giovedì 5 luglio 2012

La storia d'Italia va su YouTube

La Stampa

Siglata la partnership tra Istituto Luce Cinecittà e Google: da oggi oltre 30mila video dell'archivio storico disponibili direttamente sulla piattaforma di Mountain View

CARLO DI FOGGIA



Uno dei più grandi archivi audiovisivi italiani (insieme alla Rai, ndr) incontra il canale di condivisione video più potente del mondo. Basterebbe questo a sintetizzare la portata della partnership siglata tra l’Istituto Luce e Google e presentata oggi presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali a Roma, alla presenza del presidente Seemea di Google, Carlo d’Asario Biondo. Un accordo che permetterà di caricare l’intero archivio storico dell’Istituto - “40 anni di video che raccontano la storia del nostro paese” - sulla piattaforma Youtube, proprietà del colosso di Mountain View.

A partire da oggi sull’apposito canale YouYube è già possibile consultare oltre 30mila filmati (sui 100mila totali) provenienti dai due principali fondi dell’Istituto e divisi in playlist tematiche per facilitare la navigazione: I “Giornali luce” che costituiscono il nucleo originale e coprono un intervallo di tempo che va dal 1927 al 1945; e alcune delle principali testate cinegiornalistiche dei primi anni dell’Italia repubblicana.

Prima fra tutte “La settimana Incom” (1946 – 1964). Materiale di grande valore storico tanto da essere stato candidato alla lista degli archivi tutelati dall’Unesco nel registro “Memoria del Mondo”. Per renderli compatibili con la nuova piattaforma, i due fondi - già digitalizzati e consultabili sul sito Internet dell’archivio - sono stati ricodificati in qualità video superiore. Una procedura che nei prossimi mesi permetterà di migliorare anche la qualità del materiale già online.

L'intento, almeno a sentire i protagonisti, è soprattutto culturale:
"Da tempo Google dedica risorse e strumenti tecnologici per fare di internet un mezzo di tutela e diffusione del patrimonio storico, artistico e culturale mondiale - ha spiegato d'Asario Biondo durante la conferenza -. Grazie a quest'accordo potremo contribuire a preservare e tramandare la storia e la cultura alle generazioni future". Un'operazione cui Google non è nuova visto che ha siglato convenzioni con oltre 30mila produttori di contenuti e più di 50 archivi pubblici in giro per il mondo. "La cultura è un aspetto cui teniamo molto - ci spiega sempre d’Asario Biondo, responsabile di Google per l'Europa meridionale, il Medio Oriente e l'Africa -. Solo per fare alcuni esempi: a Parigi abbiamo creato un istituto culturale che investe cifre molto rilevanti per portare le culture e le lingue locali sul web; il Google Art Project, con 160 musei e 33mila opere digitalizzate;

il Nelson Mandela Archives; il World Wonders Project, per esplorare tramite street view i più importanti luoghi e siti culturali del mondo. Il progetto però ha anche un risvolto economico, soprattutto a vantaggio di Cinecittà Luce cui andrà la maggior parte dei ricavi pubblicitari e che potrà tutelare il diritto d’autore tramite il sistema del “Content Id”; un cervellone che si appoggia ad un gigantesco database costato più di 30 milioni di dollari. “I costi di queste operazioni sono a carico di Google - ci spiega Federica Tremolada, responsabile partnership di YouTube in Italia -. Sul materiale messo a disposizione dai nostri partner, che noi chiamiamo file di riferimento, viene effettuata un’impronta digitale che entra a far parte del nostro database.

Questo avviene anche quando un singolo utente carica i propri contenuti. Se c’è una corrispondenza, il sistema applica la policy stabilita dal partner, che va dal blocco del contenuto alla monetizzazione attraverso la pubblicità che viene visualizzata prima dell’avvio del filmato. Soldi che in gran parte finiscono nelle tasche dei partner”. Insomma "una svolta storica e tecnologica", per usare le parole del presidente di Cinecittà Luce, Rodrigo Cipriani Foresio, mentre per Gianni Minoli - direttore di Rai Storia - "c'è una crescita esponenziale del pubblico per i programmi di storian e una forte richiesta di riscoperta delle proprie radici". E a giudicare dalle 500mila persone da tutto il mondo che negli ultimi dieci giorni hanno consultato l'archivio sul sito dell'Istituto, c'è da crederci.

Erano ciechi, ma viaggiavano in motorino e giocavano a biliardino: truffa da mezzo milione

Corriere della sera

 

In cinque hanno percepito per anni assegni di invalidità e indennità di accompagnamento fingendosi non vedenti

 

CATANIA - Per l'Inps erano non vedenti, dichiarati tali da cinque, dieci, in alcuni anni anche vent'anni. Ma in realtà erano perfettamente in grado di viaggiare in motorino per le strade della città e giocare a biliardino. Cinque falsi ciechi, tre uomini e due donne, sono stati scoperti dalla Guardia di Finanza di Catania: erano riusciti a far credere ai medici di essere non vedenti e così si sono garantiti assegni di invalidità e indennità di accompagnamento. La truffa alle casse dell'Inps scoperta dalle Fiamme Gialle è di circa mezzo milione di euro. Le indagini, coordinate dalla locale Procura della Repubblica, sono state rese possibili dall'analisi di numerose notizie ricavate dalle banche dati e successivamente riscontrate attraverso accurati pedinamenti dei sospettati.

 

LE IMMAGINI - Le immagini registrate documentano i presunti ciechi che passeggiano per le vie della città, evitando ostacoli e salendo e scendendo dalle scalinate o mentre sono «impegnati» in un partita a biliardino. Uno degli indagati, che da alcuni anni percepisce una pensione di invalidità per cecità cosiddetta parziale, è stato ripreso alla guida di un motorino mentre procedeva a zig zag per il traffico cittadino. I filmati e le prove raccolte dalla Guardia di Finanza sono state messe a disposizione dell'Autorità Giudiziaria che ha disposto il sequestro dei beni e dei valori necessari a risarcire lo stato. I sigilli hanno interessato 5 immobili e le disponibilità sui conti correnti bancari dove venivano accreditate le indennità. Gli indagati sono, G.M., di anni 47, dichiarata cieca dal 1999; G.S., di anni 39, dichiarato cieco dal 2009; P.E., di anni 36, dichiarata cieca dal 2008; B.N., di anni 42, dichiarato cieco dal 1991; N.G., di anni 30, dichiarato «cieco parziale» dal 2009.

 

Redazione online05 luglio 2012

Sparò ai ladri che lo stavano derubando Imprenditore condannato a risarcirli

Corriere della sera

 

Vicentino ferì due criminali. Dovrà versare 120mila euro. La difesa: «Quando li ho visti con le spranghe in mano ho avuto paura e ho sparato»

 

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SCHIO (Vicenza)—Sparò ai due nomadi che si erano introdotti nel suo deposito di ferri vecchi per rubare: il giudice lo condanna a rifondere loro 120mila euro, sospendendo la pena di un anno di reclusione. Eppure Ermes Mattielli era convinto di aver agito in quel contesto per legittima difesa. Una convinzione sbagliata, almeno secondo l’accusa: l’imprenditore non si sarebbe trovato affatto in uno stato di pericolo tale da giustificare la scarica di proiettili contro gli intrusi. «Ero disperato: avevo già subito una ventina di furti in tre anni. Quando me li sono visti venire contro armati di spranghe di ferro ha aperto il fuoco. Ho avuto paura, ero preso dal panico. Così ho premuto il grilletto » è sempre stata la versione del 57enne di Arsiero, che abita a poche decine di metri dal punto di raccolta del materiale da riutilizzo. Era la sera del 13 giugno 2006, le 22.50 circa. Era scattato l’allarme a casa, e Mattielli si era precipitato nel suo deposito di ferri vecchi per capire cosa stesse accadendo. Alla vista dei due sconosciuti che avevano già ammucchiato dei cavi in rame e che stavano brandendo delle spranghe intimandogli «Vattene di qui, o è peggio per te», ha impugnato la sua pistola e non ha smesso di sparare fino a quando non sono finiti i proiettili. Quindici i colpi che sono andati a segno.

A distanza di sei anni, il 57enne è stato processato in tribunale a Schio per lesioni colpose ed esercizio putativo del diritto di legittima difesa. Il pubblico ministero Alessandro Severi aveva chiesto per lui dieci mesi, il giudice gli ha inferto un anno di reclusione, pena sospesa, condizionata al pagamento della provvisionale ai due nomadi che rimasero feriti in modo serio quella sera dell’estate del 2006. In particolare 100mila euro Blu Helt, 33 anni, accampato a Malo, colpito da sei proiettili alle spalle e alle braccia, e i restanti 20mila euro al suo complice, Cris Caris, di 30 anni, domiciliato a Piovene Rocchette, che all’epoca dei fatti fu raggiunto da nove colpi che gli hanno trafitto l’addome, gli arti e una guancia. I due, volti noti alle forze dell’ordine, sono stati già condannati per il tentato furto: quattro mesi di reclusione ciascuno.

Assistiti dall´avvocato Andrea Massalin di Schio, avevano chiesto i danni all´imputato. Il giudice ha stabilito che Ermes Mattielli dovrà liquidare loro una provvisionale di 120mila euro complessiva, anche se per l’esatta quantificazione è tutto rimandato alla sede civile. Una sentenza indigesta per il legale del 57enne di Arsiero, l’avvocato Maurizio Zuccollo di Thiene, che aveva chiesto l’assoluzione e che ora fa sapere che ricorrerà in Appello. «Non c’è stato alcun eccesso di legittima difesa putativa da parte del mio assistito». Dal fronte opposto si discono sicuri che «si è trattato di tentato omicidio, l’ho sempre sostenuto e continuo a sostenerlo - dice l’avvocato dei due nomadi, Andrea Massalin - non c’erano gli estremi per la legittima difesa, Ermes Mattielli non era in pericolo di vita. Ha pensato di esserlo, ma non era così. È partito da casa armato e ha fatto fuoco sui due, e solo per poco non li ha uccisi».

 

Benedetta Centin
05 luglio 2012

Sicilia, più dipendenti del governo inglese

Corriere della sera

 

La presidenza della Regione ne conta 1.385. Downing Street si ferma a 1.337

 

Palazzo dei NormanniPalazzo dei Normanni

 

ROMA - Esiste in Italia un ufficio pubblico dove c'è un dirigente ogni sei impiegati. Si trova a palazzo dei Normanni, Palermo: è la presidenza della Regione siciliana. Ma il governatore Raffaele Lombardo sappia che non è l'unico in Europa a guidare un esercito pieno zeppo di generali. Il premier britannico James Cameron è nelle sue stesse condizioni: anche a Downing Street ogni dirigente ha in media sei sottoposti. Il fatto è che pure i numeri sono più o meno gli stessi. Cameron ha 198 dirigenti, Lombardo 192. Quanto ai dipendenti il Cabinet Office, equivalente della nostra presidenza del Consiglio, ne ha 1.337: quarantotto meno dei 1.385 che la presidenza della Regione siciliana contava alla fine del 2011.

Ciò basta per immaginare quali stupefacenti risultati potrebbe dare da queste parti una seria spending review . Afferma la relazione della Corte dei conti sul rendiconto del bilancio 2011 che la Regione siciliana ha ufficialmente 17.995 dipendenti. Su questo numero si è a lungo polemizzato, anche a proposito di paragoni che pure in Sicilia non vengono ritenuti congrui come quello con la Lombardia, Regione che ha il doppio degli abitanti ma un quinto del personale. Ma è una cifra che non dice ancora tutto. Intanto perché nel 2011, anno in cui riesplodeva la crisi economica più drammatica da un secolo a questa parte, ben 4.857 di questi dipendenti, in precedenza reclutati con contratto a termine, sono stati assunti in pianta stabile, a tempo indeterminato. Il che, argomentano i giudici contabili, non mancherà di avere ripercussioni future sui conti regionali.

E poi perché a quei 17.995 se ne devono aggiungere altri 717 comandati e distaccati presso altre strutture che comunque fanno capo alla Regione. Oltre a 2.293 a tempo determinato il cui stipendio è pagato in qualche modo dall'ente. Totale: 21.005. Un totale, però, anch'esso incompleto. Dove mettiamo, infatti i 7.291 dipendenti delle 34 società controllate o collegate alla Regione siciliana? Se contiamo anche quelli arriviamo a 28.796. E facciamo grazia di forestali e lavoratori socialmente utili (24.880) in forza a molti Comuni, in parte a carico della casse regionali. Personale le cui retribuzioni sono state al centro di un durissimo scontro fra Lombardo e il commissario di governo che aveva impugnato l'ultima legge finanziaria nella quale era previsto il ricorso a un mutuo, anche per far fronte a quel problema, di 558 milioni. Una somma che avrebbe ingigantito ancora di più il debito della Regione, già cresciuto nel 2011 di altri 818 milioni arrivando al valore record di 5,3 miliardi.

I soli dipendenti «ufficiali» assorbono 760,1 milioni, e si tratta di un costo superiore del 45,7% rispetto al 2001. Se però calcoliamo anche gli oneri sociali, allora si arriva a un miliardo 80 milioni. Cioè poco meno della metà del costo del personale delle quindici Regioni a statuto ordinario. Le quali hanno, tutte insieme, un numero di dirigenti pari a quello della sola Sicilia. Sono 1.836. Ce n'è uno ogni 9 impiegati, con vette di 5 o 6 in alcune strutture, come appunto la presidenza della Regione. L'anno scorso sono entrati in posizioni di responsabilità anche diversi soggetti esterni, circostanza che ha indotto la Corte dei conti a queste considerazioni:

«È poco plausibile, a fronte di oltre 1.800 dirigenti di ruolo, ritenere che non siano già disponibili idonee professionalità all'interno dell'amministrazione. La mancata valorizzazione delle risorse interne è in definitiva la causa dei costi sostenuti per retribuire i dirigenti esterni per i cui emolumenti è previsto un tetto massimo di 250 mila euro, di gran lunga superiore alla retribuzione massima dei dirigenti generali interni». Per non parlare dei sette «uffici speciali» istituiti, secondo i magistrati, con «motivazioni alquanto generiche» e spesso «duplicazioni di funzioni già attribuite» ad altre strutture. Nel rapporto si cita a titolo di esempio l'ufficio speciale Energy manager , che ha funzioni del tutto analoghe a quelle del Dipartimento regionale per l'energia.

Ma se al costo del personale «ufficiale» sommiamo anche quello dei dipendenti delle società partecipate (226 milioni) e dei dipendenti pensionati, che in Sicilia sono a carico della Regione (641 milioni), allora veleggiamo di slancio verso i due miliardi. Dal 2004 al 2011 la spesa previdenziale è cresciuta del 31%, anche a causa di alcuni privilegi assolutamente sorprendenti sopravvissuti fino allo scorso mese di gennaio e che avranno effetti a lungo, negli anni a venire. È appena il caso di ricordare che per i dipendenti della Regione la riforma Dini, quella che ha introdotto il metodo di calcolo basato non più sulla retribuzione ma sui contributi effettivamente versati, è entrata in vigore con otto anni di ritardo: il primo gennaio 2004, anziché il primo gennaio 1996 come per tutti i comuni mortali. Per giunta, fino all'inizio di quest'anno potevano andare in pensione con soli 25 anni di servizio tanto quelli colpiti da disabilità, quanto coloro che avevano un genitore disabile.

Nel 2011 si sono pensionati anticipatamente perché figli di disabili 464 dipendenti regionali, contro 297 nel 2010, 230 nel 2009, 196 nel 2008, 165 nel 2007, 125 nel 2006, 138 nel 2005 e 121 nel 2004. Da quando, proprio nel 2004, è stata perfezionata questa disposizione, hanno avuto la baby pensione, con un crescendo rossiniano, in 1.736. Celebre il caso di Pier Carmelo Russo, pensionato a 47 anni per assistere il padre disabile, nominato però subito dopo assessore della giunta Lombardo. Alle polemiche, lui ha replicato: «Quando sono andato in pensione il mio stipendio era prossimo a diecimila euro ed ero segretario generale della Regione, il massimo livello della carriera burocratica. Ho preferito il mio amatissimo padre e sono orgogliosissimo di averlo fatto. Da quando faccio l'assessore non ho mai percepito un centesimo. Tutta la mia indennità (300.000 euro lordi annui) l'ho devoluta in beneficenza. Mi considero una persona oltremodo fortunata e desidero sdebitarmi con la Divina Provvidenza».

 

Ai posteri l'ardua sentenza. Sempre che la Regione possa in futuro pagare anche le loro, di pensioni. Già oggi il tasso di copertura dei contributi non arriva che al 28,7%.

Sergio Rizzo

5 luglio 2012 | 10:28

Il Parlamento lumaca Per approvare una legge passano 359 giorni

di Nico Di Giuseppe - 05 luglio 2012, 09:46

 

Nell’ultima legislatura è stato impiegato in media quasi un anno (359 giorni) per approvare ciascuna delle proposte di legge di iniziativa parlamentare

 

Nell’ultima legislatura è stato impiegato in media quasi un anno (359 giorni) per approvare ciascuna delle proposte di legge di iniziativa parlamentare.

 

È quanto è emerso dalla prima analisi sull’efficacia della politica italiana e comunitaria nell’ultima legislatura illustrata dal presidente della Coldiretti Sergio Marini nel corso dell’Assemblea annuale dell’organizzazione degli imprenditori agricoli con 15mila coltivatori.

Si tratta di un "record negativo a livello comunitario con il parlamento spagnolo che ha impiegato in media 163 giorni per approvare una legge nella IX legislatura (1aprile 2008 - 13 dicembre 2011) e quello francese 271 giorni nella XIII legislatura ( periodo 20 giugno 2007 - 30 settembre 2011) ma che "fa addirittura impallidire la pesante burocrazia dell’Unione Europea dove, nel periodo dall’avvio del Trattato di Lisbona ad oggi, per completare un processo legislativo, tra Commissione, Parlamento e Consiglio dei Ministri a 27, si è impiegato in media 264 giorni, il 36 per cento di tempo in meno", ha spiegato Marini.

Che poi ha aggiunto che "le procedure di approvazione a livello nazionale e comunitario si intersecano o si sommano e i tempi di attesa per i cittadini e le imprese si moltiplicano. Le risposte delle Istituzioni non sono più compatibili con i cambiamenti rapidi che intervengono nella società e nell’economia e si va avanti a forza di decreti mentre occorre accelerare le riforme a livello nazionale e comunitario senza perdere più tempo e arrivare al più presto alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa".

Inoltre, secondo quanto rilevato dalla Coldiretti, sulle 8.205 proposte e disegni di legge presentati nel corso dell’ultima legislatura appena 205 sono andati in porto ed approvati, con una percentuale di efficacia di appena il 2,5%, che metterebbe in crisi qualsiasi azienda italiana.

In Germania nei cinque anni della XVI legislatura sono state presentate al Parlamento 905 iniziative legislative ma ne sono state complessivamente approvate ben 612 con una percentuale di approvazione di circa il 68% mentre in Spagna su 559 iniziative legislative presentare 203, ben il 36%, sono state approvate nella IX legislatura (1 aprile 2008 - 13 dicembre 2011) e in Francia nella XIII legislatura ( periodo 20 giugno 2007 - 30 settembre 2011) su 5064 presentate sono state approvate 439 (9 per cento).

Il restauro della villa tolta ai clan del Nord

Corriere della sera

 

Il progetto San Francesco, associazioni, sindacati e imprese uniti per insegnare la legalità a Cermenate

 

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Mauro Roncoroni, sindaco di CermenateMauro Roncoroni, sindaco di Cermenate

Un marciapiede con l'orlo mangiato dall'usura. Non uno ma due cani di guardia a un giardino curato. Gambe accavallate e sandali slacciati di donne fuori dal gelataio, bambini che urlano, cani mignon che abbaiano. Portici, cortili, un campanile. Il rumore d'una carta da gioco lanciata su un tavolino di plastica circondato da quattro vecchietti. Dove sta il segreto? In quale punto cominciare a cercarlo? Cosa di tremendo e intrigante ha quest'anonima terra senza orpelli e senza arie - piuttosto storie di statali e di stabilimenti -, cosa nasconderà mai? Non certo la mafia. Qua la mafia non esiste, non scherziamo. Non si vede, dunque non c'è.

In superficie mancano indizi a spiegare perché Cermenate, 9 mila abitanti in provincia di Como, paese ordinario e ordinato, si trovi nella geografia di Giuseppe Pignatone, di Ivan Lo Bello, di Alessandro Marangoni, e di Michele Prestipino, Francesco Musolino... Tutti sostenitori e protagonisti del Progetto San Francesco. Che ha base in una villetta, per l'appunto a Cermenate, sequestrata al clan 'ndranghetista Paviglianiti e diventata il Centro di studi sociali contro le mafie, intitolato a Giorgio Ambrosoli (presente con l'impegno del figlio Umberto). Il Centro: dibattiti, denunce. «Ma puntiamo più ai fatti che alle parole. Vogliamo pestare i piedi, provocare rumore» dice Alessandro De Lisi, il direttore generale del Progetto, «un movimento culturale, una piattaforma per promuovere la cultura della giustizia attraverso la collaborazione con associazioni, sindacati e imprese». Palermitano, De Lisi. Ma di nuovo: cosa c'entra Cermenate? Che domanda. «Un luogo perfetto per combattere l'esotismo dell'antimafia».

Esotismo. La definizione è sempre sua, di De Lisi, giornalista, saggista, esperto di sistemi sociali legali e illegali. Quattro anni fa, racconta, De Lisi era davanti al Tribunale di Palermo. Parlava con l'ex procuratore capo Pignatone appena trasferito a Reggio Calabria (oggi a Roma) e l'allora questore Marangoni, adesso a Milano. «Venne un'idea». A chi in particolare non importa. Creare una casa per il pool antimafia. Un pool non esclusivamente investigativo: cioè di pm e forze dell'ordine. E la casa, quella su al nord. Non la Sicilia, non la Calabria, non la Campania. Troppo facile. Andiamo al nord . In Lombardia. La Lombardia ammalata di cosa nostra e di 'ndrangheta. Non una città, però: non serve. «La città sarebbe stata solo una vetrina». E poi, poi bisognerebbe stare vicini al confine . La criminalità l'ha già superato, il confine, da un pezzo, e ha conquistato l'Europa. Non conviene darle altra distanza. Cermenate dal valico svizzero dista venti chilometri. Bene. A Cermenate c'era la villetta dei Paviglianiti, che cadeva alla perfezione. E c'è un sindaco, Mauro Roncoroni, medico chirurgo, classe '60, che si dà da fare. E che è di una lista civica vicina al Pdl. E sarà uno convinto che mica è proprietà della sinistra, il tema dell'antimafia; non c'è il copyright.

Cermenate potrebbe sembrare un'incursione, una passione del momento: non lo è. Allo stesso tempo non è una improvvisata migrazione degli uomini che combattono la criminalità organizzata. Riduttivi, gli schemi. Lo dicono i fatti. Nel 2010 l'inchiesta «Infinito» ha portato all'arresto in Lombardia di 168 persone per associazione mafiosa. E oltre alle minacce continue, asfissianti a De Lisi, a Cermenate mesi fa sono state devastate le targhe dei tabelloni che compongono il percorso della legalità. E ancora, spiazzante è stato per tanti l'atteggiamento dell'Ance comasca, l'Associazione dei costruttori edili, piena di riserve verso la partecipazione alla ristrutturazione della villetta, forse a causa di timori per la mancanza di soldi e la necessità di contingentare i finanziamenti. Ma a Cermenate nessuno resiste. La sede è già stata inaugurata e utilizzata, eppure servono interventi (i boss l'avevano mollata in cattive condizioni).

Si sono mossi il prefetto di Como, il sindacato di poliziotti Siulp, la Cisl, lo stesso Roncoroni e a inizio settimana, con il sì dell'Ance i lavori sono finalmente cominciati. Un sì per la cronaca ragionato, convinto, partecipato: infatti sono stati coinvolti anche i ragazzi delle scuole edili. Un altro bel risultato. Il che non significa che uno debba accontentarsi. «Vede, abbondano i libri sulle infiltrazioni mafiose nel nord. Ormai», dice De Lisi, «non si contano più. Non mi fraintenda, aspetti, non voglio mancare di rispetto... Ben vengano a Cermenate le presentazioni di libri che spiegano la capacità della mafia di intaccare i sistemi politici e produttivi. Ma dopo i convegni della sera il mattino dobbiamo recuperare posizioni sul campo... Non chiedono più il pizzo alle ditte, gli 'ndranghetisti: mettono le mani sulle finanziarie che concedono crediti, e così permettendo alle fabbriche di sopravvivere e di accumulare debiti per l'eternità, delle ditte diventano padroni, e le useranno per riciclare denaro, per sfruttare la rappresentatività sociale di fabbriche e imprenditori».

Nella Reggio Calabria lasciata da poco, dopo importanti catture di latitanti, i collaboratori di Pignatone - magistrati, poliziotti, carabinieri del Ros - esaltano una sua qualità: far squadra. Alla Questura di Palermo anche l'ultimo degli agenti ricorda con stima la figura del questore Marangoni. E Ivan Lo Bello, già a capo di Confindustria Sicilia, legato al Progetto San Francesco, con coraggio aveva espulso parecchi iscritti: «C'è un'area di collusione difficile da tradurre in processi e condanne». E il prefetto di Genova Musolino? È il padre di Sciamano, tecnologico sistema informatico, adottato anche in vista di Expo, per controllare appalti e subappalti. Prestipino? Appassionato, amato dagli investigatori che lavorano con lui. Manca qualcuno nella squadra del Progetto? No. De Lisi tiene a ricordare tre colonne quali il presidente Battista Villa e gli attivissimi Claudio Ramaccini e Giacinto Palladino (un bergamasco, un comasco, un napoletano, elenca lui). Il Progetto si chiama San Francesco in omaggio al patrono d'Italia; e quel percorso antimafia che qualche vandalo ha invano attaccato - le targhe sono state aggiustate -, riporta frasi di Giovanni Falcone, Carlo Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, Paolo Borsellino. Una delle preferite resta di Martin Luther King. La frase se ne sta, non vistosa ma in una posizione da sentinella, sul sito internet: «Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti».

 

Andrea Galli

5 luglio 2012 | 9:40

Paese che va, bicicletta che trovi

Corriere della sera

 

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Turismo sessuale al femminile Le donne sono così diverse dagli uomini?

Corriere della sera

di Marta Serafini

 

C’è Clara, italiana, sulla quarantina, che sul volo di ritorno dall’Havana sorride, convinta di aver trovato l’amore. E c’è Elizabeth, 50 anni, un lavoro come manager in una multinazionale, che accarezza la schiena nera del suo beach boy sulla sabbia bianca di Zanzibar, consapevole di star pagando per fare sesso e divertirsi un po’.

In Giamaica, a Cuba, in Senegal, Kenia, Capo Verde, Santo Domingo. L’elenco delle mete è lungo, basta che il paese sia povero e anche gli uomini si mettono a vendere i loro corpi alle turiste. Fino a una decina di anni fa il turismo sessuale era cosa da uomini. Stigmatizzato, condannato, soprattutto quando si traduce nelle terribili scene di Khao San Road a Bangkok, dove vedi ragazzine (e ragazzini) anche di 10 anni costretti a prostituirsi per non morire di fame. Con le organizzazioni governative che lottano disperatamente contro il propagarsi di Hiv e di malattie sessualmente trasmissibili.

Per anni abbiamo sentito i racconti di uomini che tornavano da Cuba vantandosi di conquiste, dopo essere stati in compagnia di donne, ragazze e ragazzine disposte a tutto pur di fare un pasto decente e avere qualche pesos per comprarsi un paio di scarpe.

Ora il turismo sessuale, piace anche alle donne. Nella maggior parte dei casi non si tratta di giovanissime, ma di signore tra i 45 e i 65 anni di età, in vena di trasgressione, oppure alla ricerca dell’amore che non hanno trovato nel loro paese. Tante – troppe, oserei dire – poi si convincono che nel loro caso non si tratta di prostituzione.

 

“Lui si è innamorato di me, mi tratta come una regina, mi chiama mi amor”, mi ha raccontato Clara sospirando sull’aereo di ritorno da Cuba. “Tornerò e ci sposeremo”. E poco importa se a mi amor arriveranno richieste di soldi, vestiti e oggetti che a Cuba non si trovano. Elizabeth, invece, è più pragmatica: “A Zanzibar i ragazzi non hanno denaro e io cerco solo un po’ di sesso facile senza pensieri, senza complicazioni. Li pago e loro mi danno quello che voglio”, racconta.Ma Elizabeth è un’eccezione. Per la maggior parte delle turiste si tratta di regali, di aiuti, perché “quei ragazzi sono così poveri”.

Jacqueline Sanchez Taylor e Julia O’Connell Davidson, due sociologhe inglesi, che hanno analizzato nello specifico il turismo sessuale femminile in Giamaica, intervistando 240 donne in vacanza, hanno scoperto che almeno un terzo di loro, pur ammettendo di aver avuto una relazione con ragazzi del luogo – con regali e cene offerte generosamente – ha categoricamente escluso di aver pagato dei “prostituiti”.

D’altro canto loro, i beach boys, chiamano le turiste  “bottiglie di latte da riempire” per il colore chiaro della loro pelle. O quando vogliono essere gentili le definiscono Sugar Mamas.

Secondo Taylor e Davidson, la ragione per cui le donne riescono a convincersi di non aver pagato è il pregiudizio che gli uomini neri amino fare sesso con chiunque, anche con donne più anziane, e che siano dei grandi amatori. Il fatto che siano interessate a loro per motivi economici non le sfiora nemmeno. In realtà esistono dei veri e propri tariffari. Un’ora di sesso in Giamaica costa tra i 20 e i 30 dollari, una notte intera 150, compreso il sesso orale. Nemmeno  tanto a buon mercato. Con il rischio di trovare pure quello violento che ti allunga due schiaffi, come hanno denunciato molte turiste. E con il rischio di rimanere ferite nell’animo, per quelle che pensavano di trovare il grande amore.

A parlare del turismo sessuale come fenomeno è anche Paradise Love, film presentato quest’anno a Cannes. Un’analisi così spietata non la si era vista nemmeno in Verso Sud, di Laurent Cantet  con Charlotte Rampling. Ma nel lavoro dell’austriaco Ulrich Seidl la protagonista è una cinquantenne piuttosto appassita, partita per il Kenya alla ricerca  di una nuova rivalsa, sul piano sessuale ma anche sentimentale. All’inizio della sua avventura sembra divertirsi, pensa di essere davvero corteggiata. Ma al momento di aprire il portafoglio sembra tutt’altro che felice.

Ha detto qualcuno: se proprio si vuole fare sesso a pagamento bisogna ricordare la regola numero uno: preservativo in borsetta. Regola numero due: cuore in frigorifero. 

La dichiarazione mi lascia un po’ perplessa. E non per tanto per moralismi o per pruderie. Non credo che una donna sia tanto diversa da un uomo nel momento in cui paga qualcuno per avere un rapporto. Non credo alla favola che le donne si vogliono innamorare, mentre gli uomini cercano solo sesso. Credo piuttosto che per le donne sia più difficile ammettere con se stesse di voler dominare un’altra persona.

In un interessante articolo comparso su Le Monde Diplomatique, l’antropologo Franck Michel sottolineava come il turismo sessuale abbia trasformato il mondo in un gigantesco luna park per uomini e donne dei paesi sviluppati. “Qui si offrono senzazioni forti e sesso a buon mercato con i poveri del sud del mondo”, spiega ancora Michel. E per quanto riguarda le donne?

“Stanno seguendo le orme maschili, ripercorrendo lo stesso schema di potere, dominazione e sopraffazione di stampo coloniale”.

E’ difficile credergli: quando vedo un uomo che paga per fare sesso provo fastidio, quando vedo una donna che fa lo stesso provo pena. Ma so che sono esattamente le stessa cosa.

Borghezio: foto di Napolitano? Pronte per quando muore. Maroni: parole sgradevoli

Il Messaggero

L'eurodeputato replica al segretario della Lega: noi indipendentisti parliamo chiaro


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ROMA - «Le parole pronunciate dall'on. Mario Borghezio sul presidente della Repubblica sono sgradevoli e fuori luogo» ha detto in serata il segretario federale della Lega Nord, Roberto Maroni, commentando leparole dell'europarlamentare leghista Mario Borghezio, il quale, durante la trasmissione radiofonica La Zanzara, aveva detto: «Fa bene Tosi a esporre la foto perché Napolitano è anziano, metti che muore domani, aggiunge un velo nero ed è già pronto».
Borghezio: noi indipendentisti parliamo chiaro. «Prendo atto che le mie dichiarazioni scherzose su Napolitano abbiano scandalizzato il nuovo segretario della Lega - ha replicato Borghezio - Maroni si deve abituare all'idea che noi indipendentisti, allevati alla scuola di Bossi, siamo usi a parlare chiaro con il linguaggio del popolo e non con il felpato politichese dei politicanti di Roma».

Mercoledì 04 Luglio 2012 - 00:19
Ultimo aggiornamento: 17:25

Rio Grande come il Vietnam Tornano i motoscafi armati

La Stampa

 

Difenderanno i confini americani dai narcos e dall'immigrazione clandestina messicana

MAURIZIO MOLINARI

 

 

CORRISPONDENTE DA NEW YORK


Dopo quindici anni di pausa, le forze di sicurezza americane tornano a pattugliare in armi il Rio Grande con delle barche veloci dotate di mitragliatrici e cannoncini per dare la caccia a narcos e clandestini. Il blocco delle pattuglie sulle acque del fiume che separa Messico e Stati Uniti venne deciso dall’amministrazione Clinton nel 1997 a seguito dell’uccisione per errore del diciottenne Esequiel Hernandez da parte di un marine nei pressi di Redford, in Texas. All’epoca il governo pagò un risarcimento di 1,9 milioni di dollari e bloccò le pattuglie ammettendo il rischio di confondere illegali e cittadini nelle acque del fiume.

Ma adesso l’amministrazione Obama rovescia quella decisione e con il ministro della Sicurezza Interna, Janet Napolitano, autorizza l’acquisto di 40 vedette blindate veloci - ognuna delle quali costa 588 mila dollari - che verranno affidate alla guida della polizia di frontiera del Texas, con a bordo specialisti di diverse agenzie di sicurezza federale. I portavoce della polizia statale del Texas non escludono la possibilità che possano diventare pattuglie congiunte, con militari messicani a bordo, per consentire alle barche di muoversi senza limiti nel fiume, da una sponda all’altra. Il dispiegamento delle unità fluviali è iniziato con quattro barche, a cui ne seguiranno altre 36 entro la fine dell’anno, consentendo allo Stato del Texas di affiancarle all’uso di elicotteri, aerei e droni per pattugliare i confini.

Si tratta di un’operazione militare in grande stile, che per gli analisti del Pentagono evoca i precedenti del pattugliamento delle acque del Mekong in Indocina, durante la guerra del Vietnam, come anche le più recenti missioni della Guardia Costiera e dei Marines nelle acque dello Shatt el Arab iracheno o davanti alle coste della Somalia, per dare la caccia a terroristi e pirati. La similitudine operativa sta nel fatto che particolari centri di comando e controllo, posizionati in Texas, potranno armonizzare in tempo reale le informazioni raccolte a droni, aerei, elicotteri e barche veloci, consentendo interventi rapidi lì dove si manifesteranno situazioni di «minaccia», ovvero soprattutto due tipi di scenari: passaggio di clandestini o di merci di contrabbando gestite dai cartelli del narcotraffico.

È proprio tale ultima possibilità che spiega perché le «Speed Boats» siano pesantemente armate. «Si tratta di barche capaci di affrontare qualsiasi tipo di minaccia - riassume Steve McCraw, direttore del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Texas - perché dispongono di armamenti di interdizione e confronto come di sistemi di monitoraggio e osservazione di ultima generazione». Da qui la convinzione del governatore del Texas Rick Perry di «poter riuscire a intercettare e bloccare tonnellate di merci e centinaia di clandestini che ogni giorno varcano illegalmente i nostri conflitti». Anche se ciò significa andare verosimilmente incontro a scontri armati con i narcos. Ma d’altra parte la convinzione di Washington è, come riassume il capo del Pentagono Leon Panetta, che «lungo i confini con il Messico stiamo combattendo una vera guerra».

Ecco la Mole come non l'avete mai vista prima

La Stampa

In occasione del centocinquantenario della costruzione della Mole Antonelliana, Maurizio Puato, alpinista e fotografo che quotidianamente lavora arrampicato sulla cupola dell’edificio più alto e prestigioso di Torino, ha documentato attraverso le incredibili immagini raccolte in "Quota 167, la Mole e Torino come non le avete mai viste" l’architettura nei dettagli, i panorami cittadini in tutti i cicli stagionali e i rocciatori che saltellano sospesi su una fune, di giorno e di notte, dentro e fuori.
Con queste fotografie Puato regala ai lettori quello che i suoi occhi ammirano ogni giorno e che il suo obiettivo ha ripreso, da una prospettiva inedita e inaccessibile ai più.

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Che intrepidi umoristi fanno i maligni con i nostri figli disabili!

La Stampa

 

Un sito di satira senza limiti ironizza sull' handicap e raggiunge il suo scopo di suscitare pubblico sdegno.

 

A molti di quelli che come me hanno un figlio autistico, che impegna parecchio già tutta la giornata, sarà capitato di leggere le gesta di un gruppo di comici corrosivi anonimi: www.umoremaligno.it.  E' un blog di satira molto politicamente scorretta, che ha pubblicato un post che ironizza sui disabili. Vorrei tranquillizzare gli autori, che mettono già le mani avanti minacciando azioni legali contro chiunque citi loro fuori contesto; siate sereni il cattivismo di pura maniera non può offendere chi, anche più volte al giorno, avrebbe voglia di essere veramente molto cattivo, credetemi.

Nessuno di noi perderà tempo a far questioni, nemmeno se butta l’ occhio su pensieri estremi del tipo: “Ma quali trattamenti possono migliorare la vita di un disabile e della sua famiglia? Al primo posto c’è naturalmente l’eliminazione del soggetto, che non tutti si sentono di praticare vuoi per timore delle conseguenze legali vuoi per un malsano attaccamento che con il tempo si sviluppa anche verso le più immonde fra le creature… ”

Non è una scoperta, sai quante volte ci sarà passato per la testa di fronte alle continue sconfitte quotidiane, all’ indifferenza, al logorio costante dell’ accudimento di una persona che annichilisce? Ma si pensano tante cose…Ogni essere umano, nei bassifondi della sua coscienza farebbe a fettine con la motosega molti suoi simili, anche perfettamente abili. Per fortuna ci siamo civilizzati e tra quanti lo pensano e quanti lo fanno c’è sempre un’ immensa differenza di numeri. Potrei aggiungere che qualcuno, potente e civilizzatissimo, nemmeno troppi anni fa si prese la briga di organizzare sistematicamente stermini di imperfetti, ma son paragoni esagerati, qui si tratta solamente di blogger aspiranti satirici cattivisti.

Infine null’ altro che poveri disoccupati, giovani pieni di speranze di seguire la scia del successo de "I soliti Idioti".  Forse stanno provando a richiamare attenzione sulle loro cosine graffianti,  sotto la titanica pretesa d' essere ispirati da un umore maligno. “Una libera repubblica satirica, costituita da autori liberi, indipendenti e legati dal solo vincolo del rifiuto di qualsiasi tabù, dogma, censura.” Giusto infatti nessuna censura secondo me, io lascerei agli umoristi del blog tutta la libertà di esprimersi.

Anzi se volessi estremizzare trovo pure giusto quel che scrivono nel loro manifesto: “La satira è un genere letterario che vuole evidenziare le contraddizioni della società e mettere in discussione l’ordine costituito attraverso qualsiasi artificio dialettico l’autore ritenga necessario, ivi compresi la blasfemia, il turpiloquio, l’insulto gratuito e discriminatorio.” Potrei obiettare che per farlo, con sublime ed eccelsa spregiudicatezza, occorre almeno essere grandi letterati e poeti maledetti, ma su questo versante hanno già dato in tanti…Vale proprio la pena nascondere dietro l’ anonimato l’ emulazione fallimentare di chi, già da secoli, saturò ogni possibilità di sdegno del benpensante?

Sarei molto felice se quelle banalissime atrocità, che gli umoristi maligni scrivono su down, autistici e disabili in genere, riuscissero almeno a far riflettere tanti sepolcri imbiancati dall’impeccabile reputazione; quelli che aggrottano le ciglia se tuo figlio sbraita al ristorante o è lento nel salire e scendere da un autobus, ma soprattutto osa sedersi lasciando loro solidamente anziani appesi al corrimano. Non ho mai amato le esposizioni becere del pensiero, quelle degli umoristi maligni lo sono parecchio in verità, ma alla fine non riescono a ferirmi, nemmeno a darmi fastidio. Mi annoiano un po’ forse perché già le conosco, già le ho lette e rilette negli occhi di tanti funzionari annoiati, insegnanti demotivati, politici cinici verso i più deboli o, al meno peggio, distratti.
Mi spiace solo che qualcuno stia perdendo energie meritevoli di miglior causa per indignarsi e chiedere l’ oscuramento del sito.

(E’ intervenuto l'Ufficio antidiscriminazioni del Consiglio dei ministri richiedendo l'intervento della Polizia postale, l'associazione Equality Italia denunciando il sito e sulle quali hanno espresso sdegno il Pd dove la senatrice Ileana Argentin: "Chiediamo che il sito sia oscurato". Come pure per l'Idv: la senatrice Patrizia Bugnano: "Perseguire gli autori secondo la legge, a cominciare dall'eventuale chiusura della pagina web"). Oh politici aperti e comprensivi, non create altri vittimismi piagnucoloni, ma dateci una mano in Parlamento se proprio vi va stare dalla nostra parte, fatelo appoggiando leggi civili e adeguate per i nostri figli malandati, ve ne saremo molto più grati che dover raccogliere la vostra solidale partecipazione.

Secondo me oscurare è sempre una brutta idea, io la pagina la lascerei affondare nell’ indifferenza. lo dico veramente convinto, ho persino la presunzione di poterlo fare anche a nome di tanti miei “colleghi” genitori con figli disabili. Che volete che ci cambi se quattro autori un po’ sfigati (non prendetevela ragazzi che siate sfigati è un dato di fatto…Altrimenti avreste scelto bersagli un pochino più reattivi di qualche inoffensivo personaggio come i nostri figlioli…) E’ vero come voi dite che queste nostre creature:“Spesso sbavano, emettono suoni e rumori sgradevoli e non sono in grado di provvedere neppure alle necessità basilari: mangiare, bere, pulirsi.”

Tranquilli ci pensiamo noi, siamo abituati a occuparci di loro senza chiedere nulla a nessuno… Per quanto mi riguarda nemmeno serve che mi scriviate, come fosse un’ imprecazione, cosa significhi avere un ragazzo autistico in casa: “tutte le volte che ho dovuto accompagnarlo al cesso, fargli il bidè, allacciargli le scarpe, assecondarlo in caso di pubbliche escandescenze, ricevere calci.” Lo so bene e non ci faccio certo caso, fa tutto già parte del quotidiano che vivo con mio figlio. Il resto di quello che scrivete nel vostro post infine attinge dal vecchio repertorio delle più classiche barzellette che ci si raccontava alle scuole medie, tutte quelle facezie infantili a base di storpi, dementi, cacca, pipì, piselli ecc.

Possono forse indignarci? Sicuramente no, ci fanno solo provare nostalgia di quando anche noi eravamo così cretini da riderci su… A noi quelle cose purtroppo non ci fanno più così tanto sogghignare, ma se vi tengono allegri, meglio per tutti, sarà un problema in meno per i vostri sfortunati genitori che, come tutti noi, si preoccuperanno ogni giorno della vostra felicità.


(nella foto me con mio figlio Tommy, ragazzo autistisco di 14 anni, molto bravo a tirar calci)

Borghezio: Garibaldi? Amico dei camorristi

Corriere del Mezzogiorno

«Entrò in città e affidò il municipio ai fuorilegge: da allora iniziò l'assalto a Banco di Napoli e beni pubblici»


Borghezio e GaribaldiBorghezio e Garibaldi

NAPOLI - Se la Lega Nord cambia il segretario dopo lo scandalo sui soldi che l'ex tesoriere del partito Belsito avrebbe versato alla famiglia Bossi, l'europarlamentare leghista Mario Borghezio rimane fedele alla «tradizione», e rispolvera alcuni cavalli di battaglia dal suo archivio secessionista. «Garibaldi? È' l'emblema della mazzetta all'italiana», dice nel corso della trasmissione radiofonica «La Zanzara» su Radio 24. «Non era ancora arrivato a Napoli accompagnato dai camorristi», prosegue Borghezio, «che subito prese possesso del Municipio e lo affidò ai camorristi, e da lì - dice - è iniziato l'assalto al Banco di Napoli e ai beni pubblici».
«BOSSI SUI MONUMENTI» - L'esponente leghista non nuovo ad affermazioni del genere, afferma inoltre che i monumenti dedicati all'eroe dei Due Mondi, se non hanno valore artistico, nel qual caso propone che vengano conservati nelle cantine dei musei, andrebbero abbattuti e distrutti, per sostituirli, a cominciare dalla «Padania», con quelli dedicati ad Umberto Bossi che, dice Borghezio, «non è un quaquaraqua»; e per il quale, aggiunge, «abbiamo già pronto un monumento». Poi, sulla falsariga delle affermazioni di ieri alla Camera del deputato Francesco Barbato dell'Idv, che Borghezio definisce «un personaggio di una simpatia difficilmente superabile», chiosa: «Il personaggio (Garibaldi, ndr) sta veramente sui co...».
CARABINIERI «PADANI» AL SUD - «Da Roma in giù bisognerebbe annullare e commissariare tutto», dice Borghezio a proposito della revisione della spesa pubblica dello Stato. «Io - aggiunge - manderei in ogni capoluogo del Sud un carabiniere "padano", uno tipo il vecchio prefetto Mori, dando per sottinteso che in certe regioni del Sud, presidenti di regione, di province, sindaci, sono tutti mafiosi. Lì non si sbaglia mai, lì - conclude l'esponente leghista - c'è mafia dappertutto».

Francesco Parrella
04 luglio 2012

Regno Unito: minorenne abusa di una bimba di cinque anni, assolto perché "è colpa della pornografia"

La Stampa

 

Il ragazzo da anni consultava materiale hard utilizzando il computer dei genitori

Cambridge

 

Dalla Gran Bretagna arriva una sentenza che fa discutere. Un ragazzo ha ammesso di aver abusato di una bambina di cinque anni mentre le faceva da baby-sitter. Invece di mandare in prigione il giovane, ora 15enne, il giudice Gareth Hawkesworth lo ha condannato a un’attività lavorativa a favore della comunità giustificando il tutto con «la colpa è del mondo e della società».
Ieri gli attivisti si sono scagliati contro questa sentenza ritenendola “troppo soft”. Il Conservatore Nick de Bois, della Commissione Giustizia, ha dichiarato: «Un ragazzo di 14 anni sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Questa azione riprovevole dovrebbe essere punita con una detenzione e un’ordinanza di custodia cautelare come minimo. Non oso pensare al messaggio che passerà con questa sentenza. Credo che sarebbe stato più opportuno da parte del giudice attribuire le responsabilità ai genitori e al ragazzo stesso, invece di incolpare la società».

La bambina, vittima degli abusi, ha raccontato che il ragazzo le aveva promesso del cioccolato in cambio della sua “disponibilità”. Il genitore della piccola si è rivolto alla Corte sostenendo che questo tipo di esperienza le causerà danni psicologici a lungo termine.
«Ho perso la testa, gli ormoni hanno preso il sopravvento» così invece si è giustificato il ragazzo alla polizia ammettendo di essere da anni un fruitore di materiale pornografico consultato utilizzando il computer portatile dei suoi genitori. Fatto, quest’ultimo, che ha spinto il giudice verso la sentenza emessa lunedì scorso che gli ha risparmiato sei anni e mezzo di custodia. L’esposizione alla pornografia adulta, secondo Hawkesworth, lo avrebbe condotto a commettere il crimine, e di qui le colpe rivolte alla società da parte del togato. Al ragazzo sono stati ordinati tre anni di servizi comunitari e il divieto di guardare materiale pornografico di ogni genere per cinque anni.

Lo stesso giudice era già finito sotto accusa lo scorso anno per non aver imprigionato un ragazzo di 26 anni che stuprò una bambina 14enne. Lo scorso mese aveva inoltre rilasciato uno scassinatore recidivo perché lamentava che la sua cella era “troppo traumatica”.

Sono caduti in tre lì? Non dire nulla...»

Corriere della sera

 

Il direttore e i responsabili sapevano del problema e non intervennero


Monza, «asfalto scadente». L'inchiesta sull'autodromo
«Autodromo, per ora niente corse di moto»

 

Le telefonate fra il direttore dell'autodromo, il responsabile delle gara e quello della pista confermano le ipotesi della Procura di Monza: la pioggia costituiva un pericolo serio per i campioni della Superbike, il 6 maggio scorso, e i tre non solo non sono intervenuti, ma hanno nascosto il problema

Roldano Radaelli

Il Parlamento europeo ha bocciato il trattato Acta di anticontraffazione

La Stampa

 

ROMA


Il Parlamento europeo ha definitivamente respinto il trattato di anticontraffazione Acta, impedendo che questo accordo internazionale controverso, che secondo i detrattori minaccia le libertà individuali e in particolare quelle degli utenti di internet, venga ratificato dall'Unione Europea. E' stata la prima volta che il Parlamento ha esercitato le sue nuove competenze in materia di trattati commerciali internazionali: 478 deputati hanno votato contro Acta, 39 a favore e 165 si sono astenuti. «Sono molto felice che il Parlamento abbia deciso di seguire la mia raccomandazione di respingere Acta - ha affermato il relatore David Martin (gruppo S&D) dopo il voto - Tuttavia, ha aggiunto il relatore, l'UE deve trovare vie alternative per proteggere la proprietà intellettuale».


«Sosterrò sempre le libertà civili rispetto alla protezione del diritto di proprietà intellettuale» ha aggiunto. Durante la discussione, il Parlamento è stato oggetto di una pressione diretta e senza precedenti da parte di migliaia di cittadini europei che hanno chiesto la bocciatura le testo, con manifestazioni per strada, e-mail ai deputati e telefonate ai loro uffici. Il Parlamento ha anche ricevuto una petizione firmata da 2,8 milioni di cittadini di tutto il mondo che chiedeva la stessa cosa. L'accordo che e' stato negoziato tra Ue, Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud e Svizzera, è stato concepito per rafforzare l'applicazione dei diritti di proprietà intellettuale. Il voto di mercoledì significa che né l'UE né i suoi Stati membri potranno far parte dell'accordo.

(Asca)

Sei casalese? Camorrista, non ti assumo» Il nuovo razzismo nei cantieri d'Italia

Il Mattino

 

di Fabio Mencocco

«Non puoi lavorare perché sei di Casal di Principe». E’ questa la risposta data a decine di di lavoratori di Casal di Principe, e non solo, che cercano un impiego nei vari cantieri edili in tutta Italia. Questo tipo di discriminazione, oramai, è sempre più diffuso e viene denunciata da moltissimi operai che ogni giorno cercano di trovare un lavoro per sfamare la propria famiglia.
Trovare lavoro per un casalese, ma anche per gli altri lavoratori edili che vivono nelle vicinanze del paese dell’agro aversano, sta diventando sempre più difficile. La crisi dell’edilizia ha già fatto una grandissima selezione, ma se a questo si aggiunge la discriminazione del luogo di provenienza allora la situazione diventa ancora più complicata.

È così che si scopre che anche tra italiani può esserci una sorta di razzismo. I casi aumentano giorno per giorno. Quanto sta accadendo viene evidenziato da quegli stessi lavoratori che, solo pochi mesi addietro, avviarono una protesta, con la quale denunciavano il proprio status di disoccupati ed ammettevano di essere pronti a lavorare anche per 30 euro al giorno pur di riuscire a comprare i beni di prima necessità per la propria famiglia. Quella protesta, però, non è servita a molto, come racconta Franco Cirillo, esponente provinciale della Fenal Uil: «La protesta è servita a poco perché nessuno di quegli uomini ha poi trovato lavoro».

Eppure quegli uomini hanno cercato un impiego con tutte le loro forze, disposti a svolgere qualsiasi mansione nel campo edile e pure a lasciare moglie e figli a casa ed emigrare pur di ritrovare il lavoro, ma il fatto di essere un cittadino di Casal di Principe ha sempre messo un ostacolo quasi insormontabile sulla strada di queste persone. «In Italia si generalizza il concetto di casalese affiliato al clan e quando si va a chiedere un impiego si viene etichettati come dei camorristi nonostante la stragrande maggioranza di queste persone non abbia nulla a che fare con la malavita», dice Cirillo che aggiunge: «Di recente molti lavoratori dell’area dell’agro aversano sono andati a cercare lavoro in Emilia dove è in atto la ricostruzione, ma, nonostante le grandi capacità, sono stati scartati a causa della loro provenienza geografica».

Questo tipo di discriminazione oramai sta opprimendo i casalesi: «Questo stato di cose deve cambiare, bisogna cambiare la mentalità e far capire che nei nostri paesi non esiste solo la camorra», conclude Cirillo. Le idee, ed i pregiudizi, però, sono duri a morire e capita anche che talvolta lo sconforto si trasformi in disperazione. Una disperazione momentanea che fa venire voglia di rassegnarsi a molti di questi lavoratori, che cercano comunque di resistere come sottolinea in una lettera Antonio Cioffo, uno degli operai che mise in piedi la protesta degli edili: «A volte il senso di rassegnazione diventa forte, perché cerchi un lavoro in ogni modo, sei disposto a fare qualsiasi mestiere, anche a paga ridotta, ma non ci riesci, perché tutti i curriculum che invii non trovano mai risposta».

In questa situazione, allora spiega Cioffo, anche avere un’invalidità ed una piccola pensione «può essere una fortuna». Questa situazione però alla lunga svilisce, anche se nella lettera Cioffo spiega di aver ancora voglia di combattere: «Lo faccio per un semplice motivo, per la mia famiglia, i miei figli e per i miei genitori che mi sostengono e con la speranza che l’Italia sia ancora una Repubblica fondata sul lavoro».

 

Mercoledì 04 Luglio 2012 - 16:00    Ultimo aggiornamento: 16:04

 

 

Per i casalesi è un contrappasso: nell'agro aversano fai la vita da schiavo se sei nero

Il Mattino

 

Un pezzo di pane duro e un po’ di latte. È questa la colazione di molti extracomunitari che lavorano come braccianti nell’area dell’agro aversano. Anche su di loro pesa la crisi globale: «I prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati molto, riusciamo a comprare sempre meno con quel che guadagniamo», dice uno dei tanti ragazzi che dall’Africa hanno raggiunto l’Italia per cercare lavoro ed una condizione di vita migliore. Anche per loro, così come per gli altri abitanti dell’agro aversano, trovare lavoro è sempre più difficile; e quando lo si trova non sempre riesce a risolvere tutti i problemi, poiché talvolta questo è malpagato, come succede a molti dei braccianti agricoli che vengono utilizzati per raccogliere i prodotti coltivati in provincia di Caserta.

Molti di questi uomini lavorano anche nove ore al giorno per un massimo di venticinque euro a persona, anche se in molti casi svolge la propria mansione anche per meno: c’è chi parla di quindici o venti euro, in casi limite. Nonostante la paga sia bassa, la speranza e la necessità di sopravvivere hanno sempre la meglio e spingono gli immigrati ogni giorno a mettersi sul mercato, in attesa che qualcuno gli offra un impiego. Il ritrovo è sempre lo stesso, quello di «Khalifoo Ground», parola tra il francese e l’inglese, coniata dagli extracomunitari che ogni giorni si soffermano presso la rotonda di Casal di Principe, nei pressi di via Vaticale, e quella di Villa Literno, nei pressi di via Aversa, che sono diventate oramai veri snodi di compravendita del lavoro.

Alle prime luci dell’alba proprio in queste aree c’è una grande affluenza di africani, ma anche di uomini dell’Est Europa, che aspettano il «caporale» di turno per fare i lavori più disparati, da quelli edili alla raccolta di frutta e verdura. Presso il punto d’incontro c’è chi ha fortuna e riesce a trovare un impiego, ma c’è anche chi lo aspetta inutilmente per tutta la mattinata. In questa frenetica attività di reclutamento c’è, chi però, decide di non andare proprio a lavorare, perché troppo stremato dalle fatiche del giorno precedente; come raccontano alcuni extracomunitari provenienti dal Burkina Faso, residenti attualmente a Casal di Principe: «Ieri abbiamo raccolto le fragole all’interno delle serre, il caldo era opprimente ed oggi non abbiamo avuto la forza di ritornare a lavoro».

I gradi percepiti in questi giorni sfiorano e talvolta superano anche i 35, un’afa che all’interno di una serra diventa ancora più insopportabile. In queste condizioni molti di questi lavoratori denunciano una mancanza di tolleranza da parte del datore di lavoro che non permette di riposare «nemmeno per pochi minuti, la pausa ci è concessa solo per mangiare. Molte volte – aggiungono – nemmeno l’acqua ci viene offerta, quella se la vogliamo dobbiamo portarcela da casa».

Dopo una giornata così dura non sempre il ritorno a casa può essere considerato riposante per molti di questi extracomunitari, che alla fatica del lavoro aggiungono il disagio di vivere in abitazioni fatiscenti «e senza finestre per far filtrare un po’ d’aria». Abitazioni molto piccole disseminate in tutto il territorio dell’agro aversano, in cui vicino anche in sei o sette persone, un numero necessario per fra fronte al pagamento del pigione che «in molti casi arriva a toccare i trecento euro».


fa. me.

Mercoledì 04 Luglio 2012 - 16:11

Eccomi, fiero di essere gay e finanziere» Lettera al generale fratello di Gasparri

Corriere della sera

 

Il fratello del politico, vice comandante alla Scuola Ufficiali dei carabinieri, ha suggerito agli allievi di non fare coming out

 

«Le sue affermazioni ci riportano indietro di decenni». L’accusa è rivolta al numero due dei Carabinieri, il vice comandante dell’Arma Clemente Gasparri (fratello del politico pdl Maurizio). E si riferisce alle parole pronunciate dal Generale durante una lezione alla Scuola Ufficiali di Roma: «Ammettere di essere gay, magari facendolo su un social network, come un graduato della Guardia di Finanza, non è pertinente allo status di Carabiniere». Riportate dal Fatto Quotidiano, e finora non smentite dall’Arma, hanno spinto a fare un passo avanti uno dei militari chiamati in causa, l’appuntato scelto Marcello Strati, 49 anni, in servizio alla dogana di Como.

«ECCOMI, FIERO» - «Non so se sono io il “graduato” della Guardia di Finanza a cui si riferisce nel suo discorso, e che ha “ammesso” (come se si trattasse di una colpa) di essere gay. Forse sì o forse no, chissà. In ogni caso, caro Generale, eccomi qua, appuntato scelto della Guardia di Finanza Strati Marcello in servizio nel Corpo da 26 anni, attualmente a Como, al gruppo di Ponte Chiasso, fiero di appartenere alle Fiamme Gialle. Servo il mio Paese con onestà e senso del dovere. Ah, dimenticavo, sono omosessuale», ha scritto Strati al Generale. Poi la denuncia: «Il suo “consiglio” (e noi militari sappiamo benissimo cosa significa questo termine quando proviene da un superiore) a non palesare il proprio orientamento sessuale è un macigno che cade in testa a quei militari che, magari dopo tanta fatica e sofferenza interiore, avevano deciso di uscire alla luce del sole. Sperando di essere giudicati non per chi si portano a letto o per chi amano, ma solo in quanto buoni militari».

ONLINE - La lettera aperta di Strati sta facendo il giro del web e ha alzato il coperchio su una questione che in Italia di rado si affronta apertamente: la discriminazione degli omosessuali in divisa. Mentre negli Stati Uniti fino all’anno scorso era ancora in vigore una legge che vietava ai militari di dichiarare la propria omosessualità (il «Don’t Ask Don’t Tell» abolito dal presidente Usa Barack Obama tra il tripudio delle associazioni per i diritti civili), in Italia non c’è nessuna norma del genere. Ma secondo Strati esiste comunque una pressione al silenzio. «Faccio parte di «Polis Aperta», associazione che riunisce gay e lesbiche delle Forze armate e Forze dell’ordine», spiega a Corriere.it.

GLI ISCRITTI - «Nonostante le centinaia di simpatizzanti, abbiamo solo una quarantina di iscritti: gli altri temono di essere discriminati. Dei molti ufficiali omosessuali che conosco, nessuno è dichiarato: pensano che se venisse fuori la loro omosessualità dovrebbero dire addio alla carriera. Purtroppo le parole del generale Gasparri danno loro ragione», aggiunge Strati. Tra tutti i tesserati di «Polis Aperta», solo due sono carabinieri. Stando alla ricostruzione del Fatto, il vice comandante Gasparri alla Scuola Ufficiali ha suggerito anche che gli omosessuali non siano una macchia per i Carabinieri: «L’Arma è come un treno in corsa, i passeggeri sono vincolati, prima di scendere, alla responsabilità di lasciare pulito il posto occupato», ha detto, «gli omosessuali che ostentano la loro condizione sono in sintesi tutti passeggeri sciagurati dell’antico treno, potenzialmente responsabili della sporcizia o del deragliamento».

SCALFAROTTO - Un paragone inaccettabile secondo Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e fondatore di Parks, società di consulenza che aiuta le aziende a non discriminare e a valorizzare i dipendenti lgbt (un acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e trans). «Le Forze armate rappresentano il nostro Paese. E tutti i cittadini devono poter rappresentare il proprio Paese con onore, indipendentemente dal colore della pelle, dal genere o dall’orientamento sessuale. Vale per lo sport come per l’esercito o i carabinieri», dice Scalfarotto. Alla «visibilità» tiene particolarmente l’appuntato scelto Strati: «Si dice sempre che la sessualità è un fatto privato. Non è vero: cosa faccio a letto è privato, ma chi mi porto a letto condiziona la mia vita sociale, è giusto che le persone sappiano. Devo mentire a tutti sempre? Non dire come ho passato il sabato sera? Chiedere a un militare di fingersi qualcun altro è una violenza morale. Spero solo che il comandante Generale dei Carabinieri non condivida le affermazioni del Generale Gasparri».

 

Elena Tebano
@elena_spolitica4 luglio 2012 | 15:56

La procura di Reggio: «Possibili contatti della 'ndrangheta in Cassazione» Lupo: «Nessun giudice amico»

Il Messaggero

 

L'ipotesi della procura di Reggio Calabria a partire da due filoni d'inchiesta sulle cosche

 

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REGGIO CALABRIA - La 'ndrangheta può contare su «giudici amici» in Corte di Cassazione che aiutano ad aggiustare i processi? È questo l'inquietante interrogativo a cui sta cercando di dare una risposta la Dda di Reggio Calabriache ha aperto un'inchiesta proprio per accertare se vi siano contatti proibiti tra affiliati e togati della Suprema Corte.

Un'ipotesi, tuttavia, respinta con fermezza dal primo presidente della Corte, Ernesto Lupo, che ha approfittato della cerimonia commemorazione delle stragi di Falcone e Borsellino che si è svolta nell'aula magna per affermare deciso che «in Cassazione non ci sono processi aggiustati».

Il sospetto degli inquirenti nasce da una serie di colloqui intercettati in carcere tra Giuseppe Rocco Rechichi, ex dirigente della società Multiservizi, partecipata dal Comune di Reggio (che proprio oggi ha avuto negata la certificazione antimafia dalla Prefettura per tentativi di infiltrazione nelle componente privata della società), e la moglie Maria Lisa Petraia, denunciata per favoreggiamento.

Rechichi è stato arrestato nell'aprile 2011 con l'accusa di essere un prestanome della cosca Tegano. In carcere, a novembre del 2011, gli è stata notificata una seconda ordinanza. E in questa occasione vengono arrestati anche i figli. I discorsi in carcere con la moglie vertono su un malanno alla schiena patito dalla donna che richiedo l'intervento del «medico di Roma». Ma la donna, secondo la squadra mobile di Reggio Calabria e lo Sco, che hanno presentano un'informativa alla Procura, non ha alcun disturbo. E quel linguaggio criptico, per gli investigatori, altro non è che un tentativo di celare il vero fine, tentare di arrivare ad una mediazione esterna per la posizione carceraria del marito servendosi di un appoggio terzo di assoluto valore e portanza processuale.

C'è anche un altro filone che ha preso la strada di Roma. La Dda, infatti, ha trasmesso alla procura romana i verbali della pentita Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore, che nelle scorse settimane, ha sostenuto che il «magistrato di Cassazione Corrado Carnevale era amico di mio suocero» (affermazioni alle quali Carnevale ha reagito sostenendo di non avere mai conosciuto «nessun clan Pesce né alcuna persona che vi appartenga», e di non occuparsi di penale dal 1992), e alcune intercettazioni ambientali dalle quali emergerebbe il tentativo della cosca Pesce di avvicinare un giudice di Cassazione.

Lupo, dal canto suo, respinge ogni sospetto sui magistrati dell'Alta Corte, attribuendo le notizie sull'ipotesi di aggiustamento in favore di Rechichi a «un'eccessiva influenza della cultura del sospetto, che è nociva della cultura della legalità». Alla Cassazione, però, si è fatto anche di più: un'immediata verifica interna. Ed il risultato è, spiegano dalla Suprema Corte, che «la natura e il contenuto dei provvedimenti giurisdizionali», riguardanti Rechichi, «il fatto che essi siano ascrivibili a Collegi diversi, di Sezioni e infine la loro corrispondenza ad orientamenti consolidati della giurisprudenza della Corte stessa, escludono in radice, ogni possibile sospetto di 'aggiustamentò dei processi riguardanti il Rechichi».

Martedì 03 Luglio 2012 - 22:00
Ultimo aggiornamento: 22:01

Colombia, biblioteca a dorso di mulo favola amara di un maestro sognatore

La Stampa

 

Con Alfa e Beto portava ai bimbi dei villaggi sperduti: ora ha perso una gamba, ma un suo allievo proseguirà la sua missione

 

Un "Biblioburro": burro, in spagnolo, significa asino

 

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Biblioteche e maestri a dorso di mulo

 

LORENZO CAIROLI

 

Scrittore, sceneggiatore, blogger giramondo, racconta la Colombia di oggi e le sue contraddizioni


Avete mai sentito parlare di biblioburros? Sono biblioteche itineranti nate per diffondere il piacere della lettura in quelle terre dimenticate da Dio dove non esistono biblioteche, dove le scuole sono un’anomalia e i libri di fiabe più rari delle pepite d’oro. Da più di dieci anni nel dipartimento di Magdalena – se avete letto "Il generale nel suo labirinto" di Gabriel Garcia Marquez sapete benissimo di cosa parlo – c’è un maestro, Luis Humberto Soriano Bohórquez , uno di quegli inguaribili sognatori alla "Fitzcarraldo" che tutti i santi giorni attraversa le valli della regione inerpicandosi sulle colline d’arenaria a caccia di villaggi sperduti in cui regalare istruzione e nuovi libri da leggere. I libri Soriano - non solo libri di favole ma anche testi di medicina, dizionari, enciclopedie - li impila sul dorso dei suoi due muli, Alfa e Beto e in ogni villaggio legge storie ai bambini, corregge i loro compiti, tiene lezioni, insegna loro che aldilà di quelle colline, di quelle valli, di quelle foreste umide e brulicanti di scimmie rossastre c’è un mondo straordinario che merita d’essere conosciuto. 

Insegna a quei bambini i diritti a cui hanno diritto che invece i loro genitori e i genitori dei loro genitori hanno sempre ignorato. Insegna il valore della giustizia in un paese da sempre governato dall’illegalità. Grazie a una campagna organizzata da una radio colombiana RCN e dal giornalista Juan Gossain e grazie alle donazioni dei suoi radioascoltatori, Soriano oggi dispone di biblioteca di oltre cinquemila volumi e di fans in tutto il mondo come il giornalista Larry King e la redazione del "New York Times" che nell'ottobre del 2008 gli regalo' un memorabile articolo

Purtroppo un mese fa Soriano ha dovuto farsi ricoverare in una clinica dove gli è stata amputata la gamba sinistra. Una osteomielite che gli avvelenava la vita. "E' successo nel 2008 - rivela a un giornalista dell'Heraldo di Barranquilla-  Avevo trascorso una giornata meravigliosa leggendo libri e giocando coi bimbi in un pueblito chiamato "La Belleza". Sulla via del ritorno cinque asini avvicinano Alfa, la mia mula. Beto, geloso, cerca di allontanarli, ma non ce la fa, gravato com'è dal mio peso e dal peso dei libri. Così, all'improvviso, mi disarciona. Finisco a terra, in mezzo alla polvere. Non vedo nulla, la polvere mi brucia gli occhi. Sento gli zoccoli degli asini imbizzarriti massacrarmi le gambe, sento i loro calci. Un dolore atroce. Quando mi raccolgono, ho abrasioni su tutto il corpo, la gamba sinistra fratturata. Lo raccontai anche a Simon Romero, il corrispondente del New York Times. Avevo già avuto un incidente anche peggiore qualche anno prima, per cui non mi sono preocupato e appena sono stato meglio ho ripreso ad andare per villaggi. Ma il dolore è diventato giorno dopo giorno sempre più insostenibile e l'osteomielite mi ha distrutto. Hanno dovuto amputarmi la gamba". 
Ventiquattro ore dopo l'operazione Soriano ha incontrato la stampa colombiana per rassicurare che il progetto continuerà. " Nessuno amputerà biblioburro" - ha giurato. Un suo ex alunno, Óscar España, ha già preso il suo posto. Ad Alfa e Beto appaierà altri muli e ha promesso che presto biblioburro porterà anche nei villaggi piu' sperduti computer portatili, fotcamere digitali, videocamere. 

Biblioburros esistono anche in Venezuela, in Etiopia e in Kenya, con la differenza che lì le biblioteche itineranti sono cammellate.