domenica 1 luglio 2012

1960-2008 l'albo d'oro degli Europei

La Stampa

Testi di Paolo Brusorio

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Il primo Europeo non si scorda mai, ma fu una cosa davvero per pochi intiimi. Basti pensare che alla semifinale tra Francia e Yugoslavia c'erano solo quattromila persone in tribuna. E i Bleus giocavano nel loro stadio, il Parco dei Principi. A contendersi il titolo sono così Urss e Yugoslavia,  sfida davvero d'altri tempi a leggerla ora. Vincono i sovietici del leggendario Lev Yaschin, il Ragno Nero. Segnano Galic (Y) e Metreveli (U) nei novanta minuti, decide Ponedelnik al 113° minuto.

 


 

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Una finale politica: quattro anni prima la Spagna franchista si era rifiutata di giocare contro l'Urss, ora se la ritrova in finale e a Madrid. Tensione altissima, Santiago Bernabeu stracolmo, centomila persone. E un imbarazzo da evitare: il Generalissimo che premia i sovietici. La Roja parte fortie, Pereda segna dopo 6', ma passano 120 secondi e i campioni in carica pareggiano con Khoussainov. Bernabeu gelato, serve la magia di un certo Luis Suarez a spingere la Spagna al successo grazie alla rete di Marcelino a 7' dalla fine. Incidente diplomatico scampato.

 

 

 

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E' la vittoria della monetina, della finale ripetuta. Succede di tutto nel primo europeo organizzato dall'Italia e poi conquistato dagli Azzurri. Che battono l'Urss in semifinale a Napoli (dopo lo 0-0 nei tempi supplementari) grazie alla monetina lanciata negli spogliatoi davanti ai capitani: quando Facchetti riemerge sul prato, il San Paolo è un vulcano. Ma il thrilling non finisce qui. C'è la finale con la Yugoslavia: la prima finisce 1-1, niente rigori. Si rigioca 48 ore dopo, gli slavi sono distrutti, Valcareggi cambia cinque uomini, decidono Riva e Anastasi. E la prima notte magica.

 

 

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Non c'è storia, ma ne comincia una straordinaria: quella della Germania Ovest. Cementata sul blocco del Bayern Monaco (Maier, Beckenbauer, Schwarzenbeck, Hoeness, Breitner e Muller), animata dal genio di Netzer, leader del Borussia Moenchengladbach, la Nazionale guidata da Helmut Schoen, il ct con il cappellino, vince il trofeo senza mai rischiare di perderlo: doppio Muller in semifinale contro il Belgio padrone di casa, ancora una doppietta del centravanti più Wimmer per abbattere l'orso sovietico. Due anni dopo praticamente la stessa squadra vincerà la Coppa del Mondo.

 

 

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La Germania cerca il Triplete (ancora non  si chiamava così, ma insomma è per rendere l'idea), ma va a sbattere contro l'outsider: quella Repubblica Ceca che in pochi avevano pronosticato come possibile vincitrice. Il vento cambia dopo che in semifinale gli eroi di Praga eliminano i favoriti olandesi facendo saltare il bis della finale mondiale di due anni prima. L'ultimo atto si gioca a Belgrado, allo stadio della Stella Rossa, arbitra l'italiano Gonella:  cechi avanti 2-0 (Svehlik e Dobias), rimonta tedesca al fotofinish (Dieter Muller e Holzenbein al 90'). Si va ai rigori: Uli Hoeness sbaglia, Antonin Panenka no. E mostra la mondo il primo cucchiaio della storia (nella foto).

 

 

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Si gioca in Italia, ma il calcio scommesse svuota gli stadi e toglie l'entusiasmo alla gente. Anche per questo l'Italia non esalta e finisce per perdere in semifinale contro il vischioso Belgio. In finale tanto per cambiare c'è la Germania, ma la sfida dell'Olimpico è di una noia mortale. Il Belgio fa melina e irretisce gli allora panzer (Briegel, Hrusbesch, Schuster), lo spettacolo risulta scadente. E' la notte di Hrubesch: una montagna di centravanti che segna il primo gol dopo 10 minuti e si ripete all'88° (per il Belgio aveva pareggiato Vandereycken) risparmiando così ai sessantamila dell'Olimpico altri trenta minuti di noia.

 

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Et voila la France. Per la prima volta i Bleus vincono qualcosa e lo fanno in casa loro. Posto giusto, momento giusto. E' la nazionale di Platini, costruita intorno a lui da Michel Hidalgo: un'accelerazione in avanti del calcio, il cuore è il centrocampo di grande qualità. Tigana, Giresse, Genghini, Fernandez: un'orchestra con un direttore di nome Michel. Le Roi segna nove gol in quel torneo: tra questi anche il primo che apre la strada alla vittoria in finale, forse la peggior punizione mai tirata. Ci pensa Arconada però: una papera clamorosa regala il vantaggio alla Francia. Il raddoppio di Bellone al 91° è solo il sigillo.

 

 

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Dopo due finali mondiali perse, l'Olanda riesce a mettere le mani su una vittoria. L'inizio del torneo è faticoso, sconfiiti subito dall'Urss, gli Oranje rischiano la crisi totale invece si riprendono. La squadra allenata da Rinus Michels abbina le qualità superlative di Van Basten, Gullit e Rijakaard alle rudezze di Van Tiggelen, alle corse di Wouters, alla forza di Ronald Koeman. A Monaco di Baviera ritrovano i sovietici guidati dal colonnello Lobanovski, calcio totale e anche spettacolare. Ma non c'è gara: prima Gullit e poi van Basten fanno la differenza in meno di un'ora. E il gol del centravanti rossonero illuminerà per sempre la storia del calcio.

 

 

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E' il risulatto più sorprendente di sempre: la Danimarca nemmeno doveva partecipare a questi Europei ma il forfait della Yugoslavia dilaniata dalla guerra civile costringe l'Uefa a richiamare i danesi. Loro se ne stavano bellamente in vacanza: a pescare, dall'altra parte del mondo o a bere birra, ma in una settimana il ct Moeller-Nielsen rimette in piedi la squadra e come nelle favole arriva fino in fondo. Difesa dal gigante Schmeichel, la Danimarca stende la Germania nella sfida di Goteborg: Jensen e Vilfort i marcatori. "We are red we are white, we are danish dinamite": proprio così.

 

 

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Si gioca in Inghilterra,  i Maestri del football fanno tutto per bene per tornare a vincere un titolo 30 anni dopo il primo e fin lì unico successo (ma anche fin qui). Invece i sogni vanno in frantumi un'altra volta ai calci di rigore nella semifinale contro la Germania. Così a Wembley ci arriva, assieme al Wunderteam, la Repubblica Ceca, neonata nazione dopo la separazione dalla Slovacchia. A stroncare il lieto fine dei nuovi arrivati guidati da Nedved è ancora la Germania, ma soprattutto Oliver Bierhoff: il centravanti segna due volte, la prima al 73° e pareggia il vantaggio di Berger, la seconda nei tempi supplementari con il golden gol. La morte improvvisa, chi segna vince: ha segnato Bierhoff, ha vinto la Germania.

 

 

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Per cinquantaquattro secondi l'Italia non diventa campione d'Europa. Tanti, anzi, pochi ne mancano alla fine della finale giocata a Rotterdam tra gli Azzurri, in gol con Delvecchio al 55°,  e la Francia. Occasioni sprecate dalla nazionale di Zoff, una soprattutto da Del Piero, ma il più è fatto. Non tutto, però; così quando il tiro di Wiltord  passa in mezzo alle gambe di Nesta e sorprende Toldo si capisce che il peggio può ancora arrivare. Detto, fatto: Francia super offensiva, Azzurri sulle gambe. Discesa di Pires sulla sinistra, cross all'indietro per Trezeguet e gran tiro di sinistro a fotografare Toldo (nell'immagine). Altro golden gol. Di piombo per l'Italia.

 

 

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Questa poi. In Portogallo è tutto pronto per il successo: Figo, Deco, Cristiano Ronaldo, Ricardo Carvalho. Allenati da Felipe Scolari i padroni di casa non hanno lasciato nulla al caso anche se quella sconfitta d'esordio con la Grecia un brivido lo fa passare. Una volta arrivati in finale, però, nessun portoghese avrebbe mai pensato di doversi inchinare di fronte a una nazionale arrivata all'Europeo per partecipare e, sì, dare un po' di fastidio ai colossi. Invece all'Estadio de La Luz di Lisbona succede l'incredibile, i Greci allenati da un tedesco (Otto Rehagel) reggono l'urto e dopo 57' creano il panico segnando con Charisteas. Il Portogallo non si riprende più, ai tifosi non resta che piangere.

 

 

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Qui comincia il miracolo della Roja. Sopravvissuta ai rigori contro l'Italia nei quarti di finale, la squadra delle meraviglie impone il proprio calcio made in Barcellona e riporta in patria un trofeo che manca da 44 anni. Uno spettacolo la squadra allenata da Luis Aragones e ancora sarebbe migliorata come dimostrerà poi il Mondiale vinto nel 2010. Il protagonsita del torneo è Villa (4 gol), ma un infortunio gli toglie la finale contro la Germania. Si gioca a Vienna, arbitra Rosetti, ma c'è poca storia. Xavi, Iniesta e Fabregas nascondono il pallone, il gol che incide il nome Spagna sul trofeo lo segna Fernando Torres. Fiesta.

Lega Nord a congresso, il giorno di Maroni «Sarò segretario senza ombre e tutele»

Corriere della sera

 

La commozione di Umberto Bossi nel passaggio di consegne: «Il bambino è suo» e cita Re Salomone

 

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«Bisognava impedire che la Lega si distruggesse. Qualcuno non l'ha capito. Questo ho fatto io... Allora il bambino è suo» di Maroni. Così, tra le lacrime citando la storia biblica di Re Salomone che deve decidere a quale di due madri dare un bambino conteso, Umberto Bossi lascia il palco del congresso della Lega e passa il timone a Bobo Maroni, nuovo segretario federale. Il Senatùr si commuove e tutti i militanti del Carroccio, riuniti al Forum di Assago per il congresso, si alzano in piedi e salutano il capo. O meglio, il fondatore della Lega. Maroni infatti, per alzata di mano, è stato subito eletto il nuovo segretario del partito. Pochi i contrari alla svolta, che sono stati fischiati da diversi militanti. «Umberto Bossi è mio fratello - ha detto Bobo subito dopo l'elezione - lo porterò sempre nel cuore. Ma oggi inizia una fase nuova».

 

 

IL DISCORSO DI BOSSI - È stato il congresso-svolta del Carroccio, quello che si è tenuto ad Assago tra sabato e domenica, un appuntamento che ha segnato ufficialmente il passaggio dall'era di Umberto Bossi a quella di Roberto Maroni. Momenti di suspence si sono registrati domenica mattina proprio per Umberto Bossi, che era atteso al congresso, secondo il programma, intorno alle 10,30. Invece il Senatùr è arrivato un'ora e mezza dopo. Un semplice ritardo, hanno fatto sapere dall'organizzazione. Poi il discorso di apertura: «Qualcuno ha aperto la fortezza della Lega dall'interno. Siamo qui in conseguenza dell'attacco della magistratura. La Lega non ha rubato nulla, i ladri sono altri, i farabutti romani». Poi ancora: «Fatico a credere che il nostro amministratore sia legato all'ndrangheta ma se pensavano che la Lega morisse, si sbagliavano, perchè la Lega si basa sulle idee e le idee camminano sulla gambe degli uomini. Mi dicono - ha aggiunto Bossi - che sono stato un simbolo perchè ho combattuto contro uno Stato forte, però i simboli servono se vengono utilizzati bene. Il sogno è una cosa sola. E lo dico per gli imbecilli che stanno nella Lega che girano col tricolore. Il sogno è la Padania libera».

 

MARONI - Ad applaudire Bossi anche Roberto Maroni, che al suo arrivo al Forum ha acceso gli spalti: lunghi applausi e cori al grido di «secessione», ma anche fischi quando vengono citati il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro del Lavoro Elsa Fornero. «Voglio dirlo subito: patti chiari, amicizia lunga. Non me l'ha ordinato il medico di fare il segretario federale - l'incipit del discorso di Maroni prima della sua investitura - lo farò con lo stesso impegno con cui negli ultimi anni ho combattuto contro la mafia, al 150%». Le promesse: «Sarò segretario senza tutele, senza commissariamenti, senza ombre e con il coinvolgimento di tutti. Oggi non c'è la nuova Lega, oggi parte la Lega Nord per l'indipendenza della Padania. Non sarà facile recuperare la fiducia di chi non ci vota più - ha detto Maroni - ma io ci credo. Voglio che la Lega torni ad essere la Lega Nord, la potentissima, come è stata negli ultimi decenni. Noi siamo qui e ripartiamo con grande forza».

 

Forum di Assago, il congresso della Lega Forum di Assago, il congresso della Lega Forum di Assago, il congresso della Lega Forum di Assago, il congresso della Lega Forum di Assago, il congresso della Lega Forum di Assago, il congresso della Lega

 

L'ELEZIONE - Poi l'elezione a scrutinio palese. «Statemi vicino - le prime parole di Maroni dopo la votazione -. Ho cominciato come militante e voglio che mi consideriate come un militante che momentaneamente ricopre un incarico che fa tremare le vene. Riuniremo il consiglio federale ed in settimana nominerò la squadra che mi affiancherà: tre vice con il numero due che sarà naturalmente del Veneto. Io sono uno di voi. La mia porta sarà sempre aperta, sono a disposizione dei militanti». Garantisco il mio impegno al 150 per cento, lavorerò per unire. Non ho altra ambizione che far tornare la Lega ai successi a cui siamo abituati, a cui ci ha abituato Bossi».

IL PROGRAMMA - Poi il programma del nuovo segretario: occorre «darsi obiettivi veri, concreti e raggiungibili. Il primo è licenziare il governo Monti senza possibilità di reintegro - ha detto Bobo, prima di elencare gli obiettivi della Lega a sua guida -. Dobbiamo commissariare le banche che ricevono soldi pubblici all'uno per cento e comprano titoli di stato invece di darli alle imprese; difendere il patrimonio dei nostri comuni. L'acqua deve rimanere pubblica; dobbiamo continuare senza indugio la lotta contro immigrazione clandestina; risolvere il dramma degli esodati». E qui, la domanda: «Come possiamo accettare un disegno criminale che mette sul lastrico 300mila famiglie?». Tra i punti, «un grande patto di solidarietà tra le Regioni del nord, con un consiglio regionale dei tre consigli regionali del nord per risolvere il problema degli esodati».

ROMA - Infine, la madre di tutte le battaglie. E cioè la «guerra contro il Patto di stabilità che affama i nostri comuni - dice Maroni -. I comuni in dissesto sono tutti da Roma in giù. È un patto assurdo, che aiuta i comuni che non fanno i risparmi e penalizza i nostri sindaci. Dobbiamo farlo saltare. Questa sarà la battaglia d'autunno della Lega». Poi la precisazione: «Per recuperare il consenso perso - ha detto Maroni - dobbiamo fare presto e bene. E servono una guida autorevole, poteri forti al segretario per una linea politica del partito, altrimenti non funziona. E allora trovatevi un altro segretario». Nel lungo discorso di Maroni, hanno trovato spazio anche l'eterna battaglia contro Roma («Via da Roma può essere la strada per far ripartire la Lega. Via da Roma significa via dalle poltrone e dalla Rai. Non ci hanno portato a niente se non a difenderci dalle accuse di essere lì. Via da Roma significa via dai doppi incarichi, soprattutto all'interno della Lega») e un attacco al governo Monti (dobbiamo «chiudere almeno 10 ministeri inutili. A partire da quello della Coesione sociale: sono soldi buttati nel cesso»). Nel corso del suo intervento prima della elezione, Maroni ha elogiato il lavoro del segretario nazionale della Lega lombarda il giovane Matteo Salvini sostenendo che «possa fare anche il segretario federale... ma ce ne sono anche altri». Della cosa lo stesso Salvini, al termine dei lavori, si è detto molto orgoglioso ma ha tenuto a sottolineare come quella di Maroni «non fosse altro che una battuta», augurando buon lavoro al nuovo segretario federale del Carroccio.

LO STATUTO - All'avvio dell'ultima giornata del congresso, i delegati del Carroccio hanno approvato per alzata di mano anche un nuovo Statuto proposto dal Consiglio federale. C'è stata una larghissima maggioranza sul testo che regola la gestione del movimento e che da oggi tra l'altro affida il ruolo di presidente a vita ad Umberto Bossi e rende la Lega una confederazione (non più una federazione) in modo da garantire maggiore autonomia decisionale delle varie anime territoriali. «La Lega è immortale - ha concluso Maroni - e continuerà la sua battaglia fino a che non ci sarà una Padania autonoma, indipendente e libera».

 

Redazione Online1 luglio 2012 | 15:58

La spia (italiana) dell'acciaio che passava informazioni agli indiani

Corriere della sera

 

Il caso di un manager Valbruna che trasferiva segreti al gruppo indiano Viraj: condannato a due anni di reclusione

 

«Dal 2006 al 2011 abbiamo visto, parlando solo di volumi d'affari, un calo compreso fra le 5 e le 10 mila tonnellate d'acciaio l'anno e la sistematica aggressione ai nostri clienti. Il danno sociale è stato ancora più pesante: abbiamo perso una cinquantina di posti di lavoro». No, stavolta la crisi non c'entra. È tutta colpa di quell'antico vizio che ha fatto fantasticare generazioni di giallisti: lo spionaggio. Industriale per la precisione. Stavolta non è però un bestseller ma Massimo Amenduni Gresele e le carte del Tribunale di Vicenza a raccontare cosa è successo alle Acciaierie Valbruna per colpa di un dipendente infedele, che prima ha passato i segreti dell'azienda a un concorrente indiano e poi si è trasferito a lavorare da lui. Solo che l'aereo non ha fatto in tempo a prenderlo. I magistrati sono stati più veloci e il manager è stato fermato proprio mentre era in procinto di lasciare l'Italia.

IL PROCESSO - Mercoledì a Vicenza si apre il processo avviato in seguito alle rivelazioni del dipendente infedele - condannato in primo grado a 2 anni - che vede alla sbarra i massimi vertici del gruppo siderurgico indiano Viraj. Le Acciaierie Valbruna si sono costituite parte civile e si preparano a chiedere un sostanzioso risarcimento. La storia inizia nel 2006 da una casualità. Un manager, dopo aver lavorato per anni alle dipendenze di Amenduni, proprietario e amministratore delegato delle Acciaierie Valbruna, all'improvviso dà le dimissioni. Secondo la prassi consegna il pc aziendale e mentre stanno cancellando i vecchi file, i tecnici informatici scoprono una cartellina zeppa di documenti e dati riservati. Informazioni a cui il manager non aveva accesso. Parte una denuncia. Durante le perquisizioni in casa del dipendente viene trovata altra documentazione. E un biglietto aereo per l'India. Gli inquirenti scoprono che il dirigente si era dimesso per passare al gruppo indiano Viraj, concorrente di Valbruna. E che i file riservati trovati nel pc gli erano stati chiesti dal nuovo datore di lavoro. Davanti ai magistrati il manager confessa. Durante una fiera di settore, Suri Rahul Jitrenda, direttore generale della Viraj, lo ha avvicinato chiedendogli di passargli informazioni riservate e segreti industriali, con la promessa di un lavoro molto ben retribuito nella loro filiale tedesca.

LA CONDANNA - Mentre il processo va avanti le vendite però continuano a calare. Qualcosa ancora non va, pensa Amenduni. E ha ragione. A giugno dell'anno scorso il concorrente indiano annuncia sul suo sito Internet un accordo strategico con la Siemens per avviare una fabbrica per produrre un acciao speciale, che non aveva in catalogo. Ma Valbruna sì. Si scopre così che durante la perquisizione il dipendente infedele era riuscito a nascondere una chiavetta Usb con altri file segreti. Che centellina in modo astuto, consegnandoli alla Viraj un po' alla volta per paura di essere scaricato. A marzo del 2009 il manager è stato condannato a due anni di reclusione e 470 mila euro di provvisionale, per accesso abusivo al sistema informatico delle Acciaierie Valbruna e rivelazione di segreti industriali. Ora però inizia il processo ai «complici» indiani, la cui posizione si è aggravata. Il dirigente ha infatti raccontato di aver consegnato nel 2008 a Mumbai documenti riservati nelle mani del presidente della Viraj, Neeraj Kochhar, e di suo figlio Dhruv. Che ora potrebbero essere chiamati a rispondere direttamente dei danni provocati alla Valbruna.
Federico De Rosa

 

Federico De Rosa

1 luglio 2012 | 15:41

Stop ai pagamenti in contanti superiori ai mille euro

di Luisa De Montis - 01 luglio 2012, 12:32

 

Entra infatti in vigore la norma del decreto Salva-Italia sulla tracciabilità dei pagamenti. Per tre mesi l'Inps continuerà a disporre i pagamenti mensili tradizionali

 

Dal conto all’agenzia di viaggi al regalo "importante". Dalla riscossione della pensione al pagamento dello stipendio alla badante. Da oggi non si potrà più pagare in contanti se l’importo supera i mille euro.

L'Inps

 

E' infatti entrata in vigore la norma del decreto Salva-Italia sulla tracciabilità dei pagamenti. Nessun pagamento per valori pari o superiori a 1.000 euro in contanti o con assegno non intestato o non recante la clausola ’non trasferibilè potrà più essere effettuato senza avvalersi di intermediari finanziari abilitati, come banche o poste. La regola vale anche per stipendi e pensioni delle pubbliche amministrazioni. L’aspetto più delicato riguarda i pensionati che dovevano aprire un conto corrente sul quale poter accreditare gli assegni superiori alla soglia massima del cash consentito. Per chi non si è messo in regola, da oggi scatta una fase transitoria: per tre mesi l’Inps continuerà a disporre i pagamenti mensili in attesa che il pensionato effettui la scelta delle modalità alternative alla riscossione in contanti.

Sangue in Kenya, bombe in due chiese cattoliche: dieci morti e cinquanta feriti

di Nico Di Giuseppe - 01 luglio 2012, 11:26

 

Gli ordigni sono esplosi durante la messa. L’attacco sferrato a Garissa, nord-est del Kenya, da un commando di terroristi

 

L'ennesimo attacco contro i cristiani. Dieci persone sono state uccise e circa cinquanta risultano ferite in due diversi attacchi compiuti nella cattedrale cattolica centrale di Garissa, città a nord est del Kenya, e in un'altra chiesa vicina.

 

Chiesa in Kenya

Chiesa in Kenya

 

Secondo quanto rifertio dalle fonti della polizia locale, gli ordigni sono esplosi durante le celebrazioni domenicali, quando le chiese erano gremite di fedeli.Le chiese sono state attaccate con granate e "si temono diversi morti". A renderlo noto è stato il vicecapo della polizia locale, Philip Ndolo, che non è stato in grado di fornire un bilancio delle vittime.

L’attacco coordinato è stato sferrato da un commando di terroristi che indossavano passamontagna. Il bilancio è ancora provvisorio. Secondo una prima ricostruzione, sconosciuti avrebbero lanciato almeno due granate all’interno della cattedrale, ma solo una sarebbe esplosa, mentre nella chiesa della congregazione Aic, sarebbero stati esplosi anche colpi di arma da fuoco contro i fedeli. Nessun gruppo ha finora rivendicato la responsabilità della attentato, ma le autorità puntano ancora una volta il dito contro i miliziani somali di al Shabaab. Garissa ospita un’importante base militare da cui le truppe sono state inviate in Somalia a combattere contro le milizie islamiche Shabaab.

Caronte» riscalda l'estate italiana Fino a 40 gradi in quindici città

Corriere della sera

 

Domenica il picco, il record previsto a Ferrara. Da lunedì più fresco Consigli per affrontare l'emergenza per malati, bambini e anziani

 

Giorni di fuoco. Stavolta i meteorologi sono stati più espliciti del solito: «La Spagna ha toccato i 45 gradi e molte regioni italiane raggiungeranno i 40 quando Caronte (l'anticiclone, ndr ) sarà alla massima potenza», ha spiegato Antonio Sanò, direttore del portale ilmeteo.it. Aggiungendo: «Caronte sembra proprio volerci traghettare verso un'estate ormai senza precedenti».

Emergenza vecchia, allarme sempre nuovo, in particolare per malati, bambini e, soprattutto, anziani: l'altro ieri due pensionati sono morti per il caldo sulle spiagge della Toscana. La serietà della situazione è confermata dal ministero della Salute, che ha lanciato un'allerta di livello 3, ovvero «rosso», dunque con condizioni di «rischio elevato» in 9 città, che domani diventeranno 15. Ad aumentare il fastidio, poi, ci sono l'elevato tasso di umidità che fa percepire la temperatura più alta di almeno 4-5 gradi e lo sforamento dei limiti dell'ozono nell'aria (già registrato in Alto Adige). Tra le località più «infuocate»: Ferrara (44 i gradi percepiti) e poi Bologna Firenze, Pescara, Roma e persino Bolzano (ma anche i 35 di Milano faranno sudare come fossero 40). Per altre nove città, invece, sarà «allerta arancione» (livello 2), si tratta di Ancona, Bari, Genova, Messina, Napoli, Palermo, Pescara, Venezia e Trieste.

 

 

Caldo e siccità: a Roma il Tevere è monitorato costantemente dalla Protezione Civile. Ma i timori sono per le conseguenza sulle persone. Dal ministero sono arrivano le consuete ma sempre utili raccomandazioni, in primis evitare l'esposizione diretta al sole dalle 11 alle 18 e bere molta acqua. Consigli all'insegna del buon senso, già letti e sentiti, tuttavia i malori e i decessi sono sempre tanti, forse troppi, come pure le richieste d'aiuto. I suggerimenti, infatti, possono non bastare, come ha detto ieri il presidente di Federanziani, Roberto Messina: «Le istituzioni dovrebbero attivare delle task force di sostegno alla popolazione più fragile. Il rischio è che ci si ritrovi a contare i morti». L'associazione ha anche disegnato l'identikit degli anziani più a rischio: vivono da soli, spesso ai pianti alti dei palazzi (a volte senza ascensore, dunque quasi reclusi), hanno problemi di salute e dispongono solo della pensione minima. Una cifra tra le tante: tra luglio e agosto del 2011, nella sola Milano, sono stati oltre 27 mila gli interventi attivati per anziani in difficoltà.

 

E mentre i Comuni e le Regioni si attrezzano per l'ondata di calore - tra i primi Firenze, Bari, Roma, Napoli, il Veneto e la Sicilia - è intervenuta ieri la Società italiana di Cardiologia geriatrica con una serie di consigli utili. Tra gli altri: non sospendere l'assunzione delle medicine, mangiare molte piccole porzioni di frutta e verdura fresche al giorno (per reintegrare i sali minerali), evitare l'isolamento «per scacciare la depressione e il rischio di confusione mentale». A proposito di fattori psicologici potrà forse giovare sapere che, stando alle previsioni, il vecchio Caronte non ci metterà molto a traghettare gli italiani: già da lunedì infatti al Nord la situazione dovrebbe migliorare grazie a una perturbazione atlantica che porterà aria fresca e piogge. Al Centro-Sud, invece, bisognerà aspettare sino al prossimo weekend. Poi si tornerà alla normalità. Sempre che questa non sia davvero un'estate «senza precedenti».

 

Antonio E. Piedimonte

30 giugno 2012 | 16:15

Lukashenko junior , 8 anni, in visita da Chávez (con la pistola)

Corriere della sera

 

Il figlio dell'ultimo dittatore d'Europa si è presentato da Chavez con una pistola regalo del padre

 

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(Afp/Barreto)

 

Sotto il vestito, la pistola. Si è presentato così all’incontro con il presidente venezuelano Hugo Chávez il piccolo Nikolai, 8 anni, figlio del leader bielorusso Aleksandr Lukashenko, «l’ultimo dittatore d’Europa». I siti venezuelani hanno pubblicato diverse foto nelle quali si vede chiaramente un ingombrante oggetto bloccato sotto la cintura del bambino, che porterebbe sempre con sé l’arma regalo del padre e che già in passato era stato fotografato con una pistola placcata in oro insieme a Dmitri Medvedev. «Abbiamo qui una persona che raccoglierà il bastone del comando fra 20-25 anni», ha detto Lukashenko a Caracas

 

Redazione Online1 luglio 2012 | 11:10

Il mastro arrotino dei barbieri: dai rasoi del ’700 alle lame di oggi

Il Messaggero

 

La coltelleria di via Merulana, Sergio Zoppo: «Ho ereditato la passione da mio padre. Adesso molti clienti sono sarti»

di Paolo Di Paolo

 

Sergio Zoppo

ROMA - «Ho chiesto di toccare il pugnale, stamattina, dopo il caffè dai cinesi. Ho attraversato via Merulana e nelle vetrine della coltelleria Zoppo, tra lo scintillio dei metalli affilati, ho ammirato le linee scabre e neoclassiche di quella che sembrava una semplice baionetta. Sul tallone della lama era ben visibile il punzone «alla disperata».È una bottega da romanzo, la coltelleria Zoppo, a giudicare da questo episodio raccontato da Lorenzo Pavolini nelle pagine di «Accanto alla tigre». Ricostruendo le vicende del nonno, il gerarca fascista Alessandro, Pavolini si imbatte anche nel pugnale che gli era appartenuto. È tuttora in mostra nelle vetrine di questo negozio al numero 66 di via Merulana dal 1925.

Si entra e si è accolti da spade, forbici, rasoi anche raffinatissimi, coltelli da cucina e chicche per collezionisti. Davanti al bancone, un'armatura che ci porta indietro di secoli e una bicicletta, una vecchia Bianchi del 1945, utilizzata dal papà di Sergio Zoppo, Nicola, morto quasi centenario nel 1998. Mastro arrotino per una vita: già figlio a sua volta di un arrotino arrivato a Roma dopo l'Unità d'Italia da un piccolo paese del Molise, Sant'Elena Sannita, conosciuto appunto come il paese degli arrotini.

Nicola apre una coltelleria con il fratello in via Napoleone III e qualche anno dopo arriva a via Merulana. «Ormai questa è una delle poche botteghe centenarie rimaste attive in città» dice Sergio, con un po' di orgoglio e un po' di malinconia. Mostra articoli che hanno già raccontato questa storia, scartabella tra cartelle di cartone in cerca di documenti, indica bacheche e libri (tutti a tema: lame in guerra, fatti di coltello, coltelli d'Europa, coltelli in cucina e a tavola».

Con soddisfazione tira fuori un rasoio antichissimo risalente al Settecento. «Una volta la bottega di un arrotino si riempiva di lunedì, il giorno di riposo dei barbieri, che venivano a far affilare i rasoi. Si lavorava molto anche con i calzolai e i ristoratori. Adesso ci restano i grandi sarti e non molto altro. Forbici, coltelli, lame si cambiano con maggiore frequenza, si trovano a costi anche molto bassi. È una rarità il fruttivendolo che viene a far affilare il coltello della sua giovinezza». Finite le elementari, Sergio si è subito messo accanto al padre: «non mi piaceva l'idea di fare questo mestiere, ma quasi non ho avuto scelta. Spesso scherzando dico che è un lavoro che ti entra nel sangue, soprattutto quando ti tagli». Mi fa vedere le mani, in effetti portano parecchi segni: «Questo è un taglio piuttosto fresco, ma ormai non ci faccio più caso. Si può sbagliare anche con tanti anni di esperienza, fare l'arrotino è una questione di pazienza e attenzione, non si impara studiando ma con ore e ore di pratica».

Ogni tanto passano ragazzi che gli chiedono di imparare almeno l'essenziale. Lui non li respinge, ma li mette all'erta. «Bisogna stare qui da mattina a sera, troppo sacrificio. Mai un giorno di malattia o di permesso». Che suo figlio non abbia seguito la strada, non gli dispiace. Ma Sergio a chi consegnerà il suo sapere? Basta una mezzora con lui per scoprire antiche tecniche di affilatura – con il bambù, per esempio, che è abrasivo – o per vedere inquietanti tosatrici o tozzi coltelli che si usavano per uccidere i buoi. Come per papà Nicola, anche per Sergio il negozio coincide con la vita. «Lui da ragazzino andava in giro col carretto fino ad Albano, o a Tivoli. Dormiva nelle stalle, nei casali di campagna. Quando invecchiando non poteva più lavorare, ha continuato a venire qui tutte le mattine. Se non faceva freddo si sedeva qui davanti e chiacchierava con i passanti e con i clienti. Ma il suo quartiere stava cambiando senza che lui se ne rendesse conto».

Sergio abita da diversi anni nel quartiere di Roma 70: «Qui non conosco quasi più nessuno. Quando torno su via Napoleone III, la strada della mia infanzia, mi sembra di sbarcare in un altro mondo. Dove c'era la bottega di papà fino al '25, ora c'è un negozio di cinesi, abbigliamento». Sostenere i costi dell'affitto, sopravvivere alle strettoie fiscali non è semplice. «Se pensi che per affilare un paio di forbici o un coltello incasso sui due euro e mezzo, fatti i conti...». Ma d'altronde l'idea di rinunciare, a 77 anni, non lo sfiora. Qualche soddisfazione, fin qui, se l'è tolta, se la sartoria del Teatro dell'Opera si affida a lui, e ha avuto come clienti le sartorie di Valentino e Gucci. «L'unico vero segreto di ogni mestiere? Trattare bene il cliente. Solo così si porta avanti un lavoro». E infatti lui è già all'opera, con la grazia e la concentrazione di un maestro, tra lame e scintille.

Domenica 01 Luglio 2012 - 09:53
Ultimo aggiornamento: 09:59

Mio figlio ha una quattroruote» E non è un'auto

Corriere della sera

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Dal 1° luglio uno stage per imparare a usare la sedia a rotelle Il corso dedicato a genitori di bambini disabili

 

È la carrozzina con cui si muove. Un corso insegna ai genitori a conoscere la sedia a rotelle. E a essere papà e mamme con una marcia in più. Il corso che si intitola «Mio figlio ha una quattro ruote» si tiene a Lignano Sabbiadoro (Udine), al Centro Vacanze Ge.Tur. dal 1° all’8 luglio 2012. Si tratta di uno stage promosso da SAPRE – Settore di Abilitazione Precoce dei Genitori dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Informazioni pratiche, ma soprattutto un accompagnamento verso una piena genitorialità.

A CHI SI RIVOLGE - A genitori, fratelli, amici di persone, soprattutto bambini, che per muoversi usano la carrozzina a causa di malattie neuromuscolari gravi come la SMA-Atrofia Muscolare Spinale o per malattie metaboliche gravi. Il corso vuol essere, come lo definisce Chiara Mastella, coordinatrice di SAPRE: «una full immersion di scuola di vita sulla carrozzina».

L’OBIETTIVO - E’ quello di aiutare i genitori e le persone che stanno accanto al bambino a prendere dimestichezza con la carrozzina. «Diciamo di accettarla - precisa subito la Mastella. Generalmente i bambini lasciano il passeggino perché hanno imparato a camminare. Chi ha una grave patologia neuromuscolare non camminerà e può rimanere sul passeggino tutta la vita. Al bambino e ai suoi parenti facciamo constatare che usare la carrozzina migliora la qualità della vita».

UN GIROTONDO - «Sa cosa fa un bambino dopo essersi seduto per la prima volta sulla carrozzina? Fa un giro di 360 gradi: si guarda in giro, tutt’attorno – racconta la Mastella-. Questi bambini in molti casi hanno capacità intellettive e relazionali normali, i loro problemi sono a livello di ossa e muscoli che impediscono di reggersi in piedi, di respirare correttamente. Ma il loro cervello funziona, come pure i loro sentimenti. I genitori si sorprendono che il loro figlio voglia muoversi. Eppure lo fa. E sulla carrozzina capisce che può anche giocare. Con i suoi coetanei disabili e non».

ESPERIENZA DIRETTA - Al corso tutti stanno seduti sulla carrozzina (sono disponibili varie misure). Genitori, fratelli, amici, a fianco dei bambini, provano a guidarla, scoprendo vantaggi e svantaggi “dell’essere trasportato” in casa e per strada. Imparano regole, trucchi e l’indispensabile manutenzione necessari sia per guidare in totale sicurezza che per salvaguardare “il proprio mezzo”. A Lignano Sabbiadoro ci saranno anche Klaus e Sophie, operatori tedeschi che in maniera ludica promuovono una “confidenza-conoscenza-piacere” all’utilizzo della carrozzina e di tutto ciò che questa può dare, al di là dell’apparenza della seduta.

ESSERE GENITORI - «Il corso è solo un momento di un percorso di genitorialità che avviamo con i genitori che si rivolgono al SAPRE. Riceviamo i quesiti più diversi, il più diffuso è cosa rispondere al figlio che gli chiede perché non cammina, perché non guarisce come accade quando ha il raffreddore. In questo caso è importante dire la verità, ma alimentare la speranza e la vicinanza», aggiunge la Mastella. Un percorso in cui si cresce anche come cittadini. «Se i genitori conoscono bene la disabilità del proprio figlio possono dialogare meglio e in maniera più efficace con gli interlocutori del sistema sanitario».

ISCRIZIONI - Si ricevono sino a esaurimento dei posti (la segreteria risponde al tel. 347.5173159). Il corso, che è in convenzione con il sistema sanitario nazionale, ha il patrocinio dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, di Telethon, Famiglie SMA, dell’Associazione per lo Studio delle Atrofie Muscolari Spinali Infantili, di SMArathon.eu e dell’Associazione Girotondo, tutte realtà che operano in favore della ricerca sulla SMA- Atrofia Muscolare Spinale.

 

Carmen Morrone
1 luglio 2012

Vaticano, l'ultima "eretica": una suora che scrive di sesso

di Paolo Rodari - 01 luglio 2012, 08:05

 

L’americana Margaret Farley all’indice per un libro in cui parla di unioni gay e seconde nozze. Ma è lunga la lista di religiosi sotto la lente dell’ex Sant’Uffizio

 

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L’ultima eretica si chiama Margaret A. Farley. È una suora statunitense, autrice del libro «Just Love. A Framework for Christian Sexual Ethics». L’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede, diretta un tempo da Joseph Ratzinger e oggi affidata (il suo mandato finirà a breve) al cardinale William Joseph Levada, l’ha messa all’indice senza tuttavia comminarle alcuna sanzione.

Ma la Notificazione - così si chiama ildocumento uscito dalle penne dei teologi in forza al Vaticanobasta e avanza per sconfessare pubblicamente un libro ritenuto «in diretto contrasto con la dottrina cattolica nell’ambito della morale sessuale». Margaret A. Farley appartiene alle «Sisters of Mercy of the Americas » e per il Vaticano è soltanto l’ultima delle tante - tantissime suore ribelli risiedenti sul suolo nordamericano. Il suo scritto è «non conforme alla genuina teologia cattolica» in particolare quando parla di «atti e unioni omosessuali, masturbazione, indissolubilità del matrimonio, divorzio e seconde nozze». Suor Farley punta il dito direttamente contro le gerarchie della Chiesa, colpevoli a suo dire di non adeguarsi alla contemporaneità. Le patchwork families - come le ama chiamare il primate di Vienna, il cardinale Christoph Schö nborn - e cioè le cosiddette famiglie ricostituite, dove si affiancano parentele e legami variegati e complessi (figli di lei o figli di lui, figli della nuova coppia...), sono una realtà.

Ma mentre per Schö nborn la soluzione è da cercarsi all’interno dell’alveo della dottrina della fede, per suor Farley no: il momento del cambiamento è arrivato, dice. A queste famiglie, ai problemi inerenti alla morale sessuale che queste famiglie si trovano ad affrontare, occorre aprire le porte senza arroccarsi a difendere posizioni giudicate vetuste. Quanto all’impegno matrimoniale, ad esempio, la suora sostiene che questo deve essere «soggetto a scioglimento per le stesse ragioni fondamentali per le quali ogni impegno permanente, estremamente grave e quasi incondizionato, può cessare di esigere un vincolo ». È a motivo di queste posizioni che il Vaticano ha reagito dichiarando che il libro della suora «non può essere utilizzato come valida espressione di dottrina cattolica né per la direzione spirituale e la formazione né per il dialogo ecumenico e interreligioso». Negli ultimi anni non sono pochi coloro che sono finiti sotto la lente indagatrice dell’ex Sant’Uffizio. Ratzinger, infatti, già «watchdog » della fede ai tempi di Giovanni Paolo II, ha dato disposizione a Levada di vigilare e di vigilare a dovere. E così è accaduto recentemente con altri religiosi.

Tra questil’indiano Anthony De Mello, il belga Jacques Dupuis, e lo spagnolo Jon Sobrino, esponente di spicco della teologia della liberazione. Tra gli americani c’è ancora un nome che merita di essere annotato, quello di suor Elizabeth A. Johnson, ancora oggi, negli Stati Uniti, un caso editoriale. Nel 2007 è uscito il suo «In cerca del Dio vivente - Quest for the Living God» e ancora oggi il libro vende e fa parlare di sé. Suor Elizabeth insegna teologia sistematica nell’università dei gesuiti di New York, la Fordham University, nonostante la commissione dottrinale dell’episcopato americano presieduta dall’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald Wuerl, l’abbia ampiamente censurata. Wuerl, in uno statement , ha spiegato che la preoccupazione prima dei vescovi della commissione dottrinale era di mettere sull’avviso «quegli studenti che leggendo questo libro possono essere indotti a pensare che questo sia anche l’insegnamento autentico della Chiesa». Perché sono almeno sette i punti sui quali le tesi di suor Elizabeth si distaccano dalla dottrina della Chiesa.

A traballare sarebbero i dogmi della trinità di Dio e della creazione, a vantaggio di un’idea del divino immanente al mondo, molto imbevuta di scetticismo illuminista. Non solo. Suor Elizabeth negherebbe che Gesù Cristo sia l’unico salvatore di tutti, perché, a suo giudizio, solo la somma tra il cristianesimo, l’induismo, il buddismo, l’islam, eccetera consentirebbe di conoscere la verità di Dio. Ma,a conti fatti,l’affondo del Vaticano più difficile da digerire per i gesuiti statunitensi resta quello mosso ormai sei anni fa contro l’ex direttore del settimanale America , Padre Thomas Reese. Un affondo che sanguina ancora oggi. Nel 2005 si dimise da America dopo sette anni di direzione. Tutti negli Stati Uniti scrissero che venne allontanato dal Vaticano per le prese di posizione della sua rivista troppo liberal, in particolare su temi come i matrimoni gay, i rapporti con l’islam, l’atteggiamento che i politici devono tenere sull’aborto. L’attrito di Reese con Roma nacque nel 2000, quando uscì il documento «Dominus Jesus» che ribadiva la visione del cattolicesimo come strada principale per la salvezza dell’uomo e la sua sostanziale supremazia per questo sulle altre religioni. Reese criticò il documento mettendosi contro l’allora cardinale Ratzinger.

Leoluca Orlando, sindaco innamorato di cavilli e onorevoli poltrone

Corriere della sera

 

Il primo cittadino di Palermo non si è dimesso dalla carica di deputato

 

L'Orlando innamorato. Delle poltrone. L'avvocato onorevole Leoluca Orlando Cascio ama sedere su due poltrone. Potenza del sedere! Eletto per la quarta volta sindaco di Palermo - era il 21 maggio - non si è ancora dimesso dalla carica di deputato. E dire che la Corte costituzionale ha sancito, con una sentenza del 2011, che i sindaci dei Comuni superiori a 20.000 abitanti sono incompatibili con le cariche parlamentari. O Roma o Orte, cioè Palermo. Non come fece il suo concittadino ed ex sindaco di Palermo Sergio Cammarata (balzato di recente alle cronache perché, pur accusato di una gestione delle finanze cittadine non oculata, era stato chiamato a Palazzo Madama come consulente per i tagli alla spesa degli Enti locali; incarico a cui ha rinunciato nei giorni scorsi). Ebbene, questo Cammarata è diventato famoso perché, non rinunciando all'indennità da parlamentare, infranse una prassi di incompatibilità e costrinse nel 2002 la Giunta delle elezioni della Camera ad affermare che «non sussistevano motivi che ostassero al cumulo degli incarichi di sindaco di grande città e di parlamentare» (la cosiddetta «giurisprudenza Cammarata»).

Anche Orlando fa ricorso a questa vituperata giurisprudenza? Il neosindaco si difende: «Non vedo quale sia il problema, mi sembra una polemica sterile. Torno a ripetere che mi dimetterò da deputato appena si insedierà il consiglio comunale, cioè il prossimo 9 luglio... Appena giurerò da sindaco lascerò la carica di parlamentare».

Nell'attesa del «giurin, giurello», Orlando si aggrappa al cavillo e all'orpello, dando adito a illazioni: spinto da Di Pietro il neosindaco rallenterebbe non per prendere due stipendi ma per tenere lontano Giuseppe Vatinno, primo dei non eletti in Lazio, passato nel frattempo dall'Italia dei Valori a Francesco Rutelli (l'Italia dei Lusi e Delusi). A parti invertite, Orlando avrebbe già gridato allo scandalo e Di Pietro sventolato le manette. Ma forse, in Sicilia, ogni legge si deve intendere a statuto speciale. L'Idv ci sta dimostrando che i valori bollati sono più importanti dei giudizi di valore. Del resto, il valore di una persona si misura sempre alla prova dei fatti.

 

Aldo Grasso

1 luglio 2012 | 9:20

Il sindaco-sceriffo: così caccio i lavativi

Corriere della sera

 

Mario Faccioli è un ex Msi: già 6 licenziati. «Assessori senza cellulari comunali, io non ho rimborsi e giornali solo online»

 

MILANO - Ex missino, pugno di ferro e adrenalina in circolo. Il sindaco di Villafranca di Verona si chiama Mario Faccioli, 48 anni appena compiuti, eletto con una lista civica ma attaccato al ramo An del Pdl, detesta i fannulloni e li licenzia in men che non si dica.

«Più che altro miserie», definisce al Corriere del Veneto i casi, sei, di cui si è occupato personalmente in municipio. Come un impiegato beccato con una tangente di 10mila euro e un altro che si arricchiva con le pratiche funerarie. L'ultima scure ha tagliato una dipendente che usava i permessi comunali per andare all'università invece che assistere - come da richiesta - un familiare malato. Faccioli, nostalgico della Fiamma e lusingato dal soprannome di «dux» cucitogli addosso in città, è fiero del suo metodo antifannulloni: «Premesso che io sono una zecca fastidiosa e mi controllo tutti gli atti amministrativi, non dico che sia facile ma probabile trovare anomalie in certi comportamenti. Basta fare degli incroci e se qualcosa non va lo scopri. Le norme per licenziare ci sono. Eccome. E siccome sono pignolo le conosco. È lo stesso contratto nazionale che ti permette di agire. E devi farlo subito, altrimenti diventa più difficile».

Ecco la strategia applicata a Villafranca: «Bisogna anticipare l'atto penale. Perché quando inizia l'iter in tribunale sei fregato, devi aspettare i tre gradi di giudizio prima di licenziare. Ma se lo fai prima, avendo tutte le carte che dimostrano la bontà del tuo provvedimento, è fatta. Verifico gli atti con i miei legali e applico il licenziamento senza preavviso. Lo dico anche ai miei colleghi sindaci: se conosci le norme puoi fare e strafare». Le proteste sindacali le liquida in un secondo: «Ai sindacati dico che dovremmo essere dalla stessa parte quando ci sono delle persone che con il loro atteggiamento fregano i colleghi. Non è giusto. Io ho dei dipendenti di prim'ordine e non voglio che per il mal agire di qualcuno si pensi che tutti sono dei lavativi. Io li voglio sul pezzo. E gli faccio la posta».

Anche sull'Imu ha qualcosa da ridire: ha rinunciato alla parte che spetta al Comune. «Ho agito per tempo. Ho ridotto i mutui del Comune, ho liberato risorse, diminuito spese e attività. I miei assessori non hanno cellulari comunali, io non ho rimborso spese, i giornali li leggiamo su Internet. È anche così che si fa».

 

R. P.1 luglio 2012 | 9:00

Ma Internet non è il killer dei giornalisti

La Stampa

 

ANNA MASERA

Il dibattito online ferve: da una parte chi crede che Internet stia uccidendo il giornalismo, come il giornalista investigativo del Guardian Nick Davies (nel suo articolo per la rubrica «Intelligent Life» dell’Economist), secondo cui fra vent’anni non ci saranno più inchieste perché i giornali online gratuiti non pagano il salario; dall’altra chi crede che non sia colpa di Internet, ma dei giornalisti «pigri», come Mic Wright: «È la pigrizia a uccidere il giornalismo» titola sulla rivista online KernelMag.com.


La provocazione è utile per scoprire dove vanno a parare i nuovi modelli di business dei giornali che crescono nonostante la crisi. Wright va controcorrente e critica ferocemente il modello gratuito del Guardian, che regala il proprio lavoro di qualità rischiando il dissanguamento, a favore del modello dei controversi ma ancora popolari tabloid di Rupert Murdoch, il Daily Mail (con la sua versione digitale del Mail Online) e il Sun, che grazie al mix di notizie alte e basse guadagnano fior di soldi. «Chi l’ha detto che c’è un giornalismo che ha un diritto intrinseco alla sopravvivenza?» è il messaggio di sfida di Wright.

Internet non sta uccidendo il giornalismo, semmai lo sta «cambiando», costringendo chi vuole continuare a fare questo mestiere a mettersi in gioco. Per esempio, Internet costringe i giornalisti ad ascoltare i loro lettori e dialogare con loro. I giornalisti possono autofinanziarsi attraverso i siti di crowdfunding. E sta emergendo un mix di giornalismo digitale un po’ gratuito e un po’ a pagamento, grazie all’arrivo di «app» per tablet come l’iPad (per esempio Instapaper) e al movimento che sostiene la scrittura di articoli lunghi (Longform.org).

Il «New York Times» sta sperimentando con successo il modello «freemium» (crasi di «free» = gratis e «premium» = a pagamento): gli utenti possono leggere gratis un determinato numero di articoli, oltre al quale si è invitati ad abbonarsi in cambio di servizi aggiuntivi studiati apposta per tablet e smartphone. È boom di nuovi giornali solo digitali, agili e funzionali come The Kernel, o servizi come Byliner e Singles (di Amazon). Il giornalismo insomma non è un monolite intagliato nella pietra che Internet corrode. Come diceva già Paolo Murialdi, i giornalismi sono tanti. Qualcuno sparirà, ma tanti altri fioriranno

I santuari di Timbuctù crollano sotto i colpi dei fanatici di Al Qaeda

La Stampa

 

Protesta dell’Unesco, i jihadisti insistono: «Li demoliremo tutti»

 

Un tuareg davanti a una delle moschee più antiche di Timbuctù, la città nel cuore dell’Africa rimasta per gli esploratori europei un mito di ricchezza e mistero fino al 1828

 

DOMENICO QUIRICO

 

I fanatici, i salafiti versione Sahel hanno commesso, finalmente! un errore. Eppure da aprile tengono nelle loro mani Timbuctù, e Gao e tutto il Nord del Mali. In alleanza, stretta e efficace, con gli emiri saheliani di Al Qaeda, hanno ucciso, flagellato, stuprato, torturato, vietato gridando «haram», impuro; e poi saccheggiano, vendono droga e comprano armi, sequestrano, assistono tutte le jihad più mortifere, gli assassini algerini e quelli nigeriani. Hanno ridotto gli abitanti della città dei 333 santi a una massa che sogna una sola cosa, fuggire, unirsi alle decine di migliaia di profughi che hanno cercato rifugio a Bamako, in Niger, in Burkina Faso.
La comunità internazionale, nel frattempo, non ha battuto ciglio. Poi ieri l’errore: Ansar Eddine, il gruppo di tuareg che ha aderito al credo salafita, rigorista fino al fanatismo e al delitto, ha annunciato di aver avviato la distruzione dei mausolei dei santi della città: «tutti, senza eccezione» ha precisato petulante il loro portavoce

Sand Ould Boumana. Sedici di questi rientrano nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. Il primo, quello di Sidi Mahmud nel Nord della città, sarebbe già stato ridotto in polvere ieri mattina. Eppure questi santi sono musulmani, è la loro fede, titanica o dotta, muscolare o profetica, che li ha resi tali. «Dio è unico. Tutto questo, i santi, il culto di uomini, è proibito. Noi siamo musulmani. L’Unesco? che cosa è?»: ha risposto beffardo il portavoce. A maggio avevano iniziato questo lavoro funesto, gli abitanti, dimenticando la paura, si erano ribellati e tutto era stato sospeso. Questa volta non si fermeranno nei loro propositi neroniani. Un altro tempio venerato, quello di Sidi Moctar, stava cadendo in pezzi, sempre ieri, sotto i colpi dei folli di Dio. La distruzione sarebbe la risposta alla decisione del’Unesco di inserire, con un gesto che voleva richiamare l’attenzione del mondo, la città nella lista del patrimonio in pericolo.

Dal 2 aprile Timbuctù è una città fantasma, case sventrate, archivi saccheggiati, palazzi trasformati in stalle. Sono possibili solo due attività, restare a casa o andare in moschea. Ansar Eddine, che all’ inizio della rivolta contava in tutto il Nord Mali 300 miliziani, oggi ne schiera 500 nella sola Timbuctù. E gli islamisti, secondo una tattica che ha ben pagato nel Sahel, vogliono integrarsi e cercano mogli locali, offrendo doti di 500 mila franchi CFA. In città comanda il luogotenente del capo di Ansar Eddine, Ag Ghali, nome da jihad Abu Fadil. È Sanda abu Mohammed, mauro nato nella zona, spiritaccio ascetico e efficiente. Controlla tutto, i missili difensivi posti a cintura della città e i rifornimenti. Sorveglia anche l’applicazione della sharia su quanti restano dei 50 mila abitanti. La polizia islamica che ha preso quartiere nella sede devastata della Banca di solidarietà, vigila che le donne abbiano testa, braccia e caviglie coperte e i sessi si tengano a debita distanza. Il tribunale giudica nei locali de «La maison», uno degli alberghi più noti per i turisti di un tempo. Prime sentenze: nerbate ai bevitori di birra, per ora nessuna mano mozzata. La paura funziona da deterrente.

L’ospedale ha ricevuto l’ordine di offrire assistenza gratuita; ma non riceve rifornimenti da marzo e sono rimasti solo un medico, un’ostetrica e due infermieri. Ora Ansar Eddine ha commesso lo stesso errore dei taleban quando infransero con furore iconoclasta i grandi Buddha scolpiti nella roccia. Si possono scuoiare popolazioni intere, ridurle in schiavitù, rubare ai poveri tra i poveri. Si troverà sempre qualche buon motivo, qualche bizantinismo per non intervenire, per fare gli indifferenti: il rispetto terzomondista per altre «culture» o la preoccupazione di non commettere intromissioni colonialiste. O semplicemente l’avarizia. La vergogna di Daadab, il campo dei 500 mila profughi somali in Kenya che è in piedi da 20 anni, ne è il tangibile monumento. Ma un graffio a una pietra venerabile, un tempio abbattuto come quelli di Timbuctù che abbiamo adottato nel nostro catalogo del Bello, dell’Intoccabile, del Nostro può scatenare invece le reazioni più nibelungiche.

In lacrime per l'ultimo turno "Qui eravamo tutti minatori"

La Stampa

 

Migliaia di operai alla cerimonia di chiusura della miniera di Ensdorf, in Germania Dopo 250 anni l’industria della storica regione tedesca verrà smantellata definitivamente

Alcuni minatori di Ensdorf in pausa in una foto di alcuni anni fa: in passato l’industria estrattiva è arrivata a dare lavoro a oltre 60 mila persone, oggi ne sono rimaste meno di 1.300

 

ALESSANDRO ALVIANI

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Una cerimonia andata avanti per ore tra musica popolare, panchine piene di famiglie, gruppetti di pensionati armati di boccali di birra e un’espressione che risuonava ovunque: «Glück auf», il saluto che i minatori tedeschi si scambiano quando si incrociano. Dopo oltre 250 anni ieri il Saarland ha dato l’addio all’estrazione del carbone: l’ultima miniera, quella di Ensdorf, è stata chiusa con una toccante cerimonia. È la fine di un’epoca. «Il Saarland è costruito sul carbone: senza carbone non esisterebbe nella sua forma odierna. E senza carbone Francia e Germania non se lo sarebbero conteso tanto», spiega Delf Slotta, direttore dell’Istituto per la cultura e le tradizioni del Saarland. Per sette volte, nel corso della sua storia, questo Land di appena un milione di abitanti è stato spostato al di qua o al di là del confine franco-tedesco. Tutta «colpa» del carbone nascosto nel suo sottosuolo, ricchezza e maledizione allo stesso tempo. «La giornata odierna fa male», ci confida il «Napoleone della Saar» Oskar Lafontaine, che ha governato il Land per 13 anni. «L’estrazione del carbone fa parte della cultura socialedi questa regione e ne ha influenzato in modo decisivo la storia: per i cittadini, specie i più anziani, quella di oggi è una cesura».

Il carbone ha plasmato non solo la storia, ma anche il modo d’essere degli abitanti della regione: chi ha lavorato sotto terra ha imparato valori come solidarietà, coesione, fiducia nell’altro. In passato l’industria estrattiva è arrivata a dar lavoro a oltre 60 mila persone. Oggi non ne sono rimasti neanche 1300. Ancora oggi in tutto il Land non c’è praticamente nessuno che non abbia un minatore in famiglia.
Succede così che alla cerimonia di addio si presentano in oltre 10 mila. Ex minatori in pensione come Georgi Friedhelm, che è arrivato apposta da Aquisgrana e se ne va in giro con la sua tradizionale giacca nera da minatore perché, spiega, «l’orgoglio del minatore resta anche quando le torri di estrazione scompaiono»; lavoratori ancora in attività, come Faruk Özdemir, che ha 43 anni, si è trasferito in Germania dalla Turchia che ne aveva 14 e da quattro anni segue da vicino il piano di «trasloco» dei suoi colleghi di Ensdorf. Circa 1200 verranno trasferiti a Ibbenbüren, 470 chilometri da qui. A Özdemir toccherà a marzo. Ad altri ben prima: Jörg Himbert, un tecnico di 43 anni addetto alla sorveglianza all’interno delle miniere, partirà oggi stesso con sua moglie e sua figlia. Venerdì è sceso per l’ultimavolta a 1700 metri sotto terra a Ensdorf. Domani farà il suo primo turno a Ibbenbüren. «È come spostare un albero che ha 43 anni», lamenta. Suo padre era minatore, suo nonno anche, e lo stesso dicasi del suo bisnonno.


Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna spostarsi a 5 chilometri da qui e tornare indietro nel tempo. Sono le 16.31 del 23 febbraio 2008 quando a Saarwellingen la terra inizia a sussultare. Quattro gradi della scala Richter, diranno in seguito gli esperti. Una conseguenza dell’estrazione del carbone. Dal campanile della chiesa di San Biagio si staccano delle pietre, che precipitano a terra, senza colpire per fortuna nessuno. Su diverse case si aprono lunghissime crepe. «È stato davvero brutto», ricorda Nicola Fiorentino, calabrese che fa il giardiniere e abita proprio di fronte alla chiesa. «Da una parte l’addio al carbone è positivo, dall’altro negativo, perché le persone dovranno lasciare la regione per trovare lavoro». «Sono contenta che ora finirà tutto», dice invece nella piazza del mercato Frau Weywand, che non dimentica il 23 febbraio 2008: stava preparando la tavola per il suo cinquantesimo compleanno, il giorno dopo, quando il pavimento iniziò a tremare. Quel 23 febbraio si rompe qualcosa nel legame tra gli abitanti del Saarland e il carbone. La paura si impone.

La politica, già sotto pressione per l’annoso dibattito sulle sovvenzioni pubbliche all’industria mineraria, annuncia l’addio al carbone, ma decide con la RAG, la società di gestione delle miniere, di diluirlo su quattro anni per evitare licenziamenti in tronco (allora gli occupati erano quasi 5000) e di concentrare l’estrazione in zone meno rischiose. È per questo che il Saarland si congeda dall’industria estrattiva con sei anni di anticipo rispetto alla Ruhr. Ancora oggi i sindacati protestano. «Avremmo preferito continuare, Ensdorf era nel 2008 la miniera coi costi più bassi di tutte quelle di RAG», dice Dietmar Geuskens, numero uno del sindacato di settore a Saarbrücken, capoluogo del Saarland. Il risultato paradossale, spiega, è che qui si lasciano sotto terra 800 milioni di tonnellate di carbone, ma lo si importerà da Paesi in cui le condizioni di lavoro non solo paragonabili a quelletedesche. Per il futuro le ex aree di estrazione dovrebbero tra l’altro essere usate per progetti nel settore dell’eolico e del solare. Non tutti i segni della tradizione, però, scompariranno. Questo Land, nota Delf Slotta, «ha ancora bisogno di un paio di torri di estrazione: sono i simboli di quel tempo e delle persone che per oltre 250 anni l’hanno plasmato».

Ecco i 334 boss graziati dalla sinistra e riacciuffati dal centrodestra

di Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti - 01 luglio 2012, 08:14

 

Ecco l’elenco dei mafiosi cui nel ’93 il guardasigilli Conso non rinnovò il carcere duro. Ci sono pure Vito Ciancimino e Luigi Ilardo, uomini chiave della presunta trattativa. Nell’elenco dei beneficati pure esponenti di camorra e ’ndrangheta. I parenti dei reclusi avevano protestato con una lettera a Scalfaro

 

Altro che i tentativi dei pm di tirare il centrodestra a tutti i costi dentro la presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra dopo le stragi del ’92 e del ’93. Altro che dichiarazioni più o meno fumose di pentiti o aspiranti tali stile Massimo Ciancimino.

 

Carcere

 

Il perno dell’inchiesta di Palermo sui contatti tra pezzi delle Istituzioni e mafiosi, l’alleggerimento del 41 bis, il regime di carcere duro cui furonosottoposti un migliaio di boss all’indomani degli eccidi palermitani del 1992, avvenne nel 1 993, quando ministro di Giustizia era Giovanni Conso.

E la lista dei 334 cui l’allora Guardasigilli-in via Arenula per due mandati dal febbraio del 1993 al maggio del 1994- fece la grazia di passare a un regime carcerario più morbido, parla chiaro. Non tanto per alcuni nomi di boss di rango che figurano qua e là, in un mare magnum che però - da Adelfio Francesco da Palermo a Zito Vincenzo da Fiumara, da Aquilino Paolo da Montebello Jonico (Reggio Calabria), passando pure per l’algerino Hamoul Mohamed e dallo slavo Haziri Fazli-è fatto anche di ’ndranghetisti, boss della camorra, colombiani e criminali vari.

Ma soprattutto per i nomi di due personaggi, ormai defunti, e che pure fanno parte integrante della presunta trattativa: Vito Ciancimino, l’ex sindaco boss di Palermo che secondo i pm sarebbe stato il tramite della prima fase della trattativa, quella avviatasostengono - a cavallo delle stragi; e Luigi Ilardo, nei primi anni ’90 rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss nisseno Piddu Madonia e che però, scarcerato nel 1994, iniziò a collaborare col Ros,fece l’infiltrato nel tentativo di portare alla cattura di Bernardo Provenzano e che poi, scoperto, fu ucciso dalla mafia, nel 1996.

 

Carcere

 

Insomma, la sinistra trattava i boss coi guanti bianchi, mentre i governi di centrodestra li riacciuffavano, sequestrando loro i beni e spedendoli al carcere duro senza se e senza ma. Ciancimino e Ilardo non sono le sole sorprese contenute neiprospetti riepilogativi sull’andamento del 41 bis in quegli anni trasmessi alla procura di Palermo nel gennaio del 2011 dall’allora direttore del Dap Franco Ionta e agli atti dell’inchiesta palermitana. Spulciando i nomi dei «graziati» dal ministro se ne scoprono delle belle.

Sì, ci sono esponenti di spicco del gotha mafioso dell’epoca come il capomandamento di San Mauro Castelverde Giuseppe Farinella o Giuseppe Gaeta, capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, o ancora il vecchissimo - classe 1917- Nenè Geraci, il capomafia di Partinico (Palermo). Ma ci sono pure personaggi che i galloni di boss li conquisteranno molto dopo, come Vito Vitale, futuro capo di Partinico. Non solo. Un’altra anomalia che salta all’occhio è la presenza di cognomi della vecchia mafia, quella che aveva perso la guerra con i corleonesi guidati da Riina e Provenzano. Come Inzerillo o i due Alberti, Gerlando senior e Gerlando junior, coinvolto il primo nei principali fatti di mafia degli anni ’60 e il secondo nell’uccisione a soli 17 anni, nel 1985, di Graziella Campagna. Colpisce, poi, la presenza di personaggi di rilievo marginale o che persino nulla hanno a che fare con Cosa nostra, come narcotrafficanti colombiani, o esponenti di ’ndrangheta e camorra. Persino Renato Vallanzasca, di cui tutto si può dire meno che sia un capomafia,all’epoca beneficò del mancato rinnovo del carcere duro.

Perché questo strano mix? Non possono non tornare alla mente le intercettazioni sono venute fuori in questi giorni- le preoccupazioni dell’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e del consigliere del Quirinale Loris D’Ambrosio,che al telefono parlano del suicidio in carcere, nell’agosto del ’93,di Antonino Gioè. E non può non tornare allamente un altro fatto di quel terribile 1993: la lettera che a febbraio i parenti dei detenuti sottoposti al 41 bis nelle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara inviarono al presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Una lettera aspra, dai toni minacciosi, in cui i familiari intimavano al Colle di prendere le distanze dagli «squadristi agli ordini del dittatore Amato ».

Quel Niccolò Amato,all’epoca alla guida del Dap, che pochi mesi dopo sarebbe stato silurato e sostituito col più morbido Adalberto Capriotti, indicato - Scalfaro sentito dai pm di Palermo ha detto di non ricordare, ma lo smentisce il suo ex segretario Gaetano Gifuni- dal Quirinale. Poi Conso fece il resto, con il mancato rinnovo del carcere duro per 334

Salt di Povoletto, un paese in lite per i cerchi nel grano Il sindaco: “Se fossi un alieno non atterrerei in Italia”

Corriere della sera

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Notizia dalla provincia di Udine, fresca-fresca nonostante il caldo di queste ore: sono comparsi cerchi nel grano (eccoli nelle foto pubblicate in questo post) e la popolazione è rimasta colpita dall’episodio. Nel dibattito è intervenuto anche il sindaco, un potente miscredente che merita di essere subito convocato dai Dargos affinché risponda delle sue parole. Ma ecco i fatti, così come li ha raccontati l’agenzia Ansa.


 

“Uno scherzo ben riuscito o l’atterraggio di un Ufo? Se lo sono chiesti in tanti, stamani, in Friuli, guardando tre cerchi nel grano misteriosamente comparsi in un piccolo campo di Salt di Povoletto (Udine). Due sono concentrici, uno dentro l’altro; un terzo a fianco. Ben fatti, ottenuti piegando il gambo delle spighe ormai mature. Il passaparola è stato immediato e sul posto si è riversata una folla di curiosi che, lasciate le auto sulla strada, è scesa nel terreno per vedere da vicino il fenomeno. Divisi in due fazioni: da un lato i fautori della teoria aliena, con una presenza soprannaturale che ha creato quelle figure geometriche perfette, dall’altro gli scettici che pensano alla mano dell’uomo, seppure con qualche dubbio. Anche i più scettici, infatti, si sono domandati come gli autori siano riusciti a realizzare i due cerchi concentrici senza lasciare alcuna traccia visibile di un qualsiasi passaggio nella zona tra la figura più interna e la circonferenza più esterna.

«Se io fossi un alieno, difficilmente atterrerei in Italia. O anche in Europa. Cercherei lidi più tranquilli – commenta il sindaco di Povoletto, Alfio Cecutti -. Credo che ci siano cose più serie da considerare, di questi tempi. La mia personale opinione? Credo sia opera di buontemponi. Il frumento era già molto maturo e la trebbiatura era prevista per oggi. Guarda caso, i cerchi sono apparsi proprio la notte prima». Il frumento è appena stato trebbiato, come da programma. I curiosi non hanno più nulla da osservare. Sul posto stamattina si sono recati anche i Carabinieri per una verifica della situazione. In linea teorica si potrebbe ipotizzare un reato di danneggiamento a carico di ignoti. Trattandosi di un reato procedibile a querela, però, se non arriverà una denuncia del proprietario del campo, l’indagine si chiuderà qui”.

Fiat fa ricorso su Pomigliano «Sentenza sospesa o cassa integrazione»

Corriere della sera

 

Secondo il Lingotto l'assunzione dei 145 lavoratori Fiom creerebbe gravi distorsioni nella fabbrica campana

 

Lo stabilimento Fiat di PomiglianoLo stabilimento Fiat di Pomigliano

 

MILANO- Dopo le indiscrezioni è arrivata l'ufficialità: la Fiat si appellerà all'ordinanza del Tribunale di Roma e chiederà alla Corte d'Appello di sospendere l'esecuzione dell'ordine di assumere a Pomigliano i 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Qualche giorno fa, Sergio Marchionne, numero uno del gruppo Fiat-Chrsyler, parlando dalla Cina l'aveva definita un caso di «folklore locale». Annunciando l'imminente ricorso in appello.

«IMPOSSIBILE ASSUMERE 145 PERSONE»-In una nota il Lingotto spiega che «la recente decisione del Tribunale di Roma impatta sulle attività dello stabilimento». Il ricorso in appello è in fase deposito fanno sapere da Torino e nello stesso tempo è stata chiesta la sospensione dell'ordine di assumere 145 persone nella Fabbrica Italia Pomigliano, «attualmente dipendenti di Fiat Group Automobiles (Fga), solo perchè in un certo momento iscritte alla Fiom». Se venisse attuata la sentenza, prosegue la nota, causerebbe gravi distorsioni nell'attuale contesto operativo di Pomigliano». Perché il numero dei dipendenti - secondo il Lingotto - «è a oggi più che adeguato a far fronte alle attuali esigenze di mercato». Le conseguenze sarebbero pesanti. Cassa integrazione o peggio, «procedure di mobilità, nel caso in cui la cassa integrazione non fosse disponibile, per un numero di dipendenti corrispondente a quello dei nuovi assunti, inclusi probabilmente alcuni provenienti dal gruppo dei 145 appena assunti in esecuzione all'ordinanza del Tribunale».

 

Redazione Online 30 giugno 2012 | 20:12

Bogotà assume le donne dell'acido

La Stampa

 

Dopo anni di indifferenza dodici vittime degli assalti mirati a togliere vista e bellezza lavoraranno a sensibilizzare la città contro questo orrore

 

Gina Potes oggi, con una foto di quand'era ragazza

 

lorenzo cairoli

 

Scrittore, sceneggiatore e blogger giramondo, racconta la Colombia di oggi.


Quando si parla di donne aggredite con l'acido viene subito alla mente il Pakistan feroce e medievale di "Saving Face", il documentario di Daniel Junge che l'anno scorso fu premiato con l'Oscar. Un Pakistan dove fino a poco tempo fa questo crimine non era neanche perseguito, dove di rado chi veniva aggredita sporgeva denuncia, dove spesso poche rupie bastavano a zittire le famiglie delle vittime.
In "Saving face" lo spettatore  è testimone di questo orrore attraverso la missione del dottor Mohammad Jawad chiamato a reinventare volti corrosi dall'acido, a ridisegnare labbra e nasi, a restituire identità a vittime di uno dei crimini più efferrati che mente umana possa immaginare.

Aggredire le donne con l'acido è una pratica diffusa in altri paesi dell'Asia - il Bangladesh, ad esempio - ma anche in America Latina, specie in Colombia. La prima volta che ho sentito parlare di donne colombiane aggredite con l'acido fu un giovedì di giugno, quando i telegiornali raccontarono con grande concitazione la storia di María Fernanda Núñez Gutiérrez, Señorita Cucuta e aspirante al titolo di Señorita Norte de Santander, una studentessa di 22 anni, dai capelli corvini e un corpo sinuoso, da Bond-girl.

María Fernanda fu aggredita sulla porta di casa da un sicario che le gettò acido sul viso, sulla bocca e sull'occhio destro. Un ragazzo dall'aria apparentemente innocua, che le si avvicinò con una camminata ciondolante e una bottiglia di Coca Cola nella mano destra. Poi di colpo l'aggressione, l'incubo, le urla, la madre della miss che corre in aiuto della figlia, il ragazzo della Coca Cola che si dilegua su una moto. Se ne parlò per settimane, si parlò persino di sospendere il concorso di Miss Colombia, poi l'orrore fu assimilato rapidamente - in questo i colombiani sono maestri - e sulla miss sfigurata calò il sipario. 

Ma questo non è un episodio isolato. Il primo caso in Colombia risale a diciotto anni fa, la vittima Gina Potes era una graziosa diciasettenne bogotana. Bussano alla sua porta nel barrio di San Vicente. Una signora le chiede informazioni su una scuola materna. Gina non fa in tempo a rispondere che appare un'altra donna. "Come ti permetti d'essere così carina? "  le chiede a bruciapelo, con un ringhio che da i brividi, poi le butta acido sul volto.

Gina viene portata all'ospedale El Tunal, si fa cinque ore d'anticamera ignorata da medici e infermiere, poi la ricoverano all' Unidad de Quemados dell' Hospital Simón Bolívar. In 18 anni, 25 operazioni chirurgiche, un calvario tremendo per riavere un volto "quasi normale".  In Colombia, il 98 per cento delle vittime vengono colpite al viso. Il 50 per cento ha perso un occhio. Le parti più difficili da ricostruire sono il naso, le palpebre e la bocca. Al contrario di una guancia, che può essere sostituita facilmente. E si tratta di operazioni carissime.  Solo per i primi interventi ci vogliono più di 40.000 euro.

Alla fine di aprile il Comune di Bogotà ha deciso di assumere 12 di queste donne sfigurate con l'acido - tra cui la stessa Gina Potes - per educare e sensibilizzare la città, per sostenere le vittime con un supporto medico, chirurgico, psicologico e legale.

"Per 15 anni - ha dichiarato la Potes - ho vissuto nell'oblio, senza giustizia, in una indifferenza assordante, così ho deciso di battermi per la salute e il futuro di tutte le vittime di questo abominio. Ora le cose stanno cambiando. L'opionione pubblica è piu' attenta, diminuisce l'indifferenza, diminuisce la discriminazione anche perchè una cicatrice sul nostro volto non ci rende meno donne delle altre".