 16 anni ma solo per le morti di Casale Monferrato e Cavagnolo. I pm: «Siti ancora contaminati anche a Bagnoli e Rubiera». Altri 117 morti negli stabilimenti svizzeri

 

La richiesta di appello è stata presentata dai pm Raffaele Guariniello, Gianfranco Colace e Sara Panelli

Torino

 

La Procura di Torino ha presentato appello contro la sentenza con cui, lo scorso 13 febbraio, il Tribunale del capoluogo piemontese ha condannato a 16 di reclusione i dirigenti della Eternit, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis De Cartier, per disastro doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche a Casale Monferrato e Cavagnolo. La Procura contesta la prescrizione per il reato di disastro doloso relativamente agli stabilimenti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Nella richiesta di appello, i pm Raffaele Guariniello, Gianfranco Colace e Sara Panelli sostengono che il disastro ambientale a Rubiera e Bagnoli è tuttora attuale, perché la popolazione della zona continua ad ammalarsi di asbestosi e tumori polmonari a causa dell'amianto proveniente dai due stabilimenti.

I pm, inoltre, osservano che «anche il Tribunale ha ritenuto che qualcuno può essere ancora affetto da gravi forme tumorali» e che «c'è tuttora contaminazione dei siti abitati vicini allo stabilimento». Il rischio, secondo i magistrati, è ancora presente «per l'inerzia degli imputati e le bonifiche non ancora terminate. A oggi - ribadiscono i pm - risulta che gli imputati non si sono attivati neppure con esborsi economici per rimuovere il pericolo».

Sono 117 i lavoratori italiani morti per mesoteliomi e tumori polmonari dopo avere prestato servizio negli stabilimenti svizzeri della multinazionale, ha reso anche noto la Procura di Torino, che ha aperto filoni di inchiesta sugli stabilimenti dell’azienda in Svizzera, Brasile e Francia. La maggior parte dei dipendenti, ammalatasi e deceduta molto tempo dopo avere concluso la propria esperienza lavorativa in terra elvetica e quindi tornata in Italia, risiede in provincia di Lecce.

In conseguenza di tali osservazioni, la Procura chiede che Schmidheiny e De Cartier siano condannati a 20 di reclusione, ossia a quella che era stata la richiesta di pena in primo grado. I tre pm hanno anche richiesto di poter sostenere l'accusa anche in appello, in luogo della Procura generale, in virtù della loro specializzazione sul caso.

Lo Ior apre le porte ai giornalisti

La Stampa

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Un asset da 6 miliardi, 25mila clienti, ma nessun conto cifrato o affare opaco: la banca del Papa si mostra alla stampa per ricostruire la sua immagine

 

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

 

Lo IOR gestisce circa 6 miliardi di euro, vanta circa 25mila clienti ma non ha conti cifrati o anonimi né ha rapporti con banche di Stati offshore. Attua invece controlli molto severi sui trasferimenti di denaro, garantisce la tracciabilità dei bonifici, e sta facendo ogni sforzo per adeguarsi sempre di più alle normative internazionali antiriciclaggio. È la sintesi del messaggio che Paolo Cipriani, il direttore dell’Istituto per le Opere di religione ha voluto lanciare di fronte a 53 giornalisti provenienti da tutto il mondo per i quali questa mattina, per la prima volta, la «banca vaticana» ospitata nel torrione di Nicolò V, dove un tempo c’erano le prigioni del Vaticano.

Un «open day» con annessa visita al salone dove si trovano gli sportelli aperti al pubblico dei selezionati clienti, preceduta da quasi due ore di presentazione delle attività dell’istituto nato nel 1887 per volontà di Leone XIII ma trasformato nel suo assetto attuale da Pio XII nel 1942. Soddisfatto per l’iniziativa il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi: «Quello che si vuole portare avanti è la linea di legalità, della trasparenza e della correttezza perseguendola fino in fondo, per questo vogliamo dare elementi importanti anche a chi deve fare informazione».

Più volte nel corso della sua esposizione Cipriani, accompagnato dal vicedirettore Massimo Tulli e da altri quattro dirigenti, ha ripetuto che lo IOR vuole «togliere il velo di segreto» che copre le sue attività e il sospetto che la banca vaticana possa venire ancora utilizzata per operazioni poco pulite. Cipriani ha anche sottolineato che i servizi offerti dallo IOR «sono concepiti nel rispetto dei principi etici fondamentali della Chiesa cattolica», spiegando che l’Istituto non ha l’obiettivo primario di creare utile di bilancio, quanto piuttosto quello di soddisfare il cliente. Per questo vengono con frequenza organizzate delle conferenze con gli economi degli ordini religiosi, per illustrare loro l’andamento dei mercati, e gli investimenti hanno lo scopo di proteggere il capitale: quelli azionari non superano il cinque per cento degli asset e riguardano prodotti con rating molto alto e rendimenti bassi.

Dopo aver elencato quali siano le persone o gli enti che hanno diritto ad aprire un conto dello IOR (nunziature, vescovi, congregazioni religiose, parrocchie, fondazioni canoniche, seminari e collegi, ambasciate presso la Santa Sede), il direttore ha spiegato che il 77,3 per cento dei clienti IOR sono europei, il 7,3 vaticani, il 6,3 africani, il 4,1 sudamericani, il 2,3 nord e centroamericani, il 2,5 asiatici e 0,2 dall’Oceania.

«Allo IOR ci sono 33 mila conti e 25mila posizioni aperte», ha detto Cipriani. La differenza fra posizioni e conti si spiega con il fatto che una stessa congregazione religiosa può avere più conti, ad esempio uno intestato alla Casa generalizia e altri delle diverse case o ospedali sparsi nel mondo. Il direttore della banca vaticana ha anche fornito la sua versione dei fatti sull’inchiesta che lo ha visto coinvolto con il sequestro di venti milioni di euro che da un conto IOR presso il Credito Artigianale dovevano essere trasferiti in un altro conto IOR a Francoforte per l’acquisto di bond tedeschi, e che invece la magistratura italiana ha sequestrato nel settembre 2010, per poi dissequestrarli un anno fa senza però renderli ancora disponibili.  «Questi fondi - ha ricordato il direttore - erano utilizzati per normali operazioni di tesoreria e non per bonifici».

Cipriani ha anche spiegato come e perché sia finito il rapporto con la filiale milanese di JP Morgan, dove il conto dello IOR è stato chiuso nei mesi scorsi, dopo che la banca aveva chiesto una serie di informazioni dettagliate e non previste dal contratto di collaborazione: «Volevano sapere come le avrebbero usate e ci siamo detti disponibili a fornirle se ce le avesse richieste l’autorità di vigilanza bancaria italiana».

Cipriani ha anche affermato: «Dal 1996 c’è un sistema informatico che non permette operazioni opache, se in passato ci sono stati conti strani, ora non è più possibile, non può uscire o entrare un solo euro che non sia tracciato».

Già sposato in Argentina". Condannato a otto mesi per bigamia

La Stampa

 

Le prime nozze nel '67 in Sudamerica, poi il rientro in Italia. I guai quando la prima moglie, tramite il Consolato di Rosario, ha chiesto che le fossero riconosciuti i diritti elettorali e la cittadinanza nel nostro Paese

 

 

marco benvenuti

«Ero convinto che in Sudamerica fosse tutto finito quando me ne sono andato», si è giustificato lui sostenendo la sua buona fede. Peccato che per le legge italiana risulta sposato due volte, una in Argentina, dove si era recato negli anni Sessanta alla ricerca di fortuna; una nel nostro Paese, circa una ventina d’anni fa, quando la relazione oltre oceano era naufragata e aveva deciso di fare rientro in Italia. Un bigamo, dunque. E proprio per il reato di bigamia ieri Antonio Tufaro, 54 anni, residente a Trecate, ha rimediato in tribunale una condanna a 8 mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. Il minimo della pena, come chiesto dal pm Giorcelli.
E’ uno dei pochi casi passati nelle aule di giustizia novaresi, dove qualche anno fa è stato celebrato un analogo processo nei confronti dell’ex spia russa Roberto Mariotti. La vicenda del trecatese è certamente meno eclatante, più anonima.

Il cinquantaquattrenne era stato denunciato dopo la segnalazione dell’ufficio anagrafe del suo Comune: l’uomo è un lavoratore come tanti che in gioventù, nel 1967, a soli vent’anni, si era sposato con una donna argentina. All’epoca si era invaghito di una ragazza figlia di un facoltoso proprietario terriero. Sembrava il coronamento di un sogno e invece, dopo qualche anno, le cose erano finite male e Tufaro era stato allontanato dalla famiglia della moglie. Rientrato in Italia dopo la separazione, era convinto di aver concluso i suoi rapporti anche dal punto di vista legale. Si era poi sposato una seconda volta nel 1988, andando a vivere a Trecate. Tutto è rimasto sepolto per anni fino a quando, poco tempo fa, la prima moglie, tramite il Consolato italiano di Rosario, ha chiesto che le fossero riconosciuti i diritti elettorali e la cittadinanza nel nostro Paese, in quanto sposata regolarmente con un italiano. Anche lei era emigrata dopo la crisi economica dell’Argentina.

E’ partita quindi la segnalazione alla Procura per bigamia, che è un reato permanente che sopravvive senza prescriversi nonostante il passare di anni. Se le prime nozze fossero dichiarate nulle oppure venisse annullato il secondo matrimonio per una causa diversa dalla bigamia, allora il reato verrebbe ad estinguersi e, se vi è stata condanna come nel caso di ieri, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali. L’imputato, difeso dall’avvocato Filippo Bertozzi, ha sempre sostenuto la sua buona fede e la convinzione che in Argentina tutto fosse finito, anche dal punto di vista legale.

Casini e Fini stakanov? Guarda da che sdraio arriva la predica...

di Salvatore Tramontano - 28 giugno 2012, 17:12

 

I due leader di Udc e Fli si dicono pronti a lavorare anche in agosto ma la storia più recente non depone a loro favore

 

L’ultima scommessa politica di Pier Ferdinando Casini è vincere il premio Stakanov. Oltretutto non è solo in questa impresa, lo segue come sempre il delfino Gianfranco Fini.

 

 

Tutto passa da un botta e risposta di Cicchitto con il ministro Giarda, sul fatto di lavorare fino ad agosto inoltrato. Il capogruppo dei deputati del Pdl ora spiega che scherzava sulla voglia di ferie che, con il caldo, assale tutti gli italiani. Casini invece, che negli ultimi tempi ci tiene ad apparire più sobrio e serioso dei tecnici, a dispetto dell’abbronzatura già pronunciata, si è alzato, come se in vita sua non avesse mai fatto altro che lavorare, per precisare che lui e quelli come lui staranno al chiodo tutto il mese. «Altro che vacanze!- ha scritto su Twitter- Per me si può rimanere alla Camera anche a Ferragosto!». Camera d’albergo forse intendeva dire. Ma al di là del gioco degli equivoci da che sdraio arriva la predica di un signore che ha passato lunghe estati a fare il sirenetto sulle spiagge dove i fotografi vanno a pesca di vip ora, superati i cinquanta, si vesta da sgobbone. Non sembra credibile.

L’abbronzato Casini può avere molti pregi, ma non riusciamo a immaginarlo come un forzato del lavoro, che al massimo si concede una lampada ogni tanto, giusto per darsi un po’ di colore prima del suo appuntamento fisso dalla sua amica Lilli Gruber. E neppure i suoi colleghi danno questa impressione. In fondo un parlamentare, quando va bene, lavora tre giorni a settimana. Da cosa nasce questo sforzo titanico di notti insonni a fare leggi a Ferragosto e dintorni? Il senso è chiaro. Casini soffre il mal di casta. Come è già successo con la prima Repubblica si smarca, e maschera, per rifarsi una verginità. Indossa il loden dei professori e snocciola predicozzi da uomo che non deve chiedere mai. Su Facebook scrive che i politici devono firmare una mozione unitaria a sostegno della politica europea di Monti. «Chi non vorrà rispondere a questa domanda si assumerà una grande responsabilità verso il Paese». Eccolo, quindi, con il dito alzato a ricordare da primo della classe i doveri della politica. Certo che se poi uno passa la vita a scrivere su Twitter e su Facebook qualche dubbio sulla sua produttività viene. Ma non fa nulla. L’importante per il novello Stakanov è crearsi il mito del politico che non sente fatica, non pensa al piacere ed è tutto dovere.

Al suo fianco c’è, appunto, Fini, in veste di sobrio presidente della Camera. Anche lui precisa: «Lavoreremo tutto agosto se serve. Anche di notte ». Questo non deve essere lo stesso Gianfranco che ha passato la scorsa estate sommerso, nel senso di fare immersioni in «tutti i mari e in tutti i laghi», come cantavano a Sanremo. Ormai in fondo abbiamo visto tutto. Perfino la coppia più bella del mondo, Pier e Gianfry, pronti a cantare: chi non lavora non fa l’amore.

Lasciava ogni giorno il cane legato a un albero per ore senza acqua nè cibo: multato

Corriere della sera

 

Intervento della guardia zoofile Oipa. L'animale è stato sottratto al suo proprietario

 

L'animale legato all'albero L'animale legato all'albero

 

MILANO - A seguito di una segnalazione, le guardie zoofile Oipa sono intervenute per verificare la situazione di un cane quotidianamente lasciato per svariate ore legato ad un albero in un piccolo parco nella zona ovest di Milano. Alcuni testimoni hanno riferito che fosse abitudine del proprietario portarlo sempre presso lo stesso albero, legarlo e andarsene, per poi tornare dopo non meno di 5/6 ore. Nessuna ciotola con l’acqua e sul guinzaglio un messaggio: «non sono abbandonato». L'animale, un meticcio di circa 14 anni, è stato trovato in uno stato di notevole stress e paura, costretto a poco distanza da una careggiata molto trafficata e solo parzialmente al riparo dal sole.

IL PROPRIETARIO - Il proprietario, un pensionato di che al suo arrivo ha portato avanzi di cibo totalmente inadatti all’alimentazione di un cane, ha aggredito verbalmente le guardie zoofile tanto da dover essere redarguito dalla Polizia locale intervenuta in supporto, e si è giustificato dicendo che al cane veniva riservato questo trattamento perché in casa abbaiava ed era impossibile conciliarne la gestione con le sue faccende personali. E' stato disposto il sequestro amministrativo del cane, all'uomo è stata comminata una multa per detenzione non idonea.

 

Redazione Milano online 28 giugno 2012 | 18:35

Droga, trafficanti infiltrati in Mediaset Maxi operazione nella notte, 22 arresti

Corriere della sera

 

Contatti con narcos ecuadoriani e albanesi: in città quintali di cocaina. Spuntano i nomi di Costanzo e Barale

 

MILANO - L’albanese si presenta con mezzo chilo di cocaina e un kalashnikov modificato sul sedile della macchina, una Golf. Dice: «Sai, oggi è un po’ movimentata la zona». Succede in pieno giorno, periferia di Milano. L’acquirente è un grosso trafficante, arrestato nella notte tra mercoledì e giovedì su ordine della Procura di Milano (pm Antonio Sangermano, ordinanza del Gip Fabrizio D’Arcangelo). Marco Damiolini, 35 anni: era lui che riforniva di droga tre dipendenti di Mediaset che si facevano consegnare la cocaina e in parte la spacciavano all’interno degli uffici di Cologno Monzese, bloccati insieme ad altre nove persone lo scorso novembre, nella prima tranche dell’inchiesta. Con i nuovi arresti (22), giovedì i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano sono risaliti al livello superiore dei trafficanti, gruppi in grado di importare a Milano quintali di droga.

 

Droga a Mediaset, l'operazione dei carabinieri Droga a Mediaset, l'operazione dei carabinieri Droga a Mediaset, l'operazione dei carabinieri Droga a Mediaset, l'operazione dei carabinieri Droga a Mediaset, l'operazione dei carabinieri Droga a Mediaset, l'operazione dei carabinieri

L'INTERCETTAZIONE - In una conversazione un capo rimprovera il suo braccio destro perché sta smerciando cocaina troppo pura. E l’altro si giustifica: “Ma non posso dargli neanche la merda a quelli di Mediaset... io lo so già come son fatti quelli... quelli mi portano via trenta grammi a botta…”. In un passo dell'ordinanza, Marco Damiolini parla con Raffaele Laudano: «Mò ti dico una cosa, guarda che Mediaset.... se ti blindano se la cantano. È normale. Lo rivelano... Non gli puoi neanche dare dell'infame. L'amico mio ha preso 12 anni di galera perché lavorava con Maurizio Costanzo. Davide Caffa, lui gli dava la barella... (cocaina) alla Barale, a Costanzo, ad ogni Buona Domenica... gli dava due etti e mezzo. gliela pagavano profumata proprio... è successo... e ha preso dodici anni». La Procura, in assenza di riscontri, non ha ritenuto di dover sentire i personaggi citati. E il pm Sangermano spiega: «Mediaset è completamente estranea alle indagini».

 

LA REPLICA DI COSTANZO - «Non so di cosa si stia parlando, le cose non mi riguardano in nessun modo, di tutte le persone citate conosco solo Paola Barale. Ancora una volta devo dire "un colpo del sole africano!"». Maurizio Costanzo smentisce così le frasi intercettate.

I CONTAINER - Le indagini hanno individuato un gruppo di ecuadoriani che ha fatto arrivare la cocaina via mare (su container), per via aerea (grazie a corrieri) e con spedizioni postali, recapitate direttamente in una pizzeria di via Gaudenzio Ferrari, vicino ai Navigli milanesi.

 

Tre dei trafficanti arrestati: da sinistra, Wilmer Alfonzo Aufiero, Marco Damiolini e Raffaele LaudaTre dei trafficanti arrestati: da sinistra, Wilmer Alfonzo Aufiero, Marco Damiolini e Raffaele Lauda

 

LE COSCHE - E poi i fornitori albanesi. Al centro della trama, il trafficante italiano che aveva una «fame» continua di cocaina: perché il mercato del capoluogo lombardo «assorbe» droga senza fine e allora Marco Damiolini è arrivato prima a mandare un suo corriere direttamente in Bolivia, e poi ha progettato di entrare «in società» con un finanziatore per acquistare alcuni chili di cocaina, per poi uccidere l’uomo e tenere per sé tutti i guadagni. E se qualcuno nella malavita avesse collegato l’episodio, la giustificazione (che il trafficante ha confidato a un suo complice) sarebbe stata: «Cosa ci posso fare io... se lo hanno ammazzato è colpa mia?». Se era un fornitore per ambienti della Tv e dello spettacolo (i vertici Mediaset sono sempre stati ignari, parte lesa), il trafficante ha parlato a lungo anche di affari con la ’ndrangheta: per i «paesani», diceva in un’intercettazione, «me ne prendo cinque, dieci chili a settimana». E poi spiegava la delicatezza degli affari: «Tu devi capire che i calabresi sono gente particolare. Loro ti dicono... "voglio pagarla a 36 e 5 per dire"... se tu gli fai 36 e 51, un centesimo... ti dice.... "no, non la voglio"... perché c’è quel centesimo in più».

CONTROLLI DOGANALI - Indagato anche un dipendente della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, che «nella sua qualità di... responsabile del "Reparto Security" dell’aeroporto di Linate... — come scrive il gip D’Arcangelo — si adoperava per garantire l’elusione dei controlli doganali sui bagagli in arrivo presso il suddetto scalo, all’interno dei quali era celata la sostanza stupefacente». Immediata la reazione di Sea: «In riferimento alle notizie di stampa, per le quali risulta che un dipendente di Sea, G.A., sarebbe indagato per un’operazione anti droga condotta oggi dai carabinieri, Sea ha provveduto immediatamente a sospendere a titolo cautelare il dipendente sollevandolo da qualsiasi incarico aziendale».

 

Gianni Santucci

28 giugno 2012 | 17:20